Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 19 marzo 2016

San Giuseppe nella liturgia

Nella festa di S. Giuseppe, che, secondo gli apocrifi, sarebbe morto alla veneranda età di 111 anni in una data equivalente – secondo il nostro calendario – al 2 agosto (Biagio Gamba, Le età di San Giuseppe, blog Biagiogamba, 14.3.2016), rilancio questo studio su S. Giuseppe nella liturgia.



FESTE E RICONOSCIMENTI LITURGICI

In Oriente


Francesco Polazzo, Morte di S. Giuseppe,
1738, Collegiata dei Santi Nazaro e Celso, Brescia
Dobbiamo ancora incominciare dall’Oriente. Il tenore liturgico dell’apocrifa Storia di Giuseppe il Falegname e la sua diffusione, dimostrata dalle varie traduzioni, ci inducono ad ammettere un culto molto antico, che risale alla Chiesa giudeo-cristiana, dalla quale si è diffuso nelle zone di influenza di detta “Storia”, con la istituzione di una festa presso i Copti monofisiti egiziani, che di fatto commemorano la morte (Transito) del Santo precisamente al 26 Abîb (= 20 luglio, equivalente oggi, nel calendario gregoriano iniziato nel 1582, al 2 agosto). La “Storia” contiene tratti che indicano la sincera stima dei suoi propagatori verso il Santo.
Nel Sinassario Mediceo della Chiesa copta di Alessandria, scritto verso il 1425, al giorno 26 del mese di Abîb si legge: “Requies (= morte) sancti senis iusti Josephi fabri lignarii, Deiparae Virginis Mariae sponsi, qui pater Christi vocari promeruit”. I calendari che menzionano la festa di san Giuseppe in Oriente sono del secolo X, compilati nel monastero palestinese di San Saba. Di tale epoca è appunto il Menologio di Basilio II, considerato come il primo testimonio certo del culto di san Giuseppe in Oriente. Esso fissa la commemorazione di san Giuseppe nello stesso giorno di Natale (i re Magi e San Giuseppe, sposo e protettore della Santa Vergine) e il ricordo della fuga in Egitto il giorno seguente. Altri Sinassari collocano al 26 dicembre una festa di Maria e di Giuseppe suo sposo; essi celebrano, inoltre, nella domenica precedente il Natale, la festa degli antenati di Gesù, “da Abramo a Giuseppe, sposo della Beatissima Madre di Dio” e nella domenica posta nell’ottava di Natale la festa di san Giuseppe assieme al re Davide e a Giacomo il Minore.
Benedetto Luti, Morte di S. Giuseppe,
XVIII sec., Parrocchia dei SS. Stefano e Giacomo,
Potenza Picena
Nella poesia religiosa bizantina è illustre il siciliano san Giuseppe l’Innografo († 883), il cui nome è legato al Canone delle lodi di quest’ultima festa (PG 105, 1273-4).
I libri liturgici dei Siri alludono a san Giuseppe a partire dal secolo XIII (Add. mss. 14698, conservato al British Museum).
Come appare dall’insieme, non si tratta sempre di feste esclusive di san Giuseppe; esse, tuttavia, si collocano tutte nella prossimità del Natale con l’intento di includerlo nel mistero al quale egli intimamente appartiene.
Anche gli Ucraini cattolici, volendo introdurre una nuova festa di san Giuseppe in ossequio all’enciclica Quamquam pluries, scelsero il giorno dopo Natale, onorando così san Giuseppe in “Sinassi” con la S.ma Theotócos. Più recentemente, in occasione della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, la gerarchia Caldea ha voluto parimenti considerare la domenica precedente il Natale come la domenica di san Giuseppe.

In Occidente

Sebastián Martínez, S. Giuseppe con Gesù Bambino,
1650, museo del Prado, Madrid
I documenti occidentali sono anteriori di almeno un secolo a quelli orientali. Il culto di san Giuseppe è attestato per la prima volta nel manoscritto Rh 30, 3 (sec. VIII), conservato nella Biblioteca cantonale di Zurigo: “XIII kal. Aprilis Joseph sponsus Mariae”. La commemorazione di san Giuseppe al 20 marzo, che incontriamo nel Calendario-martirologio di questo codice, è la più antica menzione esplicita del Santo vicina al 19 marzo; esso proviene (1862) dalla abbazia benedettina di Rheinau, antica cittadina del Canton Zurigo, ma se ne ignora il luogo primitivo di origine, da ricercarsi nella Francia settentrionale o nel Belgio, e il posto esatto nella tradizione martirologica.
Nei martirologi e calendari che vanno dal secolo IX (Fulda [Vat. Lat. 3809], Oengus, Reichenau) in poi (sec. X ovvero IX: (Irlanda) Tallaght, Reichenau, San Gallo, Fulda, Ratisbona – oggi a Verona, Biblioteca Capitolare, cod. 87 -, Messale di Robert de Jumièges; sec. XI: Winchester, Sherborne, Evesham, Wescester, Stavelot; sec. XII: Werden, Abbadia di Sta Maria e San Werburgh, martirologio metrico di O. Gorman, ecc.), la menzione di san Giuseppe compare al 19 marzo: “In Bethleem, sancti Ioseph” con la seguente apposizione: “nutritoris Domini”; permane, tuttavia, una certa confusione di date tra il 19 e il 20 marzo (per esempio, nei martirologi di San Remigio di Reims e di San Massimino di Treviri, dove si legge: Antiochia S. Ioseph Sponsi S. Mariae). Le spiegazioni che vengono date circa la scelta e lo scambio delle due date si fondano sopra supposizioni di omonimia relativa a due martiri, Giuseppe di Antiochia e Joserus, che sarebbero commemorati in tali giorni da antiche recensioni del “Martirologio Ieronimiano”.
Aggiungiamo, a titolo di informazione, che c’è chi collega la data del 1° marzo con l’antica festa di Minerva, dea degli operai e degli artigiani, e con quella di Giove e Giunone, divinità protettrici dello Stato, ugualmente al 1° marzo. G. Lefebvre riferisce che nella liturgia gallicana la festa di san Giuseppe si celebrava il 3 gennaio (Liturgia, a cura di R. Aigrain, Paris 1947, p. 637); l’Ordine di Cluny la celebrava il giovedì della terza settimana di Avvento (Breviarum Cluniacense, 1686 e 1779). A questo punto, poiché la missione eccezionale di san Giuseppe si trova meglio inquadrata nel periodo natalizio, come nelle liturgie più antiche, piuttosto che nella Quaresima, dove incontra ostacoli e subisce spostamenti, si affaccia la domanda circa l’opportunità o no di conservare ancora la data attuale, probabilmente solo casuale.
La prima menzione del nome di san Giuseppe si trova in un Messale del sec. XII (Biblioteca Vaticana, n. 4770); è collocato in uno schema di Litanie, da cantare durante la funzione del Sabato Santo, tra il nome di Simeone e quello dei SS. Innocenti.
Il primo Ufficio canonico completo, con note musicali, in onore di san Giuseppe, è del secolo XIII e proviene ancora da una abbazia benedettina, San Lorenzo, di Liegi; si ricorre, per la prima volta, al suo “patrocinium”. Nel monastero austriaco di San Floriano un messale della fine del secolo XIV elenca una messa votiva al padre nutrizio del Signore.
Nel secolo XIII il culto privato del Santo è attestato dal mistico Hermann di Steinfeld (+1241), monaco premonstratense, che ricevette il nome di Giuseppe in una visione della Madonna; è stato attestato, inoltre, da Margherita da Cortona († 1297) e da santa Gertrude († 1302).
Alla presenza dei Francescani, Domenicani e Carmelitani ad Agrigento è dovuta l’accettazione colà di un ufficio in onore di san Giuseppe, del secolo XIV, conservato nell’Archivio Capitolare del Duomo: “Officium Sanctissimi Joseph nutricii et patris adoptivi Domini nostri Jesu Christi”; esso dipende dalla Legenda aurea di Giacomo da Varazze († 1298). Si tratta, fino al presente per l’Italia, della più antica testimonianza liturgica sul culto di san Giuseppe. Questo ufficio contiene una chiara allusione alla santificazione di san Giuseppe, chiamato sanctorum sanctus; nell’antifona del Magnificat si legge: “O proles almifica / de Bethleem electa, / gemma nimis ardua / ab omni labe erepta”.
Il culto di san Giuseppe nell’Ordine Carmelitano era già introdotto nella seconda metà del secolo XV, come è comprovato da due breviari (Bruxelles 1480; Venezia 1490), che contengono un ufficio proprio di san Giuseppe. Appartiene al loro Ordine un ufficio del 1434 circa.
All’inizio del 1400 il nome di san Giuseppe viene elencato tra i santi del 19 marzo al primo posto.

