Sante Messe in rito antico in Puglia

martedì 14 agosto 2018

Alla tomba della Vergine

In onore Dormizione e l’Assunzione della Vergine Maria, rilanciamo questo contributo.





Alla tomba della Vergine

di Carlo Codega

La solennità dell’Assunzione suggerisce una salutare e preziosa riflessione sugli ultimi momenti della vita terrena della Vergine Maria, prima della sua gloriosa assunzione in Cielo in anima e corpo. A Gerusalemme alcuni edifici sacri sembrano parlarci proprio di questo.

Ci siamo fermati sul colle della Santa Sion per contemplare l’amorosa morte di Maria Santissima nel luogo ove ora sorge la Basilica della Dormizione, così vicina al Cenacolo, il luogo dell’Istituzione dell’Eucaristia e della Pentecoste. Con il transito e la dormizione di Maria Santissima sembrerebbe che il nostro prolungato pellegrinaggio nei luoghi mariani di Terra Santa debba avere fine, ma un ultimo santuario gerosolimitano attende i nostri passi: la Chiesa dell’Assunzione di Maria o Tomba della Vergine, affidato ora congiuntamente ai greco-ortodossi e agli armeni ortodossi. Per ben comprendere ciò di cui stiamo per trattare è necessario soffermarci qualche riga per far luce sul mistero del termine della vita di Maria e sui molti problemi che sorgono attorno ad esso.

Dormizione, morte e assunzione

Dicevamo già la scorsa puntata che sin dall’antichità il passaggio di Maria Santissima al Regno dei cieli non è stato definito “morte” quanto piuttosto “transito” o “dormizione”, in greco “koimesis”. Da ciò alcuni odiernamente pretendono di trarne automaticamente la conseguenza che la Madre di Dio non sarebbe morta ma sarebbe transitata al Paradiso senza morire (cioè senza che l’anima si distaccasse dal corpo), venendo quindi immediatamente assunta in Cielo. Questo privilegio dell’immortalità viene poi collegato da questi alla sua Immacolata Concezione: dato che la morte è la pena del peccato originale, allora Maria Santissima – immune da questo – non avrebbe nemmeno potuto morire ma avrebbe goduto del privilegio preternaturale concesso ai Progenitori. Anche se il Magistero della Chiesa non si è espresso su questo punto e anche se tale ipotesi rimane plausibile, va detto che il termine “dormizione” in ogni caso non è una prova della presunta immortalità della Madonna, quanto piuttosto un escamotage letterario per descrivere la soavità degli ultimi istanti terreni della Madre di Dio, ben diversi dalla “morte” di qualsiasi altro uomo, accompagnata da dolore e sofferenza. Anzi la tradizione di Gerusalemme – che rimonta al II-III secolo – sembra indicarci piuttosto che la Madonna sia effettivamente morta e abbia avuto per qualche tempo una sepoltura, prima di essere assunta in Cielo: il luogo della dormizione – ovvero della morte soave – sul colle di Sion è infatti ben distinto dal luogo dell’Assunzione che, con il nome significativo di “tomba della Vergine”, trova spazio proprio nel sito di sepoltura tradizionale degli ebrei di Gerusalemme, la valle del Cedron o valle di Giosafat. Se il luogo in cui la Madonna è morta è distinto da quello in cui è stata assunta in Cielo, evidentemente la Santissima Madre di Dio ha dovuto morire, cioè vivere il distacco dell’anima dal corpo, e vedere il suo corpo consegnato ad un sepolcro per qualche giorno, prima che con l’Assunzione in Cielo, la potenza dell’Altissimo ricongiungesse l’anima e il corpo per assumere in Paradiso Maria Santissima con un privilegio unico, che noi potremo sperimentare solo dopo la resurrezione della carne. Dobbiamo comunque ammettere che per l’onore della Santissima Vergine e l’amore che gli porta il suo divin Figliuolo, il corpo di Maria non andrò incontro a putrefazione ma rimase illibato e probabilmente – come sostengono diversi scritti apocrifi antichi – il tempo di permanenza del corpo nel sepolcro fu, per identificazione con quello di Gesù, proprio di tre giorni.

