Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 4 aprile 2018

Convegno "Chiesa cattolica, dove vai?", Roma, 7 aprile 2018, ore 15,00



Fonte: 

Riccardo Cascioli, Burke: Correggere il Papa per obbedire a Cristo, in LNBQ, 5.4.2018;

Diane Montagna, Cardinals Burke and Zen to address confusion in the Church this week, in Lifesitenews, Apr. 3, 2018;

Roma 7 aprile. Chiesa cattolica, dove vai? “Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione”, in Chiesa e postconcilio, 3.4.2018;

Marco Tosatti, Chiesa cattolica dove vai? Sabato a Roma. Su autorità papale e confusione, in Stilum Curiae, 3.4.2018

Convegno del 7 aprile, in Libertà e persona, 29.3.2018

Lorenzo Bertocchi, Chiesa dove vai? La risposta è nel segno di Caffarra, in LNBQ, 15.3.2018

lunedì 17 aprile 2017

Prima il Cristianesimo: l’Autorità e il potere – Editoriale di marzo 2017 di “Radicati nella fede”

In questo lunedì dell’Angelo, rilanciamo – sebbene con un po’ di ritardo - l’editoriale di marzo di Radicati nella fede, ripreso da Riscossa cristiana.

Pieter Paul Rubens, Le Sante donne al Sepolcro, 1611-14, Norton Simon Museum, Pasadena


Peter von Cornelius, Le tre Marie al sepolcro, 1815-22, Neue Pinakothek, Monaco

Salviati & Co. di Venezia, Sante donne al Sepolcro, 1868-71, Cappella di San Dunstano, Cattedrale di S. Paolo, Londra

Bernardo Strozzi, La cena di Emmaus, XVII sec.

Adeodato Malatesta, Cena di Emmaus, XIX sec., Cattedrale, Legnago

Michele Rapisardi, Cena di Emmaus, 1840-60, Catania

PRIMA IL CRISTIANESIMO: L’AUTORITÀ E IL POTERE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 3 - Marzo 2017

