Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 22 maggio 2023

Nel 150° anniversario della morte di Alessandro Manzoni

Alle sei e quindici del pomeriggio del 22 maggio 1873, moriva nella sua casa di Milano all’età di 88 anni, Alessandro Manzoni. Questi, a parte i disturbi nervosi di cui era affetto («Strano, tortuoso, complesso», lo definì Natalia Ginzburg nella famosa biografia familiare. Carattere impossibile, nevrotico, paranoico: Manzoni aveva il terrore della folla, era vittima di crisi di panico e di vertigini, il «balbettamento organico e nervoso» gli impediva di parlare in pubblico. A Brusuglio passava il suo tempo coltivando e camminando per ore, ma non sopportava la terra bagnata e il cinguettìo degli uccelli), il 6 gennaio era caduto, battendo la testa su uno scalino all’uscita dalla chiesa di San Fedele di Milano, dove si recava quotidianamente per la Santa Messa, procurandosi un trauma cranico. Si era accorto, già dopo qualche giorno, che le sue facoltà intellettive cominciavano lentamente a declinare, fino a cadere in uno stato di catatonia a partire dal mese di marzo. Le sofferenze furono acuite dalla morte del figlio maggiore Pier Luigi, avvenuta il 28 aprile, quasi un mese prima della morte dello scrittore, che spirò per una meningite contratta a seguito del trauma. Il corpo fu imbalsamato da sette medici incaricati del processo da parte del Comune di Milano tra il giorno 24 e il 27 maggio ed esposto a Palazzo Marino con onori sovrani. Ai solenni funerali del Senatore (Manzoni era stato nominato senatore nel febbraio 1860 per meriti verso la patria), celebrati in duomo il 29, parteciparono le massime autorità dello Stato, tra cui il futuro re Umberto I, il ministro degli esteri Emilio Visconti Venosta e le rappresentanze della Camera, del Senato, delle Province e delle Città del Regno. Il giorno stesso della sua morte il Comune di Milano decretò di intitolare allo scrittore scomparso la via del Giardino, nei pressi della quale lo scrittore viveva dal 1814. Alla mattina del 23 maggio erano già murate le targhe di marmo con la nuova intitolazione “Via Alessandro Manzoni” in sostituzione delle precedenti. Nel 1874, nel primo anniversario della morte, Giuseppe Verdi dirigerà personalmente nella chiesa di San Marco di Milano la Messa di requiem, composta per onorarne la memoria. A fronte delle solenni commemorazioni istituzionali dell’Italia sabauda, il mondo cattolico espresse, in morte del Manzoni, alcuni dubbi e alcune critiche che, sebbene in modo sotterraneo, arriveranno al primo Dopoguerra, nonostante l’indubbio favore per la di lui grandissima opera e la sua progressiva istituzionalizzazione culturale, voluta dal Fascismo in continuità con l’Italia liberale di fine Ottocento. I gesuiti de La Civiltà Cattolica, ad esempio, che avevano preso le distanze dal Manzoni soltanto dopo che questi ricevette in casa sua con grande affabilità Giuseppe Garibaldi, massone, anticlericale e anticristiano, nel 1862, passarono sotto silenzio la morte del senatore, per poi esprimere critiche alla sua opera, nell’articolo del 26 giugno 1873 e in qualche altro intervento negli anni successivi, sull’onda delle ragionate riserve filosofiche e letterarie espresse fino alla morte (avvenuta nel settembre 1862) dal p. Luigi Taparelli d’Azeglio (peraltro figlio di Cesare, destinatario della celeberrima lettera manzoniana sul Romanticismo). Nel dissidio tra le due anime del cattolicesimo italiano dell’epoca, Manzoni era ritenuto (non senza una dose di giusta ragione) il “cavallo di Troia” tramite cui i liberali avevano potuto attuare la loro politica laicista e l’abbattimento del potere