Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 20 novembre 2017

20 novembre 1947 - 2017 - 70° anniversario della "Mediator Dei" di S.S. Pio XII

Settant'anni fa, il 20 novembre 1947 Pio XII pubblicava l'Enciclica "Mediator Dei", monumento del magistero papale sulla Sacra Liturgia, condanna delle aberrazioni liturgiche oggi trionfanti.

Fonte: Pio XII, enc. Mediator Dei, 20.11.1947









domenica 26 marzo 2017

La liturgia c.d. tradizionale ed i gruppi Summorum Pontificum. Il senso di una presenza

Testo dell’intervento tenuto a Brindisi presso l’hotel Virgilio, giovedì 9 marzo 2017 dal dott. Antonio Alò, moderatore della sezione Liturgia della Scuola Ecclesia Mater.

La liturgia c.d. tradizionale ed i gruppi Summorum Pontificum. Il senso di una presenza

di Antonio Alò

La Scuola Ecclesia Mater è una realtà regionale e nasce dalla volontà dell’ecclesiologo e compianto p. Garuti, del canonista p. Jaeger e del teologo don Nicola Bux, per dare visibilità e attuazione alle scelte di Benedetto XVI in campo liturgico.
Mi permetterete di dire che chi aderisce alla Scuola Ecclesia Mater non è seguace dei fondatori, come qualcuno può pensare, ma vuole essere cooperatore della Verità, per la cui diffusione non disdegna il dialogo, ma anzi lo cerca: ad intra e ad extra della Chiesa.
Ad intra: soprattutto con chi non comprende le ragioni del Motu proprio Summorum Pontificum cura di Benedetto XVI; ad extra: con chi, pur non essendo cattolico, è affascinato dal linguaggio del bello della Chiesa.
Il Beato Schuster scriveva: «Spesso nelle chiese, infatti assistono dei protestanti, degli ebrei, delle persone senza alcuna religione. L’esperienza dimostra che un coro ben eseguito, delle funzioni celebrate con ordine, con maestà e con devota pompa possono fare su quelle anime una profonda impressione».
Contrariamente a quanto scriveva Schuster, le nostre liturgie appaiono stanche a causa del sovente abusato minimalismo e, allo stesso tempo, della ricerca di effetti speciali.
Ed ecco che la Scuola Ecclesia Mater, operando all’interno del coordinamento delle Puglie per l’applicazione del Summorum Pontificum e cooperando a livello nazionale ed internazionale con molti altri gruppi di persone mossi dalle stesse intenzioni, vuole promuovere, con competenza, la liturgia, la musica sacra e l’arte sacra.
Essa nasce dall’incontro, apparentemente casuale, di persone, che non conoscendosi prima, portavano -e portano!- in cuor loro gli stessi sentimenti di amore e venerazione per la Liturgia, per la Chiesa, per il Papa; ed in egual misura avvertivano -e avvertono!- un senso di disagio dinnanzi a liturgie mal celebrate; liturgie dove viene proprio difficile trovare il Sacro, il Sensum fidei! Liturgie dove è venuta completamente meno quella devozione che tanto ha alimentato le anime di coloro che oggi chiamiamo Santi. Ma guai a tirare in ballo la parola devozione. Subito si vien tacciati di devozionismo! Noi, però, per devozione intendiamo quell’amore trascendente verso Dio e le sue cose e che a mio parere non può essere negativo!
Vi racconto un episodio.
Chi è di Monopoli conosce la devozione del popolo verso i Ss. Medici, e sa con quale affluenza vengono festeggiati dalla pietà popolare. Un giovane sacerdote, guardando la processione, rimase impressionato negativamente per la presenza eccessiva di popolo e contestava l’uso delle donne di essere scalze.
Non è questo l’essenziale, ripeté più volte.
È vero, pensai. Ma gli chiesi: che male produce alle anime andare alla processione? e quale male produce alle anime di quelle donne scalze?
Non ricordo se rispose.
Però ricordo come lo stesso sacerdote elogiava lo zelo dei musulmani che pregano scalzi!
Senza considerare che il cerimoniale dei vescovi del 1984, prevede che il vescovo possa recarsi scalzo all’adorazione della croce che si compie nella liturgia del Venerdì santo: «Il Signore ordinò a Mosè: togliti i calzari perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!» (Esodo 3, 5).
Mosè, al quale Dio ha scelto di rivelarsi direttamente, ha dovuto togliere i calzari per potersi avvicinare.
E noi, nelle liturgie che frequentiamo (luogo dove andiamo per incontrare Dio!) ci spogliamo dei nostri “calzari”? Ci poniamo, cioè, in atteggiamento di umiltà? in obbedienza alle norme liturgiche? Ci spogliamo del nostro io davanti alla maestà di Dio?
