Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 9 aprile 2023

lunedì 13 aprile 2020

Il ‘Regina coeli’: preghiera del tempo di Pasqua e della fine delle pestilenze

Secondo la tradizione questa antifona mariana, che sostituisce l’Angelus dal Sabato Santo al Sabato precedente la Domenica della Santissima Trinità, venne cantata dagli Angeli per annunziare a San Gregorio Magno che allora stava conducendo una processione penitenziale la cessazione di una fiera pestilenza (vedi qui). Già recitata nella Chiesa – basti pensare alla menzione che ne fa l’Alighieri nel XXIII canto del Paradiso – e copiosamente arricchita di sante indulgenze, fu consacrata come antifona del tempo pasquale da Benedetto XIV (così ci ricorda Radiospada, 12.4.2020).
Gregorio di Tours, nell’Historiae Francorum (liber X, 1) e Iacopo di Varazze, nella Legenda Aurea, in effetti, raccontano il memorabile prodigio della cessazione della peste del 590 d.C. all’epoca del grande S. Gregorio Magno in modo incalzante e accorato: «Durante la processione, in una sola ora erano morte ben ottanta persone, ma papa Gregorio non smetteva di incoraggiare ad andare avanti con fede. Man mano che il corteo si avvicinava a San Pietro, l’aria diventava più leggera e salubre. Giunti al ponte che collegava la città al Mausoleo di Adriano, allora chiamato Castellum Crescentii, d’improvviso scesero dal cielo schiere di angeli che cantavano quelle che sarebbero diventate le parole del Regina Coeli, l’antifona che in tempo pasquale sostituisce l’Angelus e saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore: “Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!”.
San Gregorio rispose: “Ora pro nobis rogamus, Alleluja!”. Gli angeli planarono ancora più in basso per galleggiare sulle teste dei presenti e infine circondare il dipinto di Maria. Gregorio guardò in alto e sulla cima del castello vide la grande figura armata dell’Arcangelo mentre asciugava la spada dal sangue e la riponeva nel fodero. La peste era finita» (M. Milvia Morciano, Quando san Michele arcangelo apparve a Roma e fermò la peste, in Vatican News, 20.3.2020).
Per nostra edificazione rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.






Pieter Paul Rubens, Cristo trionfante sulla morte e sul peccato, 1616, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo

