Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 27 agosto 2015

San Teodoro Studita e il “Sinodo dell’adulterio”

Più di un anno fa avevamo parlato già della vicenda di san Teodoro Studita e del c.d. scisma moechianico (v. qui). Ora al tema ha dedicato uno scritto anche il prof. De Mattei, tradotto in inglese da Rorate caeli, e rilanciato anche da Il Timone.
In ogni caso, in vista del prossimo Sinodo di ottobre, il cui scopo è dichiaratamente quello di tentare di cambiare i fondamenti dell'etica cattolica come osservato da un attento osservatore (v. qui) e contro cui un ruolo significativo sarà svolto dalla Chiesa d'Africa (v. qui la dichiarazione del card. Sarah), il fronte dei cardinali e vescovi ortodossi e fedeli alla dottrina si sta vieppiù allargando con la stampa di un volume nei prossimi giorni scritto a più mani da ben undici cardinali ed edito dalla senese Cantagalli. La notizia era già stata da noi data alcuni giorni addietro (v. qui) ed oggi riceve ulteriori dettagli, come ci racconta Corrispondenza romana (la notizia in inglese è qui e qui), che non manca peraltro di sottolineare come durante l’evento sinodale si vedrà riconosciuta la santità dei coniugi Martin, genitori di Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto santo (v. l’articolo di Cristina Siccardi).
Nel frattempo, è significativo che il primo intervento al Sinodo sarà quello dello Spirito Santo, come ha ironizzato Sandro Magister, giacché le letture della messa del giorno di apertura dell’evento – il 4 febbraio – saranno quelle della XXVII domenica del Tempo ordinario anno B, vale a dire il testo di Mc. 10, 2-12 (v. qui. La notizia è ripresa anche da Riscossa cristiana) e la prima lettura il testo di Gen. 2, 18-24. Insomma, il Signore dirà la sua, con la speranza che i novatori non facciano finta di non aver compreso … .

San Teodoro Studita e il “Sinodo dell’adulterio”

