Visualizzazione post con etichetta instaurare omnia in Christo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta instaurare omnia in Christo. Mostra tutti i post
domenica 23 dicembre 2018
domenica 3 settembre 2017
Il vero volto di S. Pio X
È poco noto, ma Giovanni XXIII, il “papa buono”, non nutriva molte simpatie
per S. Pio X così come per Pio XII e per S. Pio da Pietrelcina, provando invece
grande venerazione per don Primo Mazzolari.
Indro Montanelli, infatti, raccontando della sua intervista a papa
Roncalli, nel marzo 1959, per conto del Corriere della sera, così
rammentava: «Allora, quando lui mi disse “in quell’occasione venni a Roma e fui
ricevuto da papa Sarto”, io feci quasi automaticamente: “È un santo…”, e lui,
mi ricordo, replicò e di scatto dette un colpo sul bracciolo della sua sedia: “Ma
quale santo!”» (Giovanni Cubeddu, La
Chiesa che ho conosciuto, Intervista a Indro Montanelli, in 30Giorni, 2000,
fasc. n. 7-8).
Eppure dopo pochi giorni dall’intervista, nella primavera di quell’anno,
Giovanni XXIII permise di soddisfare la promessa dell’allora papa Sarto, che
cioè, vivo o morto, sarebbe tornato a Venezia. Il video (v. qui), che mostra la partenza in treno
per Venezia dell’urna col corpo di S. Pio X, ci consegnano le immagini di un
Giovanni XXIII dal volto insolitamente tirato, quasi forzato; un atteggiamento
insolito per il “papa buono” così come ce l’ha consegnato la vulgata popolare.
Ma c’è un motivo di quest’antipatia di papa Giovanni verso S. Pio X. Papa
Sarto ingaggiò, come noto, una lotta senza quartiere nei confronti del
modernismo, del quale un esponente significativo in Italia fu Ernesto Buonaiuti,
del quale il Roncalli fu grande ed intimo amico. In effetti, don Angelo insegnava all’Apollinare
utilizzando le dispense dell’amico già in odore di eresia (cfr. Gianni Gennari, Quel modernista amico
di papa Giovanni, in Vatican
Insider, 4.10.2013). Del resto, il Buonaiuti (v. foto a sinistra in abiti sacerdotali) fu assistente del giovane
don Angelo nella sua prima messa celebrata, nell’estate del 1904, a Roma, nella
Basilica di Santa Maria in Montesanto (10 agosto 1904).
È poco noto, ma proprio di questa amicizia tra Giovanni XXIII e l’eretico
Bonaiuti ne parlava Giulio Andretti, nel famoso libro I quattro del Gesù
(Rizzoli, Milano 1999), raccontando come un gruppetto di quattro seminaristi
irrequieti (don Giulio Belvederi – zio della moglie di Andreotti -, don Ernesto Buonaiuti, don Alfonso Manaresi – che abbandonò lo stato clericale – e don
Angelo Roncalli), che, agli inizi del ‘900, si incontravano, presso la chiesa
romana del Gesù, con puntualità maniacale “tale da poterci regolare gli orologi”
(come ricordava Andreotti riportando la testimonianza di un custode della
chiesa del Gesù) per discorrere tra loro con una certa animazione di quelle che
sarebbero poi divenute le novità del futuro Concilio Vaticano II. Andreotti
riferiva poi, che, ricevuto dall’allora papa Roncalli, questi gli previde che
molte di quei progetti degli allora quattro giovani seminaristi sarebbero stati
poi “costituzionalizzati” dall’assise conciliare: Concilio che, di lì a tre
giorni, il papa avrebbe annunciato nella Basilica di S. Paolo fuori le mura (ivi,
pp. 103 ss.). Qualche anno prima, sempre Andreotti, avendo incontrato l’allora
Patriarca di Venezia Roncalli, gli chiese della santità di papa Sarto. Il
patriarca Roncalli diede una risposta … diplomatica: «Giuseppe Sarto,
indipendentemente dal riconoscimento solenne sopravvenuto, era un santo
integrale. Fare il Papa non è mai facile, ma Pio X si trovò a guidare la Chiesa
in una congiuntura tra le più difficili; e fu obbligato, tenendo fermo il
timone, anche a infliggere qualche punizione oggettivamente non del tutto meritata»
(ivi, pp. 122 ss.). Insomma, per Giovanni XXIII, S. Pio X era santo
… con alcune riserve … . Il Santo papa Sarto era stato, dopotutto, il martello
dei modernisti e tra quelli che cominciarono ad essere colpiti vi era l’amico
di papa Roncalli.
Per questo motivo sono facilmente intuibili le ragioni di stizza manifestate ad Indro Montanelli nel marzo 1959 … .