San Gregorio Magno e il Coronavirus del suo tempo

di Roberto de Mattei


Un alone di mistero avvolge il Coronavirus, o Covid-19, di cui non conosciamo né l’origine, né i reali dati di diffusione, né le possibili conseguenze. Ciò che però sappiamo è che le pandemie sono sempre state considerate nella storia come flagelli divini e che l’unico rimedio che la Chiesa ha opposto ad esse è stata la preghiera e la penitenza. Così accadde a Roma nell’anno 590, quando Gregorio della famiglia senatoriale della gens Anicia, fu eletto Papa con il nome di Gregorio I (540-604).
L’Italia era sconvolta da malattie, carestie, disordini sociali e dall’onda devastatrice dei Longobardi. Tra il 589 e il 590, una violenta epidemia di peste, la terribile luesinguinaria, dopo aver devastato il territorio bizantino ad Oriente e quello dei Franchi ad Occidente, aveva seminato morte e terrore nella penisola e si era abbattuta sulla città di Roma. I cittadini romani interpretarono questa epidemia come un castigo divino per la corruzione della città. La prima vittima mietuta a Roma dalla peste fu papa Pelagio II, che morì il 5 febbraio 590 e fu sepolto in San Pietro. Il clero e il senato romano elessero come suo successore Gregorio che, dopo essere stato praefectus urbis, viveva nella sua cella monacale sul monte Celio. Dopo essere stato consacrato il 3 ottobre 590, il nuovo Papa affrontò subito il flagello della peste. Gregorio di Tours (538-594), che fu contemporaneo e cronista di quegli eventi, racconta che in un memorabile sermone pronunciato nella chiesa di Santa Sabina, Gregorio invitò i romani a seguire, contriti e penitenti, l’esempio degli abitanti di Ninive: «Guardatevi intorno: ecco la spada dell’ira di Dio brandita sopra l’intero popolo. La morte improvvisa ci strappa dal mondo, senza quasi darci un minuto di tempo. In questo stesso momento, oh quanti son presi dal male, qui intorno a noi, senza neppure potere pensare alla penitenza».
Il Papa esortò quindi a sollevare lo sguardo a Dio, il quale permette tali tremendi castighi al fine di correggere i suoi figliuoli e, per placare la collera divina, ordinò una «litania settiforme», cioè una processione dell’intera popolazione romana, divisa in sette cortei, secondo il sesso, l’età e la condizione. La processione mosse dalle varie chiese di Roma verso la Basilica Vaticana, accompagnando il cammino con il canto delle litanie. È questa l’origine delle cosiddette Litanie maggiori della Chiesa, o rogazioni, con cui preghiamo Dio di difenderci dalle avversità. I sette cortei muovevano attraverso gli edifici dell’antica Roma, a piedi nudi, a passo lento, il capo coperto di cenere. Mentre la moltitudine percorreva la città, immersa in un silenzio sepolcrale, la pestilenza arrivò al punto tale di furore che, nel breve spazio di un’ora, ottanta persone caddero a terra morte. Ma Gregorio non cessò un attimo di esortare il popolo perché continuasse a pregare e volle che dinanzi al corteo fosse portato il quadro della Vergine conservata in Santa Maria Maggiore e dipinta dall’evangelista san Luca (Gregorio di Tours, Historiae Francorum, liber X, 1, in Opera omnia, a cura di J.P. Migne, Parigi 1849 p. 528).
La Leggenda aurea, di Jacopo da Varazze, che è un compendio delle tradizioni trasmesse dai primi secoli dell’era cristiana, racconta che man mano che la sacra immagine avanzava, l’aria diventava più sana e limpida ed i miasmi della peste si dissolvevano, come se non potessero sopportarne la presenza. Si era giunti al ponte che unisce la città al Mausoleo di Adriano, conosciuto nel Medioevo come Castellum Crescentii, quando improvvisamente si udì un coro di angeli che cantavano: «Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!». Gregorio rispose ad alta voce: «Ora pro nobis rogamus, Alleluja!». Nacque così il Regina Coeli, l’antifona con cui nel tempo pasquale la Chiesa saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore. Dopo il canto, gli Angeli si disposero in cerchio intorno al quadro della Madonna e Gregorio, alzando gli occhi, vide sulla sommità del Castello un Angelo che, dopo avere asciugato la spada grondante di sangue, la riponeva nel fodero, in segno del cessato castigo. «Tunc Gregorius vidi super Castrum Crescentii angelum Domini qui glaudium cruentatum detergens in vagina revocabat: intellexit que Gregorius quod pestisilla cessasset et sic factum est. Unde et castrum illud castrum Angeli deinceps vocatum est». Comprese Gregorio che la peste era finita e così avvenne: e quel castello fu d’allora in poi chiamato il Castello dell’Angelo (Iacopo da Varazze, Legenda aurea, Edizione critica a cura di Giovanni Paolo Maggioni, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 1998, p. 90).
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Papa Gregorio I fu canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa, ed entrò nella storia con l’appellativo di “Magno”. Dopo la sua morte i romani cominciarono a chiamare la Mole Adriana “Castel Sant’Angelo” e, a ricordo del prodigio, posero in cima al castello la statua di san Michele, capo delle milizie celesti, in atto di rinfoderare la spada. Ancora oggi nel Museo Capitolino è conservata una pietra circolare con le impronte dei piedi che, secondo la tradizione, sarebbero state lasciate dall’Arcangelo quando si fermò per annunciare la fine della peste. Anche il cardinale Cesare Baronio (1538-1697), considerato per il rigore della sua ricerca uno dei più grandi storici della Chiesa, conferma l’apparizione dell’Angelo alla sommità del castello (Odorico Ranaldi, Annali ecclesiastici tratti da quelli del cardinal Baronio, anno 590, Appresso Vitale Mascardi, Roma 1643, pp. 175-176).
Osserviamo solo che se l’Angelo, grazie all’appello di san Gregorio, rinfoderò la spada, vuol dire che essa era stata prima sguainata per punire i peccati del popolo romano. Gli Angeli sono infatti gli esecutori dei castighi divini dei popoli, come ci ricorda la drammatica visione del Terzo segreto di Fatima, esortandoci al pentimento: «un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!».
La diffusione del Coronavirus ha un qualche rapporto con la visione del Terzo Segreto? Il futuro ce lo dirà. Ma l’appello alla penitenza resta la prima urgenza della nostra epoca e il primo rimedio per assicurarci la nostra salvezza, nel tempo e nell’eternità. Le parole di san Gregorio Magno devono risuonare ancora nei nostri cuori: «Cosa diremo degli avvenimenti terribili di cui siamo testimoni se non che sono preannunci dell’ira futura? Pensate dunque fratelli carissimi, con estrema attenzione a quel giorno, correggete la vostra vita, mutate i vostri costumi, sconfiggete con tutta la vostra forza le tentazioni del male, punite con le lacrime i peccati compiuti» (Omelia prima sui Vangeli, in Il Tempo di Natale nella Roma di Gregorio Magno, Acqua Pia Antica Marcia, Roma 2008, pp. 176-177).
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È di queste parole, non del sogno dell’Amazzonia felix, che avrebbe oggi bisogno la Chiesa, che appare oggi come la descriveva san Gregorio ai suoi tempi: «Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio (Registrum I, 4 ad Ioann. episcop. Constantinop.)». Ma allora la Divina Provvidenza suscitò un nocchiero che, come afferma san Pio X, «tra l’imperversare dei marosi seppe non solo toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave dalle tempeste future» (Enciclica Jucunda sane del 12 marzo 1904).

