Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 17 aprile 2016

Testo dell'intervento - in esclusiva - di S. Em.za card. Raymond Leo Burke nel corso della Presentazione del nuovo libro di don Nicola Bux

Pubblichiamo, in esclusiva assoluta, dopo aver pubblicato qualche giorno fa il testo dell’intervento di S. Em.za il card. Robert Sarah (v. qui), anche quello di S. Em.za il card. Raymond L. Burke nel corso della presentazione del libro di don Nicola Bux lo scorso 6 aprile. Ringraziamo sentitamente S. Eminenza per averci onorato con tale suo prezioso ed interessante contributo.


S. EM.ZA RAYMOND LEO Card. BURKE

Intervento 

Presentazione del libro di Mons. Nicola Bux,
Con i Sacramenti non si scherza
Roma, 6 aprile 2016

Con lo sguardo del canonista

Fonte
Leggere il nuovo libro di don Nicola Bux con lo sguardo del canonista, cosa che ho ritenuto utile fare in vista di questa presentazione, suscita piacevoli ed inaspettate sorprese. Infatti, in questi ultimi decenni, risulta alquanto difficile rinvenire riferimenti al diritto canonico nelle opere di autori non canonisti, soprattutto se teologi, anche quando si tratta di affrontare temi in stretta correlazione con il diritto e la giustizia. Invece don Bux, oltre a tratteggiare organicamente l’itinerario sacramentale, approfondendolo e chiarificandone gli elementi oggi più in ombra, appare sempre attento all’aspetto giuridico della materia. Anzi, fin dalle prime pagine, individua lucidamente una delle grandi ed attuali questioni ecclesiali, quando evidenzia che «la tendenza post conciliare a rifiutare il diritto di Dio nella Chiesa ha favorito e incoraggiato l’anarchia e l’anomia anche nella liturgia, sottomettendola a continue deformazioni in nome della creatività»[i]. Parole che riecheggiano quelle del Papa Benedetto XVI che ha posto, sin dall’inizio del suo pontificato, la liturgia, e quindi il rapporto con Dio, al centro del suo ministero petrino[ii].
In particolare, nel testo, quando si parla del diritto, pur richiamando le disposizioni positive, lo si fa riferendosi in maniera maggioritaria al diritto divino ed al diritto dei fedeli. Si nota, in altre parole, una particolare attenzione di don Bux verso questi “diritti”; che possono ritenersi due lanterne da utilizzare soprattutto quando sul cammino scendono le tenebre dell’incertezza e della confusione. Papa San Giovanni Paolo II, nella sua prima Lettera enciclica, Redemptor hominis, affrontava la questione dell’abuso della confessione con l’assoluzione generale nella celebrazione del Sacramento della Penitenza, che privava il penitente dell’incontro essenzialmente personale con Cristo nel Sacramento della Penitenza, ricordandoci sia il diritto del penitente a tale incontro sia il diritto di Cristo Stesso[iii]; mentre, nella sua ultima Lettera enciclica, Ecclesia de Eucharistia, egli insistentemente affrontava gli abusi nella disciplina ecclesiale per quanto riguarda la Santa Eucaristia[iv]. In Ecclesia de Eucharistia, egli dichiarò:
Sento perciò il dovere di fare un caldo appello perché, nella Celebrazione eucaristica, le norme liturgiche siano osservate con grande fedeltà. Esse sono un’espressione concreta dell’autentica ecclesialità dell’Eucaristia; questo è il loro senso più profondo. La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i Misteri. L’Apostolo Paolo dovette rivolgere parole brucianti nei confronti della comunità di Corinto per le gravi mancanze nella loro Celebrazione eucaristica, che avevano condotto a divisioni (skísmata) e alla formazione di fazioni (‘aireseis) (cfr. 1 Cor 11, 17-34). Anche nei nostri tempi, l’obbedienza alle norme liturgiche dovrebbe essere riscoperta e valorizzata come riflesso e testimonianza della Chiesa una e universale, resa presente in ogni celebrazione dell’Eucaristia. Il sacerdote che celebra fedelmente la Messa secondo le norme liturgiche e la comunità che a queste si conforma dimostrano, in un modo silenzioso ma eloquente, il loro amore per la Chiesa[v].
Come sempre, la conoscenza e l’osservanza della disciplina canonica ci libera dalla falsa impressione che noi dobbiamo rendere la Sacra Liturgia interessante o sigillarla con la nostra personalità, e ci libera per essere strumenti attraverso i quali la presenza di Cristo, il Buon Pastore in mezzo al Suo popolo si è reso più visibile, e l’azione della Sacra Liturgia porta soltanto il Suo sigillo.
Infatti, da un lato il diritto divino delimita la parte intangibile ed immutabile dei sacramenti, di diretta istituzione divina, alla quale deve sempre guardare la Chiesa anche nello sviluppo e nella predisposizione delle norme meramente ecclesiastiche, che vincolano ugualmente coloro che amministrano e prendono parte alla celebrazione; mentre dall’altro il diritto dei fedeli richiama i sacerdoti al loro vero compito, che è quello di amministratori che agiscono nella persona di Cristo, Capo e Pastore della Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo, e non nella loro proprio persona, ed al grave dovere di non intaccare in alcun modo l’efficacia di questi mirabili canali di grazia che sgorgano dal glorioso Cuore trafitto del Salvatore. Papa San Giovanni Paolo II, scrivendo circa lo stupore che deve essere nostro davanti al mistero della Santissima Eucaristia, ha dichiarato:
Questo stupore deve invadere sempre la Chiesa raccolta nella Celebrazione eucaristica. Ma in modo speciale deve accompagnare il ministro dell’Eucaristia. Infatti è lui, grazie alla facoltà datagli nel sacramento dell’Ordinazione sacerdotale, a compiere la consacrazione. È lui a pronunciare, con la potestà che gli viene dal Cristo del Cenacolo: «Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi… Questo è il calice del mio sangue, versato per voi…». Il sacerdote pronuncia queste parole o piuttosto mette la sua bocca e la sua voce a disposizione di Colui che lo pronunciò nel Cenacolo, e volle che venissero ripetute di generazione in generazione da tutti coloro che nella Chiesa partecipano ministerialmente al suo sacerdozio.[vi]