Per questo motivo sono facilmente intuibili le ragioni di stizza manifestate ad Indro Montanelli nel marzo 1959 … .
Riproponiamo, quindi, un contributo del prof. De Mattei.
![]() |
| Cartolina di S. Pio X in occasione del Congresso eucaristico di Madrid del 1911 |
IN MEMORIAM: il vero volto di san Pio X
di Roberto de Mattei
Cento anni dopo la
sua morte la figura di san Pio X si erge dolente e maestosa, nel firmamento
della Chiesa. La tristezza che vela lo sguardo di Papa Sarto nelle ultime
fotografie, non lascia solo intravedere le catastrofiche conseguenze della
guerra mondiale, iniziata tre settimane prima della sua morte. Ciò che la sua
anima sembra presagire è una tragedia di portata ancora maggiore delle guerre e
delle rivoluzioni del Novecento: l’apostasia delle nazioni e degli stessi
uomini di Chiesa, nel secolo che sarebbe seguito.
Il principale nemico
che san Pio X dovette affrontare aveva un nome, con cui lo stesso Pontefice lo
designò: modernismo. La lotta implacabile al modernismo caratterizzò indelebilmente
il suo pontificato e costituisce un elemento di fondo della sua santità. «La
lucidità e la fermezza con cui Pio X condusse la vittoriosa lotta contro gli
errori del modernismo – affermò Pio XII nel discorso di canonizzazione
di Papa Sarto – attestano in quale eroico grado la virtù della fede
ardeva nel suo cuore di santo (…)».
Al modernismo, che si
proponeva «un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della
Chiesa», san Pio X opponeva un’autentica riforma che aveva il suo punto
principale nella custodia e nella trasmissione della verità cattolica. L’enciclica Pascendi (1907),con
cui fulminò gli errori del modernismo, è il documento teologico e filosofico
più importante prodotto dalla Chiesa cattolica nel XX secolo. Ma san Pio X non
si limitò a combattere il male nelle idee, come se esse fossero disincarnate
dalla storia. Egli volle colpire i portatori storici degli errori, comminando
censure ecclesiastiche, vigilando nei seminari e nelle università pontificie,
imponendo a tutti i sacerdoti il giuramento antimodernista.
Questa coerenza tra
la dottrina e la prassi pontificia suscitò violenti attacchi da parte degli
ambienti cripto-modernisti. Quando Pio XII ne promosse la beatificazione (1951)
e la canonizzazione (1954), Papa Sarto fu definito dagli oppositori estraneo ai
fermenti rinnovatori del suo tempo, colpevole di aver represso il modernismo
con metodi brutali e polizieschi. Pio XII affidò a mons. Ferdinando Antonelli,
futuro cardinale, la redazione di una Disquisitio storica
dedicata a smontare le accuse rivolte al suo predecessore sulla base di
testimonianze e di documenti,. Ma oggi queste accuse riaffiorano perfino nella
“celebrazione” che l’“Osservatore Romano” ha dedicato a san Pio X, per la penna
di Carlo Fantappié, proprio il 20 agosto, anniversario della sua morte.
Il prof. Fantappié
recensendo sul quotidiano della Santa Sede, il volume di Gianpaolo Romanato Pio
X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo (Lindau, Torino 2014),
nella sua preoccupazione di prendere le distanze dalle «strumentalizzazioni
dei lefebvriani», come scrive in maniera infelice, utilizzando un termine
privo di qualsiasi significato teologico, arriva ad identificarsi con le
posizioni degli storici modernisti. Egli attribuisce infatti a Pio X, «un
modo autocratico di concepire il governo della Chiesa», accompagnato «da
un atteggiamento tendenzialmente difensivo nei confronti dell’establishment e
diffidente nei riguardi degli stessi collaboratori, della cui fedeltà e
obbedienza non di rado dubitava». Ciò«fa comprendere anche
come sia stato possibile che il Papa abbia sconfinato in pratiche dissimulatorie
o esercitato una particolare sospettosità e durezza nei confronti di taluni
cardinali, vescovi e chierici. Avvalendosi delle indagini recenti sulle carte vaticane,
Romanato elimina definitivamente quelle ipotesi apologetiche che cercavano di
addebitare le responsabilità delle misure poliziesche agli stretti
collaboratori anziché direttamente al Papa». Si tratta delle medesime
critiche riproposte qualche anno fa, in un articolo dedicato a Pio X
flagello dei modernisti, da Alberto Melloni, secondo cui «le carte ci
consentono di documentare l’anno con cui Pio IX era stato parte cosciente ed
attiva della violenza istituzionale attuata dagli antimodernisti» (“Corriere
della Sera”, 23 agosto 2006).