La festa di San Giuseppe

L’abbazia benedettina di Winchester rivendica l’onore di essere stata la prima a celebrare la festa di san Giuseppe verso il 1030.
I Servi di Maria, come risulta dagli Atti del Capitolo tenuto a Orvieto nel 1324, furono i primi a celebrare solennemente la festa di san Giuseppe.
I francescani adottarono la festa nel Capitolo generale di Assisi nel 1399, usando come testo liturgico della Messa il “Commune Confessorum”. Tuttavia, Franc. Florentinus testimonierebbe una festa di san Giuseppe in vigore nell’Ordine fin dal secolo XIII (Vetustius occidentalis Ecclesiae Martyrologium D. Hieronymo tributum, Lucca 1668).
Gregorio XI (1371-78), avendo eretto la cappella in onore di san Giuseppe nella chiesa di Sant’Agricola ad Avignone, vi avrebbe stabilito anche la festa del 19 marzo.
A Milano la festa di san Giuseppe fu stabilita nel 1467 e si celebrava il 20 marzo, giorno dell’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza; dal 1509 fu fissata al 19 marzo; san Carlo Borromeo (card. e arciv. dal 1560 al 1584) la trasferì al 12 dicembre, giorno adottato anche dalla diocesi di Sens (Missale Senon., 1715); nel 1897 ritornò al 19 marzo.
Il francescano Sisto IV concesse nel 1480 ai Frati Minori di celebrare con rito doppio maggiore la festa del 19 marzo, già presente nel calendario dei messali (1472) e dei breviari (1476) romani da loro usati.
Diffusasi la festa nelle diocesi e negli Ordini religiosi, Pio V la inserì con rito doppio nella riforma del breviario (1568) e del messale (1570). La festa fu istituita dai Domenicani nel Capitolo generale del 1508; fu elevata a più alto grado e fissata al 19 marzo nel 1513.
L’8 maggio 1621 Gregorio XV rese obbligatoria per tutta la Chiesa la festa di san Giuseppe; tale decreto, tuttavia, non trovò esecuzione ovunque e Urbano VIII il 13 settembre 1642 rinnovò l’ordine con la bolla “Universa per orbem”.
Su richiesta di Luigi XIV, l’assemblea del clero di Francia, nel 1661, istituisce la festa di san Giuseppe come festa di precetto.
Clemente X (6 dicembre 1670) elevò la festa al rito doppio di seconda classe, introducendo nel breviario (1671) i tre inni in onore di san Giuseppe (Te, Ioseph, celebrent – Caelitum, Ioseph, decus – Iste, quem laeti); autore di questi inni sarebbe il cistercense fogliante card. Giovanni Bona († 1674); altri indicano Johannes von der Empfängnis (+1700). Clemente XI il 4 febbraio 1714 concesse a san Giuseppe per il 19 marzo messa e ufficio propri. Pio IX l’8 dicembre 1870 eleva la festa del 19 marzo a rito doppio di prima classe.
Pio X (24 luglio 1911) conferma, designando la festa col titolo: Commemoratio Sollemnis S Joseph, Sponsi B.M.V., Confessoris, ma il 28 ottobre 1913 essa ritorna al rito doppio di seconda classe.
Benedetto XV il 12 dicembre 1917 la eleva nuovamente al rito doppio di prima classe.
Il Codice di Diritto Canonico (1917) la include tra le feste di precetto per tutta la Chiesa (can. 1247; cf. CJC 1983, can. 1246).
In Italia la festa di san Giuseppe non è più di precetto dal 1977, quando cessò di essere considerata festiva agli effetti civili (Comunicato C.E.I., 8 marzo 1977).

La festa dello Sposalizio

Mateo Gilarte, Sposalizio della Vergine con S. Giuseppe,
1651, museo del Prado, Madrid
È a Giovanni Gersone (+1429) che si deve la promozione della festa dello Sposalizio di Maria SS. con S. Giuseppe, sotto l’influsso di Henri Chicot (†1413), suo collega di canonicato a Chartres, dove da un État des offices fondés (1779) si ricava che Philippe le Bègue († 1450ca.), consigliere del parlamento di Parigi, vi aveva fondato la festa De Desponsatione, mentre quella De coniugio era stata fondata da H. Chicot e da un certo Jean de Harleville. Già presente nel 1517 tra le Suore dell’Annunciazione (Annunziate) di Giovanna di Valois (figlia del re Luigi XI), la festa dello Sposalizio fu adottata nel 1537 dai Francescani in onore della Madonna, seguiti dai Servi di Maria e da altri Ordini religiosi, ad esempio, i Cistercensi nel 1567. La data prescelta è il 23 gennaio.
Innocenzo XI concesse di celebrarla nei domíni dell’Imperatore Leopoldo I (1684), in riconoscenza della liberazione di Vienna, e ne estese il privilegio anche alla Spagna, che ottenne il permesso di trasferirla al 26 novembre. Altri scelgono una data diversa: i Minori il 7 marzo; i Servi di Maria l’8 marzo; i Domenicani il 6 marzo; in Francia il 22 gennaio, il 23 dicembre, il 18 luglio… Benedetto XIII nel 1725 introdusse la festa nello Stato Pontificio.
A Verona, san Gaspare Bertoni dedica l’altare maggiore della chiesa delle Stimmate ai SS. Sposi Maria e Giuseppe e vi celebra con solennità, dal 1823, la festa dello Sposalizio, tradizione sempre conservata dagli Stimmatini.
Sotto Giovanni XXIII, con l’Istruzione della Congregazione dei Riti del 14 febbraio 1961, tale festa fu soppressa, eccetto per i luoghi che hanno speciale motivo di celebrarla. Oggi questo “speciale motivo” non ce l’avrebbero tutti?

Proposte pastorali

Poiché il matrimonio è fondamentale rispetto alla “famiglia”, perché è da esso che questa scaturisce, ecco alcune “proposte pastorali” concrete:
I – La prima proposta più ovvia è che questo tema incominci finalmente a interessare la “scuola”. Esso deve essere inserito nella teologia del matrimonio, in modo che i futuri “maestri in Israele” si rendano conto che non si tratta di un semplice episodio devozionale, utile solo per illustrare la … vita di di Maria. Poiché siamo davanti ad un mistero salvifico, poco conosciuto perché ignorato dai “programmi scolastici”, è necessario che ne diventi oggetto come loro naturale complemento. Di proposito abbiamo inserito nel Sito, al numero 15, il tema: IL MATRIMONIO DI MARIA E GIUSEPPE.
II – Data la grande importanza pastorale della Liturgia, non deve mancare nei formulari della “Messa degli sposi” almeno un accenno al matrimonio di Maria e Giuseppe. Perché non inserirlo, allora, per esempio, nel “Prefazio”, là dove è detto: “Nell’alleanza tra l’uomo e la donna, rinnovata nell’unione sponsale e santa di Maria e Giuseppe, ci hai dato l’immagine viva dell’amore di Cristo per la sua Chiesa…”? È teologicamente facile rendersi conto che l’immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa è piuttosto “sbiadita” “nell’alleanza tra l’uomo e la donna”, mentre è, invece, indubbiamente “viva e splendente” nell’amore sponsale e santa di Maria e Giuseppe. Perché, allora non proclamare chiaramente questo mistero salvifico?
III – Riconosciuta l’essenzialità del “dono” nel matrimonio, sarebbe logico, oltre che opportuno, che esso venisse maggiormente evidenziato non solo nella catechesi dei fidanzati, ma anche nel rito stesso del matrimonio. La recente sostituzione di “Io prendo te” con “Io accolgo te” è certamente un passo avanti, ma non esce dal “possesso”. Poiché si tratta di esprimere un “consenso”, che riguarda il dono reciproco, segno o sacramento dell’amore, “Io mi dono a te” rimane la formula più esplicita, che racchiude il rispetto per la dignità dell’altro ed evidenzia che i contraenti possono “appartenersi” solo “donandosi”.
IV – Ugualmente utile alla pastorale familiare sarebbe l’introduzione nelle “Litanie lauretane” di un’invocazione che lodi Maria come “sposa”, onorando “insieme” san Giuseppe, che Dio stesso le ha dato come vero e purissimo sposo, ad esempio: “Dilecta (vel Laeta) iusti Ioseph Sponsa”. Non si dimentichi che agli occhi del mondo è stato san Giuseppe come “sposo” ad onorare la divina maternità di Maria. L’invocazione andrebbe inserita prima di “Mater Christi”, per il semplice motivo che il titolo di “Cristo” deriva a Gesù proprio in forza del matrimonio di Maria e Giuseppe. Anche nelle “Litanie dei Santi” l’invocazione di san Giuseppe dovrebbe seguire immediatamente quella di Maria SS. sia per non separare ciò che Dio ha congiunto sia per la particolare santità di san Giuseppe.

