Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 1 gennaio 2024

"Gli fu imposto nome Gesù ....". Auguri di buon anno 2024

Buon 2024 dell'era cristiana a tutti i nostri lettori.

Non auguri convenzionali e di circostanza, ma auguri cattolici di fare tesoro e saper mettere a frutto le opportunità che il Signore vorrà donarci in questo nuovo anno, che oggi si apre.

Quest'anno, nel mondo cattolico, sarà ricco di ricorrenze significative. Nell'anno appena trascorso abbiamo celebrato i 700 anni della canonizzazione di S. Tommaso d'Aquino (18 luglio 1323) nonché gli 800 anni dell'approvazione della Regola francescana da parte di papa Onorio III (29 novembre 1223) e dell'istituzione del primo Presepe a Greccio (24 dicembre 1223); nel nuovo anno ricorderemo i 750 anni dalla morte del Doctor Angelicus (7 marzo 1274) e gli 800 anni dalla stimmatizzazione di S. Francesco d'Assisi (14 settembre 1224). 350 anni fa, infine, nel 1674, il Cuore di Gesù apparve a S. Margherita M. Alacoque “circondato da una corona di spine simboleggianti le ferite inferte dai nostri peccati e sormontato da una croce significante che, dai primi istanti della sua incarnazione, e, cioè, dal momento in cui il Sacro Cuore era stato formato, la croce vi era stata piantata e dal primo istante era stato pieno d'ogni amarezza”. 

Ricorrenze, quindi, assai significative. Da ricordare.

Buon 2024, quindi, a tutti i nostri lettori, sotto lo sguardo materno di Maria SS.

Orazio Gentileschi, Circoncisione di Gesù, 1605-07, Pinacoteca civica Francesco Podesti, Ancona

Giovanni Francesco Guerrieri, Circoncisione di Gesù, 1614-17, chiesa di San Francesco, Sassoferrato


Alessandto Capalti, Circoncisione di Gesù, 1845, Chiesa del Gesù, Roma

Giovanni Gasparro, Salvator mundi, 2015, collezione privata



Carlo Dolci, Madonna con Bambino Gesù, XVII sec., Galleria Borghese, Roma 

Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino Gesù dormiente, detta Madonna del Velo, 1650-60, Palazzo dei Musei, Modena 

Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino, XVII sec.

Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino e S. Giovannino, ispirata alla Madonna della seggiola di Raffaello, XVII sec., collezione privata

Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino che le porge un frutto, 1660, Galleria Nazionale di S. Luca, Roma


Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino, XVII sec., collezione privata

giovedì 15 agosto 2019

Aforismi nella festa dell'Assunzione al Cielo, in anima e corpo, della B.V. Maria





Assunzione di Maria, acquasantiera, 1735, cattedrale, Altamura

Pietro Bracci, Assunzione di Maria, 1739, altare maggiore, Duomo, Napoli

Cfr. Ernesto Dovico, Pio XII ci spiega il dogma dell'Assunta, in Il Timone, 15.8.2018

Giuliano Zoroddu (a cura di), Sant’Alfonso Maria de Liguori. Discorso sull’Assunzione di Maria, in Radiospada, 15.8.2019

Assunta in cielo perché corredentrice sulla terra, in Chiesa e postconcilio, 15.8.2019

mercoledì 7 marzo 2018


Nella festa di S. Tommaso d’Aquino, confessore e dottore della Chiesa, rilanciamo questo contributo.

San Tommaso d’Aquino nel magistero di Leone XIII

San Tommaso d’Aquino, nato a Roccasecca verso il 1225, a cinque anni fu inviato come oblato presso l’Abazia di Montecassino. A Napoli, dove studiava, entrò nell’Ordine di san Domenico nel 1244. Iniziò subito la sua carriera universitaria come discepolo di Alberto Magno e poi come professore egli stesso in Francia, in Germania e in Italia. Congiungendo in Cristo la sapienza cristiana con quella pagana, diede alla Cristianità validi strumenti per la comprensione filosofica e teologica delle verità della fede. Morì a Fossanova il 7 marzo 1274 mentre si recava al Concilio Lugdunense Secondo. Canonizzato il 18 luglio 1323 da Giovanni XXII, fu proclamato Dottore della Chiesa da san Pio V l’11 aprile 1567 col titolo di Angelico. Leone XIII aggiunse il titolo di Dottore Comune, il Teologo “ufficiale” della Chiesa Latina; e Pio XI il titolo di Dottore Eucaristico, per l’ardente suo amore per Gesù Sacramentato, che si può vedere nell’ufficio del Corpus Domini che ebbe proprio l’Aquinate come autore.
Papa Pecci, che restaurò il Tomismo, così insegnava dell’Angelico Tommaso nella sua Enciclica “Æterni Patris” del 4 agosto 1879.


