Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 19 gennaio 2016

La musica sacra cattolica: alzare il tono

L’articolo che segue è un po’ datato – risale infatti all’agosto 2014 – ma conserva tutt’oggi la sua attualità nella descrizione dell’odierna situazione della musica sacra.
Nella memoria dei Santi Mario, Marta, Audiface e Abaco – famiglia persiana vissuta nel III sec. e che subì il martirio a Roma, modello delle famiglie cristiane martirizzate anche ai nostri giorni in terra di Persia – e Canuto IV, re di Danimarca e martire, rilancio questo contributo.

Bartolomeo Colombo, Decapitazione di San Mario, Marta, Audiface e Abaco, XVII sec., Cappella dei Martiri Persiani, Duomo, Tivoli


Corrado Giaquinto, Martirio dei SS. Mario, Marta e dei loro figli, 1750 circa, Musée Fesch, Ajaccio




La musica sacra cattolica: alzare il tono

Il noto compositore James MacMillan, cattolico scozzese, guida un movimento per ridare bellezza alla musica liturgica

James MacMillan, CBE è uno dei compositori di maggior successo e direttore d’orchestra di fama mondiale. Il suo primo riconoscimento internazionale risale al 1990, e da allora si è esibito o le sue esibizioni sono state trasmesse in tutto il pianeta. Dal 2000 al 2009 è stato compositore e direttore d’orchestra della BBC Philharmonic, e fino al 2013 è stato primo direttore d’orchestra ospite della Netherlands Radio Kamer Filharmonie.
La musica di MacMillan riflette la sua eredità scozzese, la fede cattolica, la coscienza sociale e lo stretto legame con la musica folk celtica. È anche un noto critico di musica ecclesiastica cattolica contemporanea, e di recente ha rilasciato un’intervista esclusiva a Regina Magazine per esporre il suo punto di vista.

In primo luogo, ci parli di Musica Sacra Scotland…
Nell’ultimo anno ho istituito una nuova organizzazione dedicata a rivitalizzare la pratica del canto in chiesa, Musica Sacra Scotland. Si basa su una serie di persone impegnate in varie diocesi scozzesi e finora ha organizzato una conferenza nazionale a Glasgow nel novembre 2013; ne sta preparando una seconda a Dundee per il novembre 2014.

Cosa trova di tanto allettante in questo progetto?
Il canto gregoriano è il vero suono del cattolicesimo, e ci sono stati tentativi recenti di adattare questa musica alle traduzioni inglesi. Gli anglicani lo hanno fatto per quattrocento anni, per cui quando è stato stabilito l’Ordinariato un’importantissima applicazione pratica dei principi cattolici è tornata alla Chiesa. Gli americani sembrano poi essere avanti e stanno producendo nuove pubblicazioni che permettono di cantare in lingua volgare i testi propri e trascurati per l’ingresso, l’offertorio e la Comunione.

Cosa pensa di questo sviluppo negli Stati Uniti?
Gli ideatori di questa musica sono curatori della tradizione più che “compositori”, con tutte le questioni relative a individualità, stile ed estetica che accompagnano il termine. Ma quello che stanno facendo questi curatori è notevole. Prendendo la forma e il suono del canto cattolico, stanno creando un autentico repertorio tradizionale per la liturgia della Chiesa. Stanno adattando una musica semplice, funzionale e che si può cantare alla natura del rituale ecclesiale per una Chiesa che ha attraversato varie convulsioni dopo il Concilio Vaticano II.

Cosa sta accadendo nel Regno Unito?
La versione britannica di tutto ciò è ancora più intrigante. L’Istituto di Musica Liturgica Beato John Henry Newman è stato creato sulla scia della visita di papa Benedetto nel regno Unito nel 2010 da padre Guy Nicholls, un sacerdote oratoriano di Birmingham. Il suo Graduale Parvum è una forma assai promettente di canti propri, basata sull’opera pioneristica di László Dobszay. Anziché contare su canti nuovi semplici, il lavoro si è basato sulla constatazione che la Chiesa ha già una vasta gamma di melodie gregoriane più semplici, le antifone all’Officio Divino. Possono essere affiancate al testo proprio per formare una nuova unità, con l’autenticità di una melodia gregoriana vera e antica.
È un progetto pensato in modo brillante, e facile e gradevole da cantare. Negli ultimi 35 anni la cattedrale di Westminster ha sviluppato la sua musica basata su canti per l’officio e la Messa, nell’uso quotidiano, ma in particolare per i primi Vespri e la preghiera mattutina della domenica nel corso dell’anno – l’officio è cantato da tutti senza l’ausilio di un coro.

