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domenica 31 marzo 2024
domenica 9 aprile 2023
Al termine del Santo giorno di Pasqua, il Magnificat!
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| Agnolo Bronzino, Resurrezione, 1552, Basilica della Santissima Annunziata, Firenze |
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| Filippino Lippi, Apparizione del risorto a sua Madre, 1490 circa, Alte Pinakothek, Monaco |
domenica 4 aprile 2021
lunedì 13 aprile 2020
Il ‘Regina coeli’: preghiera del tempo di Pasqua e della fine delle pestilenze
Secondo la
tradizione questa antifona mariana, che sostituisce l’Angelus dal
Sabato Santo al Sabato precedente la Domenica della Santissima Trinità, venne
cantata dagli Angeli per annunziare a San Gregorio Magno che allora stava
conducendo una processione penitenziale la cessazione di una fiera pestilenza
(vedi qui).
Già recitata nella Chiesa – basti pensare alla menzione che ne fa l’Alighieri
nel XXIII canto del Paradiso – e copiosamente arricchita di sante indulgenze,
fu consacrata come antifona del tempo pasquale da Benedetto XIV (così ci
ricorda Radiospada, 12.4.2020).
Gregorio di
Tours, nell’Historiae Francorum (liber X, 1) e
Iacopo di Varazze, nella Legenda Aurea, in effetti, raccontano il
memorabile prodigio della cessazione della peste del 590 d.C. all’epoca del
grande S. Gregorio Magno in modo incalzante e accorato: «Durante la
processione, in una sola ora erano morte ben ottanta persone, ma papa Gregorio
non smetteva di incoraggiare ad andare avanti con fede. Man mano che il corteo
si avvicinava a San Pietro, l’aria diventava più leggera e salubre. Giunti al
ponte che collegava la città al Mausoleo di Adriano, allora chiamato Castellum Crescentii, d’improvviso scesero
dal cielo schiere di angeli che cantavano quelle che sarebbero diventate le
parole del Regina Coeli, l’antifona che in tempo
pasquale sostituisce l’Angelus e saluta Maria Regina per la
risurrezione del Salvatore: “Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia
quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!”.
San Gregorio
rispose: “Ora pro nobis rogamus, Alleluja!”. Gli
angeli planarono ancora più in basso per galleggiare sulle teste dei presenti e
infine circondare il dipinto di Maria. Gregorio guardò in alto e sulla cima del
castello vide la grande figura armata dell’Arcangelo mentre asciugava la spada
dal sangue e la riponeva nel fodero. La peste era finita» (M. Milvia
Morciano, Quando san Michele arcangelo apparve a Roma e fermò la peste,
in Vatican
News, 20.3.2020).
Per nostra edificazione rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.
Per nostra edificazione rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.
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| Pieter Paul Rubens, Cristo trionfante sulla morte e sul peccato, 1616, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo |
San Gregorio Magno e il
Coronavirus del suo tempo
di Roberto de Mattei
Un alone di mistero avvolge il Coronavirus, o
Covid-19, di cui non conosciamo né l’origine, né i reali dati di diffusione, né
le possibili conseguenze. Ciò che però sappiamo è che le pandemie sono sempre
state considerate nella storia come flagelli divini e che l’unico rimedio che
la Chiesa ha opposto ad esse è stata la preghiera e la penitenza. Così accadde
a Roma nell’anno 590, quando Gregorio della famiglia senatoriale della gens
Anicia, fu eletto Papa con il nome di Gregorio I (540-604).