Efeso o Gerusalemme

Affrontata questa prima questione teologica rimane però un dubbio storico: secondo alcuni il luogo della morte di Maria Santissima non sarebbe stato Gerusalemme ma Efeso, in Asia Minore, l’odierna Turchia. Ciò si dovrebbe ammettere in primo luogo come compimento delle ultime parole di Gesù sulla croce, con le quali affidava a san Giovanni la propria madre. Ma se è vero che l’Apostolo prediletto «la prese in casa sua» (Gv 19,27) allora Maria avrebbe dovuto seguire san Giovanni anche a Efeso, in Asia Minore, dove il santo Evangelista fissò la sua dimora, e qui la Madre di Dio sarebbe anche morta. A rafforzare questo argomento scritturale furono soprattutto le esperienze mistiche della beata Catherina Emmerick nell’800: la Beata, in seguito a una visione, seppe indicare con precisione la “casa della Madre di Dio” in un luogo a 7 km dalla città di Efeso, sul colle dell’Usignolo, descrivendo perfettamente le fattezze di questo edificio, anticamente venerato ma a quel tempo caduto in oblio. Oltre a questo, però, la Beata nelle sue rivelazioni disse che si trattava anche della casa in cui Maria trascorse i suoi ultimi giorni, e quindi il luogo della morte e dell’Assunzione in Cielo. Questa convinzione però, più che dalla visione, le derivava forse dalla sentenza universalmente diffusa a quel tempo secondo cui Maria sarebbe morta ad Efeso, sentenza derivata da un’interpretazione arbitraria degli atti del Concilio di Efeso (431) da parte del grande storico ed erudito settecentesco Sebastien Le Nain de Tillemont. In effetti – eliminata questa errata interpretazione degli atti del Concilio – nessun documento né tradizione antica riconosce Efeso come luogo del transito di Maria, mentre già dal II e III secolo svariati scritti apocrifi non solo descrivono la gloriosa morte e l’Assunzione al Cielo di Maria Santissima ma la situano chiaramente a Gerusalemme, nella Valle del Cedron. Nel IV secolo poi la tomba della Vergine – già meta di devozioni, come attestano alcune iscrizioni – venne trasformata in una chiesa rupestre, costruendo anche un deambulatorio per girare attorno alla benedetta roccia che accolse il corpo della Madre di Dio. Nel 490 l’imperatore Maurizio, oltre a imporre nell’Impero orientale la festa dell’Assunzione, costruì sopra la grotta una grande basilica a pianta circolare, che non sopravvisse però all’invasione araba del VII secolo. Analoga sorte toccò alla grande chiesa abbaziale benedettina sorta nel XII secolo ma distrutta dopo settant’anni dall’invasione del feroce Saladino, che risparmiò solo la tomba della Vergine, per il rispetto che nutriva per la Madre di Gesù.

Nella valle del giudizio finale

Già la semplice ubicazione della tomba della Vergine può farci riflettere un po’ sul significato che questa deve avere nei piani divini. La valle di Giosafat è un avvallamento che divide la spianata del Tempio – il colle sacro per eccellenza per gli ebrei – dal monte degli Ulivi, santuario dei ricordi della Passione di Nostro Signore, ed è percorso dal fiume Cedron, ricordato anche nelle Sacre Scritture. La particolarità di questo avvallamento non è data tanto dal nome del buon re Giosafat, quanto dalla menzione che ne fa il profeta Gioele (Gl 4,2), il quale sembra indicarla come la valle in cui avverrà il Giudizio universale e la resurrezione dei corpi. Proprio per questo sia ebrei che cristiani e islamici hanno situato lì i loro cimiteri, accomunati quanto meno dalla credenza che proprio lì Dio verrà a giudicare i vivi e i morti. In quello stesso avvallamento si trova anche la tomba della Vergine ma con una significativa proprietà. Come per la sepoltura di Gesù, così per quella della Vergine, non si utilizzò un qualsiasi cimitero bensì una grotta nuova, ancora priva di sepolture. Gli scavi archeologici hanno infatti dimostrato che la necropoli presente vicino alla tomba della Vergine non è precedente ma successiva – di epoca bizantina e addirittura crociata – ed è quindi segno di venerazione per Maria, vicino alla cui tomba molti chiedevano di essere seppelliti, ma testimonia anche che per Maria Santissima fu scelto un luogo particolare, privo di altre sepolture. Questo forse per segnalare l’eminenza della Madre di Dio e del suo santissimo corpo rispetto a quello di tutti gli altri uomini e donne che venivano seppelliti nella valle di Giosafat. Significativo è poi notare anche una coincidenza: la valle di Giosafat, come abbiamo detto, è il luogo in cui tradizionalmente si ritiene avverrà il Giudizio universale. Ma per i cattolici – a differenza degli ebrei – il Giudizio universale coincide anche con la fine dei tempi e la resurrezione dei corpi. Ora proprio nel luogo dove si ritiene dovrà avvenire la resurrezione dei Corpi, è avvenuta l’Assunzione di Maria Santissima al Cielo, la quale non è altro che un’anticipazione di questo. Per volontà di Dio e come segno della sua Immacolata Concezione e della sua perpetua Verginità, il corpo di Maria non fu abbandonato alla putrefazione, ma dopo pochi giorni dalla morte – probabilmente tre – esso fu riunito all’anima e assunto in Cielo. Tale bellissimo privilegio accordato alla Santissima Madre di Dio è un preannuncio gioioso di ciò che avverrà alla fine dei tempi per ciascun uomo, il che ben spiega perché molti cristiani vollero, nel corso dei secoli, essere seppelliti vicini alla tomba di Maria, come per sentirsi più vicini nel desiderio a ciò che dovrà avvenire di loro: la resurrezione e la glorificazione dei corpi e il ricongiungimento all’anima in Paradiso.

