Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta Novus Ordo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Novus Ordo. Mostra tutti i post

domenica 14 gennaio 2018

Lo strano caso della Seconda Lettura spezzettata e mal tradotta nella Messa della II Domenica del Tempo Ordinario secondo il Novus Ordo

Rilanciamo volentieri da Chiesa e postconcilio questo caso di erronea traduzione, o forse si dovrebbe dire di “addomesticamento” della traduzione in lingua italiana della Seconda Lettura nella messa secondo il Novus Ordo, celebrata nella II Domenica del Tempo Ordinario.

“Lo strano caso della Seconda Lettura spezzettata e mal tradotta nella Messa di domani: 1 Cor 6,13-20”

L'articolo pubblicato di seguito mostra un esempio lampante di come le traduzioni lasciate all'arbitrio delle singole conferenze epistolari (in seguito alla revisione della Liturgiam authenticam: vedi qui e precedenti) possono dapprima annacquare e, come effetto finale, espungere le verità fondanti della nostra fede.

Questa è una di quelle letture che sono state completamente “fratturate” dai Liturgisti. Anche la traduzione è parecchio carente. Ma un motivo c’è sempre. Sono sicuro che pochissimi sacerdoti domani faranno riferimento a questa Seconda Lettura di San Paolo ai Corinzi, perché nettamente in contrasto con l’Amoris Laetitia e tutto l’insegnamento della neochiesa e di Bergoglio.
Non mi soffermo sul fatto che questa Parola sia stata “spezzettata”, perché il mio commento sarebbe troppo lungo. Lascio come sempre a voi lettori, ogni commento, contributo e aggiunta in merito.
Mi soffermerò solo su due punti che ritengo molto importanti da spiegare. Intanto vi posto la Lettura per intero (senza spezzettamenti – nella versione del 1974):

“I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!». Ma Dio distruggerà questo e quelli; il corpo poi non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. 14Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.
15Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! 16O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo. 17Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. 18Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. 19O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?20Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,13-20).

Questa sopra, come vi ho detto, è la versione integrale del brano nella traduzione del 1974. Domani sarà letta completamente in modo diverso. Vi chiedo di procurarvi un “neomessalino” o magari anche il foglietto delle Letture per confrontare le differenze.
Intanto vi è un gravissimo errore di traduzione. Al v. 18 San Paolo scrive: “φεύγετε τὴν πορνείαν – feughete ten porneian”, che correttamente tradotto sarebbe: “fuggite la fornicazione!”.
Nella traduzione che invece sarà proclamata domani si legge: “state lontani dall’impurità”. Come potete notare vi è un totale cambiamento di significato nel messaggio dell’Apostolo. Un conto è dire in tono autorevole: “FUGGITE LA FORNICAZIONE”! Un’altra cosa è dire in tono sommesso: “state lontani dall’impurità”. Il tentativo di queste traduzioni faziosamente errate è quello di “smorzare” i toni della Parola, per essere sempre più “politicamente corretti”. Per “fornicazione” infatti San Paolo intende l’adulterio e le unioni omosessuali. Ai vv. 9-10, quindi immediatamente precedenti a questo testo (e non presenti nella Lettura), l’Apostolo dice infatti: “Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio”. Mi pare che i toni di Paolo siano tutt’altro che sommessi. Ecco il significato di quel “fuggite la fornicazione!”, anziché “state lontani dall’impurità”.
Ma siamo nella neochiesa. Dove il neovangelo è l’Amoris Laetitia. Certe cose non si possono dire. Altrimenti qualcuno si può anche offendere. E poi…per dirla alla Bergoglio: chi siamo noi per giudicare??????
Qui non si pensa più alla Salvezza dell’anima. Qui si pensa a cercare di accontentare tutti. Ingannando i fedeli. E spalancando loro la porta dell’inferno. La situazione è gravissima!
L’altro aspetto che smonta completamente ogni insegnamento immorale della neochiesa è al v. 19: “ἢ οὐκ οἴδατε ὅτι τὸ σῶμα ὑμῶν ναὸς τοῦ ἐν ὑμῖν ἁγίου πνεύματός ἐστιν – o non sapete che il vostro corpo è Tempio dello Spirito Santo che è in voi…”. Una verità Assoluta. Il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo. E tutte le volte che si compie un peccato di “fornicazione”, vi è la profanazione di questo Tempio.
Il famoso sdoganamento dell’Amoris Laetitia alla n. 351 per le coppie di divorziati risposati di potersi accostare all’Eucaristia e alla Confessione, non è altro che un INVITO A PROFANARE IL TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO CON LA SANTISSIMA EUCARISTIA! Qui il messaggio della Parola di Dio è molto chiaro. Accostarsi all’Eucaristia con un tempio profanato, significa aggravare maggiormente quella profanazione e quindi il peccato. Che poi questo invito sia stato fatto da uno che riveste gli abiti da Pontefice e dovrebbe pensare alla salute delle anime a lui affidate…. È proprio grottesco. Capiamo la gravita?
Ma tanto per domani state pur tranquilli. La stragrande maggioranza dei predicatori si limiterà ad un breve commento del Vangelo, in versione peace & love, magari forzando il testo…in quel versetto dove Gesù dice: “Venite e vedrete”, interpretandolo come un invito del Signore ai suoi Apostoli…a “farsi migranti”!
Fra Cristoforo