di Roberto de Mattei

Col nome di “Sinodo dell’adulterio” è entrata nella storia della Chiesa un’assemblea di vescovi che, nel IX secolo, volle approvare la prassi del secondo matrimonio dopo il ripudio della legittima moglie. San Teodoro Studita (759-826), fu colui che con più vigore vi si oppose e per questo fu perseguitato, imprigionato e per ben tre volte esiliato.
Tutto iniziò nel gennaio 795 quando l’imperatore romano di Oriente (basileus) Costantino VI (771-797) fece rinchiudere la moglie Maria di Armenia in monastero e iniziò una illecita unione con Teodota, dama d’onore della madre Irene. Pochi mesi dopo l’imperatore fece proclamare “augusta” Teodota, ma non riuscendo a convincere il patriarca Tarasio (730-806) a celebrare il nuovo matrimonio, trovò finalmente un ministro compiacente nel prete Giuseppe, igumeno del monastero di Kathara, nell’isola di Itaca, che benedisse ufficialmente l’unione adulterina.
San Teodoro, nato a Costantinopoli nel 759, era allora monaco nel monastero di Sakkudion in Bitinia, di cui era abate lo zio Platone, venerato anche lui come santo. Teodoro ricorda che l’ingiusto divorzio produsse un profondo turbamento in tutto il popolo cristiano: concussus est mundus (Epist. II, n. 181, in PG, 99, coll. 1559-1560CD) e, assieme a san Platone, protestò energicamente, in nome dell’indissolubilità del vincolo. L’imperatore deve ritenersi adultero – scrisse – e perciò deve ritenersi gravemente colpevole il prete Giuseppe per avere benedetto gli adulteri e per averli ammessi all’Eucarestia. «Incoronando l’adulterio», il prete Giuseppe si è opposto all’insegnamento di Cristo e ha violato la legge divina (Epist. I, 32, PG 99, coll. 1015/1061C). Per Teodosio era da condannare altresì il patriarca Tarasio che, pur non approvando le nuove nozze, si era mostrato tollerante, evitando sia di scomunicare l’imperatore che di punire l’economo Giuseppe.
Questo atteggiamento era tipico di un settore della Chiesa orientale che proclamava l’indissolubilità del matrimonio ma nella prassi dimostrava una certa sottomissione nel confronti del potere imperiale, seminando confusione del popolo e suscitando la protesta dei cattolici più ferventi. Basandosi sull’autorità di san Basilio, Teodoro rivendicò la facoltà concessa ai sudditi di denunciare gli errori del proprio superiore (Epist. I, n. 5, PG, 99, coll. 923-924, 925-926D) e i monaci di Sakkudion ruppero la comunione con il patriarca per la sua complicità nel divorzio dell’imperatore. Scoppiò così la cosiddetta “questione moicheiana” (da moicheia= adulterio) che pose Teodoro in conflitto non solo con il governo imperiale, ma con gli stessi patriarchi di Costantinopoli. È un episodio poco conosciuto sul quale, qualche anno fa, ha sollevato il velo il prof. Dante Gemmiti in un’attenta ricostruzione storica, basata sulle fonti greche e latine (Teodoro Studita e la questione moicheiana, LER, Marigliano 1993), che conferma come nel primo millennio la disciplina ecclesiastica della Chiesa d’Oriente rispettava ancora il principio dell’indissolubilità del matrimonio.
Nel settembre 796, Platone e Teodoro, con un certo numero di monaci del Sakkudion, furono arrestati, internati e poi esiliati a Tessalonica, dove giunsero il 25 marzo 797. A Costantinopoli però il popolo giudicava Costantino un peccatore che continuava a dare pubblico scandalo e, sull’esempio di Platone e Teodoro, l’opposizione aumentava di giorno in giorno. L’esilio fu di breve durata perché il giovane Costantino, in seguito a un complotto di palazzo, fu fatto accecare dalla madre che assunse da sola il governo dell’impero. Irene richiamò gli esiliati, che si trasferirono nel monastero urbano di Studios, insieme alla gran parte della comunità dei monaci di Sakkudion. Teodoro e Platone si riconciliarono con il patriarca Tarasio che, dopo l’avvento di Irene al potere, aveva pubblicamente condannato Costantino e il prete Giuseppe per il divorzio imperiale. Anche il regno di Irene fu breve. Il 31 ottobre 802 un suo ministro, Niceforo, in seguito a una rivolta di palazzo, si proclamò imperatore. Quando poco dopo morì Tarasio, il nuovo basileus fece eleggere patriarca di Costantinopoli un alto funzionario imperiale, anch’egli di nome Niceforo (758-828). In un sinodo da lui convocato e presieduto, verso la metà dell’806, Niceforo reintegrò nel suo ufficio l’egumeno Giuseppe, deposto da Tarasio. Teodoro, divenuto capo della comunità monastica dello Studios, per il ritiro di Platone a vita di recluso, protestò vivamente contro la riabilitazione del prete Giuseppe e, quando quest’ultimo riprese a svolgere il ministero sacerdotale, ruppe la comunione anche con il nuovo patriarca.
La reazione non tardò. Lo Studios venne occupato militarmente, Platone, Teodoro e il fratello Giuseppe, arcivescovo di Tessalonica, vennero arrestati, condannati ed esiliati. Nell’808 l’imperatore convocò un altro sinodo che si riunì nel gennaio 809. Fu quello che, in una lettera dell’809 al monaco Arsenio, Teodoro definisce “moechosynodus”, il “Sinodo dell’adulterio” (Epist. I, n. 38, PG 99, coll. 1041-1042c). Il Sinodo dei vescovi riconobbe la legittimità del secondo matrimonio di Costantino, confermò la riabilitazione dell’egumene Giuseppe e anatemizzò Teodoro, Platone e il fratello Giuseppe, che fu deposto dalla sua carica di arcivescovo di Tessalonica. Per giustificare il divorzio dell’imperatore, il Sinodo utilizzava il principio della “economia dei santi” (tolleranza nella prassi). Ma per Teodoro nessun motivo poteva giustificare la trasgressione di una legge divina. Richiamandosi all’insegnamento di san Basilio, di san Gregorio di Nazianzo e di san Giovanni Crisostomo, egli dichiarò priva di fondamento scritturale la disciplina dell’“economia dei santi”, secondo cui in alcune circostanze si poteva tollerare un male minore – come in questo caso il matrimonio adulterino dell’imperatore.
Qualche anno dopo l’imperatore Niceforo morì nella guerra contro i Bulgari (25 luglio 811) e salì al trono un altro funzionario imperiale, Michele I. Il nuovo basileus richiamò dall’esilio Teodoro, che divenne il suo consigliere più ascoltato. Ma la pace fu di breve durata. Nell’estate dell’813, i Bulgari inflissero a Michele I una gravissima sconfitta presso Adrianopoli e l’esercito proclamò imperatore il capo degli Anatolici, Leone V, detto l’Armeno (775-820). Quando Leone depose il patriarca Niceforo e fece condannare il culto delle immagini, Teodoro assunse la guida della resistenza contro l’iconoclastia. Teodoro infatti si distinse nella storia della Chiesa non solo come l’oppositore al “Sinodo dell’adulterio”, ma anche come uno dei grandi difensori delle sacre immagini durante la seconda fase dell’iconoclasmo. Così la domenica delle Palme dell’815 si poté assistere ad una processione dei mille monaci dello Studios che all’interno del loro monastero, ma bene in vista, portavano le sante icone, al canto di solenni acclamazioni in loro onore. La processione dei monaci dello Studios scatenò la reazione della polizia. Tra l’815 e l’821, Teodoro fu flagellato, incarcerato ed esiliato in diversi luoghi dell’Asia Minore. Alla fine poté tornare a Costantinopoli, ma non nel proprio monastero. Egli allora si stabilì con i suoi monaci dall’altra parte del Bosforo, a Prinkipo, dove morì l’11 novembre 826.
Il “non licet” (Mt 14, 3-11) che san Giovanni Battista oppose al tetrarca Erode, per il suo adulterio, risuonò più volte nella storia della Chiesa. San Teodoro Studita, un semplice religioso che osò sfidare il potere imperiale e le gerarchie ecclesiastiche del tempo, può essere considerato uno dei protettori celesti di chi, anche oggi, di fronte alle minacce di cambiamento della prassi cattolica sul matrimonio, ha il coraggio di ripetere un inflessibile non licet.

