Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 21 agosto 2015

La luce che manca ....

Nella memoria liturgica di Santa Giovanna Francesca Frémiot de Chantal, figlia spirituale di San Francesco di Sales, coraggiosa avversaria dell'eresia calvinista, prima monaca dell'Ordine della Visitazione fondato nel 1610 ad Annecy, nel Ducato di Savoia, e di San Bernardo Tolomei, abate, confessore e fondatore dell’Ordine degli Olivetani, rilancio questo contributo di Massimo Viglione.



Pierre Parrocel, S. Giovanna de Chantal in gloria, XVIII sec., collezione privata




Sodoma, Tre fondatori dell’ordine olivetano (Patrizio Patrizi, Bernardo Tolomei e Ambrogio Piccolomini), 1505 circa, chiostro dell’Abbazia territoriale di S. Maria Monte Oliveto Maggiore, Ascano


Benoit Farjat, S. Bernardo Tolomei (da un dipinto di Giacinto Brandi), 1700 circa, collezione privata

Fabrizio Carolari, S. Benedetto appare a S. Bernardo Tolomei, 1773, Abbazia territoriale di S. Maria Monte Oliveto Maggiore, Ascano

Pompeo Batoni, S. Bernardo Tolomei assiste i malati di peste, 1745, San Vittore al Corpo, Milano