Un Cristianesimo debole, che ha dimenticato la Rivelazione Divina nella sua interezza, o che parla di Rivelazione in maniera generale ma non crede più fermamente nei contenuti puntuali della rivelazione, finisce con l’essere attento solo all’aspetto di potere presente nella Chiesa.
Una Chiesa che dice a parole che Dio si è rivelato, ma, nello stesso tempo, pensa di fatto che Dio sia ancora così nascosto, da puntare tutto solo sulla ricerca umana; da pensare che Dio debba essere rincorso in una estenuante ricerca dell’uomo, poi deve appoggiarsi completamente sull’uomo, e per non esplodere nella completa confusione e anarchia, deve fondarsi sul potere. E questo potere ha la funzione di regolamentare questa ricerca umana, con il quasi esclusivo criterio di fermare, arginare, stigmatizzare chi - obbedendo cattolicamente al contenuto della rivelazione - pensa che si debba obbedire a Dio che ha parlato e non cercarlo come se non si fosse rivelato.
È il potere interno a una neo-chiesa che, caduta nel puro naturalismo, punta tutta sull’uomo in ricerca ed è strutturalmente nemica della Rivelazione Divina.
Questo neo-potere della neo-chiesa non ha autorità.
Sì, perché il potere non è esattamente l’autorità.
L’autorità è serva della verità, il potere è servo di se stesso.
L’autorità è di Dio da cui tutto deriva, ed è partecipata da Dio a coloro che sono posti a custodire l’opera di Dio, naturale e soprannaturale.
Padre e madre sono autorità per i figli; Dio ha suggellato nel quarto comandamento questo rapporto autorevole; ha legato all’onore dato al padre e alla madre la benedizione o la maledizione; ma anche quest’autorità, così naturale, viene da Dio che ha fatto la vita e non potrà mai essere esercitata sui figli in contrasto con la legge di Dio: se tuo padre e tua madre ti comandassero qualcosa contro la legge di Dio, contro la sua rivelazione, tu obbedirai a Dio e non al comando ingiusto e falso dei tuoi genitori.
Deriva da Dio anche l’autorità dei reggitori del mondo. Re e Capi di Stato hanno un’autorità voluta da Dio, anche quando non sono cristiani, ma pagani o atei. San Pietro raccomanda questo riconoscimento di autorità: “State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio...” (1 Pt 2,13 e ss.).
Questa è la dottrina cattolica, quella non inventata dagli uomini ma frutto della rivelazione divina: Dio creatore e governatore del mondo, ha disposto che l’umano consorzio, composto di essere ragionevoli e sociali, avesse un ordinamento fondamentale idoneo a loro; e tale “ordinamento di Dio” consiste radicalmente nell’autorità e nella fratellanza. (…) (Il potere di queste autorità) non deriva da qualche loro privilegio e superiorità naturale, ma proviene da Dio, vero ed unico padrone di tutto e di tutti, il quale per il bene della società ha posto il principio di autorità. - Onde chi resiste a questa, resiste all’ordinamento di Dio (Umberto Benigni, Storia sociale della Chiesa, ed. 2016, vol. I, pg. 58).
Ma va aggiunto subito che quest’autorità non può essere esercitata contro Dio e la sua volontà: Siccome tutta la base dell’autorità e del suo potere sociale sta nell’ordinamento divino, quell’autorità che comanda cose contrarie alla legge del Signore, perde la propria base; ed il suo comando è nullo. Donde consegue che, nel bivio di disobbedire a Dio o agli uomini, non vi può essere dubbio di scelta (Umberto Benigni, Storia Sociale della Chiesa, ed. 2016, vol. I, pg. 59).
Se questo riferimento a Dio è essenziale per le autorità naturali, cosa si dovrà dire di quelle che sono preposte alla vita della Chiesa, che è vita soprannaturale, vita di grazia? L’autorità nella Chiesa e il potere che ne è emanazione sono totalmente relative all’opera di Dio, alla salvezza delle anime. Staccare in qualche modo, nella Chiesa, l’autorità da Dio è pura assurdità, questo lo capiscono tutti!
Ma c’è un modo discreto e tremendo di staccare l’autorità ecclesiastica dal suo fondamento che è Dio, ed è quello di non dare contenuto preciso alla rivelazione.
Le autorità civili si sono separate da Dio dichiarando lo stato aconfessionale, agnostico o ateo; si sono separate da Dio inventando la loro autonomia nel libera Chiesa in libero Stato; e fondandosi su se stesse, e non su Dio, sono diventate troppe volte incivili.
Le autorità ecclesiastiche, invece, si sono emancipate da Dio relativizzando la rivelazione: ciò che Dio ha detto è stato storicizzato, reinterpretato, riformulato, ammodernato e alla fine relativizzato. Tutto ciò ha dato il via libera ad una autorità che pensa di fare un cristianesimo nuovo in ogni stagione del mondo, senza vincoli con il deposito della fede. La conseguenza è che questa autorità diventa dispotica, perché resta la sola capace di giudicare se tu sei cattolico o no. Non è più la Rivelazione che ti giudica attraverso l’autorità, ma è l’autorità sola, vedova di una rivelazione relativizzata.
Questa operazione alla fine distruggerà l’autorità, anzi lo sta già facendo da tempo.
Gli uomini prima rigetteranno un’autorità senza riferimenti vincolanti, che cambia le verità a piacimento; poi abbandonerà una chiesa terribilmente vuota, senza contenuto divino.
Solo nell’autorità della Rivelazione, nell’interezza delle fonti – Scrittura e Tradizione – si può salvare l’autorità della Chiesa e nella Chiesa.
Ecco perché il richiamo alla Tradizione non è mai contro l’autorità, ma fonda l’autorità, la salva.
Senza la Scrittura e la Tradizione non c’è autorità possibile.
L’insistenza sull’autorità sganciata dalla Tradizione, ma legata all’innovazione ha posto mano all’opera anarchica nella Chiesa. L’autorità per l’aggiornamento e non per la custodia del deposito divino è la cosa più assurda che sia mai capitata nella storia della Chiesa.
I nemici lo sapevano: la massoneria, il comunismo ecc... hanno sempre fatto l’occhiolino ai teologi modernisti e li hanno utilizzati per annullare la Chiesa. 
I preti, la maggior parte, non l’hanno capito... così come i clericali: a furia di sottolineare l’autorità piuttosto che la verità, hanno dimenticato quest’ultima per strada.
I semplici lo intuirono e continuarono in un cristianesimo umile, lasciando blaterare le nuove guide ecclesiastiche.
Per questo crediamo fermamente che il migliore servizio alla Chiesa sia la fedeltà alla Messa di sempre, sintesi della Rivelazione, unica salvaguardia possibile dell’autorità nella Chiesa e nella società.
I semplici l’hanno capito; un giorno, dopo l’ubriacatura, anche l’autorità ci ringrazierà.

