Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 20 agosto 2017

Milizia cristiana e malicidio in un aforisma di S. Bernardo di Chiaravalle

In un'epoca di incertezze, confusione e di terrore, nella quale la società occidentale, un tempo cristiana, oggi post-cristiana, in maniera arrendevole vorrebbe combattere il male con i gessetti colorati, i gattini, gli applausi, gli slogan "non abbiamo paura", ecc., cadendo nel patetico quanto nel ridicolo, può esser utile ricordare quelli che erano i principi della milizia cristiana, che, lungi dal piegarsi dinanzi agli infedeli, lo combattevano fieramente, sino all'ultimo sino alla fine, sacrificando la propria  vita.
Se, in fondo, oggi possiamo sentirci liberi - non si sa sino a quando .... - lo si deve anche a questa lotta ed a questi sacrifici, che hanno ricacciato coloro che avevano tentato, a più riprese, nel corso dei secoli, di conquistare l'Europa cristiana.
Come scrisse un nostro amico tempo fa: "... si fecero santi nella milizia Ferdinando III, Luigi IX e tanti altri uomini sconosciuti che, come soldati, partirono alla santa Crociata contro gli infedeli o gli eretici con la Fede nel cuore e benedetti da Cristo e dal suo Vicario, in difesa della Christianitas, l’unico vero Ordine voluto dalla Provvidenza ... " (Giuliano Zoroddu, San Giorgio e i Martiri militari: modelli per i soldati di Cristo Re, in Radiospada, 22.4.2017).
Cfr. anche San Bernardo Abate e l'ideale del cavaliere cristiano contro il cavalierato mondano, in MiL, 20.8.2017.
Oggi, pertanto, la figura e l'esempio di S. Bernardo, codificatore delle norme della sacra milizia cristiana durante l'Evo Cristiano, appare quantomai attuale ed antidoto al buonismo imperante ed al generale debosciamento delle coscienze.


martedì 15 agosto 2017

15 agosto - ricordo del voto di Luigi XIII, re di Francia

Charles Le Brun, Assunzione di Maria, Musée des Beaux-arts Thomas Henry, Cherbourg

Luigi Calmetta, Voto di Luigi XIII, XIX sec.

André Dutertre, Voto di Luigi XIII, XIX sec.

Grégoire Huret, Voto di Luigi XIII, XVII sec.

Preghiamo, con l'antica antifona Domine, salvam fac Galliam, perché la Francia, figlia prediletta della Chiesa, adempiendo il voto di Luigi XIII, torni ad essere cristiana e con essa tutte le nazioni dell'Antico Continente, divenuto ateo e lontano dal cuore di Dio.




lunedì 6 febbraio 2017

Le dieci falsità più frequenti sull’aborto

In occasione della giornata per la vita di ieri, domenica 5 febbraio, festa di sant’Agata, rilanciamo un post apparso qualche tempo fa in lingua spagnola, riguardante la crudele pratica dell’aborto.
Nel corso degli ultimi decenni sono stati creati alcuni “miti” che giustificherebbero un fantomatico diritto di abortire. Usiamo intenzionalmente la parola aborto perché esprime senza alcuna attenuazione estetica la cruda realtà di un crimine che, in questo nostro tempo, sembra diventare sempre più una necessità insostituibile del diritto alla salute e all’autodeterminazione della donna.
Il leader del Foro Español de la Familia, ha avuto modo di elencare i dieci miti e falsità con i quali si cerca, non solo di sminuire la gravità di un crimine contro la vita di creature innocenti, ma di farne addirittura un irrinunciabile segno di progresso e di ascesa del sistema sanitario e del diritto dei popoli.
Il suddetto leader, di nome Benigno Blanco, sopranumerario dell’Opus Dei ha anche ricoperto in Spagna ruoli di alta amministrazione. Infatti, è stato Secretario de Estado (paragonabile a un viceministro) in diversi settori del governo spagnolo e per diversi anni. Tuttavia, al di là dei ruoli amministrativi del Blanco e senza voler indagare quali correnti convergono in una realtà così variegata e che professa esplicitamente la sua aconfesionalidad, come il già citato Foro de la Familia, riteniamo che le dieci falsità di cui qui di seguito si parla siano condivisibili da chiunque desideri maggiore giustizia e rispetto per la vita innocente.
Pubblichiamo, perciò qui di seguito, in una nostra traduzione, il più letterale possibile, la sintesi circa le suddette dieci falsità cui abbiamo appena accennato. Sintesi che è apparsa (qui) su un sito argentino che ha dedicato altri post a temi bioetici come questo.
Sant’Agata è anche protettrice delle donne ammalate. Affidiamo alla grande martire tutte le donne perché si prendano cura non soltanto della salute del loro corpo, ma anche della salute di coloro che esse portano o porteranno in grembo, perché in tal modo esse guadagneranno anche la salute eterna della loro propria anima. Dio è fedele e terrà conto di ogni merito e sacrificio.

