Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 29 settembre 2018

Potenti nell'operare, zelanti nel servire e perspicaci nel conoscere la sapienza di Dio

Nella festa della Dedicazione della basilica di San Michele sulla via Salaria, che, nel novus ordo è dedicata alla festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, rilanciamo questo contributo, tratto da Chiesa e postconcilio.





Cristo e due angeli, 537-545, mosaico, Bode Museum, Berlino. Dalla chiesa di San Michele in Africisco a Ravenna







Potenti nell'operare, zelanti nel servire e perspicaci nel conoscere la sapienza di Dio - Silvio Brachetta

Per la Festa liturgica dei Santi Arcangeli - 29 settembre, riprendiamo l'articolo di Silvio Brachetta  su Vita Nuova di Trieste. Vedi precedenti nel blog: qui - qui.

Nella prima Elegia duinese, Rainer Maria Rilke sostiene che «ogni angelo è tremendo», perché – dice di sé – «se uno di loro al cuore mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte presenza». Non c’è possibilità di non essere schiacciati dall’intensità ontologica, dal vigore esistenziale dell’angelo, così come l’angelo sarebbe sopraffatto dall’infinita potenza dell’essere puro, da Dio. Ma né Dio vuole schiacciare l’angelo, né questi l’uomo, poiché la sopraffazione del Bene e dei buoni è cura amorevole dei più deboli.
Ogni angelo, poi, è come un universo, uguale a sé medesimo e assai diverso dagli altri. Pur di sostanza spirituale, semplicissima e indivisibile, l’angelo è smisurato – non infinito, poiché creato, ma incommensurabile, poiché di enorme perfezione rispetto all’uomo e alle creature materiali. L’angelo è l’indizio vivente secondo cui la provvidenza di Dio non vuole avere un controllo immediato del cosmo, ma mediato dalle creature: quanto ad alcune delle operazioni della sapienza, il sempiterno volere e la ragione della Ss. Trinità si effondono dalle prime sfere angeliche alle ultime – e poi da queste all’uomo – e dall’uomo alle creature animali, vegetali e inanimate.

I Sette Spiriti di Dio

Dionigi l’Aeropagita descrive i «nove cori angelici». Nella prima sfera, degli spiriti più prossimi all’eterna fiamma dell’amore, i serafini, i cherubini e i troni, ardono nella perfezione della scienza e somministrano la sapienza divina a tutto il creato. Le dominazioni, le virtù e le potenze della seconda sfera governano l’universo, mediante la scienza ricevuta da Dio, ad opera degli angeli superiori. Dalla terza sfera si muovono i principati, gli arcangeli e gli angeli, il cui ministero è quello del quale portano il nome: sono i messaggeri, tra Dio e l’uomo – mal’akh, in ebraico e ànghelos, in greco, si traducono con «messaggero» o «ambasciatore».
Tutta la Scrittura e la Tradizione contemplano l’opera di Dio, accompagnata sempre dalla presenza degli angeli. Il mistero degli angeli è persino maggiore di quello di Dio, non perché gli angeli siano più complessi o misteriosi, ma perché la Scrittura parla molto di Dio e meno degli angeli. È Dio che salva, non l’angelo. Dio creatore salva per mezzo dell’angelo-creatura e a Dio, quindi, va orientata per prima la nostra conoscenza.
Se dunque di Dio si può conoscere solo quello che la provvidenza ha voluto rivelare, tanto più dell’angelo (che è solo creatura) permangono alti misteri, per i quali vale il detto di Ludwig Wittgenstein: «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Ecco dunque sorgere un grande mistero, quando l’arcangelo Raffaele dice a Tobia: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre innanzi alla presenza della maestà del Signore» (Tob 12, 15). Perché l’arcangelo Raffaele compare nella prima sfera, quando invece l’Areopagita colloca gli arcangeli nella terza? E perché a Raffaele si aggiungono altri due arcangeli – Michele e Gabriele – anch’essi associati dai primi Padri della Chiesa a quelle «sette lampade di fuoco accese di faccia al trono, che sono i Sette Spiriti di Dio» di cui parla l’Apocalisse (4, 5)?
Forse una spiegazione viene proprio dal nome “arcangelo”, che si traduce come “capo degli angeli” (da àrchein, comandare). O forse alcuni arcangeli dimorano presso le schiere serafiche e cherubiche. Questo non è dato a sapere, poiché non è stato rivelato. E non è stato rivelato nemmeno il nome degli altri quattro Spiriti che, assieme a Michele, Gabriele e Raffaele ne condividono la dignità e l’ufficio. È vero che la Tradizione patristica restituisce quattro nomi – Uriele, Barachiele, Jeudiele e Selatiele – ma non sono nomi che provengono dalla Scrittura. Benché, dunque, la Scrittura sia solo una delle fonti della Rivelazione (assieme alla Tradizione), è però la fonte primaria e il fatto che alcuni nomi siano taciuti significa che è del tutto opportuno che lo restino fino alla consumazione dei tempi. La ragione la conosce solo Dio.

