Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 13 dicembre 2014

Cristiani trattati come lebbrosi in Pakistan

Nella memoria liturgica di S. Lucia, vergine e martire siracusana, è quantomeno indicato ricordare i neomartiri e le persecuzioni subite dai cristiani ad opera dei seguaci del “libro profetico di pace”, segnatamente in terra pakistana, affidandoli all'intercessione della grande martire del IV sec.



«Cristiani trattati come lebbrosi». Diventa «critica» la condizione delle minoranze religiose in Pakistan

di Leone Grotti

Un rapporto rivela che nel paese musulmano la discriminazione delle minoranze riguarda ormai tutti gli aspetti della vita quotidiana. E non risparmia neanche morti

La persecuzione delle minoranze religiose ha raggiunto «livelli critici in Pakistan», la discriminazione riguarda «quasi tutti gli aspetti della vita di un fedele cristiano, indù o ahmadi». E il governo «ha sistematicamente fallito nella sua missione di proteggere i diritti delle minoranze», rivela l’ultimo rapporto sul Paese musulmano pubblicato dalle associazioni Minority Rights Group International e Sustainable Development Policy Institute.

CRESCENTE EMARGINAZIONE. Il rapporto evidenzia alcuni degli aspetti più critici della persecuzione religiosa in Pakistan: l’abuso della legge sulla blasfemia, la riduzione in schiavitù dei lavoratori appartenenti alle minoranze, i rapimenti e le conversioni forzate all’islam, gli attentati a istituti privati e luoghi di culto non musulmani. Ma il rapporto dal titolo “Alla ricerca della sicurezza: la crescente emarginazione delle comunità religiose in Pakistan” si concentra anche su aspetti meno discussi.

SCUOLA. La discriminazione spesso non dipende dalle leggi ma è radicata nella società e comincia sui banchi di scuola. Nonostante l’articolo 22 della Costituzione pakistana affermi che nessuno «è costretto a ricevere un’istruzione religiosa […] diversa dalla propria religione», gli studenti non musulmani «non hanno la possibilità di partecipare a corsi diversi da quelli di studi islamici», si legge nel rapporto. Quando si tratta di islam, poi, nessun errore è ammesso: emblematico il caso di un ragazzo cristiano che per aver sbagliato a scrivere una parola di un poema religioso è stato «espulso dalla scuola».

INSEGNANTI E ALUNNI DISCRIMINATI. L’aspetto più grave del sistema scolastico, però, è la «distorta presentazione della storia nazionale»: i membri delle minoranze religiose vengono infatti ignorati o presentati come stranieri, «emissari del governo indiano» o dell’Occidente, e non come persone che hanno contribuito al pari dei musulmani alla costruzione della patria pakistana. Così «si fomentano i pregiudizi, la discriminazione e l’estremismo verso le minoranze». Dalla discriminazione non sono risparmiati neanche gli insegnanti: un professore indù racconta infatti di come «i miei colleghi non mi lasciassero bere nei bicchieri comuni».

LAVORO. Per quanto riguarda il lavoro, non esiste solo il problema della schiavitù. Le minoranze sono spesso costrette a svolgere i lavori più umili. I cristiani che puliscono le strade ad esempio vengono «trattati dalla gente come se avessero la lebbra». Il problema non è semplicemente economico: «Nessun cristiano – spiega un attivista – potrebbe mai aprire un ristorante in Pakistan a causa della persecuzione religiosa. Nessun musulmano accetterebbe mai di prendere cibo da un cristiano. Per strada i cristiani non possono vendere cibo nelle bancarelle perché i musulmani non glielo comprerebbero mai. Possono fare le pulizie in casa dei musulmani ma vengono mal pagati e spesso sono cacciati in base alla falsa accusa di essere dei ladri».