Nell’amministrazione di ogni sacramento, Cristo stesso è il protagonista, non il sacerdote.
Invero, in alcuni canoni del Codice di Diritto Canonico del 1983 è possibile riscontrare la sollecitudine della Chiesa per i summenzionati aspetti. Basterà ricordare il can. 846 § 1, che ricorda la disposizione del n. 22 della Costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Ecumenico Vaticano II, il quale dispone che «Nella celebrazione dei sacramenti, si seguano fedelmente i libri liturgici approvati dalla competente autorità; perciò nessuno aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa»[vii] ed il can. 213, nel quale si statuisce che «I fedeli hanno il diritto di ricevere dai sacri pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa, soprattutto dalla parola di Dio e dai sacramenti».[viii]
Papa San Giovanni Paolo II ha proseguito con vigore la revisione del Codice di Diritto Canonico del 1917. Non c’era nessun dubbio nella sua mente, come Padre del Concilio Ecumenico Vaticano II, circa il desiderio del Concilio sul fatto che la disciplina perenne della Chiesa fosse applicata al tempo presente. Chiaramente, il desiderio del Concilio riguardante la disciplina ecclesiale, non intendeva l’abbandono della disciplina, ma un nuovo apprezzamento nel contesto delle sfide contemporanee. Nella Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges, con la quale il Supremo Legislatore della Chiesa ha promulgato il Codice di Diritto Canonico del 1983, si legge:
Volgendo oggi il pensiero all’inizio di quel cammino [della revisione del Codice di Diritto Canonico], ossia a quel 25 gennaio dell’anno 1959 [“allorché il mio Predecessore Giovanni XXIII di felice memoria diede per la prima volta il pubblico annuncio di aver deciso la riforma del vigente Corpus delle leggi canoniche, che era stato promulgato nella solennità di Pentecoste dell’anno 1917”], ed alla stessa persona di Giovanni XXIII, promotore della revisione del Codice, debbo riconoscere che questo Codice è scaturito da un’unica e medesima intenzione, che è quella di restaurare la vita cristiana. Da una tale intenzione, in effetti, tutta l’opera del Concilio ha tratto le sue norme ed il suo orientamento[ix].
Queste parole indicano il servizio essenziale del diritto canonico nell’opera della nuova evangelizzazione, cioè, il vivere la nostra vita in Cristo con l’impegno e l’energia dei primi discepoli. Così, appare chiaro come la disciplina canonica sia indirizzata al conseguimento, in ogni tempo, della santità di vita.
Il santo Pontefice ha descritto la natura del diritto canonico, indicando il suo sviluppo organico dalla prima alleanza di Dio con il Suo santo popolo. Egli ha fatto riferimento “al lontano patrimonio di diritto contenuto nei libri del Vecchio e Nuovo Testamento dal quale, come dalla sua prima sorgente, proviene tutta la tradizione giuridico-legislativa della Chiesa”[x]. In particolare, egli ha ricordato come Cristo Stesso ha dichiarato che egli non è venuto ad abolire la legge ma a portarla a compimento[xi], insegnandoci che è, infatti, la disciplina della legge che apre la via alla libertà nell’amare Dio e il prossimo. Egli osservò: «In tal modo gli scritti del Nuovo Testamento ci consentono di percepire ancor più l’importanza stessa della disciplina e ci fanno meglio comprendere come essa sia più strettamente congiunta con il carattere salvifico della stessa dottrina evangelica»[xii].
Poi Papa Giovanni Paolo II ha articolato lo scopo del diritto canonico, cioè, il servizio della fede e della grazia, dei doni dello Spirito Santo e della carità. Egli ha evidenziato che, lungi dall’ostacolare il nostro vivere in Cristo, la disciplina canonica salvaguarda e promuove la nostra vita cristiana; ricordando inoltre che:
[I]l suo fine è piuttosto di creare tale ordine nella società ecclesiale che assegnando il primato all’amore, alla grazia e ai carismi, rende più agevole contemporaneamente il loro organico sviluppo nella vita sia della società ecclesiale, sia anche delle singole persone che ad essa appartengono[xiii].
Come tale, il diritto canonico non può mai essere in conflitto con la dottrina della Chiesa ma è – secondo le parole di Giovanni Paolo II – «estremamente necessario alla Chiesa»[xiv].
L’insegnamento della Chiesa, infatti, è tradotto nella disciplina tramite la tradizione canonica[xv]. Egli indicò quattro vie per le quali la disciplina della Chiesa è un complemento necessario alla Sua dottrina, dichiarando:
Poiché infatti è costituita come una compagine sociale e visibile, essa ha bisogno di norme: sia perché la sua struttura gerarchica ed organica sia visibile; sia perché l’esercizio delle funzioni a lei divinamente affidate, specialmente quella della sacra potestà e dell’amministrazione dei Sacramenti, possa essere adeguatamente organizzato; sia perché le scambievoli relazioni dei fedeli possano essere regolate secondo giustizia, basata sulla carità, garantiti e ben definiti i diritti dei singoli; sia, finalmente, perché le iniziative comuni, intraprese per una vita cristiana sempre più perfetta, attraverso le leggi canoniche vengano sostenute, rafforzate e promosse[xvi].
Quindi, essendo il servizio del diritto canonico alla vita della Chiesa essenziale, Papa Giovanni Paolo II ha ricordato alla Chiesa che «le leggi canoniche, per loro stessa natura, esigono l’osservanza» e, a tale scopo, «l’espressione delle norme fosse accurata, e perché esse risultassero basate su un solido fondamento giuridico, canonico e teologico»[xvii].