L’Italia era sconvolta da malattie, carestie,
disordini sociali e dall’onda devastatrice dei Longobardi. Tra il 589 e il 590,
una violenta epidemia di peste, la terribile luesinguinaria, dopo aver devastato il territorio bizantino ad Oriente e quello dei
Franchi ad Occidente, aveva seminato morte e terrore nella penisola e si era
abbattuta sulla città di Roma. I cittadini romani interpretarono questa
epidemia come un castigo divino per la corruzione della città. La prima vittima
mietuta a Roma dalla peste fu papa Pelagio II, che morì il 5 febbraio 590 e fu
sepolto in San Pietro. Il clero e il senato romano elessero come suo successore
Gregorio che, dopo essere stato praefectus urbis, viveva nella sua cella monacale sul monte Celio. Dopo essere stato
consacrato il 3 ottobre 590, il nuovo Papa affrontò subito il flagello della
peste. Gregorio di Tours (538-594), che fu contemporaneo e cronista di quegli
eventi, racconta che in un memorabile sermone pronunciato nella chiesa di Santa
Sabina, Gregorio invitò i romani a seguire, contriti e penitenti, l’esempio
degli abitanti di Ninive: «Guardatevi
intorno: ecco la spada dell’ira di Dio brandita sopra l’intero popolo. La morte
improvvisa ci strappa dal mondo, senza quasi darci un minuto di tempo. In
questo stesso momento, oh quanti son presi dal male, qui intorno a noi, senza
neppure potere pensare alla penitenza».
Il Papa esortò quindi a sollevare lo sguardo a Dio,
il quale permette tali tremendi castighi al fine di correggere i suoi figliuoli
e, per placare la collera divina, ordinò una «litania settiforme», cioè una
processione dell’intera popolazione romana, divisa in sette cortei, secondo il
sesso, l’età e la condizione. La processione mosse dalle varie chiese di Roma
verso la Basilica Vaticana, accompagnando il cammino con il canto delle
litanie. È questa l’origine delle cosiddette Litanie maggiori della Chiesa, o
rogazioni, con cui preghiamo Dio di difenderci dalle avversità. I sette cortei
muovevano attraverso gli edifici dell’antica Roma, a piedi nudi, a passo lento,
il capo coperto di cenere. Mentre la moltitudine percorreva la città, immersa
in un silenzio sepolcrale, la pestilenza arrivò al punto tale di furore che,
nel breve spazio di un’ora, ottanta persone caddero a terra morte. Ma Gregorio
non cessò un attimo di esortare il popolo perché continuasse a pregare e volle
che dinanzi al corteo fosse portato il quadro della Vergine conservata in Santa
Maria Maggiore e dipinta dall’evangelista san Luca (Gregorio di Tours, Historiae Francorum, liber X, 1, in Opera omnia, a cura di J.P. Migne, Parigi 1849 p. 528).
La Leggenda aurea, di Jacopo da Varazze, che è un compendio delle tradizioni trasmesse
dai primi secoli dell’era cristiana, racconta che man mano che la sacra
immagine avanzava, l’aria diventava più sana e limpida ed i miasmi della peste
si dissolvevano, come se non potessero sopportarne la presenza. Si era giunti
al ponte che unisce la città al Mausoleo di Adriano, conosciuto nel Medioevo
come Castellum
Crescentii, quando
improvvisamente si udì un coro di angeli che cantavano: «Regina Coeli, laetare,
Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit,
Alleluja!». Gregorio
rispose ad alta voce: «Ora
pro nobis rogamus, Alleluja!». Nacque così il Regina Coeli, l’antifona con cui nel tempo pasquale la Chiesa saluta Maria Regina
per la risurrezione del Salvatore. Dopo il canto, gli Angeli si disposero in
cerchio intorno al quadro della Madonna e Gregorio, alzando gli occhi, vide
sulla sommità del Castello un Angelo che, dopo avere asciugato la spada
grondante di sangue, la riponeva nel fodero, in segno del cessato castigo. «Tunc Gregorius vidi super
Castrum Crescentii angelum Domini qui glaudium cruentatum detergens in vagina
revocabat: intellexit que Gregorius quod pestisilla cessasset et sic factum
est. Unde et castrum illud castrum Angeli deinceps vocatum est». Comprese Gregorio che la peste era finita e così
avvenne: e quel castello fu d’allora in poi chiamato il Castello dell’Angelo
(Iacopo da Varazze, Legenda
aurea, Edizione critica
a cura di Giovanni Paolo Maggioni, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 1998,
p. 90).