CIMITERI. Ogni pakistano che appartenga a una minoranza sperimenta in vita atti discriminatori ma questi non cessano neanche quando la persona è defunta. Spesso le famiglie degli ahmadi, che credono in un profeta venuto dopo Maometto, non possono seppellire i propri cari nei cimiteri comuni. In un caso avvenuto nell’ottobre 2013, il cadavere di un indù è stato dissotterrato da un gruppo di musulmani, fomentati dagli imam delle moschee, e portato fuori dal cimitero perché «questo è solo per musulmani». Il rapporto termina con una critica al governo pakistano perché «difenda in modo efficace le minoranze», nella speranza che simili richiami non vengano ignorati come in passato.

mercoledì 10 dicembre 2014

Il martirio dei cristiani in Pakistan

Ancora sulla condizione dei cristiani in terra islamica … .

Così vive uno schiavo in Pakistan nel 2014. Storia del cristiano Hanif, divenuto proprietà di un musulmano per 390 euro

di Leone Grotti

Ha passato 16 dei suoi 28 anni in una fabbrica di mattoni. «Se cerchi di scappare ti picchiano, ti vendono a qualche altro padrone o ti bruciano vivo nei forni»

Hanif Masih è un cristiano pakistano di 28 anni, 16 dei quali passati in schiavitù in una fabbrica di mattoni. Secondo il Global Slavery Index ci sono ancora 35,8 milioni di schiavi nel mondo. Hanif è uno di loro e la sua libertà è stata comprata un anno fa da una Ong cristiana per 50 mila rupie, pari a 390 euro. Uomo libero da un anno, Hanif, padre di due figli, ha raccontato la sua storia a Der Spiegel.

IL PADRONE MUSULMANO. Nadeem Arun Khan è il potente musulmano che possedeva Hanif e la sua famiglia, così come possiede la fabbrica di mattoni dove i cristiani dovevano lavorare nel villaggio di Kasur, 50 chilometri a sud di Lahore, capitale del Punjab. Per Khan parlare di schiavitù è improprio: «Non è così. Loro hanno contratto un debito con me e lavorano per estinguerlo. Tutti qui possono ripagare i loro debiti in pochi mesi. Basta che non siano troppo pigri». La realtà è ben diversa dalla teoria appena annunciata.

DEBITI ETERNI. In Pakistan ci sono due milioni di persone che lavorano in condizioni di schiavitù legalizzata, come un tempo Hanif. Il procedimento è sempre lo stesso: una famiglia contrae un debito con un ricco possidente o imprenditore, questo fa lavorare i debitori nella sua fabbrica o nel suo campo fino a quando il debito non è estinto. Ma la paga è così bassa che il debito non si estingue mai e capita spesso che passi di generazione in generazione. Come nel caso di Hanif.

PER 222 EURO. Tutto è cominciato quando il cristiano era ancora un ragazzino e aveva appena 12 anni. I suoi genitori chiesero in prestito al proprietario della fabbrica di mattoni 35 mila rupie, circa 222 euro, per costruirsi una casa e comprare un piccolo appezzamento di terra da coltivare. «Ai miei genitori fu chiesto in cambio dal proprietario di lavorare nella fabbrica di mattoni. Accettarono, cos’altro potevano fare? Pensavano che avrebbero ripagato il debito in uno o due anni», racconta Hanif.

DALLE TRE DI MATTINA. Così Hanif, insieme ai genitori e ai quattro fratelli, è stato alloggiato in una stanza minuscola che potevano lasciare solo con il permesso del padrone. Lavoravano sei giorni alla settimana, con due mesi di vacanza durante la stagione delle piogge, quando è impossibile cuocere i mattoni. I giorni in cui non lavoravano non venivano pagati. La giornata cominciava alle tre di mattina: le donne e i bambini impastavano argilla, terra, sale e acqua che versavano poi negli stampi per i mattoni. Dopo 24 ore, gli uomini li portavano al forno per cuocerli. Dopo un giorno erano pronti e venivano trasportati nel magazzino.