Conclusione

In conclusione, il libro di don Nicola Bux oltre ad essere un ottimo sussidio per approfondire e riscoprire il senso autentico dei Sacramenti, la loro propria struttura ed il modo corretto di celebrarli, può, senza dubbio, contribuire a riaccendere i riflettori sulla dimensione giuridica degli stessi e più in generale sulla natura ed importanza del diritto e della giustizia nella Chiesa.
Infatti, ricomprendere l’ontologico rapporto tra il diritto e il Mistero della Fede, che si concretizza in modo profondo e mirabile nei Sacramenti, non potrà che aiutare ad eliminare definitivamente quell’atteggiamento di sospetto e di sfavore che ancora alberga in certi ambienti ecclesiale nei confronti del diritto nella Chiesa, aiutando a vivere meglio anche la dimensione della carità e della misericordia, perché, come ha evidenziato Papa Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate,
La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è «suo», ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso “donare” all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è “inseparabile dalla carità”, intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità o com’ebbe a dire Paolo VI, “la misura minima” di essa, parte integrante di quell’amore “coi fatti e nella verità” (1 Gv 3, 18), a cui esorta l’apostolo Giovanni[xviii].


[i] Nicola Bux, Con i Sacramenti non si scherza, Edizioni Cantagalli, Siena 2016, p. 14.
[ii] Basti ricordare, circa l’aspetto in questione, quanto scritto nel suo libro classico, Introduzione allo spirito della liturgia: Joseph Ratzinger, Opera Omnia: Vol. 11, Teologia della Liturgia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010, pp. 35-36; ed ancora nella Lettera del 7 luglio 2007 ai Vescovi in occasione della pubblicazione del m.p. Summorum Pontificum, in Acta Apostolicae Sedis 99 (2007) 795-799.
[iii] Cfr. Ioannes Paulus PP. II, Litterae Encyclicae Redemptor Hominis, “Pontificali eius ministerio ineunte,” 4 Martii 1979, in Acta Apostolicae Sedis 71 (1979) 314, no. 20.
[iv] Cfr. Id., Litterae Encyclicae Ecclesia de Eucharistia, “De Eucharistia eiusque necessitudine cum Ecclesia,”17 Aprilis 2003, in Acta Apostolicae Sedis 95 (2003) 439, n. 10 (abbrev. EdeE).
[v] «Nostrum propterea esse censemus vehementer hortare, ut in eucharistica Celebratione magna quidem fidelitate liturgicae observentur regulae. Ipsae enim sunt significatio solida verae ecclesialis indolis Eucharistiae; hic eorum est altissimus sensus. Numquam privata alicuius proprietas est liturgia, neque ipsius celebrantis neque communitatis ubi Mysteria celebrantur. Debuit acriora verba apostolus Paulus communitati Corinthiae proferre ob graviora vitia eorum in eucharistica Celebratione, quae pepererunt divisiones (schismata) atque factionum constitutiones (haereses) (cfr 1 Cor 11, 17-34). Nostris pariter temporibus observantia liturgicarum normarum iterum est detegenda et aestimanda veluti actus et testimonium unius universalisque Ecclesiae, quae in omni Eucharistiae celebratione praesens redditur. Tam sacerdos, qui Missam ex liturgicis normis fideliter celebrant, quam communitas, quae his se conformat, modo tacito sed eloquenti suum testificantur erga Ecclesiam amorem» (EdE, 468, n. 52. Versione italiana: Enchiridion Vaticanum, vol. 22, p. 273, n. 303. [abbrev. EdeEIt]).
[vi] «Semper oportet hic stupor Ecclesiam pervadat in eucharistica Celeberatione congregatam. Verum comitari debet praecipue Eucharistiae ministrum. Ipse enim, propter facultatem ipsi in sacramento Ordinationis sacerdotalis concessam, peragit consecrationem. Ex potestae, quae a Cristo in Cenacolo ei obtingit, ipse pronuntiat voces: “Hoc est enim Corpus meum quod prov vobis tradetur… Hic est enim calix Sanguinis mei novi et aeterni testamenti qui pro vobis et pro multis effundetur…”. Enuntiat haec verba sacerdoes vel potius os suum suamque vocem praestat Illi qui in Cenaculo haec vocabula exprompsit, et qui voluit ut per aetates ab omnibus illis eadem iterarentur qui in Ecclesia ministeriale illius communicant sacerdotium» (EdeE, 436, n. 5. Versione italiana: EdeEIt, p. 205, n. 219).
[vii] «In sacramentis celebrandis fideliter serventur libri liturgici a competenti auctoritate probati; quapropter nemo in iisdem quidpiam proprio marte addat, demat aut mutet» (Versione italiana: Codice di diritto canonico commentato, ed. Redazione di Quaderni di diritto ecclesiale, 3ª ed. riv., Àncora Editrice, Milano, 2009, p. 722, can. 846, § 1. [abbrev. CICIt]).
