Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 3 aprile 2020

Il martirio di Maria secondo san Bernardo

Nella ricorrenza dei Sette Dolori della B. V. Maria, rilanciamo questo contributo tratto dal Sermone di S. Bernardo di Chiaravalle, Abate, sulle dodici stelle.


Il martirio di Maria secondo san Bernardo


Il martirio della Vergine ci è rivelato tanto dalla profezia di Simeone quanto dalla storia medesima della passione del Signore. «Egli è posto disse il santo vegliardo del bambino Gesù) per segno di contraddizione; e anche a tè (rivolto poi a Maria) trapasserà l’anima una spada». Sì, o Madre beata, essa ha veramente trapassato l’anima tua. Perché non passando che per questa, ha potuto penetrare la carne del tuo Figlio. E certo dopo che quel tuo Gesù ebbe reso lo spirito, la lancia crudele, aprendogli il costato, non giunse già all’anima di lui, sibbene trapassò l’anima tua. Infatti l’anima di lui non c’era più là, ma la tua non se ne poteva distaccare.
La violenza del dolore ha dunque trapassata la tua anima, così che non immeritatamente noi ti proclamiamo più che Martire, avendo il sentimento della compassione sorpassato in te tutte le sofferenze che può sostenere il corpo. E non ti fu forse più che una spada quella parola che trapassò realmente la tua anima «e giunse fino alla divisione dell’anima e dello spirito»: «Donna, ecco il tuo figlio?». Quale scambio! Ti si dà Giovanni invece di Gesù, il servo invece del Signore, il discepolo invece del Maestro, il figlio di Zebedeo per il figlio di Dio, un semplice uomo per il vero Dio! Come non avrebbe trapassata la tua sensibilissima anima questa parola, quando il solo ricordo spezza i nostri cuori, sebbene di sasso e d’acciaio?
Non vi meravigliate, o fratelli, nel sentir dire che Maria fu Martire nell’anima. Si meravigli chi non ricorda d’aver udito Paolo annoverare fra i più grandi delitti dei Gentili d’essere stati «senza affezione». Ciò fu lungi dal cuore di Maria, e sia pure lungi dai suoi servi. Ma forse qualcuno dirà: Non sapeva ella che sarebbe morto? Senza dubbio. Non sperava forse che sarebbe risuscitato? Con tutta la fede. E nonpertanto fu afflitta nel vederlo crocifisso? E profondamente. Ma chi sei tu, o fratello, e donde viene la tua saggezza, per meravigliarti più di veder Maria compatire che di vedere il Figlio di Maria patire? Egli poté morire nel corpo; e questa non poteva morire con lui nel cuore? Egli morì per una carità che nessuno sorpasserà mai; ed anche il martirio di lei ebbe principio da una carità che dopo quella, non ce ne fu mai l’uguale.

domenica 20 agosto 2017

Milizia cristiana e malicidio in un aforisma di S. Bernardo di Chiaravalle

In un'epoca di incertezze, confusione e di terrore, nella quale la società occidentale, un tempo cristiana, oggi post-cristiana, in maniera arrendevole vorrebbe combattere il male con i gessetti colorati, i gattini, gli applausi, gli slogan "non abbiamo paura", ecc., cadendo nel patetico quanto nel ridicolo, può esser utile ricordare quelli che erano i principi della milizia cristiana, che, lungi dal piegarsi dinanzi agli infedeli, lo combattevano fieramente, sino all'ultimo sino alla fine, sacrificando la propria  vita.
Se, in fondo, oggi possiamo sentirci liberi - non si sa sino a quando .... - lo si deve anche a questa lotta ed a questi sacrifici, che hanno ricacciato coloro che avevano tentato, a più riprese, nel corso dei secoli, di conquistare l'Europa cristiana.
Come scrisse un nostro amico tempo fa: "... si fecero santi nella milizia Ferdinando III, Luigi IX e tanti altri uomini sconosciuti che, come soldati, partirono alla santa Crociata contro gli infedeli o gli eretici con la Fede nel cuore e benedetti da Cristo e dal suo Vicario, in difesa della Christianitas, l’unico vero Ordine voluto dalla Provvidenza ... " (Giuliano Zoroddu, San Giorgio e i Martiri militari: modelli per i soldati di Cristo Re, in Radiospada, 22.4.2017).
Cfr. anche San Bernardo Abate e l'ideale del cavaliere cristiano contro il cavalierato mondano, in MiL, 20.8.2017.
Oggi, pertanto, la figura e l'esempio di S. Bernardo, codificatore delle norme della sacra milizia cristiana durante l'Evo Cristiano, appare quantomai attuale ed antidoto al buonismo imperante ed al generale debosciamento delle coscienze.


sabato 20 agosto 2016

Così crolla una civiltà

Nella festa di S. Bernardo di Chiaravalle, dottore della Chiesa e confessore, rilanciamo quest’interessante contributo, pubblicato anche da Corrispondenza romana.