«PANE E LENTICCHIE». Gli schiavi vengono pagati a mattone: «Se lavorano anche i bambini, una persona può guadagnare in media tremila rupie a settimana (20 euro) – spiega il cristiano liberato – ma dipende da quanti mattoni produci. Mille rupie sono destinate ogni mese all’estinzione del debito, circa ottomila restano alla famiglia. Questo basta per avere pane e lenticchie per la famiglia». Verdura se ne vedeva poca, la carne due volte al mese, per le feste. A questo ritmo i genitori di Hanif avrebbero dovuto ripagare il debito in tre anni. Ma questo non è successo.

NUOVI DEBITI. «Se qualcuno si ammala e ha bisogno del dottore, ci si indebita ancora», continua Hanif. «Se sei malato, poi, non lavori e non vieni pagato». Il padrone della fabbrica, inoltre, segnava interessi maggiori di quelli dovuti. Per tutti questi motivi il debito, invece che diminuire, continuava a crescere. Hanif non è mai andato a scuola e quando a 22 anni ha conosciuto una ragazza, Rebekka, e si è sposato, ha dovuto chiedere un ulteriore prestito di 20 mila rupie (186 euro). Quando è nato il primo figlio, Rebekka ha avuto complicazioni e ha dovuto partorire in ospedale con un parto cesareo. Tutto è andato bene ma Hanif ha dovuto indebitarsi per altre 30 mila rupie (242 euro).

«BRUCIATI VIVI». Shehzad e Shama Bibi, la coppia cristiana bruciata viva nel forno di una fabbrica di mattoni per false accuse di blasfemia, erano due schiavi proprio come Hanif. Come loro, anche lui non ha mai pensato di scappare: «Dovevo ripagare i miei debiti! E poi non sarebbe servito a niente. Hanno i loro uomini: ci avrebbero trovati, riportati indietro e picchiati. Gli stupri sono all’ordine del giorno. Come punizione puoi essere venduto a un altro proprietario, magari in una regione lontana, e morire senza aver mai più rivisto casa tua. Alcuni, infine, vengono anche bruciati vivi nei forni, così da non lasciare tracce». Rivolgersi alla legge è del tutto inutile: i proprietari delle fabbriche sono ricchi e contro di loro la giustizia pakistana non può niente.

IL LIBERATORE. Hanif Masih oggi è libero grazie a Shahzad Kamran, fondatore della Ong Vast Vision, che si occupa di liberare quanta più gente possibile dalla schiavitù. Ovviamente non può comprare la libertà di tutti e deve fare delle scelte: «Aiutiamo solo chi ha buone prospettive di sopravvivere da solo. Prediligiamo le famiglie e solo quelle che vogliono mandare i figli a scuola e hanno un posto dove vivere. Altrimenti farebbero subito altri debiti e si ricomincerebbe da capo. La scelta ovviamente non è facile ma noi non possiamo liberare tutti».

«CI BASTA POCO». A un anno dalla liberazione, Hanif abita in una stanza di nove metri quadrati costruita di fianco alla casa dei genitori. Si guadagna da vivere vendendo the e yogurt nel suo villaggio di Fatepur e raccogliendo patate. Non ha quasi niente ma non si lamenta: «La libertà di fare ciò che si vuole è inestimabile. Noi non abbiamo bisogno di molto per essere felici. Spero solo che nessuno in famiglia si ammali, perché non abbiamo soldi per il dottore e non possiamo indebitarci ancora».

martedì 9 dicembre 2014

Asia Bibi, gli sposi arsi nel forno e la storia del bicchiere d’acqua

Mentre c’è chi discute se il corano sia o meno un libro “profetico” di pace dicendosene convinto, in Pakistan i cristiani in nome di quello stesso libro “di pace” vengono martirizzati …. non solo in Pakistan, ma anche in Iraq, dove - è notizia odierna (v. The Indipendent, Dec. 9th 2014; Vox News, 9.12.2014) - un gruppo di ragazzi infraquindicenni sono stati decapitati dalle truppe dell'ISIS perché non volevano abiurare la loro fede cristiana e convertirsi all'islam, esclamando "We Love Yeshua (Jesus)".



