Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta Maria Ausiliatrice. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maria Ausiliatrice. Mostra tutti i post

giovedì 24 maggio 2018

L’incontro tra Paolo VI e mons. Lefebvre: a noi posteri la facile sentenza

È stato pubblicato nei giorni scorsi il libro di P. Sapienza dedicato a papa Montini. In esso si riporta, integralmente, il verbale del colloquio tra Paolo VI e Mons. Marcel Lefebvre; un verbale scritto dall’allora mons. Benelli, futuro arcivescovo di Firenze.
Nel rileggere oggi quelle pagine emerge tutta la miopia di Montini ed al contempo la lungimiranza profetica addirittura di Mons. Lefebvre. Montini vedeva già all’epoca, addirittura, con grande immaginazione (o forse illusione, che spacciava per realtà) secondo noi, una ripresa della fede (sic!!!); Mons. Lefebvre la sua demolizione. Chi aveva ragione???
Beh …. è singolare che Paolo VI si fosse dimenticato che, giusto quattro anni prima, aveva, in un suo celebre discorso, affermato che il fumo di Satana era entrato da qualche fessura nella casa del Signore (Omelia, 29.6.1972). Non ci soffermiamo a verificare a chi fosse spettato suturare le fessure per evitare che il fumo penetrasse. Prendiamo, invece, solo atto che lo stesso Montini lamentasse il diffondersi del dubbio, dell’incertezza, dell’inquietudine, dell’insoddisfazione, della sfiducia nei confronti della Chiesa. E sol quattro anni dopo, Montini parlava di una ripresa … . Stava mentendo???
Ancora qualche annetto prima, nel 1969, sempre Paolo VI aveva parlato in termini altrettanto drammatici: «La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. È come un rivolgimento interiore acuto e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio. Si pensava a una fioritura, a un’espansione serena dei concetti maturati nella grande assise conciliare» (Discorso ai membri del Seminario lombardo7.12.1968). Sembrava una fioritura, ma poi si è rivelato ben altro: fumo di Satana, come ammetterà candidamente Montini appena quattro anni dopo!
Dopo Montini, pure papa Wojtyla ebbe modo di dire la sua, esprimendosi in termini altrettanto allarmati. Quel Pontefice, in effetti, affermò: «Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia; immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva» (Giovanni Paolo II, Allocuzione al Convegno Nazionale “Missioni al popolo per gli anni ‘80”, 6.2.1981, § 2): in altre parole l’apostasia dalla fede nella stessa Chiesa, visto, che interessa i cristiani! E già negli anni ‘80 del secolo scorso, dunque, Giovanni Paolo II parlava di confusione, smarrimento e delusione dei cristiani! Dov’era dunque la ripresa vista da Montini nel settembre 1976?
Chi si rivelò, dunque, autenticamente profetico? Montini o Lefebvre??? Chi dei due si rivelò lungimirante??? Lasciamo ai lettori il retto e scontato giudizio, essendo indiscussa la miopia di Paolo VI.
Noi rinviamo al libro di Quirino Maestrello, L’autodemolizione della Chiesa Cattolica, pubblicato a puntate, in esclusiva, su Radiospada (v5.9.201312.9.201318.9.201326.9.20133.10.201310.10.201317.10.201324.10.201331.10.20137.11.201314.11.201321.11.20138.11.2014). Nella festa di Maria SS., Aiuto dei cristiani, rilanciamo questo contributo sul soprariferito episodio tra Montini e Mons. Lefebvre.





