Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 13 maggio 2016

La spina aggiunta alla corona imposta sul capo di Cristo. Una conseguenza pregressa della legge Cirinnà sulle coppie di fatto

“Non ho giurato sul Vangelo, ma sulla Costituzione”. Questa è la sbalorditiva dichiarazione di ateismo di Stato … ops … laicità (quasi fosse qualcosa di cui farsi vanto e che certamente non potrà invocare quando si troverà pur egli dinanzi al Signore) del premier Renzi – sedicente “cattolico” – all’indomani dell’approvazione, in via definitiva, dalla Camera dei deputati dello sventurato disegno di legge sulle c.d. unioni civili, noto dal nome della proponente, on.le Monica Cirinnà (QUI il video. Cfr. Claudio Torre, Renzi adesso sfida la Chiesa: “Io non ho giurato sul Vangelo”, in Il Giornale, 12.5.2016; Mario Sechi, Chi è più laico tra Renzi e il Papa?, in Il Foglio, 13.5.2016) e che è stato votato da sedicenti cattolici (cfr. Flabrizio Roncone, Unioni civili, l’atea, la cattolica e il musulmano: foto di gruppo in Aula Matteo Orfini: «La scatto io», in Corriere della sera, 11.5.2016).
Per la verità non deve destare meraviglia una tale dichiarazione, visto che anche la Conferenza episcopale italiana non ha ritenuto in alcun modo pronunciarsi, se non sul metodo-Renzi (cioè l’apposizione della fiducia sul provvedimento al fine di evitare qualsiasi discussione), ma non già sul contenuto riprovevole della novella legislativa (cfr. Paolo Deotto, Le “Unioni civili” e le preoccupazioni di Nunzio Galantino, in Riscossa cristiana, 11.5.2016; Marco Tosatti, Passa la legge che, sperano i suoi alfieri, introdurrà il “matrimonio” LGBT. Ma la CEI dov’era?, in Il Timone, 12.5.2016; Redazione, Unioni civili, Galantino e la Cei fuori tempo massimo, in Il Foglio, 10.5.2016). Del resto, “Avvenire” non si limitava ad un titolo vago e sin troppo soft “Una legge ingiusta”??? (cfr. Giuseppe Rusconi, Unioni civili/L’Avvenire di Galantino? Tappetino per Palazzo Chigi, in Rossoporpora, 12.5.2016) Sta di fatto che, col torpore ecclesiastico ed anche con la finta opposizione catto-laicale con a capo improbabili leader “cattolici” (cfr. Massimo Viglione, Per senso di responsabilità, in Riscossa cristiana, 11.5.2016, ripreso da Chiesa e postconcilio, 11.5.2016. Il riferimento è all’articolo di Riccardo Cascioli, Unioni civili. Le contraddizioni di Adinolfi, in La nuova bussola quotidiana, 11.5.2016), ha ripreso vigore l’idra dei nemici della Chiesa ed, in fondo, dell’uomo, proponendo dopo il “traguardo” della Cirinnà, anche la stura per le droghe (… leggere … ovviamente … che pensavate????), l’eutanasia e chi più ne ha più ne metta (cfr. Francesca Paci, Bonino: “Ora avanti con eutanasia, cannabis, cittadinanza e asilo”, in La Stampa, 12.5.2016; Paolo Deotto, Dopo la Cirinnà. L’esultanza e l’appetito dei demoni, in Riscossa cristiana, 12.5.2016).
Che la Santa Vergine di Fatima in quest’anno centenario delle sue Apparizioni vegli sulla Chiesa e sull’Italia, sconfiggendo l’antico Nemico lasciato libero di girare per il mondo.