I Dottori del medio evo, che vanno sotto il nome di Scolastici, intrapresero un’opera di grande rilievo, vale a dire raccogliere con diligenza la feconda ed ubertosa messe di dottrina sparsa nei moltissimi volumi dei Santi Padri e, dopo averla raccolta, riporla come in un sol luogo, ad uso e vantaggio dei posteri. Ma quali siano l’origine, l’indole e l’eccellenza della Scolastica, vogliamo, Venerabili Fratelli, qui dichiararlo più diffusamente con le parole del sapientissimo Nostro Predecessore Sisto V: “Per dono divino di Colui il quale, solo, dà lo spirito della scienza e della sapienza, e il quale nel corso dei secoli ricolma di nuovi benefici la sua Chiesa secondo il bisogno, e la munisce di nuovi presidi, fu trovata dai nostri maggiori, savissimi uomini, la Teologia scolastica, che in modo particolare i due gloriosi Dottori l’angelico San Tommaso ed il serafico San Bonaventura, professori chiarissimi di questa facoltà... coltivarono ed illustrarono con eccellente ingegno, con assiduo studio, con grandi fatiche e con lunghe veglie e la lasciarono ai posteri ottimamente ordinata ed in molti e chiarissimi modi esplicata. Per certo la cognizione e l’esercizio di una scienza così salutare, che deriva dalle abbondantissime fonti delle divine Lettere, dei Sommi Pontefici, dei Santi Padri e dei Concili, poterono senza dubbio apportare sempre alla Chiesa grandissimo aiuto, sia per intendere ed interpretare, secondo il loro vero e schietto senso, le stesse Scritture, sia per leggere e spiegare con maggiore sicurezza e con maggiore utilità i Padri; sia per scoprire e confutare i vari errori e le eresie. In questi ultimi tempi, in cui sono giunti quei giorni pericolosi descritti dall’Apostolo, ed uomini blasfemi, superbi e seduttori procedono di male in peggio, errando essi stessi e traendo gli altri nell’errore, essa certamente è oltremodo necessaria per confermare i dogmi della fede cattolica e per ribattere le eresie” . Tali parole, benché sembrino riferirsi soltanto alla Teologia scolastica, nondimeno vanno chiaramente intese come dette anche per la Filosofia e per le sue doti. Giacché quelle chiare doti che rendono la Teologia scolastica tanto terribile per i nemici della verità “vale a dire, come aggiunge lo stesso Pontefice, quella concatenazione delle cose e delle loro cause tra sé, quell’ordine e quella disposizione come di soldati schierati a battaglia, quelle limpide definizioni e distinzioni, quella sodezza di argomenti e quelle sottilissime dispute per le quali la luce è separata dalle tenebre e il vero dal falso, e le menzogne degli eretici, avviluppate da molti inganni ed intrighi, come se fosse loro strappata di dosso la veste, sono rese manifeste e messe a nudo” , codeste preclare e mirabili doti, diciamo, si debbono attribuire al retto uso di quella filosofia, della quale i maestri scolastici si avvalsero assai frequentemente di proposito e con savio intendimento anche nelle dispute di Teologia. Oltre a ciò, essendo una singolarità tutta propria dei Teologi scolastici l’avere congiunto tra loro con strettissimo nodo la scienza umana e la divina, di certo la Teologia, in cui essi furono eccellenti, non si sarebbe acquistata nell’opinione degli uomini tanto onore e tanta lode, se avessero usato una filosofia monca, imperfetta o leggera. Per la verità, sopra tutti i Dottori Scolastici, emerge come duce e maestro San Tommaso d’Aquino, il quale, come avverte il cardinale Gaetano, “perché tenne in somma venerazione gli antichi sacri dottori, per questo ebbe in sorte, in certo qual modo, l’intelligenza di tutti” . Le loro dottrine, come membra dello stesso corpo sparse qua e là, raccolse Tommaso e ne compose un tutto; le dispose con ordine meraviglioso, e le accrebbe con grandi aggiunte, così da meritare di essere stimato singolare presidio ed onore della Chiesa Cattolica. Egli, d’ingegno docile ed acuto, di memoria facile e tenace, di vita integerrima, amante unicamente della verità, ricchissimo della divina e della umana scienza a guisa di sole riscaldò il mondo con il calore delle sue virtù, e lo riempì dello splendore della sua dottrina. Non esiste settore della filosofia che egli non abbia acutamente e solidamente trattato, perché egli disputò delle leggi della dialettica, di Dio e delle sostanze incorporee, dell’uomo e delle altre cose sensibili, degli atti umani e dei loro principi, in modo che in lui non rimane da desiderare né una copiosa messe di questioni, né un conveniente ordinamento di parti, né un metodo eccellente di procedere, né una fermezza di principi o una forza di argomenti, né una limpidezza o proprietà del dire, né facilità di spiegare qualunque più astrusa materia. A questo si aggiunge ancora che l’angelico Dottore speculò le conclusioni filosofiche nelle intime ragioni delle cose e nei principi universalissimi, che nel loro seno racchiudono i semi di verità pressoché infinite, e che a tempo opportuno sarebbero poi stati fatti germogliare con abbondantissimo frutto dai successivi maestri. Avendo adoperato tale modo di filosofare anche nel confutare gli errori, egli ottenne così di avere debellato da solo tutti gli errori dei tempi passati e di avere fornito potentissime armi per mettere in rotta coloro che con perpetuo avvicendarsi sarebbero sorti dopo di lui. Inoltre egli distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una e l’altra in amichevole consorzio, di ambedue conservò interi i diritti, e intatta la dignità, in modo che la ragione, portata al sommo della sua grandezza sulle ali di San Tommaso, quasi dispera di salire più alto; e la fede difficilmente può ripromettersi dalla ragione aiuti maggiori e più potenti di quelli che ormai ha ottenuto grazie a San Tommaso. Per queste ragioni, specialmente nelle passate età, uomini dottissimi e celebratissimi per dottrina teologica e filosofica, ricercati con somma cura gl’immortali volumi di Tommaso, si diedero tutti all’angelica sapienza di lui, non tanto per averne ornamento e cultura, quanto per esserne sostanzialmente nutriti. È cosa nota che quasi tutti i fondatori e i legislatori degli Ordini religiosi hanno ingiunto ai loro seguaci di studiare le dottrine di San Tommaso, e di attenersi ad esse con la maggiore fedeltà, provvedendo che a nessuno sia lecito impunemente dipartirsi anche di poco dalle orme di tanto Dottore. Per non dire dell’Ordine domenicano, il quale come per suo proprio diritto si onora di questo sommo maestro, sono tenuti da tale legge anche i Benedettini, i Carmelitani, gli Agostiniani, la Compagnia di Gesù e parecchi altri, come attestano i loro specifici statuti. E qui con grande diletto il pensiero corre a quelle celebratissime Accademie e Scuole che un tempo fiorirono in Europa, quelle, cioè, di Parigi, di Salamanca, di Alcalà, di Douai, di Tolosa, di Lovanio, di Padova, di Bologna, di Napoli, di Coimbra, e moltissime altre. Nessuno ignora che il nome di tali Accademie è venuto crescendo in qualche modo con il tempo, e che negli affari di maggior momento i loro responsi ebbero presso tutti grandissimo peso. Ora non è men certo che in quelle grandi sedi dell’umano sapere, Tommaso aveva un posto come il principe nel proprio regno, e che gli animi di tutti, vuoi maestri, vuoi discepoli, si ritrovavano pienamente, con meraviglioso accordo, nel magistero e nell’autorità del solo Aquinate. Ma, quel che più conta, i Romani Pontefici Nostri Predecessori esaltarono con singolari manifestazioni di lodi e con amplissime testimonianze la sapienza di Tommaso d’Aquino. Infatti Clemente VI , Nicolò V , Benedetto XIII ed altri attestano che tutta la Chiesa viene illustrata dalle sue meravigliose dottrine; San Pio V poi confessa che mercé la stessa dottrina le eresie, vinte e confuse, si disperdono come nebbia, e che tutto il mondo si salva ogni giorno per merito suo dalla peste degli errori. Altri, con Clemente XII , affermano che dagli scritti di lui sono pervenuti a tutta la Chiesa copiosissimi beni, e che a lui è dovuto quello stesso onore che si rende ai sommi Dottori della Chiesa Gregorio, Ambrogio, Agostino e Girolamo. Altri, infine, non dubitarono di proporlo alle Accademie e ai grandi Licei quale esempio e maestro da seguire a piè sicuro. A conferma di questo Ci sembrano degnissime di essere ricordate le seguenti parole del Beato Urbano V all’Accademia di Tolosa: “Vogliamo, e in forza delle presenti vi imponiamo, che seguiate la dottrina del Beato Tommaso come veridica e cattolica, e che vi studiate con tutte le forze di ampliarla” . Successivamente Innocenzo XII , nella Università di Lovanio, e Benedetto XIV , nel Collegio Dionisiano presso Granata, rinnovarono l’esempio di Urbano. Ma a questi giudizi dei Sommi Pontefici su Tommaso d’Aquino mette come una corona la testimonianza d’Innocenzo VI: “La dottrina di questo (di Tommaso) possiede sopra tutte le altre, eccettuata la canonica, la proprietà delle parole, la forma del dire, la verità delle sentenze; così che non è mai capitato che abbiano deviato dalla verità quelli che l’hanno professata, e sempre sono stati sospetti circa la verità quelli che l’hanno impugnata” . Gli stessi Concili Ecumenici, nei quali risplende il fiore della sapienza raccoltovi da tutto l’universo, si adoperarono per onorare in modo singolare Tommaso d’Aquino. Nei Concili di Lione, di Vienna, di Firenze e del Vaticano si direbbe che Tommaso abbia assistito e quasi presieduto alle deliberazioni ed ai decreti dei Padri, combattendo con invincibile valore e con lietissimo successo contro gli errori dei Greci, degli eretici e dei razionalisti. Ma somma lode e tutta propria di Tommaso, concessa a nessun altro dottore cattolico, è che i Padri del Concilio Tridentino hanno voluto che nel mezzo dell’aula delle adunanze, insieme con i codici della Sacra Scrittura e con i decreti dei Romani Pontefici, stesse aperta, sull’altare, anche la Somma di Tommaso d’Aquino per derivarne consigli, ragioni e sentenze. Infine parve riservata ad un uomo così incomparabile anche la palma di strappare di bocca agli stessi nemici del nome cattolico ossequi, elogi ed ammirazione. Infatti, è cosa nota che fra i capi delle fazioni eretiche non mancarono coloro che confessarono pubblicamente che, tolta una volta di mezzo la dottrina di Tommaso d’Aquino, “essi potrebbero facilmente affrontare tutti i dottori cattolici, vincerli, ed annientare la Chiesa”. Vana speranza senza dubbio; ma non vana testimonianza.


