Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 3 settembre 2017

Il vero volto di S. Pio X

È poco noto, ma Giovanni XXIII, il “papa buono”, non nutriva molte simpatie per S. Pio X così come per Pio XII e per S. Pio da Pietrelcina, provando invece grande venerazione per don Primo Mazzolari.
Indro Montanelli, infatti, raccontando della sua intervista a papa Roncalli, nel marzo 1959, per conto del Corriere della sera, così rammentava: «Allora, quando lui mi disse “in quell’occasione venni a Roma e fui ricevuto da papa Sarto”, io feci quasi automaticamente: “È un santo…”, e lui, mi ricordo, replicò e di scatto dette un colpo sul bracciolo della sua sedia: “Ma quale santo!”» (Giovanni Cubeddu, La Chiesa che ho conosciuto, Intervista a Indro Montanelli, in 30Giorni, 2000, fasc. n. 7-8).
Eppure dopo pochi giorni dall’intervista, nella primavera di quell’anno, Giovanni XXIII permise di soddisfare la promessa dell’allora papa Sarto, che cioè, vivo o morto, sarebbe tornato a Venezia. Il video (v. qui), che mostra la partenza in treno per Venezia dell’urna col corpo di S. Pio X, ci consegnano le immagini di un Giovanni XXIII dal volto insolitamente tirato, quasi forzato; un atteggiamento insolito per il “papa buono” così come ce l’ha consegnato la vulgata popolare.
Ma c’è un motivo di quest’antipatia di papa Giovanni verso S. Pio X. Papa Sarto ingaggiò, come noto, una lotta senza quartiere nei confronti del modernismo, del quale un esponente significativo in Italia fu Ernesto Buonaiuti, del quale il Roncalli fu grande ed intimo amico. In effetti, don Angelo insegnava all’Apollinare utilizzando le dispense dell’amico già in odore di eresia (cfr. Gianni Gennari, Quel modernista amico di papa Giovanni, in Vatican Insider, 4.10.2013). Del resto, il Buonaiuti (v. foto a sinistra in abiti sacerdotali) fu assistente del giovane don Angelo nella sua prima messa celebrata, nell’estate del 1904, a Roma, nella Basilica di Santa Maria in Montesanto (10 agosto 1904).
È poco noto, ma proprio di questa amicizia tra Giovanni XXIII e l’eretico Bonaiuti ne parlava Giulio Andretti, nel famoso libro I quattro del Gesù (Rizzoli, Milano 1999), raccontando come un gruppetto di quattro seminaristi irrequieti (don Giulio Belvederi – zio della moglie di Andreotti -, don Ernesto Buonaiuti, don Alfonso Manaresi – che abbandonò lo stato clericale – e don Angelo Roncalli), che, agli inizi del ‘900, si incontravano, presso la chiesa romana del Gesù, con puntualità maniacale “tale da poterci regolare gli orologi” (come ricordava Andreotti riportando la testimonianza di un custode della chiesa del Gesù) per discorrere tra loro con una certa animazione di quelle che sarebbero poi divenute le novità del futuro Concilio Vaticano II. Andreotti riferiva poi, che, ricevuto dall’allora papa Roncalli, questi gli previde che molte di quei progetti degli allora quattro giovani seminaristi sarebbero stati poi “costituzionalizzati” dall’assise conciliare: Concilio che, di lì a tre giorni, il papa avrebbe annunciato nella Basilica di S. Paolo fuori le mura (ivi, pp. 103 ss.). Qualche anno prima, sempre Andreotti, avendo incontrato l’allora Patriarca di Venezia Roncalli, gli chiese della santità di papa Sarto. Il patriarca Roncalli diede una risposta … diplomatica: «Giuseppe Sarto, indipendentemente dal riconoscimento solenne sopravvenuto, era un santo integrale. Fare il Papa non è mai facile, ma Pio X si trovò a guidare la Chiesa in una congiuntura tra le più difficili; e fu obbligato, tenendo fermo il timone, anche a infliggere qualche punizione oggettivamente non del tutto meritata» (ivi, pp. 122 ss.). Insomma, per Giovanni XXIII, S. Pio X era santo … con alcune riserve … . Il Santo papa Sarto era stato, dopotutto, il martello dei modernisti e tra quelli che cominciarono ad essere colpiti vi era l’amico di papa Roncalli.
Per questo motivo sono facilmente intuibili le ragioni di stizza manifestate ad Indro Montanelli nel marzo 1959 … .
Riproponiamo, quindi, un contributo del prof. De Mattei.