Una Chiesa sottoterra

Abbiamo già detto come per ben due volte – con l’imperatore Maurizio nel V secolo e con i Benedettini nel XII secolo – la venerata tomba della Vergine fu inserita all’interno di un complesso monumentale più ampio, quasi come una cripta naturale al di sotto di una basilica dedicata all’Assunzione, cosa che l’accomunava a tanti altri santuari della Terra Santa. Per ben due volte tale basilica monumentale che sovrastava la tomba venne distrutta, e alla fine, dopo il XII secolo, non fu più ricostruita: sia i Francescani che l’ebbero in custodia dal XIV secolo al XVIII, sia i greci ortodossi che la occuparono con il beneplacito del sultano dal 1757 non pensarono più a ricostruire una basilica superiore. Si accontentarono invece di conservare l’austera facciata crociata che introduce a una scalinata con la quale si discende nella grotta naturale dove viene venerata la tomba della Vergine, un blocco di pietra alto da 1,50 m a 1,80 m con due aperture per il passaggio dei pellegrini, perché questi possano venerare la roccia su cui fu deposto il corpo di Maria Santissima. L’assenza di una basilica superiore induce però il pellegrino a una riflessione tutt’altro che fuorviante: la tomba della Vergine sembra quasi non volere nulla al di sopra di sé, nessun edificio imponente o architettonicamente elaborato, ma preferisce rimanere così, semplice nella sua consistenza rupestre e libera da qualsiasi aggravio superiore, come se effettivamente da quella benedetta pietra continuamente la Vergine Maria venisse assunta in Cielo. Nello stesso soffitto della grotta è stato praticato un foro, non solo per permettere la fuoriuscita dei fumi delle candele votive, ma anche per ricordare ai pellegrini che proprio in quella tomba non si viene tanto a rammentare una sepoltura in terra bensì un’Assunzione in Cielo. Si scende sottoterra con il corpo per innalzare la propria anima verso l’alto, si tocca una roccia sepolcrale per avvicinarsi a Maria Santissima viva in anima e corpo in Paradiso, si ricorda un evento passato per non dimenticare ciò che ci aspetta in futuro: la resurrezione della nostra carne alla fine dei tempi con cui saremo pienamente partecipi di quella gloria che Maria già gode dalla fine della sua vita terrena. E questo è un po’ un monito e una degna conclusione per tutto il nostro pellegrinaggio in Terra Santa sulle tracce dei luoghi santificati da Maria Santissima: toccare con mano i luoghi santificati da Gesù e Maria significa ricordare amorosamente gli eventi della Redenzione – in cui Maria fu l’alma socia e la degna collaboratrice di Gesù, come Corredentrice accanto al Redentore. A sua volta il ricordo degli eventi della Redenzione realizza in noi quella grazia che ci condurrà passo dopo passo in questo lungo e impegnativo pellegrinaggio che è la nostra esistenza, verso la meta del Paradiso in cui Maria Assunta ci ha preceduto e ci aspetta ferventemente.

Immagini per meditare: Dormitio Virginis Mariae


Beato Angelico, Dormitio Virginis Mariae, 1425 circa, Philadelphia Museum of Art, Philadelphia


Ludovico Carracci, Funerali della Vergine, 1605-09, Galleria Nazionale, Parma

Louis Pécheux, Dormizione della Vergine, 1768 circa, Musée des Beaux-Arts, Lione

Jean-Jules-Antoine Lecomte du Nouÿ, Donne cristiane alla tomba della Vergine a Gerusalemme, 1871, collezione privata 

Padre nostro, l’importanza della tentazione

Durante la c.d. veglia del vescovo di Roma con i giovani al Circo Massimo, lo stesso è tornato – con una domanda evidentemente preparata ad hoc (non certo spontanea!) su uno dei suoi temi cult: vale a dire la questione della traduzione del Pater noster, “non ci indurre in tentazione”.
Sul tema abbiamo già espresso il nostro punto di vista, ponendo in luce come il senso di quelle parole siano state rettamente dalla Chiesa e come la stessa, per rispetto alla sacralità del testo, abbia evitato, nelle sue traduzioni liturgiche, di sostituirle con improbabili ermeneutiche dell’interprete di turno. Del resto, diversi autori di ben altro ed elevato lignaggio e cultura (si pensi solo all’Aquinate) hanno avuto modo di commentare quelle parole del Signore (cfr. G. Zoroddu, San Tommaso ci spiega il “non ci indurre in tentazione”, in Radiospada, 10.12.2017, nonché in Il Timone, 11.12.2017 ed in MiL, 21.12.2017; A. Morselli, Non abbandonarli alla tentazione di cambiare il “Padre nostro”, ivi, 11.12.2017).
Rilanciamo, quindi, volentieri a chiarimento, nella festa dei SS. Martiri di Otranto e Vigilia dell'Assunzione della B.V.M., questo contributo di don Nicola Bux.