La luce che manca – di Massimo Viglione

di Massimo Viglione

Il fatto di essere cattolico, e cattolico “tradizionalista” – oggi occorre specificare che tipo di cattolico si è, a meno di mentire a noi stessi e al prossimo, data la drammatica crisi che la Chiesa da cinquant’anni e oltre vive che comporta inevitabilmente la divisione interna al suo popolo, una divisione sempre più radicale e radicata in rapporto all’acuirsi della crisi stessa – e il fatto di vivere a Roma, e il fatto di conoscere la storia e presumere di capire qualcosa di politica, mi hanno sempre portato a provare dentro di me in maniera del tutto particolare un sentimento profondo quanto istantaneo di forza interiore ogni volta che la passeggiata serale mi conduceva in Piazza San Pietro e mi faceva vedere la luce accesa dell’ufficio papale, sebbene il medesimo sentimento era sempre macchiato dal dolore – questo nient’affatto istantaneo – misto a rabbia per i tanti errori di cui i precedenti pontefici sono stati responsabili negli ultimi decenni (solo per citarne uno a nome di tutti per rendere l’idea: la follia – sia teologica che liturgica, dottrinale che storico-politica – ecumenista, di cui in questi giorni iniziamo a raccogliere i frutti avvelenati del tradimento del clero dinanzi all’invasione della nostra terra).
Sebbene fortemente critico verso i due pontefici delle mie passeggiate serali negli anni Novanta e nei primi tredici anni di questo secolo, e specie verso il primo dei due, il fatto stesso comunque di arrivare nella piazza centro del mondo e della storia umana e trovare, anche a sera molto avanzata, la luce accesa aveva comunque un significato forte: la luce… è accesa. Comunque, nonostante tutto.
Come detto, si potevano trovare tante ragioni per criticare non pochi dei frutti di quel lavoro serale. Ma la luce… era accesa. Al di là delle questioni strettamente teologiche, dottrinali, liturgiche, ecc, era un sentimento che emanava dal cuore: nella notte profondissima e sempre più tragicamente tenebrosa dei nostri giorni, nonostante tutto, la luce dell’umanità, per quanto troppo spesso acquiescente a tali tenebre, era accesa. Quella finestra illuminata, nonostante tutto, rappresentava qualcosa. Nonostante tutto, riconduceva a Qualcuno.
Chiunque, cattolico o no, romano o no, arrivava nella Piazza, vedeva quella luce accesa in quella stanza, che a prescindere è e rimane centro di speranza, di fede e di Verità su questa terra.
Da due anni e mezzo, chi arriva in Piazza San Pietro non trova più, mai, in nessun caso, quella luce accesa. Trova il buio in quella finestra e in quella stanza, come in tutte le altre finestre e stanze del palazzo pontificio.
La luce si è spenta, perché il Vescovo di Roma ha scelto, come tutti sanno, di vivere in un convitto, chiamato Santa Marta, all’interno delle mura vaticane.
Il lettore non trovi esagerato quanto ora sto per dire. Abbia invece il coraggio morale, intellettuale e soprattutto spirituale di capire e ammettere a se stesso di capire. Capire cosa? Capire che, per un cattolico romano (anche non romano ma romano di fede apostolica) arrivare in Piazza San Pietro e trovare sempre, per settimane, per mesi, per anni, sempre, sempre, sempre, la luce spenta, è in qualche modo la versione secolare di quello che si prova nell’entrare in una chiesa odierna e trovare un’altra luce spenta.
Queste sono cose che solo i cattolici possono capire. E pertanto non spenderò parole a descrivere la sensazione: chi la può capire la capisce, e chi non la può o non la vuole capire, non la capirà certo per quello che io potrei scrivere, né la vorrà mai capire e tanto meno ammetterà di aver capito.
La luce s’è spenta in Vaticano. È finita in un convitto al piano terra, dove si parla di interviste celebrative a noti giornalisti anticattolici e relativisti, di telefonate a mostri famelici di sangue umano, di condizionatori e di problemi con Gaia; di tanto in tanto ci dice che dobbiamo essere aperti alle novità dottrinali e morali che stanno per arrivare e di non importunare il macchinista con discorsi di stampo moralistico sul genere “principi non negoziabili” o magari avanzando pretese di difesa per i nostri fratelli massacrati nelle terre islamiche, che dobbiamo perdonare ogni cosa a prescindere dal vero pentimento e dalla relativa richiesta di perdono per poi ricordarci che Dio non è cattolico… E ci propone al contempo di tornare di 40-50 indietro nella storia, marciando con gli Inti-Illimani guidati da una croce e martello. Ma è meglio non cominciare neanche la ormai inesauribile litania della nuova chiesa al piano terra… Non serve a chi capisce e non servirebbe mai, per quanto lunga e inoppugnabile, a chi non vuole o fa finta di non capire.
Quando negli anni Novanta e nel primo decennio di questo secolo passeggiavo la sera per San Pietro, avevo tante ragioni per adirarmi e/o rattristarmi. Ma poi potevo pensare anche all’Evangelium Vitae, alla Veritatis Splendor, alla strenua difesa della vita sacra umana, alla difesa, almeno dottrinale, della centralità di Cristo in un’Europa ormai apostata e devastata, potevo pensare al baluardo dei principi non negoziabili, al ritorno della Messa di sempre nella Chiesa, a – in qualche modo – una sapienza di governo, basata sugli ultimi rimasugli della millenaria gestione della Chiesa stessa, che dava senso ancora a quella luce accesa, sebbene macchiata da troppi, troppi, cedimenti a un mondo che non si voleva ammettere essere fino in fondo nemico di Cristo e dell’uomo e che si corteggiava con i fraintendimenti pericolosi sui diritti umani e sul dialogo con quel nulla sistematico che sono l’eresia e le false religioni.
Ma oggi, quella luce, non c’è più, la finestra è chiusa. Oggi ci sono altri che ballano la loro danza macabra e infame, che si chiamino Maradiaga, Kasper, Marx, Galantino, Mogavero, Forte, Baldisseri, e tanti altri ancora: sono costoro i danzatori delle tenebre, gli odiatori di Piazza San Pietro, gli approfittatori del buio intervenuto, i traditori della finestra illuminata. Ma, occorre dire, tutti costoro non sono venuti dal nulla. Qualcuno li ha fatti salire in alto, anche quando la luce era accesa e qualcun altro ora sta dando loro il potere.
Questo qualcun altro è colui che ha spento la luce e se n’è andato al convitto, per far vedere di fare a meno del lusso dei palazzi rinascimentali, ma portandosi ben stretto il telefono che lo collega al lusso di questa società infernale e ai suoi riflettori da ribalta.
Ma noi, fedeli cattolici romani che nulla possiamo eccetto la nostra preghiera e la nostra testimonianza, andremo ancora in Piazza San Pietro la sera, e ancora, e ancora, nella incrollabile certezza che quella luce verrà di nuovo riaccesa e splenderà come mai in precedenza. E quel giorno, sia che saremo ancora su questa terra, sia che ce ne saremo già andati, quel giorno, potremo dire dinanzi a Dio: io ho continuato ad andare in Piazza San Pietro e ho continuato ad aspettare fino alla fine la Tua nuova luce, in una certezza intellettuale e morale che trovava il suo incrollabile fondamento nella Tua promessa: “Portae Inferi non praevalebunt”.
Solo i furbi e gli stolti, gli ipocriti e i bugiardi, possono non cogliere il significato simbolico delle luci che si spengono. E delle finestre che rimangono chiuse, con le loro stanze vuote.

lunedì 9 marzo 2015

“Angeli præsértim præsídio, cujus familiári consuetúdine gloriósum de eo triúmphum reportávit. Grátia curatiónum et prophetíæ dono enítuit, quo et futúra prædíxit et córdium secréta penetrávit” (Lect. VI – II Noct.) - Stæ FRANCISCÆ ROMANÆ (DE PONTIANIS), VIDUÆ