martedì 7 marzo 2017

ADESIONE ALLA CAMPAGNA “A RETI UNIFICATE”

Martedì, 7 marzo 2017, festa di S. Tommaso d’Aquino


Anche la Scuola Ecclesia Mater ha aderito convintamente, assieme ad altre associazioni e blog (v. qui), alla campagna “a reti unificate” per chiedere le dimissioni di mons. Vincenzo Paglia dai suoi ruoli di Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e di Cancelliere dell'Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia, stante l’incompatibilità di questi con le sue recenti – ed assai gravi – affermazioni rese a favore di Giacinto, detto Marco, Pannella nella sede del partito radicale “transnazionale”.
Non a caso abbiamo deciso di farlo oggi, nella festa di S. Tommaso d’Aquino, l’insigne Dottore Angelico, il quale, nella sua esistenza, ha inteso insegnare che non è il pensiero a determinare l’essere, ma è l’essere che determina il pensiero. La superbia infatti fa ritenere che il nostro pensare sia il fondamento dell’essere, mentre invece l’umiltà porta ad osservare e argomentare l’essere delle cose, soprattutto in quelle divine.  «Questa è una mela. Chi non è d’accordo, può andar via»: così iniziava il Doctor Communis le sue lezioni, mostrando ai suoi allievi una mela.
Non si comprende, , come questo prelato possa ricoprire ruoli istituzionalmente preposti alla tutela della vita e della famiglia ed al contempo rilasciare gravi dichiarazioni di elogio sperticato verso il personaggio che fu il Pannella, il quale, in vita, fu promotore, tra le altre cose, di campagne abortiste, divorziste, pro-eutanasia, pro unioni omosessuali.
Se il prelato in questione sente di condividere nell’intimo quegli elogi, bene, lo faccia pure, ma lasci almeno quegli incarichi istituzionali. Per la verità, dovrebbe anche compiere una sorta di coming-out di apostasia (vista l’incompatibilità dell’adesione alle idee che furono del Pannella con la fede cattolica), ma sorvoliamo per il momento: a noi è sufficiente che, almeno per coerenza minima, cessi di ricoprire ruoli istituzionali incompatibili con Pannella ed i radicali.
Se, al contrario, li continuasse a mantenere, le stesse istituzioni, che oggi egli rappresenta, e per la verità anche la stessa Chiesa, ne sarebbero vulnerate nell’autorevolezza acquisita nel corso di alcuni decenni, trasformandosi in consessi ipocriti. Dalla tutela della vita e della famiglia fondata sul matrimonio si passerebbe de facto all’esaltazione della cultura della morte e del libertinismo nei costumi.
Mons. Paglia, quindi, faccia cessare quest’ipocrisia!!!! Vada, dunque, via, come diceva S. Tommaso, se non è d’accordo con il Vangelo della Vita e del Matrimonio. Assuma una decisione coerente con le idee che ha manifestato pubblicamente. 
È in gioco la credibilità della Chiesa, delle istituzioni che rappresenta e, non ultima, pure la  Sua.
Per chi volesse, come singolo, sottoscrivere l'appello, può farlo qui. Se ci fosse bisogno di ulteriori argomenti, v. R. Cascioli, E Paglia andò in cielo con trans e gay, in LNBQ, 8.3.2017; Il pittore blasfemo e porno che piace tanto al presidente della Pontificia Accademia per la Vita, in Libertà e persona, 8.3.2017; Matthew Cullinan Hoffman, Vatican archbishop featured in homoerotic painting he commissioned, in Lifesitenews, March 3, 2017.