Perché ha assunto una posizione di leadership al riguardo?
I miei incontri con queste iniziative mi hanno convinto che è la via più autentica per la musica cattolica, combinando l’ethos partecipativo del Vaticano II con la storia e le tradizioni profonde della musica ecclesiale. È uno sviluppo incoraggiante dopo decenni di sperimentazione che hanno promosso musica di una banalità deprimente. Molti dei motivi nuovi sono “illetterati” a livello musicale, come se fossero stati scritti da adolescenti semiformati. Lo stile e pesante e sentimentale, bloccato a livello di tono e ritmo e melodicamente vuoto.

Che tipo di risposta ha ricevuto da cantanti, parrocchie e diocesi?
Finora la risposte sono state molto positive. I vescovi scozzesi hanno offerto il proprio sostegno, e infatti il vescovo di Aberdeen, Hugh Gilbert, è diventato il nostro patrocinatore.
Penso che ci sia una sete reale di ciò che stiamo facendo dopo decenni di deriva e inevitabile confusione quando la Chiesa ha abbracciato le lingue volgari.

C’è grande resistenza nei confronti di questo tipo di musica?
Ai cattolici scozzesi va ricordato continuamente quando sia importante la questione della nostra liturgia. È una vergogna che la discussione a volte scada in un paragone tra il nuovo rito e la forma straordinaria.
Nessuno afferma che il nuovo rito dovrebbe essere sostituito, ma la ricomparsa dell’antico rito latino, per ora a livello marginale, non può non essere un elemento positivo a lungo termine per la Chiesa universale. La constatazione che ci sono queste considerazioni per quanto riguarda pratiche positive e negative, approcci autentici e non autentici, attributi di santità, bontà della forma e universalità è la svolta in cui molti di noi speravano. Queste considerazioni dovrebbero essere sempre in prima linea nella mente di chiunque sia responsabile della liturgia, clero o fedeli.

Qual è l’aspetto importante di tutto questo?
Credo che ci sia una questione più ampia che affrontiamo tutti noi. In questo Paese c’è sempre stata una spinta fortemente antiestetica verso il cattolicesimo scozzese. La domanda è: “Si può dimostrare la bellezza oggettiva nella liturgia della Chiesa nel XXI secolo?”
Sì, bellezza. Quando è stata l’ultima volta che abbiamo ascoltato un’omelia sulla questione? Sentiamo parlare molto di verità, di bontà, ma la bellezza?
Il bello, il vero e il buono – sono questi i valori fondamentali riconosciuti fin dall’antichità come qualità intrinseche dalle quali derivano essenzialmente tutti i valori. Come dai tre colori primari può scaturire un milione di sfumature, così anche un milione di sfumature di qualità può essere ricondotto a questi tre valori primari.
Verità, bontà e bellezza formano una triade di termini che sono stati ampiamente discussi nella tradizione del pensiero occidentale. Sono stati definiti “trascendenti” sulla base del fatto che tutto ciò che esiste è in qualche misura o in qualche modo soggetto ad essere definito vero o falso, buono o cattivo, bello o brutto. Oltre ai filosofi, agli scienziati e ai politici, anche molti mistici e maestri spirituali hanno sostenuto l’idea di queste tre fondamentali “finestre sul divino”.

Cosa c’è, a suo avviso, di tipicamente scozzese in questo dibattito?
Per un uomo scozzese come me, cresciuto in una cultura machista e della working class ad Ayrshire, è difficile ricordare di aver mai sentito la parola “bellezza” negli anni della formazione. Penso che molti maschi della working class avrebbero una reale difficoltà anche a pronunciarla!
E tuttavia la bellezza è alla base della nostra fede cristiana. Dovrebbe essere di primaria importanza nella nostra attenzione quando approcciamo il Trono di ogni Bellezza per le nostre lodi divine. Lodi divine che in questo Paese nel corso degli anni sono state concepite prevalentemente da maschi machisti della working class scozzese.