Cartolina di S. Pio X in occasione del Congresso eucaristico di Madrid del 1911





IN MEMORIAM: il vero volto di san Pio X

di Roberto de Mattei


Cento anni dopo la sua morte la figura di san Pio X si erge dolente e maestosa, nel firmamento della Chiesa. La tristezza che vela lo sguardo di Papa Sarto nelle ultime fotografie, non lascia solo intravedere le catastrofiche conseguenze della guerra mondiale, iniziata tre settimane prima della sua morte. Ciò che la sua anima sembra presagire è una tragedia di portata ancora maggiore delle guerre e delle rivoluzioni del Novecento: l’apostasia delle nazioni e degli stessi uomini di Chiesa, nel secolo che sarebbe seguito.
Il principale nemico che san Pio X dovette affrontare aveva un nome, con cui lo stesso Pontefice lo designò: modernismo. La lotta implacabile al modernismo caratterizzò indelebilmente il suo pontificato e costituisce un elemento di fondo della sua santità. «La lucidità e la fermezza con cui Pio X condusse la vittoriosa lotta contro gli errori del modernismo – affermò Pio XII nel discorso di canonizzazione di Papa Sarto – attestano in quale eroico grado la virtù della fede ardeva nel suo cuore di santo (…)».
Al modernismo, che si proponeva «un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa», san Pio X opponeva un’autentica riforma che aveva il suo punto principale nella custodia e nella trasmissione della verità cattolica. L’enciclica Pascendi (1907),con cui fulminò gli errori del modernismo, è il documento teologico e filosofico più importante prodotto dalla Chiesa cattolica nel XX secolo. Ma san Pio X non si limitò a combattere il male nelle idee, come se esse fossero disincarnate dalla storia. Egli volle colpire i portatori storici degli errori, comminando censure ecclesiastiche, vigilando nei seminari e nelle università pontificie, imponendo a tutti i sacerdoti il giuramento antimodernista.
Questa coerenza tra la dottrina e la prassi pontificia suscitò violenti attacchi da parte degli ambienti cripto-modernisti. Quando Pio XII ne promosse la beatificazione (1951) e la canonizzazione (1954), Papa Sarto fu definito dagli oppositori estraneo ai fermenti rinnovatori del suo tempo, colpevole di aver represso il modernismo con metodi brutali e polizieschi. Pio XII affidò a mons. Ferdinando Antonelli, futuro cardinale, la redazione di una Disquisitio storica dedicata a smontare le accuse rivolte al suo predecessore sulla base di testimonianze e di documenti,. Ma oggi queste accuse riaffiorano perfino nella “celebrazione” che l’“Osservatore Romano” ha dedicato a san Pio X, per la penna di Carlo Fantappié, proprio il 20 agosto, anniversario della sua morte.
Il prof. Fantappié recensendo sul quotidiano della Santa Sede, il volume di Gianpaolo Romanato Pio X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo (Lindau, Torino 2014), nella sua preoccupazione di prendere le distanze dalle «strumentalizzazioni dei lefebvriani», come scrive in maniera infelice, utilizzando un termine privo di qualsiasi significato teologico, arriva ad identificarsi con le posizioni degli storici modernisti. Egli attribuisce infatti a Pio X, «un modo autocratico di concepire il governo della Chiesa», accompagnato «da un atteggiamento tendenzialmente difensivo nei confronti dell’establishment e diffidente nei riguardi degli stessi collaboratori, della cui fedeltà e obbedienza non di rado dubitava». Ciò«fa comprendere anche come sia stato possibile che il Papa abbia sconfinato in pratiche dissimulatorie o esercitato una particolare sospettosità e durezza nei confronti di taluni cardinali, vescovi e chierici. Avvalendosi delle indagini recenti sulle carte vaticane, Romanato elimina definitivamente quelle ipotesi apologetiche che cercavano di addebitare le responsabilità delle misure poliziesche agli stretti collaboratori anziché direttamente al Papa». Si tratta delle medesime critiche riproposte qualche anno fa, in un articolo dedicato a Pio X flagello dei modernisti, da Alberto Melloni, secondo cui «le carte ci consentono di documentare l’anno con cui Pio IX era stato parte cosciente ed attiva della violenza istituzionale attuata dagli antimodernisti» (“Corriere della Sera”, 23 agosto 2006).
