Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 11 dicembre 2017

La questione della lingua nella liturgia

Nella festa del grande epigrafista e poeta San Damaso, papa e confessore, di cui fu segretario l’altrettanto grande S. Girolamo al quale commissionò la traduzione latina – ufficiale – della Bibbia, rilanciamo questo contributo.


Carlo Maderno, S. Damaso, 1612 circa, portico della Basilica di S. Pietro, Basilica di S. Pietro, Città del Vaticano, Roma

Altare con urne dei santi Damaso ed Eutichio, Basilica di San Lorenzo in Damaso, Roma

Francesco Botticini, S. Girolamo tra i SS. Damaso, Eusebio, Paola ed Eustochio, con i donatori (card. Pietro Rucellai e suo figlio), 1490, National gallery, Londra

Pedro Augusto Gugliemi, Litografia di S. Damaso papa, 1840, Biblioteca Nacional de Portugal, Lisbona

La questione della lingua nella liturgia

Ricorre oggi la festa di Papa San Damaso I (+384), che tra le molte sue opere vien ricordato per aver commissionato a S. Girolamo una nuova traduzione ufficiale della Bibbia, e aver disposto che la liturgia romana venisse officiata in latino, e non in greco come avveniva in precedenza.



Si è recentemente svolto a Venezia un convegno sulla questione della lingua nella liturgia, analizzata a partire dalla cosiddetta disputa trilinguista, accaduta nel IX secolo proprio nella città lagunare, ove alcuni ecclesiastici rimproverarono i Santi Cirillo e Metodio di aver tradotto i testi liturgici in slavo, quando le uniche lingue ammesse nelle cose sacre sarebbero state le tre del Titulus Crucis, ovverosia l’ebraico, il greco e il latino. Tra gl’interventi, molto interessante è stato quello di un sacerdote greco-ortodosso e professore, da cui traggo lo spunto per la stesura di questo breve articolo.
Posto che Nostro Signore Domineiddio comprende tutte le lingue, ci fu un motivo se per le cose sacre ogni popolo scelse lingue che non erano di uso comune, varianti arcaiche e non più comprese dal popolo. L’elenco seguente vuole presentare soltanto alcuni esempi: il greco koinè per la Chiesa costantinopolitana, il paleoslavo ecclesiastico per quella slava, il ge’ez per quella etiope, l’armeno classico per quella armena, l’aramaico per la quella siriaca, il latino per la Chiesa occidentale... persino le confessioni protestanti che mantengono in sé l’idea di una “high church” (e cioè il luteranesimo classico e l’anglicanesimo ufficiale, non influenzati dalle istanze riformate e di stampo carlostadiano) usano una versione poetica e medievale della loro lingua per la liturgia. Ma addirittura i pagani facevano uso di lingue antiche e incomprese dal popolo: Quintiliano ci riferisce che nel I secolo d.C. i sacerdoti salii, durante le processioni in onore di Marte e Quirino, cantavano degli stichi sacri, i cosiddetti carmina saliaria, in un linguaggio talmente arcaico che nemmeno loro stessi sapevano cosa stessero dicendo.
Molti Papi del XX secolo si sono adoperati per difendere la purezza della lingua latina nella liturgia: memorabile fu l’intervento di Pio XII durante un convegno, avendo ei detto che “sarebbe tuttavia superfluo il ricordare ancora una volta che la Chiesa ha serie ragioni per conservare fermamente nel rito latino”. Pio XI invece, nell’epistola apostolica Officiorum omnium, scriveva che: “infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli, richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare”. Persino Giovanni XXIII con la costituzione Veterum sapientia ribadì vieppiù l’indispensabilità del latino, la cui conservazione “non è solo una questione di cultura o di lettere, ma propriamente una questione di Religione”. Uno dei motivi più additati dai Pontefici, fu l’espressione dell’unione di tutta la Chiesa latina alla sua origine romana, come testimoniarono S. Pio X e Leone XIII, così come lo slavo ecclesiastico unisce tutte le chiese slave e quella greca tutte le chiese che si riferiscono alla tradizione costantinopolitana.
In questa analisi bisogna stare molto attenti, per non sfociare in un assurdo e antistorico romanocentrismo tipico di una certa parte tradizionalista, a non considerare tutto in prospettiva romana. La prima lingua usata nella liturgia fu il greco, anche a Roma. Dunque è inutile invocare una predilezione divina per la lingua latina o cose del genere che non farebbero che rendere antistorica e risibile una tesi del genere, senza contare l’annoso problema d’incoerenza con il fatto che la Chiesa Cattolica sempre ammise che le Chiese Orientali in comunione con essa (e financo le compagini balcaniche di rito latino) utilizzassero la loro propria lingua liturgica. L’analisi è invece molto semplice e definitiva: in qualsiasi religione (meno che nell’irreligione, quella a cui cerca di avvicinarsi il modernismo) esistono uno spazio sacro inviolabile, degli oggetti sacri intoccabili. Così, esiste giocoforza una lingua sacra immutabile, che dovrà conservarsi sempre tale, poiché espressione dell’immutabilità della Chiesa e della liturgia; proprio come l’oggetto liturgico, che in sé non ha nessuna elezione ab origine, ma viene costruito con una forma dignitosa e immutabile per uno scopo alto e immutabile qual’è la Sacra Liturgia. I caratteri di una lingua sacra vengono dunque ad essere: l’immutabilità (perché sia espressione della continuità perenne della Chiesa e del rito), l’arcaicità (perché sia distaccata dall’uso quotidiano), l’elevatezza (perché si adatti all’azione più sacra di tutte, la liturgia).
Avendo già parlato dell’immutabilità, vengo all’arcaicità. Ciò che rende gravemente errata l’analisi del Gueranger è sostenere che le Chiese Orientali avessero preferito introdurre la lingua del popolo, la quale poi si fossilizzò nella forma dell’epoca, “venendo a contatto coi misteri dell’altare”. La cosa è necessariamente antistorica: anzitutto, la prima lingua liturgica fu proprio orientale, ossia il greco; non già il greco del I secolo d.C., però, ma una sua forma più pura, risalente al IV secolo a.C., ricca peraltro di composti tipici della poesia epica, di certo non parlata dalla gente comune a quel tempo. Il latino fu un’introduzione successiva, ma comunque fu introdotto in una forma “classica” di quattro secoli anteriore rispetto a quella in uso al tempo, una forma lontanissima dall’uso parlato persino degli abitanti dell’Urbe. Stesso discorso può farsi per le altre lingue liturgiche succitate, compreso lo slavo ecclesiastico, che ad oggi i linguisti studiano accuratamente, dacché è formato un corpus di fonemi, lessemi e strutture che si rifanno a una lingua “panslava” ben anteriore al IX secolo, quasi sicuramente non più in uso tra il popolo in quegli anni.
Ma perché si rende necessario l’uso di una lingua arcaica, incompresa? Lo si è già accennato, per mantenere il necessario distacco tra il quotidiano e l’eterno, tra il contingente e il trascendente, tra il profano e il sacro; la stessa separazione fisica che la balaustra e l’iconostasi trasmettono, la trasmette l’uso della lingua antica. L’istanza che il popolo capisca la liturgia, infatti, può essere eretica in due modi:
- gnostica, poiché ammette che l’esperienza religiosa avviene solo attraverso la comprensione totale di essa, e dunque l’uomo, insuperbito nelle sue potenzialità, diventa il vero attore della Religione
- protestante, poiché ammette che lo scopo principale della liturgia sia la catechesi del popolo, quando sappiamo che nella religione cattolica la Divina Liturgia è essenzialmente il Sacrificio di Nostro Signore sul Calvario, e solo secondariamente si esercita il munus docendi, la predicazione, che deve certo avvenire in lingua volgare, ma è in sé nettamente separata e inferiore rispetto all’officio dei Sacri Misteri.
Ciò non significa che chiunque voglia comprendere qualcosa della liturgia rischi di sfociare in una delle summenzionate eresie: come noi possiamo sapere cosa fa il sacerdote dietro l’iconostasi, così noi possiamo leggere dai messalini la traduzione della liturgia. Ma, pur sapendo cosa stia facendo, noi non vediamo il sacerdote dietro l’iconostasi, così come, pur sapendo cosa stia dicendo, non capiamo le sue parole. In ciò si verifica mirabilmente e sensibilmente la distinzione invalicabile tra sacro e profano.
Contraria a questo principio è anche la lettura in lingua volgare di Epistola e Vangelo durante la Messa tradizionale (anche dopo che siano stati cantati in latino), così come purtroppo sulla scorta del Movimento Liturgico molti “tradizionalisti” oggi fanno. La Chiesa Cattolica ha sempre riprovato e condannato come eretiche le proposizioni per cui fosse doveroso da parte dei Cattolici il leggere le Sacre Scritture, l’averle accessibili in lingua volgare, etc. Ciò non significa assoluta impossibilità di leggere le Scritture, né di averle tradotte in lingua volgare, ma ne esclude assolutamente l’uso durante la Sacra Liturgia, poiché sarebbe un accordo alle tesi gianseniste, per le stesse questioni succitate. E a volte, in ciò, il popolo, nato nella religione, risulta spontaneamente più fedele rispetto all’irreligione modernista della gerarchia (che vorrebbe invece attribuire le sue riforme a delle non meglio precisate istanze popolari): mi raccontarono che in una chiesa ortodossa, dopo che il Vangelo fu letto in greco classico, il celebrante prese a rileggerlo in greco moderno. Il popolo si sedette e i concelebranti indossarono il copricapo, poiché spontaneamente essi non lo avvertivano come Vangelo, dal momento che non veniva cantato nella lingua sacra.
Nonostante le molte cose che dovrebbero essere dette a riguardo del punto superiore, non voglio allungare eccessivamente quella che si propone di essere un’analisi sintetica, e passo immediatamente a concludere col secondo punto: l’elevatezza. Si è detto che a scopo altissimo deve corrispondere un linguaggio elevatissimo; e qui si viene a un comportamento antitradizionale tipico di alcuni esponenti cattolici degli anni ‘50, quello della “ritraduzione” in un latino più “classico e polito” (come la Nova Vulgata di Bea). Essi non comprendevano la grande differenza tra l’elevatezza dello stile tipica degli autori profani e pagani, ricercata attraverso strutture sintattiche complesse e raffinate figure retoriche, e quella tipica della Sacra Scrittura e dei testi liturgici, che invece è data dall’incommensurabilità medesima dei misteri che da essi vengono trasmessi.
Non voglio nemmeno riflettere su quale enorme tesoro è stato perduto dalla Chiesa Cattolica quando essa, nella sua parte ufficiale, abbandonò de facto la lingua latina (pur conservandola de jure), né su cosa sta rischiando l’Ortodossia greca scadendo negli stessi errori modernisti e filogiansenisti. Voglio chiudere citando due testi liturgici, in latino e greco, e lasciando che, assaporandone l’elevatezza inarrivabile trasmessa dai mirabili misteri della fede che vengono trattati, possiamo godere di quell’inestimabile patrimonio sacro trasmessoci dai Padri e conservato purtroppo ormai solo da poche persone rimaste fedeli alla Tradizione.