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Papa
Gregorio I fu canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa, ed entrò nella
storia con l’appellativo di “Magno”. Dopo la sua morte i romani cominciarono a
chiamare la Mole Adriana “Castel Sant’Angelo” e, a ricordo del prodigio, posero
in cima al castello la statua di san Michele, capo delle milizie celesti, in
atto di rinfoderare la spada. Ancora oggi nel Museo Capitolino è conservata una
pietra circolare con le impronte dei piedi che, secondo la tradizione,
sarebbero state lasciate dall’Arcangelo quando si fermò per annunciare la fine
della peste. Anche il cardinale Cesare Baronio (1538-1697), considerato per il
rigore della sua ricerca uno dei più grandi storici della Chiesa, conferma
l’apparizione dell’Angelo alla sommità del castello (Odorico Ranaldi, Annali ecclesiastici tratti da
quelli del cardinal Baronio, anno 590,
Appresso Vitale Mascardi, Roma 1643, pp. 175-176).
Osserviamo
solo che se l’Angelo, grazie all’appello di san Gregorio, rinfoderò la spada,
vuol dire che essa era stata prima sguainata per punire i peccati del popolo
romano. Gli Angeli sono infatti gli esecutori dei castighi divini dei popoli,
come ci ricorda la drammatica visione del Terzo segreto di Fatima, esortandoci
al pentimento: «un Angelo con una
spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che
sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto
dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui:
l’Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse:
Penitenza, Penitenza, Penitenza!».
La diffusione
del Coronavirus ha un qualche rapporto con la visione del Terzo Segreto? Il
futuro ce lo dirà. Ma l’appello alla penitenza resta la prima urgenza della
nostra epoca e il primo rimedio per assicurarci la nostra salvezza, nel tempo e
nell’eternità. Le parole di san Gregorio Magno devono risuonare ancora nei
nostri cuori: «Cosa diremo degli
avvenimenti terribili di cui siamo testimoni se non che sono preannunci
dell’ira futura? Pensate dunque fratelli carissimi, con estrema attenzione a
quel giorno, correggete la vostra vita, mutate i vostri costumi, sconfiggete
con tutta la vostra forza le tentazioni del male, punite con le lacrime i
peccati compiuti» (Omelia prima sui Vangeli, in Il Tempo di Natale nella Roma di Gregorio Magno, Acqua Pia Antica Marcia, Roma 2008, pp. 176-177).
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È di queste
parole, non del sogno dell’Amazzonia felix, che avrebbe oggi bisogno la Chiesa,
che appare oggi come la descriveva san Gregorio ai suoi tempi: «Nave vetusta e terribilmente
squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate
dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio (Registrum I, 4 ad
Ioann. episcop. Constantinop.)». Ma allora la Divina Provvidenza suscitò un nocchiero che, come
afferma san Pio X, «tra l’imperversare
dei marosi seppe non solo toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave
dalle tempeste future» (Enciclica Jucunda
sane del 12 marzo
1904).
domenica 12 aprile 2020
A conclusione del Santo Giorno di Pasqua, il canto del Magnificat
giovedì 15 agosto 2019
domenica 21 aprile 2019
Al termine del santo Giorno di Pasqua il "Magnificat"
Rendiamo grazie al Signore per le meraviglie che ha compiuto e per i misteri che ci ha fatto contemplare con il cantico della Vergine, il "Magnificat":
Sequenza pasquale "Victimae Paschali Laudes"
Dal celebre film di Franco Zeffirelli, "Fratello Sole, sorella luna":
La ricostruzione di Zeffirelli è, però, imprecisa. Infatti, non viene cantato il penultimo versetto, quello prima di "Scimus Christum" ecc., che recitava:
"Credendum est magis
Soli Mariae veraci
Quam Judaeorum
Turbae fallaci"
(Si deve prestare maggior fede a Maria, la sola testimone della verità, più che alla folla ingannatrice dei Giudei). Questo versetto fu cancellato ai primi del '900 (non è più riportato dal Liber usualis del 1923).
Per cui, in una ricostruzione storica medievale, come quella fatta da Zeffirelli, andava cantato.
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| Bartolomeo Ramenghi, detto il Bagnacavallo, Noli ma tangere, 1520 circa, collezione privata |
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| Gabriël Metsu, Noli me tangere, 1667, Kunsthistorisches Museum, Vienna |
| Adolphe o Dolphe Bracony, Noli me tangere, XVII sec., collezione privata |
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| Carle van Loo, Noli me tangere, 1735, collezione privata |
domenica 27 gennaio 2019
Commento al cap. IV della Sacrosanctum Concilium
Nella festa
liturgica di S. Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli, Confessore e
Dottore della Chiesa, concludiamo la lettura della cost. Sacrosanctum
Concilium, pubblicando il commento al suo cap. IV del prof. Pierluigi
Perrone, che non era disponibile durante le Antifone Maggiori.