Il problema di fondo, non sarebbe «quello del metodo con cui fu represso il modernismo, bensì quello della opportunità e validità della sua condanna». La visione di san Pio X era “superata” dalla storia, perché egli non comprese gli sviluppi della teologia e dell’ecclesiologia del Novecento. La sua figura in fondo ha il ruolo dialettico di un’antitesi rispetto alla tesi della “modernità teologica”. Perciò Fantappié conclude che il ruolo di Pio X sarebbe stato quello di «traghettare il cattolicesimo dalle strutture e dalla mentalità della Restaurazione alla modernità istituzionale, giuridica e pastorale».
Per cercare di uscire da questa confusione possiamo ricorrere ad un altro volume, quello di Cristina Siccardi, appena pubblicato dalle edizioni San Paolo, con il titolo San Pio X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, e con una preziosa prefazione di Sua Eminenza il cardinale Raymond Burke, prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica.
Il cardinale ricorda come fin dalla sua prima Lettera enciclica E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903, san Pio X annunciava il programma del suo pontificato che affrontava una situazione nel mondo di confusione e di errori sulla fede e, nella Chiesa, di perdita della fede da parte di molti. A questa apostasia egli contrapponeva le parole di san Paolo: Instaurare omnia in Christo, ricondurre a Cristo tutte le cose. «Instaurare omnia in Christo – scrive il cardinale Burke – è veramente la cifra del pontificato di san Pio X, tutto teso a ricristianizzare la società aggredita dal relativismo liberale, che calpestava i diritti di Dio in nome di una “scienza” svincolata da ogni tipo di legame con il Creatore» (p. 9).
E’ in questa prospettiva che si situa l’opera riformatrice di san Pio X, che è innanzitutto un’opera catechetica, perché egli comprese che agli errori dilaganti occorreva contrapporre una conoscenza sempre più profonda della fede, diffusa ai più semplici, a cominciare dai bambini. Verso la fine del 1912, il suo desiderio si realizzò con la pubblicazione del Catechismo che da lui prende il nome, destinato in origine alla Diocesi di Roma, ma poi diffuso in tutte le diocesi di Italia e del mondo.
La gigantesca opera riformatrice e restauratrice di san Pio X si svolse nella incomprensione degli stessi ambienti ecclesiastici. «San Pio X – scrive Cristina Siccardi – non cercò il consenso della Curia romana, dei sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali, dei fedeli, e soprattutto non cercò il consenso del mondo, ma sempre e solo il consenso di Dio, anche a danno della propria immagine pubblica e, così facendo, è indubbio, si fece molti nemici in vita e ancor più in morte» (p. 25).
Oggi possiamo dire che i peggiori nemici non sono coloro che lo attaccano frontalmente, ma quelli che cercano di svuotare il significato della sua opera, facendone un precursore delle riforme conciliari e postconciliari. Il quotidiano “La Tribuna di Treviso”, ci informa che in occasione del centenario della morte di san Pio X, la diocesi di Treviso ha «aperto le porte a divorziati e coppie di fatto», invitandole, in cinque chiese, tra cui la chiesa di Riese, paese natale di Papa Giuseppe Sarto, al fine di pregare per la buona riuscita del Sinodo di Ottobre sulla famiglia, di cui il cardinale Kasper ha dettato la linea, nella sua relazione al Concistoro del 20 febbraio. Fare di san Pio X il precursore del cardinale Kasper è un’offesa di fronte a cui la sprezzante definizione melloniana di «flagello dei modernisti» diviene un complimento.