Prospettiva interessante. Perché pensa che quella della bellezza sia una questione così scottante oggi in Scozia e nella Chiesa universale?
In questa difficile situazione entra la domanda: “Cos’è la bellezza?”. Non è solo negli occhi dello spettatore? La mia bellezza può essere la tua bruttezza, eccetera. La bellezza può mai essere oggettiva? Il concetto di bellezza assoluta non è distante e separato dalla maggior parte delle persone? Non è molto “inclusivo”, vero? Questa è stata un’argomentazione utile per quanti sono stati determinati a rimandare a casa l’agenda consistente nell’abbassare il livello, dentro e fuori la Chiesa. Per quanto riguarda questa discussione, è stata utile per chi desidera trattare la liturgia come “autoespressione” o una tela sulla quale poter gettare i valori, i sentimenti (ovviamente) e le “preoccupazioni” della “comunità”. Questa è una distorsione del concetto cattolico di liturgia, che sposta l’obiettivo dal suo orientamento essenziale verso Dio ponendolo invece sul NOI.
È parte della svolta verso il “sé” che l’oratoriano canadese Jonathon Robinson descrive “come un adolescente preoccupato di sé che vede il mondo nei termini del suo punto di vista”.
Il risultato di tutto questo è che “il centro di interesse nella liturgia, che dovrebbe essere il mistero di Cristo e l’adorazione del Dio vivente, è stato spostato verso un forum per la riflessione ideologica o sociologica”. E non è bello.
A volte parte dell’ansia e della resistenza in Scozia può derivare da questo. Non è un dibattito o/o sul latino e il volgare, e sicuramente ha poco a che vedere con la Messa tridentina.

Cosa fa sì che tanta gente sia sulla difensiva o arrabbiata per un commento critico sulla liturgia contemporanea?
Potrebbe avere molto a che fare con il parlarsi addosso che caratterizza una forma “auto-preoccupata” di adorazione – che rischia di far ripiegare la comunità su se stessa. Le disposizioni spaziali nella liturgia moderna meritano qui la nostra riflessione.
Papa Benedetto ha affermato che il fatto di far rivolgere il sacerdote verso il popolo ha reso la comunità un cerchio chiuso in sé. Nella sua forma esteriore, non si apre più su ciò che sta oltre e sopra, ma è chiusa su se stessa. In precedenza, ha osservato, era una questione relativa al fatto che il sacerdote e il popolo guardavano nella stessa direzione, sapendo di essere insieme in processione verso Dio. Guardavano a Oriente, al Cristo che viene a incontrarci.
È bellissimo. In contrasto con questo, il “focus comunitario” narcisistico attuale non rende necessariamente la Chiesa un migliore organo di salvezza e carità. Robinson indica che “questa concentrazione sulla comunità non ha portato a un’evangelizzazione più efficace o a una maggiore influenza della Chiesa nel mondo moderno (…) Ha invece portato a una crescente inefficacia della Chiesa, almeno in Occidente”.

Come caratterizzerebbe quindi la questione alla base di questo dibattito in Scozia?
Papa Benedetto ci ha ricordato che la liturgia non è un’espressione della consapevolezza di una comunità, in ogni caso diffusa e mutevole, ma rivelazione ricevuta nella fede e nella preghiera. La sua misura è quindi la fede della Chiesa in cui la rivelazione è accolta.
Noi scozzesi siamo onestamente a nostro agio con le banalità sciatte, compiacenti e sentimentali praticate in molte delle nostre chiese?
O possiamo essere ispirati a raggiungere la bellezza oggettiva di una lode cattolica senza tempo e archetipica?
Ecco un’intervista di James MacMillan alla prima Conferenza di Musica Sacra Scotland nel novembre 2013.
[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Fonte: Aleteia, 6.8.2014. L'articolo è anche riprodotto in Una casa sulla roccia, 20.8.2014.

lunedì 19 gennaio 2015

Eucaristia e divorzio. Chiarimento necessario in attesa del Sinodo sulla Famiglia del 2015

Torniamo sul tema Eucaristia e divorzio in vista della prossima assemblea sinodale che si svolgerà nell’ottobre 2015.
Nella memoria liturgica dei SS. Mario e compagni martiri e di S. Canuto IV, re e martire, rilancio quest’articolo, pubblicato anche da sito Riscossa cristiana.