Commento al cap. IV della Sacrosanctum
Concilium
di Pierluigi Perrone
Dopo
essersi occupata della Messa, cuore della vita liturgica della Chiesa, e degli
altri Sacramenti, Sacrosanctum Concilium
affronta in un capitolo specifico l’Ufficio divino, presentandone nei primi
punti il significato teologico e liturgico e indicando in seguito le linee da
seguire nella revisione della liturgia delle ore che dal Concilio sarebbe
scaturita.
L’ufficio
divino è espressione della fedeltà della Sposa alla richiesta dello Sposo
divino di «pregare sempre senza stancarsi». Tra le varie attività e necessità,
la Chiesa si serve dell’ufficio divino come linguaggio di orante per le varie
ore del giorno che si dispiega in sette ore secondo i dettami della Scrittura.
In realtà questi momenti vogliono rappresentare, in forma simbolica, la lode
ininterrotta che, per la potenza dello Spirito Santo, sale verso Dio dalla
Chiesa diffusa in ogni parte della terra.
L’ufficio
divino, come ricorda il § 83, esprime, dopo la celebrazione eucaristica, la
partecipazione della Chiesa alla missione sacerdotale di Cristo: Egli introduce
tra gli uomini quella lode che risuona incessante tra i cori celesti per poi
associare a sé l’umanità nel canto di lode e nella preghiera di intercessione.
Gesù, in cielo e in terra, è la lode viva del Padre e «intercede sempre per noi»
con la Chiesa da cui non è mai diviso. La Lode è eterna, perché Gesù è
«Sacerdote in eterno».
L'intercessione
durerà finché ci sarà un'anima bisognosa di intercessione. Allo stesso modo
anche la Santa Messa è prima di tutto Sacrificio latreutico, e poi
impetratorio, perché la lode non avrà mai fine mentre l'intercessione cesserà.
L’ufficio
della lode è, al tempo stesso, segno visibile della fedeltà della Sposa al suo
Sposo divino, attuazione fedele e perseverante della sua Volontà, esplosione di
amore che si esprime compiutamente nel canto, come avviene nel Cantico dei
Cantici.
Alla
luce di questa rinnovata consapevolezza, il § 84 sottolinea la natura corale
dell’ufficio divino, auspicando che ai chierici, che ad esso sono tenuti, si
uniscano i fedeli nella «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al
Padre»: questa diviene, pertanto, una manifestazione visibile della
partecipazione di tutto il Popolo di Dio al Sacerdozio di Cristo poiché coloro
che compiono questa preghiera «stanno davanti al trono di Dio in nome della
Madre Chiesa» (§ 85).
Una
lode così speciale procura un beneficio immediato per coloro che la praticano:
come ricorda lo stesso numero, il divino ufficio è mezzo per la santificazione
del tempo attraverso le varie ore del giorno e mediante le preghiere che la
tradizione della Chiesa ha formulato con sapienza per ciascuna di esse. Il
tempo che scorre nei vari periodi dell’anno liturgico viene così ricompreso in
una rete d'amore che non gli consente di defluire inutilmente e lo orienta
verso il suo fine.
La
Costituzione conciliare dispone a questo punto degli orientamenti che
presentano come intento principale quello di rinnovare quel fervore
indispensabile affinché l’ufficio della lode conservi e incrementi la sua
fecondità spirituale. Il § 86, infatti, rappresenta un monito rivolto nello
specifico ai sacerdoti: le ragioni pastorali non possono mai giustificare
l’assopirsi di tale fervore, mentre va sempre seguito l’esempio degli apostoli
che istituirono i diaconi proprio per riservare a sé gli uffici della lode e
della predicazione. Tuttavia, facendo seguito a riforme già avviate dalla Sede
Apostolica, il Concilio dispone una revisione dell’ufficio che renda le singole
ore effettivamente corrispondenti ai momenti del giorno per i quali sono nate.