La spina aggiunta alla corona imposta sul capo di Cristo. Una conseguenza pregressa della legge Cirinnà sulle coppie di fatto

Col varo definitivo della legge Cirinnà il Parlamento italiano ha ripetuto il grido emesso duemila anni fa dalla Sinagoga ribelle, proclamando “non abbiamo altro Re che Cesare!” (Mt. 27, 15), ossia – tradotto in termini moderni – non riconosciamo altro sovrano e legislatore che il “popolo”, o meglio chi lo seduce, inganna e manovra contro Dio.

di Guido Vignelli

Mercoledì 11 maggio 2016, il Parlamento italiano ha definitivamente varato la legge Cirinnà: ossia una legge che, elevando le convivenze (anche omosessuali) alla dignità di “famiglie”, in realtà abbassa la famiglia al livello delle convivenze; una legge che, rovesciando dalla base il diritto di famiglia, “cambierà il volto della società”, come hanno ammesso anche alcuni ministri in carica. Ora molti, con giusta preoccupazione, si chiedono quali ne saranno le conseguenze nel prossimo futuro. Comunque sia, quella legge ha già prodotto una conseguenza nel lontano passato: una conseguenza che ha aggravato la Passione del nostro Signore e Redentore.
Secondo un’antica tradizione, i tipi di sofferenza inflitti a Gesù Cristo corrispondono a relativi tipi di peccati, commessi dall’umanità ribelle ed espiati dal Redentore subendo al suo posto quegli specifici patimenti. Ad esempio, la flagellazione ha espiato i peccati di lussuria, mentre i peccati di superbia sono stati espiati dall’imposizione della corona di spine – corona che cinse non solo le tempie ma anche l’intero capo del Redentore, come conferma il reperto della Sindone (Mc. 15, 17-19; Mt. 27, 29-30).
Poiché oggi il mondo cattolico tende a ridurre tutto all’aspetto strettamente individuale e privato, ci si dimentica che i peccati possono essere commessi anche da una classe, da una istituzione o da una nazione; in tali casi si tratta di peccati collettivi, sociali, pubblici. Ad esempio, un peccato di superbia, che eleva l’uomo ponendolo al di sopra di Dio, può essere commesso da una nazione intera nella persona dei suoi pubblici rappresentanti. Ciò accade soprattutto quando questa nazione si rifiuta di riconoscere che il Creatore, Legislatore e Redentore dell’umanità (e quindi anche della società) ha pieno e assoluto diritto ad essere ufficialmente riconosciuto come Re, o almeno rispettato nelle Sue leggi fondamentali, promulgate innanzitutto dal Decalogo e insegnate dal tradizionale Magistero ecclesiastico. Se poi questa nazione era un tempo cristiana, o addirittura è nata come tale per influenza della Chiesa stessa, allora questa nazione commette un peccato di pubblica apostasia dalla Fede ricevuta.
Orbene, l’11 maggio 2016 è stato commesso appunto un peccato sociale e istituzionale. Nella persona dei suoi rappresentanti parlamentari “democraticamente eletti”, non sotto costrizione di una minaccia esterna ma per libera e sovrana volontà, il popolo italiano ha sancito che il sapiente ordinamento divino, riguardante la famiglia come cellula e modello della società, non deve più valere nel diritto pubblico e nella organizzazione statale. In tal modo, la nazione italiana ha nuovamente violato almeno due dei divini Comandamenti e ha aggiunto una nuova offesa alla divina bontà e provvidenza, dopo quelle costituite dalla passate leggi sul divorzio, il nuovo diritto di famiglia, l’aborto, la fecondazione artificiale, etc. Del resto, il decreto Cirinnà è logica conseguenza della offensiva antifamiliare iniziata appunto con la legge divorzista (1970).