Autore sconosciuto, Pala di S. Bernardo con scene della sua vita, 1285-90, Museu de Mallorca, Palma, Majorca

Juan Correa de Vivar, Morte di S. Bernardo con La Vergine ed i SS. Lorenzo e Benedetto, 1566, museo del Prado, Madrid


Anonimo, Madonna con Bambino con i SS. Vincenzo, Bernardo e Defendente, XVI sec., chiesa di S. Bernardo di Cerete Basso, Cerete

Autore ignoto, S. Bernardo, XVII-XVIII sec., Abbazia di Nostra Signora del Sacro Cuore, Westmalle, Malle

Alejandro de Loarte, Miracolo di S. Bernardo, 1620, museo del Prado, Madrid

Vicente Carducho, Miracolo della Lattazione di S. Bernardo, 1634, Museo de Santa Cruz, Toledo

Wouter Crabeth II, S. Bernardo converte il duca Guglielmo d'Aquitania, 1641


Gaspar de Crayer, S. Stefano Harding ammette Bernardo nell’Ordine cistercense, 1660 circa, Art Gallery of Ontario, Toronto

Ambito veneto, Madonna in gloria con S. Bernardo, XVIII sec., Verona

Giovanni Odazzi, Miracolo della Lattazione di S. Bernardo alla presenza di S. Agostino, 1720-31, Palazzo ducale, Gubbio

Jacques Joachim de Soignies, Visione di S. Bernardo, 1757, chiesa di Santa Valdetrude, Mons

Francisco Muntaner Moner, stampa della Lattazione di S. Bernardo da un'opera del Murillo, 1791-1800, museo del Prado, Madrid


Autore ignoto, Il Crocifisso abbraccia S. Bernardo, 1906, Chiesa di San Bernardo, Bornem

Così crolla una civiltà

Denatalità, aborto, celibato, divorzio, malthusianesimo: ecco perché è finito l’Impero romano Lo storico francese De Jaeghere racconta l’epoca del disincanto che tiene di mira l’occidente

di Giulio Meotti


Thomas Cole, “La distruzione dell'Impero romano” (particolare), 1836 (New York, Historical Society). Il dipinto, allegorico, è ispirato al sacco di Roma del 455 a opera dei Vandali