Christian Albrecht von Benzon, Martirio di Canuto IV nella chiesa di S. Albano nel 1086, 1843, Odense Bys Museer, Odense

Chiarimento necessario in attesa del Sinodo sulla Famiglia del 2015

di Pierfrancesco Nardini

Se si può comprendere un ateo che critica la posizione della Chiesa Cattolica sul divorzio e sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati con rito civile, non si capisce assolutamente la critica sollevata da molti che si dicono cattolici.

Partiamo dal presupposto che se uno dice di essere cattolico sa cos’è la Fede cattolica, conosce cioè i dettami alla base della stessa ed i principi a cui la Chiesa deve rifarsi. Conosce quindi il Catechismo. Conosce il Magistero. Almeno conosce i tratti fondamentali di quel che sostiene di credere.
Dato questo presupposto, riassumiamo in breve (per quanto possibile) quel che da sempre è la legge sul matrimonio e sull’Eucarestia.
Fondamentale è, in primis, ricordare, e purtroppo mi rendo conto ce ne sia spesso il bisogno, che «il matrimonio non fu istituito né restaurato dagli uomini, ma da Dio; non dagli uomini ma da Dio, autore della natura, e da Gesù Cristo, Redentore della medesima natura, fu presidiato di leggi e confermato e nobilitato. Tali leggi perciò non possono andar soggette ad alcun giudizio umano e ad alcuna contraria convenzione, nemmeno degli stessi coniugi» (Pio XI, Casti connubii, 31.12.1930).
E tra quelle leggi ricordate da Pio XI ce ne sono alcune in cui Cristo certifica l’indissolubilità del matrimonio e condanna senza mezzi termini divorzio e seconde nozze: «Fu anche detto: - Chiunque rimanda la propria moglie, le dia il libello del divorzio. - Io invece dico a voi: - Chiunque manda via la propria moglie, salvo il caso di fornicazione, la rende adultera, e chiunque sposa la donna mandata via, commette adulterio» (Mt 5, 31-32); «Allora i Farisei andarono a trovarlo, e per tentarlo gli domandarono: “È lecito mandar via la propria moglie per qualunque motivo?”. Egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: - Per questo lascerà l’uomo suo padre e sua madre e si unirà con sua moglie e i due saranno una sola carne? Perciò essi non sono più due, ma una sola carne. Non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto”. “Perché dunque,” gli chiesero “Mosè prescrisse di darle il libello del ripudio e di mandarla via?”. Rispose loro. “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi permise di ripudiare le vostre mogli; ma da principio non era così. Io poi vi dico che chiunque mandi via sua moglie, salvo il caso di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio, e chi s’ammoglia con la donna ripudiata, diventa adultero» (Mt 19, 3-9); cfr. anche Mc 10, 2-12 e Lc 16, 18.
Impossibile dunque continuare a cercare un modo per sostenere che non è possibile riportare a Gesù la condanna del divorzio e delle seconde nozze e che fu la Chiesa a inventare tutto, così sostenendo anche che la Chiesa ha manipolato a proprio piacimento il “vero” insegnamento di Cristo.
Gesù Cristo condanna con chiarezza e forza «il divorzio, come causa di peccati e di dissoluzione. Egli condanna ogni degradazione dei sensi e riconduce il matrimonio alla sua nobiltà; ridona alla donna la sua dignità, negando con forza che ella sia oggetto di piacere o termine di ammirazioni sensuali o sentimentali … Toglie ogni pretesto anche legale alla corruzione e alla degradazione della donna e abolisce la legge del ripudio; vuole che la donna sia regina e madre nella casa e non sia come un oggetto di divertimento che si desidera e si abbandona come si vuole»[1].