Scuola Eccl. Mater


La crisi del tomismo e il “pensiero debole” a proposito della emorragia di religiosi

«Se riconosciamo la nostra debolezza e chiediamo perdono, allora la misericordia risanatrice di Dio risplenderà dentro di noi e sarà pure visibile al di fuori; gli altri avvertiranno in qualche modo, tramite noi, la bellezza gentile del volto di Cristo». Queste le irenistiche parole di Francesco con cui si sancisce l’avvicinamento della Chiesa di Roma a quella d’Inghilterra (non il contrario!), visitando pochi giorni fa la chiesa anglicana All Saints’ della Capitale (v. qui), ancora una volta sfacciatamente incurante che, proprio in quel luogo, nel 2010, fu ordinata la prima prete donna italiana (v. qui).
A dar man forte alla “debolezza” della teologia bergogliana, l’attuale generale dei Gesuiti, P. Sosa, che, in una recente intervista, ha svelato l’arcano: la dottrina non è vincolante; priorità della prassi o “discernimento” (v. qui). Intervista che ha immediatamente suscitato la ferma reazione dell’insigne teologo Mons. Antonio Livi, confutando il compagno nonché amico di Bergoglio, Sosa, che «per la sua assoluta incoerenza logica, non meriterebbe alcun commento teologico ma solo una risata» (v. qui). Volentieri, nella festa tradizionale di S. Tommaso d’Aquino, pubblichiamo questo contributo di Franco Parresio.

La crisi del tomismo e il “pensiero debole” a proposito della emorragia di religiosi