Figure centrali nell’opera della salvezza

Questo è il motivo per cui il 29 settembre è la festa liturgica dei tre soli santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele: non si vuole escludere gli altri quattro – ai quali ci si può sempre rivolgere in preghiera – ma si vuole farne memoria, per via della loro missione del tutto peculiare nella storia della salvezza umana. San Gregorio Magno scruta questo mistero con sapienza nelle sue Omelie sui Vangeli. Il termine “angelo” – scrive San Gregorio – «denota l’ufficio, non la natura». Infatti, i santi spiriti dei cieli «sono angeli solo quando per mezzo loro viene dato un annunzio». Non solo, ma «quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli».
Così fu per san Michele, Gabriele e Raffaele, ai quali fu affidato l’annuncio di grandi eventi: Michele fu il capitano delle schiere angeliche che fronteggiarono Lucifero; Gabriele portò l’annuncio a Maria della nascita del Salvatore; Raffaele curò la cecità di Tobia e rappresenta l’archetipo degli angeli custodi. San Michele, nella Scrittura, è una figura decisamente centrale, rispetto alle altre creature spirituali. Daniele lo presenta come il primo dei principi e il custode d’Israele. Al pari della Beata Vergine, Michele è spesso raffigurato con il dragone sotto i piedi, perché entrambi hanno una parte decisiva nella lotta contro i demoni. L’Apocalisse lo cita cinque volte con l’epiteto di «capo supremo dell’esercito celeste». Assai diffusa la venerazione di questo arcangelo, in Oriente e in Occidente, dove molti santuari e chiese gli sono dedicati. Il suo nome (Mi-ka-el, in ebraico “chi come Dio?”) corrisponde forse al grido di risposta al «non servirò» di Lucifero.
Grande spazio ha, nella Bibbia, anche la missione di san Gabriele (gabri-el, “forza di Dio”) che, molto prima dell’Annunciazione lucana, profetizza a Daniele l’avvenire del popolo d’Israele, dal ritorno in patria, dopo l’esilio babilonese, all’avvento del Messia. Dinnanzi alla Vergine, egli si presenta come colui che «sta al cospetto di Dio» (Lc 1, 19). Gabriele annuncia pure la futura paternità a Zaccaria, per cui sua moglie Elisabetta darà alla luce san Giovanni Battista. Il ministero di san Raffaele, come per gli altri due arcangeli, è anch’esso contenuto nel nome (rafa-el, “medicina di Dio”) e rappresenta la modalità con cui il Signore sovviene alle malattie carnali e spirituali degli uomini. Raffaele appare a Tobiolo in forma umana. Mangia e beve, ma dichiara anche che questa sua carnalità non è altro che apparenza. Pur essendo nominato solo nel libro di Tobia, Raffaele è comunque uno dei protagonisti della vicenda.