Oggi è una santa romana, una figlia spirituale di san Benedetto, un’oblata dell’abbazia di Santa Maria Nova, la quale, nel corso del XVII sec., per ordine di Innocenzo X, entrò nel calendario della Chiesa universale in qualità di modello e di celeste patrona della vedovanza, come santa Monica e santa Giovanna de Chantal.
La messa è quella del Comune, Cognovi, ma la colletta è propria e fa allusione al favore accordato alla santa (+ 1440), che, in molti anni, poté contemplare visibilmente a suo fianco il suo angelo custode, con il quale si intratteneva familiarmente.
Celebrata nelle grandi basiliche romane, questa festa acquista una grazia ed un fascino particolari. In effetti, lì, il ricordo di Francesca Busa (o Bussa) è così vivo che ci sembra di vederla inginocchiata presso le tombe dei martiri, rapita in estasi o assorta in preghiera. Con la mente la possiamo vedere in vesti dimesse – lei, la nobile sposa di Ponziani – con un carico di legna sulle spalle mentre da Porta Portese o dalla via di Ostia si reca alla casa delle Oblate fondata da lei ai piedi del Campidoglio, ovvero, più ammirabile ancora, confusa nella folla dei poveri che domandano l’elemosina sotto il portico della basilica di San Paolo, in occasione della messa stazionale della domenica di Sessagesima.
Ma tra tutti i santuari romani, che possono vantare ricordi di santa Francesca, due soprattutto conservano ancora come il profumo, per così dire, della sua presenza: queste sono la basilica di Santa Maria Nova, oggi nota anche come Basilica di Santa Francesca Romana, dove ella si offrì come oblata dell’Ordine di san Benedetto e dove riposa il suo corpo (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 150-152; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 352), e l’antica dimora Turris Speculorum ai piedi del Campidoglio, nel rione Campitelli, ove ella visse con le nobili oblate che aveva raccolto intorno a sé. Un terzo santuario ricorda anche le sue virtù: è il palazzo trasteverino, a Ponte Rotto, a poca distanza dalla basilica di Santa Cecilia, della famiglia dei Ponziani, convertito oggi in casa di esercizi spirituali per preparare i bambini alla Prima Comunione e di accoglienza dei pellegrini: qui la santa visse col suo sposo, Renzo (Lorenzo) Ponziani, che aveva sposato nel 1396, santificando la sua famiglia. Là, infine, venendo da Tor de’ Specchi, per assistere uno dei suoi figli malati, fu colpita pur’ella da una grave malattia, restandovi per ordine del suo confessore e rendendo lì la sua anima a Dio il 9 marzo 1440.
Un’altra chiesa esiste nel quartiere Ardeatino, Santa Francesca Romana all’Ardeatino, edificata nel 1936.
Santa Francesca è la celeste patrona degli Oblati benedettini e modello di donna cristiana, sposa e vedova. In effetti, secondo il sentimento dell’Apostolo, le vedove sono chiamate ad una santità particolare, poiché il fascino della prima giovinezza è sfiorito e l’anima, convinta ormai della caducità delle cose umane, non trova che un solido appiglio che nel Signore. Le virtù proprie di questo stato, in cui, nell’età apostolica, si reclutavano le diaconesse, sono la fiducia in Dio, la preghiera assidua, la mortificazione dei sensi e le opere di carità verso il prossimo.
La nostra santa fu privilegiata, come detto, dal poter intrattenere delle relazioni familiari con il suo angelo custode. Quando si legge la vita di santa Francesca, si ha l’impressione che ella visse bene più nel mondo spirituale che in quello terrestre. Furono soprattutto le sue relazioni con il mondo beato degli angeli che donarono alla sua vita un carattere particolare. Nelle diverse tappe della sua esistenza, si osservano tre angeli di ordine differente accanto a lei. Questi angeli sono destinati sempre a proteggerla contro gli attacchi infernali ed a condurre gradualmente la sua anima a perfezione.
Giorno e notte, la santa vedeva il suo angelo occupato in lavori misteriorsi. Con tre bastoni d’oro, egli filava senza sosta dei fili d’oro che passava intorno al suo collo ed avvolgeva rapidamente in gomitoli. Sei mesi prima della morte di Francesca, egli cambiò lavoro. In luogo di continuare a filare i fili d’oro, egli tesseva, con quelli che aveva, tre tappeti di differenti grandezze. Questi tappeti erano senza dubbio il simbolo delle opere della santa, come giovane donna, madre di famiglia e fondatrice di un Ordine. Poco prima della sua morte, Francesca osservò che l’angelo affrettava il suo lavoro e mostrava un’aria gioiosa e contenta. Nel momento in cui il terzo tappeto raggiunse le misure fissate, l’anima della santa salì verso le gioie eterne (Cfr. Paola Giovetti, Angeli. Esseri di luce, messaggeri celesti, custodi dell’uomo4, Roma 2005, p. 47. In generale, sui rapporti tra la nostra Santa e gli spiriti celesti, cfr. Massimo Stanzione – Carmine Alvino, Santa Francesca Romana e gli angeli, Tavagnacco 2012, passim).

Orazio Gentileschi, Visione di S. Francesco Romana, 1615-19, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Francesco Naselli, S. Francesca Romana e l'angelo, 1620 circa, Museo diocesano, Ferrara


Nicholas Poussin, Visione di S. Francesca Romana annunciante la fine della peste, 1657 circa, Musée du Louvre, Parigi

Carlo Maratta, Visione di Santa Francesca Romana, 1654

Giovanni Battista Caliari, S. Francesca Romana, XIX sec., museo diocesano, Verona

Cristofano Robetta, Beata Francesca Romana, 1495-1500, British Museum, Londra

Francesco Rosaspina, S. Francesca Romana, 1836, Pinacoteca civica, Cento