di Franco Parresio

Sabato 28 gennaio 2017, il vescovo di Roma Francesco, incontrando nella Sala Clementina i rappresentanti degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, riuniti in Sessione Plenaria per riflettere sul tema della fedeltà e degli abbandoni (v. qui), ha parlato di vera e propria «“emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa».
Mettendo da parte, una volta tanto, il suo solito affettato ottimismo (tutt’uno con l’orfanezza autoreferenziale del suo pontificato), e ricorrendo all’anacronistico plurale maiestatico (ben diverso dal deriso camauro indossato da Ratzinger), Bergoglio ha solennemente ammesso: «Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano».
Finalmente se n’è accorto!
Finalmente si è accorto della crisi che morde – e forte – la vita della Chiesa!
Ma quel chiedersi, con fare retorico, «Che cosa è accaduto?», appare, ancora una volta, come il goffo tentativo autoassolutorio, rifuggendo la scomoda autocritica e puntando il dito contro altro: altro come «questo che è un cambio di epoca e non solo un’epoca di cambio, in cui risulta difficile assumere impegni seri e definitivi […], immersi nella cosiddetta cultura del frammento, del provvisorio, […] vittime della logica della mondanità, […] di contro-testimonianza” che “proviene dall’interno della stessa vita consacrata».
È vero quando egli sottolinea che, «parlando di fedeltà e di abbandoni, dobbiamo dare molta importanza all’accompagnamento. […] Non poche vocazioni si perdono per mancanza di validi accompagnatori». Ma è pur vero che stiamo ora tristemente vedendo e toccando con mano i risultati della più che mai decantata Chiesa in uscita, i cui risultati fallimentari fanno pensare, invero, ad una Chiesa in liquidazione.
La verità è che è cambiata l’ortoprassi e l’ortodossia cattolica!
E le colpe non sono solo da attribuire alla svolta impressa dal Concilio alla vita della Chiesa!
Il Concilio ha recepito le istanze moderniste di inizio Novecento, ribaltando il primato del Lógos sull’Éthos, dell’onestà intellettuale su quella morale: primato consolidato grazie alla teologia e alla disciplina ecclesiastica del Medioevo. E a denunciarlo – guarda caso – è un autore in odore di modernismo: Romano Guardini. Già cento anni fa, ne Lo spirito della liturgia, il filosofo tedesco di origine italiana così scriveva: «Per esso [il Medioevo] il Lógos aveva il primato sull’Éthos. […] L’età moderna portò a questo riguardo una profonda mutazione. […] Così la vita attiva venne anteponendosi a quella contemplativa, la volontà alla conoscenza. […] Da qui viene anche che istituzioni spirituali come gli antichi ordini contemplativi, […] oggetto di predilezione per tutto il mondo credente, ora non trovano spesso comprensione neppure presso cattolici, e debbono essere di continuo difese dai loro amici dalla taccia di ozioso perditempo. […] Un accentuato attivismo domina tutto; l’Éthos ha la preminenza sul Lógos, l’aspetto attivo su quello contemplativo. […] Che atteggiamento tiene la religione cattolica di fronte a questo sviluppo? […] Questa spiccata preminenza della volontà sulla conoscenza, dell’Éthos sul Lógos, contraddice allo spirito del cattolicesimo. Il protestantesimo […] rappresenta l’espressione più o meno religioso-cristiana di questo spirito; e con pieno diritto Kant è detto il suo filosofo. Questo spirito ha progressivamente sacrificato la salda verità religiosa, e ha fatto della convinzione religiosa, sempre più di giorno in giorno, un mero oggetto del giudizio, del sentimento, dell’esperienza personale. La verità scivolò così dal dominio dell’oggettivamente saldo a quello del soggettivamente fluttuante. […] Non […] più una “vera fede”, bensì solo un’esperienza della fede del tutto personale, […] non più un contenuto di fede professabile e insegnabile, bensì la dimostrazione della rettitudine dello spirito mediante la rettitudine dell’azione. […] Il credente si era radicato non più nell’eternità, ma nel tempo. […] In tal modo la religione prese un orientamento sempre più mondano (weltfreudig). Essa divenne sempre più la consacrazione dell’esistenza umana temporale nei suoi aspetti più vari, una santificazione dell’attività terrena: del lavoro professionale, della vita sociale, della famiglia e simili. Ma chiunque abbia considerato per un certo tempo queste cose, rileva quanto inadeguata sia questa spiritualità, quanto contraddica alle leggi supreme dell’esistenza e dell’anima. Essa è falsa e perciò innaturale nel più profondo significato di questa parola. Qui sta la fonte specifica dell’angustia dell’età nostra. […] La religione cattolica si oppone con tutta la sua forza a questa mentalità. La Chiesa perdona ogni altra mancanza più facilmente che un attentato alla verità. Essa sa bene che, se uno manca ma non intacca la verità, egli può ritrovarsi e riprendersi» (pp. 100-106).
Se Guardini riscrivesse oggi il suo libro noterebbe che la religione cattolica, ahimè!, non solo non si oppone più a questa mentalità, ma la giustifica; si pensi, ad esempio alla questione che sta dividendo i cattolici sull’apertura della Chiesa circa la comunione ai divorziati risposati. «Senza un serio ripensamento e una rinnovata prassi della […] iniziazione cristiana, che attualmente nella maggioranza dei casi ha come esito non l’aggregazione, ma il congedo dalla Chiesa, è illusorio voler rimediare ai problemi del matrimonio e della famiglia cristiani, applicando magari delle toppe apparentemente “nuove” sul tessuto già molto invecchiato della cultura familiare attuale. Fa impressione constatare come si accendano i toni intorno alla questione dei fallimenti matrimoniali e alle strategie pastorali da seguire, mentre invece si assiste alla catastrofe del battesimo e della iniziazione cristiana con una specie di assuefatta indifferenza! Ma non c’è troppo da sorprendersi. Ciò non è che la ovvia conseguenza […] di una cultura che è stata abbondantemente assimilata anche dalla teologia» (G. Meiattini OSB, Innanzitutto figli. Nascere, sposarsi, generare, ed. La Scala, Noci 2015, p. 18).
Esattamente la sopradetta cultura del frammento, del provvisorio, della logica della mondanità, di cui è portavoce il “pensiero debole” predicato da Gianni Vattimo: «un tipo particolare di sapere caratterizzato dal profondo ripensamento di tutte le nozioni che erano servite da fondamento alla civiltà occidentale in ogni campo della cultura. Secondo questa prospettiva i valori tradizionali sarebbero diventati tali solo a causa di precise condizioni storiche che oggi non sussistono più; per questo motivo deve essere messa in crisi la loro pretesa di verità. A fondamento del pensiero debole c’è l’idea che il pensiero non è in grado di conoscere l’essere e quindi non può neppure individuare valori oggettivi e validi per tutti gli uomini» (v. qui).
Di qui l’odierna debolezza della teologia sacramentaria, in modo particolare quella riguardante l’Ordine Sacro, messo sensibilmente in crisi da una mentalità, tutta ecclesiale, che lo ha ripensato come mezzo “per consacrare il mondo”; per cui viene spontaneo chiedersi: «Il sacerdozio: un dono dall’alto o un incarico sociologico?» (cfr. Con i Sacramenti non si scherza. Intervista a don Nicola Bux, in questo Blog, 29.1.2017).
Non c’è da stupirsi se poi anche quel “bravo ragazzo con laurea universitaria, che lavorava in parrocchia”, a cui fa riferimento Francesco nel suo discorso, sia andato dal suo vescovo e gli abbia detto: «Io voglio diventare prete, ma per dieci anni». Evidentemente il suo discernimento vocazionale lo aveva fatto ascoltando quella famosissima canzonetta sentimental-religiosa, in cui il chiamato viene pateticamente gasato con la prospettiva di divenire «sacerdote dell’umanità» (v. canto del gruppo Gen Rosso Servo per amore), assurgendo a una sorta di supereroe all’interno delle comunità in cui dovrà svolgere il proprio ministero presbiterale… fino a che gli altri glielo faranno credere …

sabato 6 agosto 2016

Un nuovo genere di fede? Confutazione di un articolo comparso sulla rivista "Apulia Theologica"