SULLA CORRETTA TRADUZIONE

Padre nostro, l’importanza della tentazione

di don Nicola Bux

Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare dell’annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio “Non ci indurre in tentazione”. Ma cosa dice la Scrittura? Dio non può abbandonarci alla tentazione, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.


Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare dell’annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio “Non ci indurre in tentazione”. Il Papa ha detto: “Nella preghiera del Padre Nostro c’è una richiesta: ‘Non ci indurre in tentazione’. Questa traduzione italiana recentemente è stata cambiata, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre ‘indurci’ in tentazione? Può ingannare i suoi figli? - ha chiesto - Certo che no. Infatti una traduzione più appropriata è: ‘Non abbandonarci alla tentazione’. Trattienici dal fare il male, liberaci dai pensieri cattivi....A volte le parole, anche se parlano di Dio, tradiscono il suo messaggio d’amore. A volte siamo noi a tradire il Vangelo”. 
Fin qui il Papa. Come stanno le cose? In merito al “non ci indurre in tentazione”, vanno menzionati innanzitutto tre brani:
Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone...”(Es 14,17). Qui è il Signore che induce all’ostinazione; ”Ecco,dunque, il Signore ha messo uno spirito di menzogna sulla bocca di tutti questi tuoi profeti, perché il Signore ha decretato la tua rovina...”(1 Re 22,23). Qui è il Signore che induce alla mistificazione; ”E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità” (2 Tess 2,11-12). Qui è il Signore che induce all’inganno.
Nella I domenica di Quaresima, la “domenica delle tentazioni di Gesù” la Liturgia Horarum secondo il Novus Ordo, propone la lettura di sant’Agostino a commento del salmo 60, di cui riportiamo il brano seguente: ”...la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque perse da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria. Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tenere lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato” 
(Commento al Salmo 60,3; CCL 39,766).
Pertanto, Dio non può abbandonarci alla tentazione, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.
San Tommaso D’Aquino, nel suo Commento al Padre nostro, dopo aver premesso che Dio ‘tenta’ l’uomo per saggiarne le virtù, e che essere indotti in tentazione vuol dire consentire ad essa, scrive: “In questa (domanda) Cristo ci insegna a chiedere di poterli evitare (i peccati), ossia di non essere indotti nella tentazione per la quale scivoliamo nel peccato,e ci fa dire: ‘Non ci indurre in tentazione’.”[...].
L’Aquinate poi, chiarito che la carne, il diavolo e il mondo tentano l’uomo al male, annota che la tentazione si vince con l’aiuto di Dio, in quale modo? “Cristo ci insegna a chiedere non di non essere tentati, ma di non essere indotti nella tentazione”[...]. Infine, si chiede: “Ma forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: ‘non ci indurre in tentazione’? Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all’uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista: ‘Non abbandonarmi quando declinano le mie forze’ (Sal 71[70],9). E Dio sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato”.
A questo si deve aggiungere anche il commento al Padre nostro di Ratzinger, dalla trilogia delle sue opere.
Quindi, secondo questi autori conserva tutto il suo senso la petizione “et ne nos inducas in temptationem”: il testo latino corrisponde esattamente all’originale greco del Nuovo Testamento. Il punto focale è prendere in considerazione tutta la Rivelazione biblica, nella quale Dio si manifesta in modo “cattolico”: etimologicamente, secondo la globalità dei fattori, che caratterizzano la vicenda umana e che non sfuggono in alcun modo a Lui, se è vero il detto: non muove foglia che Dio non voglia.
Del resto, non dice Giobbe: se da Dio abbiamo accettato il bene, perché non dovremmo accettare il male? Dio ha dato, Dio ha tolto: sia benedetto il nome del Signore. E Gesù: tutti i capelli del vostro capo sono contati. Per questo, Dio è cattolico, come disse von Balthasar.


lunedì 13 agosto 2018

Il pensiero di Benedetto XVI – Joseph Ratzinger sulla questione del “E non c’indurre in tentazione”

Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! Di fatto, san Giacomo afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13).
Ci aiuta a fare un passo avanti il ricordarci della parola del Vangelo: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve, come abbiamo visto, sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo «discendere negli inferi», nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l’alto. La Lettera agli Ebrei ha sottolineato in modo tutto particolare questo aspetto, mettendolo in risalto come parte essenziale del cammino di Gesù: «Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15).
Uno sguardo al Libro di Giobbe, in cui sotto tanti aspetti si delinea già il mistero di Cristo, può fornirci ulteriori chiarimenti. Satana schernisce l’uomo per schernire in questo modo Dio: la sua creatura, che Egli ha formato a sua immagine, è una creatura miserevole. Quanto in essa sembra bene, è invece solo facciata. In realtà all’uomo – a ogni uomo – interessa sempre e solo il proprio benessere. Questa è la diagnosi di Satana, che l’Apocalisse definisce «l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10). La diffamazione dell’uomo e della creazione è in ultima istanza diffamazione di Dio, giustificazione del suo rifiuto.
Satana vuole dimostrare la sua tesi con Giobbe, il giusto: se solo gli venisse tolto tutto, allora egli lascerebbe presto perdere anche la sua religiosità. Così Dio concede a Satana la libertà di mettere alla prova Giobbe, anche se entro limiti ben definiti: Dio non lascia cadere l’uomo, ma permette che venga messo alla prova. Qui traspare già in modo sommesso e non ancora esplicito il mistero della vicarietà, che prende una forma grandiosa in Isaia 53: le sofferenze di Giobbe servono alla giustificazione dell’uomo. Mediante la sua fede provata nella sofferenza, egli ristabilisce l’onore dell’uomo. Così le sofferenze di Giobbe sono anticipatamente sofferenze in comunione con Cristo, che ristabilisce l’onore di noi tutti al cospetto di Dio e ci indica la via per non perdere, neppure nell’oscurità più profonda, la fede in Dio.
Il Libro di Giobbe può anche esserci d’aiuto nel discernimento tra prova e tentazione. Per maturare, per trovare davvero sempre più la strada che da una religiosità di facciata conduce a una profonda unione con la volontà di Dio, l’uomo ha bisogno della prova. Come il succo dell’uva deve fermentare per divenire vino di qualità, così l’uomo ha bisogno di purificazioni, di trasformazioni che per lui sono pericolose, che possono provocarne la caduta, che però costituiscono le vie indispensabili per giungere a se stessi e a Dio. L’amore è sempre un processo di purificazioni, di rinunce, di trasformazioni dolorose di noi stessi e così una via di maturazione. Se Francesco Saverio poté pregare Dio dicendo: «Ti amo, non perché puoi donarmi il paradiso o l’inferno, ma semplicemente perché sei quello che sei – mio re e mio Dio», era stato certamente necessario un lungo percorso di purificazioni interiori per giungere a quest’ultima libertà – un percorso di maturazioni, in cui era in agguato la tentazione, il pericolo della caduta – e tuttavia un percorso necessario.
Così possiamo ora interpretare la sesta domanda del Padre nostro già in maniera un po’ più concreta. Con essa diciamo a Dio: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se – come nel caso di Giobbe – dai un po’ di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me». In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo «e non c’indurre in tentazione», esprimiamo la consapevolezza «che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà» (De dom. or. 25).
E poi, ponderando il profilo psicologico della tentazione, egli spiega che ci possono essere due differenti motivi per cui Dio concede al Maligno un potere limitato. Può accadere come penitenza per noi, per smorzare la nostra superbia, affinché sperimentiamo di nuovo la povertà del nostro credere, sperare e amare e non presumiamo di essere grandi da noi: pensiamo al fariseo che racconta a Dio delle proprie opere e crede di non aver bisogno di alcuna grazia. Cipriano, purtroppo, non specifica poi il significato dell’altro tipo di prova: la tentazione che Dio ci impone ad gloriam – per la sua gloria. Ma in questo caso non dovremmo ricordarci che Dio ha messo un carico particolarmente gravoso di tentazioni sulle spalle delle persone a Lui particolarmente vicine, i grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Teresa di Lisieux nel pio mondo del suo Carmelo? Tali persone stanno, per così dire, sulle orme di Giobbe come apologia dell’uomo, che è al contempo difesa di Dio. Ancor più: sono in modo del tutto particolare in comunione con Gesù Cristo, che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni. Sono chiamate a superare, per così dire, nel proprio corpo, nella propria anima le tentazioni di un’epoca, a sostenerle per noi, anime comuni, e ad aiutarci nel passaggio verso Colui che ha preso su di sé il gravame di tutti noi.
Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall’altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani. Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor 10,13).

Fonte: Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dal Battesimo alla Trasfigurazione, Città del Vaticano – Milano, 2007, pp. 118-121

In attesa della sciagurata ed annunciata modifica

I veri cattolici continueranno a recitare la formula tradizionale "non ci indurre in tentazione" .... così come l'hanno recitata anche loro ....





mercoledì 8 agosto 2018

Illegittimità di ogni pena ed indipendenza dalla legge morale in un aforisma di Romano Amerio


Cfr. La pena di morte - Romano Amerio, in Chiesa e postconcilio, 8.8.2018

Pubblicato in inglese il testo di don Nicola Bux, "Con i Sacramenti non si scherza"

Pubblicato per i tipi dell’Angelico Press il testo inglese di don Nicola Bux, “Con i sacramenti non si scherza”. Un bel successo!
Ne rilanciamo la Prefazione, in inglese, pubblicata dal sito New Liturgical Movement.