L’incontro tra Paolo VI e mons. Lefebvre: a noi posteri la facile sentenza

di Andrea Maccabiani



È da pochi giorni rimbalzata sui blog la notizia lanciata da Vatican Insider sull’uscita del libro di padre Leonardo Sapienza “La barca di Paolo”, in cui viene riportato integralmente il verbale del colloquio avvenuto tra Paolo VI e mons. Marcel Lefebvre. L’incontro avvenne a Castel Gandolfo, la residenza estiva dei pontefici, l’11 settembre del 1976, presenti anche don Pasquale Macchi, segretario particolare di papa Montini e don Giovanni Benelli, sostituto della Segreteria di Stato e futuro arcivescovo di Firenze. È proprio quest’ultimo il redattore delle otto cartelle che ora vengono a galla grazie alla pubblicazione di padre Sapienza. L’incontro durò dalle 10.27 alle 11.05 ma in quei pochi minuti è condensato un universo di problemi e argomenti che tengono banco ancora oggi, a distanza di 42 anni. I temi trattati non sono certo una sorpresa: ciò che fa effetto è sentire le voci di questi protagonisti riecheggiare dal freddo verbale stilato da un funzionario di curia. Diciamocela tutta: ciò che dice mons. Lefebrve è ciò che vorremmo dire anche noi se solo avessimo possibilità di poter esprimerci con il Potere. Lui ha però avuto l’occasione di farlo veramente, con coraggio e coerenza. A noi resta la soddisfazione di vedere, dopo 42 anni, cosa nel frattempo è successo e – perché no – chi dei due ha visto più lungo e forse aveva davvero ragione.
Ad oggi l’unico testo su cui confrontarsi è quello che Andrea Tornielli riporta sul suo blog, con alcuni stralci parafrasati. Resta il “beneficio del dubbio” sull’aderenza della sua versione in prosa con il documento vero e proprio. Intanto analizziamone alcuni punti:
Mons. Lefebvre introduce subito un passaggio fondamentale di tutto questo colloquio, ovvero il rapporto tra fede e obbedienza:
«La situazione nella Chiesa dopo il Concilio» è «tale che noi non sappiamo più che cosa fare. Con tutti questi cambiamenti o noi rischiamo di perdere la fede o noi diamo l’impressione di disobbedire. Io vorrei mettermi in ginocchio e accettare tutto; ma non posso andare contro la mia coscienza. Non sono io che ho creato un movimento» sono i fedeli «che non accettano questa situazione. Io non sono il capo dei tradizionalisti… Io mi comporto esattamente come facevo prima del Concilio. Io non posso comprendere come tutto d’un tratto mi si condanni perché formo preti nell’obbedienza della santa tradizione della santa Chiesa»
Paolo VI a tal proposito aveva così esordito:
«Lei ha giudicato il Papa come infedele alla Fede di cui è supremo garante. Forse è questa la prima volta nella storia che ciò accade. Lei ha detto al mondo intero che il Papa non ha la fede, che non crede, che è modernista, e così via. Debbo, sì, essere umile. Ma Lei si trova in una posizione terribile. Compie atti, davanti al mondo, di un’estrema gravità…»
L’attenzione pare rivolta sul problema dell’autorità messa in discussione. È vero che viene nominata la fede ma essa pare più funzionale al ruolo dell’autorità: in pratica mettendo in discussione l’ortodossia del Pontefice viene minata la sua potestà nella Chiesa. Questa sembrerebbe la prima preoccupazione: non la questione in sé stessa ma in quanto funzionale al ruolo.
Lefebvre non manca di sottolineare la già grave situazione del clero e della vita religiosa:
«Cerco di formare preti secondo la fede e nella fede. Quando guardo gli altri Seminari, soffro terribilmente: situazioni inimmaginabili. E poi: i religiosi che portano l’abito sono condannati o disprezzati dai Vescovi: quelli invece che sono apprezzati, sono quelli che vivono una vita secolarizzata, che si comportano come la gente del mondo»
Allorché Montini replica:
«Ma Noi non approviamo affatto questi comportamenti. Tutti i giorni ci adoperiamo con grande fatica e con uguale tenacia ad eliminare certi abusi, non conformi alla legge vigente della Chiesa, che è quella del Concilio e della Tradizione. Se Lei avesse fatto lo sforzo di vedere, di comprendere quello che fo e dico tutti i giorni, per assicurare alla Chiesa la fedeltà all’ieri e la rispondenza all’oggi e sì domani, non sarebbe arrivato al punto doloroso in cui si trova. Siamo i primi a deplorare gli eccessi. Siamo i primi ed i più solleciti a cercare un rimedio. Ma questo rimedio non può essere trovato in una sfida all’autorità della Chiesa. Gliel’ho scritto ripetutamente. Lei non ha tenuto conto delle mie parole»
A noi posteri viene già da sorridere. Non siamo più nel ‘76, periodo certamente caldo, ma nel 2018: quali rimedi si sono cercati o trovati? Dove sono finiti i presunti sforzi di conservare la fedeltà all’ieri? Dove la tenacia ad eliminare gli abusi? Mistero. Il bestiario clericale non ha fatto altro che ingrossarsi di esempi e aneddoti che non riusciremmo nemmeno a catalogare data la mole. Quando si pensa di aver toccato il fondo, ancora oggi si resta sorpresi di quanto spazio ci sia ancora più giù. Si può anche toccare con mano che non c’è mai stata alcuna repressione verso abusi o bizzarrie più o meno gravi: quanti parroci sono rimossi dai loro incarichi per aver ballato in chiesa durante la S. Messa oppure per aver benedetto coppie omosessuali? Quanti privati del sostentamento dell’8 per 1000 per aver negato la Resurrezione di Gesù Cristo oppure trasportare l’Eucarestia con un drone in chiesa? Quanti hanno subito persecuzioni per aver negato i dogmi mariani o per essere stati beccati con amanti di ambo i sessi? Quasi nessuno. Addirittura alcuni hanno meritato per questo delle promozioni. Il lettore si chieda ora: quanti sacerdoti sono stati allontanati dai loro incarichi per la veste talare, la messa antica, l’altare ad orientem, la predicazione della dottrina di sempre? Il rapporto è agghiacciante. Infatti ad essere accusato davanti al pontefice che pur si gloriava di “lavorare con tenacia ad eliminare certi abusi” era mons. Lefebvre, che in fondo si limitava a fare ciò che avrebbe fatto un decennio prima e non i vescovi e sacerdoti sessantottini. Viene il dubbio che i “certi abusi” che si voleva “eliminare” fossero davvero quelli della chiesa fuori moda e non altri. Quei grandi impicci alla modernità che rimanevano, come mons. Lefebvre, quali massi erratici di un cammino che si voleva spianare alla svelta.