martedì 16 dicembre 2014

I grandi del Catechismo: San Pio X e il Ven. G. B. Trona

Lo scorso 14 dicembre, Cristina Siccardi ha tenuto una relazione in Mondovì dedicata ai grandi del Catechismo, indicati nelle figure di S. Pio X e del Ven. oratoriano Giovanni Battista Trona: il primo autore del celebre Catechismo, che porta il suo nome, articolato in domande e risposte; il secondo estensore, in pieno secolo dei Lumi, del pregevole testo noto come “Catechismo di Mons. Casati” (dal nome del vescovo di Mondovì che lo promulgò) ed al quale lo stesso papa Sarto s’ispirò.


I grandi del Catechismo: San Pio X e il Ven. G. B. Trona

di Cristina Siccardi

«Instaurare omnia in Christo» è il timone al quale si mise San Pio X quando salì sulla nave di San Pietro. È l’obiettivo che si prefisse fin dal principio e che scrisse nella sua prima enciclica, quella programmatica, E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903.
Egli è stato fra i più grandi riformatori di tutta la storia della Chiesa, come ebbe a dire lo studioso Aubert. Fu tra i Pontefici più attivi di tutta la storia e la sua forza risiedeva nel suo essere super partes. Da un lato condannò e dall’altra riformò: Riformare per restaurare! Leggiamo nel numero di «Civiltà Cattolica» del 1908[1]: «Restaurare un edificio non è abbatterlo per farne un altro; è rinnovarlo, conservandolo e preservandolo. Tale fu l’opera instauratrice di Pio X; d’incremento e di miglioramento da un lato, di correzione e di difesa dall’altro».
L’operato di San Pio X fu a 360°: il nuovo, nuovissimo, poiché nella storia della Chiesa non era mai esistito, Codice di Diritto Canonico (Codex iuris canonici); la riforma della Curia Romana (dal 1588 la situazione era ingessata); la fondazione dell’Istituto biblico; l’erezione dei Seminari centrali-regionali; la legislazione per una migliore e solida formazione del clero; la nuova disciplina per la prima – e più frequente – Comunione; la restaurazione della musica sacra; il poderoso atteggiamento che ebbe contro gli errori del Modernismo e la sua energica difesa della libertà della Chiesa in Francia, in Germania, in Portogallo, in Russia e altrove…
La grande preoccupazione di San Pio X fu quella di osservare, con sgomento, lo scollamento che si era creato nella società che andava via via secolarizzandosi e scristianizzandosi. Dalle filosofie illuministe erano nati il liberalismo, il positivismo, lo scientismo, lo storicismo, il sociologismo… insomma il relativismo di cui parlerà Benedetto XVI, che arriverà a definirlo «dittatura del relativismo». La Chiesa dei modernisti era quella che rinunciava a guidare il mondo per essere trascinata dalla cultura moderna. San Pio X comprese che la Chiesa era in pericolo: della modernità utilizzava soltanto quegli strumenti utili ad essere appunto mezzi, ma non le finalità. La Chiesa è sempre identica a se stessa nella sua essenza: difesa della Fede e difesa della Chiesa. La Chiesa non può mutare la sua natura, non può conformarsi agli obiettivi del mondo. Non è un’istituzione umana, non è l’Onu, non è un organo internazionale e ha una natura non solo umana, ma divina, essa è, prima di tutto, Corpo mistico di Nostro Signore. «La politica della Chiesa»,m diceva, «è quella di non fare politica e di andare sempre per la retta via».
Grande sua apprensione: la separazione, la cesura fra Fede e vita (proprio quella richiesta dal liberalismo e dagli stessi modernisti), togliendo così, come poi avverrà in uno sviluppo a valanga, i crocifissi dalle pareti, ma anche dai cuori. Pio XII lo beatificò nel 1951 e lo canonizzò nel 1854, il suo fu un atto che andò oltre la canonizzazione della sua persona, innalzò all’onore degli altari non solo Giuseppe Sarto, ma anche il suo Pontificato.
Per realizzare questo disegno in terra San Pio X avviò un piano santamente ambizioso e di riforma generale poiché non solo le forze nemiche, liberali e massoniche, minacciavano la Chiesa, e i semi avvelenati del liberalismo e del modernismo (termine presente per la prima volta nella Pascendi) avevano ormai attecchito con successo in alcuni ambienti “cattolici”, sia nel clero, sia fra i laici[2]; ma si era andato formando, in particolare sotto il Pontificato di Leone XIII (1810-1903), un clima di stanchezza e di apatia nei Seminari, nelle parrocchie e persino nelle celebrazioni delle Santa Messe, dove erano entrati addirittura canti profani, bande musicali, arie di opere liriche… fra le azioni di Papa Sarto ci fu anche la Riforma della musica sacra: avvalendosi della consulenza di un eccellente esperto e compositore come Lorenzo Perosi (1872-1956), diede al canto gregoriano la preminenza assoluta nella Liturgia.