[viii] «Ius est christifidelibus ut ex spiritualibus Ecclesiae bonis, praesertim ex verbo Dei et sacramentis, adiumenta a sacris Pastoribus accipiant» (Versione italiana: CICIt, p. 233, can. 213).
[ix] «Mentem autem hodie convertentes ad exordium illius itineris [ad Codicem Iuris Canonici recognoscendum], hoc est ad diem illam XXV Ianuarii anno MCMLIX [“qua Decessor Noster fel. rec. Ioannes XXIII primum publice nuntiavit captum abs se consilium reformandi vigens Corpus legum canonicarum, quod anno MCMXVII, in sollemnitate Pentecostes, fuerat promulgatum”], atque ad ipsum Ioannem XXIII, Codicis recognitionis initiatore, fateri debemus hunc Codicem ad uno eodemque proposito profluxisse, rei chistianae scilicet restaurandae; a quo quidem proposito totum Concilii opus suas normas suumque ductum praesertim accepit» (Ioannes Paulus PP. II, Constitutio Apostolica Sacrae Disciplinae Leges, 25 Ianuarii 1983, in Acta Apostolicae Sedis 75, Pars II (1983), viii (Cfr. vii). [abbrev. SDL]. Versione italiana: Codice di diritto canonico commentato, 3ª ed. riv., Àncora Editrice, Milano, 2009, p. 59. [abbrev. SDLIt]).
[x] «… longinqua illa hereditas iuris, quae in libris Veteris et Novi Testamenti continetur, ex qua tota traditione iuridica et legifera Ecclesiae, tamquam a suo primo fonte, originem ducit» (SDL, x. Versione italiana: SDLIt, p. 61).
[xi] Cfr. Mt 5, 17.
[xii] «Sic Novi Testamenti scripta sinunt ut nos multo magis percipiamus hoc ipsum disciplinae momentum, utque ac melius intellegere valeamus vincula, quae illud arctiore modo contingunt cum indole salvifica ipsius Evangelii doctrinae» (SDL, x-xi. Versione italiana: SDLIt, p. 63).
[xiii] «… Codex eo potius spectat, ut talem gignat ordinem in ecclesiali societate, qui, praecipuas tribuens partes amori, gratiae atque charismati, eodem tempore faciliorem reddat ordinatam eorum progressionem in vita sive ecclesialis societatis, sive etiam singulorum hominum, qui ad illam pertinent» (SDL, xi. Traduzione italiana: SDLIt, p. 63).
[xiv] «… Ecclesiae omnino necessarius est» (SDL, xii. Versione italiana: SDLIt, p. 65).
[xv] Cfr. SDL, xi. Versione italiana: SDLIt, p. 63.
[xvi] «Cum ad modum etiam socialis visibilisque compaginis sit constituta, ipsa normis indiget, ut eius hierarchica et organica structura adspectabilis fiat, ut exercitium munerum ipsi divinitus creditorum, sacrae praesertim potestatis et administrationis sacramentorum rite ordinetur, ut secundum iustitiam in caritate innixam mutuae christifidelium necessitudines componantur, singulorum iuribus in tuto positis atque definitis, ut denique communia incepta, quae ad christianam vitam perfectius usque vivendam suscipiuntur, per leges canonicas fulciantur, muniantur ac promoveantur» (SDL, xii-xiii. Versione italiana: SDLIt, p. 65).
[xvii] «… canonicae leges suapte natura observantiam exigent accurate fieret normarum expressio…in solido iuridico, canonico ac theologico fundamento inniterentur» (SDL, xiii. Versione italiana: SDLIt, p. 66).
[xviii] «Caritas iustitiam praetergreditur, quia amare est donare, “meum” alii ministrare; sed istud non sine iustitia fit, quae alii tribuendum curat quod “ad eum” spectat, quod, ratione habita ipsius essendi et operandi, ad eum pertinet. Alii “tribuere” non possum, quin primum quod ad eum secundum isutitiam spectat non dederim. Qui ceteros caritate amat, ante omnia erga eos aequus est. Non modo iustitia caritati non est aversa, non modo via non est quaedam succedanea vel caritati confinis: iustitia “a caritate seiungi non potest”, intra eam est. Iustitia prima est via caritatis vel, ad Decessoris Nostri Pauli VI effatum, “minima ipsius mensura”, pars quidem necessaria illius amoris “in opere et veritate” (1 Io 3, 18), de qua re monet apostolus Ioannes» (Benedictus PP. XVI, Litterae Encyclicae Caritas in veritate, “De humana integra progressione in caritate veritateque”, 29 Iunii 2009, in Acta Apostolicae Sedis 101 (2009) 644, n. 6. Versione italiana: Enchiridion Vaticanum, vol. 26, p. 473, n. 686).

venerdì 8 aprile 2016

Testo dell'intervento - in esclusiva - di S. Em.za card. Robert Sarah nel corso della Presentazione del nuovo libro di don Nicola Bux

Pubblichiamo, in esclusiva assoluta, il testo dell’intervento di S. Em.za il card. Robert Sarah nel corso della presentazione del libro di don Nicola Bux lo scorso 6 aprile.
Ringraziamo sentitamente S. Eminenza per averci onorato con tale suo prezioso ed interessante contributo.