Essendo venuto meno il significato di culto a Dio, è difficile rispondere a queste domande; infatti nelle nostre parrocchie si assiste a liturgie che celebrano non il Mistero ma il gruppo stesso che in quel momento sta “animando” la Messa. E dunque: a quell’ora c’è la messa dei bambini, a quell’altra ora c’è la messa dei carismatici, a quell’altra ora quella dei focolarini, dei neocatecumenali, (ovviamente non rientra nel ventaglio di possibilità la S. Messa tradizionale!), ecc.: ogni movimento nella Chiesa vuole una liturgia fatta a misura propria. Poi, ci sono le commissioni liturgiche che a tavolino scelgono e decidono i canti da eseguirsi, o cosa presentare all’offertorio: come se non bastasse il rito della Messa già approvato dalla Chiesa -e che bisognerebbe seguire fedelmente quando si celebra, così come richiamato più volte da gli ultimi papi- in cui c’è già scritto cosa bisogna cantare e quali i riti da compiersi, e quali gli atteggiamenti del corpo che bisogna adottare.
Si! assistiamo a liturgie costruite, inventate a piacere e gusti nostri!
Questo avviene perché abbiamo tolto a Dio il diritto di essere adorato come Egli stesso ha stabilito. Agiamo come se le nostre liturgie sono un fare dell’assemblea, tanto che siamo preoccupati di compiacerla; al contrario, poco c’importa di offrire il sacrificio spirituale gradito a Dio.
A ragione, dunque, l’allora card. Ratzinger parlava delle odierne liturgie come di danze vuote intorno al vitello d’oro che siamo noi stessi.
Aveva, inoltre, già confidato: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia che talvolta viene addirittura concepita come se in essa non importa più se c’è Dio e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il Mistero di Cristo vivente, dov’è che la chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra se stessa, senza che ne valga la pena».
Il Concilio Vaticano II, invece, insegna al n. 8 della costituzione sulla liturgia che: «nella Liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme verso la quale tendiamo come pellegrini ...».
Mi chiedo: tendiamo noi alla Gerusalemme celeste o l’abbiamo abbassata al nostro livello terreno se non sotterraneo?
Ho accennato prima al Motu Proprio Summorum pontificum, che voi sicuramente conoscete. È un atto magisteriale del papa che ripristina, per coloro che lo richiedono, l’uso della liturgia secondo il messale del 1962 edito da San Giovanni XXIII, Papa.
O meglio, liberalizza l’uso del medesimo messale, mai abrogato, ma sottoposto a legislazione indultizia dal 1973 al 2007: indulti generali o indulti ad personam che concedevano la celebrazione con il Messale del 1962 a intere nazioni, gruppi di fedeli, istituti religiosi oppure a singoli sacerdoti.
La successiva Istruzione applicativa Universae ecclesiae descrive ottimamente l’interpretazione del Motu proprio. Cioè da le linee guida per la corretta applicazione.
Ma vediamo cosa dice il Motu Proprio:
1) È pienamente lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Missale Romanum promulgato da S. Giovanni XXIII e mai abrogato;
2) Ogni sacerdote non impedito, può celebrare senza dover chiedere né ottenere il permesso da nessuno, né alla Sede Apostolica né all’Ordinario;
3) A tali celebrazioni possono essere ammessi i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.
4) Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco o il rettore permetta le celebrazioni nella forma straordinaria anche in circostanze particolari come battesimi, matrimoni, funerali, pellegrinaggi.
5) Se i fedeli non hanno avuto soddisfazione della loro richiesta, venga informato il vescovo diocesano, il quale è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio!
Concludendo vorrei soltanto esortare i chierici e i laici i quali si vedessero negati dall’autorità ecclesiastica i diritti stabiliti dal Motu Proprio e dalla normativa applicativa, ad usare gli strumenti che il diritto mette loro a disposizione, tra cui –non ultimo– la competente Pont. Comm. “Ecclesia Dei” che è preposta a dirimere le questioni inerenti l’antico rito, fra cui il rimuovere ogni ostacolo che l’autorità ecclesiastica a vari livelli frapponesse alla realizzazione sul territorio di quanto disposto dal Motu Proprio.
La Commissione è sollecita e si attiva in base a una segnalazione scritta e circostanziata.
Come diceva S. Giovanni Paolo II “Non abbiate paura!”.