Deus, qui humánæ substántiæ dignitátem mirabíliter condidísti, et mirabílius reformásti: da nobis per hujus aquae et vini mystérium, eius divinitátis esse consórtes, qui humanitátis nostrae fieri dignátus est párticeps, Jesus Christus Fílius tuus Dóminus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia saécula saeculórum. Amen.
(rito romano, formula di benedizione dell’acqua da infondere nel vino)

Οἱ τὰ Χερουβεὶμ μυστικῶς εἰκονίζοντες, καὶ τῇ ζωοποιῷ Τριάδι τὸν τρισάγιον ὕμνον προσᾴδοντες, πᾶσαν τὴν βιωτικὴν ἀποθώμεθα μέριμναν, ὡς τὸν Βασιλέα τῶν ὅλων ὑποδεξόμενοι, ταῖς ἀγγελικαῖς ἀοράτως δορυφορούμενον τάξεσιν. Ἀλληλούϊα.
(rito greco, inno cherubico)

venerdì 19 agosto 2016

Lutero, un Machiavelli della fede

Da più parti si sentono rumours circa una possibile riabilitazione di Lutero (cfr. Danilo Castellano, Riabilitare Lutero?, in Radiospada, 14.7.2016). Non è una novità. Forse si dimentica che lo stesso Benedetto XVI era sostanzialmente favorevole a questo, sostenendo che l’eresiarca «aveva molte idee cattoliche»; che sarebbe stato un riformatore e non un eretico (cfr. Giacomo Galeazzi, Ratzinger riforma Lutero “Aveva molte idee cattoliche”, in La Stampa, 5.3.2008).
Molti vorrebbero celebrare il 500° anniversario della disobbedienza dell’eresiarca Lutero, cioè di quella che fu una vera sciagura, insieme a quella dei suoi complici come Calvino, della religione cristiana e che causerà gravi danni sono venuti all’Europa dalla diffusione di quel veleno. Già, del resto, qualificarlo “riformatore” e non per quello che è, cioè eretico, così come affermare che egli avesse “molte idee cattoliche”, costituisce un chiaro ed inequivocabile indice della volontà riabilitativa del personaggio, contraria al Magistero della Chiesa ed all’insegnamento dei Santi. Forse a costoro sfugge il magistero di Leone X, che condannò tutte, o quasi, le idee luterane. In Lutero, già a partire dalle sue 99 tesi, il cattolicesimo si era affievolito, sino a scomparire del tutto negli ultimi suoi libelli. Leone X, vero Papa degno di questo nome, stigmatizzò le idee luterane respingendole, rigettandole totalmente come eretiche, scandalose, false, offensive per le orecchie pie o in quanto capaci di sedurre le menti degli uomini semplici e in contraddizione con la fede cattolica (Bolla Exsurge Domine). E come cattolici si deve prestare fede a quanto stabilito da un Papa come Leone X, attento al bene della Chiesa, piuttosto che ai fallaci tentativi riabilitativi posti in essere da altri. Come cattolici non possiamo non condividere il giudizio caustico di vero docente cattolico, che si esprimeva in questi termini sul nostro eresiarca:
«“Porci, asini, canaglie” erano gli epiteti che Lutero riservava ai suoi avversari. Egli stesso riconosceva di non saper dominare il suo carattere violento. Sui contadini, da lui aizzati alla guerra contro i signori e poi abbandonati, scrisse. “Era tempo ormai di sgozzare i contadini come cani rognosi”. Nei suoi discorsi a tavola così parlava delle tentazioni della carne: “In realtà a questa tentazione il rimedio è facile: vi sono ancora donne e giovanette”. Per edificarsi si leggano negli stessi “Discorsi conviviali” le delicate parole sulle più basse funzioni del corpo. Avendo giurato davanti al cielo e alla terra di restare in perpetua castità, si rese spergiuro e sacrilego, passando poi anche a indegne nozze con una ex monaca, anch’essa spergiura e sacrilega, Caterina Bora. Si decise al matrimonio non solo per soddisfare le sue passioni, ma anche “per far tacere le insinuazioni delle male lingue” che sparlavano delle sue frequenti relazioni con Caterina e con altre ex monache sue compagne. Dopo il suo matrimonio, per non scontentare il suo potente protettore Filippo d’Assia, lo autorizzò a prendersi una seconda moglie, oltre la legittima ancora vivente: e questo - scrisse - “per la sua pace e la salute dell’anima sua”! Risaputa la cosa, non ebbe scrupolo a smentirla con una potente bugia. Riassumendo: omicida e suicida (secondo don Villa), eretico insensato, bestemmiatore accanito, bevitore impenitente, gozzovigliatore formidabile (fu definito per questo il “doctor plenus”), spergiuro e sacrilego, apostata, impuro (veniva chiamato “saxonicus porcus”), di facile scurrilità e trivialità, violento nelle passioni, egocentrico e megalomane, verbalmente aggressivo, nemico mortale del Papa e della Messa. A lui si deve la perdurante apostasia di mezza Europa, ossia (salvo imperscrutabili disegni dell’Onnipotente) la dannazione eterna di intere popolazioni» (v. qui. Sulla poligamia autorizzata da Lutero per il langravio (conte) Filippo I d’Assia (Hessen) detto il Magnanimo, v. Matilda Joslyn Gage, Woman, Church and State: a historical account of the status of woman through the Christian ages: with reminiscences of the matriarchate, N.Y., 1893, 2° ed., pp. 398-431. Sulla figura di Filippo d’Assia e sulla sua poligamia, v. qui).
Ecco quanto scriveva S. Giovanni Bosco sul personaggio: «... Se volessi, o figli, continuare a raccontarvi le innumerevoli contraddizioni di Lutero, non che le brutte e vili espressioni che dava alle cose più sante, i titoli i più villani dati ai più distinti personaggi, ed ai più grandi dottori della Chiesa, ve lo dico schiettamente, non la finirei più. Vi basti il sapere ch’egli stesso asseriva di essere stato mandato dal demonio a riformare la Chiesa, e vantavasi di averlo avuto per suo maestro. Così nel suo libro da lui intitolato: De abroganda Affissa privata, nel quale narra un suo colloquio avuto col demonio, e come ad istigazione di lui egli si movesse a togliere la Messa ...» (san Giovanni Bosco, Il cattolico istruito nella sua religione, Trattenimento XX). Per questo, si può ritenere veritiero quanto affermava la beata Serafina Micheli che vide misticamente Lutero all’inferno (v. don Marcello Stanzione, Suor Serafina Micheli e la visione di Lutero all’Inferno, in Milizia di San Michele Arcangelo, 2011; La posizione di Martin Lutero all’inferno/ Extra Ecclesiam nulla salus, in Radiospada, 24.8.2012).

Lutero, un Machiavelli della fede

di Francesco Agnoli

In occasione del cinquecentesimo anniversario della rivoluzione di Martin Lutero lo scontro tra cardinali tedeschi è già da tempo in atto: da una parte i cardinali Kasper e Marx, che di Lutero si dichiarano apertamente ammiratori, dall’altra i porporati Mueller, Brandmuller e Cordes, che si collocano invece nel solco del pensiero cattolico, vedendo in Lutero l’uomo che deformò il Vangelo e spezzò la Chiesa, dividendo così la Cristianità e l’Europa.

Non si tratta, però, solo di un dibattito teologico “alto”; vi sono implicazioni anche riguardo al diritto naturale ed al modo di concepire il matrimonio cristiano. Kasper e Marx stanno cercando da alcuni anni, dopo l’abdicazione di Benedetto, di limitare la condanna dell’adulterio e di legittimare, più o meno apertamente, le seconde nozze, con aperture graduali anche al matrimonio gay. Cosa c’entra in tutto ciò Lutero?

Forse ben più di quanto si creda. Anzitutto, riguardo alla dottrina, perchè egli nega il carattere di sacramento al matrimonio, e lo sottopone alla giurisdizione secolare, cioè al potere dei sovrani, degli Stati. Questa concezione desacralizza il matrimonio e lo priva del suo tradizionale significato soprannaturale. 

Tomba di Katharina von Bora,
chiesa di St. Marien, Torgau
Sul piano dei fatti, la prima cosa da ricordare è il matrimonio di Lutero con una ex suora cistercense, Caterina von Bora, da cui avrà 6 figli. I due vanno ad abitare nell’ex convento agostiniano di Wittenberg, donato loro dal principe elettore di Sassonia (il quale deve a sua volta a Lutero il fatto di essere diventato proprietario dei beni della Chiesa cattolica nelle sue terre). Lutero e Caterina divengono così un modello tanto che, sul loro esempio, i riformati “si adoperarono parecchie volte, spesso in intere comitive, per strappare le religiose dai loro chiostri, per farne le loro spose”. 
Dopo un ratto di religiose che ha luogo la notte del sabato santo 1523, Lutero definisce l’organizzatore dell’impresa “felice ladro” e si congratula con lui per aver “liberato queste povere anime dalla prigionia” (vedi Jacques Maritain, I tre riformatori. Lutero. Cartesio. Rousseau, Morcelliana, Brescia, 1990, p. 215). Sono gli anni in cui molte religiose tedesche vengono costrette a lasciare i monasteri, spesso controvoglia, e a tornare alle proprie case, oppure a sposarsi.

Il secondo fatto da ricordare è il seguente: Lutero, per non perdere l’appoggio del langravio Filippo d’Assia, “uno dei due pilastri politici sui quali si reggeva il luteranesimo”, gli concede di sposare in seconde nozze la damigella diciassettenne Margarete von Saale. Filippo ha già una moglie, Cristina di Sassonia, dalla quale ha avuto sette figli. Siamo nel 1539. Lutero non vuole scandali rumorosi, non vuole giustificare pubblicamente una bigamia, ma deve acconsentire alle richieste di Filippo, libertino incallito, malato di sifilide, ma “necessario per conservare integra la forza militare della riforma”.