Così facendo, il Parlamento italiano ha ripetuto il grido emesso duemila anni fa dalla Sinagoga ribelle, proclamando “non abbiamo altro Re che Cesare!” (Mt. 27, 15), ossia – tradotto in termini moderni – non riconosciamo altro sovrano e legislatore che il “popolo”, o meglio chi lo seduce, inganna e manovra contro Dio. Il Parlamento ha anche proclamato “non vogliamo che Costui regni su di noi!”, perché il Cristo “si è fatto chiamare Figlio di Dio” (Mt. 27, 7) al posto del Popolo (democraticamente) Eletto, ponendosi quindi sopra la sovranità popolare, pretendendo di reprimere le passioni sociali liberate dopo due millenni di “superstizione e tirannia”. Con una differenza, rispetto a quanto avvenuto durante il processo: mentre allora Pilato cedette per paura ammettendo che in tal modo permetteva un delitto, oggi i parlamentari sedicenti cristiani hanno osato votare liberamente una legge iniqua presentandocela come “parzialmente giusta” o “preventivamente migliore” rispetto a un’altra peggiore che rischiava di passare. Il povero Pilato non avrebbe potuto neanche immaginare simili sofismi per giustificare un tradimento della giustizia!
Con il proclama e con il rinnegamento che ripetono quelli della ribelle Sinagoga di allora, i rappresentanti ufficiali del popolo italiano hanno aggiunto una nuova spina alla derisoria e crudele corona già imposta sul capo del Redentore: una spina che Gli sarà concretamente inflitta dalla pubblica amministrazione quando dovrà applicare la legge Cirinnà. Questa ennesima spina non solo porta al culmine l’offesa osata, ma anche rischia di esaurire la pazienza di un Dio finora propenso a sopportare il ripudio e a rinviare la giusta punizione di un popolo ingrato, ribelle e apostata. E’ infatti certo che una colpa collettiva esige una punizione altrettanto collettiva di quel popolo che l’ha commessa, o che non ha saputo né voluto opporsi a quei suoi rappresentanti che l’hanno commessa.
Di questa nuova spina, anche la Conferenza Episcopale Italiana ne porta la responsabilità oggettiva. Invece d’impedire il varo di una legge iniqua come quella appena approvata, essa ha impegnato tempo, parole e scritti in battaglie secondarie o superflue o addirittura dannose. Non c’è da sperare che ora l’episcopato organizzi pubbliche preghiere e penitenze per riparare all’iniquità anticristiana e alla ignavia cristiana, visto che non ha fatto nulla per impedirla, anzi ha tentato di delegittimare quei movimenti cattolici che hanno almeno provato ad opporvisi. Su una Gerarchia come questa, che reputa la difesa della “biosfera” ben più importante di quella della sanità naturale e soprannaturale della famiglia, rischia di piombare la punizione preannunciata dalla Madonna nel “terzo segreto” di Fatima: una punizione forse poco misericordiosa, ma molto salutare.