José María Ibarrarán, Il sogno del martire, XIX sec., Museo Nacional de Arte, Città del Messico

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Asia Bibi, gli sposi arsi nel forno e la storia del bicchiere d’acqua. «La legge sulla blasfemia serve a perseguitarci»

di Leone Grotti

Intervista a Sardar Mushtaq Gill, avvocato della donna in carcere da quasi 2000 giorni e condannata a morte. «Hanno crivellato la mia casa di colpi di arma da fuoco»


Sardar Mushtaq Gill (al centro nella foto), cristiano pakistano di 33 anni, sposato con tre figli, è uno degli otto legali di Asia Bibi ma più che l’avvocato voleva fare il tecnico. Ha cominciato a cambiare idea quando in prima media, all’età di 11 anni, si è trovato in classe con 70 musulmani e due cristiani. Un giorno d’estate, quando il caldo supera i 40 gradi, uno dei suoi compagni cristiani si è alzato per bere un bicchiere d’acqua dal refrigeratore presente in classe. Alla fine della giornata il preside ha preso i tre cristiani da parte: “Quell’acqua non è per voi. Se la bevete i vostri compagni musulmani si offendono”, ha detto loro.
«A quelle parole sono scoppiato a piangere», racconta Gill a tempi.it. «Se ho scelto di fare l’avvocato è perché i miei figli non dovessero subire tutte le discriminazioni che io ho subito durante la mia infanzia». Incontriamo l’avvocato della pakistana condannata a morte per blasfemia a Piacenza, dove il 3 dicembre ha tenuto una conferenza all’università cattolica del Sacro cuore. Gill è venuto per la prima volta in Italia per visitare il comune piacentino di Borgonovo, che ad aprile ha concesso ad Asia Bibi la cittadinanza onoraria. «È un piccolo gesto ma serve per provare a tenere un po’ alto il morale», confessa l’avvocato.
Per Asia Bibi, la prima donna condannata a morte per blasfemia in Pakistan, il prossimo 12 dicembre sarà un triste anniversario, che segnerà la sua permanenza in carcere da duemila giorni, circa cinque anni e mezzo. Tutto per aver bevuto un bicchiere d’acqua. Il 24 novembre Gill, che è presidente dell’organizzazione Lead, ha depositato l’appello alla Corte suprema del Pakistan: se anche in terzo grado la donna sarà condannata a morte, solo il presidente del Paese Mamnoon Hussain potrà salvarla concedendo la grazia. Altrimenti sarà impiccata.

Avvocato, prima del verdetto eravate certi che l’Alta corte di Lahore avrebbe riconosciuto i vostri argomenti. Invece il 24 ottobre ha confermato la condanna a morte per Asia Bibi. Come mai?

Questo processo non si è mai svolto regolarmente fin dal principio. Dal punto di vista tecnico, l’Alta corte ha rigettato il nostro appello perché non abbiamo contro-interrogato i testimoni dell’accusa. Dunque, è come se avessimo avallato le loro tesi.

Perché non l’avete fatto?

Perché non c’erano le condizioni. Quando si tratta di insulti blasfemi è quasi impossibile contro-interrogare i testimoni perché si può essere accusati di essere blasfemi a propria volta. L’avvocato che ha condotto il processo, il signor Chaudry, è musulmano ed era tremendamente sotto pressione, così come il giudice. In aula era presente un gruppo di estremisti islamici, venuti per far sentire la loro presenza, che rumoreggiavano e gridavano in continuazione slogan: “Allahu akbar” (Dio è il più grande) e “blasfema!”. In casi precedenti di blasfemia, un giudice era stato ucciso, così il nostro voleva chiudere in fretta il processo. Chaudry voleva contro-interrogare i testimoni ma…

Ma?

Non è proprio stato possibile. Gli avvocati dell’accusa sono molto aggressivi, li conosciamo. Si occupano solo di casi di blasfemia ed erano legati ai gruppi estremisti presenti in aula. Abbiamo l’ufficio davanti al loro a Lahore e non ci hanno mai salutato né stretto la mano. Se potessero, ci aggredirebbero. Sono loro che hanno imposto restrizioni agli avvocati della difesa. Infatti solo Chaudry poteva condurre il processo. E non è l’unica irregolarità.