S. EM.ZA ROBERT Card. SARAH

Intervento

Presentazione del libro di Mons. Nicola Bux,
Con i Sacramenti non si scherza
Roma, 6 aprile 2016

Fonte
La Lettera agli Ebrei esorta a conservare la grazia divina in noi, infatti: «per suo mezzo rendiamo a Dio un culto gradito a lui, con riverenza e timore; perché il nostro Dio è un fuoco divoratore» (12, 29). Il nostro culto, quindi, è gradito a Dio, se è compiuto con riverenza e timore, in quanto si svolge alla sua Presenza. Anche la colletta del lunedì della IV settimana di Quaresima recita: «O Dio, che rinnovi il mondo con i tuoi sacramenti, fa che la comunità dei tuoi figli si edifichi con questi segni misteriosi della tua presenza e non resti priva del tuo aiuto per la vita di ogni giorno». La Presenza divina (Shekinah), alla quale si rivolgeva il culto d’Israele, è diventata sacramento grazie al mistero dell’incarnazione, della passione e risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Intorno a questo fatto, si sviluppa la ricerca e la riflessione di Nicola Bux nel libro che presentiamo, dando ragione anche del titolo: ‘Con i Sacramenti non si scherza’.
Come è possibile anche soltanto immaginare di prendersi gioco della Presenza di Dio? Com’è possibile scherzare con i sacramenti, che sono i segni efficaci – potremmo dire i farmaci, soprattutto il farmaco dell’immortalità che è l’eucaristia – per guarire dalle ferite del peccato e rimetterci in salute? Si può scherzare con i farmaci? Certamente no. Eppure, come più volte ci ha ricordato Benedetto XVI, assistiamo, in questi decenni del post-concilio, a «deformazioni della liturgia al limite del sopportabile», quasi un crescendo che non trova fine. Per questo, Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia, diede mandato per promulgare l’Istruzione Redemptionis Sacramentum, pubblicata nel 2004 dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, d’intesa con quella della Dottrina della Fede – perché nei Sacramenti è in gioco la lex credendi. La stessa preoccupazione ha mosso Benedetto XVI a promulgare nel 2007, l’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis e il Motu proprio Summorum Pontificum, convinto che solo dal rapporto tra il nuovo e l’antico, si sarebbe prodotto un contagio virtuoso, un arricchimento vicendevole per riequilibrare le sorti del rito romano. Quindi, bene fa l’Autore, a mettere in rapporto la fede e la liturgia dei sacramenti sia nella forma ordinaria che in quella straordinaria.
Non scherzare coi sacramenti significa, innanzitutto, mettere al centro il Sacramento dei sacramenti, il Santissimo, oggi inspiegabilmente declassato, in nome di un fantomatico conflitto di segni: si dice che il tabernacolo non può stare sull’altare dove il Signore si rende presente nella Messa. Altrettanto è accaduto con la Croce. Invece, il tabernacolo e in special modo la Croce, fornisce l’orientamento ad Dominum, così necessario in questo tempo, in cui tanti vorrebbero farne a meno del Signore, o vivere come se Dio non esistesse, in modo da fare tutto quello che si vuole. Don Bux ricorda, nell’introduzione del suo libro, le parole di Geremia: «Invece della faccia mi voltarono le spalle» (Ger 7, 23-24) e le commenta così: «se Dio è nel sacramento, la liturgia odierna è, di fatto, ‘di spalle a Dio’. Non è servito aver riscoperto la sua cosiddetta dimensione escatologica: il Signore che viene a visitarci, come diciamo nel Benedictus, per salvarci; e nemmeno l’ecclesiologia di comunione, che discende dallo sguardo alla Trinità, non dal guardarsi tra sacerdote e popolo. La “svolta antropocentrica” ha portato nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio».
E in un altro passo del libro dice: «La dimenticanza di Dio è il pericolo più imminente del nostro tempo. A questa tendenza, la liturgia dovrebbe opporre la presenza di Dio. Ma che cosa accade se la dimenticanza di Dio entra persino nella liturgia, se nella liturgia pensiamo solo a noi stessi? La Chiesa volta le spalle al soprannaturale e cessa di consacrare il mondo. Così, “il cielo del cristianesimo è vuoto” – scrive il filosofo Umberto Galimberti – poiché, a suo giudizio, il cristianesimo non solo “ha perso la dimensione del sacro”, ma addirittura “ha desacralizzato il sacro” (Cfr. U. GalimbertiCristianesimo. La religione dal cielo vuoto, Feltrinelli, Milano 2012). Lo ammette anche l’enciclica Lumen fidei: “La nostra cultura ha perso la percezione di questa presenza concreta di Dio, della sua azione nel mondo. Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti” (§ 17). Invece il sacro per i cristiani è la presenza di Dio e tutto ciò che gli attiene, pertanto: “Il risveglio della fede passa per il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita dell’uomo e dell’esistenza cristiana, mostrando come il visibile e il materiale si aprono verso il mistero dell’eterno” (Ivi, § 40)». I sacramenti sono un mezzo speciale per entrare in contatto con Dio.
Nella crisi di senso che percorre il mondo, ecco la prospettiva di un libro sui sacramenti: aiutare i fedeli a riscoprire la liturgia sacramentale della Chiesa, nella sua pienezza di vita e di verità, e a rileggere la storia e il significato dei sacramenti cristiani, per rendere la propria fede vita vissuta, migliorando l’esistenza quotidiana dell’uomo. Ma anche a fornire uno strumento capace di soddisfare le curiosità di quanti si interessano del “problema fede”, dal punto di vista dell’evoluzione culturale e di costume.
