Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 20 gennaio 2019

“Sono caduto Ebreo e mi sono alzato Cristiano”: la conversione di Alfonso Ratisbonne

Questa II Domenica dopo l’Epifania la Chiesa celebra diverse ricorrenze: il miracolo di Gesù alle Nozze di Cana, la festa dei SS. Sebastiano e Fabiano, papa, martiri, nonché la festa della c.d. Madonna del Miracolo, ovverosia l’Apparizione della B.V.M. all’ebreo Alphonse Ratisbonne, nella Chiesa di S. Andrea delle Fratte, a Roma, verso mezzogiorno del 20 gennaio 1842. A quell’ora si è soliti recitare la Supplica alla c.d. Madonna del Miracolo (cfr. Supplica alla Madonna del miracolo recitata il 20 gennaio, in Chiesa e postconcilio, 20.1.2019). Quest’apparizione, che, da sola, fu sufficiente a convertire l’ebreo Ratisbonne, dimostra come il Signore intenda il suo rapporto con il popolo della sua ex alleanza: come missione e non, come qualche infelice, come “dialogo” sulla comprensione di Gesù di Nazareth. La Vergine non dialogò, non aprì bocca col Ratisbonne, gli indicò con l'indice della mano destra di inginocchiarsi e gli fece vedere come d’un tratto che l’unico popolo dell’Alleanza, oggi, sia la Chiesa cattolica. La Madre di Dio, insomma, evangelizzò quell’ebreo che non conosceva il Dio cristiano, che è Triuno. Gli ebrei non è vero, quindi, che conoscono il “Dio sconosciuto”: ce lo attesta lo stesso Signore nelle parole del Vangelo di Giovanni. Il Divino Redentore, infatti, replicando ai giudei, affermò: «Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio. […] Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. […] Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "È nostro Dio!", e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola» (Gv 8, 19.42.54-55).
Queste parole sono la migliore smentita delle affermazioni di qualche infelice e triste personaggio, che, mancando di carità (qual più grande carità è far conoscere il Signore Gesù ed il suo lieto annunzio???), ha affermato che gli ebrei “conoscano” il Padre, il “Dio sconosciuto”. Gesù stesso ha sbugiardato quest’affermazione avventata e perniciosa.
In occasione, per questo, della festa della Madonna del Miracolo, perciò, si rilancia questo contributo.

Augustinus Hipponensis






“Sono caduto Ebreo e mi sono alzato Cristiano”: la conversione di Alfonso Ratisbonne