mercoledì 14 settembre 2016

I dieci anni del Summorum. L’impegno dei Coetus

Su segnalazione, pubblichiamo il seguente contributo di Vito Abbruzzi.

I dieci anni del Summorum. L’impegno dei Coetus

di Vito Abbruzzi

Scrivere questo articolo non è stato affatto facile. Notizie avvicendatesi una dietro l’altra mi hanno spinto quasi con forza a dare delle risposte prima di tutto a me stesso, ma anche a chi con me condivide uno stesso percorso. Ricevere telefonate preoccupate di amici, che ognora devono fare i conti con i pregiudizi di chi – in alto –non intende il nostro amore per la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata dallo stesso Magistero della Chiesa “tesoro prezioso da conservare”, è davvero avvilente. Come se noi – a motivo di ciò – ne avversassimo il nuovo uso, a cui dover essere ricondotti come figliuol prodighi o pecorelle smarrite. Quando, invece, è esattamente il contrario: è per amore di quest’ultimo che veniamo attratti dalla sacralità dell’antico uso, non ravvisando contraddizioni tra l’uno e l’atro, ma, anzi, vicendevole arricchimento. E i Coetus, di cui fan parte questi miei amici – esposti ad ogni critica – devono assolutamente tener ben lungi da sé l’essere considerati una sorta di élite ecclesiale, giacché, sull’esempio di Benedetto XVI, tutti siamo – ciascuno per la sua parte – umili lavoratori nella vigna del Signore, cooperatori della Verità.