Maria Agostina Antezza

Le dieci falsità più frequenti sull’aborto


Benigno Blanco, presidente del Forum delle famiglie nonché una delle persone che più si è impegnata per sradicare l’aborto nel mondo, risponde alle dieci argomentazioni più diffuse sulla soppressione della gravidanza. Con la presentazione della riforma della legge sull’aborto in Spagna, si ravviva un dibattito che non è mai scomparso dalla società.
Sono molti i miti, gli errori e le menzogne riguardo a questa questione, ed è necessario saper rispondere con argomenti chiari. Questo testo pubblicato nel settimanale L’Alfa e l’Omega, diretto da Miguel Angel Velasco, può essere utile.

1. È un diritto delle donne poter decidere
No. Quando la legge consente a chi è libero di disporre della vita degli schiavi, ai genitori di disporre della vita dei neonati, agli uomini della vita delle donne, agli ariani della vita degli ebrei, ai bianchi della vita dei neri, alle donne in stato di gravidanza della vita dei loro bambini non ancora nati ... Non è il diritto di decidere liberamente, dei genitori, degli uomini, degli ariani, dei bianchi o delle donne incinte, ma è invece la negazione del diritto alla vita di schiavi, neonati, donne, ebrei, neri o bimbi non ancora nati.

2. Vi è un ragionevole dubbio riguardo a quando si origina la vita umana
Non è vero. È scientificamente provato che la vita – e non solo nella specie umana – si origina con il concepimento, quando si forma il patrimonio genetico dell’individuo, patrimonio che lo definirà per sempre come un individuo appartenente senza ombra di dubbio alla specie umana. Se qualcuno avesse dubbi a riguardo, la più elementare considerazione etica dovrebbe portare ad applicare una, cosiddetta, presunzione di natura umana o di vita. Come quando si dice che non è ammissibile correre il rischio di uccidere un uomo quando, ad esempio, si ha la presunzione che egli si trovi proprio nella direzione in cui si sta per sparare.

3. Se l’aborto non verrà legalizzato, ci saranno aborti clandestini e molte donne moriranno
Non è vero. Non vi è alcuna prova scientifica che questo sia vero, al contrario:
- Quando qualcosa viene legalizzata, il fenomeno legalizzato aumenta; invece quando qualcosa è proibito, diminuisce. Se così non fosse, il diritto penale non avrebbe alcuna ragion d’essere.
- Nei paesi in cui è proibito l’aborto (per esempio Irlanda) la mortalità femminile per motivi legati alla gravidanza e al parto è più bassa che nei paesi vicini dove l’aborto è legale (ad esempio la Gran Bretagna). Lo stesso succede in Cile, che è l’unico paese sudamericano in cui l’aborto non è consentito per nessun motivo.
- In tutti i paesi in cui l’aborto è stato legalizzato, il numero di aborti è aumentato sempre di più; e nei paesi in cui si ritorna a proteggere la vita, il loro numero diminuisce, come è accaduto in Polonia dal 1993.
In questa argomentazione a difesa della pratica dell’aborto è implicito un errore: che le donne, in ogni caso, abortiranno. E questo non è vero, le donne assumono l’aborto come soluzione ai loro problemi quando questo è legale. Se la legge non permette l’aborto questo acquisisce il carattere che hanno tutte le cose illecite.

4. Le Nazioni Unite riconoscono universalmente il diritto all’aborto
È falso. Nessuno strumento del diritto internazionale in materia di diritti umani riconosce il diritto all’aborto, né universale (ONU), né regionali (trattati europei o latino-americani sui diritti umani). Lo ha stabilito la Corte Europea per quanto riguarda l’Irlanda, per esempio.
Sì, esistono alcune piattaforme, conferenze internazionali o diverse commissioni della comunità internazionale che hanno iniziato a utilizzare negli ultimi anni l’espressione diritti sessuali e riproduttivi, che alcuni vogliono interpretare come comprensiva del diritto all’aborto; però quelle stesse piattaforme, conferenze o comitati non sono giuridicamente vincolanti per gli Stati né tantomeno è stato pacificamente mai ammesso che l’espressione diritti sessuali includa l’aborto.