Alfonso Ratisbonne, laureato in giurisprudenza, ebreo, fidanzato, gaudente ventisettenne, cui tutto promettevano l’amore, le promesse e le risorse di ricchi banchieri suoi parenti, l’irrisore dei dommi e delle pratiche cattoliche, il beffeggiatore della Medaglia Miracolosa, decise un giorno, per distrarsi di mettersi in viaggio e visitare alcune città dell’Occidente e dell’Oriente, escludendo Roma, che odiava, essendo la sede del Papa. A Napoli avvenne qualcosa di misterioso. Una forza irresistibile lo portò a prenotare il posto per il nuovo viaggio, anziché per Palermo, prenotò per Roma. Arrivato nella città eterna, fece visita a tanti suoi amici tra cui a Teodoro De Bussière, fervente cattolico. Questi, sapendolo miscredente, riuscì, nelle varie conversazioni a fargli prendere la medaglia e a promettere di dire la preghiera alla Madonna di S. Bernardo, a cui, però, con sorriso beffardo e sdegno disse: “vuol dire che sarà per me un’occasione, nelle mie conversazioni con gli amici, di mettere in ridicolo le vostre credenze”. Fai come vuoi, gli rispose il De Bussière, e si mise a pregare con tutta la sua famiglia per la sua conversione. Il 20 gennaio uscirono tutti e due. Si fermarono davanti alla Chiesa di S. Andrea delle Fratte. Il cattolico andò in Sacrestia per segnare una Messa per un funerale, mentre l’ebreo preferì visitare il tempio, curioso di trovarvi dell’arte, ma nulla lo attrasse, nonostante i lavori del Bernini, del Borromini, del Vanvitelli, del Maini ed di altri illustri artisti ivi raccolti. Si era nel mezzodì. La Chiesa deserta dava l’immagine di un luogo abbandonato; un cane nero passò saltellante accanto a lui e disparve. D’un tratto…lascio la parola al veggente, secondo come ebbe a deporre con giuramento, durante il processo che ne seguì … “Mentre camminavo per la chiesa ed ero giunto incontro ai preparativi del funerale, all’improvviso mi senti preso da un certo turbamento, e vidi come un velo innanzi a me, mi sembrava la chiesa tutta oscura, eccettuata una cappella, quasi tutta la luce della medesima Chiesa si fosse concentrata in quella. Levai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce, e vidi sull’Altare della medesima, in piedi, viva, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa la SS.ma Vergine Maria simile all’atto e nella struttura all’immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa dell’Immacolata. A tal vista io caddi in ginocchio nel luogo dove mi trovavo; procurai, quindi, varie volte di levar gli occhi verso la SS.ma Vergine, ma la riverenza e lo splendore me li feci abbassare, ciò che però non impediva l’evidenza di quell’apparizione. Fissai le di Lei mani, e vidi in esse l’espressione del perdono e della misericordia. Quantunque ella non mi dicesse nulla compresi l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della religione cattolica, in una parola capì tutto. Sono caduto ebreo e mi sono alzato cristiano”. In seguito il convertito fece un bellissimo cammino che lo portò al sacerdozio e a partire missionario nella sua terra di Palestina, dove morì da santo[1].