Pubblichiamo volentieri questa critica ad un articolo comparso sulla rivista della facoltà “teologica” pugliese Apulia Theologica, con la quale vengono stigmatizzate le tesi discutibili diffuse su questa. In primo luogo: la negazione dell’ispirazione divina delle Sacre Scritture, e dunque del valore della Rivelazione. Si dimentica in tal modo quanto insegna l’Apostolo Paolo, che chiama le Scritture eloquia Dei (Rom. 3); nonché quanto lo stesso rammenta al suo discepolo Timoteo nella sua II Epistola (2 Tim. 3, 16) e cioè che omnis Scriptura divinitus inspirata. Diversamente opinando, meglio opinando come ritiene la rivista pugliese, sottolinea sant’Agostino, tota scripturarum vacillaret auctoritas, ideoque et fides nostra (de doct. Christ., lib. I, cap. 27).
Per questo, come cattolici ribadiamo e riaffermiamo quanto stabilisce, tra l’altro, il Beato Pio IX in modo infallibile: «… Questa Rivelazione soprannaturale, secondo la fede della Chiesa universale, proclamata anche dal santo Concilio Tridentino, è contenuta nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte ricevute dagli Apostoli dalla stessa bocca di Cristo o dagli Apostoli dalla stessa bocca di Cristo o dagli Apostoli, ispirati dallo Spirito Santo, tramandate di generazione in generazione fino a noi [CONC. TRID., Sess. IV, Decr. De Can. Script.]. Ora questi libri, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, integri in tutte le loro parti, come sono numerati nel decreto del medesimo Concilio e come si trovano tradotti nell'antica edizione latina, devono ritenersi per sacri e canonici. La Chiesa li considera sacri e canonici non perché, composti da opera umana, siano poi stati approvati dalla sua autorità, e neppure perché contengono la Rivelazione divina senza errore, ma perché, essendo stati scritti sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio come autore e come tali sono stati affidati alla Chiesa. Poiché quelle cose che il santo Concilio Tridentino decretò per porre conveniente freno alle menti presuntuose sono state interpretate in modo malvagio da taluni, Noi rinnoviamo il medesimo decreto e dichiariamo che questo è il suo significato: nelle cose della fede e dei costumi appartenenti alla edificazione della dottrina Cristiana deve essere tenuto per vero quel senso della sacra Scrittura che ha sempre tenuto e tiene la Santa Madre Chiesa, alla cui autorità spetta giudicare del vero pensiero e della vera interpretazione delle sante Scritture; perciò a nessuno deve essere lecito interpretare tale Scrittura contro questo intendimento o anche contro l'unanime giudizio dei Padri» (Beato Pio IX, Cost. Ap. Dei Filius, cap. II).
Lo stesso Pontefice, sempre infallibilmente, stabilì nel can. 4 relativo a questo capitolo: «Se qualcuno non accetterà come sacri e canonici i libri interi della sacra Scrittura, in tutte le loro parti, come li ha accreditati il santo Concilio Tridentino, o negherà che siano divinamente ispirati: sia anatema».
Ci domandiamo legittimamente come si faccia, al giorno d’oggi, a rimettere in discussione elementari verità di fede, solennemente affermate, e se sia davvero lecito rispolverare, in chiave relativista, antiche eresie, già condannate dalla Chiesa, quale lo gnosticismo. Nell’articolo, in effetti, si confuta l’idea gnosticheggiante, per la verità mai del tutto sopita all’interno di correnti eretiche di marca neoplatonica, di un Dio “femminilizzato”, che è un caposaldo della “teologia” da strapazzo fondata sulla concezione di quell’Androgino (cioè Ermafrodito, Uomo-Donna) primitivo, vagheggiato dalle tradizioni esoteriche (e che sarebbe presente, in questa prospettiva, pure nella Divinità …), e che sarebbe fondato sull’errata interpretazione del passo della Genesi laddove si afferma che l’uomo sarebbe immagine e somiglianza di Dio. Si dimentica però – come ben spiega l’Aquinate (ah quanto male deriva alla Chiesa dal non seguire più nei seminari e nelle scuole teologiche l’insegnamento dell’Angelico!) - che le creature irrazionali non sono a immagine e somiglianza di Dio: vi è in esse solo un vestigio del Creatore. Le creature angeliche innanzitutto, e poi anche gli uomini, sono a immagine di Dio (imago creationis) non nel corpo, ma nell’anima intellettuale. L’essenza dell’anima umana è immagine dell’unità della natura divina, le potenze, della Trinità delle Persone. Angeli e uomini possono poi essere a somiglianza di Dio nella Grazia, che è come una seconda creazione (imago recreationis), questa volta sovrannaturale, che diventerà consumata nella Gloria (imago similitudinis). Questa somiglianza non è comune a tutti gli uomini, ma solo a quelli che sono in grazia di Dio: può essere acquistata, ma anche perduta. Infine, l’uomo e la donna sono ad immagine di Dio per quel che riguarda il principale (l’anima spirituale e le sue potenze) ma solo l’uomo (vir) lo è per quel che riguarda gli aspetti secondari. In questo senso San Paolo afferma che «l’uomo è immagine e gloria di Dio, la donna invece è gloria dell’uomo» (per questo l’uomo deve pregare a capo scoperto e la donna col capo velato) perché «non viene l’uomo dalla donna, ma la donna dall’uomo; né fu fatto l’uomo per la donna, ma la donna per l’uomo» (1 Cor. 11, 9).
Risponde a queste “teologie”, che vorrebbero pure in Dio un principio femminino, sempre il nostro San Tommaso: «Come riferisce Sant’Agostino (12 de Trin. c. 5), alcuni ammisero nell’uomo l’immagine della Trinità, non rispetto a ciascun individuo, ma a più individui [della specie umana], affermando che “l’uomo fa pensare alla Persona del Padre; fa pensare a quella del Figlio ciò che deriva dall’uomo per generazione; e così dicono che la donna fa pensare alla terza Persona, cioè allo Spirito Santo, poiché essa è derivata dall’uomo, in maniera però da non essere figlio o figlia di lui”. La qual teoria appare assurda a prima vista. Primo, perché lo Spirito Santo verrebbe ad essere principio del Figlio, come la donna è principio della prole che nasce dall’uomo. Secondo, perché ciascun uomo non sarebbe fatto che a immagine di una sola Persona. Terzo, perché in questa ipotesi, la Scrittura avrebbe dovuto parlare dell’immagine di Dio nell’uomo soltanto dopo la produzione della prole». In una nota di commento alla Summa pubblicata dall’ESD, il domenicano Padre Tito Sante Centi ci precisa che la dottrina condannata era «abbastanza diffusa tra i Padri greci quando S. Agostino prese a refutarla» e ne sarebbe autore Metodio di Olimpo (+ 311). «La teoria - aggiunge p. Centi - ha trovato favore in alcuni teologi moderni, nonostante la netta opposizione di S. Agostino e di S. Tommaso».
Forse sarebbe bene che questi “teologi” neoplatonici ricordino la prescrizione del codice di diritto canonico: «I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa» (can. 212 § 1); «Coloro che si dedicano alle scienze sacre godono della giusta libertà di investigare e di manifestare con prudenza il loro pensiero su ciò di cui sono esperti, conservando il dovuto ossequio nei confronti del magistero della Chiesa» (can. 218).
Ci chiediamo se coloro che scrivono su questa rivista siano disposti a sottoscrivere e ribadire queste verità di fede … .