5. La standardizzazione dell’aborto è l’unica opzione progressista e la sua attuazione è inarrestabile
Non è vero. La legalizzazione dell’aborto è un fenomeno molto recente - sempre discusso e contestato – che venne avviato (se ignoriamo i paesi comunisti che non rispettano alcun diritto umano) negli Stati Uniti nel 1973 e da lì si diffuse in Europa, prima, e poi nel resto del mondo, sotto l’impulso di ideologie, interessi economici e strategie politiche oggi molto contestate (ossessione malthusiana per il controllo della popolazione, rivoluzione sessuale sessantottina, imperialismo americano, pressioni dell’industria dell’aborto e contraccettiva sui governi, ideologia di genere, ecc).
L’aborto non solo non è standardizzato nel mondo, ma la resistenza cresce ovunque e, in primo luogo, negli Stati Uniti, dove iniziò il fenomeno. In questo paese, secondo il sondaggio Gallup, gran parte della popolazione si definisce come pro life, pro-vita, e non come pro choice, “pro-scelta” (di abortire); e più della metà degli Stati dell’Unione hanno in questi ultimi anni adottato leggi restrittive sull’aborto, pur avendo gli USA, in questo momento il presidente più pro-aborto della storia, Obama.
Inoltre, molti paesi dell’ex blocco comunista hanno approvato leggi sull’aborto restrittive a partire dal 1989 (il caso di maggior successo è la Polonia), e in tutta l’America Latina si sta producendo una elevata resistenza all’approvazione di leggi sull’aborto.
In Europa occidentale, l’aborto è oggetto di ampio dibattito sociale in paesi come la Spagna, l’Irlanda, la Francia e l’Italia. Da nessuna parte è qualcosa di standardizzato e pacifico.

6. Senza l’aborto, la bomba demografica sarebbe esplosa e la vita sulla terra sarebbe impossibile
Non esiste nessuna bomba demografica ma, al contrario, un grave problema demografico di invecchiamento della popolazione che mette a rischio la sopravvivenza della nostra società (in Europa e in Spagna in particolare, questo è evidente). Anche paesi come la Cina, che hanno optato per l’aborto come mezzo di controllo della popolazione, fanno un passo indietro visti i terribili traumi che ciò ha causato nella popolazione.
Anche se fosse vero che c’è un problema di incremento della popolazione, risulta chiaro che eliminare vite umane non è il modo più umano per risolvere questo problema. Il fine non giustifica i mezzi, soprattutto se il mezzo è omicida.

7. L’aborto è una conquista femminista a cui non possiamo rinunciare
Non è vero. L’aborto è una soluzione maschilista a un problema di tutti. L’aborto è la garanzia ultima dell’irresponsabilità sessuale di un uomo, il quale lascia nelle mani della donna la piena responsabilità della relazione sessuale: grazie all’aborto, l’uomo ignora le conseguenze del sesso, incoraggiando implicitamente la donna – che porta così tutta sola il peso morale, psicologico e vitale di questa decisione – ad abortire o, in caso, contrario la costringe ad assumersi la responsabilità del bambino.
L’aborto in sé è violenza di genere contro le donne. Quando l’aborto viene legalizzato, le donne possono essere sottomesse a qualunque forma di pressione per far si che interrompano la gravidanza.

8. Senza aborto legale, la rivoluzione sessuale sarebbe in pericolo
Questa argomentazione è vera. Senza l’aborto legale, la sistematica e diffusa irresponsabilità sessuale non sarebbe possibile. La legalizzazione dell’aborto è il prezzo che paghiamo per essere sessualmente irresponsabili, in modo reiterato e sistematico, senza conseguenze a breve termine. Ma questo prezzo è molto alto: milioni di bambini mai nati, milioni di vite di donne spezzate, una sessualità disumanizzata, la conseguenza non è la vita, ma la morte.

9. Le leggi permissive sull’aborto non obbligano nessuno: chi non vuole abortire non è obbligato a farlo
Questo argomento non è vero, perché:
a) leggi permissive sull’aborto creano una spirale di violenza strutturale sulle donne che non esisterebbe se l’aborto non fosse legale. Questa è un’esperienza comune per molte donne che hanno abortito: non erano libere, ma hanno preso questa decisione in quanto sottomesse ad un ambiente che ha offerto loro l’aborto come unica soluzione ai loro problemi.
b) La legalizzazione dell’aborto nel nostro ordinamento giuridico ha introdotto la violenza come un modo legittimo di risolvere i problemi, e questo influenza tutta la società dato l’effetto pedagogico delle leggi.
c) L’aborto legale significa che lo Stato non si assume la responsabilità di proteggere la vita di un gruppo di esseri umani, i bambini mai nati. Si perde così l’impegno etico e umanitario dello Stato, della società nel suo complesso e della legge. Ciò ha sempre conseguenze negative.