giovedì 18 agosto 2016

Com’è andata la “messa nera” ad Oklahoma City???? Un flop totale

Deo gratias. L’empio e squallido gesto sacrilego ai danni della Santa Vergine, che doveva svolgersi ad Oklahoma City e per il quale il card. Burke era autorevolmente intervenuto chiedendo pubbliche messe e preghiere di riparazione (v. qui), è stato un flop totale.
Anzi, è riuscito proprio a coalizzare e mobilitare tutti i cristiani, cattolici e non, in una vera e propria “crociata” per pregare in riparazione degli oltraggi contro il Sacratissimo Cuore di Gesù ed in onore della festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. “Quando si ha tutta la legione romana là fuori, nessuno viene a comprare i nostri biglietti!”, ha detto, in effetti, con disappunto e malcelata rabbia il leader satanista Adam Daniels, che si è trovato davanti al teatro e per tutte le vie della città migliaia di cattolici e cristiani di altre denominazioni. Migliaia di cristiani, provenienti da vari Stati americani, hanno marciato pacificamente e pregato nelle chiese con Messe di riparazione e per le vie della città di Oklahoma, riunendosi tutti attorno alla statua intitolata Jesus Wept (Gesù pianse) e portandosi la statua della Vergine di Fatima dinanzi al teatro civico della città dove si è svolto il rito dissacratorio con appena una decina di partecipanti di soliti satanisti invasati (cfr. Satanisti furiosi: l’evento ”messa nera” del 15 agosto è stato un completo flop. Migliaia di cristiani hanno partecipato alle processioni ed eventi di preghiera ad Oklahoma City, in Noalsatanismo,16.8.2016).






Ovviamente, in ogni caso, la vicenda pone la questione circa la legittimità, dal punto di vista cattolica, di un’autorità che autorizzi una manifestazione blasfema come quella che si è svolta all’interno del teatro civico, nel senso se possa dirsi che la sua autorità provenga ancora da Dio ed un cattolico debba prestare obbedienza ad essa, specie se – come nel nostro caso – non si adoperi più per il bene comune. «È noto che nella libera (?) America – scrive Paolo Deotto - non sono poche le sette sataniche che agiscono alla luce del sole, con regolari riconoscimenti da parte delle autorità locali» (cfr. Paolo Deotto, Riti satanici a Oklahoma City, con regolare permesso delle autorità, in Riscossa cristiana, 13.8.2016). In effetti, se l’autorità, in maniera così aperta e grave, non è più orientata al bene comune e, per giunta, legittima pratiche contrarie  alla stessa autorità di Dio, qualche dubbio riguardo alla sua legittimità pare sorgere.
Al tal proposito sembra utile ricordare il magistero di Pio XII, il quale così insegnava:
«Lo Stato democratico, sia esso monarchico o repubblicano, deve, come qualsiasi altra forma di governo, essere investito del potere di comandare con una autorità vera ed effettiva. Lo stesso ordine assoluto degli esseri e dei fini, che mostra l'uomo come persona autonoma, vale a dire soggetto di doveri e di diritti inviolabili, radice e termine della sua vita sociale, abbraccia anche lo Stato come società necessaria, rivestita dell'autorità, senza la quale non potrebbe né esistere né vivere. Che se gli uomini, prevalendosi della libertà personale, negassero ogni dipendenza da una superiore autorità munita del diritto di coazione, essi scalzerebbero con ciò stesso il fondamento della loro propria dignità e libertà, vale a dire quell'ordine assoluto degli esseri e dei fini.
Stabiliti su questa medesima base, la persona, lo Stato, il pubblico potere, con i loro rispettivi diritti, sono stretti e connessi in tal modo che o stanno o rovinano insieme.
E poiché quell'ordine assoluto, alla luce della sana ragione, e segnatamente della fede cristiana, non può avere altra origine che in un Dio personale, nostro Creatore, consegue che la dignità dell'uomo è la dignità dell'immagine di Dio, la dignità, dello Stato è la dignità della comunità morale voluta da Dio, la dignità dell'autorità politica la dignità della sua partecipazione all'autorità di Dio.
Nessuna forma di Stato può non tener conto di questa intima e indissolubile connessione; meno di ogni altra la democrazia. Pertanto, se chi ha il pubblico potere non la vede o più o meno la trascura, scuote nelle sue basi la sua propria autorità. Parimente, se egli non terrà abbastanza in conto questa relazione, e non vedrà nella sua carica la missione di attuare l'ordine voluto da Dio, sorgerà il pericolo che l'egoismo del dominio o degli interessi prevalga sulle esigenze essenziali della morale politica e sociale, e che le vane apparenze di una democrazia di pura forma servano spesso come di maschera a quanto vi è in realtà di meno democratico.
Soltanto la chiara intelligenza dei fini assegnati da Dio ad ogni società umana, congiunta col sentimento profondo dei sublimi doveri dell'opera sociale, può mettere quelli, a cui è affidato il potere, in condizione di adempire i propri obblighi di ordine sia legislativo, sia giudiziario od esecutivo, con quella coscienza della propria responsabilità., con quella oggettività, con quella imparzialità, con quella lealtà, con quella generosità, con quella incorruttibilità, senza le quali un governo democratico difficilmente riuscirebbe ad ottenere il rispetto, la fiducia e l'adesione della parte migliore del popolo. …. L'assolutismo di Stato (da non confondersi, in quanto tale, con la monarchia assoluta, di cui qui non si tratta) consiste infatti nell'erroneo principio che l'autorità dello Stato è illimitata, e che di fronte ad essa — anche quando dà libero corso alle sue mire dispotiche, oltrepassando i confini del bene e del male, — non è ammesso alcun appello ad una legge superiore e moralmente obbligante. Un uomo compreso da rette idee intorno allo Stato e all'autorità e al potere di cui è rivestito, in quanto custode dell'ordine sociale, non penserà mai di offendere la maestà della legge positiva nell'ambito della sua naturale competenza. Ma questa maestà del diritto positivo umano allora soltanto è inappellabile, se si conforma — o almeno non si oppone — all'ordine assoluto, stabilito dal Creatore e messo in una nuova luce dalla rivelazione del Vangelo. Essa non può sussistere, se non in quanto rispetta il fondamento, sul quale si appoggia la persona umana, non meno che lo Stato e il pubblico potere. È questo il criterio fondamentale di ogni sana forma di governo, compresa la democrazia; criterio col quale deve essere giudicato il valore morale di ogni legge particolare» (Pio XII, Radiomessaggio ai popoli del mondo intero, 24.12.1944. Sottolineature nostre).