Il 17 agosto scorso siamo stati colpiti da una notizia sconcertante (data per due giorni di seguito dai telegiornali nazionali italiani): la tragica morte di un giovane altoatesino, intento nella assurda pratica del Base jumping: uno “sport estremo” consistente nel volo in caduta libera, assistito, solo poco prima dell’impatto col suolo, da un paracadute. Proprio questa dolorosa vicenda mi ha fatto immediatamente riflettere sulle ragioni che dieci anni fa spinsero Benedetto XVI a emanare il Motu Proprio Summorum Pontificum.[1] A distanza di dieci anni esse, ora, mi sono chiare più che mai!
Vedo, purtroppo, con molto dispiacere, il Novus Ordo (cosiddetto “Rito di Paolo VI”) in caduta libera. Dico “purtroppo”, perché sono cresciuto insieme con esso (nel ‘70 avevo sei anni), e devo ad esso, rettamente compreso, il mio amore per la Liturgia Romana: una liturgia, che, ahimè!, ho visto in prima persona deprivata e depauperata, anno dopo anno, di “quel senso dell’adorabile maestà di Dio”,[2] in nome di un minimalismo tutto moderno, frutto di “ignoranza, giacché per lo più si rigetta ciò di cui non si coglie il senso più profondo, né si conosce l’antichità”.[3]
Parlare di sciatteria forse è esagerato, ma è quanto, purtroppo, tristemente noi addetti ai lavori siamo impotentemente costretti ad osservare da anni, ingoiando a forza il rospo e cercando di fare buon viso a cattivo gioco (perché di cattivo gioco si tratta!). E non c’è verso di dialogare, perché, tanto, si è dalla parte sbagliata: quella a torto ritenuta dei perdenti, che non vogliono ammettere che il mondo è cambiato… anche se in peggio. Quando, invece, sarebbe molto più costruttiva la sana critica di chi, “oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica” onestamente ammette che “nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca”.[4]
Parliamo, dunque, di una Liturgia, quella Romana postconciliare, fortemente oggi in crisi, come anche la Chiesa, che pure l’ha espressa. Ed ecco, allora, la saggia, anzi la illuminata decisione del 7 luglio 2007 di pubblicare la Lettera Apostolica “Motu Proprio data” sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970: documento, nelle parole del suo firmatario, “frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera”,[5] giustamente e fermamente convinto che “non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto”.[6]
Oggi come oggi non possiamo non riconoscere che proprio “la Lettera Apostolica, Summorum Pontificum Motu Proprio data, del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 7 luglio 2007, entrata in vigore il 14 settembre 2007, ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana”![7] E che proprio essa può costituire non solo un valido paracadute (usando la metafora del Base jumping), o un’ancora di salvezza per quest’ultima, ma anche e soprattutto un efficace strumento di promozione e rinnovamento nei confronti della stessa celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI, in cui “potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso”,[8] ben consci che “le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda”.[9]
In questa opera non facile un ruolo davvero importante lo svolgono e devono continuare a svolgerlo i vari gruppi stabili di fedeli (Coetus fidelium) aderenti alla precedente tradizione liturgica,[10] ognuno dei quali si sente ed è “in comunione col suo Vescovo e col Papa; rifugge la confusione teologica, rispetta la pietà popolare, aborrisce le deformazioni della Liturgia che portano solo ad allontanare i fedeli dalla Chiesa e a favorire la diffusione di nuovi movimenti religiosi e magici”,[11] quali “culti” o “sette”,[12] ovvero “movimenti e comunità” presenti “anche all’interno della Chiesa, sebbene […] abbiano ottenuto il riconoscimento e l’approvazione ecclesiali”.[13]
Compito, allora, di ciascun Coetus – tutt’altro dall’essere uno dei variegati e variopinti movimenti e comunità di casa nostra – è quello di far comprendere il bisogno di “ritornare alla Tradizione per innovare; di qui l’esigenza di una rinnovata catechesi della celebrazione eucaristica”,[14] d’accordo con i Vescovi italiani nel ritenere la Liturgia essere in sommo grado “scuola permanente di formazione attorno al Signore [crocifisso e] risorto, ‘luogo educativo e rivelativo’ in cui la fede prende forma e viene trasmessa”.[15]
“L’urgenza di esplicitare la rilevanza della Liturgia quale luogo educativo e rivelativo, facendone emergere la dignità”,[16] è la vera missione che investe ogni singolo Coetus, impegnato, nel suo piccolo, a “una robusta formazione liturgica dei fedeli”, la quale “sia veicolo del mistero”.[17] E questo perché “il culto divino evoca la sovranità del Signore su tutto, la sua maestà infinita, la sua grandezza, il suo mistero, il suo diritto all’adorazione”.[18]
Questo primo decennio di vita del Summorum è stato solo di rodaggio; un primo significativo traguardo da cui ripartire, con la serena certezza che la strada coraggiosamente da noi intrapresa è quella giusta, visto che ad indicarcela ci si mettono pure agnostici del calibro di Umberto Galimberti, avvertendo il “bisogno che, da sponde diverse, si ritorni a ri-sacralizzare la dimensione religiosa”.[19] E i mezzi e i modi per questa non facile eppure avvincente missione sono molto semplici: sono i medesimi da noi ben collaudati, indicati nei tre documenti su cui si fondano i nostri intenti e che legittimano le nostre azioni: in primis lo stesso Motu Proprio Summorum Pontificum, il quale “costituisce una rilevante espressione del Magistero del Romano Pontefice e del munus a Lui proprio di regolare e ordinare la Sacra Liturgia della Chiesa e manifesta la Sua sollecitudine di Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa Universale”;[20] a seguire, la Lettera di Benedetto XVI ai Vescovi con la quale consegna loro il Motu Proprio, “con grande fiducia e speranza”,[21] offrendo “ulteriori delucidazioni sull’opportunità e sulla necessità del Motu Proprio stesso”,[22] al fine di vincere timori, dimostrati essere non realmente fondati;[23] e, infine, la Universae Ecclesiae: l’Istruzione applicativa del Motu Proprio, pubblicata col precipuo scopo di “garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari”.[24] L’agire secondo la lettera e lo spirito di questi tre capisaldi del Magistero è la maniera più efficace per mettere a tacere chi prova a tacciarci di essere contro la Chiesa, con il fantomatico “timore che qui venga intaccata l’autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio. Tale timore è infondato”[25] e pretestuoso!
Certo, i pregiudizi ancora da sfatare sono tanti, ma registriamo, anche se timidamente, una crescita costante di persone – soprattutto giovani – che frequentano le nostre messe, e, quel che più conta, di sacerdoti – anche novelli – che le celebrano molto volentieri, sebbene sine populo, cioè in forma strettamente privata e a porte chiuse, per quieto vivere.[26] Ma poco importa: il dado è stato finalmente tratto e la strada definitivamente segnata; e quelle motivate paure che si potesse tornare indietro o arrestare il tutto di colpo, alla prova dei fatti sono state superate per sempre, nella determinata consapevolezza di “offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare”[27] e perpetuare.