10.Esigere il divieto di aborto è un’interferenza inaccettabile della Chiesa nella vita pubblica di una società pluralistica
Ippocrate e Galeno non erano cattolici – perché vissuti secoli prima di Cristo – e avevano già stabilito che l’etica medica impediva la pratica dell’aborto. Se legalizzassimo tutto ciò che la Chiesa proibisce, dovremmo legalizzare l’omicidio, lo stupro, il furto, e praticamente tutto ciò che il codice penale vieta. Questa non è dunque un’argomentazione seria.

venerdì 7 ottobre 2016

La festa del 7 ottobre in un aforisma di Pio XII


Fonte: Pio XII, Discours à un groupe de Sénateurs et de Représentants du Congrès des Etats-Unis, appartenant au « Committee Investigating Information Program », 7 oct. 1947

Card. Burke: L'islam è un pericolo: vogliono sottometterci con le armi e con i figli

Nella festa del Vergine Santissima del Rosario, rilanciamo quest’intervista del card. Burke, pubblicata anche da Chiesa e postconcilio, quantomeno indicata nell’odierna ricorrenza della vittoria della flotta cristiana nella terza battaglia di Lepanto (domenica 7 ottobre 1571) (le precedenti battaglie risalgono al 1499, nota anche come battaglia di Zonchio, ed al 1500, nota anche come battaglia di Modone: per riferimenti v. qui).



Nicolaus Safuris, Madonna della Consolazione o di Lepanto, XV sec., Chiesa di Santa Maria Formosa, Venezia


Madonna del Rosario, Cattedrale di Nostra Signora del Rosario, Diamantina

Giacomo Colombo, Madonna del Rosario con i SS. Domenico e Rosa da Lima, 1716, Chiesa della SS. Trinità, San Severo

Ambito lombardo, Battaglia di Lepanto, XIX sec., Bergamo

Raffaello Resio, S. Pio V in preghiera dinanzi alla Vergine del Rosario ovvero attribuisce alla Madonna del Rosario l'esito felice della battaglia di Lepanto, 1893-1910, Chiavari

Luigi Gambini, Madonna del Rosario con S. Pio V e la battaglia di Lepanto, 1919, Faenza

Carmelo Zimatore - Diego Grillo, Battaglia di Lepanto, 1920, Oppido Mamertina

Amedeo Trivisonno, Battaglia di Lepanto, 1925-49, Campobasso 


Ludovico Seitz - Domenico Torti,  Il trionfo del Rosario, 1883-84, Galleria dei Candelabri, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma.
La didascalia, tratta da un testo di Leone XIII, recita: Est rRsarium præcipue implorando matris dei patrocinio adversus hostes Catholici Nominis institutum 

“L’Islam è un pericolo: vogliono sottometterci con le armi e con i figli”

Il prelato: “Quando saranno maggioranza imporre la sharia al mondo sarà un obbligo”.

Di Fausto Biloslavo


Trieste. L’Islam che vuole conquistare il mondo, le bandiere nere che puntano su Roma, l’immigrazione che sovverte la maggioranza, i cristiani sotto tiro pure in Occidente, nessuna alternativa alla famiglia tradizionale e Vladimir Putin «convertito» sono solo alcune risposte forti del cardinale Raymond Leo Burke nell’intervista esclusiva a il Giornale (guarda il video).
Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta e membro della Congregazione delle cause dei santi, il porporato del Wisconsin, classe 1948, è lo stendardo della chiesa tradizionale. Non pronuncia mai una parola contro Papa Francesco, ma durante tutta l’intervista naviga fuori dal coro del politicamente corretto a cominciare dalla difesa a spada tratta della famiglia classica.

Nel 2016 i cristiani sono ancora perseguitati?
«In certe parti del mondo sono perseguitati e anche espulsi dalle loro terre. E accade in paesi storicamente importanti dal punto di vista religioso come l’Iraq, dove arrivò Abramo, terra dei caldei. Ma anche nei paesi del primo mondo, per esempio nel mio paese (gli Stati Uniti, nda), c’è il tentativo di negare ai cristiani il diritto di seguire la propria coscienza. E di resistere all’aborto, alla sterilizzazione o altre prassi mediche che procurano la morte (eutanasia, nda). I problemi per i cristiani non riguardano solo il Medio Oriente, ma anche l’Occidente».