giovedì 25 giugno 2015

"Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (Act. 5, 29): casi in cui è doverosa la resistenza del cattolico alla legittima autorità ecclesiastica

Rilancio volentieri questo contributo chiarificatore dal sempre aggiornato ed interessante Chiesa e post concilio.
Del resto - lo ricordiamo - lo stesso card. Burke aveva affermato, in un'intervista a France2, che se il vescovo di Roma perseguisse la strada della c.d. Comunione ai divorziati risposati, avrebbe resistito (v. qui). In un'intervista a Riccardo Cascioli, lo stesso prelato puntualizzava: «[…] Io ho detto che dovrei resistere, perché tutti siamo a servizio della verità, a cominciare dal Papa. La Chiesa non è un organismo politico nel senso del potere. Il potere è Gesù Cristo e il suo vangelo. Per questo ho risposto che resisterò e non sarebbe la prima volta che questo accade nella Chiesa. Ci sono stati nella storia diversi momenti in cui qualcuno ha dovuto resistere al Papa, a cominciare da San Paolo nei confronti di San Pietro, nella vicenda dei giudeizzanti, che volevano imporre la circoncisione ai convertiti ellenici. […]» (v. qui. Corsivo nostro, ndr.). 
Del tema attualissimo della resistenza, del resto, sempre da un punto di vista storico, ne aveva parlato lo storico prof. Roberto de Mattei, in un suo saggio, La filiale resistenza di san Bruno di Segni a Papa Pasquale II, pubblicato da Corrispondenza romana lo scorso marzo e rilanciato in inglese da Rorate caeli, ma anche nel saggio sul papa Giovanni XXII (v. qui. In inglese qui).

Casi in cui è doveroso resistere all’Autorità ecclesiastica

di Don Curzio Nitoglia

Alcuni esempi pratici della storia della Chiesa

I - S. Pietro e l’incidente di Antiochia (49 d. C.)

Già nel 50 d. C., neppure 20 anni dopo la morte di Gesù, al Concilio di Gerusalemme, si assisté ad un fatto riportato dalla S. Scrittura, commentato dai Padri ecclesiastici, dai Dottori scolastici e dagli storici della Chiesa . Infatti è divinamente rivelato che, qualche tempo prima, San Pietro ad Antiochia si comportò in maniera riprovevole e San Paolo lo rimproverò.
Questo incidente “riprovevole” lo troviamo divinamente Rivelato in S. Paolo (Epistola ai Galati, II, 11), il quale afferma: «Ho resistito in faccia a Pietro, poiché era reprensibile[1]».[2]
Secondo la Tradizione patristica e scolastica (S. Agostino e S. Tommaso d’Aquino) S. Pietro peccò venialmente di fragilità nell’osservare le cerimonie legali dell’Antico Testamento, per non scandalizzare i giudei convertiti al Cristianesimo, ma provocando così lo scandalo dei cristiani provenienti dal paganesimo convertitisi al Vangelo. E secondo la divina Rivelazione vi fu una resistenza pubblica di Paolo verso Pietro, primo Papa[3].
Quindi S. Pietro non errò contro la Fede, come sostennero erroneamente gli anti-infallibilisti durante il Concilio Vaticano I, anche se con il suo agire commise un peccato veniale di fragilità a differenza di Onorio che peccò gravemente senza cader nell’eresia formale, ma solo favorendola per debolezza e negligenza.
Dunque Pietro peccò solo venialmente e di fragilità, ma, quando Paolo gli resistette in faccia e pubblicamente (Epistola ai Galati, II, 11), Pietro ebbe l’umiltà di correggere il suo errore di comportamento che avrebbe potuto portare all’errore dottrinale dei Giudaizzanti. Non si può negare la resistenza di Paolo a Pietro perché è divinamente Rivelata: “Resistetti in faccia a Cefa, poiché era reprensibile […] alla presenza di tutti” (Galati, II, 11, 14)[4].