domenica 21 agosto 2016

Se persino un modernista come Romano Guardini scriveva cose simili ...........

Se un modernista progressista (poi approdato ad un certo conservatorismo) ed ispiratore delle "riforme" del Concilio Vaticano II come il Guardini, che vedeva la liturgia come "gioco" alla presenza di Dio, privo di uno scopo (sic!), scriveva cose come quelle che seguono .... beh ... ciò la dice lunga ...., a differenza dei neomodernisti odierni, almeno sulla sua serietà di pensiero ....

martedì 12 luglio 2016

Il diritto liturgico - intervista al dott. Daniele Nigro

Rilanciamo volentieri quest’intervista di un nostro amico, il dott. Daniele Nigro, sul diritto liturgico.

Il diritto liturgico

In relazione al tema di questo nostro numero della rivista: Il diritto liturgico, segnaliamo ai lettori un prezioso libro del dott. Daniele Nigro dal titolo: I diritti di Dio – La liturgia dopo il Vaticano II, ed. Sugarco, 2012.
Il libro ha la prefazione del card. Raymond Leo Burke, ed in esso si afferma che: «Sembra che la riforma liturgica abbia inferto un duro colpo all’osservanza delle norme fondamentali della liturgia romana, se non al principio stesso di diritto liturgico. Cosa è successo? […] Papa Benedetto XVI ha precisato ad esempio che “il nuovo messale veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile”».
Al dott. Nigro abbiamo rivolto alcune domande per comprendere il significato e il valore del diritto liturgico e illuminare su questo argomento, alquanto incompreso e trascurato, i nostri lettori.
Al dottore un cordiale e grato ringraziamento per questo suo prezioso e competente contributo, che certamente sarà letto con interesse e con frutto dai nostri abbonati.