Prima fu Montaigne, che nel freddo inverno del 1580 a Roma si guarda intorno e riflette sulla “grandezza infinita” soffocata sotto quei ruderi. Poi Piranesi e Goethe, che si soffermano davanti alle rovine del Foro romano, alle occhiaie vuote del Colosseo, all’immensità delle Terme di Caracalla. Due secoli dopo, davanti a quella stessa maestà indistruttibile, fu Edward Gibbon a interrogarsi sui motivi che portarono alla fine del maggior impero della storia, a descriverne il rapido declino e l’agonia. Passano altri due secoli e uno storico inglese, Michael Grant, individua le somiglianze fra Roma e l’occidente: i ricchi, come allora, enormemente ricchi, che si distaccano dal tessuto sociale; la borghesia che perde ogni capacità di resistenza; la burocrazia che si estende in modo incontrollabile; la classe politica che vive isolata dai sentimenti delle masse. Le orde dei barbari, i fantasmi delle province periferiche, le ville dei senatori egoisti, i fragori degli scontri religiosi e razziali passano ammonitori, costantemente tenendo di mira il presente.
L’idea del declino occidentale spiegato attraverso la storia di Roma non è affatto nuova. Dopo la Prima guerra mondiale, un insegnante tedesco prematuramente in pensione di nome Oswald Spengler aveva pubblicato il primo volume di uno dei libri più influenti del secolo, “Der Untergang des Abendlandes”, tradotto come “Il tramonto dell’occidente”. Un testo accantonato nella seconda metà del secolo, troppo turgida la sua prosa, troppo acceso il suo debito nei confronti di Nietzsche, troppo evidente la sua influenza sui nazisti. Poi, fino al crollo dell’Unione sovietica, gli storici si sono concentrati su quello che lo storico britannico J. M. Roberts ha chiamato “Il trionfo dell’occidente”, in un libro pubblicato nel 1985. Vi è stata poi la consolidata tradizione liberal espressa da Gore Vidal nel suo “Declino e caduta dell’impero americano”, il rischio che gli Stati Uniti potessero fare la fine di Roma, la paura che le istituzioni repubblicane potessero essere danneggiate da una presidenza imperiale.
Adesso Roger-Pol Droit, classe 1949, accademico francese e filosofo di fama internazionale, affronta l’argomento in uno strepitoso saggio di copertina della rivista Le Point, dove campeggia l’immagine di Roma in rovina. “Francia, Belgio, Germania, si moltiplicano gli attacchi terroristici”, scrive Roger-Pol Droit. “Mentre aumenta il numero delle vittime, l’impotenza e la fragilità della nostra civiltà, la sua usura e il suo declino, hanno cominciato a perseguitarci”. Ovunque ci sono segni di frattura: “I jihadisti hanno condotto l’assalto contro le libertà delle democrazie laiche. Le nostre paure sono innumerevoli: pandemie, invasioni, cambiamenti climatici, veleni alimentari, estinzione delle specie… Il caos e le lacrime occupano l’immaginario collettivo, ormai saturo di confronti simbolici. Forse un giorno parleranno di noi come si parla dei dinosauri: un universo strano, andato, inghiottito. Non appena ci guardiamo indietro, che spettacolo! Civiltà scomparse hanno lasciato dietro di sé macerie, capolavori e domande per lo più senza risposta”.
Roger-Pol Droit fa l’esempio di otto civiltà perdute, oltre a Roma. Come la Mesopotamia, il territorio dell’Iraq moderno, dove più di tremila anni prima di Cristo la civiltà sumera aveva inventato la scrittura, i contratti commerciali, e altri fattori chiave del progresso. “Rivolte e rovesci militari possono essere la causa della sua morte”. C’è la storia di Creta, l’isola del re Minosse, che “ha visto una fiorente civiltà i cui palazzi, scritture, metallurgia, ceramica e terracotta, affreschi e raffinatezza non hanno smesso affascinare Arthur John Evans. Le ragioni della sua scomparsa sono controverse e i terremoti non sono più considerati una spiegazione sufficiente”. Ci sono gli Olmechi del Messico: “Le cause della loro scomparsa rimangono sconosciute”. Si passa dagli Etruschi ai Nabatei di Petra, la capitale scavata nella roccia. Per arrivare al regno Khmer: “Questo vasto impero sembra essere crollato sotto una combinazione di eccessiva burocrazia, immigrazione e impoverimento del suolo”. E per concludere con gli Anasazi in America (“sappiamo solo che i loro villaggi furono abbandonati molto tempo prima dell’arrivo degli europei) e l’Isola di Pasqua nel Pacifico: “Abitata, fiorente, poi abbandonata per ragioni che sono ancora oggetto di discussione”.
Le civiltà muoiono dall’esterno o dall’interno? Questo è il quesito più affascinante e riguarda anche l’occidente contemporaneo. “La loro scomparsa è il frutto di aggressioni esterne (guerre, disastri naturali, epidemie) o la conseguenza di una erosione interna (decadimento, incompetenza, scelta disastrosa)?”, si chiede Roger-Pol Droit. Arnold Toynbee, nel secolo scorso, è stato irremovibile: “Le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio”. Questa formula dello storico britannico, autore di uno studio monumentale di storia in dodici volumi, pubblicati dal 1934 al 1961, è diventata celeberrima. Lo studioso francese René Grousset ha sviluppato la stessa idea: una civiltà è distrutta dalle proprie mani. “Nessuna civiltà viene distrutta dall’esterno senza essersi innanzi tutto essa stessa deteriorata, nessun impero viene conquistato dall’esterno senza essersi precedentemente autodistrutto”, scriveva Grousset. “E una società, una civiltà non si distruggono con le proprie mani che quando hanno cessato di capire la loro ragione d’essere, quando l’idea dominante intorno alla quale si erano dianzi organizzate ridiventa loro estranea”.
Nel 2005, Jared Diamond, professore di geografia presso l’Università della California, nel suo libro “Collapse” indica cinque fattori principali di mortalità delle civiltà, in testa il cambiamento climatico. E’ il caso dei vichinghi, che in Groenlandia prosperarono per quattro secoli, prima di degenerare rapidamente, fra violenze e carestie, rimanendo infine vittime della loro insipienza. C’è invece chi, come l’americano Joseph Tainter, autore del celebrato saggio “The Collapse of Complex Societies”, sostiene che a causare il crollo delle civiltà, come Roma, siano sistemi istituzionali sempre più costosi, la svalutazione monetaria, il debito pubblico, la tassazione e l’eccessiva regolamentazione. “Ogni civiltà ha la tendenza a credersi eterna”, scrive Roger-Pol Droit. “Non prevede la fine, tranne la nostra”. Roma, per esempio, non ha mai pensato che il suo regno si sarebbe estinto. Le generazioni hanno visto un mondo che si stava disintegrando, ma per secoli, nonostante lo scricchiolio, l’edificio sembrava immortale. “Ci sono solo tre possibili ipotesi”, conclude il filosofo francese. “Il più ottimista in cui ci si illude che la nostra sopravvivenza sia altamente probabile. Il più pessimista: la nostra terra un giorno non lontano sarà fredda come la luna. L’ipotesi più plausibile è che i nostri attuali stili di vita periranno, ma tutto il resto vivrà. Come al solito”.