Un nuovo genere di fede?

di Manuela Antonacci

Ciò che più colpisce nel leggere i primi due saggi contenuti nella rivista della facoltà teologica pugliese Apulia Theologica, nel numero dedicato al tema del rapporto tra Maschile e Femminile nelle Sacre Scritture, è senza dubbio la scarsa considerazione che di esse emerge. Ciò appare chiaramente sin dall’Introduzione, a cura di Sebastiano Pinto che si apre con le seguenti, testuali parole: La Bibbia è scritta da uomini e riflette la prospettiva maschilista e patriarcale delle società arcaiche (cfr. S. Pinto, Uomo e donna nella Bibbia: generi a confronto. Quello che le donne non dicono ma fanno, in Apulia Theologica, 2 (2016),  Maschile/femminile a più voci. La problematica, a cura di A. Caputo – L. Renna, Ed. EDB, Bari 2016, p. 5). Affermazione piuttosto azzardata e arbitraria che considera il testo sacro opera squisitamente umana, ponendosi in aperta contraddizione con quanto è contenuto nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum a proposito della divina ispirazione delle Sacre Scritture.
Nel Capitolo III, sotto l’intestazione L’ispirazione divina e l’interpretazione della Scrittura la Costituzione afferma: «Le verità divinamente rivelate che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo […]» (DV 11).
L’analisi condotta da Sebastiano Pinto, nell’Introduzione e dalla teologa Selene Zorzi, nel primo saggio, invece, sembra smentire tutto questo.
Il quadro dell’Antico Testamento che ci forniscono è infatti assai povero e avvilente. Si tratta di un’analisi che tende a vivisezionare le Sacre Scritture e a tracciare un confine netto tra un Antico Testamento foriero di antiche ideologie patriarcali, che avrebbe influito in modo negativo sulla costruzione dei ruoli femminili, arrivando addirittura, nei secoli, a ridimensionare la missione delle donne cristiane; eppure, proprio l’Antico Testamento è composto, in parte, da libri dedicati a donne considerate straordinarie, Ester e Giuditta, descritte come esempi eccezionali di coraggio e fortezza, quindi virtù tipicamente “maschili”, fornendo un’idea tutt’altro che stereotipata della donna che ama e serve Dio; quanto al Nuovo Testamento, esso sarebbe dominato da un Gesù, il cui modo di vivere la propria virilità avrebbe portato, secondo le affermazioni di Selene Zorzi, alla costruzione di un modello di maschilità non “machista”, abbattendo finalmente, l’androcentrismo imperante nell’Antico Testamento. Nel suo saggio la teologa afferma, infatti, che: «La modalità in cui Gesù ha vissuto la sua mascolinità costituisce una critica alla maschilità androcentrica, a un assetto antropologico e sociale in cui l’uomo maschio è al centro e supporta piuttosto una prospettiva comunionale della Chiesa, della società e delle relazioni di genere. La mascolinità di Gesù può essere dunque il punto di confronto e ripensamento forte per le nuove forme di ricostruzione del maschile» (S. Zorzi, Maschile/ Femminile nella tradizione teologica, ivi, p. 44).
Certamente, il culmine della Rivelazione di Dio agli uomini è rappresentata da Cristo stesso, il Logos, la Parola per eccellenza, come sottolinea la stessa Dei Verbum: «La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione» (DV 2).
Il Figlio non solo è la persona che trasmette la verità, ma è Lui stesso la pienezza della Rivelazione.
Tuttavia, la storia della salvezza, dalla creazione ai patriarchi, dall'alleanza ai libri sapienziali, nelle parole e nei segni, è preparazione a questa rivelazione definitiva (cfr. DV 3). Per questo non ha senso operare un distinguo arbitrario tra contenuti più o meno “evoluti”, più o meno “maschilisti” più o meno “moderni” e “accettabili” all’interno delle Sacre Scritture, che invece sono il frutto dell'unico Autore divino.
Ponendosi, al contrario, in un’ottica sbagliata, ideologica e prevenuta si rischia, infatti, di fornire una lettura parziale e dunque superficiale del testo sacro, laddove, ad esempio, come nel saggio della Zorzi, ci si ostini a soffermarsi solo sull’uso “discriminante” delle categorie di genere e di determinate espressioni, perdendo completamente di vista la “sostanza” ovvero il messaggio di salvezza contenuto nei testi analizzati.
Ad esempio, nel racconto del Genesi, vero e proprio canto dell’amore di Dio che esplode nella creazione, la Teologa si sofferma sulla presunta misoginia contenuta nell’immagine con cui viene descritta la creazione di Eva «plasmata dalla costola di Adamo».  Espressione con cui, secondo la Zorzi, si intenderebbe sottolineare la presunta inferiorità di Eva (e quindi della donna) rispetto all’uomo, non valutando, nemmeno per un momento, invece, l’ipotesi più plausibile e sensata che con tale espressione, nel testo biblico si intenda, al contrario, affermare l’identità strutturale tra l’uomo e la donna, riconfermata nell’affermazione finale di Adamo: «Essa è carne della mia carne e ossa delle mie ossa».
Tutto questo comporta il pagamento di un prezzo salato: la perdita o forse la “dimenticanza” del messaggio di salvezza contenuto nel libro del Genesi.
Genesi è il punto di partenza della storia d’ amore e amicizia tra Dio e l’uomo, creato ad “immagine e somiglianza” del suo Creatore, non può essere ridotta ad un puzzle di espressioni più o meno limitanti e limitate.
Riducendo l’analisi del testo biblico alla descrizione puramente formale dell’uso delle categorie grammaticali di genere, come si evince dal saggio della Zorzi, si incorre nel pericolo di perdere la “perla preziosa” del Messaggio sotteso alle Sacre Scritture, che si dispiega nei modi e tempi più vari e creativi, in quanto suggeriti dallo Spirito stesso. A conferma di questo ci viene ancora una volta in soccorso la Dei Verbum: «Le verità divinamente rivelate che sono contenute ed espresse nei libri della Sacra Scrittura furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri. Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità affinché agendo Egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte. Poiché, dunque, tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere per conseguenza che i libri delle Sacre Scritture insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture» (DV 11).