Evidentemente gli eccessi non sono stati efficacemente deplorati

La risposta di papa Montini rimarca il solito punto: l’autorità. Elenca rimedi e metodi (?) ma non intende includere tra questi l’attacco all’autorità. Il connubio tra coscienza/fede e potere/autorità è assolutamente sterile: non porta rimedio. Questo lo possiamo affermare con cognizione di causa a distanza di decenni.
Proseguiamo.
Lefebvre rivolge al Papa «una preghiera. Non sarebbe possibile prescrivere che i Vescovi accordino, nelle chiese, una cappella in cui la gente possa pregare come prima del Concilio? Oggi si permette tutto a tutti: perché non permettere qualcosa anche a noi?». Risponde Paolo VI: «Siamo una comunità. Non possiamo permettere autonomie di comportamento alle varie parti».Lefebvre riprende: «Il Concilio ammette il pluralismo. Chiediamo che tale principio si applichi anche a noi. Se Vostra Santità lo facesse, tutto sarebbe risolto. Ci sarebbe aumento di vocazioni. Gli aspiranti al sacerdozio vogliono essere formati nella pietà vera. Vostra Santità ha nelle mani la soluzione del problema…»
Questo è un altro passaggio sconcertante. È possibile ammettere la buona fede di Paolo VI quando dice “non possiamo permettere autonomie di comportamento”? Non sapeva forse –lui così bene informato, come ci ricorda anche lo zelante Tornielli – che già nel ‘76 ciascuna conferenza episcopale faceva di testa propria? Il catechismo olandese? Le traduzioni arbitrarie del già problematico novus ordo? Le preghiere eucaristiche che nascevano come funghi? Se si pensa che solo attendendosi fedelmente al nuovo rito è possibile, seguendo le varie piste proposte, celebrare decine di messe differenti l’una dall’altra, in centinaia di lingue nazionali, dove si troverebbe la coesione e l’unità del comportamento? Facile: come dice Lefebvre e conferma Montini, si può fare tutto tranne giocare a fare la vecchia chiesa fuori moda col suo rito vetusto e polveroso. Col senno di poi non paiono così lontane le lacrime versate da tanti vescovi all’uscita del Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, alla notizia della liberalizzazione dell’antico messale. Non pervenute invece le lacrime dei pur numerosi vescovi pro-vita quando papa Bergoglio ha dimostrato in svariate occasioni apprezzamenti verso la pluri-omicida Emma Bonino. Ortopedici e fisioterapisti tastano il paziente cercando di toccare vari punti alla ricerca di quello che fa più male. Qui non è difficile capire quale sia il punto che genera dolore e quelli che invece non sono un problema. Infatti mons. Lefebvre conclude sottolineando che papa Montini ha la possibilità di chiudere la questione. Ma non lo fece. Continua anzi a difendere i lupi dicendo:
«È doveroso, in pari tempo, riconoscere che ci sono segni, grazie al Concilio, di vigorosa ripresa spirituale fra i giovani, un aumento di senso di responsabilità fra i fedeli, i sacerdoti, i vescovi».