NOTE

[1] Fu battezzato (col nome di Alfonso Maria), cresimato e comunicato al Gesù il 31 gennaio 1842 dal Cardinale Patrizi-Naro e il 20 giugno dello stesso anno entrò nella Compagnia di Gesù. Sacerdote il 24 settembre 1848, nel 1852 lasciò i Gesuiti e si unì al fratello Teodoro nella congregazione dei Padri di Nostra Signora di Sion per la conversione dei Giudei. Stabilitosi a Gerusalemme fu apostolo della fede e delle opere di carità e curò anche la riscoperta dei luoghi della Passione. Morì, ottantenne, ad Ain Karem il 6 maggio 1884.

venerdì 27 novembre 2015

Un messaggio mariano per il nostro tempo

Rilanciamo volentieri, nella festa della Medaglia Miracolosa, questo contributo di Cristina Siccardi.


Effigie della Madonna del Miracolo presso cui Alphonse Ratisbonne si convertì il 20 gennaio 1842, portando la medaglia miracolosa, Chiesa di S. Andrea delle Fratte, Roma

Un messaggio mariano per il nostro tempo

di Cristina Siccardi

Maria Santissima apparve nel 1830 in Francia, in rue du Bac per annunciare, con le lacrime che le scendevano dal candido volto, l’arrivo di sciagure e per dare consolazione e spargere grazie ai credenti: I tempi sono cattivi. Gravi sciagure stanno per abbattersi sulla Francia. Il trono sarà rovesciato. Tutto il mondo sarà sconvolto da disgrazie d’ogni specie. Ma venite ai piedi di questo altare. Qui le grazie saranno sparse sopra tutte le persone che le chiederanno con fiducia e fervore: grandi e piccoli. Le grazie da allora si spargono a tutti coloro che, con fede, indossano la Medaglia miracolosa, la cui festa liturgica ricorre il 27 novembre.
La Madonna, nelle sue apparizioni, non ha mai richiesto di pregare insieme ai valdesi, ai luterani, ai musulmani, ai buddisti, agli induisti… non ha mai richiesto di dialogare con loro e di piegarsi ai loro errori religiosi, perché mai, né Dio nell’Antico Testamento, né Gesù nel Nuovo hanno dato modo di intendere che il sincretismo sia un valore religioso e che lo svendere il proprio credo sia il prezzo da pagare per conquistare la simpatia degli uomini.
Dalla religione del popolo eletto, quello ebraico, si è passati alla religione della Rivelazione, quando Cristo ha ordinato di convertire nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo tutte le popolazioni del mondo, anche a prezzo di enormi sacrifici, rinunce, persecuzioni e martiri cruenti o incruenti. La Trinità non si contraddice come spesso usano fare, invece, gli uomini. «In principio era il Verbo (Logos), / il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio. / Egli era in principio presso Dio: / tutto è stato fatto per mezzo di lui, / e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. / In lui era la vita / e la vita era la luce degli uomini; / la luce splende nelle tenebre, / ma le tenebre non l’hanno accolta.» (Gv 1, 1-5).
La «luce» continua a non essere accolta e per tale ragione si rinnova il Santo Sacrificio dell’Altare ogni giorno, fino alla fine del mondo, perché continuano ad essere indispensabili la Passione e la Crocifissione di Nostro Signore a causa dei peccati. La Salvezza, portata attraverso il Verbo che si fece carne e attraverso i buoni e incontaminati insegnamenti della Tradizione della Chiesa, passa solo attraverso la Croce di Cristo e la propria croce, quella portata con amore e con «perfetta letizia», come usava dire san Francesco d’Assisi.
L’attuale teologo di riferimento, Walter Kasper, sulla scia della teologia rivoluzionaria francese e tedesca, è sostenitore della forma aperta dell’argomentazione teologica, alla quale fa parte «anche l’ascolto di quel che lo Spirito dice oggi alle comunità. Bisogna perciò interpretare la fede tramandata una volta per sempre nell’oggi e per l’oggi. Questo non significa che l’oggi, la mentalità odierna e quel che si suole denominare “segni dei tempi” possono essere un’istanza teologica accanto o addirittura contro la fede, però significa che essi devono essere un punto di riferimento nel senso che il messaggio cristiano va interpretato in ordine al rispettivo proprio tempo e in un confronto costruttivo con esso. Non esistono perciò solo delle deviazioni e delle eresie dovute alla mancanza di considerazione della tradizione e all’adattamento dello spirito del tempo. Esistono anche delle eresie provocate dal rifiuto caparbio di essere teologo nel qui e nell’oggi, di fare teologia come trasmissione viva della tradizione e di vanificare così il rispettivo kairós. Chi vuole parlare per tutti i tempi finisce per non parlare per alcun tempo» (Chiesa cattolica. Essenza-realtà-missione, Queriniana, Brescia 2012, p. 93).