New English Translation of Msgr. Nicola Bux’s Introduction to the Sacraments

PETER KWASNIEWSKI

Angelico Press, which has earned a reputation as one of the finest Catholic publishers today for its wide selection of books on traditional Catholic doctrine and worship, has just released two books that will be of great interest to NLM readers: a revised and expanded edition of the (hitherto out of print) classic by Martin Mosebach, The Heresy of Formlessness, and the English translation of a fine “primer” on the sacraments, No Trifling Matter: Taking the Sacraments Seriously Again (Italian original: Con i sacramenti non si scherza) by Msgr. Nicola Bux, a professor of sacramental theology and a close collaborator of Joseph Ratzinger/Pope Benedict XVI.
English readers looking for a description of the content and endorsements of Bux and Mosebach will find them at the links above. Here, with the permission of the author and publisher, we reproduce the Foreword by Christopher J. Malloy of the University of Dallas, who blogs at theologicalflint.com.


FOREWORD

Dr. Christopher J. Malloy

An Italian priest and liturgical theologian, Msgr. Nicola Bux, has written a book on the sacraments quite popular in Italy, now available in English translation. This remarkable book is chock full of pithy insights, noble exhortations, and keen criticisms. Its unifying theme, the perennial sacramentality of the Church in the context of contemporary obstacles and difficulties, allows its scope to be quite vast and sprawling. No Trifling Matter is not intended as a textbook. Rather, its sundry edifying observations and notes of wisdom make for good reading in small portions. There is much food for thought here. The anonymous translator offers notes with helpful theological clarifications and background insight on Italian culture.
Fr. Bux presents a thoroughly Catholic view, touching on East and West, the spiritual and the physical, the Ancient and the New, the natural and the supernatural, sin and grace, predestination and free will, Church and world. Among the dominant sub-themes is the sacred and the profane. “Sacred” means holy, dedicated to God. “Profane” has several meanings. It first signifies what lies “before” or “outside” the temple. It also signifies what is natural, not yet consecrated. Finally, it can signify what is crass, tasteless, or even opposed to God. As Bux reminds the reader, what is earthly and ordinary, but not crass, is called to be taken up and ordered to God. The Church is called to consecrate the world to God.
This beautiful vision has been effaced from the Catholic imagination in the wake of an errant theology that obscures the distinction between sacred and profane. Under a semblance of mysticism, some (e.g., Karl Rahner, Vorgrimler, Martos) claim in various ways that the world is already sacred from the beginning. They mock a caricature of the Tradition, as though the Tradition denied that any grace exists outside of church buildings. The Tradition, including official Church doctrine, never made such a ridiculous claim. The Church teaches (a) that there are graces outside of her visible boundaries and action, (b) that such grace objectively leads back to the Catholic Church, (c) that there is no salvation outside the Catholic Church, and (d) that only those who are invincibly ignorant of this truth are not condemned for not entering the Church (while even these are deprived of many helps). In short, the Tradition has by no means a simpleton’s position.
Having dismissed the Tradition, the revolutionaries substitute errors in its stead. Claiming that grace is already in the world, they hold that the sacraments only express this fact with correct words and gestures. Understandably, some faithful Catholics too quickly critique this notion as reducing sacraments to merely indicative “signs.” The revolutionaries have a ready response: They claim that the grace in the world “inclines” to become sacramental, “inclines” to express itself. In this way, they assert, the sacraments contain grace. They call the sacraments, thus understood, “Real Symbols.”
In fact, the Real Symbol notion falls short of Catholic dogma. The revolutionaries are more straightforward when they describe their notion as a “Copernican revolution” in sacramental thinking. As they say, the Tradition (dogma) holds that sacraments are causes of grace, that sacraments convey grace otherwise not present. They reject this teaching. For them, the grace is already there but is in the sacramental act given the correct linguistic and gestural expression. Further, the revolutionaries have lost the sense of the supernatural and of sin and the need for repentance and sacramental grace to escape eternal damnation. If not many people are unfortunate enough to read this ruinous line of thought, many suffer in parishes because of its influence.
For those looking for a thoughtful antidote, Bux’s book is a fine option. Bux recognizes the importance and necessity of catechesis, but he urges us to appreciate the noble work of the sacraments and not to let explanations dominate rationalistically. With the assistance of words, we should live and contemplate the signs, which point to and convey what is higher and deeper. To appreciate signs, Bux reminds us, is a basic human task. All of being is significant.