temporale dei papi. A tal proposito don Davide Albertario, molto critico della religiosità manzoniana e fervida penna del giornalismo lombardo, scrisse: «Manzoni non iscorse o non volle iscorgere l’inganno che la rivoluzione nascondeva alle promesse di unità italiana [...] Egli pertanto non si unì ai difensori della fede; lasciò in disparte gli alti interessi del cattolico e fece proprii quelli della rivoluzione; non per questo rinnegò il cattolicismo, ma lo portò seco nel campo nemico, ed i nemici accolsero con plauso ....» e tuttavia, dalle colonne de L’Osservatore cattolico don Albertario con innegabile pietà cristiana, ricordava il defunto «come uomo buono, anche pio, e nei suoi traviamenti più illuso che colpevole». La mattina del 22 maggio 1883, a dieci anni esatti dalla morte, in presenza del duca di Genova e di una rappresentanza parlamentare, con una cerimonia pubblica la salma di Manzoni fu tolta dal colombario e posta nel famedio del cimitero monumentale di Milano in una tomba di granito rosso con inciso solo il suo nome; nel pomeriggio fu inaugurato il monumento in piazza San Fedele, opera di Francesco Barzaghi. Il decennale della morte segnerà una sorta di difesa postuma di Manzoni da parte de La Civiltà Cattolica innanzi al progressivo e pervicace disegno del liberalismo politico e culturale italiano di appropriarsi totalmente dell’opera manzoniana, negandone la radice cattolica, in grazia de Le Osservazioni sulla Morale cattolica - scritte in risposta alle accuse di oscurantismo avanzate alla religione cattolica dal ginevrino Simonde de Sismond nel 1826 - in cui gli stessi gesuiti riconobbero un Manzoni apologeta «.....non solo difesa della sua religione, ma della sua patria, perché tutta la nazione italiana, che si gloria di essere cattolica, restava denigrata dalle calunnie dello storico calvinista». Il clima di transigentismo sortito dopo la Prima Guerra mondiale (esito anche dell’idea sartiana del precedente decennio di deporre definitivamente qualsiasi anacronistica doglianza per la “debellatio” dello Stato Pontificio dalle colonne del quindicinale gesuitico), porterà anche la Chiesa istituzionale a un equo giudizio sull’opera del grande milanese, tanto che nell’Enciclica “Divini Illius Magistri” con cui si chiude il 1929, anno dei Patti Lateranensi, papa Pio XI definirà il conterraneo Manzoni «mirabile scrittore quanto profondo e coscienzioso pensatore». Ancora dopo la Conciliazione tra Stato e Chiesa, il liberale Benedetto Croce nel 1941, scrivendo per la Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia di Napoli, ricorderà le eccezioni mosse al Manzoni ancora negli anni Venti da un intellettuale cattolico di grande fama, ovvero Giovanni Papini il quale – sulla scorta di critiche mosse all’opera manzoniana, personalmente da Don Bosco nel 1885 – individuava la radice dell’opera manzoniana più nell’illuminismo che nel cattolicesimo, ridotto nella concezione manzoniana ad «un umanitarismo sociale con dei riti da godere più che da approfondire». L’impressione che si ricava dalla foto che ritrae il vecchio don Lisander sul letto di morte, però è la stessa che il Poeta aveva descritto in morte di Napoleone nella celebre ode: il Dio - Signore della storia il quale, sempre e comunque e quali che siano i mezzi che liberamente sceglie per l’unico obiettivo che è la salvezza dell’uomo, come affermato dall’Autore ne I promessi sposi – che atterra e rialza, che dà dolori e consola, si era posto accanto a lui, per consolarlo nel momento solitario del passaggio all’altra riva. Lasciando ai posteri l’ardua sentenza (Fonte: Facebook, 22.5.2023, con lievi modifiche ed adattamenti). 