II - L’empio Nestorio (381-431) nega la Maternità divina di Maria

Un altro fatto ampiamente commentato dagli storici della Chiesa è quello avvenuto con Nestorio patriarca di Costantinopoli circa 350 anni dopo l’incidente di Antiochia.
Dom Prospero Guéranger, nella sua nota opera L’Année Liturgique, scrive: «il giorno di Natale del 428, Nestorio, approfittando dell’immenso concorso di fedeli venuti a festeggiare il parto della Vergine-Madre, dall’alto del soglio episcopale lanciò quella blasfema parola: “Maria non ha generato Dio: il Figlio suo non è che un uomo, strumento della divinità”. A queste parole la moltitudine fremette inorridita: interprete della generale indignazione, Eusebio di Doriles, un semplice laico, si levò in mezzo alla folla a protestare contro l’empietà. [...] Generoso atteggiamento che fu allora la salvaguardia di Bisanzio e gli valse l’elogio dei Concili e dei Papi!» (Dom Prospero Guéranger, L’anno liturgico, trad. it., Edizione Paoline, Alba, 1959, vol. I, pp. 795-796).

III - Papa Onorio I (625-628)

Fra i vari esempi di fatti del genere, indicati dalla storia della Chiesa, risalta, in terzo luogo neppure 200 anni dopo il caso di Nestorio, quello di papa Onorio I. Questo Papa visse nel tempo in cui l’eresia monotelita faceva stragi nella Chiesa d’Oriente. Negando l’esistenza di due volontà in Gesù Cristo, i monoteliti rinnovavano l’assurdo che Eutiche introdusse nel dogma, quando pretese che in Gesù Cristo ci fosse soltanto una natura, composta dalla natura divina e da quella umana.
Il patriarca di Costantinopoli, Sergio, abilmente insinuò nello spirito di Onorio I che la predicazione delle due volontà del Salvatore causava soltanto divisioni nel popolo fedele. Accondiscendendo ai desideri del patriarca, che erano anche quelli dell’imperatore, papa Onorio I proibì che si parlasse delle due volontà del Figlio di Dio fatto uomo.
Il Pontefice non si rese conto che il suo gesto (non formalmente e positivamente eretico) lasciava il campo libero alla diffusione dell’eresia o la favoriva.
Per questa ragione non si doveva prestare a esso attenzione come pure riguardo all’affermazione di Nestorio sulla Divina maternità di Maria SS. e all’agire pratico di S. Pietro ad Antiochia.
Onorio non era stato positivamente o formalmente eretico, ma vittima dei raggiri di Sergio, cui imprudentemente e negligentemente aveva acconsentito senza impegnarsi nella difesa della dottrina cattolica ortodossa. Perciò S. Leone II condannò Onorio più per la sua negligenza che per una consapevole eterodossia.
Nel III Concilio ecumenico di Costantinopoli (680-681) papa S. Agatone (678-681) il 28 marzo del 681 condannò papa Onorio per aver aderito imprudentemente all’eresia (DB 262 ss. / DS 550 ss.) senza specificare se si trattasse di eresia materiale o formale. Ma nel Decreto di ratifica del Concilio Costantinopolitano III papa S. Leone II (682-683) specificò il 3 luglio 683 (DB 289 ss. / DS 561 ss.) i limiti della condanna di Onorio, che “non illuminò la Chiesa apostolica con la dottrina della Tradizione apostolica, ma permise che la Chiesa immacolata fosse macchiata da tradimento” (DS 563). Onorio, quindi, si era macchiato di eresia materiale ed aveva favorito l’eresia.
Inoltre Onorio non aveva definito né obbligato a credere la tesi di una sola azione in Cristo contenuta nell’ambigua Dichiarazione dell’Epistola di Sergio a lui inviata. Quindi Onorio non aveva voluto essere assistito infallibilmente in tale atto, ma aveva utilizzato una forma di magistero autentico “pastorale e non infallibile”[5]. Perciò egli aveva potuto sbagliare, anche se per ingenuità e mancanza di fortezza, ma senza infrangere il dogma (definito poi dal Concilio Vaticano I) della infallibilità pontificia, come invece sostennero i protestanti nel XVI secolo e la setta dei “vecchi cattolici” nel secolo XIX. In breve Onorio aveva favorito l’eresia peccando, così, gravemente, ma non era stato eretico.