Fonte: Riscossa cristiana, 12.5.2016

domenica 1 febbraio 2015

La proposta di legge di “Si alla Famiglia” un passo avanti verso il “matrimonio” omosessuale

Nella memoria liturgica di S. Ignazio d’Antiochia, il Teoforo, vescovo e martire, e della domenica di Settuagesima, che apre il ciclo liturgico pre-quaresimale,  rilancio quest’articolo, che giustamente in luce i dubbi e le perplessità di alcuni soggetti e sulle rispettive iniziative politiche.



François Guy , SS. Ignazio di Antiochia e Policarpo di Smirne, detto il Teoforo, portanti l’Eucaristia e gli strumenti del loro martirio, 1614, Musée Crozatier, Le Puy-en-Velay


La proposta di legge di “Si alla Famiglia” un passo avanti verso il “matrimonio” omosessuale

di Claudio Vitelli

Il Comitato Sì alla famiglia, presieduto da Massimo Introvigne, ha lanciato a Roma il 16 gennaio, in una riunione con parlamentari di diversi partiti una proposta di legge dal titolo Testo unico sui diritti dei conviventi. In questa sede non entreremo nel dettaglio delle singole disposizioni, cosa che riserviamo ad un successivo analitico intervento, ma cercheremo di tratteggiare il vulnus alla famiglia naturale costituito dallo stesso testo unico considerato nel suo complesso.
Il testo, secondo i promotori, «rende maneggevoli e coordina disposizioni che l’ordinamento italiano già prevede, esplicitamente o implicitamente, per le persone impegnate in convivenze. Tra questi l’assistenza del partner in ospedale e in carcere e la successione nei contratti di locazione. Il testo ribadisce che il partner di fatto ha titolo, a determinate condizioni, al risarcimento del danno subito dall’altro partner e all’indennizzo che spetta al partner vittima di delitti di mafia o di terrorismo. Tutto questo per le convivenze tra persone sia di sesso diverso, sia dello stesso sesso».
Non è esattamente così perché il Testo Unico costituisce un passo decisivo nel cammino della teoria del gender. Sollecitiamo infatti l’attenzione del lettore sul passo precedente perché il principio ispiratore del DDL si ritrova appunto in quell’IMPLICITAMENTE. Orbene, se una cosa è esplicita infatti nulla quaestio, ma se è implicita, perché acquisti vita, è necessario un processo di interpretazione per il quale sono necessari dei canoni ermeneutici. Ma il canone ermeneutico adoperato dai promotori del disegno non è forse quello dei fautori dell’omosessualismo? Cosa è infatti riconoscere – senza opporvisi – tutti i diritti oggi solo potenzialmente esistenti nel nostro ordinamento per le convivenze?
In realtà, come hanno giustamente osservato su “Riscossa Cristiana” Elisabetta Frezza e Patrizia Fermani «con quella che si pretenderebbe di far passare come una mera raccolta di provvedimenti di varia natura dettata da motivi di ordine pratico, e che viene chiamata in modo suggestivo “testo unico”, si propone un sistema chiuso di norme». (cfr. qui): 
Orbene un sistema di tal fatta non è da considerarsi un insieme di disposizioni ciascuna con la sua ratio, ma come un unicum con una propria ratio, che si ricava da una lettura complessiva di tutte le norme, ed è pertanto destinato ad influenzare anche la successiva produzione normativa. Se è vero che molte delle disposizioni de quo sono dettate da decisioni della magistratura italiana e comunitaria che spinge verso l’equiparazione delle unioni di fatto, etero ed omosessuali alle legittime unioni familiari, non si comprende perché una legge promossa da parlamentari sedicenti cattolici dovrebbe sancire tali abnormi decisioni.
Lo scopo del progetto di legge sarebbe, secondo i promotori, quello di «distinguere con estrema chiarezza il cosiddetto “matrimonio” omosessuale, con la conseguente possibilità di adottare figli, cui siamo assolutamente contrari anche qualora lo si nasconda pudicamente sotto il nome di “unioni civili”». Per questo, non è prevista, affermano i promotori «né l’adozione né la riserva di legittima per la successione né la reversibilità delle pensioni, che sono cose tipiche dei matrimoni o almeno di simil-matrimoni».
Il risultato è però totalmente contrario alle intenzioni dichiarate, in quanto riconosce e sancisce le unioni di fatto, come un categoria giuridica foriera di diritti in quanto tale, anche se, come è apertamente dichiarato: dispone che «…..ai conviventi, dello stesso sesso o di sessi diversi, sono riconosciuti i diritti e i doveri relativi alla sanità, alle carceri, alla locazione, ai risarcimenti, ma vuole chiudere la porta al “matrimonio” e alle adozioni, ora ha un testo su cui convergere». Questa affermazione non è però condivisibile in quanto, a parte tutta una serie di nuove norme, anche relativamente alla procreazione assistita, “implicitamente” tratte da norme esistenti (il che significa che al momento non esistono), è evidente che il testo del DDL conferisce una organicità prima inesistente e consolida proprio quelle decisioni della magistratura che vengono criticate. In sostanza l’interprete dovrà analizzare ogni norma alla luce di tutte le altre del testo unico, il che nella migliore delle ipotesi, ne fa una “base” stabile ed organica per un ulteriore salto in avanti costituito appunto da quel matrimonio omosessuale che i promotori si propongono di scongiurare.
Il DDL aggancia il rapporto di convivenza al regolamento anagrafico riconoscendo giuridicamente «l’unione fra due persone legate da stabili vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nel medesimo comune, insieme con i familiari di entrambi che condividano la dimora» (art. 3 del testo). La proposta di legge crea dunque uno status giustificato dal mero vincolo affettivo che lega i conviventi. E che conduce inevitabilmente al “matrimonio” tra persone dello stesso sesso.
Di fatto, Si alla Famiglia riesuma il disegno di legge DICO (DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi), presentato dal governo Prodi nel febbraio 2007 finalizzato al riconoscimento nell’ordinamento giuridico italiano di taluni diritti e doveri discendenti dai rapporti di “convivenza” registrati all’anagrafe. Non è ancora lo pseudo-matrimonio omosessuale, ma si situa in un processo di distruzione dell’istituto familiare che inizia con il divorzio (1972-1974) e il nuovo diritto di famiglia (1975) e arriva oggi alle sue coerenti conclusioni. Non stupisce che i fautori della nuova etica postmoderna promuovano quest’itinerario di dissoluzione. Ma non è paradossale che a sostenerlo siano dei cattolici e in nome del sì alla famiglia?