Nella Sua infinita sapienza, si rifà alle parole della Genesi (2, 24) che determina la natura del matrimonio e chiarisce che «non si trattava di un’unione capricciosa o accidentale di due creature, ma di un’unione intima, così piena da formare come una sola carne, benedetta da Dio per attuare la riproduzione e la conservazione del genere umano. L’uomo, dunque, non poteva separare ciò che Dio ha congiunto con una legge di provvidenza e di amore che è sacra»[2].
Il Magistero della Chiesa Cattolica, dunque, non può che essersi attenuto a quel che il suo Fondatore ha insegnato e ha ribadito con chiarezza lungo il corso dei secoli[3].
Da tutto quanto riportato appare chiaro che il divorzio è da considerare una grave offesa al sacramento del matrimonio[4], ma ancor prima alle parole stesse di N.S. Gesù Cristo che ordinò «non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto».
Ulteriore e indiscutibile conseguenza di questi dettami di Cristo, almeno per uno che si dice cattolico, è che la grave offesa procurata al sacramento del matrimonio con il divorzio e le seconde nozze “rate e consumate” pone chi l’ha fatta nella condizione di peccato mortale.
Il Catechismo di San Pio X ci insegna che «il peccato mortale è una disubbidienza alla legge di Dio in cosa grave, fatta con piena avvertenza e deliberato consenso» (can. 143) e che la grazia di Dio perduta per il peccato mortale «si riacquista con una buona confessione sacramentale o col dolore perfetto che libera dai peccati, sebbene resti l’obbligo di confessarli» (can. 146).
Sempre il Catechismo di San Pio X ci insegna che «essere in grazia di Dio significa avere la coscienza monda da ogni peccato mortale» (can. 336).
Tutta questa premessa è utile a riassumere alcuni punti fondamentali della dottrina cattolica, che, ribadisco, chi si dice cattolico dovrebbe conoscere; punti necessari anche per poter capire perché una persona che ha divorziato e poi si è sposata con rito civile con un altro/a partner non è in grazia di Dio.
Non è palese che, se Gesù ha condannato il divorzio, ammonendo l’uomo di non dividere ciò che Dio ha unito, se Gesù ha chiamato adultero/a chi, ripudiati la moglie o il marito, si congiunge con altra persona, chi contravviene ai Suoi insegnamenti ed alle Sue prescrizioni in modo grave cade nella condizione di peccato mortale? Possibile ci sia chi si dice cattolico e gli sembra strano quanto ricordato?
Data però la certezza di quanto sopra riportato, arriviamo alla centro del nostro discorso.
Alla base del dubbio sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati civilmente non c’è tanto la non conoscenza approfondita della dottrina sul matrimonio, quanto (peggio) la mancata conoscenza di cosa sia l’Eucarestia. O, forse, in alcuni casi, il non volerlo vedere. Altrimenti non si spiega.
Se, infatti, uno sa cos’è l’Eucarestia, Chi c’è nell’Eucarestia, come fa a sostenere che chi è in peccato mortale possa avvicinarsi a questo Sacramento?
Misteri della vita. O, forse, semplicemente effetti della crisi della e nella Chiesa.
È necessario un piccolo sunto.
Sempre riportandosi al Catechismo di San Pio X, studiamo che l’Eucaristia «è il sacramento che, sotto le apparenze del pane e del vino, contiene realmente Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signor Gesù Cristo per nutrimento delle anime» (can. 316) e che «nell’Eucaristia c’è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine» (can. 322)[5]. Inoltre sappiamo che «sotto le apparenze del pane c’è tutto Gesù Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; e così sotto quelle del vino» (can. 331).
Anche questa è una verità indiscutibile e costantemente ricordata dal Magistero della Chiesa[6].
Per poter fare una buona Comunione, il cattolico sa che deve essere in grazia di Dio e che deve essere consapevole di Chi si va a ricevere[7]. Quindi che non deve essere in peccato mortale (anche se comunque sarebbe meglio evitare anche di avere peccati veniali) e avere certezza che ci si sta accostando a N.S. Gesù Cristo[8].