Un altro storico francese, Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, nel suo libro di seicento pagine “Les derniers jours”, gli ultimi giorni, spiega che la vera grande causa della caduta dell’impero fu l’implosione demografica. Il volume è stato appena tradotto in italiano dalla casa editrice Leg, nella bella traduzione di Angelo Molica Franco. De Jaeghere spiega che “a partire dal Terzo secolo il declino demografico divenne evidente”. Non ci fu soltanto la “peste antonina”, che imperversò sotto Marco Aurelio e Commodo. La crisi economica, l’insicurezza, il brigantaggio, scoraggiarono la natalità, che smise di garantire anche il semplice rimpiazzo delle generazioni. In Gallia la popolazione era regredita del venti per cento. “Le famiglie erano fragili e poco feconde. Il concubinato rimaneva la norma, il divorzio era frequente, la mortalità elevata. Le province di frontiera del Reno e del Danubio (Rezia, Norica, Pannonia, Mesia) avevano una densità di popolazione bassissima; per questo avrebbero esercitato sui barbari che vivono dall’altro lato del confine un’attrazione irresistibile. La perdita della pietas si tradusse, da dopo l’apogeo dell’Alto Impero, in uno spopolamento che avrebbe avuto un grande peso sui destini del mondo romano. Se si arrivò a reclutare i barbari nell’esercito, a donare loro delle terre, se si cercò di imprigionare i popoli sotto un giogo fiscale, amministrativo e finanziario, fu in gran parte perché il censo ogni cinque anni costringeva le autorità a constatare che la popolazione romana diminuiva di continuo, persino nelle provincie non esposte all’invasione e alla guerra”. L’archeologia porterà alla luce cimiteri in luoghi dove due secoli prima esistevano alcuni dei più prestigiosi edifici della vita urbana. “L’impero d’occidente non aveva più una popolazione sufficiente e quindi meno ricchezze per affrontare lo sforzo sovrumano che richiedeva, in termini di uomini e di denaro, la difesa del suo vasto territorio e delle sue lunghissime frontiere”. Augusto aveva promulgato delle leggi contro i celibi (riguardavano solo i cittadini romani, quindi in sostanza solo la popolazione italiana). Lucano aveva descritto, sotto Nerone, la desolazione di un’Italia in cui “pochi abitanti vagano per le strade deserte di antiche città”. 
La crisi demografica accasciò l’impero nei primi due secoli della nostra èra: “Nell’età dell’oro dell’Alto Impero, all’apogeo della civiltà. Il divorzio era diventato una pratica comune tra le élites alla fine della Repubblica, sotto l’influsso dei costumi ellenistici”. La contraccezione era praticata in tutta la scala sociale: “Galla – scriveva Marziale in uno dei suoi Epigrammi – vuole essere soddisfatta ma non vuole figli”. “Qui – dichiarava un contadino di Crotone nel ‘Satyricon’ di Petronio – nessuno cresce bambini perché se si hanno degli eredi naturali non si viene invitati ai banchetti, né agli spettacoli, si è esclusi da ogni piacere e si vive in tristezza tra la feccia”. Le fonti letterarie ci informano della varietà dei metodi utilizzati: amuleti e pozioni magiche, periodi di astinenza, impacchi o beveroni a base di noce di galla, di ferola erubescente, di artemisia, di scorza di melograno, di polpa di fico secco. “Nel II secolo l’aborto, che fino ad allora veniva praticato per far sparire bambini nati da amori clandestini, si estese a grande scala tra le coppie dell’alta società. L’infanticidio di una creatura non riconosciuta dal padre non veniva punito dalla legge. L’omosessualità era diffusa”. Se lo spopolamento venne aggravato dalle epidemie di peste scoppiate ai tempi di Marco Aurelio e di Claudio II, oltre che dai cinquant’anni di guerra e di distruzioni del III secolo, questo tuttavia non fu solo la conseguenza della crisi dell’impero, “ma anche lo specchio di un disincanto, il frutto di un materialismo che portava a ritenere la famiglia una forma di schiavitù, il bene comune una chimera e la felicità di vivere senza obblighi, invece, come il fine supremo dell’esistenza”. Per dirla con Papa Benedetto XVI, “il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando”.  Michel De Jaeghere spiega ancora che “i privilegiati praticavano un malthusianesimo che garantiva loro di soddisfare la propria arte di vivere, i contadini evitavano gravidanze che li avrebbero fatti vivere nell’imbarazzo, le masse urbane li imitavano per preservare il livello di vita che veniva loro assicurato, senza eccessivo sforzo, dagli aiuti e dalle distribuzioni statali”. Una serie di leggi d’ispirazione cristiana tentò, nel IV secolo, di rilanciare la demografia: con impedimenti al divorzio, multe per la rottura dei fidanzamenti, repressione degli stupri, dei rapimenti, dell’omosessualità, dell’adulterio, senza che in apparenza si ottenesse alcun risultato. “Si stima che il tasso di fecondità delle famiglie aristocratiche non fosse superiore a 1,8 figli per donna, nel IV secolo”. Appena un po’ meglio di quello dell’Europa di oggi (1,5).
Michel De Jaeghere conclude indicandoci Roma come un monito: “Possiamo stare tranquilli davanti allo spettacolo della nostra prosperità senza precedenti, delle nostre tecnologie sempre più sofisticate, di un mondo le cui connessioni virtuali danno l’illusione dell’onnipotenza. Possiamo persuaderci del fatto che i sintomi che annunciavano la caduta dell’Impero romano di occidente si erano manifestati in modo chiaro ai loro contemporanei. Che le élites del V secolo (la generazione degli ultimi Romani che fu testimone del sacco di Roma e della perdita della sua potenza) avevano presagito che avrebbero vissuto grandi avvenimenti, che il destino li aveva scelti per assistere all’affondare del più grande impero mai esistito sotto il cielo. Che non soffriremo alcun male finché non noteremo nessuno dei segnali che avevano fatto intuire loro il disastro. Non è così, però. I contemporanei della fine dell’impero romano, infatti, rifiutarono di crederci per tutto il tempo in cui riuscirono ad afferrarsi alle loro chimere. Roma ci serve da avvertimento”.
Edward Gibbon nel suo capolavoro sul crollo dell’Impero romano indica il ruolo decisivo giocato dall’islam, che prima diede un colpo mortale al ramo d’occidente avanzando in Francia fino a Poitiers (732), e che poi fece crollare quello d’oriente con la presa di Costantinopoli (1453). Siamo al terzo capitolo di questa saga?