Dio dunque è veramente l’Autore della Bibbia e nonostante la varietà dei suoi redattori umani, delle espressioni contenute in essa e del contesto storico-sociale in cui essi hanno vissuto e operato, la Sacra Scrittura è un testo profondamente unitario, a motivo dell’unicità del suo Autore.
Con forza la Tradizione della Chiesa afferma, attraverso la Dei Verbum, le parole dell’apostolo Paolo. «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona» (2 Tm 3, 16).
La perdita di tale consapevolezza porta ad una lettura parziale e deviante della Scrittura, così come emerge dal saggio della Zorzi, in particolare, nella sua analisi conclusiva in cui insiste nell’affermare che l’uso di un’immagine di Dio, solo al maschile, avrebbe contribuito a diffondere e giustificare la diffusione di un’ideologia “sessista”. A sostegno della sua tesi, la Zorzi cita Mary Daly (filosofa e teologa statunitense, nonché femminista radicale) la quale affermava che «Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio» (cfr. M. Daly, Al di là di Dio Padre. Verso una filosofia della liberazione delle donne, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 27) intendendo sottolineare, in questo modo, come Dio sia stato usato per supportare strutture sociali oppressive nei confronti delle donne.
È davvero il caso di verificare l’attendibilità dell’affermazione di Mary Daly, insieme ad un’altra sua “celebre” frase, questa volta rivolta direttamente contro la Chiesa Cattolica: «Una donna che chiedesse la parità nella Chiesa potrebbe essere paragonata a un nero che chiedesse la parità nel Ku Klux Klan» (Id., La Chiesa ed il secondo sesso, prefazione 2° edizione, Milano, Rizzoli 1982).
 In risposta a queste elucubrazioni basterà semplicemente portare degli esempi concreti, anzi “incarnati”: non parole ma fatti.
Fino a centocinquanta anni fa gran parte delle donne istruite era composta da cattoliche religiose e questo è tutt’altro che un caso. Pensiamo a santa Caterina da Siena, consigliera di papi e re, che la Chiesa ha definito “Dottore”, così come Ildegarda di Bingen (che Zorzi cita spesso nel suo saggio) che ha fornito contributi importanti nel campo della teologia, della medicina, della scienza, della musica ecc.
Come dimenticare Santa Teresa d’Avila che, dopo aver riformato un ordine religioso corrotto, ha fondato numerosi monasteri e ha scritto opere considerate dei “classici“ della teologia, anch’ella dichiarata Dottore della Chiesa? E infine (ma di esempi si potrebbe citarne all’infinito) Giovanna d’Arco, addirittura una donna guerriera che guidava gli uomini in battaglia.
Questo perché, in barba alle affermazioni denigratorie di chi accusa le Sacre Scritture e di conseguenza anche la Chiesa Cattolica che ne diffonde l’insegnamento, di aver in qualche modo diffuso una mentalità oppressiva nei confronti della donna, in realtà, questi e tanti altri casi concreti, dimostrano che non è esistita una religione - più del Cristianesimo - e un’istituzione - più della Chiesa Cattolica - che abbiano tanto promosso la donna; ma tale graduale emancipazione è stata ingiustamente trascurata (o forse dovremmo dire “discriminata”?) perché promossa da donne che indossavano l'abito religioso.
Eppure il discorso della Zorzi, si spinge ancora oltre l’androcentrismo presente e diffuso nelle Sacre Scritture; nella sua analisi, tesa a dimostrare il volto femminile di Dio, cerca di esasperare persino i “generi”, che alcuni padri hanno metaforicamente attribuito alle Persone della Santissima Trinità. Scrive dapprima: «Una seconda traiettoria è quella che ha riscoperto le immagini di Dio come madre: tale filone emerge dalla terminologia dell’utero (rehem). Dio ha viscere di misericordia (rahamim), quindi ama con amore di una madre» (S. Zorzi, op. cit., p. 42). Qualche pagina seguente aggiunge: «Abbiamo visto infatti che il Padre è maschile ma ha un utero, è materno. Gesù, il Logos, la seconda persona della Trinità incarna un’immagine femminile di Dio, la Sapienza […]. Lo Spirito Santo è femminile, ma come diceva Gerolamo, in ebraico ruah è femminile, in greco pneuma è neutro, in latino Spiritus è maschile […]. Siccome le proprietà di genere non si possono identificare con una sola persona in Dio, ovvero non sono intransitive, allora sono di tutti e tre: il maschile e il femminile appartengono a Dio stesso» (ibidem, p. 46).
Appare un’analisi del Mistero trinitario, che stride con l’atteggiamento e le affermazioni di Agostino d’Ippona, contenute nel De Trinitate in cui, al contrario, questi, sottolineando l’ineffabilità dell’essenza divina, afferma: «Dio è colui che è», e cioè sia il Padre, sia il Figlio, sia lo Spirito Santo. Agostino conduce gradualmente il lettore alla contemplazione di quel grandissimo mistero, attraverso  le relazioni tra le tre Persone divine e le loro diverse funzioni. Il Figlio ha la funzione di condurre i credenti alla contemplazione del Padre, missione che compie mostrandoci concretamente l’amore del Padre, con la morte sulla croce; e poi, l’amore del Padre è effuso nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo (De Trin. 1,8,17). Ma ciò che Agostino sottolinea e che qui ci preme riportare, è la sua assoluta convinzione che la contemplazione costituisca la ricompensa della fede, il premio a cui i cuori puri si preparano purificandosi con la fede (De Trin. 12, 15,25). Non una mera conoscenza logico-razionale ma una conoscenza intellettiva delle cose eterne (ibidem).
Quello del Santo di Ippona, è un suggerimento prezioso sul modo in cui vanno accolti i divini misteri ed intende essere, in questa sede, la risposta a qualunque analisi formale delle Sacre Scritture e del Mistero di Dio: Dio è luce, afferma Agostino «ma non la luce che vedono i nostri occhi ma quella che vede il cuore quando sente dire: è la Verità. Non cercate di sapere che cos’è la Verità perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità. Resta se puoi nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore […] ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene» (De Trin., 8,2).
È destinato, insomma, a diventare “abituale e terreno”, qualunque ragionamento umano che pretenda di scandagliare il mistero di Dio con categorie prettamente e miseramente umane, non aggiungendo nulla di più alla conoscenza di Lui, ma costringendo, al contrario, a ripiegarsi sulla nostra finitezza e a prenderne ancora una volta, amaramente, coscienza.