Il problema di fondo,
non sarebbe «quello del metodo con cui fu represso il modernismo, bensì
quello della opportunità e validità della sua condanna». La visione di san
Pio X era “superata” dalla storia, perché egli non comprese gli sviluppi della
teologia e dell’ecclesiologia del Novecento. La sua figura in fondo ha il ruolo
dialettico di un’antitesi rispetto alla tesi della “modernità teologica”.
Perciò Fantappié conclude che il ruolo di Pio X sarebbe stato quello di «traghettare
il cattolicesimo dalle strutture e dalla mentalità della Restaurazione alla
modernità istituzionale, giuridica e pastorale».
Per cercare di uscire
da questa confusione possiamo ricorrere ad un altro volume, quello di Cristina
Siccardi, appena pubblicato dalle edizioni San Paolo, con il titolo San Pio
X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, e con una preziosa
prefazione di Sua Eminenza il cardinale Raymond Burke, prefetto del Supremo
tribunale della Segnatura Apostolica.
Il cardinale ricorda
come fin dalla sua prima Lettera enciclica E supremi apostolatus del
4 ottobre 1903, san Pio X annunciava il programma del suo pontificato che
affrontava una situazione nel mondo di confusione e di errori sulla fede e,
nella Chiesa, di perdita della fede da parte di molti. A questa apostasia egli
contrapponeva le parole di san Paolo: Instaurare omnia in Christo,
ricondurre a Cristo tutte le cose. «Instaurare omnia in Christo – scrive il
cardinale Burke – è veramente la cifra del pontificato di san Pio X,
tutto teso a ricristianizzare la società aggredita dal relativismo liberale,
che calpestava i diritti di Dio in nome di una “scienza” svincolata da ogni
tipo di legame con il Creatore» (p. 9).
E’ in questa
prospettiva che si situa l’opera riformatrice di san Pio X, che è innanzitutto
un’opera catechetica, perché egli comprese che agli errori dilaganti occorreva
contrapporre una conoscenza sempre più profonda della fede, diffusa ai più
semplici, a cominciare dai bambini. Verso la fine del 1912, il suo desiderio si
realizzò con la pubblicazione del Catechismo che da lui prende
il nome, destinato in origine alla Diocesi di Roma, ma poi diffuso in tutte le
diocesi di Italia e del mondo.
La gigantesca opera
riformatrice e restauratrice di san Pio X si svolse nella incomprensione degli
stessi ambienti ecclesiastici. «San Pio X – scrive Cristina
Siccardi – non cercò il consenso della Curia romana, dei sacerdoti, dei
vescovi, dei cardinali, dei fedeli, e soprattutto non cercò il consenso del
mondo, ma sempre e solo il consenso di Dio, anche a danno della propria
immagine pubblica e, così facendo, è indubbio, si fece molti nemici in vita e
ancor più in morte» (p. 25).
Oggi possiamo dire
che i peggiori nemici non sono coloro che lo attaccano frontalmente, ma quelli
che cercano di svuotare il significato della sua opera, facendone un precursore
delle riforme conciliari e postconciliari. Il quotidiano “La Tribuna di
Treviso”, ci informa che in occasione del centenario della morte di san Pio X,
la diocesi di Treviso ha «aperto le porte a divorziati e coppie di fatto»,
invitandole, in cinque chiese, tra cui la chiesa di Riese, paese natale di Papa
Giuseppe Sarto, al fine di pregare per la buona riuscita del Sinodo di Ottobre
sulla famiglia, di cui il cardinale Kasper ha dettato la linea, nella sua
relazione al Concistoro del 20 febbraio. Fare di san Pio X il precursore del
cardinale Kasper è un’offesa di fronte a cui la sprezzante definizione melloniana
di «flagello dei modernisti» diviene un complimento.
martedì 16 dicembre 2014
I grandi del Catechismo: San Pio X e il Ven. G. B. Trona
Lo scorso
14 dicembre, Cristina Siccardi ha tenuto una relazione in Mondovì dedicata ai
grandi del Catechismo, indicati nelle figure di S. Pio X e del Ven. oratoriano Giovanni
Battista Trona: il primo autore del celebre Catechismo, che porta il suo nome, articolato
in domande e risposte; il secondo estensore, in pieno secolo dei Lumi, del
pregevole testo noto come “Catechismo di Mons. Casati” (dal nome del vescovo di
Mondovì che lo promulgò) ed al quale lo stesso papa Sarto s’ispirò.
I grandi
del Catechismo: San Pio X e il Ven. G. B. Trona
di Cristina
Siccardi
«Instaurare
omnia in Christo» è il timone al quale si mise San Pio X quando
salì sulla nave di San Pietro. È l’obiettivo che si prefisse fin dal principio
e che scrisse nella sua prima enciclica, quella programmatica, E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903.