In ricordo del centenario manzoniano, rilanciamo questo contributo.

Alessandro Manzoni sul letto di morte

Manzoni antirivoluzionario

di Riccardo Pedrizzi

A 150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni, vogliamo ricordare questo “grande italiano” riproponendo alle nuove generazioni un saggio poco noto scritto dall’Autore, che ci offre efficaci spunti di riflessione. 

Ricorre quest’anno il centocinquantesimo anniversario della morte di Alessandro Manzoni. Era nato infatti il 7 marzo 1785 e morto il 22 maggio 1873. Non sappiamo ancora se in questo clima di cancel culture ci saranno celebrazioni adeguate per ricordare questo grande italiano. Anche perché c’è stato addirittura chi ha chiesto di eliminare il suo studio dalle scuole secondarie superiori. Certamente, però, non ci capiterà di veder ricordato o solo menzionato, nemmeno dai suoi estimatori, tra le varie opere dello scrittore milanese da salvaguardare e da proporre alle nuove generazioni, il saggio, invero assai poco noto, La Rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859

Del resto lo stesso autore dei Promessi sposi, che per il più conosciuto e apprezzato romanzo storico si era rivolto, in questo caso forse scaramanticamente o per ostentare modestia, agli ormai famosi “venticinque lettori”, prevedendo l’insuccesso di questa sua ulteriore fatica, nella quale sosteneva, anche per i suoi tempi, delle tesi controcorrente, si augurava di toccare il cielo con un dito, se fosse riuscito «d’attirare un piccolo numero di lettori, non già ad accettare le nostre conclusioni, ma a prenderle in esame». 

C’è da scommettere, però, che nemmeno ai nostri giorni ciò sia possibile, dal momento che una vera e propria congiura del silenzio è scesa su quest’opera manzoniana. In verità, fin dall’inizio il progetto di mettere a confronto, evidenziandone le differenze, le due rivoluzioni, quella francese e quella italiana, nacque sotto una cattiva stella, tanto da rimanere incompiuto.

Alessandro Manzoni iniziò a scrivere questo saggio quando ormai era già un grande vecchio, circondato dall’ammirazione generale, e subito, perciò, si rese conto che non sarebbe riuscito a portarlo a termine, tanto che acconsentì alle insistenze dell’amico Stefano Stampa di scrivere la prefazione al libro anche prima di completarlo con la seconda parte, relativa alla rivoluzione italiana e ai suoi moti del 1859 [1].

«È necessario, necessarissimo – continuerà a ripetergli Stampa – che prima di andare avanti ancora, tu scriva subito una prefazione che spieghi lo scopo del tuo lavoro». Lo scrittore della Storia della colonna infame la prepara una prima volta, ma ne resta insoddisfatto, poi una seconda, infine una terza. A questo punto cade definitivamente la mano sui fogli e l’intera opera resta incompiuta e vedrà la luce, monca, nel 1889, nel primo centenario del moto rivoluzionario francese, postuma. 

Questa cattiva sorte continua ancora oggi ad accompagnare il volume, se si pensa che anche nel mare di pubblicazioni e di libri che apparvero in occasione del Bicentenario della Rivoluzione francese, è mancata proprio quest’opera.

Oggi sulla Rivoluzione francese si è scritto e si trova di tutto: da testi ormai superati a volumi che in altri paesi sono già caduti nel dimenticatoio, da ricerche rimasticate presentate come nuove, a presunte “rivelazioni” su fatti insignificanti ed ininfluenti, da “intuizioni” spacciate come originali ad interpretazioni datate di avvenimenti e personaggi; eppure solo in qualche occasione è capitato di leggere il titolo del libro manzoniano e men che meno di sentir riecheggiare in convegni o tavole rotonde il suo contenuto e le sue tesi. Per questo non sembra esagerato affermare che, se la lacuna non fosse stata colmata solo un decennio fa dalla casa editrice “Costa & Nolan” di Genova, “il piccolo numero di lettori”, a cui si rivolse il Manzoni, sarebbe stato ancora più esiguo.

Non molti, infatti, sanno che il poeta degli Inni sacri aveva anche scritto questo saggio; solamente alcuni, poi, ne conoscono per sommi capi il succo; pochissimi, infine, hanno letto l’intero volume e tra questi sicuramente il professor Rosario Ameno ed il professor Augusto Del Noce, con i quali ne parlai nel corso di due interviste che mi rilasciarono alcuni anni fa. Entrambi convennero sull’importanza del libro e sulla necessità di farlo conoscere.