Tipico esempio di “ripresa”

Comecomecome? Non solo vede la ripresa (pare di sentire Mario Monti o Matteo Renzi) ma addirittura la scorge vigorosa. La vedeva davvero? Non lo sappiamo. Possiamo solo dire che non c’era allora e non si intravede nemmeno adesso dopo 42 anni da quel giorno. Una cosa la vedeva bene perché c’era davvero: l’attacco all’autorità. Così Paolo VI conclude il colloquio:
«Faccia una dichiarazione pubblica, con cui siano ritrattate le sue recenti dichiarazioni e i suoi recenti comportamenti, di cui tutti hanno preso notizia come atti posti non per edificare la Chiesa, ma per dividerla e farle del male.»

Sarebbe stato bello sentire rivolta questa frase a qualche vescovo tedesco, a qualche vescovo teologo della liberazione, a qualche generico professore di teologia. Invece niente. È stata proprio rivolta a mons. Lefebvre. D’altronde poco prima Paolo VI aveva avuto modo di dire che della crisi della Chiesa: «Ne soffriamo profondamente. Lei ha contribuito ad aggravarla, con la sua solenne disubbidienza, colla sua sfida aperta contro il Papa». Riecco il problema dell’autorità. L’obbedienza cieca e assoluta messa in crisi. Se non fanno breccia le idee -che non avrebbero potuto essere forti nemmeno se avessero voluto – deve convincere il pugno di ferro. Lo vediamo anche oggi, dove si assiste ad un quotidiano surreale silenzio su tutto ciò che si dice o si scrive Oltretevere. Si aspetta sempre che la situazione precipiti. Se precipita si aspetta che peggiori. Se peggiora si aspetta che si schianti. Si aspetterà forse la canonizzazione di Paperino o Paperoga o l’elezione del primo cardinale donna-islamica-lesbica? Anche fosse ci sarebbe silenzio, ne sono certo. Mons. Lefebvre ha parlato e subito. Ha detto 42 anni fa le cose che vorremmo dire noi. Avrà sofferto, ma questa soddisfazione l’ha avuta. 

Fonte: Riscossa cristiana, 21.5.2018

venerdì 7 ottobre 2016

La festa del 7 ottobre in un aforisma di Pio XII


Fonte: Pio XII, Discours à un groupe de Sénateurs et de Représentants du Congrès des Etats-Unis, appartenant au « Committee Investigating Information Program », 7 oct. 1947

martedì 4 agosto 2015

“Romæ autem duo instítuit monastéria, álterum virórum, mulíerum álterum. Tres étiam mórtuos ad vitam revocávit, múltaque ália édidit mirácula, quibus ordo Prædicatórum mirífice propagári cœpit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI DOMINICI, CONFESSORIS, FUNDATORIS ORDINIS PRÆDICATORUM