Non si può aver il minimo dubbio che chi si trova nella condizione che Cristo ha avvertito di evitare, cioè aver sciolto il matrimonio ed essersi unito ad altra persona, è in stato di peccato mortale costante, esattamente come chi convive more uxorio, ma anche di chi intrattiene rapporti sessuali con una persona sposata con altri. L’unione successiva al divorzio, pur avendola certificata di fronte ad un’autorità civile, non esiste per Dio.
Chi è in questa condizione inoltre contravviene anche all’altro elemento necessario per la validità e utilità della Confessione: il dolore dei peccati ed il proponimento di non commetterne più[9]. Non può essere assolto chi non abbia questi requisiti ed allora l’unico modo che ha il divorziato sposato civilmente di potervi accedere è quello di uscire dalla situazione di grave peccato e viverla in continenza e secondo le regole di Dio (anche se, per motivi gravi, come l’educazione dei figli, dovesse continuare a vivere con il partner).
A quanto sembra, si chiede invece da parte di molti che si ammettano alla Comunione i divorziati sposati civilmente solo con un “percorso di penitenza” che servirebbe quasi solo a “bonificare” il secondo matrimonio.
Alla luce di quanto appena ricordato si comprende facilmente l’impossibilità di accogliere questa ipotesi: è in netto contrasto con il dettato divino, perché permetterebbe a chi è in peccato grave (il periodo di “penitenza” non sarebbe certo il sacramento della Confessione) e, soprattutto, continua ad esserlo (non si dice che si debba essere pentiti, né che si debba lasciare la condizione di peccato, anzi, il contrario, dopo il periodo di “penitenza” si potrà tranquillamente continuare a vivere come se nulla fosse stato) di avvicinarsi comunque a Cristo.
In conclusione, alla luce della dottrina pervenutaci da Gesù, come si può continuare a cercare un modo per avvicinare i divorziati sposati civilmente all’Eucarestia? Come si può voler accostare chi è in peccato mortale a Cristo, senza con ciò stravolgere e manipolare l’insegnamento del nostro Signore?
Sostenere questi tentativi, come si diceva, vuol dire ignorare, o peggio non voler più vedere, a Chi si vuole far questo e disinteressarsi dell’aspetto divino delle istituzioni in oggetto, nonché del sacrilegio a cui si va incontro.
Portando così se stessi, e chi in buona fede segue queste tesi, alla morte dell’anima: «perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna»[10].
Iniziamo invece a dire la verità, senza la paura di dar fastidio al mondo, ricordandoci che si è nel mondo, ma non si è del mondo. Iniziamo a fare la vera carità che è dire la verità a chi ne è lontano. Iniziamo a ricordare che l’unico modo che abbiamo per accostarci degnamente a Cristo, e quindi all’Eucarestia, è quello di accedere prima al sacramento della Confessione, «sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo»[11]. Che questo prima ancora che un obbligo è un nostro interesse, perché ci permette di salvare la nostra anima.
E ritorniamo a spiegare che, se la Chiesa non ammette alla Comunione eucaristica chi ha divorziato e si è unito civilmente ad altra persona, è perché «sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia»[12] ed anche che «c’è un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»[13].
Così come si deve tornare a spiegare che è la riconciliazione nel sacramento della Confessione l’unica strada possibile per il riavvicinamento all’Eucaristia e che questa «può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio»[14] e quindi la continenza.
Solo così, con chiarezza e fermezza (che non vogliono assolutamente significare intolleranza!), si potrà imboccare la strada di un ritorno ad un credo totalmente e realmente cattolico.
In primis, è questo è il problema più serio, a cominciare da molti esponenti del Clero.