Il Modernismo, definito nella Pascendi, «sintesi di tutte le eresie», tentava di coniugare Vangelo e positivismo, Chiesa e mondo, filosofia moderna e teologia cattolica; esso aveva visto i suoi albori in Francia, dove si era consumata la Rivoluzione che aveva abolito il diritto divino, incoronando la «dea ragione». Il motto «liberté, egalité, fraternité», che aveva prodotto il testo giuridico della Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen (26 agosto 1789), divenne, lungo i decenni, il lite motive di molti pensatori cristiani che decisero di inchinarsi al mondo, senza più condannare gli errori e senza più preservare l’integrità della dottrina della Fede. Fu proprio contro questa mentalità che San Pio X decise di combattere al fine di tutelare gli interessi di Cristo e della Sua Sposa.
Profonda Fede, amore immenso per la Chiesa, grande umiltà e grande sensibilità. Uomo dalle poche parole e dai molti fatti, era sempre teso a compiere la volontà di Dio, anche quando, chiamato ad alte mansioni, sentiva tutto il peso gravoso delle responsabilità; ma una volta accolto l’impegno, la sua preoccupazione era quella di rispettare e far rispettare leggi e principi divini, senza distrazioni verso il rispetto umano e il consenso delle opinioni del mondo. Non cercò mai i riflettori, ma soltanto la difesa dei diritti del Creatore e la salvezza delle anime.
Dal campanile di Riese, dove nacque il 2 giugno 1935, passò a quelli di Salzano e di Treviso per poi arrivare a quello di San Marco a Venezia e approdare a quello di San Pietro a Roma, tuttavia rimase sempre identico a se stesso: libero da ogni passione terrena, continuò a voler vivere in povertà, come lasciò scritto nel suo Testamento: «Nato povero, vissuto povero e sicuro di morir poverissimo». Povertà per sé, ma non per Dio: non lesinava mai corredi e paramenti nella Sacra Liturgia.
Le riforme furono uno scossone decisamente forte a Roma. Procedendo con autorità di Pastore responsabile dell’incarico assegnatogli. San Pio X compì in pochi anni una serie di riforme, alcune delle quali erano reclamate da secoli, parecchie delle quali passarono come rivoluzionarie e si urtarono contro la resistenza passiva dei vari conservatori, quelli dello Status quo.
Le riforme si realizzarono non senza il superamento di ostacoli di varia natura e i drastici mutamenti non furono certo indolori.
Ha scritto lo studioso Giovanbattista Varnier:
«Siamo proprio sicuri che Pio X apparve ai contemporanei così poco moderno, così conservatore come tanti testi ce lo hanno tramandato?» Felice quesito e felice intuizione. La risposta indiretta giunge da una celebre fonte narrativa, ovvero da quel capolavoro che è il Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa, formidabile affresco della Sicilia nel doloroso trapasso dall’epoca borbonica a quella dello Stato unitario italiano, dove nobiltà e borghesia si contendono la scena. L’autore della sua unica opera letteraria, uscita postuma nel 1958, chiude la narrazione ambientandola nel maggio del 1910. Sono trascorsi 50 anni e le 3 signorine di Casa Salina (Concetta, Carolina, Caterina) consumano il loro tramonto nelle pratiche religiose, in una forma piuttosto bigotta. Arriva il Vicario generale dell’Arcidiocesi di Palermo che, seguendo le disposizioni pontificie aveva iniziato un’ispezione agli oratori privati. Carolina reagisce: «Questo Papa dovrebbe badare ai fatti propri, Farebbe meglio». Alla visita del Cardinale Arcivescovo di Palermo Carolina va in escandescenze: «Per me questo Papa è un turco».
La sua fu una Riforma globale perché si rese conto che non era più possibile utilizzare gli strumenti ereditati così come erano, ma occorreva riorganizzare e dare nuova linfa e ordinare ciò che non funzionava, secondo parametri più confacenti alle necessità urgevano.
Fu un grande realista!
Uomo di azione e non di buoni propositi ideali e utopici. Sapeva come sono gli uomini e sapeva che cos’è la Chiesa, la quale ha un solo ed unico scopo imprescindibile, la Salus animarum per la quale è stata fondata da Gesù Cristo, il reale Capo della Chiesa. San Pio X era ben cosciente di essere l’umile vicario che con saggezza deve assolvere il suo mandato di governo.
Dunque cambiamenti e riforme per stare al passo delle nuove esigenze, ma sempre avendo al primo posto la difesa della Fede e della Chiesa dalle idee sovversive e dalle insidie.