La festa del Patrocinio

Il Diario Romano di Gaspare Pontani segnala una festa di san Giuseppe il 13 maggio 1478, che allora corrispondeva alla quarta domenica dopo Pasqua, nella piazza di San Celso, al centro del rione Ponte Sant’Angelo.
Ad Avignone, dal 1500 la Confraternita degli agonizzanti celebrava, la terza domenica dopo Pasqua, la festa del Patrocinio si san Giuseppe, presto diffusa in tutta la città con solenne processione.
Pio IX il 10 settembre 1847 estese alla Chiesa intera l’ufficio proprio e la messa del Patrocinio di San Giuseppe, fissando la festa alla terza domenica dopo Pasqua con il rito doppio di seconda classe.
Tale festa era già stata ottenuta da molti Ordini: i Carmelitani nel 1680, gli Agostiniani nel 1700, i Mercedari Scalzi nel 1702, i Caracciolini nel 1723, i Domenicani, i Barnabiti e i Servi di Maria nel 1725, i Frati Minori Conventuali nel 1727, i Camilliani nel 1728, i Minimi nel 1729, gli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona nel 1730, tutto l’Ordine dei Frati Minori e i Teatini nel 1733, tutto il Terz’Ordine di San Francesco e tutto l’Ordine dei Canonici Regolari del SS. Salvatore Lateranense nel 1735, gli Scolopi nel 1736.
Tra le diocesi che ottennero la concessione ricordiamo, in ordine di tempo, quella di Messico (1703), di Puebla de los Angeles (1704), la prelatura nullius di Altamura (Bari, 1713), Palermo (1719), La Plata (Argentina), Lipari, Messina e Catania (1721), Siracusa (1723), Monreale e Malaga (1725), Cartagena (1726), Cadice, Pavia e Siviglia (1727), Badajoz, Santiago di Cuba, Bari, Orihuela e Brescia (1728), Michoacan e Mazara del Vallo (1729), Lima e Malta (1731), Avellino e Frigento (1732), Vittorio Veneto (1733), Piacenza, San Severino, Freising, Ratisbona, Ascoli Satriano, Colonia, Münster, Paderborn, Hildesheim, Telese e Salerno (1734), Napoli, Orvieto e Narni (1735), Asti (1741), Acqui (1785); il clero secolare e i religiosi di Roma l’ottennero nel 1809.
Se consideriamo i territori, l’Etruria l’ottenne nel 1723; le Puglie, il regno di Valenza, gli stati e i domíni del re di Spagna nel 1729; la repubblica di Venezia nel 1730; il ducato di Modena nel 1733; il regno di Polonia e province nel 1735; lo stato del principe dell’Umbria nel 1736; lo stato di Urbino nel 1743; il regno e domíni del Portogallo nel 1744; i domíni del Palatinato nel 1753; il principato di Colonia nel 1783.
Il 28 ottobre 1913 Pio X stabilì che la festa del Patrocinio, divenuta dal 24 luglio la ”Solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria, Confessore e Patrono della Chiesa universale”, con rito doppio di prima classe o ottava, fosse celebrata nel terzo mercoledì dopo Pasqua. Il 24 aprile 1956 un decreto della Congregazione dei Riti aboliva la solennità di San Giuseppe, sostituendola con quella di San Giuseppe artigiano, con rito doppio di prima classe. Il titolo di San Giuseppe come Patrono della Chiesa universale fu aggiunto alla sua “festa principale” del 19 marzo. Solo i Carmelitani Scalzi hanno ottenuto nel 1957 l’indulto di recitare, con rito doppio di prima classe, l’ufficio speciale da essi introdotto nella Chiesa latina del 1680.
Nel Calendario promulgato da Paolo VI (1969) la festa del 19 marzo ha la massima categoria liturgica: S. Ioseph Sponsi B.M.V., Sollemnitas (I Cl.); il 1° maggio, invece, viene ridotto a “memoria ad libitum. La festa del 1° maggio: Sancti Ioseph opificis, Sponsi B.M.V., confessoris, era stata istituita il 1° maggio 1955 da Pio XII, il quale l’11 marzo 1958 compose anche una preghiera in onore di san Giuseppe lavoratore.

La festa della Santa Famiglia

Bartolomé González y Serrano, Riposo durante la fuga in Egitto,
1627, museo del Prado, Madrid
Il beato Francesco Laval, primo vescovo di Québec, il 4 novembre 1664 introduce la festa della Sacra Famiglia nella sua vasta diocesi, che allora si estendeva dal Canada al Golfo del Messico. I testi per l’Ufficio e la Messa, fatti da lui comporre, furono confermati, il 23 marzo 1865, da Pio IX, che aveva già approvato la festa, nel 1863, per l’Associazione di Lieja. Leone XIII, il 14 giugno 1893, stabilisce la festa dell Sacra Famiglia “pro aliquibus locis”; la celebrazione, con nuovi testi per l’Ufficio e la Messa, è assegnata alla terza domenica dopo Pasqua. Benedetto XV trasferisce la fesa al 19 febbraio e, in seguito, assecondando la petizione del superiore generale dei Figli della Sacra Famiglia, appoggiata da numerosi Vescovi, alla prima domenica dopo l’Epifania, iscrivendola nel calendario universale della Chiesa.
Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica “Redemptoris Custos” (1989) afferma chiaramente il fondamento teologico della festa della Santa Famiglia, la quale fa parte dei “Misteri della vita di Cristo”: “Inserita direttamente nel mistero dell’Incarnazione, la Famiglia di Nazaret costituisce essa stessa uno speciale mistero. È contenuta in ciò una conseguenza dell’unione ipostatica: umanità assunta nell’unità della Persona divina del Verbo-Figlio, Gesù Cristo. Insieme con l’assunzione dell’umanità, in Cristo è anche ‘assunto’ tutto ciò che è umano e, in particolare, la famiglia, quale prima dimensione della sua esistenza in terra” (n. 21).

Altre feste

Secondo l’antico Messale Romano, in alcuni luoghi era celebrata il 17 febbraio la commemorazione della Fuga in Egitto; nello stesso Messale l’episodio della fuga in Egitto veniva assegnato alla vigilia dell’Epifania. Evidentemente il senso della fede vi scorgeva un mistero della vita di Cristo. I Copti ne fanno memoria in liturgia il 24 bashans, corrispondente al 19 maggio del calendario giuliano e al 1° giugno di quello gregoriano. Nel loro Sinassario dichiarano che ”questa è festa propria degli Egiziani”, segno della predilezione di Dio per la loro terra.
Nel Messico, il Servo di Dio P. José Maria Vilaseca aveva istituito la festa di San Giuseppe del Buon Consiglio (25 gennaio): i Misioneros Josefinos, da lui fondati, avevano ottenuto la festa di San Giuseppe della Missione (19 settembre), per invocare san Giuseppe come protettore dell’opera di evangelizzazione.