La regola generale

Dom Guéranger, quindi, enuncia un principio generale: «Quando il pastore si cambia in lupo, tocca soprattutto al gregge difendersiDi regola, senza dubbio, la dottrina discende dai Vescovi ai fedeli; e non devono i sudditi giudicare nel campo della fede i loro capi. Ma nel tesoro della Rivelazione vi sono dei punti essenziali, dei quali ogni cristiano, per il fatto stesso ch’è cristiano, deve avere la necessaria conoscenza e la dovuta custodia[6]. Il principio non muta, sia che si tratti di verità da credere che di norme morali da seguire, sia di morale che di dogma. I tradimenti simili a quelli di Nestorio, gli sbandamenti simili a quelli di Onorio e le “eccessive prudenze” simili a quelle di S. Pietro ad Antiochia non sono frequenti nella Chiesa; tuttavia può darsi che alcuni pastori eccezionalmente tacciano, per un motivo o per l’altro, in talune circostanze in cui la stessa religione verrebbe ad essere coinvolta. In tali congiunture, i veri fedeli sono quelli che attingono solo nel loro battesimo l’ispirazione della loro linea di condotta; non i pusillanimi che, sotto lo specioso pretesto della sottomissione ai poteri costituiti, attendono per aderire al nemico o per opporre alle sue imprese un programma che non è affatto necessario e che non si deve dare loro». (Ivi).

Importanza della Tradizione

Il valore della Tradizione è tale che anche le Encicliche e gli altri documenti del Magistero ordinario del Sommo Pontefice in cui non si vuol definire né obbligare a credere sono infallibili soltanto negli insegnamenti confermati dalla Tradizione (Pio IX, Lettera Tuas libenter, 1863), cioè da un continuo insegnamento della dottrina, svolto da diversi Papi e per un ampio lasso di tempo.
Di conseguenza, l’atto del Magistero ordinario di un Papa che non definisce né obbliga a credere, il quale contrasti con l’insegnamento garantito dalla Tradizione magisteriale di diversi Papi e attraverso un considerevole lasso di tempo, non dovrebbe essere accettato.

Norma per giudicare le novità

Custodiamo, quindi, con il massimo rispetto e con la massima attenzione, il criterio di verifica nei confronti delle novità che sorgono nella Chiesa: se si accordano con la Tradizione apostolica, bene. Se non si conformano, ma si oppongono alla Tradizione, oppure la sminuiscono non devono essere accettate.
Tradizione, certo, non è immobilismo. È crescita, ma nella stessa linea, nella stessa direzione, nello stesso senso, crescita di esseri vivi, che si conservano sempre gli stessi.
Detto questo, prendiamo come norma il seguente principio: “quando è evidente che una novità si allontana dalla dottrina tradizionale, è certo che non deve essere ammessa” (mons. Antonio De Castro Mayer, Lettera pastorale Aggiornamento e Tradizione, 11 aprile 1971, Diocesi di Campos in Brasile).
Quindi la Gerarchia può eccezionalmente errare e in tal caso si può lecitamente resistere ad essa pubblicamente, ma con il rispetto dovuto all’Autorità.
Occorre continuare a fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto prima che l’errore e la confusione penetrassero nella quasi totalità dall’ambiente ecclesiastico (S. Vincenzo da Lerino,Commonitorium, III, 5) e credere ciò che la Chiesa ha sempre, ovunque insegnato universalmente (“quod semper, ubique et ab omnibus”).
Il Dottore Angelico, in diverse sue opere, insegna che in casi estremi è lecito resistere pubblicamente ad una decisione papale, come San Paolo resistette in faccia a San Pietro: «essendovi un pericolo prossimo per la Fede, i prelati devono essere ripresi, perfino pubblicamente, da parte dei loro soggetti. Così San Paolo, che era soggetto a San Pietro, lo riprese pubblicamente, a motivo di un pericolo imminente di scandalo in materia di Fede. E, come dice il commento di Sant’Agostino, “lo stesso San Pietro diede l’esempio a coloro che governano, affinché essi, se mai si allontanassero dalla retta strada, non rifiutino come indebita una correzione venuta anche dai loro soggetti” (ad Gal. 2, 14)».
Franciscus De Vitoria scrive: «Secondo la legge naturale è lecito respingere la violenza con la violenza. Ora, con ordini e dispense abusive, il Papa esercita una violenza, perché agisce contro la legge. Quindi è lecito resistergli. Come osserva il Gaetano, non facciamo questa affermazione perché qualcuno abbia diritto di giudicare il Papa o abbia autorità su di lui, ma perché è lecito difendersi. Chiunque, infatti, ha il diritto di resistere ad un atto ingiusto, di cercare di impedirlo e di difendersi»[8].
Francisco Suarez: «Se [il Prelato] emana un ordine contrario ai buoni costumi, non gli si deve ubbidire: se tenta di fare qualcosa di manifestamente contrario alla giustizia e al bene comune, sarà lecito resistergli; se attaccherà con la forza, potrà essere respinto con la forza, con quella moderazione propria della legittima difesa»[9].
San Roberto Bellarmino: «Com’è lecito resistere al Pontefice che aggredisce il corpo, così pure è lecito resistere a quello che aggredisce le anime o perturba l’ordine civile, o, soprattutto, a quello che tenta di distruggere la Chiesa. Dico che è lecito resistergli non facendo quello che ordina ed impedendo la esecuzione della sua volontà: non è però lecito giudicarlo, punirlo e deporlo, poiché questi atti sono propri di un superiore»[10].
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1. ‘Reprensibile’, dal latino ‘re-prehendere’, degno di essere rimproverato, biasimato, corretto, disapprovato, criticato, ammonito come erroneo (N. Zingarelli, ivi).