1. Cosa si deve intendere per diritto liturgico?

Per rispondere in maniera esaustiva a questa domanda, occorrerebbero tempo e spazio che, purtroppo, qui non abbiamo, anche perché negli ultimi tempi si è scritto e dibattuto molto su cosa debba intendersi per diritto liturgico; tuttavia cercherò di sintetizzare gli aspetti più importanti della questione. In generale, la maggior parte della dottrina, intende per diritto liturgico l’insieme delle norme che regolano la Liturgia. Senza condannare del tutto tale definizione di diritto liturgico, occorre dire che essa è solo parziale, e rischia di ingenerare l’idea che il diritto sia liturgico non per essenza, ma solo per appartenenza. In realtà si ritiene il diritto come qualcosa di esterno alla Liturgia, come qualcosa che non è parte della realtà liturgica, ma che si utilizza perché, come tutte le azioni umane, anche la Liturgia ha bisogno di essere ordinata e regolata.
Allora, per capire più in profondo il legame tra diritto e Liturgia, conviene recuperare la nozione tomista di diritto, acquisita dal patrimonio romano, secondo la quale il diritto è la ipsam rem iustam, la cosa giusta in se stessa, ciò che è giusto. Così, da questa prospettiva, il punto di partenza non è più la legge o norma che regola la Liturgia, che pure è importante, ma la dimensione di giustizia della “cosa liturgica”, in altre parole ciò che è giusto nella Liturgia. Più che regola, il diritto è una componente sostanziale strutturante e configurante dell’azione sacra. L’orizzonte positivista, nel quale siamo stati abituati a muoverci, lentamente si allarga, per essere poi abbandonato e poter penetrare nell’essenza delle cose.
Infine bisogna sempre ricordare che il diritto liturgico è in stretta correlazione con l’essenza pubblicistica della Liturgia, ascrivibile alla sistematicità istituzionale della Chiesa. Essa è il “culto pubblico totale del Corpo mistico di Cristo”. Puntuali e profonde sono, a tal proposito, le parole utilizzate dal Servo di Dio Pio XII nell’enciclica Mediator Dei: «La Sacra Liturgia è il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all’Eterno Padre. È, per definirla più brevemente, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra». Esse compongono, a mio avviso, la più compiuta ed eccelsa definizione di cosa la Chiesa intenda per Liturgia.

2. Come si manifesta il diritto all’interno delle celebrazioni liturgiche?

Se si segue l’impostazione poc’anzi delineata, le manifestazioni del diritto nella Liturgia sono molteplici. Una buona parte di queste, anche se non va assolutizzata, riguarda per esempio i diritti dei fedeli, derivanti dal diritto enunciato nel n. 12 dell’Istruzione Redemptionis sacramentum: «Tutti i fedeli, invece, godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa Messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme».
Tuttavia, lo stesso numero dell’Istruzione, fa riferimento a quella che potrebbe ritenersi la manifestazione più nota ed evidente del diritto nella Liturgia, ovvero le rubriche. Senza addentrarci troppo nella questione, ricordiamo che le rubriche, in ambito liturgico, sono le prescrizioni che regolano lo svolgimento del culto. Il loro nome è dovuto al fatto che, per distinguerle meglio dai testi che regolavano, si cominciò a vergarle in rosso, da qui rubricae. Esse si possono trovare o raggruppate in particolari libri, o riunite all’inizio dei libri liturgici o al principio delle singole parti, oppure, infine, incluse tra un testo e l’altro.
È bene ricordare che l’individuazione di un rito e la possibilità di distinguerlo da un altro, ovvero l’identità dell’esecuzione liturgica, sono date dalla fissazione normativa dello svolgimento di tutti i movimenti. La rubricistica cattolica ha regolato ciò in modo minuzioso, a motivo dell’importanza notevole degli atteggiamenti del corpo nella Liturgia, impedendo così il personalismo del celebrante e nello stesso tempo riducendo quello dei fedeli ad una gamma ristretta di gesti fatti in gruppo. Alla base di tale processo di formazione rubricale, spontaneo ed auspicato sin dai primi tempi della Chiesa, vi è la preoccupazione fondamentale dell’autorità ecclesiastica di salvaguardare l’identità del rito romano non tanto come espressione cerimoniale, ma come manifestazione del credo della Chiesa Cattolica. Sebbene oggi col termine “rubricismo” le si voglia condannare, e nella pratica si è giunti addirittura ad ignorarle generando un effetto caotico nell’ambito liturgico - effetto riscontrabile da tutti in questi tempi - in realtà senza le rubriche il rito romano non avrebbe i suoi connotati dottrinali, culturali e spirituali che lo contraddistinguono in special modo dai riti orientali e, con le dovute distinzioni, dagli altri riti occidentali ancora in vita o scomparsi.