Fonte: Corrispondenza romana, 26.8.2015

martedì 17 giugno 2014

Seconde nozze, San Teodoro Studita e scisma moechianico


Seconde nozze, San Teodoro Studita
e scisma moechianico

1. All’udienza generale del 27 maggio 2009, nel tracciare la figura di San Teodoro Studita, celebre monaco orientale dell’VIII-IX sec., papa Benedetto XVI accennava al coinvolgimento del Santo in una complessa vicenda nuziale: «… Fu ordinato sacerdote dal patriarca Tarasio, ma ruppe poi la comunione con lui per la debolezza dimostrata nel caso del matrimonio adulterino dell’imperatore Costantino VI».
Quel matrimonio riveste per noi un’importanza significativa, che, nell’attuale dibattito sulle seconde nozze, che abbiamo già avviato, su questo blog, nei giorni scorsi, non si può ignorare. 
Ruolo centrale ed emblematico nell’intera vicenda fu assunto dall’imperatrice Irene, personaggio alquanto enigmatico, ambiziosa, amante del potere (τ φίλαρχον), e, sotto molti aspetti, abbastanza sulfureo. Ella, nonostante si presentasse come la vera trionfatrice dell’ortodossia cattolica al II Concilio di Nicea (787), tanto da essere salutata, nella seduta conclusiva del Concilio, assieme al figlio, l’imperatore Costantino VI, come “nuovi Costantino ed Elena”; ed avesse voluto l’ascesa alla sede episcopale di Costantinopoli ed al trono di S. Andrea, da laico, di S. Tarasio, che era stato il suo segretario, colto, esperto, abile, prudente e sensibile, ebbene, nonostante tutto ciò fu proprio grazie ad Irene se venne a crearsi un vero e proprio scisma all’interno della Chiesa di Costantinopoli per oltre un quindicennio.