Hand-in-hand with the loss of the sacred goes loss of the sense of God, as Bux notes with Ratzinger. Many current celebrations of Mass fail to draw the mind to God. They fail to encourage us to lay aside earthly cares and attend to the heavenly banquet. His transcendent aim obscured, man becomes the center of attention. Although Vatican II did not ask for it, the tabernacle is often banished to the outskirts, making the Blessed Sacrament “homeless.” The liturgy then becomes a field of human entertainment, not entry into the divine work.
In addition to this macroscopic view of things, Bux also hones in on particular, pressing issues. He points out, for instance, that Vatican II did not cast Latin into a dungeon. Sadly, Latin languishes despite having many reasons to be retained. In a globalized world, Latin offers an unexpected promise of unity not yoked to any current political regime. More importantly, Latin is a spiritual treasure of the Church, part of the living Tradition of handing on the faith. A simple return to Latin is not enough, however. Even the Latin of the Ordinary Form of the Mass, Bux notes, mutes expression of such elements of the faith as the existence of the devil, the darkness of sin, etc. The Ordinary Form of baptism retains no exorcisms, only prayers of liberation. This privation is a mark of discontinuity.
Bux also recalls the centrality of sacrifice in the Mass. Although also a banquet at the table of nourishment, the Mass is firstly a sacrifice of the altar, a sacrifice of right worship to God effective as propitiation for sins. We need to retain both aspects. Attention to the Real Presence also makes clear that the Mass is a divine work. The Eucharistic presence of Christ does not evolve gradually through the work of human hands but is achieved instantaneously by the power of Christ in heaven, working through the hierarchical priest on earth. How appropriate to ring the bells at this solemn moment!
In order to be fit to receive the Eucharist, one must be in the state of grace. Among today’s great errors is flight from the Gospel’s exhortation, echoed at the Council, to become holy. Not everyone may receive the Eucharist, for not everyone is in the state of grace. Many people today have left a marriage and attempted to become “remarried,” without having received an official judgment from the Church that the first marriage was from its inception null. Those who have done this and are engaged in sexual relations are in a state of sin and may not receive the Eucharist. They must repent, which requires firm purpose of amendment, and receive absolution in Confession. Only false mercy would attempt to override or reinterpret these life-giving elements of divine law.
Today’s loss of the sense of sin goes hand-in-hand with the false notion that the world is already holy. Common sense tells us this notion is false. If it is holy, why are so many so spiritually sad, so misled, so confused, so distraught? Missionaries, who don’t just think about loving others but do something about it, first exorcise new territories and then they lay their foundations. Similarly, church buildings are solemnly consecrated, set aside solely for divine use. The profane is not the sacred, although what had been profane can be consecrated and brought into the sacred. Alas, Bux cries, nowadays churches are treated as venues for mundane, even shameful events. How can the mind’s eye rise to God when the house of the holy is just another theater?
Perhaps most timely is Bux’s chapter on marriage. He nicely treats the differing theologies of the minister of marriage in East and West. He stresses the centrality of fecundity and the complementarity of male and female in the sacrament. As Bux relates, the homosexual ideology of its essence violates sexual difference, all the while pleading in legal contexts recognition of “difference.” The argument is disingenuous because it (a) abolishes truth by demanding acceptance of error and (b) abolishes the loveliest of differences, male and female. Although respect is due to everyone as persons, human “rights” require reference to human nature and hence to God’s law.
Not least, Bux reflects on the sacramentals. His narration of the organic development that led to building and consecrating churches is splendid. We are once again reminded of the sacred and the profane, of the natural and the supernatural. In reading, I was reminded of T.S. Eliot’s line, “You are here to kneel, where prayer has been valid.” Use of the sacred space for profane events, even if these be tolerable in themselves, is a “very serious phenomenon,” even a “desolation.” Similarly, the cavalier way priests carry on at Mass, with gym shoes and jokes, high fives, calling for applause, etc., represents “not a sacred order, but a profane and secularized disorder.”
This book would make a fine gift for a priest who has an open mind to a call to return to the beauty and truth of Tradition. It might be seen as a bridge, inviting one to contemplate the disorders of today’s liturgical experiences as reason to reconsider the timeless wisdom of the Church. Practicing lay Catholics without theological training will also enjoy it. May it be widely read!