Per questo decide di agire con furbizia: sperando che nessuno lo venga a sapere, comunica segretamente a Filippo che il matrimonio supplementare può essere determinato da una “necessità di coscienza”. In altre parole: la bigamia va bene, ma basta che non diventi pubblica. Scrivono Lutero e Melantone: “Se dunque vostra Altezza è definitivamente decisa a prendere una seconda moglie, il nostro parere è che ciò deve rimanere segreto”. A nozze avvenute, Filippo invia a Lutero, ormai da tempo dedito a mangiate e bevute imponenti, “una botte di vino, che giunse a Wittenberg quando ormai il segreto della bigamia era trapelato ad opera della sorella del langravio”. 

Sentendosi nei guai, Lutero, che meriterà da Tommaso Campanella il titolo di “Machiavelli della fede”, consiglia a Filippo di dichiarare pubblicamente che Margarete non è la sua moglie legittima, “sostituendo l’atto di matrimonio con un altro atto notarile che dichiarasse che Margarete era solo la sua concubina”. Filippo rifiuta, ed anzi chiede a Lutero di confermare pubblicamente di aver concesso lui stesso la dispensa. Ma Lutero, che in altre occasioni non esiterà a proporre traduzioni fasulle di passi biblici, pur di avere ragione, risponde che il suo consiglio era segreto, “e ora diventava nullo perché era stato reso pubblico” (Federico A. Rossi di Marignano, Martin Lutero e Caterina von Bora, Ancora, Milano, 2013, p. 343-347; Angela Pellicciari, Martin Lutero, Cantagalli, Siena, 2013, p. 109-113). 

Pochi anni prima di questi fatti, nel 1531, Lutero, in una delle sue tante lettere alla ricerca del favore dei potenti, ha scritto ad Enrico VIII re d’Inghilterra che sì, il matrimonio è indissolubile, però... con il permesso della regina si può sposare una seconda moglie, come nell’Antico Testamento. Come sappiamo, Enrico chiederà la dispensa non a Lutero, ma al papa di Roma, ma non ottenendola, coglierà la palla al balzo: proclamerà la scisma con Roma, e alla fine, di ripudio in ripudio, “in coscienza”, arriverà alla ragguardevole cifra di 6 mogli (alcune delle quali fatte uccidere senza scrupoli).

Se l’effetto evidente della rivoluzione di Lutero riguardo al matrimonio, è dunque il pretesto fornito a se stesso per gettare la tonaca e il pretesto fornito ai principi per permettere loro di ripudiare le legittime consorti e vivere in poligamia, anche sul piano della dottrina tutto è destinato gradualmente a cambiare. Bisogna sempre tener conto di un fatto: Lutero guarda costantemente alla nobiltà germanica come al suo principale interlocutore, di cui ha bisogno per vincere la sua lotta con Roma. E la nobiltà germanica, come quella di altri paesi, è in lotta con la Chiesa non solo per questioni politiche e di potere, ma anche sulla dottrina del matrimonio: spesso i nobili non accettano l’indissolubilità, né i vincoli al matrimonio imposti da Roma (divieto di matrimoni combinati, di matrimoni tra consanguinei...).

Inoltre, per motivi legati alle loro condizioni sociali o ereditarie i nobili reclamano più degli altri il diritto dei genitori di concedere o negare il consenso ai nubendi, mentre la Chiesa romana, al contrario, riconosce solo ai nubendi, in quanto unici ministri dello stesso, il diritto di decidere del loro matrimonio. Cosa rispondono Lutero e i riformati a queste “esigenze” nobiliari, e non solo. Anzitutto criticando l’indissolubilità assoluta. 

Lutero riconosce così almeno 4 cause per il divorzio: l’adulterio, l’impotenza sopraggiunta durante il matrimonio (mentre quella antecedente è causa di nullità, come per la Chiesa), la “diserzione maliziosa” e l’ostinazione tenace del coniuge nel rifiutare l’amplesso maritale (riguardo a quest’ultima causa, arriva a scrivere: “Se la moglie trascura il suo dovere, l’autorità temporale la deve costringere, oppure metterla a morte”).

Inevitabile che le aperture di Lutero ne generino di ulteriori, come quelle degli anabattisti, favorevoli alla poligamia, o quelle del suo discepolo M. Butzer, per il quale Cristo non avrebbe mai abolito il ripudio, e spetterebbe alle autorità politiche legiferare, senza limiti nè condizioni, riguardo al divorzio. Inoltre Lutero e i riformati insistono, con accenti diversi, sull’opportunità del consenso dei genitori, rimproverando la Chiesa di ridurne l’importanza, e si battono per ridurre gli impedimenti di consanguineità (Jean Gaudemet, Il matrimonio in Occidente, Sei, Torino, 1996, p. 207-2012).

La Chiesa cattolica, dal canto suo, con il Concilio di Trento, prenderà in esame la posizione di Lutero, ribadendo una volta per sempre il carattere sacramentale del matrimonio e la sua indissolubilità, negando la liceità del divorzio luterano, ribadendo, nonostante le pressioni della nobiltà francese, che il consenso dei genitori, pur opportuno, non è vincolante e condannando l’assunto luterano secondo cui vivere in castità è impossibile. La posizione espressa dal Concilio di Trento verrà ribadita dalla Chiesa e dai pontefici per 500 anni, senza mutamenti.

Fonte: La nuova bussola quotidiana, 18.8.2016

sabato 6 agosto 2016

Un nuovo genere di fede? Confutazione di un articolo comparso sulla rivista "Apulia Theologica"