2. L’imperatrice Irene, per favorire un’alleanza politica con il regno dei Franchi di Carlo Magno ed una piena concordia con la Chiesa di Roma, retta da papa Adriano I, fece fidanzare, dapprima, Costantino VI con la figlia maggiore del re franco, Rotrude. La trattativa durò circa sei anni, ma, forse per l’opposizione di Carlo o per quella dell’imperatrice resasi conto che l’ascesa al trono di una barbara – tale era considerata dai bizantini la famiglia carolingia! – non era gradita al suo popolo, il fidanzamento fu rotto, sebbene con molto rammarico dell’imperatore Costantino.
Questi fu costretto, quindi, controvoglia, a sposare Maria di Paflagonia, detta anche Maria d’Armenia o d’Amnia, nipote di S. Filarete l’Elemosiniere.
Da questo matrimonio, celebrato nel 788, nacquero due figlie, Eufrosina ed Irene.
Nel frattempo, l’imperatore s’invaghiva della cortigiana Teodota o Teodora, dama di corte della madre Irene. Stando alla ricostruzione dello storico S. Teofane il Confessore, fu proprio l’imperatrice Irene, con un’astuzia quasi diabolica, a spingere il figlio a disamorarsi dell’avvenente consorte, calunniandola e facendogli sospettare persino un avvelenamento ordito dalla moglie. Fu così che Costantino VI, che già frequentava le stanze di Teodota, decise di ripudiare, nel 795, Maria, facendola rinchiudere con le figlie in un monastero. Sebbene non possa dimostrarsi storicamente che fosse stata Irene a spingere Teodota a sedurre il figlio, tuttavia la natura sinistra della personalità dell’imperatrice lo rende plausibile, stante la volontà della donna di esercitare un pieno controllo del potere e della vita del figlio.
Sta di fatto, in ogni caso, che, allontanata Maria, l’imperatore era fermamente intenzionato a sposare, in seconde nozze, Teodota. Ciò poneva alla Chiesa diversi problemi: la legittimità del ripudio, il diritto alle seconde nozze e l’atteggiamento dinanzi alla possibile bigamia. Il patriarca Tarasio scelse all’inizio di vietare decisamente le nozze imperiali, supportato dal partito monastico, iconodulo, che non aveva gradito la mitezza dei canoni niceni verso i vescovi iconoclasti e cercava, in tale circostanza, un’occasione per imporre con rigore la legge canonica. L’imperatore, però, irruente come i suoi avi ma munito di minor acume politico, sorvolò sul divieto e fece celebrare, quello stesso anno, in pompa magna, il matrimonio tra lui e Teodata dal sacerdote Giuseppe, economo del patriarcato (di Santa Sofia) ed igumeno del monastero di Kathara, nell’isola di Itaca, arrivando a fregiare la seconda moglie del titolo di “augusta”. L’opinione pubblica ne fu indignata.