2. «La frase “era reprensibile” (della Vulgata) da alcuni esegeti è tradotta […] “messo dalla parte del torto”. È spiegato il fallo o il torto di Pietro, fallo definito con ogni precisione già da Tertulliano come sbaglio di comportamento non di dottrina” (De praescriptione haereticorum, XXIII)» (G. Ricciotti, Le Lettere di S. Paolo, Coletti, Roma, 1949, 3ª ed., pp. 227-228).

3. È vero che secondo Tertulliano il peccato di Pietro fu uno “sbaglio di comportamento non di dottrina” (De praescr. haeret., XXIII). Tuttavia “Per S. Agostino Pietro commise un peccato veniale di fragilità, preoccupandosi troppo di non dispiacere ai giudei convertiti al Cristianesimo ...” (J. Tonneau, Commentaire à la Somme Théologique, Cerf, Paris, 1971, p. 334-335, nota 51, S. Th., III, q. 103, a.4, sol. 2). Secondo S. Tommaso d’Aquino “sembra che Pietro sia colpevole di uno scandalo attivo” (Somma Teologica, III, q. 103, a.4, ad 2). Inoltre l’Angelico specifica che Pietro ha commesso un peccato veniale non di proposito deliberato ma di fragilità (cfr. Quest. disput., De Veritate, q. 24, a. 9; Quest. Disput., De malo, q. 7, a. 7, ad 8um) per un’eccessiva prudenza nel non voler contrariare i giudei convertiti al Cristianesimo.

4. Cfr. Arnaldo Xavier Vidigal Da Silveira, Qual è l’autorità dottrinale dei documenti pontifici e conciliari?, “Cristianità”, n. 9, 1975; Id., È lecita la resistenza a decisioni dell’Autorità ecclesiastica?, “Cristianità”, n. 10, 1975; Id., Può esservi l’errore nei documenti del Magistero ecclesiastico?, “Cristianità”, n. 13, 1975.

5. Cfr. Enciclopedia dei Papi, cit., Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2000, 1° vol., pp. 585-590, voce Onorio I, a cura di Antonio Sennis.

6. Si pensi all’attuale linea pastorale 1°) riguardo alla morale (Francesco I / card. Walter Kasper), che vorrebbe concedere i Sacramenti ai peccatori ostinati nel peccato, che non vogliono correggersi e pretendono di ricevere egualmente i Sacramenti. Ogni cristiano che ha studiato il Catechismo sa che secondo la Legge divina ciò non è possibile. Quindi deve prendere posizione contro tale linea da qualsiasi parte venga. 2°) Dal punto di vista dogmatico si pensi alle novità della collegialità episcopale (Lumen gentium), del panecumenismo (Unitatis redintegratio,Nostra aetate), delle due fonti della Rivelazione ridotte ad una: la “sola Scrittura” (Dei Verbum), del pancristismo teilhardiano (Gaudium et spes), della libertà delle false religioni (Dignitatis humanae). 3°) Dal punto di vista liturgico si pensi al Novus Ordo Missae del 1968, che “si allontana in maniera impressionante dalla teologia cattolica sul Sacrificio della Messa come fu definita dal Concilio di Trento” (card. Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, Lettera di presentazione a Paolo VI del Breve Esame Critico del NOM). Son casi in cui è lecito e doveroso sospendere l’assenso alle decisioni novatrici del magistero pastorale o non infallibile del Concilio Vaticano II e del post-concilio.

7. San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II , q. 33, a. 4, ad 2.

8. Franciscus De Vitoria, Obras de Francisco de Vitoria, BAC, Madrid 1960, pp. 486-487.

9. Franciscus Suarez, De Fide, in Opera omnia, cit., Parigi 1858, tomo XII, disp. X, sect. VI, n. 16.

10. San Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, in Opera omnia, Battezzati, Milano 1857, vol. I, lib. II, c. 29.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 25.6.2015