La differenza tra l’angelo e l’uomo

Delle gerarchie angeliche, descritte dall’Areopagita, san Tommaso d’Aquino offre un’acuta chiave di lettura teologica: «alla prima gerarchia spetta considerare il fine; alla gerarchia di mezzo, disporre universalmente le cose da fare; all’ultima, invece, applicare le disposizioni agli effetti, e cioè eseguire l’opera» (S.Th., I, 108, 6). Se insomma è vero, come afferma Matteo nel Vangelo (18, 10) che gli «angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio [di Gesù]», alcuni angeli lo vedono con perfezione maggiore ed altri con perfezione minore. Questo accade non perché Dio sia parziale o ingiusto, ma perché la provvidenza ha disposto che non tutte le creature abbiano lo stesso grado di perfezione e, quindi, la stessa capacità introspettiva.
Per questo motivo, agli angeli dei tre cori più vicini alla maestà di Dio è dato di poter contemplare la sapienza con la perfezione maggiore, a quelli invece dei cori intermedi Dio ha concesso di poter disporre della creazione. Gli ultimi tre cori hanno un contatto diretto con gli uomini ed eseguono le opere della sapienza divina. Eppure nessun angelo è stato escluso dalla visione di Dio, nella misura in cui egli la può recepire, in quanto tutti i beati vedono Dio faccia a faccia. Gli angeli inoltre, afferma san Tommaso, conoscono in modo diverso: «gli angeli superiori hanno una conoscenza più universale della verità rispetto agli angeli di classe inferiore». Per quanto riguarda, invece, «la conoscenza di Dio in se stesso, il quale tutti gli angeli vedono nello stesso modo – nella Sua Essenza – non esiste distinzione gerarchica tra gli angeli».
San Bonaventura da Bagnoregio riconosce negli angeli «quattro attributi»: la «semplicità dell’essenza», la «distinzione personale», la «memoria, l’intelligenza e la volontà» e la «libertà dell’arbitrio» (Breviloquium, II, 6). La differenza con la natura umana è data dal fatto che l’uomo non è semplice nell’essenza, ma è composto da organi, nonché è costituito da una parte materiale (corpo) e da una spirituale (anima). Un’altra differenza concerne la minore perfezione e la mortalità. Bonaventura elenca, quanto agli angeli, altri quattro attributi associati ai primi: la «potenza nell’operare», lo «zelo nel servire», la «perspicacia nel conoscere» e l’«immutabilità, tanto nel bene quanto nel male, dopo la scelta». Qua si vede meglio la differenza uomo-angelo. L’angelo è più potente, conosce meglio ed è più zelante dell’uomo. L’angelo inoltre, con un unico atto della volontà, sceglie immediatamente il bene o il male – e tale scelta è definitiva poiché, conoscendo Dio per visione, sa esattamente cosa riceve o a cosa rinuncia. L’uomo, al contrario, a causa della propria imperfezione, nella scelta tra il bene e il male, decide parzialmente e ha del tempo per il pentimento.

lunedì 9 marzo 2015

“Angeli præsértim præsídio, cujus familiári consuetúdine gloriósum de eo triúmphum reportávit. Grátia curatiónum et prophetíæ dono enítuit, quo et futúra prædíxit et córdium secréta penetrávit” (Lect. VI – II Noct.) - Stæ FRANCISCÆ ROMANÆ (DE PONTIANIS), VIDUÆ