3. Nel frangente ora descritto emersero le voci profetiche più veementi di opposizione alle seconde nozze imperiali rappresentate dai santi monaci Teodoro Studita e Platone, igumeno (abate) del Saccudion, in Bitinia, e zio di Teodoro, i quali peraltro erano pure imparentati con Teodota.
Era iniziata la Disputa moechianica, da μοιχεία, che in greco significa adulterio.
Per Teodoro, Costantino VI aveva dato luogo ad un «miserandum spectaculum». Narra il Baronio che lo Studita rimproverò l’imperatore «in ejus præsentia, et in conspectu omnium excomunicationis fulminavit Sententiam» per evitare che l’esempio imperiale fosse emulato dal popolo, giacché, come insegnò in seguito anche il Concilio di Trento, nella sua XIII sessione, nell’esordio del decr. De Reform., «Est diligentis, et pii Sanctinque Pastoris Officium morbis omnium lenia primum adhibere fomenta; post ubi morbis gravitas ita postulat, ad acriora, et graviora remedia descendere, sin autem ne ea quidem proficient illis submovendis, caeteras saltem oves a contagionis periculo liberare».
Il patriarca Tarasio, tuttavia, non assunse alcun provvedimento contro il sacerdote Giuseppe, tanto che da far ipotizzare che questi avesse agito su suo mandato (cosa, per la verità, non sostenibile perché il patriarca lo punì diversi anni dopo la caduta dell’imperatore Costantino VI), né scomunicò il basileus adultero e la moglie. La Vita di papa Leone III sottolinea «... cumque Tarasius Constantinopoli adulterum non excommunicaret, ipse piorum consortio habitus est indignus: qui vero cum Theodoro Studita adulterum imperatorem redarguerant, in exsilium ablegati fuerunt».
Il prelato, in realtà, aveva agito spinto dall’oikonomia, vale a dire, in fondo, la Realpolitik ecclesiastica bizantina, che si basava sulla convinzione che si potesse eludere la lettera della legge per il bene ultimo della Chiesa (l’imperatore minacciava di tornare all’iconoclastia!) e per la salvezza del singolo. Questa si contrapponeva all’acribia, cioè all’applicazione rigorosa dei sacri canoni, ed alla theologhia, ovvero all’integrità della fede, sostenute da Teodoro, che, nella sua lettera a Euprepiano, in effetti, scriveva: «O l’imperatore è Dio, perché soltanto la divinità non è soggetta alla legge, o vi è anarchia e rivoluzione. Infatti, come vi può essere pace se non vi è una legge valida per tutti, se l’imperatore dunque può soddisfare i propri desideri – ad esempio commettere un adulterio o accettare eresie – mentre è proibito ai suoi sudditi di comunicare con l’adultero o con l’eretico?».
Più tardi, in una missiva al monaco Simeone, nell’anno 808, il Santo monaco così si esprimeva: «… L’imperatore deve ritenersi adultero e perciò va condannato e gravemente colpevole deve ritenersi il prete Giuseppe per aver benedetti gli adulteri e per averli ammessi all’Eucarestia; ed è da condannare altresì il patriarca Tarasio, che non ha scomunicato Costantino, e con lui va rotta la comunione perché tollerante con l’imperatore. …». A questa rottura alludeva il papa Benedetto XVI.
L’imperatore, a causa dell’opposizione suscitata dalle sue nozze, cercò dapprima, con lusinghe, di rabbonire il partito dei monaci, che si ritrovavano nella posizione di Teodoro e Platone. Non riuscendovi perché questi incarnavano lo spirito che fu proprio, in seguito, di Ildebrando di Soana, futuro Gregorio VII, alieno a qualsiasi forma di compromesso, scomunicò Teodoro e Platone, li fece arrestare, facendone dei martiri ed, in seguito, li bandì. I due monaci – ed il loro partito – allora avviarono una lotta senza quartiere contro il conformismo ecclesiastico incarnato, per loro, da Tarasio e contro la prevaricazione dello Stato nei confronti non solo del dogma, ma anche della legislazione ecclesiastica. La vicenda matrimoniale divenne, come accadde in altre e numerose circostanze, una questione di libertà della Chiesa.
La simpatia del popolo verso il partito dei monaci si accrebbe e ciò alienò ancor più la figura dell’imperatore, che fu additato come “nemico di Cristo”, venendosi a trovare praticamente isolato.
Lo stesso papa Leone III, che era succeduto ad Adriano I, informato tempo dopo della vicenda, elogiò il partito degli Studiti per la fermezza e la prudenza dimostrate. 
Ne approfittò Irene, la quale riuscì laddove anche Agrippina Minore aveva fallito con Nerone, perché da questi battuta sul tempo: il 15 agosto 797, giorno dell’Assunzione della Vergine, mentre il popolo venerava la Madre di Dio salita al cielo, la madre dell’imperatore scendeva agli inferi ordinando la pena convenzionale dell’accecamento del figlio nella sala di porpora, detta appunto Porphýra, del Magnum Palatium, quella stessa dov’era nato ventisette anni prima, toccando così il punto più basso della depravazione morale nella storia politica bizantina. Di lì a poco il giovane imperatore sarebbe morto per le ferite ricevute. Nessuno sorse a vendicare il sovrano (sebbene, secondo alcuni storici, Costantino VI sarebbe sopravvissuto ad Irene e sarebbe stato rinchiuso in un lussuoso palazzo con la moglie, da cui avrebbe avuto un secondo figlio). Sua moglie, Teodota, fu condannata per adulterio. Suo figlio, Leone, fu diseredato. Platone e Teodoro furono richiamati dall’esilio. Tarasio fu costretto a scomunicare il prete Giuseppe e ad allontanarlo.