Prerogative di san Giuseppe

Queste continue oscillazioni liturgiche evidentemente non sono di aiuto alla teologia Giuseppina nella determinazione del fondamento della dignità e dei privilegi di san Giuseppe, indicato da alcuni nel matrimonio con Maria SS. e da altri nella paternità verso Gesù.
Le formule usate nei calendari e martirologi hanno sia Sposo della B.V.M., sia Padre Nutrizio di Gesù, sia solo Confessore.
Da uno studio di M. Garrido Bonaño risulta che fino al secolo XII incluso la denominazione di san Giuseppe “Sposo della Vergine Maria” è più accettata nel Nord- Est della Francia e in Inghilterra, mentre quella di “Padre nutrizio di Cristo” è preferita nel centro Europa; che la denominazione di “Confessore” comincia nel secolo XIV; che nel secolo XV i libri liturgici dei Carmelitani menzionano quasi sempre san Giuseppe col titolo di “Nutrizio del Signore”. Lo stesso Autore conclude che dalla enumerazione dei calendari e dei martirologi si può dedurre molto poco circa la preminenza di una delle prerogative di san Giuseppe. È certo che la qualità di Sposo di Maria appare per prima in un calendario occidentale ed è più ripetuta; è tuttavia antico anche il suo appellativo di “Nutrizio del Signore”, né sono pochi i manoscritti che lo riportano. È ancora certo che nella Chiesa occidentale ha prevalso la sua qualità di Sposo della Vergine Maria. Così è entrato nel Martirologio Romano e così ha continuato fino ai nostri giorni.
Se consideriamo la presenza di san Giuseppe nel Messale Romano, promulgato da Paolo VI, esso contiene tre Messe in onore di san Giuseppe, ossia la solennità del 19 marzo, la memoria del 1° maggio e la Messa votiva; a queste va aggiunta la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Domenica fra l’ottava di Natale).
Poiché anche la collocazione ha la sua importanza, perché rivela la considerazione nella quale il Santo è tenuto, notiamo che tanto la Messa votiva come anche il Prefazio proprio sono posti tra gli Angeli e gli Apostoli; anche nel Canone Romano il nome di san Giuseppe segue immediatamente quello della Vergine Maria (non così ancora nelle Litanie dei Santi).
Quanto alle preghiere, esse esaltano la dignità e la santità di san Giuseppe, riconoscendo in modo esplicito il ruolo da lui avuto nella storia della salvezza: nella pienezza dei tempi cooperò al grande mistero della redenzione; hai voluto affidare gli inizi della nostra redenzione alla custodia premurosa di san Giuseppe.
San Giuseppe è collocato coerentemente nel mistero di Cristo e della Chiesa:
 a) nei misteri di Cristo: servì Gesù con fedeltà e purezza di cuore; nel tuo disegno di salvezza hai scelto san Giuseppe come sposo di Maria, madre del tuo Figlio; lo hai posto a capo della tua famiglia per custodire come padre il tuo unico Figlio;
 b) nel mistero della Chiesa, della quale è considerato patrono: continui dal cielo la sua premurosa custodia per la santa Chiesa che lo venera come protettore, e alla quale viene proposto come modello di fedeltà e purezza di cuore, di fedeltà alle responsabilità che Dio ci affida, di testimonianza all’amore di Dio, per camminare nelle vie della santità e della giustizia e cooperare fedelmente al compimento dell’opera di salvezza. San Giuseppe, uomo giusto e fedele, è il tipo evangelico del servo saggio e fedele, che il Signore pone a capo della santa Famiglia.
Fra le Messe della Beata Vergine Maria (ed. 1987), nel Prefazio della Messa Santa Maria di Nazaret, Maria è celebrata “unita a Giuseppe, uomo giusto, da un vincolo sponsale e verginale”.

Altri interventi

Completiamo il quadro dei riconoscimenti liturgici con altri interventi che non potevano essere collegati con quelli già esposti.
Il 19 dicembre 1726 Benedetto XIII inserì il nome di san Giuseppe nella Litania dei Santi di tutti i libri liturgici, dopo quello di san Giovanni Battista.
Pio VII incluse il nome di san Giuseppe nella preghiera A cunctis, subito dopo quello della Vergine (1815).
Pio IX moltiplicò le prove della sua devozione verso san Giuseppe, accordando indulgenze a pie pratiche. Ricordiamo la preghiera “Vi ricordi, o purissimo sposo di M.V.” (1863), e le preghiere “O felicem virum” e “Virginum custos et pater”, da recitare prima e dopo la Santa Messa (1877).
Leone XIII approvò la recita dell’Ufficio votivo di san Giuseppe al mercoledì (1883); incluse l’invocazione di san Giuseppe nelle preghiere da recitarsi dopo la Messa (1884) e prescrisse una preghiera speciale a san Giuseppe (“A te, o beato Giuseppe”) da recitarsi durante il mese di ottobre dopo il santo Rosario: ”Pensiamo essere sommamente convenevole che il popolo cristiano si abitui a pregare con singolare devozione e animo fiducioso, ‘insieme alla Vergine Madre di Dio’, il suo castissimo sposo san Giuseppe; il che debba alla stessa Vergine tornare accetto e caro” (Enc. Quamquam pluries, 1889).
Pio X promulgò e indulgenziò le Litanie del Santo per l’uso pubblico (1909); tra i promotori si distinsero Dom Marie- Sébastien Wyart († 1904), abate generale dei Cistercensi Riformati, e il Card. Vives y Tutó; la formulazione è del Wyart.
Benedetto XV, il 9 aprile 1919, fece inserire nel Messale un prefazio proprio di san Giuseppe; suo autore è il passionista P. Luigi di S. Francesco di Paola (Luigi Besi). Lo stesso Pontefice, il 23 febbraio 1921, ne fece aggiungere l’invocazione nel “Dio sia benedetto”, a ricordo del 50° anniversario della sua proclamazione a patrono della Chiesa universale. Il 10 maggio 1921 concesse speciali indulgenze per la recita del Piccolo Ufficio di san Giuseppe.
Pio IX, il 9 agosto 1922, fece inserire nelle preghiere per i moribondi del Rituale Romano gli opportuni riferimenti a san Giuseppe.
Giovanni XXIII ordinò, il 13 novembre 1962, di inserire il nome di san Giuseppe nel Canone della Messa, al “Communicantes”; Giovanni Paolo II lo ricorda ben due volte nell’Esortazione apostolica Redemptoris custos (nn . 6 e 16), adducendone il motivo. Il 1° maggio 2o13, un decreto della Congregazione per il culto divino estende la menzione del nome di san Giuseppe anche alle preghiere eucaristiche II, III e IV del Messale Romano.
Tra le preghiere attualmente indulgenziate, l’Enchiridion Indulgentiarum (3ª ed., 1986) ne annovera alcune in onore di san Giuseppe, ossia: A te, o beato Giuseppe, Litanie di san Giuseppe, Piccolo Ufficio di san Giuseppe; e le tre invocazioni: Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l’anima mia, ecc. Queste invocazioni erano già state indulgenziate da Pio VII il 22 maggio 1823.
Sugli Inni dedicati a san Giuseppe, cfr. T. STRAMARE, San Giuseppe negli Inni della Liturgia. Testo latino, traduzione e commento, in Omelie. Temi di predicazione, 98, Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2006.

domenica 24 gennaio 2016

I profanatori della famiglia non avranno pace; solo la famiglia cristiana, ossequiente alla legge del Creatore e del Redentore, aiutata dalla grazia, è garanzia di pace

La famiglia, ed in special modo quella cristiana, da alcuni secoli è costantemente sotto attacco. Dapprima con l’introduzione del matrimonio civile e la riduzione del vincolo coniugale a mero contratto (quasi che questo possa scindersi e separarsi dal sacramento) disciplinato dal diritto civile, poi con il divorzio ed oggi con l’introduzione di modelli negoziali alternativi al matrimonio mediante i quali i legislatori secolari pretenderebbero far scaturire vincoli familiari o parafamiliari dimentichi che solo dal matrimonio tra un uomo ed una donna può scaturire un’autentica e vera famiglia, conforme all’ordine di natura come disposto dal Creatore. Allontanandosi da quel modello, si profana quell’ordine e ciò che ne scaturisce è soltanto una vile e mera unione concubinaria, fondata sugli istinti e sulle disordinate passioni umane e non sulla retta ragione. Per questo, all’inizio del Tempo di Settuagesima nove domeniche prima della Pasqua ed all’indomani della celebrazione della festa dello Sposalizio della B. V. Maria, Madre di Dio, e di S. Giuseppe, vero modello dell’autentico matrimonio, le parole del Venerabile Pontefice Pio XII, che rilanciamo, benché risalenti al 1939, appaiono, ancor oggi, profondamente attuali e profetiche per il nostro tempo travagliato.