Egli è
stato fra i più grandi riformatori di tutta la storia della Chiesa, come ebbe a
dire lo studioso Aubert. Fu
tra i Pontefici più attivi di tutta la storia e la sua forza risiedeva nel suo
essere super partes.
Da un lato condannò e dall’altra riformò: Riformare per restaurare! Leggiamo
nel numero di «Civiltà Cattolica» del 1908[1]: «Restaurare un edificio non è abbatterlo
per farne un altro; è rinnovarlo, conservandolo e preservandolo. Tale fu
l’opera instauratrice di Pio X; d’incremento e di miglioramento da un lato, di
correzione e di difesa dall’altro».
L’operato
di San Pio X fu a 360°: il nuovo, nuovissimo, poiché nella storia della Chiesa
non era mai esistito, Codice di Diritto Canonico (Codex iuris canonici); la
riforma della Curia Romana (dal 1588 la situazione era ingessata); la
fondazione dell’Istituto biblico; l’erezione dei Seminari centrali-regionali;
la legislazione per una migliore e solida formazione del clero; la nuova
disciplina per la prima – e più frequente – Comunione; la restaurazione della
musica sacra; il poderoso atteggiamento che ebbe contro gli errori del
Modernismo e la sua energica difesa della libertà della Chiesa in Francia, in
Germania, in Portogallo, in Russia e altrove…
La grande
preoccupazione di San Pio X fu quella di osservare, con sgomento, lo
scollamento che si era creato nella società che andava via via secolarizzandosi
e scristianizzandosi. Dalle filosofie illuministe erano nati il liberalismo, il
positivismo, lo scientismo, lo storicismo, il sociologismo… insomma il
relativismo di cui parlerà Benedetto XVI, che arriverà a definirlo «dittatura
del relativismo». La Chiesa dei modernisti era quella che rinunciava a guidare
il mondo per essere trascinata dalla cultura moderna. San Pio X comprese che la
Chiesa era in pericolo: della modernità utilizzava soltanto quegli strumenti
utili ad essere appunto mezzi, ma non le finalità. La Chiesa è sempre identica
a se stessa nella sua essenza: difesa della Fede e difesa della Chiesa. La
Chiesa non può mutare la sua natura, non può conformarsi agli obiettivi del
mondo. Non è un’istituzione umana, non è l’Onu, non è un organo internazionale
e ha una natura non solo umana, ma divina, essa è, prima di tutto, Corpo
mistico di Nostro Signore. «La politica della Chiesa»,m diceva, «è quella di
non fare politica e di andare sempre per la retta via».
Grande sua
apprensione: la separazione, la cesura fra Fede e vita (proprio quella
richiesta dal liberalismo e dagli stessi modernisti), togliendo così, come poi
avverrà in uno sviluppo a valanga, i crocifissi dalle pareti, ma anche dai
cuori. Pio XII lo beatificò nel 1951 e lo canonizzò nel 1854, il suo fu un atto
che andò oltre la canonizzazione della sua persona, innalzò all’onore degli
altari non solo Giuseppe Sarto, ma anche il suo Pontificato.
Per
realizzare questo disegno in terra San Pio X avviò un piano santamente
ambizioso e di riforma generale poiché non solo le forze nemiche, liberali e
massoniche, minacciavano la Chiesa, e i semi avvelenati del liberalismo e del
modernismo (termine presente per la prima volta nella Pascendi) avevano ormai
attecchito con successo in alcuni ambienti “cattolici”, sia nel clero, sia fra
i laici[2]; ma si era andato formando, in
particolare sotto il Pontificato di Leone XIII (1810-1903), un clima di
stanchezza e di apatia nei Seminari, nelle parrocchie e persino nelle
celebrazioni delle Santa Messe, dove erano entrati addirittura canti profani,
bande musicali, arie di opere liriche… fra le azioni di Papa Sarto ci fu anche
la Riforma della musica sacra: avvalendosi della consulenza di un eccellente
esperto e compositore come Lorenzo Perosi (1872-1956), diede al canto
gregoriano la preminenza assoluta nella Liturgia.
Il
Modernismo, definito nella Pascendi,
«sintesi di tutte le eresie», tentava di coniugare Vangelo e positivismo,
Chiesa e mondo, filosofia moderna e teologia cattolica; esso aveva visto i suoi
albori in Francia, dove si era consumata la Rivoluzione che aveva abolito il
diritto divino, incoronando la «dea ragione». Il motto «liberté, egalité,
fraternité», che aveva prodotto il testo giuridico della Déclaration des Droits de l’Homme et du
Citoyen (26 agosto
1789), divenne, lungo i decenni, il lite
motive di molti
pensatori cristiani che decisero di inchinarsi al mondo, senza più condannare gli
errori e senza più preservare l’integrità della dottrina della Fede. Fu proprio
contro questa mentalità che San Pio X decise di combattere al fine di tutelare
gli interessi di Cristo e della Sua Sposa.