Pubblichiamo volentieri questa critica ad un articolo comparso sulla rivista della facoltà “teologica” pugliese Apulia Theologica, con la quale vengono stigmatizzate le tesi discutibili diffuse su questa. In primo luogo: la negazione dell’ispirazione divina delle Sacre Scritture, e dunque del valore della Rivelazione. Si dimentica in tal modo quanto insegna l’Apostolo Paolo, che chiama le Scritture eloquia Dei (Rom. 3); nonché quanto lo stesso rammenta al suo discepolo Timoteo nella sua II Epistola (2 Tim. 3, 16) e cioè che omnis Scriptura divinitus inspirata. Diversamente opinando, meglio opinando come ritiene la rivista pugliese, sottolinea sant’Agostino, tota scripturarum vacillaret auctoritas, ideoque et fides nostra (de doct. Christ., lib. I, cap. 27).
Per questo, come cattolici ribadiamo e riaffermiamo quanto stabilisce, tra l’altro, il Beato Pio IX in modo infallibile: «… Questa Rivelazione soprannaturale, secondo la fede della Chiesa universale, proclamata anche dal santo Concilio Tridentino, è contenuta nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte ricevute dagli Apostoli dalla stessa bocca di Cristo o dagli Apostoli dalla stessa bocca di Cristo o dagli Apostoli, ispirati dallo Spirito Santo, tramandate di generazione in generazione fino a noi [CONC. TRID., Sess. IV, Decr. De Can. Script.]. Ora questi libri, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, integri in tutte le loro parti, come sono numerati nel decreto del medesimo Concilio e come si trovano tradotti nell'antica edizione latina, devono ritenersi per sacri e canonici. La Chiesa li considera sacri e canonici non perché, composti da opera umana, siano poi stati approvati dalla sua autorità, e neppure perché contengono la Rivelazione divina senza errore, ma perché, essendo stati scritti sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio come autore e come tali sono stati affidati alla Chiesa. Poiché quelle cose che il santo Concilio Tridentino decretò per porre conveniente freno alle menti presuntuose sono state interpretate in modo malvagio da taluni, Noi rinnoviamo il medesimo decreto e dichiariamo che questo è il suo significato: nelle cose della fede e dei costumi appartenenti alla edificazione della dottrina Cristiana deve essere tenuto per vero quel senso della sacra Scrittura che ha sempre tenuto e tiene la Santa Madre Chiesa, alla cui autorità spetta giudicare del vero pensiero e della vera interpretazione delle sante Scritture; perciò a nessuno deve essere lecito interpretare tale Scrittura contro questo intendimento o anche contro l'unanime giudizio dei Padri» (Beato Pio IX, Cost. Ap. Dei Filius, cap. II).
Lo stesso Pontefice, sempre infallibilmente, stabilì nel can. 4 relativo a questo capitolo: «Se qualcuno non accetterà come sacri e canonici i libri interi della sacra Scrittura, in tutte le loro parti, come li ha accreditati il santo Concilio Tridentino, o negherà che siano divinamente ispirati: sia anatema».
Ci domandiamo legittimamente come si faccia, al giorno d’oggi, a rimettere in discussione elementari verità di fede, solennemente affermate, e se sia davvero lecito rispolverare, in chiave relativista, antiche eresie, già condannate dalla Chiesa, quale lo gnosticismo. Nell’articolo, in effetti, si confuta l’idea gnosticheggiante, per la verità mai del tutto sopita all’interno di correnti eretiche di marca neoplatonica, di un Dio “femminilizzato”, che è un caposaldo della “teologia” da strapazzo fondata sulla concezione di quell’Androgino (cioè Ermafrodito, Uomo-Donna) primitivo, vagheggiato dalle tradizioni esoteriche (e che sarebbe presente, in questa prospettiva, pure nella Divinità …), e che sarebbe fondato sull’errata interpretazione del passo della Genesi laddove si afferma che l’uomo sarebbe immagine e somiglianza di Dio. Si dimentica però – come ben spiega l’Aquinate (ah quanto male deriva alla Chiesa dal non seguire più nei seminari e nelle scuole teologiche l’insegnamento dell’Angelico!) - che le creature irrazionali non sono a immagine e somiglianza di Dio: vi è in esse solo un vestigio del Creatore. Le creature angeliche innanzitutto, e poi anche gli uomini, sono a immagine di Dio (imago creationis) non nel corpo, ma nell’anima intellettuale. L’essenza dell’anima umana è immagine dell’unità della natura divina, le potenze, della Trinità delle Persone. Angeli e uomini possono poi essere a somiglianza di Dio nella Grazia, che è come una seconda creazione (imago recreationis), questa volta sovrannaturale, che diventerà consumata nella Gloria (imago similitudinis). Questa somiglianza non è comune a tutti gli uomini, ma solo a quelli che sono in grazia di Dio: può essere acquistata, ma anche perduta. Infine, l’uomo e la donna sono ad immagine di Dio per quel che riguarda il principale (l’anima spirituale e le sue potenze) ma solo l’uomo (vir) lo è per quel che riguarda gli aspetti secondari. In questo senso San Paolo afferma che «l’uomo è immagine e gloria di Dio, la donna invece è gloria dell’uomo» (per questo l’uomo deve pregare a capo scoperto e la donna col capo velato) perché «non viene l’uomo dalla donna, ma la donna dall’uomo; né fu fatto l’uomo per la donna, ma la donna per l’uomo» (1 Cor. 11, 9).
Risponde a queste “teologie”, che vorrebbero pure in Dio un principio femminino, sempre il nostro San Tommaso: «Come riferisce Sant’Agostino (12 de Trin. c. 5), alcuni ammisero nell’uomo l’immagine della Trinità, non rispetto a ciascun individuo, ma a più individui [della specie umana], affermando che “l’uomo fa pensare alla Persona del Padre; fa pensare a quella del Figlio ciò che deriva dall’uomo per generazione; e così dicono che la donna fa pensare alla terza Persona, cioè allo Spirito Santo, poiché essa è derivata dall’uomo, in maniera però da non essere figlio o figlia di lui”. La qual teoria appare assurda a prima vista. Primo, perché lo Spirito Santo verrebbe ad essere principio del Figlio, come la donna è principio della prole che nasce dall’uomo. Secondo, perché ciascun uomo non sarebbe fatto che a immagine di una sola Persona. Terzo, perché in questa ipotesi, la Scrittura avrebbe dovuto parlare dell’immagine di Dio nell’uomo soltanto dopo la produzione della prole». In una nota di commento alla Summa pubblicata dall’ESD, il domenicano Padre Tito Sante Centi ci precisa che la dottrina condannata era «abbastanza diffusa tra i Padri greci quando S. Agostino prese a refutarla» e ne sarebbe autore Metodio di Olimpo (+ 311). «La teoria - aggiunge p. Centi - ha trovato favore in alcuni teologi moderni, nonostante la netta opposizione di S. Agostino e di S. Tommaso».
Forse sarebbe bene che questi “teologi” neoplatonici ricordino la prescrizione del codice di diritto canonico: «I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa» (can. 212 § 1); «Coloro che si dedicano alle scienze sacre godono della giusta libertà di investigare e di manifestare con prudenza il loro pensiero su ciò di cui sono esperti, conservando il dovuto ossequio nei confronti del magistero della Chiesa» (can. 218).
Ci chiediamo se coloro che scrivono su questa rivista siano disposti a sottoscrivere e ribadire queste verità di fede … .