Il fatto è che al potere culturale, editoriale e politico non è mai piaciuto dover ammettere, e quindi far sapere al grande pubblico, che uno scrittore del calibro del Manzoni, studiato da tutte le ultime generazioni di studenti, amato da molti di essi, abbia potuto scrivere un’opera nella quale ha documentato e dimostrato, senza mai cadere in un ottuso reazionarismo, che la Rivoluzione francese non era affatto inevitabile; che, invece, sono stati gli uomini, certi uomini, ad inventare “l’inevitabile” (come successivamente affermò, dimostrandone mirabilmente i meccanismi e le tecniche, lo storico e sociologo francese Augustin Cochin); che Luigi XVI non era per niente un re assolutista contrario alle riforme, riforme che anzi aveva proposto alla vigilia della convocazione degli Stati Generali; che il sistema dell’Ancien Régime poteva essere reso più giusto senza provocare il male e i disastri che afflissero la Francia e l’Europa; che la rivoluzione è stata un tutt’uno di illegalità e di terrore e che non può essere suddivisa, come ha tentato di fare qualcuno in malafede, «in due tempi affatto diversi: il primo, di intenti benevoli e sapienti e di sforzi generosi; il secondo di deliri e scellerataggini»; che insomma, l’Ottantanove portò il terrore e «l’oppressione del paese, sotto nome di libertà». 

Manzoni, dunque, contro la Rivoluzione, che ha dato i natali al mondo moderno; Manzoni, come qualcuno ha scritto, contro la storia; Manzoni antirivoluzionario: è un vero e proprio scacco per la cultura ufficiale! Per questo è calata su quest’opera una vera e propria coltre di silenzio.

A questa operazione di occultamento e di rimozione dalla memoria si sono prestati anche molti cattolici. Sia quelli di orientamento liberal-democratico, che avendo da sempre tentato di giustificare e di far apparire compatibile la Rivoluzione e le sue “verità impazzite” con il messaggio evangelico, hanno operato un vero e proprio ostracismo per tutti quegli autori e quei testi che non risultassero funzionali alla strategia di “accomodamento” della dottrina della Chiesa ai valori comuni del mondo. Sia quelli di sponda controrivoluzionaria, che non hanno ancora rimosso o attenuato il vecchio, ottocentesco rancore verso le aperture liberali e le simpatie unitarie del vecchio scrittore. L’operazione, però, che è stata portata a termine intorno a quest’opera, con la congiura di un silenzio così ermetico, avrebbe dovuto far sorgere qualche sospetto o, quantomeno, un minimo di curiosità: invece si va avanti su questa strada e ci si priva, così di tesi e di argomentazioni che potrebbero essere utili per ristabilire finalmente la verità su di una tragedia che continua ad essere avvolta dai “miti” e dalle “leggende” fatte fiorire ad arte da storici e politici di parte.

Scritto con la maestria letteraria che tutti abbiamo avuto modo di apprezzare attraverso le opere più note, il saggio, sostenuto da una documentazione originale e rigorosa, si snoda con la forza appassionata di un romanzo, nel quale si muovono i personaggi, che furono i protagonisti della Rivoluzione, con le loro passioni, i loro pregi e i loro difetti. Anche le similitudini utilizzate dall’Autore risultano, come del resto ciascuno ha potuto sperimentare leggendo le sue opere più note, efficacissime e suggestive come quella, ad esempio, che si riferisce appunto, alla Rivoluzione e che viene ripresa dal Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica.

«Una rivoluzione... nella quale non si questioni solamente dell’uso o delle condizioni del potere, o chi ne deve essere investito, ma sia messo in questione il principio medesimo del potere, è un gran viaggio, che s’intraprende, credendo di non aver a fare altro che una passeggiata. O, se ci si passa un’altra similitudine (che è un gran mezzo di dir le cose in breve, col rischio, si sa, di non dirle punto), è una scala, nella quale, stando giù, si prende per l’ingresso d’un piano abitabile quello che non è altro che un pianerottolo; e quando ci s’è arrivati, si scopre un’altra branca che non s’aspettava, e dopo quella, un’altra, e... e a caposcala, al luogo dove si starà di casa, quando s’arriva? Quando, voglio dire, comincia uno stato di cose, alla durata del quale si creda, e che duri in effetto? Ne’ singoli casi... fin che quel momento non è arrivato, lo sa il Signore: in astratto, lo può dire ognuno».

L’approfondita indagine psicologica, poi, delle folle e dei singoli personaggi, la colorita descrizione degli scenari ambientali e sociali, il preciso raffronto tra la Rivoluzione americana e quella francese, che non hanno nulla di analogo (come già dimostrò Edmund Bruke), i toni pacati delle argomentazioni, la difesa equilibrata dello stato monarchico e del re di Francia, la partecipazione emotiva ai singoli avvenimenti, la sua rigorosa scelta di campo contro ogni sopraffazione e ogni sopruso, sono, tra gli altri, requisiti che difficilmente si possono trovare in altri testi e che dovrebbero indurre almeno i cattolici a fare di tutto per rompere il muro di omertà e di silenzio che circonda questa “Rivoluzione” di Alessandro Manzoni. 