L’uomo odierno la «la necessità di essere toccata dal Signore. Quella è la fede che troviamo sempre e questa fede la suscita lo Spirito Santo».
Con tale intento, il libro presenta i sacramenti in genere e, nella successione propria del Catechismo della Chiesa Cattolica, i sacramenti della iniziazione cristiana (battesimo, confermazione, eucaristia), della guarigione (riconciliazione, unzione degli infermi) e del servizio della comunione (matrimonio e ordine), senza escludere l’area estesa dei sacramentali. Li presenta nella forma ordinaria e in quella straordinaria del rito romano. Cerca di rispondere alle domande più dibattute, con l’intenzione di toccare le questioni più spinose. Specialmente l’interesse dei giovani all’antica liturgia dimostra che «Sta avvenendo un passaggio culturale e generazionale nella percezione della liturgia, ma pochi se ne avvertono, malgrado il gran parlare di ‘segni dei tempi’».
Nicola Bux afferma nell’Introduzione che nei sacramenti siamo «faccia a faccia con Cristo»: i sacramenti sono ciò che di visibile è rimasto di lui, dopo l’Ascensione, come ricorda san Leone Magno. La stessa sua Parola si è fatta carne; perciò non si può pensare che la Parola di Dio sia altra cosa dalla ‘carne’ e dalla virtus sacramentale. «Tutti i sacramenti sono conseguenza dell’incarnazione del Verbo in Gesù: se egli non si fosse fatto carne, non ci sarebbe la sua presenza e non sarebbero possibili i suoi atti, le sue azioni: “Gesù ci ha toccato e, attraverso i sacramenti, anche oggi ci tocca”, ricorda ancora Lumen Fidei (§ 31)». Essi sono certamente azioni di Cristo e della Chiesa, ma non sarebbero queste azioni efficaci se Egli non fosse presente.
Il Vaticano II parla di sacramenti della fede: «I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini, alla edificazione del corpo di Cristo e, infine, a rendere culto a Dio; in quanto segni, hanno poi anche la funzione di istruire. Non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati ‘sacramenti della fede’ (Sacrosanctum Concilium, § 59)».
I sacramenti – ricorda l’Autore – non sono simboli vuoti che rinviano all’invisibile, ma realtà – da res, cosa – visibili dell’invisibile, in quanto essi contengono ciò che significano: contengono la virtus, cioè la potenza efficace che viene dalla persona divino-umana di Gesù Cristo; anzi, il sacramento eucaristico contiene la realtà della persona di Gesù in corpo, sangue, anima e divinità. La potenza viene dalla sua presenza. Eppure, si crede così poco nella loro efficacia e nel loro potere di trasformazione! Evidentemente, anche per essi vi è oggi un reclamato bisogno di capirli; pertanto, nasce il bisogno di spiegarli di nuovo, a causa delle deformazioni che i sacramenti subiscono per ignoranza, da parte, innanzitutto, di non pochi sacerdoti: di conseguenza i fedeli finiscono per non comprenderli.
L’Autore cerca, quindi, di comprendere meglio, nella loro potenza sacra, questi che gli orientali ancora oggi chiamano misteri – come in antico i padri latini - e di capire a quali deformazioni siano soggetti. Sant’Ambrogio ritiene che i misteri siano collegati ai sacramenti, nel senso che questi sono i misteri divini comunicati all’uomo, attraverso gli atti insigni che Gesù stesso ha compiuto e che la Chiesa ha ricevuto, adattandoli alla ricezione di quanti si convertivano al vangelo. Dunque, prima di tutto nei sacramenti ci sono i misteri di Cristo; perciò, non si può parlare della natura dei sacramenti, cioè della loro realtà intima, se non ci si apre ai misteri: cosa da non farsi – dice il vescovo di Milano – ai non iniziati. Emerge il metodo di Ambrogio: «la luce dei misteri riesce più penetrante se colpisce di sorpresa anziché arrivare dopo le prime avvisaglie di qualche sommaria trattazione previa»: è un giudizio davvero attuale, se si pensa a certi modi da conductor televisivo del prete nella celebrazione dei sacramenti. Infatti, constata D. Bux, capita di assistere ai sacramenti trasformati in lunghe didascalie: è il segno della sfiducia nell’efficacia del rito, in quanto sostituiamo, con le nostre parole, le parole della sacra liturgia, le parole di Cristo, le parole delle formule sacramentali, perché temiamo che le persone non capiscano; che presunzione è la nostra! Dimentichiamo che c’è una dimensione invisibile del mistero – come dice sant’Ambrogio – che penetra nel cuore di sorpresa, cioè senza preparazione, nel senso naturale o mondano della parola. Questo spiega perché la catechesi sia diventata sterile: senza i sacramenti, essa è come una dottrina gnostica, adatta per i sapienti e gli intelligenti.
Conclude l’Autore: «Da Ambrogio impariamo il metodo dei sacramenti: non dare troppe spiegazioni prima che essi abbiano illuminato i credenti, perché esse non sono efficaci: per capire i sacramenti non bisogna aprire gli occhi, ma chiuderli. La parola “mistero”, infatti, viene dal greco myo, che vuol dire chiudere gli occhi, proprio come accade quando vogliamo capire meglio: intelligere. I misteri perciò non si capiscono vedendo con gli occhi della carne, ma vedendo le perfezioni invisibili di Dio con gli occhi interiori. Questo ci farebbe dire che la liturgia non ha bisogno di essere vista con gli occhi fisici, bensì di essere vista con gli occhi dello spirito: è l’inizio della mistica».
E vogliamo concludere anche noi con le parole di Ambrogio, nell’Apologia del profeta Davide: «Ti sei mostrato a me faccia a faccia, o Cristo; ti scopro nei tuoi sacramenti» (S. AmbrogioApologia del profeta Davide, 12, 58, in PL 14, 875). 