Vero cavaliere, armatura della fede in un aforisma di S. Bernardo di Chiaravalle


giovedì 20 agosto 2015

“Quo in stúdio occupátus, Genuénsem ac Mediolanénsem aliósque episcopátus oblátos recusávit, proféssus se tanti offícii múnere indígnum esse. Abbas factus Claravallénsis, multis in locis ædificávit monastéria, in quibus præclára Bernárdi institútio ac disciplína diu víguit. Romæ sanctórum Vincéntii et Anastásii monastério, ab Innocéntio secúndo Papa restitúto, præfécit abbátem illum, qui póstea Eugénius tértius summus Póntifex fuit; ad quem étiam librum misit de Consideratióne” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI BERNARDI CLARÆVALLENSIS, ABBATIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS



Nella basilica trasteverina di Santa Maria, sul timpano della tomba del papa Innocenzo II, della famiglia dei Papareschi, si vede un monaco vestito di bianco, che conduce il Pontefice a Roma e lo fa assidere trionfalmente sul trono di san Pietro. Questo monaco è san Bernardo, abate di Clairvaux.


Figura davvero grandiosa, Bernardo fu allo stesso tempo riformatore della vita monastica, apostolo della Crociata, dottore della Chiesa universale, taumaturgo, pacificatore di re, di principi e di popoli, oracolo dei Papi e campione del pontificato romano contro gli scismi e le eresie. Il suo corpo, spossato dalle penitenze e dalle malattie, giunse alla gran pena di ritenere un’anima tutta di fuoco per la gloria di Dio. Questo fuoco ardeva attorno a lui, tanto che i suoi segretari non bastavano a registrarne tutte le guarigioni miracolose che operava col solo tocco della sua mano o con la sua semplice benedizione.
Le necessità della Chiesa portarono molte volte san Bernardo a discendere in Italia ed a venire a Roma.
Si deve a lui il restauro della chiesa dei Santi Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane e dell’annessa abbazia ad aquas Salvias, sulla via Laurentina, dove, chiamatovi da papa Innocenzo II nel 1128, stabilì come abate quel Pietro Bernardo da Pisa, suo seguace, che divenne in seguito, nel 1145, Eugenio III (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 940). Le relazione del maestro con questo suo antico discepolo divenuto papa sono ammirevoli. Bernardo non poteva dimenticare il suo ruolo paterno verso l’anima del Pontefice e per aiutarlo a ben meditare, gli indirizzò la sua opera De Consideratione ad Eugenium III, che, con il Pastorale di san Gregorio Magno, non mancò mai di figurare, sino al XVI sec., nella biblioteca dell’appartamento pontificio.
Roma cristiana gli dedicò una chiesa, costruita a metà del XV sec., ed oggi scomparsa, presso la Colonna Traiana (San Bernardo ad Columnam Traianam o della Compagnia) (cfr. ibidem, pp. 165-166; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 529). Oggi, sul sito, sorge la chiesa del SS. Nome di Maria (cfr. Mariano Armellini, op. cit., p. 166; Ch. Huelsen, op. loc. cit.).
Un’altra – tuttora esistente – è la chiesa di San Bernardo alle Terme o a Termini, edificata alla fine del ‘500 e titolo cardinalizio. Essa, di forma circolare, sorse in uno dei calidari o in uno spheristerium (sala per i giochi con la palla) delle terme di Diocleziano (cfr. Mariano Armellini, op. cit., p. 819). La chiesa, affidata ai francesi dell'ordine dei Cistercensi, i Foglianti, per intercessione di Caterina Sforza di Santafiora (ibidem), dopo la Rivoluzione Francese e lo scioglimento dei Foglianti, fu ceduta, assieme all'annesso monastero, alla congregazione di Bernardo di Chiaravalle.
Una chiesa più recente, che è parrocchia, è stata eretta nel quartiere Prenestino-Centocelle: San Bernardo di Chiaravalle. Istituita nel 1974 come vicecura ed eretta in parrocchia nel 1978, fu inaugurata nel 1993.
La messa è quella dei dottori, come il 4 aprile, ma la prima lettura è comune alla festa di san Leone I, l’11 aprile. In effetti, san Bernardo rifiutò costantemente, per umiltà, gli onori dell’episcopato, che gli erano stati più volte offerti. Gli fu proposto di divenire arcivescovo di Milano e di Genova! La sua attività di dottore si esercitò in gran parte all’interno della sua abbazia, dove predicava assiduamente ai monaci, commentando loro le divine Scritture. Quest’aspetto speciale dell’attività di san Bernardo è in perfetta relazione con la regola del Patriarca san Benedetto, che concepiva il monastero come una Dominici schola servitii, dove l’abate deve prodigare senza tregua il suo insegnamento spirituale ai monaci.
I discepoli di san Bernardo furono molto numerosi e si distinsero per una grande santità. Tra essi si trovano i suoi genitori ed i suoi fratelli, che lo seguirono nel chiostro. Si racconta che, quando san Bernardo fu seguito da trenta membri della sua famiglia attirata da lui al monastero, il fratello maggiore del nostro Santo, Guido, abbandonando il castello paterno, disse al suo fratello più piccolo, Nivardo (futuro beato), che frequentava la corte ed intento a giocare con gli altri fanciulli della sua età: “Addio, Nivardo, ti lascio tutti questi beni che vedi d’intorno”. Ma il giovane, con una sapienza molto superiore alla sua età, rispose: “Questa divisione non è stata fatta con giustizia. Tu mi lasci la terra e tu ti prendi il cielo” («Jam vero adveniente die reddendi voti et complendi desiderii, egressus est de domo paterna Bernardus, pater fratrum suorum, cum fratribus suis, filiis suis spiritualibus, quos verbo vitæ Christo genuerat. Videns autem Guido primogenitus fratrum suorum Nivardum fratrem suum minimum, puerum cum pueris aliis in platea: “Eia”, inquit, “frater Nivarde, ad te solum respicit omnis terra possessionis nostræ”. Ad quod puer non pueriliter motus: “Vobis ergo”, inquit, “coelum, et mihi terra? Non ex æquo divisio hæc facta est”. Quo dicto abeuntibus illis, tunc quidem domi cum patre remansit, sed modico post evoluto tempore fratres secutus, nec a patre, nec a propinquis seu amicis potuit retineri. Supererat de Deo dicata domo illa pater senior cum filia, de quibus etiam suo loco dicemus» - Guglielmo di Saint Thierry, Sancti Bernardi, Abbatis Claræ-Vallensis, Vita et res gestæ libris septem comprehensae, lib. I, § 17 in PL 185, col. 236).
Voleva seguirli anch’egli in monastero, ma Bernardo ne rifiutò l’ingresso, per allora, sino ad un’età più matura. È da rilevare una frase assai espressiva di san Bernardo, sulla necessità della santità in un ministro di Dio, qui, si non placet, non placat.