Nota

Cf R. Pedrizzi, Rivoluzione e dintorni. Dalle prime reazioni all’illuminismo alla controrivoluzione cattolica, c. XVII: Il Manzoni “antirivoluzionario”, Editoriale Pantheon.

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, fasc. n. 19, 14.5.2023



martedì 14 marzo 2023

Un ricordo del Servo di Dio Papa Pio VII nell'anniversario della sua elezione a pontefice massimo

Il 14 marzo 1800 fu esaltato al sommo pontificato il cardinale Barnaba Niccolò Maria Luigi (in religione Gregorio) Chiaramonti, che assunse il nome di Pio VII, in onore del suo immediato predecessore, morto esule nell'agosto precedente in terra di Francia. Il conclave si era riunito a Venezia, nel monastero di San Giorgio, il 30 novembre 1799. Ma per quasi tre mesi, non si riuscì a raggiungere alcun accordo. Alla fine, fu grazie, tra gli altri, al segretario del conclave, mons. Ercole Consalvi (futuro cardinale e segretario di Stato), se si raggiunse una convergenza di voti sulla persona dell'allora cardinale arcivescovo di Imola, appunto il card. Chiaramonti. In breve egli riuscì ad ottenere l'unanimità ed, appunto, il 14 marzo del 1800, vide la sua elezione. Sono passati 223 anni da quel giorno. Eppure ancora oggi il ricordo di quel santo pontefice è vivo in molti autentici cattolici. 

Quanto manca al popolo cattolico un pastore santo ed accorto come lo fu il servo di Dio papa Pio VII!!!!


Toeodor Matteini, Ritratto di Pio VII, 1801, chiesa di San Giorgio Maggiore, Venezia


domenica 21 ottobre 2018

In onore di S. Gaspare del Bufalo, presbitero e confessore: santo della controrivoluzione








"Se però è necessario di annunciare agl'infedeli il messaggio di Cristo, non è meno essenziale di mantenere vivo l'ardore della fede nel popolo cristiano. Nella falange gloriosa dei Santi, che questa terra romana ha dato alla Chiesa, rifulge di luce speciale Gaspare del Bufalo.  ... egli dava sagge Regole all'Istituto, ed esclamando: Paradiso, paradiso! si sottraeva ad ogni offerta di dignità ecclesiastiche, desiderando di rimanere sino alla morte « sul palco », vale a dire nel campo della sacra predicazione, fiducioso com'era di ricevere in tal guisa più facilmente e senza indugio il premio eterno. Ed il Signore accolse la sua preghiera che la morte lo colpisse in mezzo alle fatiche dell'apostolato; ond'egli lasciò ai suoi figli un mirabile modello di uno zelo eroico che generosamente s'immola per il più gran bene delle anime" (Pio XII)

Cfr. Pio XII, Allocuzione in occasione della Canonizzazione dei Santi: Pietro Chanel, Gaspare Del Bufalo, Giuseppe Pignatelli, Domenico Savio e Maria Crocifissa Di Rosa, 12 giugno 1954

mercoledì 29 agosto 2018

In memoria del pio transito del papa Pio VI Braschi


Giovanni Gasparro, Pio VI pontefice massimo nella cassa, 2016, collezione privata


Tomba di papa Pio VI, Grotte Vaticane, Città del Vaticano, Roma

Antonio Canova, Pio VI orante, XIX sec., Grotte Vaticane, Città del Vaticano, Roma.
La statua sino agli anni '40 del secolo scorso, prima di essere collocata all'interno delle Grotte, era collocata dinanzi all'edicola della Confessione della Basilica di S. Pietro.

venerdì 23 marzo 2018

Mostra del pittore Giovanni Gasparro. "I Papi di Napoleone" - Museo Napoleonico, Roma, 22 marzo - 6 maggio 2018