La stessa Unione europea, in nome del politicamente corretto, spesso chiude gli occhi sulle minacce ai cristiani. Cosa ne pensa?
«È chiaro che i musulmani hanno come obiettivo finale conquistare il potere sul mondo. L’Islam attraverso la sharia, la loro legge, deve governare il mondo e permette atti di violenza contro gli infedeli, come i cristiani. Ma noi stentiamo a riconoscere questa realtà e a reagire difendendo la fede cristiana».

Lei sostiene che chiudiamo gli occhi?
«Sì e penso che le ragioni siano molte. In tanti non capiscono cos’è veramente l’Islam. E creano questi slogan, che crediamo tutti nello stesso Dio, che siamo tutti quanti uniti dall’amore e così via. Non è vero. Un’altra ragione è che i cristiani hanno molto trascurato una verità fondamentale: c’è un solo salvatore del mondo, Gesù Cristo. Non dobbiamo fare proselitismo imponendo la cristianità, ma se crediamo in Gesù è nostro dovere darne testimonianza. Penso che questa testimonianza non sia più molto forte anche nei paesi che un tempo venivano chiamati cristiani, come le nazioni europee».

Lei ha appena scritto un libro, «Hope for the world: to unite all things in Christ», che parla anche di Islam.
«L’Islam è una minaccia nel senso, che per il vero musulmano Allah deve governare il mondo. Cristo nel Vangelo disse date a Cesare quello che è di Cesare. Al contrario la religione islamica che si basa sulla legge del Corano punta a governare nel Paese dove si trovano i musulmani. Fino a quando sono minoranza non possono insistere, ma quando diventano maggioranza devono applicare la sharia. Oggi ci sono enclave, interi quartieri, in Europa dove vige di fatto il regime musulmano».

Si riferisce a Molenbeek, le banlieue, quartieri in Inghilterra e paesi del Nord, villaggi in Bosnia. Rappresentano dei tentativi di integrazione falliti?
«È un fallimento perché si tratta di uno Stato dentro uno Stato. Il problema è che i musulmani puntano all’espansione. Tutta la storia della presenza islamica in Europa è un tentativo di conquistarla. Abbiamo appena celebrato l’8 settembre la vittoria dei cavalieri di Malta dopo tre mesi di assedio dei musulmani nel 1565. Malta sarebbe stato il trampolino di lancio verso l’Europa».

Sui muri di Sirte, ex roccaforte delle bandiere nere in Libia, c’erano tante scritte dello Stato islamico sulla conquista di Roma.
«È un pericolo reale. L’Islam si realizza nella conquista. E qual è la conquista più importante nei confronti dei cristiani? Roma».

In Siria e Iraq i cristiani rischiano di scomparire?
«Certo. Esiste un piano per sradicarli. I paesi cosiddetti cristiani insistono sull’eguale diritto per tutte le religioni, ma in determinate nazioni musulmane non si può neppure costruire una chiesa o professare il proprio credo in pubblico».

Contro lo Stato islamico bisogna intervenire militarmente?
«Bisogna fermarlo con i giusti mezzi a nostra disposizione trattandosi di criminali della peggior specie».

Il nostro giornale ha lanciato una campagna con il sostegno dei lettori per raccontare la tragedia attuale dei cristiani. Che ne pensa?
«Apprezzo quello che il Giornale sta facendo per rendere nota la persecuzione dei cristiani. Il vero servizio dei media non è ripetere le cose che piacciono alla maggioranza, ma rincorrere la verità dei fatti. Negli Stati Uniti, ma non solo, la gente non sente mai una voce diversa, fuori dal coro».

L’immigrazione è una risorsa o un pericolo?
«Ho sentito diverse volte degli islamici che spiegavano: Quello che non siamo riusciti a fare con le armi in passato lo stiamo facendo oggi con la natalità e l’immigrazione. La popolazione sta cambiando. Se va avanti così, in paesi come l’Italia, la maggioranza sarà musulmana».

Se così fosse siamo noi troppo deboli?
«Tutto questo accade per la corruzione dell’Occidente. Non ci sono più famiglie sufficientemente numerose. In maniera supina accettiamo prassi che sono contrarie alla legge naturale come l’aborto o il cosiddetto matrimonio fra persone dello stesso sesso. È la dimostrazione che non siamo più forti nelle fede. Ed una facile preda per la conquista».