The Angelico page for this book is here; the Amazon.com page is here.

venerdì 3 agosto 2018

Opposizione alla pena capitale e declino della fede nella vita eterna in un aforisma del cardinale gesuita Avery R. Dulles


La perdita della dignità umana in un aforisma di S. Tommaso d'Aquino


Il Magistero della Chiesa v/ il "magistero" di Bergoglio. Chi dei due ha ragione???


Chi sparge il sangue dell’uomo dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo” (Gen. 9, 6).

I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male” (Rm. 13, 3-4).

Articoli per approfondimenti sul tema:

S. Skojec, Heresy in the Catechism. Wolf in the Vatican. No Shepherds in Sight, in Onepeterfive, Aug. 2nd, 2018, nonché, in trad. spagnola, Herejía en el Catecismo. El lobo en el Vaticano. No hay Pastores a la vista, in Adelante de la Fe, 3.8.2018;

Id., Pope Francis Is Wrong about the Death Penalty. Here’s Why, in Onepeterfive, Aug. 2nd, 2018, nonché, in trad. spagnola, Por qué se equivoca el Papa con lo de la pena de muerte, in Adelante de la Fe, 3.8.2018;

Id., With Catechism Change, An Opening of Pandora’s Box, in Onepeterfive, Aug. 3, 2018;

St. Alphonsus: “... The public authority is given the power to kill wrongdoers, and that not unjustly ...”, in Rorate caeli, Aug. 3, 2018;

What was black is now white: Pope “changes Catechism” to declare death penalty “inadmissible in all cases”ivi, Aug. 2nd, 2018, in trad. spagnola, Lo que era negro ahora es blanco: el Papa altera el Catecismo para declarar que la pena de muerte es «inadmisible», in Adelante de la Fe, 2.8.2018;

Francisco: “La pena de muerte es contraria al Evangelio”ivi;

A. Caponneto, La pena de muerte. El anunciado fariseísmo de Bergoglioivi, 3.8.2018;

P. Kwasniewski, Pope’s change to Catechism contradicts natural law and the deposit of Faith, in Lifesitenews, Aug. 2, 2018;

Id., Pope’s change to Catechism is not just a prudential judgment, but a rejection of dogmaivi, Aug. 3, 2018;

Id., Catholic professor: Why I can never teach Pope Francis’ new teaching on death penalty, ivi, Oct. 3, 2018;

D. Warren, Not even the Borgia Popes tried to ‘revise’ Church teachingivi, Aug. 3, 2018;

R. De Mattei, Whoever says death penalty is evil in itself ‘falls into heresy’: Church historianivi; in trad. spagnola, La licitud de la pena de muerte es una verdad de fe católica, in Adelante de la Fe, 3.8.2018; nonché, in trad. it. La liceità della pena di morte è una verità di fede cattolica, in Corrispondenza romana, 6.8.2018 ed in Chiesa e postconcilio, 16.8.2018;

Id., Is the Death Penalty Intrinsically Evil?, in The Remnant Newspaper, Aug. 4, 2018;

C. A. Ferrara, Killing Capital Punishment: Francis vs. the Catholic Churchivi, Aug. 2, 2018;

S. Hertz, The Death Penalty, Instituted by God Himself (The Biblical Basis for Catholic Teaching on Capital Punishment)ivi, Aug. 6, 2018;

D. Montagna, Pope Francis changes Catechism to declare death penalty ‘inadmissible’, in Lifesitenews, Aug. 2, 2018;

Id., Priests: Why we’re urging Cardinals to challenge Pope Francis on death penalty, ivi, Aug. 15, 2018;


Id., 75 clergy, scholars appeal to Cardinals: Urge Francis to ‘withdraw’ death penalty teaching, ivi;

D. Hitchens, Academics appeal to cardinals: advise Pope to withdraw ‘scandalous’ Catechism change, in Catholic Herald, Aug. 15, 2018


D. Cummings McLean, ’Doctrinal error’: Catholics react to Pope Francis’ new teaching against death penalty, in Lifesitenews, Aug. 2, 2018;

Id., LGBT ‘Catholic’ groups: If Pope can reverse Church teaching on death penalty, why not homosexuality?ivi, Aug. 3, 2018;

Id., Pope’s new teaching against death penalty is ‘break’ with Catholic teaching: EWTN panelivi;

M. Pakaluk, Cardinal Dulles's Dubia, in First Things, Aug. 8, 2018;

E. Feser, Pope Francis and capital punishmentivi, Aug. 3, 2018;

D. Hitchens, The Catechism and the death penalty: are Catholics right to be worried?, in Catholic Herald, Aug. 4, 2018;

Id., The new Catechism text on the death penalty will damage the Church, ivi, Aug. 8, 2018;

Pena di morte, lo spirito di Pannella muta il Catechismo, in LNBQ, 3.8.2018

R. Cammilleri, I santi impiccati: quando la pena di morte è via di santitàivi, 4.8.2018;

T. Scandrogno, Assoluti morali: esce l’adulterio, entra la pena di morteivi, 5.8.2018;

Cambio sulla pena di morte, reazione a catenaivi, 7.8.2018;

S. Paciolla, Il Catechismo, la pena di morte ed il debole concetto di: “Per molto tempo…, ma oggi…”, in Blog di Sabino Paciolla, 5.8.2018;


La pena di morte - Vittorio Messori, in Chiesa e postconcilio, 12.8.2018


Appello ai Cardinali di Santa Romana Chiesa. Errore del papa sulla pena di morte, ivi, 16.8.2018.

In generale, sulla legittimità della pena capitale, v. la serie di articoli di Radiospada dedicati al tema; nonché il breve saggio di don Tranquillo, Dottrina sulla pena di morte, modernismo e Papa Francesco, in FSSPX, 2.8.2018. Cfr., sempre sulla questione della legittimità della pena capitale, A. Card. Dulles, Catholicism & capital punishment, in First Things, Apr. 2001, trad. it. Card. Avery Dulles s.j.: “La pena di morte non è di per sé una violazione del diritto alla vita”, in Blog di Sabino Paciolla, 3.8.2018, nonché in Chiesa e postconcilio, 3.8.2018.