Ieri si è aperta a Roma, presso il Museo Napoleonico, la mostra del noto artista, e nostro amico, Giovanni Gasparro, dedicata ai Papi dell’epoca napoleonica, Pio VI e Pio VII. Ovviamente, la mostra è arricchita anche di opere dello stesso artista, riguardanti quel periodo storico, come ad es. un ritratto del Santo dell’Anti-rivoluzione, S. Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione del Preziosissimo Sangue. Non mancano, peraltro, opere di altri artisti coevi ai due papi.
La mostra rimarrà aperta sino al prossimo 6 maggio.
Volentieri, quindi, la segnaliamo e ne pubblichiamo una recensione. Ringraziamo l'amico Alessandro Franzoni per le foto, tratte dal suo profilo facebook.







Giovanni Gasparro, Pio VI Pontefice Massimo, 2016

Giovanni Gasparro, Studio per "Quum memoranda. Ritratto del servo di Dio, Papa Pio VII", 2014

Giovanni Gasparro, Quum memoranda. Ritratto del servo di Dio, Papa Pio VII, 2014

Giovanni Gasparro, Studio per "San Gaspare del Bufalo intercede per le anime del Purgatorio", 2016


Giovanni Gasparro, Beata Anna Maria Taigi, 2016

Jean-Baptiste Wicar, Studio per la "Ratifica del Concordato", 1803

Anonimo, Stemma di Pio VII, inizio XIX secolo

Vito Marini, Facciata di Casa Marini a Recanati in occasione del passaggio di Pio VII, 1814

GIOVANNI GASPARRO. I PAPI DI NAPOLEONE


a cura di Fabio Benedettucci

Museo Napoleonico. Piazza di Ponte Umberto I, Roma
22 marzo – 6 maggio 2018

Giovanni Gasparro. I Papi di Napoleone è un’esposizione incentrata su due dipinti del giovane artista pugliese raffiguranti i pontefici regnanti durante l’età di Napoleone: Pio VI Braschi e Pio VII Chiaramonti. La mostra, ospitata al Museo Napoleonico dal 22 marzo al 6 maggio 2018, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
Insieme ai due dipinti saranno esposti anche alcuni bozzetti, utili per comprendere il processo creativo dell’artista. A corredo dell’esposizione, il Museo Napoleonico presenterà un selezionato nucleo di opere grafiche generalmente conservate nei depositi, attraverso le quali saranno illustrati aspetti e momenti differenti dei pontificati di Pio VI e Pio VII, entrambi caratterizzati da lunghi periodi d’esilio.
In un ideale dialogo con i dipinti di Giovanni Gasparro, saranno esposti acquerelli, disegni, incisioni, realizzati da numerosi artisti significativi vissuti tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento. Tra essi, l’orafo Paolo Spagna, autore di un disegno raffigurante lo stemma di papa Braschi, Giuseppe Valadier, del quale si presenterà il progetto per un arco trionfale, e Jean–Baptiste Wicar, rappresentato in mostra da un raffinato disegno preparatorio per un grande dipinto oggi nella residenza pontificia di Castel Gandolfo.
Giovane, ma già affermato pittore, Giovanni Gasparro è nato a Bari nel 1983. Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma, ha esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Il suo lavoro ha ricevuto importanti riconoscimenti: nel 2014, con Quum memoranda - ritratto di papa Pio VII (esposto in mostra), Giovanni Gasparro ha vinto il Premio Pio Alferano e il Premio Brazzale. Nella Basilica di San Giuseppe Artigiano all’Aquila ha dipinto 19 tele, commissionate nel 2011 a seguito del terremoto, che rappresentano il maggior ciclo di pitture religiose eseguito in Italia negli ultimi decenni.

sabato 4 novembre 2017

Autoritaria è sempre la rivoluzione, mai la tradizione – Editoriale di novembre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Carlo Borromeo, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2017, ripreso da Riscossa cristiana e da Chiesa e postconcilio, che ricorda come tutte le rivoluzioni siano state sempre connotate da autoritarismo, limitazioni delle libertà e violenze. Così fu per la rivoluzione francese, così è per quelle religiose, come per quella odierna innescata dall’attuale vescovo di Roma ed ancor prima dal Concilio Vaticano II, che vide l’allontanamento, ad es., dall’Università lateranense, nel 1969, di docenti “non allineati” al nuovo corso, come, p. es., Mons. Antonio Piolanti, valente tomista ed insigne teologo.