Proprio per tali ragioni esposte abbiamo sentito il Papa (durante la sua visita nella chiesa evangelica luterana dello scorso 15 novembre) rispondere in una maniera da “segni dei tempi” (tempi questi confusi e luciferini) alla signora Anke de Bernardinis, moglie di un cattolico, che non può partecipare, insieme al coniuge, «alla Cena del Signore», la quale ha chiesto direttamente a papa Bergoglio: «Che cosa possiamo fare per raggiungere, finalmente, la comunione su questo punto?»: «Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderLe, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: “Fate questo in memoria di me”. E quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme. (…) Ci sono domande alle quali soltanto se uno è sincero con sé stesso e con le poche “luci” teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso, vedete voi» .
Trema nelle vene la fede dei cattolici, mentre si compiace il cardinale Kasper che afferma di andare incontro ai dubbi di tutti e di non offrire nessun tipo di certezza perché: «Non è possibile dimostrare in maniera pura e semplice che il cristianesimo è la vera religione e che la chiesa cattolica è la vera chiesa» e questa volontaria apostasia è sostenuta dal fatto che: «A ogni argomento, anche al migliore, è infatti possibile contrapporre, da un altro punto di vista, altri argomenti» (Chiesa cattolica… op.cit., pp. 96-97).
Insomma, un gran calderone nel quale si annaspa e si denuncia la propria insoddisfazione, ben rappresentata dai coniugi cattolico-luterani de Bernardinis. Il Papa attuale, chiamato a custodire il depositum fidei, non è più in grado di offrire certezze, ma solo moltiplicazioni di dubbi irrisolti. A che cosa serve, allora, essere ancora cattolici? Il pastore valdese Ricca, durante lo scorso agostano Sinodo mondiale di Torre Pellice aveva detto, a proposito della richiesta di perdono del Papa nei loro confronti: «È l’inizio di una storia nuova: perdonare vicariamente al posto delle vittime è impossibile ma si può invece accettare la volontà della chiesa cattolica di dissociarsi radicalmente dal passato». È proprio ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi.
La Madonna credette nella Verità sempre, dall’annuncio dell’Arcangelo Gabriele, fino alla Resurrezione. E non ebbe mai dubbi: fu fedele solo a Dio. A santa Caterina Labouré (1806-1876) ordinò di far coniare una Medaglia con simboli ben precisi, che non hanno bisogno né di commento, né di interpretazioni speculative: Maria Santissima è raffigurata nell’atto di schiacciare la testa del serpente (il demonio). L’immagine era stata preannunciata nella Bibbia, con le parole: «Io porrò inimicizia tra te e la donna (…) questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen3,15).
In tal modo, Dio dichiarò iniziata la lotta tra il bene e il male. Questa lotta è vinta da Gesù Cristo, il nuovo Adamo, insieme a Maria, la nuova Eva. I raggi di luce simboleggiando le grazie. La santa vide tali figure incorniciate dall’invocazione «O Marie, conçue sans péché, priez pour nous qui avons recours à vous». Poi Caterina vide il retro della medaglia con altri simboli: 12 stelle (le 12 tribù d’Israele e i 12 apostoli: Antico e Nuovo Testamento, nonché le 12 stelle della Vergine, secondo l’Apocalisse); il Cuore coronato di spine, che rappresenta il Sacro Cuore di Gesù e il cuore trafitto da una spada, ovvero il Cuore Immacolato di Maria (Lc 2,33-35), due Cuori inseparabili: anche nei momenti più tragici della Passione e della morte in Croce, Maria era lì per condividere tutto.
Inoltre sono presenti ancora delle lettere, M: Maria. La M sostiene una traversa che regge la Croce, che rappresenta la prova. Questo simbolismo indica lo stretto rapporto di Maria e di Gesù nella storia della salvezza. I : Jesus. Il monogramma composto dalla I di Gesù intersecata dalla M di Maria e la Croce, rappresenta Gesù Salvatore e la Madonna, corredentrice, è in assoluto legata a Lui nell’opera di redenzione.
Il Consiglio d’Europa, nel 1950, bandì un concorso per realizzare la bandiera della futura Europa unita, quella che ripudierà le sue radici cristiane, non facendone cenno nella sua Carta costituzionale. Arrivarono 101 bozzetti e nel 1955 venne scelto quello di un grafico alsaziano, il cattolico Arsène Heitz (1908-1989). Subito scoppiò lo scandalo, la bandiera era un perfetto simbolo mariano: 12 stelle in cerchio su campo blu celeste. L’Europa (scherzi della Provvidenza) ha per stendardo il simbolo mariano per antonomasia. Arsène Heitz, rivelerà che, nel momento in cui conobbe il bando di concorso per la bandiera europea, stava leggendo la storia della Medaglia miracolosa.