Un nuovo genere di fede?

di Manuela Antonacci

Ciò che più colpisce nel leggere i primi due saggi contenuti nella rivista della facoltà teologica pugliese Apulia Theologica, nel numero dedicato al tema del rapporto tra Maschile e Femminile nelle Sacre Scritture, è senza dubbio la scarsa considerazione che di esse emerge. Ciò appare chiaramente sin dall’Introduzione, a cura di Sebastiano Pinto che si apre con le seguenti, testuali parole: La Bibbia è scritta da uomini e riflette la prospettiva maschilista e patriarcale delle società arcaiche (cfr. S. Pinto, Uomo e donna nella Bibbia: generi a confronto. Quello che le donne non dicono ma fanno, in Apulia Theologica, 2 (2016),  Maschile/femminile a più voci. La problematica, a cura di A. Caputo – L. Renna, Ed. EDB, Bari 2016, p. 5). Affermazione piuttosto azzardata e arbitraria che considera il testo sacro opera squisitamente umana, ponendosi in aperta contraddizione con quanto è contenuto nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum a proposito della divina ispirazione delle Sacre Scritture.
Nel Capitolo III, sotto l’intestazione L’ispirazione divina e l’interpretazione della Scrittura la Costituzione afferma: «Le verità divinamente rivelate che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo […]» (DV 11).
L’analisi condotta da Sebastiano Pinto, nell’Introduzione e dalla teologa Selene Zorzi, nel primo saggio, invece, sembra smentire tutto questo.
Il quadro dell’Antico Testamento che ci forniscono è infatti assai povero e avvilente. Si tratta di un’analisi che tende a vivisezionare le Sacre Scritture e a tracciare un confine netto tra un Antico Testamento foriero di antiche ideologie patriarcali, che avrebbe influito in modo negativo sulla costruzione dei ruoli femminili, arrivando addirittura, nei secoli, a ridimensionare la missione delle donne cristiane; eppure, proprio l’Antico Testamento è composto, in parte, da libri dedicati a donne considerate straordinarie, Ester e Giuditta, descritte come esempi eccezionali di coraggio e fortezza, quindi virtù tipicamente “maschili”, fornendo un’idea tutt’altro che stereotipata della donna che ama e serve Dio; quanto al Nuovo Testamento, esso sarebbe dominato da un Gesù, il cui modo di vivere la propria virilità avrebbe portato, secondo le affermazioni di Selene Zorzi, alla costruzione di un modello di maschilità non “machista”, abbattendo finalmente, l’androcentrismo imperante nell’Antico Testamento. Nel suo saggio la teologa afferma, infatti, che: «La modalità in cui Gesù ha vissuto la sua mascolinità costituisce una critica alla maschilità androcentrica, a un assetto antropologico e sociale in cui l’uomo maschio è al centro e supporta piuttosto una prospettiva comunionale della Chiesa, della società e delle relazioni di genere. La mascolinità di Gesù può essere dunque il punto di confronto e ripensamento forte per le nuove forme di ricostruzione del maschile» (S. Zorzi, Maschile/ Femminile nella tradizione teologica, ivi, p. 44).
Certamente, il culmine della Rivelazione di Dio agli uomini è rappresentata da Cristo stesso, il Logos, la Parola per eccellenza, come sottolinea la stessa Dei Verbum: «La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione» (DV 2).
Il Figlio non solo è la persona che trasmette la verità, ma è Lui stesso la pienezza della Rivelazione.
Tuttavia, la storia della salvezza, dalla creazione ai patriarchi, dall'alleanza ai libri sapienziali, nelle parole e nei segni, è preparazione a questa rivelazione definitiva (cfr. DV 3). Per questo non ha senso operare un distinguo arbitrario tra contenuti più o meno “evoluti”, più o meno “maschilisti” più o meno “moderni” e “accettabili” all’interno delle Sacre Scritture, che invece sono il frutto dell'unico Autore divino.
Ponendosi, al contrario, in un’ottica sbagliata, ideologica e prevenuta si rischia, infatti, di fornire una lettura parziale e dunque superficiale del testo sacro, laddove, ad esempio, come nel saggio della Zorzi, ci si ostini a soffermarsi solo sull’uso “discriminante” delle categorie di genere e di determinate espressioni, perdendo completamente di vista la “sostanza” ovvero il messaggio di salvezza contenuto nei testi analizzati.
Ad esempio, nel racconto del Genesi, vero e proprio canto dell’amore di Dio che esplode nella creazione, la Teologa si sofferma sulla presunta misoginia contenuta nell’immagine con cui viene descritta la creazione di Eva «plasmata dalla costola di Adamo».  Espressione con cui, secondo la Zorzi, si intenderebbe sottolineare la presunta inferiorità di Eva (e quindi della donna) rispetto all’uomo, non valutando, nemmeno per un momento, invece, l’ipotesi più plausibile e sensata che con tale espressione, nel testo biblico si intenda, al contrario, affermare l’identità strutturale tra l’uomo e la donna, riconfermata nell’affermazione finale di Adamo: «Essa è carne della mia carne e ossa delle mie ossa».
Tutto questo comporta il pagamento di un prezzo salato: la perdita o forse la “dimenticanza” del messaggio di salvezza contenuto nel libro del Genesi.
Genesi è il punto di partenza della storia d’ amore e amicizia tra Dio e l’uomo, creato ad “immagine e somiglianza” del suo Creatore, non può essere ridotta ad un puzzle di espressioni più o meno limitanti e limitate.
Riducendo l’analisi del testo biblico alla descrizione puramente formale dell’uso delle categorie grammaticali di genere, come si evince dal saggio della Zorzi, si incorre nel pericolo di perdere la “perla preziosa” del Messaggio sotteso alle Sacre Scritture, che si dispiega nei modi e tempi più vari e creativi, in quanto suggeriti dallo Spirito stesso. A conferma di questo ci viene ancora una volta in soccorso la Dei Verbum: «Le verità divinamente rivelate che sono contenute ed espresse nei libri della Sacra Scrittura furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri. Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità affinché agendo Egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte. Poiché, dunque, tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere per conseguenza che i libri delle Sacre Scritture insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture» (DV 11).