4. Salito al trono, grazie ad una congiura, nell’802, l’imperatore bizantino Niceforo I il Logoteta la politica imperiale mutò. Alla morte di Tarasio, il nuovo sovrano insediò sul soglio patriarcale S. Niceforo di Costantinopoli (12 aprile 806), sostenitore dell’oikonomia, colto, autore di molte opere teologiche anche iconodule, proveniente dal laicato, già funzionario nelle segreteria imperiale e collaboratore di Tarasio. Sebbene fosse poi canonizzato dalla Chiesa, la sua scelta suscitò la reazione di coloro che appoggiavano Teodoro.
Su indicazione imperiale, il nuovo Patriarca convocò un sinodo, nel gennaio 809, per riammettere il prete Giuseppe nelle sue funzioni sacerdotali e reintegrarlo nel suo ruolo, riabilitare Teodota e far riconoscere la legittimità delle seconde nozze di Costantino VI. Chiaro era l’intento politico perseguito dall’imperatore Niceforo: far dichiarare quale usurpatrice l’imperatrice Irene, che aveva rovesciata; farsi riconoscere la legittimità del titolo imperiale acquisito; imporsi come colui che depone i tiranni ed, infine, porre l’imperatore quale legibus solutus.
Sottovalutò, però, l’opposizione studita (di Teodoro e dei monaci a lui vicini), che non riconobbe quei canoni conciliari e ruppe con Niceforo come aveva fatto con Tarasio.
L’imperatore, perciò, iniziò a perseguitarli e bandì nuovamente Teodoro. 
Anni dopo, quando salì al trono imperiale Michele I Rangabe, acclamato nell’ippodromo quale basileus ed incoronato poco dopo da Niceforo (2 ottobre 811), il nuovo imperatore, spiacendo al Patriarca, richiamò dall’esilio i monaci studiti e fece di Teodoro il suo consigliere politico; annullò gli atti del concilio dell’809 e fece nuovamente ricondannare il prete Giuseppe, in un apposito nuovo sinodo. Queste decisioni avvennero proprio quando l’impero bizantino si conciliava con Carlo Magno, al quale, nell’812, l’imperatore Michele riconobbe il titolo imperiale, ma non la sovranità sui Romani in quanto tali. Era, tuttavia, implicito, giacché Carlo possedeva Roma. In ogni caso, il Rangabe si era riconciliato anche col papato. Fu una riconciliazione di breve durata. Ma questa è un’altra storia.
Lo scisma moechianico trovava così la sua definitiva composizione, venendo sancito, perciò, il definitivo trionfo di S. Teodoro Studita, impostosi sia come difensore dell’ortodossia contro l’eresia iconoclasta, ma anche della santità del matrimonio e della morale familiare.

Augustinus Hipponensis