Il silenzio del Carmelo, pegno di vittoria

In un momento di forte crisi e scandali, che hanno attinto pure l’ordine del Carmelo nell’Urbe, va ribadita quella che è la spiritualità carmelitana, fatta di silenzio, di preghiera e di clausura, tanto da far chiamare i carmelitani, che non hanno ceduto alle lusinghe della modernità e son rimasti fedeli alla regola originaria della riforma dei SS. Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, “alunni della morte” (cfr. qui).
Nella festa della Manifestazione della Beata Vergine Maria Immacolata della Medaglia Miracolosa, rilancio questo contributo tratto da Chiesa e postconcilio.












Il silenzio del Carmelo, pegno di vittoria

“Tu che conosci colui che in questo istante sta peccando, colpisci me per lui, e così forte che possa pentirsi”. (Una monaca carmelitana, tratto dal radio-documentario Clausura di Sergio Zavoli, 1958)

“Chi non crede alla preghiera non può considerarci che impostori o parassiti della società. Se lo dicessimo più francamente al mondo ci faremmo capire meglio”.
(I dialoghi delle carmelitane, George Bernanos)

In questi giorni di fragore e desolazione, le nostre anime non possono che essere intorbidite e soffocate dal livore mediatico e dalle propaggini di odio indiretto verso la Chiesa e la Fede cattolica. Dedurne i motivi è piuttosto facile: dove non abbiamo letto le accuse sommarie, le presunte condanne infallibili verso le crociate e verso il passato militante della cristianità? 
Dove non abbiamo letto, con sguardo perplesso, considerazioni storiche sull’evoluzione del ‘sentimento della violenza’ nel mondo cristiano, il quale con l’avvento dei Lumi – dal chiarore opaco – è stato ricondotto nei ranghi di una giusta morale? Abbiamo esitato, abbiamo provato vergogna, spesso per viltà non ci siamo saputi difendere. Molto più spesso, e cosa ancor più grave, non abbiamo avuto prìncipi e generali degni per poterci difendere. Esiste, tuttavia, nel cuore della Chiesa, anche durante questa tempesta devastatrice, un luogo di speranza, un esercito orante di intrepide anime senza paura. La sua storia ha origini lontane, così lontane da indurre a pensare che esso sia sempre esistito. È l’ordine dei fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo; l’intera famiglia carmelitana che con la grande riforma teresiana del 1500 si è imposto come uno dei pilastri portanti della Santa Chiesa.
Sul modello del profeta Elia – considerato dai suoi figli padre dell’ordine – ben presto i monaci eremiti si ritirarono nei primi secoli della cristianità sul monte Carmelo, in Palestina, per onorare in modo tutto particolare la Beata Vergine Maria. Nel 1251, il 16 luglio, la Regina degli Angeli concesse a coloro che già si degnavano dell’onore dell’appellativo di ‘fratelli della Beata Vergine’, un pegno di amore : lo scapolare, conosciuto anche come ‘abitino della Madonna’. Esso è costituito da due rettangoli in lana bruna uniti da due cordicelle; il suo nome che deriva dal latino scapula (“spalla”) ne indica le modalità di vestizione – sulle spalle appunto. Si tratta in effetti di una riduzione del grande scapolare portato dagli stessi frati. A questo semplice oggetto, la Santa Vergine ha annesso la promessa della salvezza eterna per coloro che ne saranno rivestiti al momento della morte. Da sempre per secoli e secoli la Cristianità, nell’espressione autorevole dei Sommi Pontefici, si è affidata a quest’arma potente al pari del Santo Rosario offerto dalla Madre del Cielo all’ordine domenicano[1].
Nonostante la fiorente diffusione e solidità dell’ordine, che nello scapolare aveva trovato un segno di protezione celeste e di elezione mariana, dopo lunghi secoli i frati eremiti furono costretti a spostarsi in Europa. Essi dovettero abbandonare la vita solitaria e la meditazione costante della legge divina a causa dell’invasione maomettana in Oriente. Giunsero, così, in Europa dove col passare del tempo e in seguito ai grandi sconvolgimenti storici che colpirono la Cristianità tra il Basso Medioevo e l’inizio dell’età moderna, i religiosi invocarono la necessità di mitigare la regola dell’ordine al fine di consacrarsi più efficacemente alla vita apostolica. Nel 1431, SS. papa Eugenio IV accordò all’ordine una revisione degli statuti (detta anche “regola mitigata”).