Sebastian Lopez de Arteaga, Sposalizio della Vergine, XVII sec., Museo Nacional de Arte (MUNAL), Città del Messico

Cristóbal de Villalpando, Sposalizio della Vergine, 1700 circa, Museo Nacional de Arte (MUNAL), Città del Messico


Matrimonio di S. Giuseppe e della Vergine, Cappella delle Nozze, Cattedrale di S. Matteo Apostolo, Washington

I profanatori della famiglia non avranno pace; solo la famiglia cristiana, ossequiente alla legge del Creatore e del Redentore, aiutata dalla grazia, è garanzia di pace

Magistero del Venerabile Papa Pio XII


PIO XII

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 luglio 1939

I tesori dell’intima unione con Dio

L’augurio che si suol ripetere agli sposi novelli è sempre e ovunque il medesimo: augurio di felicità. Esso vuol essere la espressione prima ed intera dei sentimenti e dei desideri dei genitori, dei parenti, degli amici e di quanti partecipano alla loro gioia.
E anche la preghiera colla quale la Chiesa termina la Messa per gli sposi: «quos legitima societate connectis, longaeva pace custodias» — Dio onnipotente, custodisci, te ne preghiamo, con una pace di lunga durata coloro che hai unito con legittimo vincolo.
Ed è pure il voto paterno che Noi siamo soliti di rivolgere agli sposi i quali convengono a Roma per implorare la Benedizione Apostolica; benedizione che è il pegno di favori celesti, di pace e di felicità per tutti quei carissimi figli.
Nell’indirizzarlo oggi anche a voi, Ci piace di farvi rilevare l’alto significato di questo augurio profondamente cristiano, preziosa eredità lasciataci dal divino Maestro : Pax vobis.
La pace, fonte di vera felicità, non può venire che da Dio, non può trovarsi che in Dio : « O Signore, tu ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in Te ». Per questo la quiete assoluta, la felicità completa e perfetta non si avrà che in cielo nella visione della divina essenza. Ma anche durante la vita terrena la condizione fondamentale della pace vera e della sana letizia è la dipendenza amorosa e filiale dalla volontà di Dio : tutto ciò che indebolisce, che rompe, che spezza questa conformità e unione di volontà, è in opposizione colla pace: prima di tutto e sopra tutto il peccato. Il peccato è rottura e disunione, disordine e turbamento, rimorso e timore, e coloro che resistono alla volontà di Dio non hanno, non possono avere la pace: « Quis restitit Ei et pacem habuit? » (Iob, IX, 4), mentre la pace è la felice eredità di quelli che osservano le legge di Dio : « Pax multa diligentibus legem Tuam» (Ps., CXVIII, 165).
Sopra questa base solidamente stabilita gli sposi cristiani, i genitori cristiani trovano il principio generatore di felicità e il sostegno della pace nella famiglia. La famiglia cristiana infatti, rifuggendo dall’egoismo e dalla ricerca delle proprie soddisfazioni, è tutta impregnata di amore e di carità; e allora, si dileguino pure le fugaci attrattive dei sensi, cadano pure appassiti l’uno dopo l’altro i fiori della giovanile bellezza, svaniscano pure i fallaci fantasmi dell’immaginazione : rimarrà sempre negli sposi tra loro, nei figli verso i genitori, saldo il vincolo dei cuori, resterà immutato l’amore, il grande animatore di tutta la vita domestica, e con esso la felicità e la pace.
Chi, invece, il sacro rito delle nozze cristiane stima una semplice cerimonia esteriore da osservarsi per seguire una consuetudine, chi vi apporta un’anima in disgrazia di Dio, profanando così il Sacramento di Cristo, inaridisce la sorgente di grazie soprannaturali, che nel disegno mirabile della Provvidenza sono destinate a fecondare il giardino della famiglia e a farvi germogliare insieme ai fiori delle virtù i frutti della vera pace e della gioia più pura.
Famiglie inaugurate nella colpa; alla prima bufera daranno negli scogli, ovvero andranno, come nave abbandonata in balìa delle onde, alla deriva di dottrine che nella proclamata libertà o licenza, preparano il più duro servaggio. I profanatori della famiglia non avranno pace; solo la famiglia cristiana, ossequiente alla legge del Creatore e del Redentore, aiutata dalla grazia, è garanzia di pace. Ecco, o dilettissimi sposi novelli, la portata dell’augurio paterno che Ci erompe fervido e sincero dal cuore : pace con Dio nella dipendenza della Sua Volontà, pace con gli uomini nell’amore della verità, pace con se stessi nella vittoria delle passioni : triplice pace che è la sola vera felicità di cui è possibile godere durante il pellegrinaggio terreno. Auspicio di tanto bene sia la paterna benedizione, che di tutto cuore vi impartiamo.
Parlando ai novelli sposi, a coloro che sono da Dio chiamati quasi a presiedere alle fonti stesse della vita e ne avviano il corso, il pensiero e il Nostro cuore andavano naturalmente al vivace gruppo di bambini, venuti da ogni parte d’Italia a recarCi i frutti del loro primo apostolato ed a raccogliere il premio delle loro vittorie catechistiche e della fedeltà ai loro doveri. Sono i bravi vincitori del Premio di Roma; ma dietro ad essi è tutto un esercito di fanciulli, devoti come loro al Vicario di Gesù Cristo; felici di sentirsi stretti per lui, coi loro compagni che li rappresentano, in una pacifica crociata di preghiere e di fioretti spirituali; anelanti di offrirgli quei loro doni, di prepararsi ad essere nel mondo araldi della sua parola e campioni di vita cristiana.
A questi cari fanciulli, speranze Nostre, come sono della famiglia e della società, Noi vogliamo aprire il Nostro cuore, ricolmo di gratitudine e di affetto, ma sopra tutto pieno di quel desiderio che Gesù espresse un giorno, quando, collocato un bambino in mezzo ai suoi discepoli, sentenziò : « Se non diventerete come questo fanciullo, non entrerete nel Regno dei Cieli » (Matth., XVIII, 3). Il bambino è dunque il modello di tutti i seguaci di Cristo; e il desiderio che pungeva il suo cuore divino era che le virtù del fanciullo rimangano nella vita di tutti, indistintamente.
Intendete bene, cari piccoli, voi, come gli altri, diventerete adulti, progredendo a traverso le varie età dell’uomo, negli anni, nella statura, nel sapere : diventerete colti, ciascuno nel campo della sua vocazione, per dare alla società quello che oggi dalla società ricevete : le vostre forze fisiche, le vostre forze intellettuali, l’ingegno con le sue cognizioni e con la sua dottrina, la volontà con le sue iniziative e coi suoi ardimenti. Ebbene, con tutto questo voi non sarete veramente cristiani, se non in quanto farete così vostre le virtù particolarmente proprie dei piccoli, da non lasciarle più nella vita. Voi amerete l’ubbidienza e la disciplina sempre, anche se altri v’insegnerà che l’uomo è padrone assoluto di se stesso. Vi terrete cara la vostra semplicità, anche se vedrete intorno a voi trionfare l’astuzia e l’inganno. Sarete sinceri con tutti, come adesso con la vostra mamma, anche se vedrete onorati i finti e i bugiardi. Manterrete il vostro cuore come oggi, aperto alla compassione, pieno di dolcezza e di amore per tutti, pronto a dimenticare le offese, anche se vi capiterà di sentire che il male si ripaga col male. Sopra tutto custodirete gelosamente la vostra innocenza, anche se intorno a voi vedrete, forse nelle sue più penose manifestazioni, il peccato, e dentro e fuori di voi sentirete dirvi che la felicità dell’uomo sta nel piacere. Ecco come dovete conservarvi sempre simili ai piccoli per entrare nel Regno dei cieli. E così sarete al tempo stesso nella vita terrena uomini schietti, puri, forti, utili a voi stessi, alla famiglia, alla patria : fedeli al dovere, rotti al sacrificio, capaci di tutti gli eroismi. Tali vi vuole Gesù Cristo. E tali voi volete essere, cari fanciulli, come chiaramente lo dice qui la vostra presenza, e lo conferma il vostro amore della dottrina cristiana, i vostri sforzi per segnalarvi nella scienza della Religione, i vostri fioretti spirituali, l’obolo della vostra carità.
Affinché tali rimaniate sempre, degni figli della Chiesa e della società, e regni ognora nel vostro cuore vivace e piena la vostra candida gioia, Noi chiediamo per voi la particolare assistenza dello Spirito di Amore, e con paterno affetto, memori di quel Gesù che vi predilesse e v’impose le mani, nel nome di Lui vi benediciamo con tutti i vostri compagni qui presenti in spirito, con le vostre e con le loro famiglie, e con tutti coloro che si occupano della vostra formazione cristiana — Delegate, Sacerdoti, membri del Consiglio superiore — ai quali Ci è sommamente grato di esprimere qui la Nostra paterna riconoscenza.