Oggi è una santa romana, una figlia spirituale di san Benedetto, un’oblata dell’abbazia di Santa Maria Nova, la quale, nel corso del XVII sec., per ordine di Innocenzo X, entrò nel calendario della Chiesa universale in qualità di modello e di celeste patrona della vedovanza, come santa Monica e santa Giovanna de Chantal.
La messa è quella del Comune, Cognovi, ma la colletta è propria e fa allusione al favore accordato alla santa (+ 1440), che, in molti anni, poté contemplare visibilmente a suo fianco il suo angelo custode, con il quale si intratteneva familiarmente.
Celebrata nelle grandi basiliche romane, questa festa acquista una grazia ed un fascino particolari. In effetti, lì, il ricordo di Francesca Busa (o Bussa) è così vivo che ci sembra di vederla inginocchiata presso le tombe dei martiri, rapita in estasi o assorta in preghiera. Con la mente la possiamo vedere in vesti dimesse – lei, la nobile sposa di Ponziani – con un carico di legna sulle spalle mentre da Porta Portese o dalla via di Ostia si reca alla casa delle Oblate fondata da lei ai piedi del Campidoglio, ovvero, più ammirabile ancora, confusa nella folla dei poveri che domandano l’elemosina sotto il portico della basilica di San Paolo, in occasione della messa stazionale della domenica di Sessagesima.
Ma tra tutti i santuari romani, che possono vantare ricordi di santa Francesca, due soprattutto conservano ancora come il profumo, per così dire, della sua presenza: queste sono la basilica di Santa Maria Nova, oggi nota anche come Basilica di Santa Francesca Romana, dove ella si offrì come oblata dell’Ordine di san Benedetto e dove riposa il suo corpo (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 150-152; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 352), e l’antica dimora Turris Speculorum ai piedi del Campidoglio, nel rione Campitelli, ove ella visse con le nobili oblate che aveva raccolto intorno a sé. Un terzo santuario ricorda anche le sue virtù: è il palazzo trasteverino, a Ponte Rotto, a poca distanza dalla basilica di Santa Cecilia, della famiglia dei Ponziani, convertito oggi in casa di esercizi spirituali per preparare i bambini alla Prima Comunione e di accoglienza dei pellegrini: qui la santa visse col suo sposo, Renzo (Lorenzo) Ponziani, che aveva sposato nel 1396, santificando la sua famiglia. Là, infine, venendo da Tor de’ Specchi, per assistere uno dei suoi figli malati, fu colpita pur’ella da una grave malattia, restandovi per ordine del suo confessore e rendendo lì la sua anima a Dio il 9 marzo 1440.
Un’altra chiesa esiste nel quartiere Ardeatino, Santa Francesca Romana all’Ardeatino, edificata nel 1936.
Santa Francesca è la celeste patrona degli Oblati benedettini e modello di donna cristiana, sposa e vedova. In effetti, secondo il sentimento dell’Apostolo, le vedove sono chiamate ad una santità particolare, poiché il fascino della prima giovinezza è sfiorito e l’anima, convinta ormai della caducità delle cose umane, non trova che un solido appiglio che nel Signore. Le virtù proprie di questo stato, in cui, nell’età apostolica, si reclutavano le diaconesse, sono la fiducia in Dio, la preghiera assidua, la mortificazione dei sensi e le opere di carità verso il prossimo.
La nostra santa fu privilegiata, come detto, dal poter intrattenere delle relazioni familiari con il suo angelo custode. Quando si legge la vita di santa Francesca, si ha l’impressione che ella visse bene più nel mondo spirituale che in quello terrestre. Furono soprattutto le sue relazioni con il mondo beato degli angeli che donarono alla sua vita un carattere particolare. Nelle diverse tappe della sua esistenza, si osservano tre angeli di ordine differente accanto a lei. Questi angeli sono destinati sempre a proteggerla contro gli attacchi infernali ed a condurre gradualmente la sua anima a perfezione.
Giorno e notte, la santa vedeva il suo angelo occupato in lavori misteriorsi. Con tre bastoni d’oro, egli filava senza sosta dei fili d’oro che passava intorno al suo collo ed avvolgeva rapidamente in gomitoli. Sei mesi prima della morte di Francesca, egli cambiò lavoro. In luogo di continuare a filare i fili d’oro, egli tesseva, con quelli che aveva, tre tappeti di differenti grandezze. Questi tappeti erano senza dubbio il simbolo delle opere della santa, come giovane donna, madre di famiglia e fondatrice di un Ordine. Poco prima della sua morte, Francesca osservò che l’angelo affrettava il suo lavoro e mostrava un’aria gioiosa e contenta. Nel momento in cui il terzo tappeto raggiunse le misure fissate, l’anima della santa salì verso le gioie eterne (Cfr. Paola Giovetti, Angeli. Esseri di luce, messaggeri celesti, custodi dell’uomo4, Roma 2005, p. 47. In generale, sui rapporti tra la nostra Santa e gli spiriti celesti, cfr. Massimo Stanzione – Carmine Alvino, Santa Francesca Romana e gli angeli, Tavagnacco 2012, passim).