Note:

[1] Don Dolindo Ruotolo, Commento ai quattro Vangeli, Vangelo di Matteo, Casa Mariana Editrice.

[2] Ibid.

[3] «…non è lecito alla donna andare sposa a un altro. E qualora si sia sposata, e quand’anche ne sia seguita l’unione carnale, deve da lui separarsi, e essere costretta dal rigore ecclesiastico a tornare dal primo, anche se altri pensano diversamente e in altro modo talvolta sia stato giudicato anche da alcuni nostri predecessori», Alessandro III, Lettera (frammenti) Verum post all’arcivescovo di Salerno, data incerta; «Certamente quello che il Signore dice nel Vangelo, non è lecito all’uomo ripudiare sua moglie, se non in caso di fornicazione [Mt 5,32; 19,9], è da intendersi, secondo l’interpretazione della santa Parola, riferito a coloro il cui matrimonio è stato consumato con l’unione carnale, senza la quale il matrimonio non può essere consumato, e dunque, se la suddetta donna non è stata conosciuta da suo marito, le è lecito passare alla vita religiosa», Lettera Ex publico instrumento al vescovo di Brescia, data incerta, Concilio Lateranense III; «Se qualcuno dirà che il matrimonio non è in senso vero e proprio uno dei sette sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo, ma che è stato inventato dagli uomini nella chiesa, e non conferisce la grazia, sia anatema”» e «Se qualcuno dirà che la chiesa sbaglia quando ha insegnato e insegna, secondo la dottrina del Vangelo e degli apostoli, che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto per l’adulterio di uno dei coniugi; che nessuno dei due, nemmeno l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio, può contrarre un altro matrimonio, vivente l’altro coniuge; che commette adulterio il marito che, cacciata l’adultera, ne sposi un’altra, e la moglie che, cacciato l’adultero, ne sposi un altro, sia anatema», Concilio di Trento, Sez. XXIV, Dottrina e canoni sul matrimonio, Cann. 1 e 7, 11 novembre 1563; «Se poi la chiesa non sbagliò né sbaglia, allorché insegnò o insegna queste cose, ed è perciò del tutto certo che il matrimonio non può essere sciolto neppure a causa dell’adulterio, è evidente che gli altri motivi più lievi di divorzio che si suole addurre, valgono ancor meno e sono da ritenere del tutto inconsistenti» ed «E anzitutto, quanto all’indissolubile fermezza del patto coniugale, Cristo medesimo vi insiste dicendo: “Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non separi” [Mt 19,6]; e: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne prende un’altra commette adulterio: e chiunque prende quella che è stata ripudiata dal marito commette adulterio” [Lc 16,18]. In questa indissolubilità ripone appunto sant’Agostino il bene che egli chiama del sacramento, con queste chiare parole: “Nel sacramento poi [si fa in modo] che il matrimonio non sia sciolto e il ripudiato o la ripudiata non si unisca ad altri, neppure a motivo della prole” [De Genesi ad litteram, IX, 7, n. 12]» ed ancora «E se l’uomo ingiuriosamente tenta di separarlo [ciò che Dio ha unito, ndr], il suo atto è del tutto nullo; e resta valido perciò quanto Cristo apertamente confermò: “Chiunque rimanda la moglie e ne sposa un’altra, è adultero e chi sposa la rimandata dal suo marito, è adultero” [Lc 16,18]. E queste parole di Cristo riguardano qualsiasi matrimonio, anche quello soltanto naturale e legittimo, giacché a ogni vero matrimonio spetta quella indissolubilità, per la quale esso è sottratto, quanto alla soluzione del vincolo, e all’arbitrio delle parti e ad ogni potestà civile», Pio XI, Casti connubii, 31.12.1930.

[4] Cfr. cann. 2382 e 2385 Catechismo della Chiesa Cattolica.

[5] Si vedano anche i cann. 325 e 327.