3. Il diritto liturgico è parte facoltativa o necessaria dei riti liturgici?

Alla luce di quanto asserito nella risposta alla prima domanda, ovvero che il diritto è una dimensione intrinseca e connaturale del fenomeno liturgico, esso non può assolutamente essere considerato una parte facoltativa della Liturgia, salvo, in caso contrario, perdere il senso vero ed autentico del culto pubblico della Chiesa. Ovviamente con ciò non si vuole affermare che il diritto sia tutto o la cosa più importante, ma solo far comprendere come esso sia parte integrante della Liturgia, e cooperi alla compiutezza, complessività e perfezione del culto. Infatti l’elemento giuridico costituisce un aspetto o dimensione contingente di una realtà ben più complessa, misterica, soprannaturale, trascendente, che supera abbondantemente la semplice concretizzazione e realizzazione della giustizia nel popolo di Dio. Serve ancora una volta ricordare quanto dichiarato nella Redemptionis sacramentum circa l’arbitrarietà, che è l’espressione massima di chi ritiene meramente facoltative le prescrizioni dell’autorità in ambito liturgico: «Atti arbitrari, infatti, non giovano a un effettivo rinnovamento, ma ledono il giusto diritto dei fedeli all’azione liturgica che è espressione della vita della Chiesa secondo la sua tradizione e la sua disciplina» (n. 11).
Del resto una conferma di questo carattere necessario del diritto si può desumere anche dalla lettura del n. 22 § 3 di Sacrosanctum concilium, poiché in esso si stabilisce che «nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica».

4. Chi stabilisce il diritto liturgico?

Il can. 838 del Codice di Diritto Canonico, riprendendo Sacrosanctum concilium n. 22, prescrive che: «§1. Regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall'autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, al Vescovo diocesano. §2. È di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici e autorizzarne le versioni nelle lingue correnti, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate fedelmente ovunque. §3. Spetta alle Conferenze Episcopali preparare le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, dopo averle adattate convenientemente entro i limiti definiti negli stessi libri liturgici, e pubblicarle, previa autorizzazione della Santa Sede. §4. Al Vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti».
Se la Sede Romana, ossia il Pontefice, è l’autorità primaziale che modera la Liturgia romana in tutta la Chiesa Cattolica, lo strumento esecutivo di tale “moderatio” è la competente Congregazione della Curia Romana, ovvero la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. La Sede Romana, con le dovute differenze, modera oltre ai riti occidentali, anche i riti delle Chiese cattoliche orientali, mediante l’apposita Congregazione. Inoltre è bene segnalare che il compito di mantenere l’ordine liturgico, di rimuovere gli abusi, di preparare i testi liturgici, di esaminare i calendari particolari ecc. sono tutte competenze già appartenenti alla Sacra Congregazione dei Riti istituita dopo Trento, alle quali si è aggiunta la revisione degli adattamenti compiuti dalle Conferenze Episcopali.
All’autorità della Santa Sede si affianca in subordine quella del Vescovo diocesano e delle Conferenze Episcopali; il primo e le seconde hanno come strumenti le commissioni liturgiche locali e nazionali o territoriali, con compiti di dirigere la pastorale liturgica, quindi esecutivi. Va segnalata anche la presenza di commissioni congiunte o miste internazionali dei maggiori gruppi linguistici, che dovrebbero essere sottoposte alle rispettive Conferenze Episcopali. Purtroppo il lavoro di tali commissioni di esperti, non di rado è stato accusato, e non a torto, di aver preso il posto dell’autorità dei Vescovi e “fabbricato” la Liturgia, specialmente per quanto concerne la traduzione dei libri liturgici ed alcuni adattamenti.
Resta, infine, una questione di fondo - alla quale non è possibile dare in questa sede una risoluzione - riguardante l’effettiva autorità primaziale della Sede Apostolica sulla Liturgia: se ed in che misura ce l’abbia. In altre parole si pone la domanda, più volte sollevata dallo stesso Papa Benedetto XVI, circa il diritto del Pontefice di modificare un rito risalente alla tradizione apostolica e tramandato attraverso i secoli. Questo perché il Sommo Pontefice non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e affidato alla Chiesa.