mercoledì 6 aprile 2016

Presentazione a Roma del nuovo libro di don Nicola Bux: "Con i sacramenti non si scherza"

Come già annunciato in precedenza, sarà presentato quest’oggi a Roma - per puro caso quasi alla vigilia della presentazione dell'esortazione post-sinodale (sebbene la data della presentazione fosse stata fissata tempo prima ed il libro fosse stato consegnato alle stampe oltre un anno fa) - il nuovo libro di don Nicola Bux, prefato da Vittorio Messori, che avevamo anticipato sin dall’inizio del mese scorso (v. qui) ed avevamo ricordato pochi giorni orsono (v. qui) e già presentato, in anteprima, a Lecce lo scorso 2 aprile (v. qui). 
A Roma, il card. Burke approfondirà, nel corso della presentazione, gli aspetti giuridico-canonici correlati ai sacramenti ed il card. Sarah quelli teologico-liturgici. Il dott. Gotti Tedeschi si soffermerà sui sacramenti nell'attuale contesto.
Il libro sarà presentato a Milano il 2 maggio. Si prevede anche una prossima presentazione a Bari.
Una curiosità: l’immagine di copertina, chiaramente ironica, allusiva e "non convenzionale", che pare abbia stupito molti e che era stata da noi suggerita all'Autore, è reale nel senso che si tratta della foto di un matrimonio celebrato – si fa per dire – in Inghilterra, nel Devon, nell’estate 2010, con tanto d'invitati pur essi vestiti, come gli sposi, "a tema" (v. quiquiqui e qui).
Recensione in tedesco del libro di don Bux: „Mit den Sakramenten spaßt man nicht“ – Das neue Buch von Don Nicola Bux, in katholisches.info, 1 April 2016.




Nicola Bux. Coi Sacramenti non si scherza

Mercoledì 6 aprile alle ore 17,30: presentazione del libro di Don Nicola Bux Con i Sacramenti non si scherza, ed. Cantagalli, Siena 2016.
Roma, Palazzo della Rovere (Hotel Columbus), Via della Conciliazione 33


Interessante la Prefazione curata da Vittorio Messori [qui]