domenica 21 aprile 2019

Al termine del santo Giorno di Pasqua il "Magnificat"

Rendiamo grazie al Signore per le meraviglie che ha compiuto e per i misteri che ci ha fatto contemplare con il cantico della Vergine, il "Magnificat":







Sequenza pasquale "Victimae Paschali Laudes"




Dal celebre film di Franco Zeffirelli, "Fratello Sole, sorella luna":


La ricostruzione di Zeffirelli è, però, imprecisa. Infatti, non viene cantato il penultimo versetto, quello prima di "Scimus Christum" ecc., che recitava: 
"Credendum est magis
Soli Mariae veraci
Quam Judaeorum
Turbae fallaci"
(Si deve prestare maggior fede a Maria, la sola testimone della verità, più che alla folla ingannatrice dei Giudei). Questo versetto fu cancellato ai primi del '900 (non è più riportato dal Liber usualis del 1923).
Per cui, in una ricostruzione storica medievale, come quella fatta da Zeffirelli, andava cantato.

Bartolomeo Ramenghi, detto il Bagnacavallo, Noli ma tangere, 1520 circa, collezione privata

Gabriël Metsu, Noli me tangere, 1667, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Adolphe o Dolphe Bracony, Noli me tangere, XVII sec., collezione privata

Carle van Loo, Noli me tangere, 1735, collezione privata

domenica 27 gennaio 2019

Commento al cap. IV della Sacrosanctum Concilium

Nella festa liturgica di S. Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli, Confessore e Dottore della Chiesa, concludiamo la lettura della cost. Sacrosanctum Concilium, pubblicando il commento al suo cap. IV del prof. Pierluigi Perrone, che non era disponibile durante le Antifone Maggiori.