Anonimo, Vera effigie di S. Bernardo, XVI-XVII sec., Abbazia, Clairvaux

Maestro sconosciuto olandese, Lactatio di S. Bernardo, 1480-85, Rijksmuseum, Amsterdam
Qualcuno potrebbe storcere il naso riguardo ad un episodio che riguarda la vita di S. Bernardo.
Si racconta, infatti, che, mentre S. Bernardo era in preghiera presso la chiesa di Saint-Vorles a Châtillon-sur-Seine dinanzi ad una statua raffigurante una Madonna che allatta il Bambino, al momento di pronunciare la parole latine «Monstra te esse Matrem» dell’Ave Maris Stella, la statua si animasse e facesse stillare alcune gocce di latte dal suo seno che finirono sulle labbra di Bernardo. È la c.d. Lactatio Virginis o Lactatio Bernardi. Ne parlano del miracolo anche i Bollandisti: “ ... Bernardum lactatum quidem a Virgine fuisse, non tamen in carne, seu labiis carnalibus, neque per lac reale ac physicum, verum duntaxat in spiritu, et per mysticum quemdam influxum, hoc utique est antiquae veritati, quae tot calamis, tot penicillis per quinque et amplius saecula firmata est, suspicionem affricare: quasi vero veteres illi scriptores non scivissent aeque distinguere, ac nos, inter influxum illum mysticum, ac physicum et realem. Utraque lactatio concedenda Bernardo est, et illa in spiritu, et haec in carne: non neganda haec altera, quam utique principalius intenderunt historici veteres et sinceri” (Acta sanctorum Bolland., Augusti tom. IV, die 20, p. 101 ss. § 493). Si tratta di un’immagine di cui si è anche appropriata la storia dell’arte.
Si tratta di una grazia singolarissima concessa, appunto, a S. Bernardo ed altri santi, donata ad anime pure e semplici, le quali tornano bambine tra le braccia della più amabile tra le madri. Il venerabile Giovanni Giacomo (o Giangiacomo) Olier (Jean Jacques Olier), fondatore di Saint Sulpice a Parigi, uno dei maggiori rappresentanti della “Scuola francese di spiritualità”, nella quale si metteva l’accento soprattutto sul mistero dell’Incarnazione, e sul posto di Maria nel piano divino della salvezza, fa accenno a questa grazia, parlandone in termini assai precisi.
«Il suo materno sguardo ci accompagna dovunque. Maria è tutta tenerezza, tutta indulgenza [ ...], da far stupire gli stessi Angeli. Il ven. Olier ci insegna in qual modo ci vengano date e comunicate queste grazie in ogni istante: come un latte celeste che succhiamo al seno materno di Maria. Chi potrà descrivere la bellezza della vita delle anime pure e semplici, che una grazia infinitamente preziosa attira verso di Lei come bambini verso la loro mamma? Tali anime si portano con immensa gioia e con una dolcezza meravigliosa verso questo Cuore, verso questo seno benedetto e là trovano la sorgente inesauribile della vita. È cosa commovente che Maria stessa abbia voluto giustificare e consacrare, con un gesto di accondiscendenza che inebria d’amore, questa via in qualcuno dei suoi fedeli servi. Felice san Bernardo che venne chiamato il fratello di latte di Gesù, “Collactaneus Christi”» (Padre Stefano M. Miotto, La Madre della divina Grazia, in Il Settimanale di Padre Pio, fasc. 5 febb. 2006, p. 13).
La lactatio, dunque, anche se per il mistico che ne ha la visione ha i caratteri di realità e concretezza, in verità è un dono spirituale che esprime la maternità e la vicinanza di Maria nei confronti dell’anima eletta.
Lo stesso dicasi per quelle Sante che si inebriavano alla grazia del costato di Cristo.