Quando nel 1535 Térésa de Ahumada (la futura santa Teresa D’Avila) entra nel monastero della sua città, obbedisce, appunto, a questa regola. Dopo venti anni di vita monastica, sollecitata da grazie mistiche e vinta in una lunga battaglia interiore dalla volontà del Signore, la grande mistica spagnola, sostenuta da San Giovanni della Croce, opera finalmente l’imponente opera di riforma dell’ordine che ci donerà il Carmelo tale quale noi lo conosciamo oggi. Da allora, l’ordine non ha conosciuto crisi (se si eccettuano alcune deviazioni degli ultimi cinquant’anni), ma ha anzi moltiplicato il numero di anime sante offerte alla Chiesa: Teresa di Lisieux, le martiri carmelitane di Compiègne, Elisabetta della Trinità, Maria di Gesù Crocifisso, Edith Stein per citare solo alcuni nomi.
Al di là delle ricostruzioni storiche, sarà forse di più utile sostegno spirituale definire le finalità proprie del Carmelo. La gravità del momento storico sembra imporcelo e – quasi – suggerircelo, persi come siamo nel chiasso del mondo secolare e della tragicità degli eventi.
Il Carmelo (il cui significato in ebraico è ‘giardino di Dio’) è sostanzialmente l’ordine di Maria. Esso non potrebbe esistere senza la Sua materna protezione e possiamo dire – non senza audacia – che l’ordine trovi anzitutto in Lei la Sua fondatrice. Questa consustanzialità nella vita religiosa non si manifesta nella pratica devozionale (che di per sé è molto semplice e spoglia, piuttosto dissimile dall’amore liturgico tipico dell’ordine benedettino ad esempio), ma in un’attitudine diffusa e aleggiante nella vita di ogni membro dell’ordine. Maria è la più grande orante, la più coraggiosa penitente, la più profonda contemplativa, la più fine teologa: queste quattro finalità sono racchiuse nella vita del Carmelo. Esse devono essere perseguite e offerte per la Chiesa. I sacrifici e le orazioni dell’ordine trovano, infatti, nei sacerdoti e nel corpo apostolico (teologi, predicatori, pontefici) il proprio fine ultimo. I figli del Carmelo non fanno altro che perpetuare la Passione di Maria ai piedi della Croce : come la Santa Madre vide nel sangue e nell’acqua sgorgati dal costato di Nostro Signore Gesù Cristo, il senso e l’oggetto della Sua missione – ovvero la Chiesa, sposa mistica di Suo Figlio – accettandone la proposta di maternità divina, così ogni figlio e figlia del Carmelo rivive nella propria anima questa particolare forma di oblazione e donazione di tutte le facoltà personali.
La vita del Carmelo è semplice quale lo scapolare che ne contraddistingue i membri. La grande austerità richiesta dalla regola (il silenzio è obbligatorio ad eccezione di due ricreazioni quotidiane in cui è concesso parlare, il digiuno monastico – che prevede l’astinenza perpetua dalle carni – si protrae per otto mesi l’anno, le doppie grate e il velo nero – che simboleggiano la clausura nel ramo femminile – impongono il distacco dal mondo esterno) è vissuta nella gioia e nella semplicità di giornate sempre uguali che prefigurano l’ineffabile Eternità. Nel ramo femminile dell’ordine questo aspetto è sensibilmente evidente, pur nei limiti di ciò che è concesso di vedere al mondo al di qua delle grate. Nel grande giardino degli ordini religiosi, la fisionomia del Carmelo si staglia proprio per la sua semplicità, che è una caratteristica da sempre attribuitagli: esso richiama l’infinita e imperscrutabile semplicità di Dio nella Santissima Trinità.
L’unicità della vita al Carmelo risiede particolarmente nell’orazione. Le costituzioni prescrivono due ore al giorno di orazione silenziosa. Si tratta di un pio esercizio o, per usare le parole di Santa Teresa d’Avila, di un “dolce commercio dell’anima, con Colui dal quale si sa di essere amati” : l’orazione è, in effetti, una meditazione prolungata in cui l’anima si rivolge con la libertà propria dei cristiani al suo Creatore. Essa con la mortificazione dello spirito e con una pratica eroica dell’obbedienza (definita da San Giovanni della Croce “la penitenza della ragione”) definisce i tratti essenziali della vita carmelitana. Il suo scopo è non solo la santificazione personale, ma, soprattutto, la salvezza delle anime e la libertà della Chiesa. Per un solo dialogo d’amore, per il sospiro di una singola monaca, per la consolazione di un solo istante, il Divin Prigioniero trova riposo e pace nelle anime rinchiuse nel sacro giardino.