Quali sono le altre?

Secondo la legge, solo i più alti ufficiali di polizia possono occuparsi dei casi di blasfemia. Ma questo non è avvenuto per Asia Bibi. Durante il primo grado di processo, il suo avvocato difensore è stato accolto in tribunale dal cancelliere, che gli ha puntato direttamente una pistola alla testa. È questo che intendo quando parlo di pressioni.

La Corte suprema accetterà la vostra richiesta di appello?

Non lo sappiamo ma siamo fiduciosi, perché in altri casi precedenti di blasfemia è avvenuto. Nell’Alta corte c’era troppa pressione, nella Corte suprema no.

Il marito di Asia Bibi (foto a fianco) ha già chiesto la grazia al presidente del Pakistan.

Sì, ma io temo che questa strada sia difficile da praticare. Ovviamente spero che possa intervenire ma la maggioranza del Paese lo metterà sotto pressione. Avrebbe bisogno di coraggio e forse le pressioni dei governi internazionali potranno aiutare. Ma la cosa più semplice sarebbe ottenere l’assoluzione dalla Corte suprema. Io temo che questa decisione però richiederà almeno un anno, forse due.

Asia Bibi è pronta a scontare altri due anni di carcere?

Suo marito l’ha incontrata settimana scorsa e l’ha trovata molto depressa. Quando le hanno detto che l’Alta corte aveva rigettato l’appello si sentiva frustrata, non capiva e ha perso ogni fiducia nei giudici. Sta male anche fisicamente e inizia a manifestare qualche problema di ordine psicologico. La sua prigione purtroppo è peggiore delle altre.

Perché?

Per lei è un doppio supplizio. La prigione è già una punizione in sé ma lei è in isolamento, perché si teme che qualcuno possa assassinarla, come avvenuto in altri casi in carcere per gli accusati di blasfemia. La sua cella poi è piccolissima, non c’è luce naturale ed è molto buia.

Come si può arrivare ad uccidere un imputato in carcere?

Questo succede perché i giudici stessi e l’islam giustificano tali azioni. Ho portato con me alcune sentenze che fanno capire perché questa violenza si scatena solo quando ad essere accusati di blasfemia sono i cristiani. In una sentenza ad esempio la Corte scrive: “Nessun musulmano può essere condannato a morte per blasfemia se nega chiaramente le accuse e afferma di essere un vero musulmano”. Si capisce? Non ha bisogno neanche di testimoni, mentre per i cristiani le regole sono diverse.

Cioè?


Si dà per scontato che i cristiani siano blasfemi perché non credono in Allah. Ecco perché per condannarli a morte basta anche una sola persona che renda testimonianza per iscritto.

Una solo, mentre per altri reati non è così. In un’altra sentenza di condanna a morte di una coppia cristiana, una Corte ha citato letteralmente un caso tratto dalla storia islamica, nel quale si racconta che un uomo cieco uccise la schiava da cui aveva avuto due figli perché questa insultava Maometto. E quando Maometto chiese all’uomo perché l’avesse uccisa, lui rispose: “Perché ti insultava”. Allora Maometto gli avrebbe detto che l’assassinio era giusto. Si capisce? Al Corano, agli hadith e alla storia islamica ci si appella nelle sentenze dei tribunali, non alla legge. E quando un giudice giustifica in base all’islam in una Corte l’uccisione di un cristiano, è normale che poi la gente si faccia giustizia da sola per strada.

I dati però dicono che tra il 1987 e il 2014, 1.438 presone sono state accusate di blasfemia: la metà di queste erano musulmane. Dunque anche loro soffrono per questa legge.

Certo, ma c’è una differenza. Non solo ai musulmani basta negare le accuse per essere assolti, quando sono implicati loro non c’è mai la violenza che vediamo con i cristiani. Faccio due esempi. Nel 2005 un professore musulmano molto importante è stato accusato di blasfemia per aver insultato il Profeta. Gli ulema, i dottori della legge delle varie sette islamiche, si sono riuniti a consiglio e dopo aver sentito le parti hanno deciso che il professore era un buon musulmano e non era colpevole.