Non si saprebbe fare un più bel elogio di san Domenico che quello che, nel suo Paradiso, nel canto XII, Dante ha posto sulle labbra di san Bonaventura da Bagnoregio. Come al tempo degli Apostoli il grande compito dell’apostolato fu diviso – a Pietro i circoncisi, a Paolo i Gentili – così, nel XIII sec., la Provvidenza sembrò dividere il campo della Chiesa tra san Domenico e san Francesco. Al Poverello di Assisi, le piccole persone, i Minori dell’epoca comunale, presso le quali, grazie all’esempio della povertà evangelica e di una tenera devozione ai misteri dell’umanità del Redentore, bisognava ritardare di alcuni secoli lo scatenamento dell’incendio socialista. A Domenico, al contrario, magister generalis di un Ordine di sapienti predicatori, la difesa della dottrina cattolica e la guerra contro le eresie nascenti, ovvero «li sterpi eretici» (v. 100). Non a caso il Bonaventura, quasi giustapponendo il matrimonio di san Francesco con Madonna Povertà, porrà in luce le nozze tra san Domenico e la Fede (v. 62).
Fin dai loro inizi, la vita di questi due patriarchi fu una profezia; occuparono rispettivamente il posto provvidenziale che Dio, attraverso i secoli, riservava ai loro Ordini. Il Poverello sostenne sulle sue spalle il Laterano scosso; poi partì pellegrino in Terra Santa per cominciare le missioni d’Oriente. Quanto a Domenico, prima che fosse affidata ai suoi figli la Santa Inquisizione, esercitò dapprima, nello stesso Palazzo apostolico, l’incarico di maestro e di censore.
Roma è ricca di ricordi di san Domenico, in particolare nei titoli di San Sisto (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 518-520; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 470-471;1Raimondo Spiazzi, San Domenico e il Monastero di San Sisto all’Appia. Raccolta di studi storici, tradizioni e testi d’archivio, Bologna 1993) e di Santa Sabina, dove visse ed operò splendidi miracoli (cfr. Jaime Rodriguez Lebrato, Itinerario dei miracoli di san Domenico a Roma, Roma 1995, passim) come ad es. alcune resurrezioni (cfr. Albert J. Herbert, Raised from the dead-true stories of 400 resurrection miracles, trad. it. di Camilla Giacomini (a cura di), I morti resuscitati. Storie vere di 400 miracoli di resurrezione, Tavagnacco 1998, pp. 112-115, partic. pp. 113-114. Sulla chiesa di Santa Sabina, v. Mariano Armellini, op. cit., pp. 581-585; Ch. Huelsen, op. cit., pp. 430-431). 
A Roma, nel 2000, fu dedicata un'altra chiesa al nostro Santo, in zona Tor San Giovanni, la Chiesa di San Domenico di Guzmán. Questa fu elevata a diaconia da Benedetto XVI nel 2012.
Il Santo morì a Bologna il 6 agosto 1221, ma essendo questo giorno dedicato ad un’altra festa, il suo ufficio fu anticipato al 4. In occasione del VII centenario della morte il 29 giugno 1921 papa Benedetto XV dedicò alla figura di san Domenico l’enciclica Fausto Appetente Die.
La messa prende in prestito quasi tutti i suoi canti ed il vangelo da quella dai Confessori.



Giovanni Maria Morandi, Madonna del Rosario col Bambino in gloria con i SS. Domenico e Caterina da Siena, 1686, Museo della Basilica di S. Sabina, Roma

Alessandro Turchi (L'Orbetto), Glorificazione dell'Agnello mistico con i SS. Giovanni Battista e Domenico, 1641


Scuola spagnola, S. Domenico penitente, XVII sec.

Ambito di Antonio Balestra, Miracolo di S. Domenico, XVIII sec.


José Gil de Castro, S. Domenico, 1817, Museo Nacional de Bellas Artes, Santiago, Cile

S. Domenico in abiti da canonico regolare di S. Agostino della Chiesa Cattedrale di Osma

sabato 31 gennaio 2015

“Dedit illi Deus sapiéntiam, et prudéntiam multam nimis, et latitúdinem cordis, quasi arénam quæ est in líttore maris” (III Reg. 4, 29 – Intr.) - SANCTI JOANNIS BOSCO, CONFESSORIS

Sogno delle due Colonne

Apparizione della Vergine a don Bosco, che gli indica il luogo della costruzione della Basilica di S. Maria Ausiliatrice


Mario Caffaro Rore, Ritratto di Don Bosco, patrono della gioventù cattolica, Torino, 1941

Carlo Felice Deasti, Don Bosco con un gruppo di missionari salesiani in partenza per l'allora Repubblica dell'Equatore, Torino, 1887

Carlo Felice Deasti, Don Bosco defunto in abiti sacerdotali, Torino, 31 gennaio 1888

Carlo Felice Deasti, Catafalco per Don Bosco defunto in abiti sacerdotali nella chiesa di S. Francesco di Sales, Torino, 1° febbraio 1888

Nuova urna di S. Giovanni Bosco in occasione del bicentenario della nascita (1815-2015)