Profonda
Fede, amore immenso per la Chiesa, grande umiltà e grande sensibilità. Uomo
dalle poche parole e dai molti fatti, era sempre teso a compiere la volontà di
Dio, anche quando, chiamato ad alte mansioni, sentiva tutto il peso gravoso
delle responsabilità; ma una volta accolto l’impegno, la sua preoccupazione era
quella di rispettare e far rispettare leggi e principi divini, senza
distrazioni verso il rispetto umano e il consenso delle opinioni del mondo. Non
cercò mai i riflettori, ma soltanto la difesa dei diritti del Creatore e la
salvezza delle anime.
Dal
campanile di Riese, dove nacque il 2 giugno 1935, passò a quelli di Salzano e
di Treviso per poi arrivare a quello di San Marco a Venezia e approdare a
quello di San Pietro a Roma, tuttavia rimase sempre identico a se stesso:
libero da ogni passione terrena, continuò a voler vivere in povertà, come
lasciò scritto nel suo Testamento: «Nato povero, vissuto povero e sicuro di
morir poverissimo». Povertà per sé, ma non per Dio: non lesinava mai corredi e
paramenti nella Sacra Liturgia.
Le riforme
furono uno scossone decisamente forte a Roma. Procedendo con autorità di
Pastore responsabile dell’incarico assegnatogli. San Pio X compì in pochi anni
una serie di riforme, alcune delle quali erano reclamate da secoli, parecchie
delle quali passarono come rivoluzionarie e si urtarono contro la resistenza
passiva dei vari conservatori, quelli dello Status
quo.
Le riforme
si realizzarono non senza il superamento di ostacoli di varia natura e i
drastici mutamenti non furono certo indolori.
Ha scritto
lo studioso Giovanbattista Varnier:
«Siamo
proprio sicuri che Pio X apparve ai contemporanei così poco moderno, così
conservatore come tanti testi ce lo hanno tramandato?» Felice quesito e felice
intuizione. La risposta indiretta giunge da una celebre fonte narrativa, ovvero
da quel capolavoro che è il
Gattopardo di
Giuseppe Tommasi di Lampedusa, formidabile affresco della Sicilia nel doloroso
trapasso dall’epoca borbonica a quella dello Stato unitario italiano, dove
nobiltà e borghesia si contendono la scena. L’autore della sua unica opera
letteraria, uscita postuma nel 1958, chiude la narrazione ambientandola nel
maggio del 1910. Sono trascorsi 50 anni e le 3 signorine di Casa Salina
(Concetta, Carolina, Caterina) consumano il loro tramonto nelle pratiche
religiose, in una forma piuttosto bigotta. Arriva il Vicario generale
dell’Arcidiocesi di Palermo che, seguendo le disposizioni pontificie aveva
iniziato un’ispezione agli oratori privati. Carolina reagisce: «Questo Papa
dovrebbe badare ai fatti propri, Farebbe meglio». Alla visita del Cardinale
Arcivescovo di Palermo Carolina va in escandescenze: «Per me questo Papa è un
turco».
La sua fu
una Riforma globale perché si rese conto che non era più possibile utilizzare
gli strumenti ereditati così come erano, ma occorreva riorganizzare e dare
nuova linfa e ordinare ciò che non funzionava, secondo parametri più confacenti
alle necessità urgevano.
Fu un
grande realista!
Uomo di
azione e non di buoni propositi ideali e utopici. Sapeva come sono gli uomini e
sapeva che cos’è la Chiesa, la quale ha un solo ed unico scopo imprescindibile,
la Salus animarum per la quale è stata fondata da Gesù
Cristo, il reale Capo della Chiesa. San Pio X era ben cosciente di essere
l’umile vicario che con saggezza deve assolvere il suo mandato di governo.
Dunque
cambiamenti e riforme per stare al passo delle nuove esigenze, ma sempre avendo
al primo posto la difesa della Fede e della Chiesa dalle idee sovversive e
dalle insidie.
Il Suo
Pontificato ebbe un’ampiezza tale da accorpare sia le esigenze che si erano
accumulate lungo i secoli, sia le prospettive future che con sapienza e
perspicacia aveva decodificato: la società si secolarizzava sempre più in un
mondo che offriva mirabili opportunità in campo scientifico, tecnologico,
economico; mondo che avrebbe potuto inghiottire tutto e tutti se non orientato
da Cristo e dalla Chiesa, cadendo in errori di pensiero, di azione e di morale.