E il secondo caso?

L’anno scorso, gli studenti di una scuola coranica sono rientrati dopo le vacanze estive e hanno pulito le classi. Tra le cartacce bruciate all’esterno dell’edificio un passante ha riconosciuto una pagina del Corano. Allora hanno accusato uno dei ragazzi di blasfemia. Ancora gli ulema si sono riuniti e hanno deciso che nonostante una pagina del Corano fosse davvero stata bruciata, siccome quel ragazzo era minorenne e musulmano, di sicuro non aveva davvero intenzione di farlo.

Non l’aveva fatto apposta.

Esatto. Ma se al suo posto ci fosse stato un cristiano? L’abbiamo appena visto: a inizio novembre una coppia di cristiani è stata torturata e poi bruciata viva perché la donna era stata accusata di avere bruciato una pagina del Corano.
La legge è la stessa ma il trattamento delle persone cambia. I cristiani non saranno mai al sicuro fino a quando ci sarà la legge sulla blasfemia.

Neanche lei è al sicuro da quando ha deciso di intraprendere la carriera di avvocato.

Nel 2013 hanno crivellato la mia casa di colpi di arma da fuoco. Da allora mia moglie è molto preoccupata ma ogni cristiano viene discriminato di continuo. Quando un mio amico musulmano mi chiede cosa penso del Corano, io non posso rispondere. E non posso neanche dire che Gesù è figlio di Dio, perché altrimenti mi accuserebbero di avere detto che Maometto è un falso profeta. È così che Asia Bibi è stata accusata ed è per questo che le Chiese hanno chiesto a tutti i cristiani di non parlare della propria fede con i musulmani.

Quando hanno fatto questa richiesta?

Specialmente dopo l’11 settembre, quando la situazione è peggiorata, le Chiese hanno deciso di non diffondere in nessun modo il cristianesimo, anche se la Costituzione ce lo consente come diritto. Hanno ordinato a tutti di non parlare della propria fede con i musulmani. Così si può dire che il vero scopo della legge sulla blasfemia sia stato raggiunto.

Quale scopo?

Questa legge è fatta apposta per perseguitare i cristiani.
L’obiettivo degli estremisti è impedire che il cristianesimo si diffonda. Ecco perché questa legge deve essere modificata. Perché cancella la nostra libertà religiosa, la nostra libertà di espressione e gli altri nostri diritti fondamentali.

Lei però non si è lasciato intimidire.

Io so di rischiare la vita ma non mi importa. Fare l’avvocato non era il mio piano, è la mia vocazione. È la strada che Dio ha scelto per me e Lui mi sostiene nel percorrerla. E poi ho sempre avuto il piglio giusto. Quando all’università un professore di diritto si è messo a dire che l’Occidente era civilizzato solo perché i suoi popoli hanno seguito il Corano e che Gesù non era davvero figlio di Dio, io mi sono alzato e gli ho detto: “Perché parla di queste cose? Non è la sua materia”. Lui si è zittito, si è scusato e ha ripreso a fare lezione.

Fonte: Tempi, 5.12.2014

domenica 23 novembre 2014

Pakistan, cristiani bruciati vivi. La polizia li scagiona: «Non hanno commesso alcuna blasfemia»

Nella memoria liturgica dei SS. Clemente I, papa, e Felicita, martiri, nonché nell’ultima domenica dell’anno liturgico – dedicata da papa Montini alla memoria di Cristo, re dell’universo, che rammenta che ogni potestà ed autorità proviene da Dio ed è a servizio di Dio, e che avevamo già celebrato l’ultima domenica di ottobre – rilancio quest’articolo sui neomartiri cristiani in Pakistan, già da noi ricordati in altre occasioni, uccisi barbaramente lo scorso 4 novembre, di cui avevamo riportato anche la testimonianza del figlio.