Scrive don Nicola Bux, affrontando la trattazione del sacramento dell’ordine: “I caratteri distintivi del sacerdozio sono nel conferimento e nell’esercizio dei tre munera, ossia compiti o uffici: insegnare , santificare e governare”. Quanto al “governare”, non so se don Nicola ne abbia modo o motivo. Sul “santificare” non ho dubbi: so quanto sia instancabile nel tenere fede alla sua chiamata di mediatore tra sacro e profano, tra Dio e uomo, amministratore convinto e competente com’è dei sacramenti. Venendo all’insegnare: beh, proprio questo suo nuovo libro è una conferma in più di come prenda sul serio il munus affidatogli alla consacrazione sacerdotale. Oltre a molti altri libri è, questo, il terzo che dedica alla liturgia nella Chiesa di sempre e, soprattutto, di oggi. 
La sua grande competenza, da ben noto e stimato cattedratico del tema, è messa al servizio dell’insegnamento attraverso queste opere: non, dunque, per gruppi selezionati di studenti ma per ogni cattolico, praticante abituale o saltuario che sia. O anche, come càpita sempre più spesso, semplicemente per una donna o per un uomo in ricerca. Infiltrata dalla corrente oggi prevalente in Occidente e che tende a creare una sorta di società liquida, dove tutto sembra, appunto, liquefarsi in tutto, anche la Chiesa pare voler dissolvere i contorni netti della fede in una sorta di brodo indeterminato e rimescolato dal “secondo me” di certi sacerdoti.
Non ostacolati, anzi istigati, dai teologi che sappiamo. Ebbene: della fede, i sacramenti sono l’espressione, il frutto, il dono più alto e prezioso. Ecco, dunque, il nostro liturgista dedicarsi al tema, con la passione consueta, seguendo l’utile schema già impiegato nei libri precedenti. Innanzitutto, cioè, chiarire, per ognuno dei sette “segni efficaci” l’oggetto, il significato, la storia. Poi – necessaria, e più che mai attuale – l’avvertenza circa le deformazioni, gli equivoci, le aggiunte o le sottrazioni che oggi minacciano quel sacramento. Dunque, una catechesi in uno stile che sa essere al contempo dotto e divulgativo, seguìta da una sorta di “manuale per l’uso”. L’efficacia è confermata anche dall’ottimo successo che i libri hanno avuto non solo in Italia ma anche nei Paesi nella cui lingua sono stati tradotti.
Don Bux sa essere severo verso certi suoi confratelli e verso quel loro prurito “creativo” che li induce a intaccare una disciplina liturgica che non è inutile formalismo bensì sostanza stessa del sacramento. Ma i suoi avvertimenti non hanno il tono sprezzante o imperioso dell’inquisitore o, peggio, dell’ideologo con le sue sbarre e le sue gabbie. In lui, il richiamo all’ordine è espresso, in fondo, con la comprensione di chi ben sa quale sia la cultura deformata e deformante in cui anche gli uomini di Chiesa sono immersi. E ben sa, oltretutto, quanto incompleta e magari sospetta sia la formazione (se ancora è tale) che viene impartita troppo spesso allo sparuto gruppo dei seminaristi superstiti. Pare di cogliere nel professore che qui scrive una sorta di pietas per i poveri preti, pur dietro il rimbrotto. Ad essi, da confratello specialista ma non per questo chiuso nella torre d’avorio accademica, ad essi, dunque addita non solo una lista di errori e di equivoci, ma anche la direzione verso la quale muoversi per cercare di rimediare.
Alla base di tutto quanto succede nella Catholica ormai da decenni, c’è quanto l’autore denunciava anche nei libri precedenti: quella “svolta antropocentrica che ha portato nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio”. La sociologia invece della teologia, il Mondo che oscura il Cielo, l’orizzontale senza il verticale, la profanità che scaccia la sacralità. La sintesi cattolica – quella sorta di legge dell’et-et, di unione degli opposti che regge l’intero edificio della fede – è stata troppo spesso abbandonata per una unilateralità inammissibile. 
Quanto ai sacramenti in particolare: da laico, sarei tentato di lanciare una sorta di monito ai sacerdoti. Attenti, mi verrebbe da dire, non sappiamo che farcene, (ne abbiamo già troppi) di sociologi, sindacalisti, politologi, psicologi, ecologi, sessuologi e, in genere, di tuttologi! Attenti, perché non c’è bisogno di preti, frati, monaci che esercitino i mestieri che dicevo, per giunta spesso da improbabili orecchianti. Non si dimentichi mai che quella che soltanto il consacrato può esercitare, quella dove non ha e non può avere “concorrenza”, è la funzione di tramite, di legame, tra l’uomo e Dio. Nell’amministrazione, appunto, dei sacramenti. E’ il “santificare” il munus che – per ridurci all’essenziale - ne giustifica l’esistenza e la presenza. Ottimo, se ben condotto, l’impegno clericale nel sociale, nella cultura, in ogni campo dell’attività, della cultura, del lavoro umani. Ottimo ma non indispensabile: anche noi laici quegli impegni sappiamo esercitarli e li esercitiamo, assai spesso, ben meglio. Da professionisti e non da dilettanti. Ma solo un uomo cui sono state imposte le mani scandendo sul suo capo le parole alte e terribili tu es sacerdos in aeternum, solo un uomo così può assicurarci il perdono di quel Cristo di cui è tramite; e può trasformare, nella fede, il vino e il pane nel sangue e nella carne del Redentore. Lui solo. Nessun altro al mondo.
Le folle si accalcano, per un istinto profondo, attorno all’altare e al confessionale di padre Pio, spintonando per essere il più vicini possibile alla sua eucaristia e per potere avere il privilegio di affidare a lui i peccati che Gesù giudicherà. Ma non si conoscono folle, se non di studenti iscritti a quel corso, attorno alla cattedra del chierico teologo che spiega che è puerile credere alla realtà anche “materiale” dell’eucaristia. E che è una sceneggiata, indegna del cristiano adulto, pensare che il perdono dei peccato passi attraverso uno strumento, un uomo come noi. Già: ma al contempo, invisibilmente, diverso. Diverso perché consacrato.
Post Scriptum. Proprio il giorno dopo avere concluso le pagine qui sopra, ho ricevuto l’ultimo libro di Hans Küng: Morire felici? Il teologo svizzero (che si offende se qualcuno non lo definisce “cristiano”, anzi “cattolico”) è tra i promotori ed attivisti di Exit, la più nota ed attiva organizzazione in Europa per la “morte assistita”, cioè l’aiuto fattivo per l’eutanasia. Con macabra ipocrisia, chi chiede di farla finita è trattato come in un confortevole albergo e, al momento da lui desiderato, è fatto accomodare sulla poltrona di un salotto silenzioso e deserto. Una infermiera pone sul tavolino un bicchiere con una bevanda dal sapore gradevole ma spaventosamente tossica e se ne va, chiudendo la porta. Porta che sarà riaperta poco dopo per constatare la morte e portare via il cadavere. Ipocrisia macabra, dicevo: Exit si limita a mettere a disposizione un luogo tranquillo e a posare sul mobile un veleno mortale: che può farci se quel signore, o quella signora, decidono di bere la mistura? Sono liberi, perbacco, nessuno li obbliga.
Il “cattolico” Küng è prete e non ha mai chiesto di abbandonare il sacerdozio, anche se nessuno lo ha mai visto con un clergyman o, peggio, con paramenti ecclesiastici, ed egli stesso si stupirebbe molto se qualcuno lo chiamasse “don Hans”. Già nel capitolo introduttivo di questo suo pamphlet che intende dimostrarci quanto suicidio ed eutanasia siano “biblici”, anzi “evangelici”, non manca, come sempre, di scagliarsi contro quella Catholica che lo ha ordinato, che gli ha dato il potere di amministrare i sacramenti. Scrive, dicendo di desiderare il vero bene dell’uomo, cosa che non fanno i disumani monsignori romani: “Vorrei una Chiesa che aiutasse l’uomo a morire, anziché limitarsi a dargli l’estrema unzione. Si tratta di aiutare a morire bene una persona che vuole dire addio alla vita”.
Impegno sociale sino agli estremi, dunque: una struttura creata e gestita dalla Chiesa che accolga gli aspiranti suicidi e li aiuti a raggiungere il loro fine, rapidamente e senza dolore. Questa è la carità, questo il dovere della comunità cristiana!
È forse caritatevole limitarsi a quel sacramento, a quell’estrema unzione (o unzione degli infermi, come oggi si dice ) che si limita ad accompagnare alla morte biascicando antiche parole e procedendo ad anacronistiche unzioni, non occupandosi però delle sofferenze fisiche del morituro? Lui, Küng, non ha dato e non da il buon esempio, pilastro illustre com’è di Exit, di quella agenzia “sociale” che accoglie, con premura cristiana, chi altrimenti sarebbe costretto a gettarsi nel fiume o dalla finestra o a farsi stritolare dal treno?
È con amarezza che ho qui spiacevole conferma della domanda che, sopra, mi facevo: dimentichi come sono del loro ruolo di insondabile valore, di un ruolo che nessun altro al mondo può esercitare, che ce ne facciamo di preti così? Chi, accanto al suo letto di morte, chi vorrebbe un professore di teologia nella prestigiosa università di Tübingen e non lo scambierebbe volentieri col più oscuro e magari indotto dei preti, ancora consapevole, però, del valore tanto misterioso quanto efficace - nel senso vero - del sacramento?

Fonte: Chiesa e postconcilio, 5.4.2016