Essi compiono in nome di Gesù Cristo una ben alta missione, irta d’incomodi, di rinunzie, di sacrifizi, e perciò non di minor merito innanzi a Dio che quella a cui consacrano la vita le avanguardie del Vangelo, i Missionari propriamente detti. Con questi Noi li associamo volentieri nel ringraziamento e nella preghiera; e siamo ben lieti che il Capitolo Generale dell’Istituto missionario della Consolata Ci offra qui stesso la simpatica opportunità di vedere in presenza l’uno dell’altro come gli Stati maggiori di due eserciti, i quali, ma in così diverso campo e con armi tanto diverse, combattono con lo stesso spirito, nello stesso augusto Nome, la stessa battaglia.
Salutati e incoraggiati gli uni, Ci è caro esprimere agli altri i sensi della Nostra particolare gratitudine e del Nostro affetto. Nel lavoro pazientemente compiuto per dare nuovo impulso alle loro Missioni secondo le moderne esigenze del tempo e dei luoghi, i membri del Capitolo generale della Consolata Ci danno la prova tangibile della non attenuata vitalità del loro Istituto, della sua ferma volontà di adeguare ai bisogni la sua azione, e del controllo sempre vigile che esso intende esercitare su tutte le forme della propria attività, per assicurare a questa, con maggiore aderenza alle direttive superiori, il maggior rendimento. Dando impulso alle sue Missioni, dove è pur così grande il bene che esso ha fin qui realizzato e va realizzando con tanto onore, l’Istituto della Consolata, oltre che rispondere egregiamente ai suoi santi fini, provvede nel miglior modo al suo più sicuro incremento e alla conservazione di quello spirito di apostolato che esso porta con sé fin dalla cuna e nel quale è la certa garanzia della sua ben fondata esistenza, largamente redditizia nel mistico campo del Padre di Famiglia.
Così, mentre vi ringraziamo, diletti Figli, dei rinnovati propositi di lavoro nell’arduo terreno assegnatovi dalla divina Provvidenza, e Ci congratuliamo col vostro Superiore Generale che, riconfermato in carica, riconferma egli stesso la sua intelligente, amorosa, feconda dedizione all’Istituto, a Dio rivolgiamo la lode e il ringraziamento per il gran bene che da voi tutti si compie e si raccoglie nelle regioni dove le campagne già biancheggiano per la messe (Io., IV, 35) e in quelle dove già miete la falce. Confortati dall’unanime fervore che ha animato il vostro Capitolo generale e dall’esperienza di un passato così produttivo, Noi abbiamo ragione di aspettarCi moltissimo dalla vostra attività a servizio della Chiesa e delle anime. Per essa Ci è grato formare oggi tutti i Nostri voti, chiedendo a Dio che accresca il vostro numero, ma più ancora mantenga integro e puro il vostro spirito; vi dia a tutti un’alta coscienza della vostra sublime vocazione, faccia fiorire in mezzo a voi, a edificazione degli uomini e a gloria di Dio, nelle anime le più belle virtù del Vangelo.
Con questi sentimenti salutiamo il nuovo periodo di lavoro che si apre dinanzi pieno di speranze e di promesse; e nella ferma fiducia che, sotto l’egida della Madre di Dio, da voi teneramente onorata e fatta onorare, tutte le vostre opere continueranno a prosperare e la vostra Famiglia religiosa a santificarsi nel bene, v’impartiamo a tutti, ma con particolare affetto, ai vostri degni e valorosi Vescovi e Prefetti Apostolici qui presenti, al Vostro Superiore Generale, ai vostri confratelli vicini e lontani, a quanti sopra tutto consacrano generosamente nelle Missioni estere le forze e la vita, la paterna propiziatrice Apostolica Benedizione.
Ma ad una terza e speciale classe di missionari, condotti qui dalla amabile Provvidenza, è dovuta altresì la Nostra Benedizione. Sono gli araldi del Vangelo in quello dei suoi settori che tanto meritò le raccomandazioni del divino Maestro : il settore della misericordia corporale (Matth., XXV, 31 e segg.). Colui che in linea di carità fraterna garantì la ricompensa perfino al bicchiere d’acqua fresca dato in suo nome (Matth., X, 42), con la esaltazione delle opere di misericordia conchiuse la sua predicazione propriamente detta (Matth., XXVI, 1), e della assistenza agli infermi fece una delle note discriminatrici della ammissione nel Regno eterno. « Fui infermo — dirà Egli un giorno agli eletti — e veniste a visitarmi ». Leggendo le quali parole non si può non restar commossi — teneramente commossi — al pensiero che nella persona dell’infermo è. Egli stesso, Gesù, il quale riceve dai fratelli il beneficio dell’assistenza, ne tiene nota, e la ricorda per regolare munificamente ogni conto l’ultimo giorno.
Di tutti questi singolari messaggeri della Buona Novella abbiamo qui, rappresentanti autorevoli, le Direttrici di tutte le Scuole-Convitto professionali per infermiere, venute da ogni parte d’Italia per adunanze di carattere tecnico-organizzativo. Sotto le divise sacre o laiche, queste valorose Donne confermano qui l’alta coscienza caritatevole e religiosa a cui intendono ispirarsi nell’esercizio dei loro pietosi doveri.
In perfetta armonia anche in ciò con le particolari direttive della Autorità da cui dipendono, sotto la presidenza di quella augusta e benefica Dama che è S. A. R. la Principessa di Piemonte, esse vogliono fare della loro assistenza agli infermi opera di carità cristiana. Animate cioè dalla Fede in Gesù Cristo e membri vivi del Suo mistico corpo, esse vogliono unire all’azione il sentimento, alla prestazione materiale la compassione fraterna; e sforzandosi di applicare alla loro nobilissima professione i principi cristiani, vogliono essere in tutto degne della divina missione a cui è elevata nel Vangelo l’assistenza ai minimi di Gesù Cristo. A spiriti così compresi non è difficile ricordare la loro dignità e la loro responsabilità. Voi — diciamo volentieri a codeste dilette figlie, presenti e lontane — voi siete le pietose soccorritrici di Cristo nelle sue mistiche membra. Infermo, Egli è affidato alle vostre mani materne, alla vostra femminile delicatezza, alla vostra pietà intelligente, alla vostra felice intuizione dei bisogni di ciascun male, al vostro cuore, che sa e indovina come soffre nell’anima chi langue nel corpo. Poiché Gesù è in ciascun infermo, anche malvagio, anche ignaro di Lui, voi sarete per Lui quello che furono la buona Marta ospitale, la pietosa Veronica, le pie donne di Gerusalemme. Quello che non vi è dato di fare per Gesù nei mistici incontri con Lui nella Santa Comunione, vi è dato di farlo nelle corsie dei vostri ospedali, nelle raccolte camere delle vostre cliniche. Le ore del vostro servizio sono le migliori ore vissute della vostra fede e della vostra pietà; ed è proprio lì, nell’umile dedizione, negli incomodi e nei sacrifizi che questo servizio porta con sé, è lì che voi, Religiose, potete misurare il vostro zelo per la perfezione evangelica, e voi, laiche, il livello della vostra vita religiosa, la sincerità della vostra vita cristiana. «Agnosce, christiane, dignitatem tuam» diremo specialmente a voi, con S. Leone Magno: sappiate riconoscere l’onore che vi è fatto, il singolare sacerdozio a cui la vostra professione d’infermiere v’innalza.
E sappiate riconoscere altresì la vostra responsabilità al cospetto del mondo.
Poiché nelle opere di misericordia è l’essenza stessa del Vangelo (e la prova è nelle parole stesse di Cristo giudice, che non ammetterà nel Regno eterno se non chi ebbe della misericordia il culto pratico), voi, come tutti coloro che più direttamente sono chiamati a sollevare gli afflitti nel corpo e nello spirito, siete le pagine viventi di questo gran Libro divino, destinate cioè a mostrare al mondo che il messaggio di Gesù Cristo non è lettera morta, ma sostanza di vita, sempre attuabile e sempre attuata; ed è rivolta a convertire il mondo dall’egoismo all’amore e a dare — non soltanto a promettere — quel sollievo e quella pace di cui Gesù ha detto: « Venite da me voi tutti che siete travagliati e oppressi da pesi ed io vi ristorerò . . . e troverete pace alle anime vostre ».
Non esitiamo a dirlo : vera, vivente, quotidiana apologia del Vangelo siete voi, o dilette infermiere cattoliche, agli occhi del mondo, che questo Vangelo vorrebbe talvolta mettere fuori della realtà, tra i sogni generosi e le generose utopie. E voi, spose di Cristo, che col vostro abito invitate il mondo a guardare come si attua l’insegnamento di Gesù; dovete sentire pungente questa grande responsabilità; con la vostra dolcezza imperturbabile, con la vostra eroica pazienza, col vostro silenzioso lavoro, volete piegare tutti a riconoscere, segretamente se non sempre palesemente, la verità, la bontà, la bellezza della nostra professione cristiana.
Vi conceda a tutte il Signore di sentire sempre così — altamente, cristianamente — la vostra missione.
E mentre a questo fine salgono a Dio dall’intimo del cuore i Nostri voti, a voi tutte quante siete qui presenti, e alle vostre colleghe di ogni regione, dalle dirigenti alle più umili, impartiamo con animo grato e fiducioso l’Apostolica Benedizione.