[1] Cfr. BENEDICTUS PP. XVI, Litterae Apostolicae “Motu Proprio datae” Summorum Pontificum de usu extraordinario antiquae formae Ritus Romani (7 Iulii 2007), in AAS 99 (2007) 777-781.
[2] CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Redemptionis Sacramentum su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia (25 marzo 2004), n. 6, in AAS 96 (2004) 551.
[3] Ibidem, n. 9, in AAS 96 (2004) 552.
[4] D. PEZZINI, Il tempo redento. Incursioni nell’anno liturgico (Quaresima-Pasqua), ed. Àncora, Milano 2002, p. 31; cfr. http://www.scuolaecclesiamater.org/2015/03/un-testo-su-cui-riflettere.html.
[6] Ibidem, in AAS 99 (2007) 798.
[7] PONTIFICIA COMMISSIONE ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae sull’applicazione della Lettera Apostolica “Motu Proprio data” Summorum Pontificum di S.S. Benedetto PP. XVI, n. 1.
[9] Ibidem.
[10] Cfr. BENEDETTO XVI, Lettera Apostolica “Motu Proprio data” Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970 (7 luglio 2007), art. 5, § 1, in AAS 99 (2007) 780.
[11] N. BUX, Come andare a Messa e non perdere la fede, ed. Piemme, Milano 2010, p. 94.
[12] SEGRETARIATO PER L’UNIONE DEI CRISTIANI, Il fenomeno delle sette o nuovi movimenti religiosi. Sfida pastorale (7 maggio 1986), n. 1.1, in Enchiridion Vaticanum 10, n. 371.
[13] C. SCHÖNBORN (Card.), Ci sono sette nella Chiesa? Riflessioni su una concezione sconcertante, in L’Osservatore Romano del 17/07/1997.
[14] BUX, Come andare a Messa, cit., p. 51.
[15] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, n. 39.
[16] ID., Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, n. 49.
[17] Ibidem.
[18] BUX, Come andare a Messa, cit., p. 52.
[19] È quanto mi scriveva il Prof. Galimberti in una mail del 06/01/13.
[20] PONT. COMM. ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae, n. 8.
[22] PONT. COMM. ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae, n. 7.
[24] PONT. COMM. ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae, n. 8.b.
[26] A norma del n. 23 dell’Istruzione Universae Ecclesiae, i sacerdoti, sia secolari sia religiosi, che vogliano “celebrare la Messa sine populo (o con la partecipazione del solo ministro) nella forma extraordinaria del Rito Romano […], non necessitano di alcun permesso speciale dei loro Ordinari o superiori”.
[27] PONT. COMM. ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae, n. 8.a.

lunedì 26 ottobre 2015

Sulla questione del velo sul calice ....

Rilancio questo contributo, in materia liturgica, del blog Cantuale Antonianum, risalente al 2012, su una questione ancor oggi attuale, che concerne la questione del velo sul calice. Al tema, lo stesso blog aveva dedicato una serie di contributi Il velo del calice e il senso del sacro (v. qui), nonché – a firma di don Nicola Bux - Il velo del calice e la benedizione dell’incenso (v. qui). A volte i non cattolici sono di esempio agli stessi cattolici quanto a dignità liturgica. E non solo .... .