Orazio Gentileschi, Visione di S. Francesco Romana, 1615-19, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Francesco Naselli, S. Francesca Romana e l'angelo, 1620 circa, Museo diocesano, Ferrara


Nicholas Poussin, Visione di S. Francesca Romana annunciante la fine della peste, 1657 circa, Musée du Louvre, Parigi

Carlo Maratta, Visione di Santa Francesca Romana, 1654

Giovanni Battista Caliari, S. Francesca Romana, XIX sec., museo diocesano, Verona

Cristofano Robetta, Beata Francesca Romana, 1495-1500, British Museum, Londra

Francesco Rosaspina, S. Francesca Romana, 1836, Pinacoteca civica, Cento

giovedì 23 ottobre 2014

"Ego enim sum Raphaël Angelus, unus ex septem, qui astámus ante Dóminum" (Tob. 12, 15) - S. Raffaele arcangelo

Come si onora con un ufficio speciale gli arcangeli Michele e Gabriele, così, in questi ultimi tempi, la devozione verso san Raffaele si è largamente diffusa.
Quest’Arcangelo ci è noto dal libro di Tobia e nell’antichità cristiana è sovente menzionato dai Padri e nelle iscrizioni. Alla menzione di Raffaele, sant’Ambrogio unisce quella di Gabriele e di Uriele, perché quest’ultimo è menzionato nell’apocrifo libro di Enoch: non moritur Gabriel, non moritur Raphaël, non moritur Uriel (Sant’Ambrogio, De Fide libri quinque ad Gratianum Augustum, lib. III, cap. 3, §. 20, in PL 16, col. 593C; nell’ed. 1880, col. 618A). L’associazione di questi tre nomi di angeli si ritrova anche su un piccola lama d’oro, raccolta nella rotonda di Santa Petronilla, in Vaticano, nella tomba di Maria, sposa dell’imperatore Onorio e figlia di Stilicone. Su questa vi era scritto:

MICHAEL • GABRIEL • RAPHAEL • VRIEL

Questi quattro angeli, col titolo di maiores, sono spessissimo invocati nel Canon universalis degli Etiopi, nei calendari orientali ed in molte litanie del Medioevo.
Su un’ametista intagliata, risalente al VI-VII sec., che misura approssimativamente 3 cm., vi è intagliata una figura eretta del Cristo benedicente, con nella mano sinistra un cartiglio con le prime parole del Vangelo di Giovanni, ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος. A sinistra della figura si leggono i nomi degli angeli  (Cfr. George Frederick Kunz, The magic of jewels & charms, Philadelphia-London 1915, p. 246; Marvin C. Ross, Catalogue of the Byzantine and Early Mediaeval Antiquities in the Dumbarton Oaks Collection, vol. I, Dumbarton Oaks 1962, p. 96, n. 116). In effetti, i santi angeli con i loro nomi erano sovente invocati a fini protettivi così come si riconoscevano analoghe proprietà al Vangelo di Giovanni (Cfr. Edmond Le Blant, Le premier chapitre de Saint Jean et la croyance à ses vertus secrètes, in Rev. Archéolog., 1894, t. II, pp. 8 ss., partic. p. 8), e conservata al British Museum, si leggono questi nomi attorno all’immagine del Cristo benedicente:

ΡΑΦΑΗΛ
ΡΕΝΕΛ
ΟΥΡΙΗΛ
ΙΧΘΥOϹ
ΜΙΧΑΗΛ
ΓΑΒΡΙΗΛ
ΑΖΑΗΛ

Raffaele, Gabriele, Michele ed Uriele sono conosciuti, ma i nomi degli altri angeli che formano la corte dell’Ιχθυος, ichthýs celeste sono tratti dagli apocrifi (per la verità si è incerti se l’Ιχθυος menzionato sia riferito qui a Cristo o sia da intendersi come nome di un angelo) e quello che viene al terzo posto in quest’altra iscrizione di Kodja Geuzlar, presso il sito archeologico di Thiounta, nell’antica Frigia, rivela la stessa origine:

ΚΥΡΙΕ ΒΟΗΘΙ AAAAA ΜΙΧΑΗΛ E ΓΑΒΡΙΗΛ ΙϹΤΡΑΗΛ ΡΑΦΑΗΛ


Il culto al santo arcangelo è assai diffuso in Europa, e segnatamente a Cordova, in Spagna, ed è particolarmente vivo negli ordini dei Mercedari e dei Fatebenefratelli.
La Roma cristiana ha dedicato nel 1957 una chiesa a San Raffaele Arcangelo, nel quartiere del Trullo.
A proposito del culto degli Spiriti beati, bisogna rievocare il grande rispetto che gli antichi professavano verso i santi Angeli deputati da Dio alla custodia dei sepolcri dei fedeli. Nell’isola di Thera, l’odierna Santorini, nell’arcipelago delle Cicladi, troviamo un gran numero di tombe sulle quali sono menzionate questi Angeli. Ecco alcuni esempi di queste iscrizioni funerarie:


L’iscrizione di un’altra tomba si conclude così: ἐνορκίζω ὑμᾶς τὸν ὧδε ἐφεστῶτα ἄγγελόν, μή τίς ποτε τολμῇ ἐνθάδε τινὰ καταθέσθε, cioè Vi scongiuro per l’angelo che plana su questo luogo: che nessuno osi introdurvi un altro cadavere.

Raffaello Sanzio, Madonna con il pesce con i SS. Girolamo, Raffaele e Tobia, 1513-15, Museo del Prado, Madrid

Bernardo Strozzi, La cura di Tobia, 1620-25, museo del Prado, Madrid

 Bernardo Cavallino, La cura di Tobia, museo del Prado, Madrid

Giovanni Bilivert, L'angelo S. Raffaele rifiuta i doni di Tobiolo e Tobia, 1612, Palazzo Pitti, Firenze 

Francisco de Goya y Lucientes, Tobia e l’angelo S. Raffaele, 1787 circa, museo del Prado, Madrid

Eduardo Rosales Gallina, Tobia e l’angelo S. Raffaele, 1860 circa, museo del Prado, Madrid

William Adolph Bouguereau, Il giovane Tobia saluta il padre, accompagnato da S. Raffaele, 1860

Joaquin Agrasot, Cura di Tobia, 1861, Museo de Bellas Artes, Alicante

domenica 28 settembre 2014

"Sancte Míchaël Archángele, defénde nos in proélio: ut non pereámus in treméndo judício" (Allel.) - IN DEDICATIONE S. MICHAËLIS ARCHANGELI