La Vergine col Bambino incorona Francesco Giuseppe ed Elisabetta sovrani di Ungheria, Chiesa di Mattia, Budapest

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Pakistan, cristiani bruciati vivi. La polizia li scagiona: «Non hanno commesso alcuna blasfemia»

di Leone Grotti

Intanto Tahir Ashrafi, membro del Consiglio dell’ideologia islamica, ha dichiarato: «Tutti i colpevoli devono essere arrestati e puniti. Se sono coinvolti, anche gli imam»

«Shama Bibi era analfabeta e non poteva in nessun caso conoscere il contenuto delle pagine che stava bruciando. Non ha commesso blasfemia». Le parole del capo del distretto di polizia di Kasur (Punjab, Pakistan), che scagionano la donna cristiana, arrivano troppo tardi: Shama, insieme al marito Shehzad, è già stata bruciata viva in un forno per quel presunto reato da una folla di musulmani inferociti.

BRUCIATI VIVI. Il poliziotto Jawad Qamar ha confermato dunque a Morning Star News l’innocenza della coppia, che il 4 novembre è stata assassinata in modo così brutale nel villaggio di Chak 59, nella fabbrica di mattoni del musulmano Mohammed Yousuf Gujjar. Ora, come dichiarato dalla famiglia delle vittime il 16 novembre, gli islamisti hanno offerto loro come compensazione soldi e terra per convincerli a far cadere il caso.

FAMIGLIA MINACCIATA. Non solo. Alcuni influenti musulmani della zona, insieme a un parlamentare del Punjab, hanno minacciato il fratello di Shehzad, Shahbaz, e sua moglie Parveen Masih per costringerli a trovare un accordo con gli assassini. La famiglia però non si è lasciata intimidire e ha chiesto protezione alla polizia, che ha già arrestato 43 persone coinvolte nell’assassinio: «Tutto ciò che vogliamo è un’indagine onesta», ha dichiarato il fratello della vittima.

POLITICI LOCALI. Il parlamentare Muhammad Anees Qureshi, membro del partito al governo Pakistan Muslim League, è accusato di aver assistito all’omicidio e di aver cercato di proteggere nei giorni successivi Riaz Kamboh, ex consigliere municipale del suo stesso partito, tra gli uomini che hanno materialmente cosparso di benzina i corpi dei due cristiani per poi gettarli nella fornace. Qureshi, interrogato dalla polizia, ha risposto che «Shama e Shehzad erano già morti quando ho raggiunto il luogo. Per questo non ho potuto fare niente per loro».

«PUNIRE ANCHE GLI IMAM». Il tentativo di corrompere la famiglia per lasciar cadere il caso non è andato a buon fine ma non avrebbe comunque potuto funzionare. Il caso, infatti, è stato registrato dalla polizia locale stessa e neanche la famiglia ha il potere di chiederne la cancellazione.
Intanto Tahir Ashrafi, membro del Consiglio dell’ideologia islamica, l’organismo religioso più importante del Pakistan, ha dichiarato: «Tutti i colpevoli devono essere arrestati e puniti. Se sono coinvolti, anche gli imam» che dagli altoparlanti delle moschee dei villaggi vicini a Chak 59 hanno incitato la popolazione locale a punire la coppia per la blasfemia compiuta. Il governatore del Punjab, Muhammad Sarwar, ha aggiunto: «Se una persona accusa falsamente l’altro di blasfemia, deve essere punito».

Fonte: Tempi, 20.11.2014

venerdì 14 novembre 2014

Mentre bruciavano vivi due cristiani, la polizia c’era ma stava a guardare ....

Ancora sul martirio della giovane coppia pakistana avvenuto lo scorso 4 novembre. Avevamo riferito la testimonianza del figlio della coppia, miracolosamente – è il caso di dire – scampato all’uccisione, secondo la quale i suoi genitori sarebbero stati malmenati, legati ad un trattore e, condotti al forno per mattoni, ivi gettati vivi.
Oggi apprendiamo altri particolari del glorioso martirio di questo veri neo-atleti e testimoni di Cristo.