Fonte: Riscossa cristiana, 24.1.2016

giovedì 19 marzo 2015

“Non est dúbium, quin bonus et fidélis homo fúerit iste Joseph, cui Mater desponsáta est Salvatóris. Fidélis, inquam, servus, et prudens, quem constítuit Dóminus suæ Matris solátium, suæ carnis nutrítium, solum dénique in terris magni consílii coadjutórem fidelíssimum" (Lect. VI – II Noct.) -SANCTI JOSEPH SPONSI BEATÆ MARIÆ VIRGINIS, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ UNIVERSALIS PATRONI



Nella recensione di Epternach (o Echternach) del martirologio geronimiano, troviamo in questo giorno il natale di un martire, Giuseppe d’Antiochia, che non sembra possibile identificare con il purissimo Sposo della Vergine Immacolata. Al contrario, altri martirologi posteriori, a partire dal X sec., menzionano oggi: In Betlehem sancti Joseph nutritoris Domini, come fa, per es., il martirologio di Farfa. Da questa breve notizia è nata la grande solennità che si celebra in questo giorno da parte della Chiesa cattolica.
In verità, la notizia del martirologio non sembra esatta, in quanto, dopo la nascita del Salvatore in Betlemme, la sacra Famiglia visse a Nazaret. Per cui, è molto probabile che san Giuseppe abbia concluso il suo viaggio terreno prima dell’inizio della missione pubblica di Gesù (infatti, esclusi i c.d. vangeli dell’infanzia, non troviamo più menzione presso gli Evangelisti del Custode della Sacra Famiglia) a Nazaret, dove però non è stata mai trovata la sua tomba, sebbene all’inizio del XX sec. le suore Notre Dame di Nazaret, facendo, non molto lontano dalla Basilica dell’Annunciazione, dei lavori di scavo per il loro convento, abbiano trovato una necropoli, identificando una tomba, che si vorrebbe di san Giuseppe. Ma non vi sono prove su questo. La tomba di san Giuseppe continua ad essere un mistero (cfr. Alessandro Conti Puorger, La prima famiglia uscita dal sepolcro). Va dato conto che grande scalpore ha suscitato la recente notizia, riportata dalla rivista Biblical archaeology review (v. anche qui) circa la recente scoperta a Nazaret di un’abitazione del I sec. d.C. e di due tombe, di cui una – si è supposto – sarebbe di san Giuseppe. Ma ovviamente non ci sono prove in tal senso, sebbene il noto archeologo Padre Manns non esclude che, successive indagini, possano condurre a qualche esito (v. Réflexions en marge d’une découverte archéologique à Nazareth).
Quel che è certo è che a Nazaret, alle spalle della Basilica dell’Annunciazione, sorge la c.d. Chiesa della Nutrizione, che la tradizione afferma sorgere sul luogo in cui visse la Sacra Famiglia (v. qui).
Il mistero della tomba del Padre putativo del Signore ha fatto sorgere la convinzione che san Giuseppe fosse stato assunto in Cielo come Maria, giacché allo stesso era riconosciuta una preminenza ed una regalità sui santi al pari di quella della sua Beatissima Sposa Immacolata (v. qui).



Francisco de Zurbarán, Cristo incorona S. Giuseppe, XVI-XVII sec., Museo de Bellas Artes, Siviglia