Questa festa – Natale basilicæ Angeli in Salaria – ci è indicata dal sacramentario Leoniano e dal Martirologio Geronimiano. Essa è la vera ed originaria solennità romana in onore del Principe delle milizie angeliche, di preferenza a quella dell’8 maggio, che concerne solo il santuario del Monte Gargano nelle Puglie.
La basilica dell’Arcangelo ci è indicata con precisione al VII miglio della via Salaria; anche nella biografia di Leone III essa è chiamata Archangeli basilica in septimo. Questa è menzionata anche nell’Itinerario di Salisburgo: Per eamdem quoque viam venitur ad ecclesiam sancti Michælis, septimo milliario ab Urbe e può essere, per certe ragioni, ritenuta come il più antico e più venerabile santuario romano in onore del santo Arcangelo. Nel Leoniano, cinque messe sono assegnate alla festa di questo giorno in onore di san Michele.
Il Capo delle milizie angeliche divenne molto presto nella liturgia l’Angelo per eccellenza, l’Angelo santo menzionato nel Canone della messa; pure numerosissime chiese dedicate durante il Medioevo a san Michele presero semplicemente il nome di Sant’Angelo.
Molti santuari si elevarono dunque, all’interno della Città eterna, in onore di questo grande difensore della Chiesa di Dio contro gli assalti delle milizie infernali.
Presso la rotonda di Santa Petronilla in Vaticano, si trovava un oratorio dedicato a san Michele (M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 758-759); un altro, sanctæ Mariæ in monasterio Michælis, è menzionato nella biografia di Leone III (Ibidem, p. 759. L’Armellini suppone sorgesse in Vaticano, ma di cui non sa identificare dove fosse la sua ubicazione. Cfr. C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 348), e può essere, forse, facilmente identificato con la chiesa di San Michele in palatiolo o in schola Frisonum (attuale chiesa dei Santi Michele e Magno nel rione Borgo) (Armellini, op. cit., pp. 770-771), ai piedi del Gianicolo, di fronte all’ala destra del grande colonnato del Bernini, che precede la basilica vaticana.
Presso il Patriarchio del Laterano, esisteva l’oratorio del beato Arcangelo, eretto con magnificenza dal papa Leone III (C. Huelsen, op. cit., pp. 388, 58 e 202). Esso si trovava esattamente presso il triclinium di Leone III. L’iscrizione dedicatoria, che diceva Ad honorem Archangelorum Leo Tertius papa fieri iussit, fu ricopiata dal Rasponi (De Basilica et Patriarchio Lateranensi, Roma 1657, p. 10). Da quest’oratorio si trasse il grande ospedale di San Giovanni eretto dal cardinal Giovanni Colonna, verso il 1216. Dal lato del monte Giordano troviamo anche la piccola chiesa di Sant’Angelo de Renizo, più conosciuta oggi sotto il nome di San Giuliano. Vi era anche Sant’Angelo in piscina, Sant’Angelo de augusta, Sant’Angelo in nubibus nel mausoleo di Adriano, Sant’Arcangelo presso Santa Pudenziana, ecc. In generale, i monaci benedettini contribuirono in maniera particolare a diffondere la devozione verso i santi Angeli – essi che, in ragione delle loro magnifiche salmodie liturgiche, sono sulla terra gli imitatori degli Angeli del cielo, tanto che in Oriente lo stato e l’abito monastico sono comunemente onorati del titolo di angelici!
Si comprenderà facilmente l’importanza attribuita dalla liturgia al culto di san Michele, se si riflette sul ruolo principale e sulle funzioni attribuite all’Arcangelo nella lotta contro Satana. La battaglia, impegnata un tempo nel cielo dopo la prima ribellione di Lucifero, non è che un episodio di una guerra lunga e crudele, che continua attraverso i secoli e che costituisco la storia stessa della creazione e della redenzione. Il Verbo di Dio discende sulla terra come il forte ben armato per vendicare l’onore offeso di suo Padre e per porre i suoi nemici a sgabello dei suoi piedi. In questa lotta tra il bene ed il male, in cui alcuna creatura può essere neutrale, vi sono per alleati san Michele ed i suoi Angeli, la Chiesa, i Santi, che combattono sotto i suoi stendardi al grido: Quis ut Deus? Dal lato opposto sono Lucifero ed i suoi angeli, con tutti i loro ausiliari, a cominciare dalle società segrete moderne, dalla massoneria principalmente, le quali tentano di svolgere sulla terra quello che l’Apostolo chiama il mistero d’iniquità, che matura sempre più e che sarà al colmo verso la fine del mondo, prima della parusia finale del Cristo. Tuttavia lo sviluppo di questo piano diabolico di iniquità, a dir di san Paolo, è un po’ ritardato ed impossibilitato adesso, affinché Dio possa, aspettando, svolgere il suo piano di salvezza e di amore. Secondo l’apostolo, ciò che ora impedisce e ritarda i passeggeri trionfi di Satana, è una potenza personale, che i teologi identificano con san Michele o con la Chiesa cattolica. Pur preparandosi alla lotta decisiva e suprema che intraprenderà contro il Cristo alla fine dei secoli, il demonio, per il momento almeno, non può fare tutto ciò che vuole. La Chiesa è protetta dall’invisibile assistenza di Michele e dei suoi Angeli.
Nella tradizione religiosa russa (e non solo) l’arcangelo Michele è sentito come “l’arcistratega”, il condottiero delle schiere celesti nella lotta contro le forze del male.
Patrono di Kiev, “madre delle città russe”, san Michele è raffigurato sulle armature e sugli stemmi della dinastia di Rjurik; lo zar Ivan il Terribile affermava che l’immagine di Michele arcangelo sulle insegne era “il miglior auspicio di vittoria sugli infedeli”.
L'iconografia orientale di san Michele lo rappresenta come saldo difensore nella lotta contro le forze del male nel celebre miracolo di Chonae o Colossae. Narra la tradizione che i pagani volevano distruggere la chiesetta costruita da tale Archippo, un eremita, in onore dell’arcangelo ed a questo scopo convogliarono verso di essa le acque di un fiume in piena, perché la travolgessero. L’arcangelo però, venendo in soccorso del santo monaco, fendette con il suo scettro la terra aprendovi un abisso in cui precipitarono le acque.