La Santa Sede ha già risposto nel 1978:
Il velo sul calice ci va

Tovaglie e velo per il calice in stile moderno - Chiesa luterana di Honolulu

Grazie ad un attento lettore che mi ha passato le seguenti informazioni a proposito del post di ieri (vedi qui), possiamo affermare con certezza: il velo che copre il calice e la patena, e viene rimosso all’offertorio per tornare a coprire il tutto dopo la purificazione, NON E’ DA INTENDERSI COME FACOLTATIVO, anche nel rito di Paolo VI, nonostante molti, pur in chiese insigni, non lo usino per trascuratezza o dimenticanza.
Infatti, già nel 1978 era stato indirizzato un quesito alla Congregazione per il Culto Divino. Evidentemente si tratta della “forma ordinaria”, cioè del rito post-conciliare. La risposta può essere riassunta così: “niente è stato mutato rispetto a questo punto, controllate le rubriche”. Il testo che vi cito è ripreso dalla rivista ufficiale della Congregazione: Notitiae 14(1978), pag. 594, n. 16. Qui trovate la fotocopia dell’originale.



De calicis velo 
16. Permultis in locis rare adhibetur velum ad calicem cooperiendum qui in abaco ante Missam paratur. Num normae recentiores datae sunt ad usum huiusmodi supprimendum?
Resp.
Nulla norma ne recens quidem data est, quae n. 80c IGMR immutet, ubi legitur: Calix cooperiatur velo, quod potest esse semper coloris albi.
------------------------
A proposito del velo del calice 
16. In parecchi luoghi raramente si utilizza il velo per coprire il calice che viene preparato sulla credenza prima della Messa. Sono state date norme più recenti volte a sopprimere questa pratica? 
Risposta
Nessuna norma, neppure recente, è stata data per mutare il num. 80c dell’Ordinamento Generale del Messale Romano, dove si legge: “Il calice sia ricoperto con il velo, che può essere sempre di colore bianco”.

A parte la norma, è anche una questione di decoro e di bellezza. Veder portare in giro il calice e la patena come fossero stoviglie comuni non è affatto stimolo alla preghiera e alla devozione. Non parliamo poi quando in una messa solenne gli accoliti portano “senza tante cerimonie” il calice dalla credenza all’altare...

Come dovrebbe essere... anche nella Chiesa cattolica

lunedì 31 agosto 2015

La Messa dell’assemblea culla l’agnosticismo - Editoriale di settembre di “Radicati nella fede”

Nella memoria liturgica di S. Raimondo Nonnato, cardinale e confessore, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di settembre 2015.



Vicente Carducho, Martirio di S. Raimondo, XVI-XVII sec., Museo del Prado, Madrid


Jerónimo Jacinto de Espinosa, S. Raimondo Nonnato, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Diego Gonzáles de Vega, Cristo incorona S. Raimondo Nonnato, 1673, Museo del Prado, Madrid


Francisco Pacheco, Ultima comunione di S. Raimondo, 1611


Francisco de Zurbarán, Madre implora benedizione di S. Raimondo, XVII sec.