Il suo disegno fu: restaurazione cristiana generale e in questo senso deve
essere vista tutta la sua opera di riforme e la sua lotta al Modernismo:
«sintesi di tutte le eresie», come ebbe a definire tale fenomeno nella Pascendi Dominici Gregis del 1907.
Con la
condanna, nel dicembre del 1903, di alcune opere dell’esegeta e storico Alfred
Firmin Loisy (1857-1940), venne aperta l’epoca della repressione. L’Èvangile et l’Église comparve fra i libri condannati, si
trattava del «livre
rouge»[3], che venne considerato come il manifesto
del Modernismo. Oltre Loisy furono chiamati inutilmente all’ordine altri
studiosi francesi: Houtin (1867-1926), Laberthonnière (1860-1932), Le Roy
(1870-1954). Dopodiché fu la volta di Antonio Fogazzaro (1842-1911), autore del
romanzo Il Santo,
pubblicato nel 1906: assertore del movimento modernista, egli sostenne la
volontà di coloro che chiedevano di sottoporre a critica storica i testi
biblici. Con Il
Santo si
propose di rinnovare le coscienze dei cattolici. La condanna all’Indice del
romanzo (5 aprile 1906) prelude la condanna del Modernismo da parte del Sommo Pontefice,
che arriverà con l’enciclica Pascendi
Dominici Gregis dell’8
settembre 1907. Imprescindibili furono per il Papa la denuncia e la condanna
degli errori, non lo avesse fatto non avrebbe potuto mettere in atto
l’obiettivo del suo Pontificato: «Instaurare tutto in Cristo», che significava
innanzitutto diagnosticare ciò che impediva a Cristo stesso di regnare e per
farlo regnare occorreva che la società venisse ricristianizzata grazie alla
presenza robusta della Chiesa, la quale poteva agire soltanto con il ministero
di sacerdoti degni di essere tali. Ad un sacerdote più che la scienza
raccomandava la pietà e ad un sacerdote secolare, uso ad operare nel mondo,
raccomandava più che la pietà la prudenza. «Saper tacere, sapersi barcamenare,
ascoltare tutti, esporsi il meno possibile era condizione essenziale per la
sopravvivenza e la credibilità di un prete in cura d’anime»[4].
L’ideale
di sacerdote a cui sempre guardò don Giuseppe Sarto era quello del Sommo
Sacerdote, Gesù Cristo, né mitizzato, né rivoluzionato: umile e povero Gesù,
che redime dal peccato e imprime la grazia. Il sacerdote amato e desiderato da
questo Papa, ignis
ardens[5], veste la talare della coerenza, della
costanza e della perseveranza, trabocca di virtù, è padre solerte, è ministro
benedicente che cura con amore e con i sacramenti il suo gregge, proprio come
il buon Pastore:
«Io sono
il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario
invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il
lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un
mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le
mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco
il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di
quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e
diventeranno un solo gregge e un solo pastore»[6].
San Pio X
visse per realizzare questa missione stabilita ed indicata da Cristo:
allontanare i mercenari dal gregge ed essere un fedele Pastore che conduce le
sue pecore, quelle che lo riconoscono, e anche quelle «che non sono di
quest’ovile», per diventare un solo gregge con un solo Pastore. Non è un caso
che sulla sua scrivania, in Vaticano, avesse in bella vista una statuetta, di
discrete dimensioni, di colui che disse:
«Se non
avessimo il Sacramento dell’Ordine, noi non avremmo Nostro Signore. Chi l’ha
messo nel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha ricevuto la vostra anima al suo
ingresso a questo mondo? Il sacerdote. Chi la nutre per darle forza di fare il
suo pellegrinaggio? Sempre il sacerdote. Chi la preparerà a comparire davanti a
Dio, lavando l’anima per la prima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il
sacerdote, ogni volta il sacerdote. Se l’anima, poi, giunge all’ora del
trapasso, chi la farà risorgere, rendendole la calma e la pace? Ancora una
volta il sacerdote. Non potete pensare a nessun beneficio di Dio senza
incontrare, insieme a questo ricordo, l’immagine del sacerdote. Se andaste a
confessarvi alla Santa Vergine o a un angelo, vi assolverebbero? No. Vi
darebbero il Corpo e il Sangue di Gesù? No. La Santa Vergine non può far
scendere il Suo divin Figlio nella Santa ostia. Anche duecento angeli non vi
potrebbero assolvere. Un sacerdote, per quanto semplice sia, lo può fare, egli
può dirvi: “Va in pace, ti perdono”. Che cosa grande è il sacerdote!…»[7].
Autore di
tale brano è il Santo Curato d’Ars[8], vero Alter
Christus, che il Papa riformatore e restauratore della Chiesa, fra
i più attivi Pontefici di tutta la storia, beatificò l’8 gennaio del 1905 nella
Basilica di San Pietro.