[6] «Noi fermamente e senza dubbio alcuno con cuore puro crediamo, e con semplicità con parole credenti affermiamo, che il sacrificio, cioè il pane e il vino, dopo la consacrazione è il vero corpo e il vero sangue del Signore nostro Gesù Cristo; nel quale noi crediamo che nulla di più da un sacerdote buono e nulla di meno da uno cattivo è compiuto; perché si compie non per merito del consacrante, ma per la parola del Creatore e per la forza dello Spirito Santo», Innocenzo III, Lettera Eius exemplo all’arcivescovo di Tarragona, 18.12.1208, Professione di fede prescritta ai valdesi; «…infatti il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare, sotto la specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo, e il vino nel sangue per divino potere», Concilio Lateranense IV, Cap. 1, 11-30/11/1215; Nella Lettera di Clemente IV Quanto sincerius del 28.10.1267 all’arcivescovo Maurino di Narbonne, il Papa riprende l’arcivescovo, dicendosi scandalizzato, che aveva asserito che «Gesù Cristo non è con la sua essenza sull’altare, ma solamente come indicato sotto un segno». Clemente IV dice chiaramente che tali affermazioni «contengono una manifesta eresia e annullano la verità di quel sacramento»; «E in virtù delle stesse parole [di Cristo, ndr] la sostanza del pane si trasforma in corpo di Cristo, e la sostanza del vino in sangue. Ciò avviene però in modo tale che tutto il Cristo è contenuto sotto la specie del pane e tutto sotto la specie del vino e, se anche questi elementi venissero divisi in parti, in ogni parte di ostia consacrata e di vino consacrato vi è tutto il Cristo», Concilio di Firenze, Bolla sull’unione con gli armeni Exsultate Deo, 22.1.1439; «In primo luogo questo santo sinodo insegna e professa apertamente e semplicemente che nel divino sacramento della santa eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, il nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente [can. 1], sotto l’apparenza di quelle cose sensibili» (Cap. 1) - «È quindi verissimo che sotto una sola specie è contenuto tanto, quanto sotto entrambe. Cristo, infatti, è tutto e integro sotto la specie del pane e sotto qualsiasi parte di questa specie; e similmente è tutto sotto la specie del vino e sotto ogni sua parte» (Cap. 3) - «Poiché il Cristo, nostro redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo corpo, nella chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa chiesa cattolica transustanziazione» (Cap. 4), Concilio di Trento, Sess. XIII, 11.10.1551, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia; «Se qualcuno negherà che nel sacramento dell’eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità, e, quindi, il Cristo tutto intero, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema» (Can. 1), Concilio di Trento, Sess. XXII, 17.9.1562, Dottrina e canoni sul sacrificio della Messa; «Riconosco parimenti che nella messa viene offerto a Dio un vero e proprio sacrificio di espiazione per i vivi e per i morti, e che nel santissimo sacramento dell’eucaristia c’è veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue, insieme all’anima e alla divinità, del nostro Signore Gesù Cristo, e che avviene la trasformazione di tutta la sostanza del vino e del sangue, trasformazione che la chiesa cattolica chiama transustanziazione. Confesso che anche sotto una delle due specie viene assunto Cristo completo e integro e il vero sacramento», Pio IV, Bolla Iniunctum nobis, 13.11.1564, Professione di fede tridentina; «Anche se è quanto mai conveniente che quelli che fanno uso della comunione frequente e quotidiana siano privi di peccati veniali, per lo meno quelli pienamente deliberati, e dall’affetto nei loro confronti, è tuttavia sufficiente che siano senza peccati mortali, unitamente al proposito di non peccare mai più nel futuro», S. Pio X, Decreto Sacra Tridentina Synodus, 16.12.1905, La comunione eucaristica quotidiana, punto 3; «Il sacrificio dell’altare non è una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentemente, il sommo sacerdote da ciò che fece una volta sulla croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima … Per mezzo della “transustanziazione” del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue», Pio XII, Enciclica Mediator Dei, 20.11.1947; «Tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente. Malamente dunque qualcuno spiegherebbe questa forma di presenza, immaginando il corpo di Cristo glorioso di natura “pneumatica” onnipresente; oppure riducendola ai limiti di un simbolismo, come se questo augustissimo sacramento in niente altro consistesse che in un segno efficace “della spirituale presenza di Cristo e della sua intima congiunzione con i fedeli membri del corpo mistico», Paolo VI, Enciclica Mysterium fidei, 3.9.1965.

[7] Catechismo di San Pio X, can. 335.

[8] Ibid.,, can. 337.

[9] Ibid., can 358.

[10] San Paolo, 1 Cor 11, 29.

[11] Catechismo di San Pio X, can. 335; vedi anche can. 373 e Concilio di Trento, Sess. XIV, 25.11.1551, can. 6.

[12] S. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 84.

[13] Ibid.

[14] Ibid.