Juan de Mesa, San Ramón Nonato, 1626-27, Museo de Bellas Artes, Siviglia

LA MESSA DELL’ASSEMBLEA CULLA L’AGNOSTICISMO

Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 8 - Settembre 2015



Ciò che non c’è più nella Messa, scompare inevitabilmente anche dalla vita cristiana. È solo questione di tempo, e nemmeno molto.
Così è stato con l’ultima riforma liturgica: i “vuoti” del rito sono diventati “vuoti” del nuovo cristianesimo.
Ne vorremmo sottolineare uno tra tutti: la scomparsa del submissa voce per il prete, che corrisponde all’assenza del silenzio per i fedeli. Ci sembra questo uno dei punti che più evidentemente indicano un cambiamento radicale nel rito cattolico. D’altronde è questo che soprattutto appare come scandaloso, per i fedeli che oggi si imbattono nella Messa tradizionale: le lunghe parti in cui il sacerdote, specialmente nel canone, pronunciando le parole sottovoce, non fa sentire alcunché ai fedeli, obbligandoli al silenzio.
Più volte abbiamo constatato che è questo a far problema, più dell’uso del latino.
Eppure questo è un aspetto determinante, che se eliminato, cambia tutto non solo nella messa, ma nel cristianesimo stesso.
Il submissa voce, il sottovoce per il prete e il corrispondente lungo silenzio per i fedeli, “incastra” prete e fedeli alla fede, senza appoggi umani. Il sacerdote all’altare deve stare di fronte a Dio, ripetendo sottovoce le parole di Nostro Signore, rinnovando il Sacrificio del Calvario. È un rapporto diretto, personale, intimo con Dio; certo mediato dalla consegna della Chiesa, che custodisce e trasmette le parole che costituiscono la forma del sacramento, ma che in quell’istante non si posa sull’umano della Chiesa, ma sul miracolo della grazia. Così facendo il prete, nel rito tradizionale, immediatamente insegna ai fedeli che ciò che conta è Dio stesso, la sua azione, la sua salvezza, e che queste ci raggiungono personalmente.
La nuova messa non è così, è tutta comunitaria. Il prete in essa, oltre ad essere tutto rivolto ai fedeli, opera come colui che narra ai fedeli ciò che il Signore ha fatto nell’ultima cena: racconta ai fedeli le parole e i gesti del Signore, così che l’azione sacramentale che ne scaturisce appare tutta mediata dall’attenzione che questi ultimi vi devono mettere. Scompare così per il prete il rapporto personalissimo con Dio nel cuore della messa cattolica, il canone, sostituito da questo estenuante rapporto con chi è di fronte all’altare. La nuova forma della messa comunitaria ha così trasformato il sacerdote, gettato in pasto all’attivismo più sfiancante, che è quello di farsi mediare la fede e il rapporto con Dio sempre dai fedeli. La nuova messa ha prodotto un nuovo clero non più aiutato a stare con Dio, non più ancorato all’atto di fede.
Il continuo dialogo nella messa, tra sacerdote e assemblea, ha anche modificato la concezione di Chiesa: oggi pensiamo la Chiesa come nascente dal basso, dal battesimo e quindi dal popolo cristiano; non la pensiamo più come realmente è, nascente dall’alto, da Dio, dal sacramento dell’Ordine. Chi pensa che la Chiesa sorga dal battesimo, non sopporta più quel prete all’altare, che sottovoce pronuncia le parole che costituiscono il miracolo del sacramento.
Anche i fedeli sono direttamente rovinati dal nuovo rito perché, continuamente intrattenuti dal parlare del prete, hanno disimparato anch’essi a stare di fronte a Dio. Così Dio stesso si trova sostituito dall’assemblea celebrante, che diventa ingombrante ostacolo nell’educazione al personale atto di fede.
In questi ultimi tempi si è tentato nella messa moderna di correre ai ripari, cercando invano di reintrodurvi un po’ di silenzio, collocato dopo la lettura del Vangelo, ma anche questo espediente rivela la gravità della nuova posizione. Questo silenzio reintrodotto, solitamente brevissimo, è un silenzio di riposo umano, di meditazione: esso è di tutt’altra natura rispetto a quello prodotto dal submissa voce. Il submissa voce produce un silenzio che avvolge il rapporto intimo del sacerdote con Dio, che dà la sua persona affinché accada l’azione divina che salva. Il silenzio del submissa voce è incentrato sull’azione di Dio e non sulla meditazione dell’uomo, ed è uno dei più grandi richiami al primato della vita soprannaturale, al primato della grazia.
Non c’è nulla da fare, occorre tornare alla Messa di sempre, per tornare alla centralità dell’atto di fede, personale risposta all’azione di Dio.
Sacerdoti e fedeli non possono resistere di fronte al mondo, se non sono costituiti in forza da questo rapporto personalissimo, che nessuna assemblea può sostituire.
L’alternativa? Un agnosticismo pratico, un dubbio di fede pratico, un sospeso dell’anima, riempito dalle parole di un’assemblea che intrattiene per non far pensare.
Osiamo dirlo: la nuova messa, tutta ad alta voce, tutta narrazione e predica, ha cullato i vari agnosticismi, dei preti e dei fedeli, non fermando il dramma dell’apostasia, cioè dell’abbandono pratico della vita cristiana. Ha illuso, dando, nel migliore dei casi, un po’ di calore umano a buon mercato, diseducando a una posizione di fede vera, assolutamente necessaria per attraversare la battaglia di questa vita.
Torniamo alla Messa tradizionale, prima palestra del cristianesimo, quello vero.