Juan de Valdés Leal, Incoronazione di S. Giuseppe, 1665-70

Ecco quanto scriveva, sul punto, san Francesco di Sales nel suo Sur les vertues de st. Joseph ed anche Entretien XIX (édit. d’Annecy, t. VI, p. 363): «Che ci resta da dire ormai se non che questo glorioso Santo ha tanto credito nel Cielo presso Colui che lo ha tanto favorito elevandolo al cielo in corpo ed anima; e ciò è tanto più probabile in quanto noi non abbiamo di lui nessuna reliquia qui in terra: e mi sembra che nessuno possa dubitare di questa verità. Come infatti avrebbe potuto rifiutare questa grazia a S. Giuseppe Colui che gli era stato obbediente tutto il tempo della sua vita? Senza dubbio, quando Nostro Signore discese al Limbo, Giuseppe gli parlò così: “Mio Signore, ricordatevi, per favore, che quando veniste dal cielo in terra, io vi ricevetti nella mia casa, nella mia famiglia; e da quando foste nato, io vi accolsi tra le mie braccia. Ora dunque che voi dovete andare al Cielo, portatemi con voi. Se vi ricevetti nella mia famiglia, ricevetemi nella vostra, poiché voi ci andate. Se vi ho portato nelle mie braccia, ora prendetemi sulle vostre e come ho avuto cura di nutrirvi e condurvi nel corso della vostra vita mortale, abbiate cura di me e conducetemi nella vita immortale” .... Se è vero che noi dobbiamo credere, in virtù del Santissimo Sacramento che riceviamo, che i nostri corpi risusciteranno il giorno del Giudizio, come potremmo dubitare che Nostro Signore abbia fatto salire al Cielo questo glorioso San Giuseppe che aveva avuto l’onore e la grazia di portarlo così spesso tra le sue braccia? Egli è dunque in Cielo, in corpo e anima: quanto a me, non ne dubito. Come saremo felici di meritare di avere parte alle sue sante intercessioni!» (Cfr. André Doze, Les intuitions de S. Francois de Sales sur le mystère desaint Joseph, in Cahiers de Josefologie, 28 (1990), pp. 211-244).
Alla stessa idea sembrava credere lo stesso Giovanni XXIII, che, nell’omelia pronunciata nel maggio 1960 per la canonizzazione di san Gregorio Barbarigo, si riferiva prudentemente alla “pia credenza”, cioè all’idea antica secondo la quale sia san Giovanni Battista sia san Giuseppe sarebbero già risorti in corpo e anima e sarebbero entrati con Gesù in Cielo, all’Ascensione. Il Pontefice si riferiva, ovviamente, ai misteriosi versetti di Matteo in base ai quali «... e i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E, uscendo dai sepolcri, entrarono nella Città Santa e apparvero a molti» (Mt 25, 52 s.) (cfr. Giovanni XXIII, Omelia in occasione della Canonizzazione di san Gregorio Barbarigo, Solennità dell’Ascensione, Basilica Lateranense, 26 maggio 1960).
Questo pensiero era anche condiviso da san Bernardino da Siena (v. Giovanni Crisostomo Trombelli, Vita, e culto di San Giuseppe, Sposo di Maria Vergine, e Padre putativo di Gesù Cristo Salvator Nostro, Bologna 1767, pp. 174-175; Amadio Maria da Venezia, Vita di S. Bernardino da Siena, etc., Roma 1826, p. 177; Celestino Piana, San Bernardino da Siena teologo, in Aa. Vv., S. Bernardino da Siena. Saggi e ricerche pubblicate nel quinto centenario della morte (1444-1944), ed. Vita e Pensiero, Milano 1945, pp. 137 ss., partic. pp. 199-200), dal Suarez (In Som. S. Thomae, 111a, q. XXIX, disp. VIII, sect. II, edit. Vivès, t. XIX, p. 128), e da teologi come A. H. Lépicier nel suo Tractatus de s. Ioseph, III ed., Roma 1933.
Una consolante credenza per noi rimasti quaggiù, che, però, l’Enciclopedia Cattolica non sembra avvalorare. Per essa, infatti, «nel testo biblico citato, ... secondo la migliore interpretazione, si tratta di una risurrezione transitoria non perenne, di alcuni giusti al tempo della morte di Cristo» (v. G. Stano, voce Giuseppe, santo). In senso analogo è la corrispondente voce del celebre Dictionnaire de Théologie Catholique, per il quale «La théologie ne dispose d’aucun moyen pour contrôler la valeur de ces hypothèses superposées» (v. qui e qui).
La devozione a san Giuseppe si è sviluppata nel popolo cristiano in maniera così sorprendente e secondo leggi così ammirabili che è impossibile non riconoscerne l’opera della divina Provvidenza.
Conveniva che, durante i primi tre secoli, la divinità del Redentore risplendesse in tutto il suo fulgore sul mondo idolatra. Anche le prime feste dell’anno liturgico furono quelle che si ricollegavano al mistero della salvezza del mondo, come la Pasqua, l’Epifania ed il santo Battesimo. Quando il primo pericolo politeista e l’eresia ariana furono sconfitte, la teologia si soffermò di preferenza a studiare i rapporti esistenti tra la natura divina e la natura umana nell’unica persona del Redentore: è così che nacquero le feste che riguardano principalmente la santa umanità di Gesù, come il Natale, la Presentazione al tempio, la Dormizione della Santissima Vergine.
Fu questa l’età d’oro della teologia mariana, inaugurata dal Concilio di Efeso e che, durante tutto l’Alto Medioevo, fu l’ispiratrice feconda di feste, di processioni, di basiliche e di monasteri dedicati alla Madre di Dio, tanto che il culto di Nostra Signora si unì alla fede cattolica a tal punto da divenirne una precisa caratteristica. Le più antiche pitture cristologiche delle catacombe rappresentavano già il bambino Gesù sulle ginocchia di sua Madre e la pietà della Chiesa continua ad adorarlo tra le braccia di Maria. Il cattolico sa che Maria è il capolavoro della creazione e che l’onore che le viene reso risale sino a Dio. Egli sa che Gesù stesso, quale suo Figlio, vuol essere in obbligo di onorarla e di amarla infinitamente; perciò il fedele, onorando ed amando Maria, sa anche che non fa altro che seguire, sebbene lontanissimo, è vero, l’esempio stesso di Gesù.
Ma, dopo Maria, viene colui che, pur non essendo totalmente il padre di Gesù, ebbe, nondimeno, su di Lui una vera autorità paterna. Questi è Giuseppe, che non fu semplicemente padre putativo del Salvatore nel senso che i giudei, ignorando il mistero dell’Incarnazione, credevano Gesù suo figlio; ma anche fu il vero depositario dell’autorità del Padre Eterno, investito per questo della patria potestas in seno alla santa Famiglia di Nazaret. L’Angelo non trasmette dunque gli ordini del Signore, relativi alla fuga in Egitto ed al ritorno in Palestina, a nessun altro che a Giuseppe: è lui che, con Maria, impose al divino Infante il nome di Gesù; è lui che si impegnò a partire per l’esilio con la sua purissima Sposa; è ugualmente su di lui che pesa la responsabilità della vita della santa Famiglia. E poiché, nella santa casa di Nazaret, sotto l’autorità paterna di Giuseppe, Dio volle consacrare le primizie della Chiesa, è a buon diritto che quest’ultima riconosce e venera come suo Patrono speciale il primo capo di questa famiglia di Dio sulla terra, san Giuseppe appunto.
Il culto liturgico verso questo grande patriarca – l’ultimo dei Patriarchi dell’Antico Testamento e che non a caso, come questi, viene definito «uomo giusto» - assunse uno sviluppo considerevole nel XV sec., grazie soprattutto a santa Brigida di Svezia, a Giovanni (Jean) Gerson ed a san Bernardino da Siena. Il papa francescano Sisto IV inserì la sua memoria nel Breviario romano con il rango di festa semplice; Clemente IX l’elevò al rito doppio e Gregorio XV ne fece una festa di precetto. Infine, Pio IX attribuì a san Giuseppe il titolo di Patrono della Chiesa cattolica.
Roma cristiana, oltre una splendida cappella consacrata a san Giuseppe nella basilica vaticana, ha dedicato a questo glorioso patriarca, il più sublime tra i santi perché fu, in ragione delle sue funzioni, il più vicino a Maria ed a Gesù, molte chiese e cappelle. Tra le più antiche, si devono menzionare la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami sulla Custodia Mamertini, nel Foro romano (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 540); San Giuseppe ad caput domorum, presso la porta Pinciana (ibidem, p. 301); San Giuseppe alla Lungara, nella città Leonina (ibidem, pp. 655-656); Santi Giuseppe ed Orsola, annessa al monastero delle Agostiniane dette delle Orsoline, alla via Vittoria (ibidem, p. 339); San Giuseppe de linea, eretta un tempo dalla famosa Vittoria Colonna, ma oggi distrutta (ibidem, p. 469); San Giuseppe ai piedi del Collis hortorum, in piazza di Spagna (ibidem, p. 342); San Giuseppe di Cluny, in via Poliziano, presso la più nota via Merulana; San Giuseppe sulla via Nomentana (Massimo Alemanno, Le chiese di Roma moderna, vol. I, Il centro e i quartieri di Roma nord, Armando Editore, Roma 2004, pp. 119–121); San Giuseppe al Quartiere Trionfale; ecc.
È probabile che la scelta del mese di marzo per la festa che si istituì tardivamente in onore di san Giuseppe, fu motivato dalla commemorazione che, durante la santa Quarantena, la Chiesa fa dell’antico patriarca Giuseppe, il cui l’elogio, pronunciato da sant’Ambrogio, si legge dopo il II Notturno della III Domenica di Quaresima: Ex libro S. Ambrosii Episcopi, de Sancto Ioseph.
La messa è improntata sul Comune dei Confessori e su altre messe più antiche del Sacramentario. La scelta denota d’altronde buon gusto liturgico.
Il Vangelo odierno (Mt 1, 18-21) è quello della Vigilia di Natale: bisogna notarvi che, secondo l’ordine dell’Angelo, Giuseppe, a titolo di rappresentante dell’Eterno Padre, ed in segno della patria potestas sul Verbo incarnato, gli impose il nome di Gesù e, con il nome, gli affidò la missione di riscattare il genere umano mediante l’obbedienza sino al sacrificio del Calvario. San Giuseppe entra così nei disegni di salvezza di Dio e fa parte di un piano magnifico dell’incarnazione del Verbo.
La preghiera sull’oblazione ha oggi un senso speciale, poiché l’offerta inaugurale dell’ostia che presentiamo a Dio sul santo altare, fu compiuta per la prima volta nel tempio di Gerusalemme, quando, quaranta giorni dopo Natale, Maria e Giuseppe portarono il Verbo incarnato nel tempio: ut sisterent eum Domino.
Il prefazio è pur esso proprio ed è stato approvato da Benedetto XV.
Come l’antico Giuseppe custodì il grano che doveva salvare l’Egitto durante i sette anni di carestia, così lo Sposo purissimo della Vergine Maria custodì contro la crudeltà di Erode il vero Pane della vita eterna, che dà la salvezza al mondo intero. Tale è ancora oggi la missione di Giuseppe in cielo ed è per questo che la Chiesa domanda con insistenza che la sua potente intercessione custodisca nelle anime la vita mistica di Gesù, mediante la corrispondenza fedele alla grazia.
Ci sia permesso concludere con un dettaglio. Nel Vangelo matteano, come ricordato da Vito Abbruzzi, san Giuseppe viene definito “vir iustus”, non già “senex”, come, invece, ad es., lo considerava san Bernardino da Siena (v. qui). Ora san Girolamo, che era un ciceroniano puro, parlando di questo termine affermava che, quando prese in moglie Maria (secondo la liturgia tradizionale della Chiesa il 23 gennaio) e poi nacque Gesù, egli era un uomo nel suo pieno fulgore, anche sessuale, era pienamente viripotente, era appunto “vir”. L’evangelista non usa il termine senex. Per cui l’iconografia, soprattutto occidentale e per lo più barocca (anche se non solo), che rappresentava san Giuseppe come un anziano, non appare biblicamente fondata. Diversamente san Giuseppe non avrebbe richiesto una moglie, ma una badante! Pertanto, perché vir e perché iustus può escludersi che non fosse sposato/vedovo di un precedente matrimonio. Il che squalifica gli apocrifi che vorrebbero che i c.d. fratelli di Gesù fossero figli di un precedente matrimonio di Giuseppe (v. Vito Abbruzzi, San Giuseppe: “mezzo uomo” o “uomo giusto”?, in questo blog).

Bartolomé Esteban Murillo, S. Giuseppe conduce Gesù Bambino per mano, 1670-75 circa, Hermitage, San Pietroburgo

Guido Reni, S. Giuseppe ed il Bambino, 1620 circa, Hermitage, San Pietroburgo

Guido Reni, S. Giuseppe ed il Bambino, 1640 circa, Museum of Fine Arts, Houston

Guercino, S. Giuseppe, XVII sec., Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze

Francisco de Goya y Lucientes, Transito o morte di S. Giuseppe, 1787, Monasterio S. Joaquín y Sta. Ana, Valladolid

Clemente de Torres, S. Giuseppe ed il Bambino Gesù, XVII sec., Hermitage, San Pietroburgo

Gaspar Miguel de Berrío, Patronato di S. Giuseppe, 1737, Museo Nacional de Bellas Artes, Santiago del Cile

Lodovico Pogliaghi, S. Giuseppe col Bambino, Chiesa di San Gervasio e Protasio, Trezzo sull’Adda (Milano)


Tommaso Lorenzone, S. Giuseppe col Bambino e la Vergine, 1869, Basilica di Maria Ausiliatrice, Valdocco, Torino