Nel 1958, il giornalista Sergio Zavoli con il suo radio-documentario Clausura dà voce al Carmelo nei mezzi di comunicazione dell’epoca [2] (o è piuttosto il Carmelo a raggiungere, attraverso i misteri della Provvidenza divina, il mondo moderno). Per la prima volta gli ingombranti macchinari radiofonici valicano le mura di un monastero di clausura attraverso grate e ruote, mentre le religiose si occupano della registrazione e del commento delle consuetudini della vita monastica. Anche i frutti delle orazioni sono catturati dalla ripresa audio. La citazione in esergo a questo scritto ne è una prova. Essa riassume tutto lo spirito del Carmelo. Tra le chiacchiere mondane, tra il fracasso mediatico, tra l’inutilità degli sproloqui di politici e uomini dotti, il silenzio delle monache carmelitane brilla per eloquenza e nobiltà. Non vi è altra aspirazione per una monaca carmelitana se non di offrire se stessa a Dio per la salvezza del genere umano, sul modello di Cristo e della Sua Madre. Una preghiera silenziosa, che sboccia come un fiore all’interno di una vita tutta interiore, il vero giardino di Dio nelle nostre anime. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente (Lc, I, 49): nessuno potrà mai sondare in modo perfetto e profondo cosa ha operato il Creatore nell’anima della più amata fra tutte le creature, la Vergine Maria. Ciononostante, la Vergine ci indica una via regale di santità che sta nel nascondimento e nella lode costante del creatore. Per una carmelitana conformarsi a questa verità rivelataci dalle Scritture è la più santa e ammirabile delle ambizioni, poiché ha come modello la vita della Madre di Dio. Ciò ci permette altresì di capire quanto Dio si compiaccia, in ragione della Sua somma bontà, della preghiera silenziosa, della dichiarazione di amore spontanea, semplice e sincera di ciascuno di noi. La vita interiore intesa come unione perfetta nell’orazione costituisce la bellezza e la forza stessa del Carmelo. Nel racconto della sua vita, Santa Teresa D’Avila riporta che durante un dialogo col Signore, Egli disgustato dai disordini della società, dall’eresia e dalla tiepidezza degli uomini di Chiesa abbia detto: “Avrei distrutto il mondo, se non fosse per otto tue consorelle che sono sante”. A quali vette di carità e fede fossero arrivate queste otto prigioniere di Dio (spesso anche chiamate, a causa della reclusione, alunne della morte) non ci è dato sapere. Tuttavia, possiamo trarre da quest’episodio un grande insegnamento: Dio elargisce grazie con infinita generosità a coloro che – anche se pochi in numero – si affidano a lui con fiducia. Sostenuto dall’amore di Maria, il Carmelo e i suoi figli continuano la loro silenziosa battaglia e la loro esistenza è per noi pegno e sicurezza di vittoria in questa epoca infame, giacché Dio mai rifiuterà la preghiera di coloro che hanno compreso in profondità che tra le Sue più grandi consolazioni vi è quella di vedere la Sua Santa Madre amata, onorata e servita come fece Suo Figlio su questa terra.
Zelo zelatus sum pro Domino, Deo exercituum, quia dereliquerunt pactum tuum filii Israel, altaria tua destruxerunt et prophetas tuos occiderunt gladio; et derelictus sum ego solus, et quaerunt animam meam, ut auferant eam. (Liber Regum I, 19, 10-11)
“Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita” (motto dell’Ordine dei fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo)
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[1] Congiuntamente al ‘privilegio sabatino’ (la promessa della Vergine di liberare il sabato successivo alla morte chiunque portasse lo scapolare – le cui condizioni furono stabilite dai pontefici), lo scapolare è stato da sempre largamente consigliato dai papi. Lo scapolare e il privilegio sabatino non sono una prerogativa dei religiosi carmelitani. La Vergine stessa a Fatima ha suggerito e fortemente esortato i fedeli a questa particolare devozione, tra i cui frutti vi è quello di beneficare delle preghiere e dei sacrifici dell’intera famiglia carmelitana. Esiste inoltre un terz’ordine secolare carmelitano, in cui i laici si impegnano in una più intensa vita di orazione e di preghiera (che prevede ad esempio la recitazione del Piccolo Ufficio della Vergine). Per maggiori informazioni http://www.unavox.it/ScapolareDelCarmelo.htm.

[2] Due versioni del radio-documentario (del 1958 e del 1988) sono reperibili su Youtube : https://www.youtube.com/watch?v=jJSNp4Ax26Y, https://www.youtube.com/watch?v=_CWn05mQR8o.