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Pakistan. Mentre bruciavano vivi due cristiani, la polizia c’era ma stava a guardare. «Proteggono i reali colpevoli»

di Leone Grotti

Secondo nuove ricostruzioni dell’omicidio di Shehzad e Shama, sono stati diversi imam a fomentare la folla di musulmani dalle moschee. Testimoni: «Avevano gli occhi iniettati di sangue»
La polizia c’era. Ma non ha fatto niente. Quando una folla di centinaia di musulmani ha bruciato vivi i coniugi cristiani Shehzad Masih e la moglie Shama Bibi le forze dell’ordine erano presenti sul luogo ma si sono rifiutate di intervenire per fermare l’omicidio.

IL VILLAGGIO ODIATO. È quanto emerge da nuove ricostruzioni effettuate da British Pakistani Christians. Secondo l’associazione, le vittime erano state schiavizzate dal datore di lavoro Mohammed Yousuf Gujjar, nella sua fabbrica di mattoni nel villaggio Chak 59, ed erano malviste dalla popolazione musulmana locale perché originarie del vicino villaggio cristiano Clarkabad. Nonostante l’alta disoccupazione, il villaggio è odiato e invidiato perché ha l’elettricità, un ufficio postale, una banca e una scuola.

«CONVERTITEVI ALL’ISLAM». I genitori di quattro figli, uno dei quali dato in adozione a uno zio per l’estrema povertà della coppia, erano andati a lavorare in fabbrica insieme ai cinque fratelli di Shehzad e alle rispettive famiglie. Le violenze sono cominciate quando nel villaggio e in quelli confinanti è circolata la voce secondo cui la donna avrebbe bruciato pagine del Corano. Un gruppo di estremisti ha allora affrontato la coppia, ordinando loro di pentirsi e di convertirsi all’islam. Shehzad e Shama hanno rifiutato e hanno pianificato la fuga, ma non sono potuti scappare a causa dei soldi che ancora dovevano al proprietario della fabbrica. Per impedire che fuggissero, il proprietario ha imprigionato Shama.

IMAM ESTREMISTI. Secondo le ultime notizie, la mattina del 4 novembre all’alba una piccola folla si è riunita davanti alla casa della coppia per vendicarsi per la presunta blasfemia. Una guardia della fabbrica ha chiesto a Shehzad di andare a consolare Shama nella stanza dov’era rinchiusa. Nelle ore successive, alcuni lavoratori della fabbrica hanno chiesto manforte nei villaggi vicini. Gli imam, attraverso gli altoparlanti delle moschee, hanno incitato una folla di centinaia di musulmani a vendicarsi della blasfemia.

«OCCHI INIETTATI DI SANGUE». Arrivati alla fabbrica, hanno preso la coppia e l’hanno picchiata con asce e bastoni. «Avevano gli occhi iniettati di sangue», secondo un cristiano che ha assistito alla scena. Poi li hanno attaccati con una corda a un trattore e trascinati lungo una strada piena di pietre e sassi, mentre la folla continuava a colpirli. Arrivati davanti ai forni della fabbrica, li hanno cosparsi di benzina e gettati nella fornace. Shehzad era sicuramente ancora vivo, forse la moglie era già morta per le violenze. La polizia ha assistito a tutta la scena ma si è rifiutata di fermare la folla.

INDAGINI SOSPETTE. Nonostante l’arresto di 44 indagati e la promessa del premier Nawaz Sharif di non avere «alcuna pietà» per questo «crimine inaccettabile», la polizia si è comportata in modo strano. Non ha permesso ai familiari delle vittime di sporgere denuncia, ma l’ha fatto in modo autonomo scrivendo nel rapporto i nomi della coppia in modo sbagliato. Si è anche rifiutata di inserire nel rapporto le testimonianze dirette di chi ha assistito alla barbarie.
Ha infine impedito che la comunità cristiana organizzasse un grande funerale, per timore di manifestazioni, e ha seppellito i pochi resti (foto a sinistra) di Shehzad e Shama in fretta e furia. Secondo un giornalista pachistano, la polizia sta cercando di «proteggere i reali colpevoli».