Il Suo Pontificato ebbe un’ampiezza tale da accorpare sia le esigenze che si erano accumulate lungo i secoli, sia le prospettive future che con sapienza e perspicacia aveva decodificato: la società si secolarizzava sempre più in un mondo che offriva mirabili opportunità in campo scientifico, tecnologico, economico; mondo che avrebbe potuto inghiottire tutto e tutti se non orientato da Cristo e dalla Chiesa, cadendo in errori di pensiero, di azione e di morale. Il suo disegno fu: restaurazione cristiana generale e in questo senso deve essere vista tutta la sua opera di riforme e la sua lotta al Modernismo: «sintesi di tutte le eresie», come ebbe a definire tale fenomeno nella Pascendi Dominici Gregis del 1907.
Con la condanna, nel dicembre del 1903, di alcune opere dell’esegeta e storico Alfred Firmin Loisy (1857-1940), venne aperta l’epoca della repressione. L’Èvangile et l’Église comparve fra i libri condannati, si trattava del «livre rouge»[3], che venne considerato come il manifesto del Modernismo. Oltre Loisy furono chiamati inutilmente all’ordine altri studiosi francesi: Houtin (1867-1926), Laberthonnière (1860-1932), Le Roy (1870-1954). Dopodiché fu la volta di Antonio Fogazzaro (1842-1911), autore del romanzo Il Santo, pubblicato nel 1906: assertore del movimento modernista, egli sostenne la volontà di coloro che chiedevano di sottoporre a critica storica i testi biblici. Con Il Santo si propose di rinnovare le coscienze dei cattolici. La condanna all’Indice del romanzo (5 aprile 1906) prelude la condanna del Modernismo da parte del Sommo Pontefice, che arriverà con l’enciclica Pascendi Dominici Gregis dell’8 settembre 1907. Imprescindibili furono per il Papa la denuncia e la condanna degli errori, non lo avesse fatto non avrebbe potuto mettere in atto l’obiettivo del suo Pontificato: «Instaurare tutto in Cristo», che significava innanzitutto diagnosticare ciò che impediva a Cristo stesso di regnare e per farlo regnare occorreva che la società venisse ricristianizzata grazie alla presenza robusta della Chiesa, la quale poteva agire soltanto con il ministero di sacerdoti degni di essere tali. Ad un sacerdote più che la scienza raccomandava la pietà e ad un sacerdote secolare, uso ad operare nel mondo, raccomandava più che la pietà la prudenza. «Saper tacere, sapersi barcamenare, ascoltare tutti, esporsi il meno possibile era condizione essenziale per la sopravvivenza e la credibilità di un prete in cura d’anime»[4].
L’ideale di sacerdote a cui sempre guardò don Giuseppe Sarto era quello del Sommo Sacerdote, Gesù Cristo, né mitizzato, né rivoluzionato: umile e povero Gesù, che redime dal peccato e imprime la grazia. Il sacerdote amato e desiderato da questo Papa, ignis ardens[5], veste la talare della coerenza, della costanza e della perseveranza, trabocca di virtù, è padre solerte, è ministro benedicente che cura con amore e con i sacramenti il suo gregge, proprio come il buon Pastore:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore»[6].
San Pio X visse per realizzare questa missione stabilita ed indicata da Cristo: allontanare i mercenari dal gregge ed essere un fedele Pastore che conduce le sue pecore, quelle che lo riconoscono, e anche quelle «che non sono di quest’ovile», per diventare un solo gregge con un solo Pastore. Non è un caso che sulla sua scrivania, in Vaticano, avesse in bella vista una statuetta, di discrete dimensioni, di colui che disse:
«Se non avessimo il Sacramento dell’Ordine, noi non avremmo Nostro Signore. Chi l’ha messo nel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha ricevuto la vostra anima al suo ingresso a questo mondo? Il sacerdote. Chi la nutre per darle forza di fare il suo pellegrinaggio? Sempre il sacerdote. Chi la preparerà a comparire davanti a Dio, lavando l’anima per la prima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, ogni volta il sacerdote. Se l’anima, poi, giunge all’ora del trapasso, chi la farà risorgere, rendendole la calma e la pace? Ancora una volta il sacerdote. Non potete pensare a nessun beneficio di Dio senza incontrare, insieme a questo ricordo, l’immagine del sacerdote. Se andaste a confessarvi alla Santa Vergine o a un angelo, vi assolverebbero? No. Vi darebbero il Corpo e il Sangue di Gesù? No. La Santa Vergine non può far scendere il Suo divin Figlio nella Santa ostia. Anche duecento angeli non vi potrebbero assolvere. Un sacerdote, per quanto semplice sia, lo può fare, egli può dirvi: “Va in pace, ti perdono”. Che cosa grande è il sacerdote!…»[7].