Miracolo di Chonae, XII sec., Monastero di S. Caterina, Sinai

Scuola di Novgorod, Miracolo di Chonae, XV sec.


In quest'icona, la composizione è canonica, anche se resa con un gusto descrittivo della natura e dei particolari architettonici ormai vicino alla tradizione occidentale. Una particolarità insolita è data dalla presenza, a sinistra nell’icona dei santi genitori della Madre di Dio, Gioacchino e Anna, che non hanno niente a che vedere con il soggetto dell’icona.
Forse l’iconografo voleva rappresentare in questo modo i santi patroni dei committenti dell’icona e accomunarli nella venerazione dell’arcangelo.


Cristo e due angeli (SS. MIchele e Gabriele), 537-545, mosaico, Bode Museum, Berlino. Dalla chiesa di San Michele in Africisco a Ravenna


Andrej Rublëv, S. Michele, 1410-1420, Galleria Tret'jakov, Mosca

Vitaliy C. Mokrushin, Miracoli di S. Michele, 2008




Marco d'Oggiono, I tre arcangeli, 1516 circa, Pinacoteca di Brera, Milano

Ercole Procaccini il Giovane, S. Michele, XVII sec., collezione privata

Francesco Maffei, S. Michele rovescia Satana, 1656 circa

Anonimo coloniale, S. Michele, XVIII sec., Brigham Young University Museum of Art, Provo, Utah

Autore anonimo, Apparizione di S. Michele all'indio Diego Lázaro il 25 aprile 1631, Santuario de San Miguel del Milagro, Nativitas, Tlax



Autore anonimo, Apparizione di S. Michele all'indio Diego Lázaro, Santuario de San Miguel del Milagro, Nativitas, Tlax

Autore anonimo, Apparizione a Diego Lázaro di S. Michele, che fa sgorgare l'acqua miracolosa, Santuario de San Miguel del Milagro, Nativitas, Tlax

Autore anonimo, Apparizione a Diego Lázaro, XVIII sec., Museo Universitario de la Benemerita Universidad Autonoma de Puebla, Puebla

Autore anonimo, Diego Lázaro infermo per non aver eseguito l'ordine di S. Michele, Santuario de San Miguel del Milagro, Nativitas, Tlax

Luca Giordano, S. Michele sconfigge Lucifero, 1666 circa, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Anonimo, S. Michele sconfigge Satana, Chiesa di San Carlo al Corso, Milano

Acislo Antonio Palomino de Castro y Velasco, S. Michele sconfigge ed incatena il diavolo, 1690 circa


Acislo Antonio Palomino de Castro y Velasco, S. Michele sconfigge il diavolo, 1700-14 circa

Nicolas Enriquez, S. Michele sconfigge il demonio, XVIII sec.

Benjamin West, S. Michele incatena il diavolo, 1777, Trinity College, University of Cambridge, Cambridge

Wolfgang Andreas Heindl, S. Michele sconfigge il diavolo, 1730 circa


Vladimir Lukič Borovikovskij, S. Michele respinge Satana negli inferi, 1794, The Museum of Regional Studies, Mogilev

Vladimir Lukič Borovikovskij, Arcangelo S. Michele, 1810-20, Hermitage, San Pietroburgo

Vladimir Lukič Borovikovskij, S. Michele, 1815, Galleria Tret'jakov, Mosca