mercoledì 20 agosto 2014

Centenario della morte di S. Pio X

Esattamente 100 anni fa, nella memoria liturgica di San Bernardo, Abate e Dottore della Chiesa, alle prime ore di questo giorno (1:30 am circa), si addormentava nel Signore il grande San Pio X, venendo chiamato alla gloria del Paradiso.
Poche ore prima di lui moriva anche il Generali dei Gesuiti, P. Franz Xaver Wernz, insigne canonista, fedele collaboratore del Pontefice e degnissimo figlio di S. Ignazio di Loyola.
San Pio X, del resto, già l'anno precedente, il 1913, aveva subito un attacco cardiaco. Da allora era vissuto sempre in precarie condizioni di salute. Il giorno della festa dell'Assunzione di Maria del 1914, il papa si ammalò. Da allora le sue condizioni di salute peggiorarono sempre più, non riuscendo più a riprendersi. Peraltro lo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914-1918), non avevano fatto altro che aggravare quelle condizioni dell'anziano papa, gettandolo in uno stato di grave malinconia. Ripeteva: "verrà il guerrone". Il 20 agosto 1914, un ennesimo attacco cardiaco gli fu fatale. Proprio in quel giorno le forze armate tedesche marciarono su Bruxelles.
Numerosi sono i meriti del grande Papa sia in campo liturgico, musicale, canonico, pastorale e teologico.
Fu canonizzato nel 1954 dal successore il venerabile Pio XII, il quale ebbe modo di conoscerlo personalmente ed apprezzarne le doti umane e cristiane. La sua festa liturgica tradizionale è il 3 settembre.
Afferma il card. Burke nella prefazione al recente libro di Cristina Siccardi, San Pio X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, ed. Paoline, 2014, che sarà presentato dall'autrice in anteprima il 22 agosto [sottolineatura ed evidenziazione nostre, ndr.]:
Se la vita di San Pio X merita in se stessa una nuova presentazione in occasione del centenario della sua morte, tale studio è anche molto vantaggioso per la migliore comprensione dell’insostituibile servizio del Successore di San Pietro nel mondo di oggi.Purtroppo la figura di San Pio X è attualmente poco conosciuta o talvolta, per dire la verità, è vista in un modo gravemente incompleto. Con questa nuova biografia Cristina Siccardi ha saputo dare una visione completa della figura del santo, presentando Papa Sarto come il Papa “riformatore”. Il suo lavoro, dal sapore squisitamente storico e spirituale, restituisce in completezza il ritratto di Pio X, offrendo spunti non soltanto interessanti, ma inediti. […] Instaurare omnia in Christo è veramente la cifra del Pontificato di San Pio X, tutto teso a ricristianizzare la società aggredita dal relativismo liberale, che calpestava i diritti di Dio in nome di una “scienza” svincolata da ogni tipo di legame con il Creatore. Questa “scienza” antropocentrica faceva in modo che clero e laici rimanessero sempre più imprigionati nell’ignoranza religiosa. […] La straordinaria figura di San Pio X emerge qui di forza propria: egli fu essenzialmente sacerdote e come tale, per tutta la sua vita, portò al mondo il bene che un sacerdote può e deve portare: la Grazia di Dio attraverso i Sacramenti e la Verità di Dio attraverso l’insegnamento, soprattutto la predicazione.  […] spero che lo studio della vita di San Pio X che Cristina Siccardi ci offre ci ispiri e rafforzi nell’affrontare oggi la paurosa confusione e il diffuso errore sulle questioni più fondamentali della fede e della morale, come ha fatto Papa Sarto al suo tempo, cosicché i fedeli di oggi sappiano articolare la sana dottrina e la giusta morale per il bene di tutti e per la loro eterna salvezza.
Possa essere questa biografia, della quale invito caldamente alla lettura, occasione per conoscere realmente la figura di San Pio X, per tramandarne la giusta memoria e per imitare la sua vita eroica in Cristo.


Per celebrane il centenario, da parte nostra, non possiamo fare a meno che ricordare il Santo Pontefice mediante l'unico film, sinora esistente, sulla sua figura: "Gli uomini non guardano il cielo", del 1952, diretto da Umberto Scarpelli.
Il papa fu interpretato da un magistrale attore, l'inglese Henri Vidon (1887-1970), che, tra l'altro, somigliava tantissimo al vero san Pio X.



Una scena del Film: l'elevazione al Supremo Pontificato

Altra scena del film: il Papa congeda l'ambasciatore dell'Impero austriaco rifiutando di benedirne le armate

Scena finale del film: l'ultima messa del Papa

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S. Pio X, appena spirato e ricomposto sul letto di morte, il 20 agosto 1914

S. Pio X sul catafalco nel Palazzo Apostolico prima della traslazione della salma nella Cappella Sistina per la venerazione dei fedeli

Traslazione del corpo del santo Pontefice.

Queste ultime due fotografie sono tratte dal lavoro del dott. Antonio Margheriti Mastino, La morte del Papa - Riti, cerimonie e tradizioni dal Medioevo all'età contemporanea, il quale non manca di approfondire la tematica anche dal punto di vista medico-legale

Esposizione del corpo di S. Pio X nella Cappella Sistina, 21-22 agosto 1914






Antoon van Welie, Ritratto di Pio X, 1905, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

S. Pio X nel suo studio mentre posa per il pittore Antoon van Welie, dicembre 1904

A. Patinucci, Ritratto di S. Pio X, XX sec., Museo diocesano, Trento

Gino Ghedina, Ritratto di S. Pio X, 1935, museo diocesano, Treviso

Anonimo, S. Pio X, XX sec., Museo diocesano, Novara


Nino Gregori, S. Pio X, XX sec.