Autore di tale brano è il Santo Curato d’Ars[8], vero Alter Christus, che il Papa riformatore e restauratore della Chiesa, fra i più attivi Pontefici di tutta la storia, beatificò l’8 gennaio del 1905 nella Basilica di San Pietro.
Il Cardinale Burke, che ha scritto la prefazione al libro, ne esalta le doti e, in particolare, la sua straordinaria opera catechetica.
Pochissimi sanno che San Pio X, per redigere il celebre Catechismo (quello Maggiore uscito nel 1905 e quello più divulgato nel 1912) attinse al Catechismo di un Vescovo, Monsignor Michele Casati (1699-1782), la cui stesura è da attribuire al Venerabile Giovanni Battista Trona (1682-1750)[9], chiamato «Apostolo del catechismo e Apostolo delle virtù teologali», fu lui, infatti, a scrivere l’Atto di Fede, l’Atto di Carità e l’Atto di Speranza. Egli merita di essere presto innalzato all’onore degli altari.
Il Venerabile Trona fu eccellente direttore di anime. Scriveva a Carlo Vincenzo Ferrero, Marchese d’Ormea (1680-1745), Ministro di Stato di Carlo Emanuele III (1701-1773), affinché la sua Fede crescesse più della sua fama e del suo prestigio:
«Quello che non è eterno vale poco. Quel che conta è l’eternità, e la carità che ne è la via. Gli anni passano e con essi passiamo anche noi. La salvezza è il sommo bene, gli altri ci sono dati in aggiunta. Per questo cerchiamo di trovare ogni anno il tempo per fare gli esercizi spirituali: qui conta solo l’eterno»[10].
Al tempo del religioso filippino, come in quello di San Pio X, non scarseggiavano i sacerdoti, ma scarseggiavano i catechisti anche fra i presbiteri. Proprio ai sacerdoti padre Trona iniziò ad insegnare catechismo; perciò scrisse molte opere di teologia adatte a loro e ai cappellani rurali, insieme a volumi sulle virtù teologali che ebbero immediata approvazione da parte di Papa Benedetto XIV (1675-1758).
Nel 1765 il Vescovo Casati pubblicò a Mondovì, ad uso della propria diocesi, un Compendio della dottrina cristiana. Il testo era del Venerabile Trona e rispecchiava la cura a scegliere quanto era «dottrina della Chiesa universale», liberata dalle «private dottrine di teologi, ancorché cattolici»[11]. L’autore compilò, quindi, una catena di formule concise, tali da essere di facile memorizzazione (ricordiamo che la maggior parte delle persone erano analfabete). Sue fonti risultano essere il catechismo del Concilio di Trento, quelli di Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704), di Monsignor Jean-Pierre Biord che fu Vescovo di Ginevra e Annecy dal 1764 al 1785 e, in parte, la dottrina di Bellarmino.
Gradatamente il Catechismo Casati-Trona sostituì quello di Bellarmino e i vari catechismi diocesani del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, della Toscana, della Sardegna, fino a diventare quello più diffuso e finì per essere il fondo dottrinale e letterario del Catechismo di San Pio X.
Concludiamo ricordando che il fascicolo della Pascendi, custodito all’Archivio Segreto Vaticano, comprende 300 fogli: il primo documento del fascicolo è un autografo del Papa di una pagina e mezza, in esso viene evocata con grande lucidità la situazione drammatica del momento storico, la quale può essere letta, oltre che per interesse storiografico, anche per la sua incredibile attualità:
«L’implacabile nemico del genere umano non dorme mai; secondo le vicende dei tempi, ed il prodursi degli avvenimenti cambia tatticamente linguaggio, ma sempre pronto alla lotta, anzi quanto più l’errore inseguito dalla verità è condannato a nascondersi e tanto più è da temersi per le pericolose imboscate dietro le quali non tarderà molto a ristabilire le sue batterie sempre micidiali. – Perciò non potremo mai abbandonarci ad una falsa sicurezza senza incorrere in quegli anatemi lanciati contro i falsi profeti che annunciavano la pace dove la pace non era, e cantavano la vittoria quando tutto ci chiamava al combattimento. – E per questo è necessario in tutti i tempi, ed è specialmente in questo, in cui la grande cospirazione ordita direttamente contro nostro Signore GCristo, contro la sua religione soprannaturale e rivelata, contro dei popoli i falsi maestri che dicono bene al male e male al bene, vocantes tenebras lucem et lucem tenebras, seducendo molte intelligenze che si piegano ad ogni vento di dottrina. – Per questo crediamo sia venuto il tempus loquendi»[12]. Anche oggi, come allora, è tempo di parlare.