Dio dunque è veramente l’Autore della Bibbia e nonostante la varietà dei suoi redattori umani, delle espressioni contenute in essa e del contesto storico-sociale in cui essi hanno vissuto e operato, la Sacra Scrittura è un testo profondamente unitario, a motivo dell’unicità del suo Autore.
Con forza la Tradizione della Chiesa afferma, attraverso la Dei Verbum, le parole dell’apostolo Paolo. «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona» (2 Tm 3, 16).
La perdita di tale consapevolezza porta ad una lettura parziale e deviante della Scrittura, così come emerge dal saggio della Zorzi, in particolare, nella sua analisi conclusiva in cui insiste nell’affermare che l’uso di un’immagine di Dio, solo al maschile, avrebbe contribuito a diffondere e giustificare la diffusione di un’ideologia “sessista”. A sostegno della sua tesi, la Zorzi cita Mary Daly (filosofa e teologa statunitense, nonché femminista radicale) la quale affermava che «Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio» (cfr. M. Daly, Al di là di Dio Padre. Verso una filosofia della liberazione delle donne, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 27) intendendo sottolineare, in questo modo, come Dio sia stato usato per supportare strutture sociali oppressive nei confronti delle donne.
È davvero il caso di verificare l’attendibilità dell’affermazione di Mary Daly, insieme ad un’altra sua “celebre” frase, questa volta rivolta direttamente contro la Chiesa Cattolica: «Una donna che chiedesse la parità nella Chiesa potrebbe essere paragonata a un nero che chiedesse la parità nel Ku Klux Klan» (Id., La Chiesa ed il secondo sesso, prefazione 2° edizione, Milano, Rizzoli 1982).
 In risposta a queste elucubrazioni basterà semplicemente portare degli esempi concreti, anzi “incarnati”: non parole ma fatti.
Fino a centocinquanta anni fa gran parte delle donne istruite era composta da cattoliche religiose e questo è tutt’altro che un caso. Pensiamo a santa Caterina da Siena, consigliera di papi e re, che la Chiesa ha definito “Dottore”, così come Ildegarda di Bingen (che Zorzi cita spesso nel suo saggio) che ha fornito contributi importanti nel campo della teologia, della medicina, della scienza, della musica ecc.
Come dimenticare Santa Teresa d’Avila che, dopo aver riformato un ordine religioso corrotto, ha fondato numerosi monasteri e ha scritto opere considerate dei “classici“ della teologia, anch’ella dichiarata Dottore della Chiesa? E infine (ma di esempi si potrebbe citarne all’infinito) Giovanna d’Arco, addirittura una donna guerriera che guidava gli uomini in battaglia.
Questo perché, in barba alle affermazioni denigratorie di chi accusa le Sacre Scritture e di conseguenza anche la Chiesa Cattolica che ne diffonde l’insegnamento, di aver in qualche modo diffuso una mentalità oppressiva nei confronti della donna, in realtà, questi e tanti altri casi concreti, dimostrano che non è esistita una religione - più del Cristianesimo - e un’istituzione - più della Chiesa Cattolica - che abbiano tanto promosso la donna; ma tale graduale emancipazione è stata ingiustamente trascurata (o forse dovremmo dire “discriminata”?) perché promossa da donne che indossavano l'abito religioso.
Eppure il discorso della Zorzi, si spinge ancora oltre l’androcentrismo presente e diffuso nelle Sacre Scritture; nella sua analisi, tesa a dimostrare il volto femminile di Dio, cerca di esasperare persino i “generi”, che alcuni padri hanno metaforicamente attribuito alle Persone della Santissima Trinità. Scrive dapprima: «Una seconda traiettoria è quella che ha riscoperto le immagini di Dio come madre: tale filone emerge dalla terminologia dell’utero (rehem). Dio ha viscere di misericordia (rahamim), quindi ama con amore di una madre» (S. Zorzi, op. cit., p. 42). Qualche pagina seguente aggiunge: «Abbiamo visto infatti che il Padre è maschile ma ha un utero, è materno. Gesù, il Logos, la seconda persona della Trinità incarna un’immagine femminile di Dio, la Sapienza […]. Lo Spirito Santo è femminile, ma come diceva Gerolamo, in ebraico ruah è femminile, in greco pneuma è neutro, in latino Spiritus è maschile […]. Siccome le proprietà di genere non si possono identificare con una sola persona in Dio, ovvero non sono intransitive, allora sono di tutti e tre: il maschile e il femminile appartengono a Dio stesso» (ibidem, p. 46).
Appare un’analisi del Mistero trinitario, che stride con l’atteggiamento e le affermazioni di Agostino d’Ippona, contenute nel De Trinitate in cui, al contrario, questi, sottolineando l’ineffabilità dell’essenza divina, afferma: «Dio è colui che è», e cioè sia il Padre, sia il Figlio, sia lo Spirito Santo. Agostino conduce gradualmente il lettore alla contemplazione di quel grandissimo mistero, attraverso  le relazioni tra le tre Persone divine e le loro diverse funzioni. Il Figlio ha la funzione di condurre i credenti alla contemplazione del Padre, missione che compie mostrandoci concretamente l’amore del Padre, con la morte sulla croce; e poi, l’amore del Padre è effuso nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo (De Trin. 1,8,17). Ma ciò che Agostino sottolinea e che qui ci preme riportare, è la sua assoluta convinzione che la contemplazione costituisca la ricompensa della fede, il premio a cui i cuori puri si preparano purificandosi con la fede (De Trin. 12, 15,25). Non una mera conoscenza logico-razionale ma una conoscenza intellettiva delle cose eterne (ibidem).
Quello del Santo di Ippona, è un suggerimento prezioso sul modo in cui vanno accolti i divini misteri ed intende essere, in questa sede, la risposta a qualunque analisi formale delle Sacre Scritture e del Mistero di Dio: Dio è luce, afferma Agostino «ma non la luce che vedono i nostri occhi ma quella che vede il cuore quando sente dire: è la Verità. Non cercate di sapere che cos’è la Verità perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità. Resta se puoi nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore […] ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene» (De Trin., 8,2).
È destinato, insomma, a diventare “abituale e terreno”, qualunque ragionamento umano che pretenda di scandagliare il mistero di Dio con categorie prettamente e miseramente umane, non aggiungendo nulla di più alla conoscenza di Lui, ma costringendo, al contrario, a ripiegarsi sulla nostra finitezza e a prenderne ancora una volta, amaramente, coscienza.