Lei è americano. Vladimir Putin, il presidente russo, ex ufficiale del Kgb, è una minaccia o l’ultimo difensore di valori tradizionali?
«Sono molto soddisfatto della sua difesa della vita e della famiglia, come Dio ha creato dall’inizio con un uomo e una donna. Non possiamo negare ad un persona come Putin la conversione. È possibile che oggi abbia capito quello che non capiva 30 anni fa (ai tempi del Kgb, nda)».

lunedì 29 agosto 2016

Non c’è Europa senza Cristo

Nella festa della decollazione del Precursore San Giovanni Battista, rilanciamo questo contributo di Matteo Matzuzzi.



Daniele da Volterra, Decollazione del Battista, XVI sec., Galleria Sabauda, Torino

Vicente Carducho, Decollazione del Battista, XVI-XVII sec., museo del Prado, Madrid

Ambito romano, Decollazione di S. Giovanni Battista, XVII sec., Rieti

Scuola bolognese, Testa del Battista dopo la decapitazione, affissa ad una picca, XVII sec., collezione privata

Mauro Picenardi (attrib.), Decollazione di S. Giovanni Battista, XVIII sec.

Antonio Pellegrini, S. Marco evangelista con la testa del Battista, XVIII sec., Padova

Giuseppe Menegon, Decapitazione del Battista, XVIII sec., Padova

Francesco Lorenzi, Estasi di S. Giovanni Battista prima del martirio, 1755, Verona 

Agostino Ugolini, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1803

Giuseppe Diotti, Decapitazione del Battista, 1819, Bergamo

Bottega italiana, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1844, Viterbo

Eduard Heinrich, S. Giovanni Battista condotto al martirio, 1858, Trieste

Abramo Spinelli, Decapitazione del Battista, 1893, Bergamo

Ponziano Loverini,Decollazione di S. Giovanni Battista, 1897, Basilica di S. Maria Assunta, Gandino  

Ambito romano, Decapitazione del Battista, XIX sec., Civita Castellana

Achille Boschi, Decapitazione del Battista, XIX sec., Bologna

Adolfo Mattielli, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1940-60, Verona


Marco Antonio Poggio, Decollazione del Battista, XVII sec., Oratorio Mortis et Orationis, Sestri Ponente

Bottega italiana, Decollazione di S. Giovanni Battista, XX sec., Fabriano




Anton Maria Maragliano, Martirio di S. Giovanni Battista, detta anche Cassa di S. Giovanni, XVIII sec., Oratorio di S. Giovanni, Ovada

Non c’è Europa senza Cristo

L’anima cristiana del continente nel disegno dei padri fondatori. La profezia di Romano Guardini: “Se perde questa sua essenza, non avrà più nulla da significare”