Carlo Dolci, S. Carlo Borromeo, 1659

Giulio Cesare Procaccini, S. Carlo in gloria con S. Michele arcangelo, XVII sec.

Luca Giordano, Elemosina di S. Carlo Borromeo, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Anonimo, S. Carlo in preghiera, XVII sec., Verona

Ludovico Carracci, S. Carlo battezza un bambino durante la peste di Milano, XVII sec., Museo dell'Abbazia, Nonantola

Anonimo, Gloria di S. Bartolomeo con S. Carlo, XIX sec., Alba

Tito Aguiari, S. Carlo tra i SS. Antonio da Padova e Francesco di Paola, 1857, chiesa arcipretale, Papozze

Tito Aguiari, S. Carlo in adorazione della Croce, 1869, Trieste

Anonimo, S. Carlo intercede presso la Madonna contro la peste, 1882, Alba

Anonimo, S. Carlo in gloria, XX sec., Asti

Giovanni Gasparro, I SS. Pio V e Carlo Borromeo difendono il Cattolicesimo dall'islam e dall'eresia protestante di Lutero, il Porcus Saxoniae, 2017, collezione privata

AUTORITARIA È SEMPRE LA RIVOLUZIONE, MAI LA TRADIZIONE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 11 - Novembre 2017

Solitamente, nell’immaginario collettivo anche cattolico, la Tradizione viene affiancata a una visione autoritaria della Chiesa, verticistica e accentrata, mentre la modernità con tutto il suo carico rivoluzionario, viene affiancata ad una chiesa semplice e libera, popolare e democratica: niente di più falso! È proprio vero il contrario!
La Tradizione, quella vera, che non è conservatorismo, proprio perché pone l’accento sull’autorità dell’insegnamento perenne di duemila anni di cristianesimo; proprio perché parla di un contenuto di verità, di un deposito della fede da custodire vivere e tramandare intatto; proprio perché a questo contenuto intangibile ricevuto da Dio, tutti devono obbedire e sottostare, dal Papa al più piccolo bimbo del catechismo: proprio per questo la Tradizione non è fatta di un autoritarismo tutto umano, dove il “capo” impone in nome di se stesso la linea da seguire.
È la Rivoluzione che invece è autoritaria: in ogni rivoluzione, per imporre il “mondo nuovo” che a turno dovrebbe migliorare l’esistenza umana, è necessario che chi è a capo imponga con violenza, fisica o morale, la svolta da compiere.
Il problema è che questa visione autoritaria distrugge la vera autorità che è quella della verità.
La Tradizione della Chiesa è fatta per custodire e trasmettere la verità; e difendendola, contro tutti i falsi cristiani che vogliono modificarla e cambiarla, rende possibile la libertà dei giusti: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).
L’autoritarismo moderno è pestifero, entra dappertutto, e se entra nella Chiesa di Dio la corrompe.
Per questo dobbiamo vigilare e coltivare un amore sconfinato alla Tradizione e guardarci bene dall’autoritarismo. Dobbiamo coltivare un amore sconfinato alla Tradizione perché è la forma con cui Cristo ci raggiunge. Dobbiamo guardarci dall’autoritarismo perché è la violenza dell’uomo che vuole sostituirsi alla verità di Dio.
Solo che per guardarsi da questa moderna malattia occorre vivere di autorità e non di autoritarismo.
Cioè, non bisogna aspettare dall’alto, dai “capi”, le indicazioni per vivere pienamente il cristianesimo come Dio comanda. Non bisogna aspettare, ma prendere in mano la propria obbedienza a Dio per compiere l’opera che chiede.
Nella Chiesa è sempre avvenuto così.
Ve lo immaginate un San Francesco che si lamenta del Papa perché non riforma la Chiesa? No, San Francesco non ha atteso dal Papa, è andato dopo dal Papa per sapere se si ingannava; ma prima di andare dal Papa ha fatto ciò che Dio gli indicava.
Ve lo immaginate san Paolo che aspetta da Pietro l’indicazione su cosa deve fare? Assurdo sarebbe: certo che Paolo andò da Pietro, ma carico già del compito affidatogli da Cristo del predicare alle genti, compito accettato e abbracciato.
Tutto nella Chiesa, tutte le vere riforme, tutte le vere opere, sono nate dall’ “alto” della grazia di Dio, ma questa grazia è germogliata nel “basso” della vita di anime cristiane che non hanno atteso una “patente” dall’autorità. L’autorità, il Papa e i Vescovi, sono intervenuti dopo, spesso molto dopo, per giudicare la bontà dell’opera. Ma per essere giudicata dall’autorità, l’opera deve esserci già, questo è ovvio!
Ma non lo è ovvio per tutti i malati di autoritarismo, che hanno trasformato la Chiesa in una società di impiegati che fanno corte all’autorità.
Sono malati della stessa malattia tutti quei cristiani che dicono di amare la Tradizione, ma non si muovono nel costruire alcunché.
Attendono Papa dopo Papa, Vescovo dopo Vescovo, parroco dopo parroco, pretendendo da essi un certificato di fiducia in anticipo, prima di aver costruito qualcosa.
Il concilio di Trento, così amato dai tradizionali, è stato preparato e reso possibile da tutti i Santi della riforma cattolica, che è nata ben prima del concilio!
Il concilio di Nicea che salvò la fede in Cristo fu possibile per tutti i santi che, nella solitudine dell’incomprensione, rimasero attaccati alla Tradizione e fecero l’opera di Dio.
Nessuno di essi ebbe un certificato anticipato di fiducia dall’autorità.
Il pericolo dell’autoritarismo è serio: è lo strumento che ogni dittatura culturale ha per fermare la vita, che non corrisponde mai allo schema che l’uomo ha in testa.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo, la vera riforma della Chiesa, ahimè, sarà da rimandare... chissà per quanto tempo.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo non costruirà l’opera che Dio gli ha dato da compiere e molte anime non avranno il riparo sicuro nella tempesta.
Se cadremo nell’inganno dell’autoritarismo, quello di chi aspetta dal “capo” la riforma della propria vita, non potremo poi lamentarci se a sera saremo a mani vuote, l’abbiamo voluto noi.