lunedì 28 marzo 2016

Circa le ridicole bugie dei farisei contro la Risurrezione di Cristo

Il Vangelo di Matteo, sempre molto sensibile all'ambiente giudaico, riferisce che, il giorno della Resurrezione, le guardie, che erano state poste a guardia del sepolcro e che furono tramortite dal timore generato dalla potenza del Risorto, riferirono ai sommi sacerdoti ed agli anziani quanto era loro accaduto. Questi, quindi, riunitosi, pur senza negare la realtà della Resurrezione e senza negare l’attendibilità delle guardie poste a vigilanza del sepolcro (il Vangelo almeno non lo dice né lo lascia intendere!), nondimeno pensarono bene di corromperle, offrendo loro una somma di denaro che S. Matteo dice essere stata “buona”, cioè cospicua. A condizione che diffondessero una versione di comodo: «Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo. E se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia» (Matth. XXVIII, 13-14).
In buona sostanza, i sommi sacerdoti e gli anziani preferirono che si accreditasse una versione di comodo per la quale le guardie – che pure dovevano montare di guardia – si sarebbero “addormentate” durante il loro servizio (verosimilmente, per far credere che tutte si fossero addormentate, esse dovevano aver ecceduto nel bere …) e, per giunta, durante il sonno, stando alla diceria messa in giro dai giudei, si sarebbero fatte sottrarre il corpo di Gesù dal sepolcro. Insomma, questi soldati avrebbero violato gravemente le consegne ricevute, facendosi beffare dai discepoli del Nazareno!! In effetti, se fossero stati i discepoli di questi a trafugare il corpo del Maestro, essi dovevano essere evidentemente numerosi, cioè in numero tale da poter spostare la grossa pietra del sepolcro onde entrare nel sepolcro e trafugare il corpo del Crocifisso! Operazione questa che, se fosse avvenuta, non poteva essere condotta in maniera silenziosa, tanto da non destare eventuali soldati ipoteticamente pur addormentati (anche se ubriachi)!
Per queste plurime violazioni, senz’altro quei militari si sarebbero esposti a gravi sanzioni, non esclusa la pena capitale.
Di qui la necessità per i giudei di offrire loro una somma di denaro “buona”. I soldati, annota l’evangelista, «preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi» (Matth. XXVIII, 15). Una diceria, evidentemente, poco credibile giacché fondata sull'ipotetica auto-confessione di gravi violazioni dei doveri militari da parte dei soldati posti a guardia del sepolcro! Una diceria che poteva essere comprata solo a suon di cospicue somme di denaro.