di Matteo Matzuzzi

La facciata della Cattedrale di Rouen

L’Europa, in fin dei conti, ha iniziato a crollare definitivamente nei primi anni Duemila, quando il presidente della Convenzione europea, l’organismo incaricato di studiare una Costituzione per l’Unione, Valéry Giscard d’Estaing, rifiutò di aprire una lettera che Giovanni Paolo II gli aveva fatto recapitare. Un messaggio in cui il vecchio Papa polacco implorava quantomeno di considerare l’inserimento d’un riferimento alle radici giudaico-cristiane del continente nel testo poi abortito. “E’ bene che la tenga in tasca e non me la consegni”, avrebbe detto Giscard al latore della missiva secondo quando ebbe a dire monsignor Rino Fisichella, citando fonti fidate. Quel gesto dell’ex capo dello stato francese non era un semplice barcamenarsi tra gli opposti interessi e il mantra laicista tanto in voga a Bruxelles, che si cullava nella convinzione che il multiculturalismo e l’applicazione di ricette tutte concordi nel ricacciare la religione a fatto privato – quasi fosse l’iscrizione a un club di caccia – avrebbero portato in terra il regno della pace perpetua. Rifiutare quella lettera significava rimuovere le fondamenta stesse del progetto comunitario, che aveva nel fatto cristiano il suo pilastro fondamentale. Questa, almeno, era l’Europa immaginata da Robert Schuman, uno dei suoi padri fondatori il cui nome tanto campeggia sulle facciate dei palazzi e cui tante vie e piazze sono dedicate nel cuore politico dell’Unione. L’Europa che “o sarà cristiana o non sarà”, frase poi ripresa decenni più tardi proprio da Giovanni Paolo II.
Schuman aveva pensato un’Europa fondata non tanto e solo sul collante economico, bensì sul comune terreno culturale, che a suo giudizio non poteva fare a meno del portato valoriale incarnato dal cristianesimo. “Tutti i paesi europei sono permeati dalla civiltà cristiana. Essa è l’anima dell’Europa che occorre ridarle”, disse, quando ancora le chiese erano popolate e a nessuno veniva in mente di proporre la rimozione della croce dallo stendardo di Tolosa perché offensiva nei confronti dei fedeli di altre religioni (o culti, come più sobriamente si dice oltralpe). L’Europa delle cattedrali (definizione sempre di Schuman) come emblema caratterizzante di quel che avrebbe dovuto essere, insomma. Ma la visione dello statista francese – al pari di quella di Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi – era laica: niente a che vedere con rivendicazioni confessionali o con intenzioni più o meno manifeste di imporre il cristianesimo quale religione comunitaria. Nessuno spirito di revanche crociata né desiderio di brandire vessilli identitari a definire un fortino da purificare e preservare da attacchi e infiltrazioni esterne.
Una visione che sarebbe stata condivisa dal teologo Romano Guardini, che nelle sue dense ma al contempo brevi riflessioni sull’Europa (raccolte qualche anno fa dalla casa editrice Morcelliana) delineava le basi per una costruzione comune che potesse avere successo e respiro. “Se quindi l’Europa deve esistere ancora in avvenire, se il mondo deve ancora aver bisogno dell’Europa”, scriveva Guardini, “essa dovrà rimanere quella entità storica determinata dalla figura di Cristo, anzi, deve diventare, con una nuova serietà, ciò che essa è secondo la propria essenza. Se abbandona questo nucleo, ciò che ancora di esse rimane, non ha molto più da significare”. Silvano Zucal, grande esperto della materia e che di quella raccolta scrisse la premessa, osservò che le meditazioni di Guardini, “frutto di una riflessività e d’una originalità straordinarie, dicono che solo l’Europa poteva diventare non solo un ‘destino’ di ricomposizione per la sua personale identità duale, ma anche un compito etico da consegnare al futuro dei popoli europei fuoriusciti dall’epoca tragica segnata dalle guerre, dai totalitarismi e dalla macchia indelebile della Shoah”.
Già nel 1980, in un’omelia tenuta a Cracovia, l’allora cardinale Joseph Ratzinger (a Guardini assai legato, tanto da citarlo perfino nel suo ultimo discorso prima di lasciare per sempre il Palazzo apostolico, nel 2013) diceva che “ogni popolo europeo può e deve riconoscere che la fede ha creato la propria patria e che perderemmo noi stessi sbarazzandoci della nostra fede”. Si trattava di ribadire il concetto che l’Europa com’è oggi, sopravvissuta a secoli di guerre e disfacimenti di piccoli e grandi principati, è opera della fede cristiana insieme alla filosofia greca e al pensiero romano.
Il problema, mai come ora così attuale e decisivo, è capire cosa è l’Europa. Parlando a Berlino nel 2000, in pieno dibattito sulla necessità (o meno) di riconoscere l’impronta giudaico-cristiana nella Costituzione europea, Ratzinger spiegò che l’Europa è in primo luogo un concetto culturale e storico, e solo in un secondo tempo indica una realtà geografica. Guardini l’aveva anticipato di quasi mezzo secolo. Già settantenne, il teologo e filosofo italo-tedesco, parlando all’Università di Monaco, chiariva che “l’Europa non è un complesso puramente geografico, né soltanto un gruppo di popoli, ma un’entelechia vivente, una figura spirituale operante”.