[1] «La Civiltà Cattolica», 1908 vol. IV, p. 514.

[2] Il modernismo si diffuse in tutta Europa. Fra i principali esponenti: i francesi Alfred Loisy (1857- 1940) e Lucien Laberthonnière (1860-1932); gli italiani Salvatore Minocchi (1869–1943), Romolo Murri (1870-1944), Ernesto Buonaiuti (1881-1946), Antonio Fogazzaro, 1842-1911; l’irlandese George Tyrrell (1861-1909); gli inglesi Maude Petre (1863-1944) e Friedrich von Hügel (1852-1925).

[3] «Libro rosso», dal colore della copertina.

[4] G. Romanato, Pio X… op. cit., p. 118.

[5] Definizione che veniva assegnata a San Pio già in vita. Cfr. C. Albin de Cigala (chapelain du Maréchal du Conclave), Vie intime de Pie X, ouvrage orné de gravures, P. Lethielleux, Libraire-Èditeur, Paris 1904.

[6] Gv 10, 11-16.

[7] A. Monnin, Spirito del Curato d’Ars, Ed. Ares, Roma 1956, p.81-82.

[8] Giovanni Maria Vianney (1786-1859) venne canonizzato il 31 maggio 1925 da Pio XI (1857-1939), che nel 1929 lo dichiarò patrono dei parroci.

[9] Giovanni Battista Trona nacque a Frabosa Soprana, nel monregalese, il 18 ottobre 1682. Nella sua esemplare famiglia, stimata e di molta pietà, trascorse una fanciullezza segnata da povertà e stenti, rattristata inoltre dalla morte prematura del padre e da grave debolezza fisica, poi superata per intercessione di Vicent Ferrer (1350-1419). All’età di tredici anni, Giovanni Battista assistette all’omicidio della madre, reagendo con grande fede e con il perdono cristiano dell’assassino. Questi fu in seguito persino da lui beneficato. Compiuti privatamente i primi studi, entrò nel 1695 nel Seminario di Mondovì, ove si distinse per il suo comportamento esemplare e la spiccata intelligenza. Ricevette l’ordinazione presbiterale il 19 settembre 1705. Avrebbe voluto partire missionario, ma fu dissuaso dal suo Vescovo, che lo invitò ad entrare nella Congregazione dell’Oratorio, istituita in diocesi l’anno precedente. Padre Trona si prodigò per l’istruzione del popolo e la riforma del clero, contribuendo alla pacificazione dei dissidi e ad alleviare le sofferenze dei poveri. Predicatore instancabile, percorse le zone più impervie della diocesi di Mondovì e si distinse particolarmente nell’apostolato catechistico, rivolto a tutte le categorie e le età. È comunemente a lui attribuita la stesura del Catechismo di Monsignor Casati, dal nome del Vescovo che lo promulgò, a cui attinse il Catechismo di San Pio X. Fra le sue opere va pure ricordato il Trattato sulle tre virtù teologali spiegate al popolo. Proprio come San Filippo Neri, ebbe una particolare predilezione per i giovani e si dedicò ad essi anche come direttore spirituale delle regie Scuole di Mondovì, incaricò che accettò nel 1729 e condusse sino al termine della sua vita. Fu consigliere di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e del ministro di Stato Marchese Ormea (1680-1745), della cui amicizia si servì per il bene delle anime e per riannodare i difficili rapporti sociali e politici del tempo. Benedetto XIV (1675-1758) gli dimostrò la sua stima, onorandolo di preziose lettere autografe, come pure fecero numerosi vescovi piemontesi che trovarono in lui un valido consigliere. Apostolo del catechismo, Padre Trona morì mentre faceva catechismo ai fanciulli, il 13 dicembre 1750, nella casa dell’Oratorio di Mondovì, la cui costruzione egli aveva promosso. La Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche di Giovanni Battista Trona il 15 maggio 1927, dichiarandolo Venerabile.

[10] M.C. Carulli, Una vita tutta per gli altri. Il Venerabile Giovanni Battista Trona sulla base dell’antica biografia scritta nel 1781, Stampato in proprio, Edizione fuori commercio – Villaggio Famiglia Mariana, Frabosa Soprana (CN) 1997, p. 49.

[11] Lettera del 28 luglio 1761, Raccolta di lettere pastorali dell’illustrissimo… mons. M. C., Torino 1778, p. 73.

[12] Archivio Segreto Vaticano, Epistolae ad principes. Positiones et minutae 157 (1907-08), fascicolo 35a.

Fonte: Cristina Siccardi, 15.12.2014. La relazione è stata anche rilanciata dal blog Messa in latino, 16.12.2014