Circa le ridicole bugie dei farisei contro la Risurrezione di Cristo


Voi già sapete, o cristiani, che la notte della domenica in cui risuscitò Gesù Cristo, un angelo discese dal cielo e, suscitato un grande terremoto e rovesciata la pietra del sepolcro, vi si assise al di sopra con un aspetto fulminante; sicché le guardie poste dai Giudei al sepolcro, atterrite a quella vista, restarono tutte come morte. Voi sapete parimenti che il sepolcro fu poi visitato e rivisitato dalle sante donne e dai discepoli. […] Dove intanto si trovassero le guardie, l’Evangelio non lo dice. Esso dice solamente che, partite le donne dal sepolcro, Quae cum abiisent, alcuni soldati della guardia andarono  in città a riferire ai sommi sacerdoti tutto quello che era avvenuto […] vale a dire riferirono loro non solamente che il terremoto e l’aspetto minaccioso e terribile dell’angelo li aveva fatti dallo spavento tramortire, ma inoltre che, rovesciata dall’angelo la pietra del sepolcro, il corpo di Gesù Cristo non vi si trovava più. […] Ora i sacerdoti, assicurati così dalle guardie che il corpo di Gesù Cristo tra mezzo a inauditi prodigi era da sé sparito dal sepolcro, che dovevano essi pensare? Che dovevano fare? Essi dovevano pensare che Gesù Cristo era veramente risuscitato, come aveva promesso […]. Allora fu che i capi de’ Giudei ebbero ben a pentirsi d’aver posta al sepolcro quella guardia di cui tanto dapprima si gloriavano. O consigli degli uomini, quanto siete voi ciechi contro i consigli di Dio! Senza quella guardia, sarebbe stato facile ai capi de’ Giudei il dire che i discepoli avevano rubato il corpo di Gesù Cristo: ma con quella guardia era loro ben difficile il dirlo e più difficile ancora il provarlo.
Difatti che cosa far credere al popolo di quella guardia? Forse che i soldati fossero stati forzati dai discepoli? Ciò li avrebbe disonorati nel punto per loro delicato della bravura; ed essi lo avrebbero costantemente negato. Forse ch’essi, quando fu rubato il corpo di Gesù Cristo, si trovassero tutti addormentati? Ciò era cosa evidentemente ridicola a dire, ma pur più facile a farla dai soldati attestare. Per qual mezzo adunque ottenere da loro la testimonianza? Per mezzo del danaro. Guai, cristiani, infelice danaro! Quanti delitti ha esso mai cagionati nel mondo! Guai a chi lo dà per render gli altri complici del proprio peccato; e guai a chi lo riceve per rendersi complice del peccato altrui! […]
L’avarizia era una delle passioni favorite dei capi de’ Giudei; […] Chiamati pertanto i soldati, i capi de’ Giudei diedero loro una grossa somma di danaro, pecuniam copiosam dederunt militibus; ma col patto che andassero dicendo che i discepoli avevano rubato il corpo di Gesù Cristo mentre essi dormivano, vobis dormientibus.
Ma qui restava ancora un’altra difficoltà. Un soldato di guardia che si fosse lasciato prendere dal sonno era reo di morte. Quei soldati adunque, col dire che si erano tutti addormentati, si esponevano a pericolo d’esser tutti dal Governatore puniti di morte. Ma in tal caso i capi de’ Giudei presero sopra di loro stessi tutto questo affare: essi avrebbero acquietato il Governatore e messi i soldati al coperto d’ogni pena […]. Quanti delitti, o cristiani, e quanti deliri insieme in tutto questo procedere dei capi de’ Giudei! Si conosce la verità e si vuol farla passare per un’impostura; s’inventa un’impostura e si vuol farla passare per una verità; si fa attestare da guardie corrotte a prezzo d’oro ciò che non possono aver veduto, si fa dire a queste guardie ciò che le fa ree di morte e se ne promette loro l’impunità; insomma, purché l’odio contro di Gesù Cristo resti soddisfatto, si fanno passare per ragionevoli e giuste le assurdità più ridicole, insieme e le più esecrabili empietà. Tanto è vero, o cristiani, che le passioni talvolta arrivano a soffocare negli uomini ogni principio di retta coscienza e insieme di sana ragione.
Preso allora il danaro, i soldati andarono francamente spacciando la favola ch’era loro stata suggerita, sicut fuerant edocti: e questa favola si divulgò tra i Giudei e vi fu lungamente creduta: Et divulgatum est verbum istud apud Judaeos usque in hodiernum diem.
Insensati Giudei! Stupida credulità! I soldati, posti con tanta gelosia alla guardia del sepolcro, si sono addormentati tutti; e allo strepito inevitabile fatto per rovesciarne la pietra non se ne risvegliò neppure un solo; e i discepoli furono quelli che, rovesciata la pietra, hanno rubato il corpo di Gesù Cristo; e i testimoni irrefragabili ne sono i soldati, che tutti allora dormivano; e i soldati stessi sono quelli che pubblicano questo loro fallo degno di morte e fanno sapere a tutti che i discepoli hanno rubato quel corpo perché essi dormivano; e questi soldati non si accusano, non son fatti punire, anzi vengono assicurati dell’impunità, premiati, pagati profusamente; e i discepoli stessi, che per rubare il corpo di Gesù Cristo hanno infranti i sigilli pubblici e rubando quel corpo hanno cagionato un errore peggior del primo, un errore che rovescia sino dai fondamenti tutta la religione giudaica, questi discepoli si lasciano tranquilli nella città santa, in Gerusalemme, sotto gli occhi del Governatore insieme e dei sommi sacerdoti, senza perquisizioni, senza minacce, senza supplizj: ah! veramente mentita est iniquitas sibi, ps. XXV I, 12; si, cristiani, l’iniquità si smentisce da sé medesima, e la verità da tutte le parti si manifesta. […]
Divino Gesù, se la favola inventata contro di voi, dopo risorto, dai capi de’ Giudei e fatta credere al popolo giudaico ne ha fatti perire tanti tra loro eternamente, ah! non sia così di noi che crediamo e crediamo di tutto cuore la verità della vostra risurrezione. Deh! anzi questa fede, animata in noi dalle opere della santa carità e vincitrice per conseguenza di tutte le nostre passioni, che ce la potrebbero far perdere, questa fede ci tenga tutti a nostra santificazione e salute uniti inseparabilmente a voi, per viver tutti con voi la vita della vostra grazia sulla terra e la vita della vostra gloria nel cielo; vita che, al pari della vita vostra dopo risorto, sarà per tutti i secoli dei secoli immortale.

[Brano tratto da un libro del 1837 intitolato Spiegazione pastorale ordinata degli Evangelj, scritto da Don Francesco Molena]

Fonte: Cordaliter, 28.3.2016