Juan Correa de Vivar, S. Bernardo, 1540-45, Museo del Prado, Madrid

Juan Correa de Vivar, Apparizione della Vergine a S. Bernardo, 1540-45, Museo del Prado, Madrid

Anonimo, Vergine col Bambino adorato da S. Bernardo, XVI sec., museo del Prado, Madrid

Alonso Sánchez Coello, S. Sebastiano tra i SS. Bernardo di Chiaravalle e Francesco, 1582, Museo del Prado, Madrid

Francisco Ribalta, S. Bernardo abbraccia il Cristo, 1625-27, Museo del Prado, Madrid

Alonso Cano, Visione di S. Bernardo (lactactio), 1650 circa, Museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, Apparizione della Vergine a S. Bernardo, 1655-60, Museo del Prado, Madrid

Acisclo Antonio Palomino y Velasco, S. Bernardo abate, XVII-XVIII sec., museo del Prado, Madrid


François Vincent Latil, S. Bernardo, XVII sec., chiesa di Saint-Étienne-du-Mont, Parigi

Marten Pepijn, S. Bernardo e Guglielmo X di Poitiers, duca di Aquitania e sostenitore dell'antipapa Anacleto II, presso il castello di Parthenay nel 1135, XVII sec., musée des Beaux-Arts, Valenciennes




Emile Signol, S. Bernardo predica la seconda crociata in presenza del re Luigi VII, della regina Eleonora d’Aquitania e dell’abate Suger, a Vézelay in Borgogna il 31 marzo 1146, 1840, castello di Versailles e di Trianon, Versailles

giovedì 9 luglio 2015

Pietro Abelardo, precursore dell’irrazionalismo modernista

Nella memoria di Santa Veronica Giuliani e dei Santi martiri di Gorcum, rilancio questo contributo di Carlo Manetti, ideale continuazione del saggio postato ieri.



Michele Zammattei, S. Veronica Giuliani, 1851, Museo diocesano, Rovigo




Jean-Baptiste Nolin ispirato da un dipinto di Johan Zierneels, Apoteosi dei martiri di Gorcum, 1675, Rijksmuseum Amsterdam 

Premessa: questo breve saggio di Carlo Manetti è il necessario sviluppo della nota n. 2 all’articolo “Realismo e volontarismo. Cosa c’è alla base di una sentenza assurda", dello stesso Autore.