Commento al cap. IV della Sacrosanctum Concilium

di Pierluigi Perrone

Dopo essersi occupata della Messa, cuore della vita liturgica della Chiesa, e degli altri Sacramenti, Sacrosanctum Concilium affronta in un capitolo specifico l’Ufficio divino, presentandone nei primi punti il significato teologico e liturgico e indicando in seguito le linee da seguire nella revisione della liturgia delle ore che dal Concilio sarebbe scaturita.
L’ufficio divino è espressione della fedeltà della Sposa alla richiesta dello Sposo divino di «pregare sempre senza stancarsi». Tra le varie attività e necessità, la Chiesa si serve dell’ufficio divino come linguaggio di orante per le varie ore del giorno che si dispiega in sette ore secondo i dettami della Scrittura. In realtà questi momenti vogliono rappresentare, in forma simbolica, la lode ininterrotta che, per la potenza dello Spirito Santo, sale verso Dio dalla Chiesa diffusa in ogni parte della terra.
L’ufficio divino, come ricorda il § 83, esprime, dopo la celebrazione eucaristica, la partecipazione della Chiesa alla missione sacerdotale di Cristo: Egli introduce tra gli uomini quella lode che risuona incessante tra i cori celesti per poi associare a sé l’umanità nel canto di lode e nella preghiera di intercessione. Gesù, in cielo e in terra, è la lode viva del Padre e «intercede sempre per noi» con la Chiesa da cui non è mai diviso. La Lode è eterna, perché Gesù è «Sacerdote in eterno».
L'intercessione durerà finché ci sarà un'anima bisognosa di intercessione. Allo stesso modo anche la Santa Messa è prima di tutto Sacrificio latreutico, e poi impetratorio, perché la lode non avrà mai fine mentre l'intercessione cesserà.
L’ufficio della lode è, al tempo stesso, segno visibile della fedeltà della Sposa al suo Sposo divino, attuazione fedele e perseverante della sua Volontà, esplosione di amore che si esprime compiutamente nel canto, come avviene nel Cantico dei Cantici.
Alla luce di questa rinnovata consapevolezza, il § 84 sottolinea la natura corale dell’ufficio divino, auspicando che ai chierici, che ad esso sono tenuti, si uniscano i fedeli nella «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre»: questa diviene, pertanto, una manifestazione visibile della partecipazione di tutto il Popolo di Dio al Sacerdozio di Cristo poiché coloro che compiono questa preghiera «stanno davanti al trono di Dio in nome della Madre Chiesa» (§ 85).
Una lode così speciale procura un beneficio immediato per coloro che la praticano: come ricorda lo stesso numero, il divino ufficio è mezzo per la santificazione del tempo attraverso le varie ore del giorno e mediante le preghiere che la tradizione della Chiesa ha formulato con sapienza per ciascuna di esse. Il tempo che scorre nei vari periodi dell’anno liturgico viene così ricompreso in una rete d'amore che non gli consente di defluire inutilmente e lo orienta verso il suo fine.
La Costituzione conciliare dispone a questo punto degli orientamenti che presentano come intento principale quello di rinnovare quel fervore indispensabile affinché l’ufficio della lode conservi e incrementi la sua fecondità spirituale. Il § 86, infatti, rappresenta un monito rivolto nello specifico ai sacerdoti: le ragioni pastorali non possono mai giustificare l’assopirsi di tale fervore, mentre va sempre seguito l’esempio degli apostoli che istituirono i diaconi proprio per riservare a sé gli uffici della lode e della predicazione. Tuttavia, facendo seguito a riforme già avviate dalla Sede Apostolica, il Concilio dispone una revisione dell’ufficio che renda le singole ore effettivamente corrispondenti ai momenti del giorno per i quali sono nate. La Costituzione afferma comunque di voler tenere presenti i mutati ritmi di vita di quanti attendono alle opere di apostolato (§ 88) e si propone comunque un’opera di riduzione e semplificazione dell’ufficio. Con la soppressione dell’Ora di Prima si ritorna così ai sette momenti di preghiera di derivazione biblica (Sal 118, 164) che vengono distribuiti in maniera omogenea in tutto il corso della giornata per scandirne i vari passaggi: le due Ore cardine dell’Ufficio quotidiano diventano le Lodi e i Vespri, mentre l’antico Mattutino conserva il suo carattere di preghiera notturna quando è recitato in coro, ma, nella prassi individuale, può essere recitato in qualsiasi ora del giorno; allo stesso modo, la preghiera corale delle Ore minori di Terza, Sesta e Nona, che santifica il lavoro del giorno, mostra la grande considerazione che la Chiesa riserva al coro, al di fuori del quale, tuttavia, viene concesso di recitare una sola di queste tre Ore in base alle esigenze del momento della giornata che ad essa viene dedicato. Affinché le diverse Ore dell’Ufficio santifichino realmente i vari momenti della giornata, il Concilio ribadisce più volte la necessità che corrispondano all’orario proprio di ciascuna Ora canonica (§ 94). È inoltre fondamentale per tutti coloro che partecipano alla recita dell’Ufficio divino che «la mente corrisponda alla voce» (§ 90): a questo scopo viene auspicata una più efficace istruzione liturgica e biblica e un’opera di riordino del Salterio che distribuisca i Salmi non più in una settimana, ma in uno spazio di tempo più lungo che consenta di assaporarli meglio, preservando comunque il patrimonio del canto sacro della tradizione latina ad essi legato (§ 91). L’opera di revisione dovrà coinvolgere anche il ricco patrimonio degli inni e delle letture delle Scritture e dei Padri: il Concilio indica quale criterio che dovrà orientare questo processo quello della più ampia offerta di brani della parola divina, che arricchiscano i fedeli dei loro tesori, e di un equilibrato sfrondamento di quanto, soprattutto negli inni e nelle passiones, risulti profano e privo di fondamento storico.
La celebrazione corale dell’Ufficio divino, alla quale sono obbligati i Regolari e i canonici, viene calorosamente raccomandata da Sacrosanctum Concilium anche agli altri chierici e deve pertanto mostrare anche esteriormente, mediante l’adeguata compostezza e la cura del canto, lo slancio d’amore di un cuore devoto e raccolto (§ 99): rappresenta infatti una tra le espressioni più perfette del Corpo Mistico che loda pubblicamente Dio e, proprio in virtù di questo valore, se ne raccomanda la recita anche ai fedeli laici e la celebrazione in chiesa nelle feste più solenni. Infine, l’apertura del Concilio a una recita dell’Ufficio nelle lingue volgari, pur conservando la prioritaria considerazione della lingua latina e limitando ciò ai casi e alle versioni approvate, vuole rappresentare l’estremo tentativo di garantire la fecondità di questa preghiera, anche a costo della rinuncia all’afflato universale che solo la lingua latina era in grado di preservare.

domenica 27 maggio 2018

In onore della SS. Trinità





Checchè ne dica il pur stimato Baronio sul blog Opportune importune, questo canto di lode, in tedesco Großer Gott, wir loben dich, come dicevamo già alcuni anni fa (v. qui), fu composto dal sacerdote cattolico Ignaz Franz. Il fatto che quest'inno si sia diffuso anche in ambito protestante, come del resto avvenuto per altri canti cattolici, non ne oscura le origini né lo trasforma in un canto protestante!