Un qualcosa in movimento, dunque, che si è sviluppato una storia “che passa per quattromila anni e a cui non si può finora paragonare nessun’altra ricchezza di personalità come di forze, in audacia d’azioni come in profondi movimenti di destini sperimentati, in ricchezza di opere prodotte come in pienezza di significato immessa in ordini di vita creati”. Certo, avvertiva Guardini, “nessuna forma di vita è eterna”. Tuttavia, “la struttura essenziale europea c’è; la vediamo anzi in ogni gesto, la percepiamo in ogni parola, la sentiamo con intensità nuova, dolorosa in noi stessi. Così siamo fiduciosi che continuerà e sarà soggetto di storia”. A patto che esamini “se stessa con la più decisa serietà” e rifletta “sul suo proprio essere”. Si tratta semmai di ridestarla, di considerare le tante cattedrali che pullulano le città non solo come vecchi musei, ma come simbolo di una grande storia comune. Utile sarebbe, forse, “farla finita con la neutralizzazione di ogni religione e di ogni etica sostantiva”, come diceva a questo giornale il cardinale Angelo Scola il 4 agosto. Le religioni, aggiungeva l’arcivescovo di Milano, “non vanno pensate come soggetti che cercano tutele, ma come realtà vitali capaci di sviluppare una soggettività pubblica, liberamente assunta e il più possibile cordialmente dialogata. In quest’età post secolare in cui, con la modernità, è stato abbandonato il riferimento a Cristo come senso di un cammino, bisogna riconoscere che tutti i tentativi fatti per sostituirlo sono falliti. Basti rifarsi al discorso del crollo delle grandi narrazioni”.
Manca, scriveva Guardini nel lontano 1955, “ciò che è più intimamente decisivo: la figura di Cristo. E non nel senso che un determinato gruppo di popoli l’avrebbe accolto come maestro religioso, il loro carattere peculiare però sarebbe stato determinato anche senza questo; ma diventò ciò che è, perché il suo spirito per quasi due millenni fu attivo fin nella loro più intima profondità e nella loro più delicata finezza”. L’essere di Cristo, continuava il teologo, “ha liberato il cuore all’uomo europeo. La sua personalità gli ha dato la capacità straordinaria di vivere la storia e di esperire il destino. La sua serietà, che lo volesse o no, ha sostenuto l’opera dello spirito europeo”. Affermazioni nette che paiono stridere con lo stato dell’Europa odierna, mostro burocratico più che casa dei popoli, incapace di rispondere alle sfide essenziali che le si pongono dinanzi e che giorno dopo giorno è minacciata da venti ostili che ne preconizzano lo sgretolamento finale.
Non è un caso che alla questione sia dedicato l’annuale incontro degli allievi del professor Ratzinger, che si stanno incontrando proprio in questi giorni a Castel Gandolfo per discutere proprio di Europa. Alla fine, come sempre, il tema è stato scelto da Benedetto XVI, benché “con una certa esitazione”, ha rivelato padre Stephan Horn, coordinatore dello Schülerkreis, in un’intervista concessa ad Acistampa. “Quando lo ha scelto, ha posto la domanda: ‘E’ ancora viva l’Europa? C’è ancora una Europa? Esiste veramente l’Europa?’”. Affermazioni che rievocano quelle di Papa Francesco, pronunciate all’atto di ricevere il prestigioso premio Carlo Magno, lo scorso maggio: “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”.
Non è banale pessimismo, quello di Bergoglio e Ratzinger, bensì la necessità di comprendere fino a che punto il concetto “post europeo” e “anti europeo” di ragione autonoma abbia finito per compromettere non solo le fondamenta dell’ideale comunitario ma anche i pilastri su cui s’erge ogni società umana. Nel celebre discorso tenuto da Ratzinger a Norcia il 1° aprile del 2005, l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede tornò sul dibattito circa la menzione delle radici cristiane nel preambolo della Costituzione europea. “L’affermazione che la menzione delle radici cristiane dell’Europa ferisce i sentimenti dei molti non cristiani che ci sono in Europa, è poco convincente, visto che si tratta prima di tutto di un fatto storico che nessuno può seriamente negare”. Naturalmente, proseguiva Ratzinger, “questo cenno storico contiene anche un riferimento al presente, dal momento che, con la menzione delle radici, si indicano le fonti residue di orientamento morale, e cioè un fattore d’identità di questa formazione che è l’Europa”. Ma la domanda è: “Chi verrebbe offeso? L’identità di chi viene minacciata? I musulmani, che a tale riguardo spesso e volentieri vengono tirati in ballo, non si sentono minacciati dalle nostre basi morali cristiane, ma dal cinismo di una cultura secolarizzata che nega le proprie basi. E anche i nostri concittadini ebrei non vengono offesi dal riferimento alle radici cristiane dell’Europa, in quanto queste radici risalgono fino al monte Sinai: portano l’impronta della voce che si fece sentire sul monte di Dio e ci uniscono nei grandi orientamenti fondamentali che il decalogo ha donato all’umanità. Lo stesso vale per il riferimento a Dio: non è la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad altre religioni, ma piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio”. Le motivazioni erano ben altre, “più profonde”, sottolineava: “Presuppongono l’idea che soltanto la cultura illuminista radicale, la quale ha raggiunto il suo pieno sviluppo nel nostro tempo, potrebbe essere costitutiva per l’identità europea”. Una cultura in cui “possono coesistere differenti culture religiose con i loro rispettivi diritti, a condizione che e nella misura in cui rispettino i criteri della cultura illuminista e si subordino a essa”.
Una cultura che “è definita dai diritti di libertà”, che “parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto”, compresa la libertà della scelta religiosa”. Il divieto di discriminazione, sempre incluso in quella cultura, “può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa”. Ma, aggiungeva infine Ratzinger, “la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche a immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce a un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà”.