Pietro Abelardo, precursore dell’irrazionalismo modernista

di Carlo Manetti

Pietro Abelardo (1079-1142), anche detto Pietro Palatino, monaco, filosofo, teologo e compositore, divenne famoso per la storia d’amore con Eloisa (1099-1164), più che per il suo genio filosofico; si può, però, pensare che le due cose non siano del tutto scollegate e, anzi, possano essere entrambe conseguenza della sua debolezza etica, come egli stesso scrive nella «Historia calamitatum mearum», vale a dire nella sua autobiografia: «la ricchezza insuperbisce sempre gli stolti, le sicurezze terrene indeboliscono il vigore dell’animo, che si fa poi facilmente adescare dalle lusinghe dei sensi … la pietà divina mi richiamò a sé, umiliandomi perché ero superbissimo e avevo dimenticato che tutte le qualità di cui mi vantavo non mi appartenevano, ma erano doni divini».
Abelardo fu certamente dotato di genio filosofico non comune, di una capacità argomentativa e logico-razionale d’eccezione, di un eloquio fluente e di un fascino personale enorme… Ciò che gli è sempre mancato è stata la capacità di concentrarsi sull’oggetto, invece che sulla propria persona: il passo della sua autobiografia citato non è solo e tanto il riconoscimento dei suoi peccati contro il sesto comandamento, ma l’analisi, finalmente lucida, del suo approccio all’intera esistenza.
L’importanza di Abelardo non risiede tanto nelle conclusioni filosofiche e teologiche a cui giunse, nella loro stragrande maggioranza dubbie, quando non palesemente erronee, ma nella modalità argomentativa, totalmente razionale e scevra da ogni principio di autorità. Secondo alcuni, egli anticipa, così, la Scolastica, proprio per la centralità della ragione umana come strumento cognitivo. Ci permettiamo, però, di osservare che questo approccio, non mitigato, come invece sarà nella Scolastica, dalla sottomissione aristotelica del soggetto all’oggetto da indagare e da conoscere, aprirà, piuttosto, la strada al soggettivismo moderno e contemporaneo. L’assolutizzazione della ragione umana, in Abelardo, come in tutto il pensiero moderno, si traduce, di fatto, in una assolutizzazione del pensiero del soggetto e, quindi, del proprio pensiero: la ragione cessa di essere lo strumento attraverso il quale si raggiunge la verità, per divenire il mezzo di affermazione dell’esaltazione del soggetto, quasi indipendentemente dai contenuti delle proprie affermazioni.
Quanto il soggettivismo di Abelardo sia precursore del pensiero contemporaneo lo dimostra la sua posizione circa il rapporto tra ragione e Rivelazione. Tutta l’accettazione della filosofia e, conseguentemente, della ragione, come strumento conoscitivo, dopo le resistenze e l’ostilità presente nei primi secoli del cristianesimo ed anche in alcuni Padri della Chiesa, è basata sul duplice principio secondo il quale la ragione aiuta la Fede, rendendo più facile credere, e la Fede aiuta la ragione, illuminandola e, quindi, rendendo l’uomo più ragionevole e, addirittura, più razionale, perché lo avvicina alla completezza della Verità. Come si vede, in quest’ottica, la verità è concepita come oggettivamente esistente, indipendentemente dalla sua conoscenza da parte del soggetto; è l’uomo (ogni singolo uomo) che, essendo un essere razionale, ha il dovere di conoscerla. In quest’ordine di idee, ciascuna persona umana ha il dovere di credere tutto ciò che sente come vero, indipendentemente dalla sua capacità di comprenderlo, poiché, come si diceva, la verità è oggettiva e non dipende in alcun modo dal soggetto pensante.
Per Abelardo, invece, «nulla deve essere creduto, se non è stato prima capito», come egli stesso soleva affermare. Questo approccio, prima ancora di escludere tutta la parte sovrarazionale della Fede, sposta il focus della conoscenza dall’oggetto al soggetto: tutto ciò che non è capito dal soggetto e, quindi, da lui posseduto deve essere rifiutato; e la comprensione del soggetto che crea in lui l’obbligo di adesione, non l’oggettiva veridicità. Questo modo di ragionare antepone il dominio del soggetto sull’oggetto alla effettiva esistenza di questo.
Fondamentale ed emblematica, al tempo stesso, dell’approccio abelardiano è la sua posizione sugli universali. La questione era se i termini universali, che sono riferibili ad una pluralità di enti particolari e, quindi, distinguono ciascuno di essi da tutti gli enti che di tale pluralità non fanno parte, indichino una realtà oppure no; e, se non indicano nessuna realtà esistente, che cosa sono. Da un lato, si collocano i realisti, che affermano esistere una realtà oggettiva (natura) sottostante agli universali; mentre, dall’altro, si pongono i nominalisti, i quali sostengono essere gli universali unicamente flatus vocis, vale a dire il nome che viene dato collettivamente ad un insieme di enti arbitrariamente accorpati.
Abelardo ritiene di poter risolvere la questione con un colpo di genio, vale a dire trovando una soluzione intermedia rispetto a quelle proposte e, allo stesso tempo, accomunare entrambi i contendenti nel medesimo errore. Sia i realisti, concependolo come entità metafisica, sia i nominalisti, intendendolo come puro flatus vocis, danno all’universale lo status di cosa; Abelardo, invece, ritiene che gli universali non siano cose reali, ma unicamente concetti, discorsi.
La tesi concettualista, di fatto, altro non è che una forma di nominalismo: se gli universali non sono altro che l’illustrazione delle caratteristiche comuni agli enti di un determinato gruppo, caratteristiche che li distinguono da quelli che di tale gruppo non fanno parte, significa che gli universali non hanno una loro esistenza reale e che gli unici ad esistere sono i singoli enti. Definire gli universali semplici nomi o, in maniera più complessa ed articolata, concetti o, addirittura, discorsi (insieme di concetti concatenati) è, di fatto, la medesima cosa.
La posizione abelardiana sugli universali è emblematica di tutto il suo approccio alla filosofia: centrale non è la tesi sostenuta, ma la genialità del filosofo che la esprime e del modo in cui la esprime. Questo ha, come conseguenza, l’immaginaria creazione di una terza via tra le tesi contrapposte, quando, invece, se ne sposa appieno una, sia pur esprimendola con diverso argomentare. A ciò consegue, ulteriormente, il fatto che le tesi abelardiane appaiano come posizioni più moderate e, quindi, più facilmente accettabili, anche quando sposano, come nel caso di specie, totalmente una dottrina erronea.
Per rafforzare quest’idea di distinzione dalla tesi erronea, de facto, sostenuta, Abelardo, come poi faranno i modernisti otto e novecenteschi, attacca le idee da cui vuole marcare la distanza. Egli, ad esempio, accusa i nominalisti di «triteismo», poiché, se gli universali non fossero altro che nomi, Dio, in quanto Trinità, cioè universale delle singole Persone Divine, non esisterebbe e, quindi, ciascuna delle singole Persone Divine sarebbe un dio a sé stante. È palese che la medesima accusa può essere rivolta alla dottrina concettualista, ma questo attacco serve ad Abelardo ed alla sua tesi per presentarsi come qualche cosa di conforme alla dottrina cattolica.
Anche in campo etico, il suo soggettivismo si manifesta come anticipatore delle correnti moderniste. Sottolineando, correttamente, come non possa esserci peccato senza il consenso della persona agente, svaluta l’oggettiva bontà o malvagità delle azioni. Di qui, una svalutazione del ruolo della Grazia: se l’importante è la buona intenzione, questa è possibile all’uomo anche naturalmente, senza necessità di un intervento soprannaturale di Dio. Tutta la teologia della Grazia, come necessaria per compiere le azioni buone e per resistere alle tentazioni, viene, così, distrutta dalla svalutazione del ruolo delle azioni, in definitiva non decisive per la salvezza. Qui l’anticipazione della deriva morale seguita alla Nouvelle Théologie ed al Concilio Vaticano II è impressionante; si pensi alle aperture del sinodo sulla famiglia, basate sul principio che l’amore (Abelardo avrebbe parlato, più profondamente e più intelligentemente, di retta intenzione) rende buona ogni azione.
Possiamo certamente affermare che Abelardo sia stato uno dei più importanti esponenti del pensiero occidentale, soprattutto per la sua sorprendente anticipazione della modernità e della contemporaneità, intese non in senso cronologico, quanto in senso contenutistico. Il grandioso castello filosofico costruito dalla Scolastica e, in modo particolare, da San Tommaso d’Aquino ha, per secoli, arginato l’influsso di Abelardo, che, però, ha dispiegato tutta la sua potenza quando il pensiero occidentale ha abbandonato la razionalità aristotelico-tomista.