sabato 21 marzo 2015

Un testo su cui riflettere all'approssimarsi della Settimana più Santa dell'Anno liturgico

Il testo che pubblichiamo non è di un sacerdote che ha fama di “tradizionalista”. Si tratta di uno scritto risalente al 2002, ben cinque anni prima, dunque, del m.p. di Benedetto XVI Summorum pontificum. L'autore, Domenico Pezzini, è un personaggio, anche alquanto discusso, à la page e, se vogliamo, gradito e vicino all'ambiente radical-chic o, meglio, potremmo dire affine, con una terminologia molto di moda oggigiorno, all'ambiente "esistenzialmente periferico". Noto per le sue traduzioni di sant'Aelredo di Riveaux e per essere un esperto di letteratura inglese, con collaborazioni con Oxford nonché, secondo la vulgata della stampa, per essere stato docente alla Cattolica. A lui farebbe capo il gruppo di omo-credenti denominato “La fonte”. Scrisse persino su “Il Regno” per difendere l’opera di p. Nuget e di una suora a favore degli omosessuali quando questi ultimi due furono condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede, presieduta, all’epoca, dal card. Ratzinger. Proprio per questo appare più credibile ai nostri occhi, non potendo essere tacciato di "conservatorismo" o di vicinanza alla Tradizione. 
Si tratta di uno scritto da cui traspare una certa nostalgia, un certo inappagamento per i riti liturgici della Settimana Santa così come generati dalla c.d. riforma liturgica; riti nei quali vi è stata un’«alluvione di parole» ed un «prosciugamento dei segni», con inevitabile perdita di sentimenti, emozioni, gioie e paure, che il rito tradizionale, al contrario, comportava nei fedeli. Per questo, tale testo – assai lontano dalla nostra sensibilità, che è sensibilità genuinamente cattolica – ci porta a soffermarci su ciò che rappresentavano i riti della Settimana Santa, che la c.d. riforma liturgica ha impoverito, inaridito e svuotato della sua ricchezza significativa.

Tra l’angoscia del Getsemani e la gloria della risurrezione

Equilibri difficili: teologia e sentimenti

Una delle conquiste più evidenti della riforma liturgica avviata dal concilio Vaticano II è stata il ricupero della centralità della Pasqua nella vita di fede. Ricordo che il problema era, al tempo, quello di equilibrare una liturgia che sembrava troppo focalizzata sul dolore e sulla passione, ridando peso alla gloria della risurrezione e alla gioia conseguente. La spiritualità chiamata «affettiva», che era andata formandosi a partire dai secoli XII-XIII soprattutto in ambito cistercense prima e francescano poi, aveva portato un forte accento sull’umanità di Gesù, mettendo al centro della devozione i due momenti emotivamente più intensi della sua vita: la nascita e la morte in croce, questa ancora più di quella, con Maria protagonista, accanto a Gesù, in ambedue. Da lì si sviluppò una spiritualità della passione che caratterizzò il medioevo, e lasciò la sua impronta anche nelle epoche successive fino ai giorni nostri, se è vero che il Natale e il Venerdì santo sono ancora le due ricorrenze liturgiche più sentite. Da questa spiritualità, abbondantemente presente anche nella letteratura mistica, soprattutto femminile, sono nate tradizioni e riti popolari come il presepio, la Via Crucis e la processione con il Cristo morto, devozioni come quella alle Cinque Piaghe, al Sacro Cuore e alla Madonna Addolorata. L’accento posto sul dolore ha peraltro contribuito a costruire una spiritualità della compassione, la stessa che stava al centro di tante adorazioni al Santissimo Sacramento, con riferimento privilegiato e costante all’icona di Gesù agonizzante nell’orto degli Ulivi.
Tutto questo è sembrato a un certo punto una degenerazione eccessiva, che fomentava una devozione unilaterale e squilibrata. È dal Concilio in poi che la frase «mistero pasquale» è diventata corrente, con l’intento esplicito di non separare il Venerdì santo dalla Pasqua, è da lì che si è inventata la quindicesima stazione della Via Crucis con la risurrezione messa come traguardo, e che si è cominciato a rappresentare crocifissi che sembrano balzare dalla croce verso l’alto con l’energia e la vitalità del risorto. Era, ed è, un problema di equilibrio, ma il problema non è nato ieri e neanche l’abbiamo risolto noi. Basterebbe seguire l’evoluzione dell’iconografia del crocifisso per vedere come la percezione del senso di quella morte sia un continuo mutare: dal Cristo regale dell’alto medioevo si passa al Cristo che riposa nella morte con ai lati Maria e Giovanni dei secoli XII e XIII, poi a quello, dominante nell’ultimo medioevo, che si contorce nel dolore attorniato da una folla indifferente, e ancora al Cristo che, isolato in una solitudine totale, lancia verso il cielo uno sguardo angosciato tipico del tempo della Controriforma, e altro ancora.
Il ricupero di un equilibrio è certo cosa buona, ma come per le persone, così anche per la teologia, e la liturgia che la esprime, tal equilibrio è sempre a rischio: non è mai perfettamente raggiunto e, in certo senso, è continuamente da rifare. Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà.
Davvero? Per vedere come niente è mai solo positivo o solo negativo facciamo un passo indietro. Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, l’elevazione dell’ostia e del calice dopo la consacrazione per suscitare un atto di fede nella presenza divina, la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni.