La Costituzione afferma comunque di voler tenere presenti i mutati ritmi di
vita di quanti attendono alle opere di apostolato (§ 88) e si propone comunque
un’opera di riduzione e semplificazione dell’ufficio. Con la soppressione
dell’Ora di Prima si ritorna così ai sette momenti di preghiera di derivazione
biblica (Sal 118, 164) che vengono distribuiti in maniera omogenea in tutto il
corso della giornata per scandirne i vari passaggi: le due Ore cardine
dell’Ufficio quotidiano diventano le Lodi e i Vespri, mentre l’antico Mattutino
conserva il suo carattere di preghiera notturna quando è recitato in coro, ma,
nella prassi individuale, può essere recitato in qualsiasi ora del giorno; allo
stesso modo, la preghiera corale delle Ore minori di Terza, Sesta e Nona, che
santifica il lavoro del giorno, mostra la grande considerazione che la Chiesa
riserva al coro, al di fuori del quale, tuttavia, viene concesso di recitare
una sola di queste tre Ore in base alle esigenze del momento della giornata che
ad essa viene dedicato. Affinché le diverse Ore dell’Ufficio santifichino
realmente i vari momenti della giornata, il Concilio ribadisce più volte la
necessità che corrispondano all’orario proprio di ciascuna Ora canonica (§ 94).
È inoltre fondamentale per tutti coloro che partecipano alla recita dell’Ufficio
divino che «la mente corrisponda alla voce» (§ 90): a questo scopo viene
auspicata una più efficace istruzione liturgica e biblica e un’opera di
riordino del Salterio che distribuisca i Salmi non più in una settimana, ma in
uno spazio di tempo più lungo che consenta di assaporarli meglio, preservando
comunque il patrimonio del canto sacro della tradizione latina ad essi legato (§
91). L’opera di revisione dovrà coinvolgere anche il ricco patrimonio degli
inni e delle letture delle Scritture e dei Padri: il Concilio indica quale
criterio che dovrà orientare questo processo quello della più ampia offerta di
brani della parola divina, che arricchiscano i fedeli dei loro tesori, e di un
equilibrato sfrondamento di quanto, soprattutto negli inni e nelle passiones, risulti profano e privo di
fondamento storico.
La
celebrazione corale dell’Ufficio divino, alla quale sono obbligati i Regolari e
i canonici, viene calorosamente raccomandata da Sacrosanctum Concilium anche agli altri chierici e deve pertanto
mostrare anche esteriormente, mediante l’adeguata compostezza e la cura del
canto, lo slancio d’amore di un cuore devoto e raccolto (§ 99): rappresenta
infatti una tra le espressioni più perfette del Corpo Mistico che loda
pubblicamente Dio e, proprio in virtù di questo valore, se ne raccomanda la
recita anche ai fedeli laici e la celebrazione in chiesa nelle feste più
solenni. Infine, l’apertura del Concilio a una recita dell’Ufficio nelle lingue
volgari, pur conservando la prioritaria considerazione della lingua latina e
limitando ciò ai casi e alle versioni approvate, vuole rappresentare l’estremo
tentativo di garantire la fecondità di questa preghiera, anche a costo della
rinuncia all’afflato universale che solo la lingua latina era in grado di preservare.
lunedì 31 dicembre 2018
Canto solenne del "Te Deum" per la fine dell'anno civile
Cfr. Te Deum laudamus e un pensiero di fine anno, in Chiesa e postconcilio, 31.12.2018; Plenary Indulgence reminders: Te Deum on Dec. 31 Veni Creator on Jan. 1, in Rorate Caeli, Dec. 31, 2018.
domenica 27 maggio 2018
In onore della SS. Trinità
Checchè ne dica il pur stimato Baronio sul blog Opportune importune, questo canto di lode, in tedesco Großer Gott, wir loben dich, come dicevamo già alcuni anni fa (v. qui), fu composto dal sacerdote cattolico Ignaz Franz. Il fatto che quest'inno si sia diffuso anche in ambito protestante, come del resto avvenuto per altri canti cattolici, non ne oscura le origini né lo trasforma in un canto protestante!
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