Il
Cardinale Burke, che ha scritto la prefazione al libro, ne esalta le doti e, in
particolare, la sua straordinaria opera catechetica.
Pochissimi
sanno che San Pio X, per redigere il celebre Catechismo (quello Maggiore uscito nel 1905 e quello più divulgato
nel 1912) attinse al Catechismo di un Vescovo, Monsignor Michele
Casati (1699-1782), la cui stesura è da attribuire al Venerabile Giovanni
Battista Trona (1682-1750)[9], chiamato «Apostolo del catechismo e
Apostolo delle virtù teologali», fu lui, infatti, a scrivere l’Atto di Fede,
l’Atto di Carità e l’Atto di Speranza. Egli merita di essere presto innalzato
all’onore degli altari.
Il
Venerabile Trona fu eccellente direttore di anime. Scriveva a Carlo Vincenzo
Ferrero, Marchese d’Ormea (1680-1745), Ministro di Stato di Carlo Emanuele III
(1701-1773), affinché la sua Fede crescesse più della sua fama e del suo
prestigio:
«Quello
che non è eterno vale poco. Quel che conta è l’eternità, e la carità che ne è
la via. Gli anni passano e con essi passiamo anche noi. La salvezza è il sommo
bene, gli altri ci sono dati in aggiunta. Per questo cerchiamo di trovare ogni
anno il tempo per fare gli esercizi spirituali: qui conta solo l’eterno»[10].
Al tempo
del religioso filippino, come in quello di San Pio X, non scarseggiavano i
sacerdoti, ma scarseggiavano i catechisti anche fra i presbiteri. Proprio ai
sacerdoti padre Trona iniziò ad insegnare catechismo; perciò scrisse molte
opere di teologia adatte a loro e ai cappellani rurali, insieme a volumi sulle
virtù teologali che ebbero immediata approvazione da parte di Papa Benedetto
XIV (1675-1758).
Nel 1765
il Vescovo Casati pubblicò a Mondovì, ad uso della propria diocesi, un
Compendio della dottrina cristiana. Il testo era del Venerabile Trona e
rispecchiava la cura a scegliere quanto era «dottrina della Chiesa universale»,
liberata dalle «private dottrine di teologi, ancorché cattolici»[11]. L’autore compilò, quindi, una catena di
formule concise, tali da essere di facile memorizzazione (ricordiamo che la
maggior parte delle persone erano analfabete). Sue fonti risultano essere il
catechismo del Concilio di Trento, quelli di Jacques Bénigne Bossuet
(1627-1704), di Monsignor Jean-Pierre Biord che fu Vescovo di Ginevra e Annecy
dal 1764 al 1785 e, in parte, la dottrina di Bellarmino.
Gradatamente
il Catechismo Casati-Trona sostituì quello di Bellarmino e i vari catechismi
diocesani del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, della Toscana, della
Sardegna, fino a diventare quello più diffuso e finì per essere il fondo
dottrinale e letterario del Catechismo di San Pio X.
Concludiamo
ricordando che il fascicolo della Pascendi,
custodito all’Archivio Segreto Vaticano, comprende 300 fogli: il primo
documento del fascicolo è un autografo del Papa di una pagina e mezza, in esso
viene evocata con grande lucidità la situazione drammatica del momento storico,
la quale può essere letta, oltre che per interesse storiografico, anche per la
sua incredibile attualità:
«L’implacabile
nemico del genere umano non dorme mai; secondo le vicende dei tempi, ed il
prodursi degli avvenimenti cambia tatticamente linguaggio, ma sempre pronto
alla lotta, anzi quanto più l’errore inseguito dalla verità è condannato a
nascondersi e tanto più è da temersi per le pericolose imboscate dietro le
quali non tarderà molto a ristabilire le sue batterie sempre micidiali. –
Perciò non potremo mai abbandonarci ad una falsa sicurezza senza incorrere in
quegli anatemi lanciati contro i falsi profeti che annunciavano la pace dove la
pace non era, e cantavano la vittoria quando tutto ci chiamava al
combattimento. – E per questo è necessario in tutti i tempi, ed è specialmente
in questo, in cui la grande cospirazione ordita direttamente contro nostro
Signore GCristo, contro la sua religione soprannaturale e rivelata, contro dei
popoli i falsi maestri che dicono bene al male e male al bene, vocantes tenebras lucem et lucem tenebras,
seducendo molte intelligenze che si piegano ad ogni vento di dottrina. – Per
questo crediamo sia venuto il tempus
loquendi»[12]. Anche oggi, come allora, è tempo di
parlare.
[1] «La Civiltà Cattolica», 1908 vol. IV, p. 514.