Parole e segni

La liturgia è da sempre una sintesi non scontata di parole e di segni. Venendo noi da una cultura che privilegia la parola, nell’illuministica convinzione che essa sia il migliore (a volte sembra di capire l’unico) strumento di comunicazione, si è arrivati a pensare che l’ostacolo maggiore alla comprensione del linguaggio liturgico fosse il latino. Così, con la traduzione della liturgia in italiano, che pure è stata una grandissima conquista su cui non si ritorna, si è forse stati indotti a ritenere che il problema della partecipazione attiva dei fedeli era, se non del tutto, almeno in gran parte, risolto. Sullo sfondo, l’illusione che la parola spiegasse a sufficienza, e che una chiarezza di parole provocasse automaticamente quella celebrazione cosciente e intelligente senza la quale non si dà liturgia, se non come inerte e passiva esecuzione del copione. 

Getsemani: nel fondo della solitudine

Della Settimana santa io ho ricordi molto vivi di quando ero piccolo e non conoscevo il latino. Andando con tanta altra gente la sera del Mercoledì, Giovedì e Venerdì santo a quello che era allora chiamato il «mattutino delle tenebre», si assisteva a un rito affascinante che mi è rimasto impresso. Sull’altare stava un triangolo con dodici candele, sei per sei, sui due lati, e un cero più grande in cima: corrispondevano, ci veniva detto, ai dodici apostoli e a Gesù. I preti cantavano i Salmi in latino, nascosti nel buio del coro. A ogni fine di Salmo si spegneva una candela, a segnalare il progressivo abbandono degli apostoli; alla fine, l’ultima candela rimasta accesa, quella che rappresentava Gesù, era tolta e portata dietro l’altare, a significare l’arresto del Signore e la sua temporanea scomparsa. Non capivamo il latino dei Salmi, ma il segno era trasparente nel suo significato, e il messaggio aveva una rilevanza estrema. Forse c’era qualche risonanza nel mio temperamento, ma è da allora, credo, che l’aspetto che mi colpisce di più del Triduo pasquale è questa esperienza tragica di un Gesù solo e abbandonato, l’uomo che dice nel cuore della notte: «Restate qui con me a vegliare» a quegli stessi che al declinare del giorno gli diranno, per bocca dei due di Emmaus: «Rimani con noi, Signore, perché si fa sera».
Tra il Gesù del Getsemani, che ha un disperato bisogno di compagnia, e il Gesù della strada per Emmaus che, risorto, si offre come compagno di cammino, si svolge la storia della Passione e della Pasqua. Si faccia pure tutta la «teologia del mistero pasquale» che si vuole, ma si ricordi che alla fine la fede si gioca sui sentimenti e sulle emozioni, sulle paure e sulle gioie, e che, tra queste, la paura della solitudine e la gioia della compagnia sono forse le più forti.

Fonte: D. PEZZINI, Il tempo redento. Incursioni nell’anno liturgico, ed. Àncora, Milano 2002, pp. 29-33