domenica 17 luglio 2016

Il trionfo delle Beate Carmelitane di Compiègne, vergini e martiri

"Avete udito che ci condannano per l’affetto che portiamo alla nostra santa Religione. Siano rese grazie a Colui che ci ha precedute sulla via della Croce! Che felicità e che consolazione poter morire per il nostro Dio!”.
Erano le sei di sera, quando, condannate a morte, con le mani legate dietro la schiena, salirono su due carrette per essere condotte alla ghigliottina. In mezzo alla folla che si assiepava ai margini delle vie, lungo il loro ultimo viaggio, cantarono Compieta, come in monastero al tramonto di ogni giornata.
Tra lo stupore e il silenzio, la gente allibita e muta, sentì innalzarsi con voce dolcissima l’inno Te lucis ante terminum, quindi il salmo Miserere, il Te Deum, la Salve Regina, come se quelle andassero a una festa lungamente attesa. Ai piedi del palco, la Priora chiese di morire per ultima, per assistere le sue “figlie” come una vera madre, come in un “atto di comunità”.
Nelle sue mani, le monache, una per una, rinnovarono i voti e baciarono una immagine della Madonna che erano riuscite a portare fin là. A quel punto, Madre Teresa intonò il Veni Creator, mentre la più giovane, che aveva avuto tanta paura, saliva per prima al patibolo. Mentre continuava a cantare l’inno allo Spirito di Cristo e il canto si faceva sempre più flebile, le loro teste cadevano una per una sotto la lama. Ultima salì la Priora… Sulla piazza, nel caldo sole di luglio, tra l’odore del sangue, era sceso un silenzio solenne mai visto, come se il Cielo davvero visibilmente si fosse squarciato. Uno dei commissari di polizia, vedendole morire, disse loro: “II popolo non ha bisogno di serve!”. La monaca più fiera, rispose: "Ma ha bisogno di martiri, e questo è un servizio che noi ci possiamo assumere”. E un’altra tra le più giovani: “Noi cadiamo soltanto in Dio”.






Targa in ricordo delle martiri all’ingresso dell’area delle due fosse comuni nelle quali furono sepolte le Martiri ghigliottinate il 17 luglio 1794, Cimitero di Picpus, Parigi