[2] Il modernismo si diffuse in tutta Europa. Fra
i principali esponenti: i francesi Alfred Loisy (1857- 1940) e Lucien
Laberthonnière (1860-1932); gli italiani Salvatore Minocchi (1869–1943), Romolo
Murri (1870-1944), Ernesto Buonaiuti (1881-1946), Antonio Fogazzaro, 1842-1911;
l’irlandese George Tyrrell (1861-1909); gli inglesi Maude Petre (1863-1944) e
Friedrich von Hügel (1852-1925).
[3] «Libro rosso», dal colore della copertina.
[4] G. Romanato, Pio X…
op. cit., p. 118.
[5] Definizione che veniva assegnata a San Pio già
in vita. Cfr. C. Albin de Cigala (chapelain du
Maréchal du Conclave), Vie
intime de Pie X, ouvrage orné de gravures, P. Lethielleux,
Libraire-Èditeur, Paris 1904.
[6] Gv 10, 11-16.
[7] A. Monnin, Spirito del Curato d’Ars,
Ed. Ares, Roma 1956, p.81-82.
[8] Giovanni Maria Vianney (1786-1859) venne
canonizzato il 31 maggio 1925 da Pio XI (1857-1939), che nel 1929 lo dichiarò
patrono dei parroci.
[9] Giovanni Battista Trona nacque a Frabosa
Soprana, nel monregalese, il 18 ottobre 1682. Nella sua esemplare famiglia,
stimata e di molta pietà, trascorse una fanciullezza segnata da povertà e
stenti, rattristata inoltre dalla morte prematura del padre e da grave
debolezza fisica, poi superata per intercessione di Vicent Ferrer (1350-1419).
All’età di tredici anni, Giovanni Battista assistette all’omicidio della madre,
reagendo con grande fede e con il perdono cristiano dell’assassino. Questi fu
in seguito persino da lui beneficato. Compiuti privatamente i primi studi,
entrò nel 1695 nel Seminario di Mondovì, ove si distinse per il suo
comportamento esemplare e la spiccata intelligenza. Ricevette l’ordinazione
presbiterale il 19 settembre 1705. Avrebbe voluto partire missionario, ma fu
dissuaso dal suo Vescovo, che lo invitò ad entrare nella Congregazione
dell’Oratorio, istituita in diocesi l’anno precedente. Padre Trona si prodigò
per l’istruzione del popolo e la riforma del clero, contribuendo alla
pacificazione dei dissidi e ad alleviare le sofferenze dei poveri. Predicatore
instancabile, percorse le zone più impervie della diocesi di Mondovì e si
distinse particolarmente nell’apostolato catechistico, rivolto a tutte le
categorie e le età. È comunemente a lui attribuita la stesura del Catechismo di Monsignor Casati,
dal nome del Vescovo che lo promulgò, a cui attinse il Catechismo di San Pio X. Fra
le sue opere va pure ricordato il Trattato
sulle tre virtù teologali spiegate
al popolo. Proprio come San Filippo Neri, ebbe una particolare predilezione per
i giovani e si dedicò ad essi anche come direttore spirituale delle regie
Scuole di Mondovì, incaricò che accettò nel 1729 e condusse sino al termine
della sua vita. Fu consigliere di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e
del ministro di Stato Marchese Ormea (1680-1745), della cui amicizia si servì
per il bene delle anime e per riannodare i difficili rapporti sociali e
politici del tempo. Benedetto XIV (1675-1758) gli dimostrò la sua stima,
onorandolo di preziose lettere autografe, come pure fecero numerosi vescovi
piemontesi che trovarono in lui un valido consigliere. Apostolo del catechismo,
Padre Trona morì mentre faceva catechismo ai fanciulli, il 13 dicembre 1750,
nella casa dell’Oratorio di Mondovì, la cui costruzione egli aveva promosso. La
Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche di Giovanni Battista Trona il 15 maggio
1927, dichiarandolo Venerabile.
[10] M.C. Carulli, Una vita tutta per gli altri. Il Venerabile Giovanni
Battista Trona sulla base dell’antica biografia scritta nel 1781,
Stampato in proprio, Edizione fuori commercio – Villaggio Famiglia Mariana,
Frabosa Soprana (CN) 1997, p. 49.
[11] Lettera del 28 luglio 1761, Raccolta di lettere pastorali
dell’illustrissimo… mons. M. C., Torino 1778, p. 73.
[12] Archivio Segreto Vaticano, Epistolae ad principes. Positiones et
minutae 157
(1907-08), fascicolo 35a.
Fonte: Cristina Siccardi, 15.12.2014. La relazione è stata anche rilanciata dal blog Messa in latino, 16.12.2014
Iscriviti a:
Post (Atom)