5. … e la creatività liturgica?

Visto che l’impulso alla creatività viene attribuito al Concilio Vaticano II, desidero subito precisare che il termine “creatività” non compare esplicitamente in Sacrosanctum concilium, a meno che non lo si voglia ritenere sinonimo di quello ricorrente di “adattamento”. Devo altresì dichiarare che personalmente nutro forti dubbi anche sul concetto stesso di “adattamenti” e sulla loro reale utilità; anzi ritengo che tale modo di procedere nasconda una concezione di profonda sfiducia nei confronti del rito così come pensato e tramandato dalla Santa Madre Chiesa e della sua forza intrinseca, tanto da aver bisogno di essere “adattato”, non si sa bene poi a che cosa. E se è vero che la Costituzione liturgica del Vaticano II stabilisce che le innovazioni e le modifiche devono attuarsi solo se lo esige una vera e certa utilità della Chiesa, l’Institutio del Messale prevede la possibilità di introdurre adattamenti - quali la scelta di alcuni testi e riti, canti, letture, orazioni, monizioni, gesti che siano più corrispondenti alle necessità, alla preparazione e capacità di comprensione dei partecipanti - da parte dello stesso sacerdote celebrante. Ormai, a furia di creatività ed adattamenti, si fa fatica a riconoscere il nostro venerabile rito romano ed appare più che mai in pericolo la salvaguardia dell’unità dello stesso, che è parte rilevante del patrimonio liturgico della Chiesa Cattolica.
In conclusione la norma rituale, da seguire umilmente, non è ciò che limita o impedisce la significatività celebrativa, ma è ciò che rende possibile l’esistenza stessa di un rito, divenendo principio creativo, poiché struttura ed organizza la vita dell’uomo. Come mi piace spesso ripetere, non per mancanza di creatività, ma perché ritengo essere un punto centrale della questione, quanto evidenziato è inoltre essenziale per l’effettiva efficacia performativa del rito. Infatti, si può affermare che i soggetti, nel prender parte alla Liturgia, subiscono un cambiamento di status. Il cambiamento più rilevante si attua in chi partecipa ed in questo può rinvenirsi la creatività vera e propria del rito. Quindi più che di creatività nel rito io parlerei di creatività del rito, cioè di ciò che il rito crea e produce nell’uomo che si lascia introdurre nel grande mistero del Santo Sacrificio dell’Altare.

Fonte: Liturgia Culmen et Fons, 2016, anno IX, n. 1

venerdì 8 aprile 2016

Testo dell'intervento - in esclusiva - di S. Em.za card. Robert Sarah nel corso della Presentazione del nuovo libro di don Nicola Bux

Pubblichiamo, in esclusiva assoluta, il testo dell’intervento di S. Em.za il card. Robert Sarah nel corso della presentazione del libro di don Nicola Bux lo scorso 6 aprile.
Ringraziamo sentitamente S. Eminenza per averci onorato con tale suo prezioso ed interessante contributo.


S. EM.ZA ROBERT Card. SARAH

Intervento

Presentazione del libro di Mons. Nicola Bux,
Con i Sacramenti non si scherza
Roma, 6 aprile 2016

Fonte
La Lettera agli Ebrei esorta a conservare la grazia divina in noi, infatti: «per suo mezzo rendiamo a Dio un culto gradito a lui, con riverenza e timore; perché il nostro Dio è un fuoco divoratore» (12, 29). Il nostro culto, quindi, è gradito a Dio, se è compiuto con riverenza e timore, in quanto si svolge alla sua Presenza. Anche la colletta del lunedì della IV settimana di Quaresima recita: «O Dio, che rinnovi il mondo con i tuoi sacramenti, fa che la comunità dei tuoi figli si edifichi con questi segni misteriosi della tua presenza e non resti priva del tuo aiuto per la vita di ogni giorno». La Presenza divina (Shekinah), alla quale si rivolgeva il culto d’Israele, è diventata sacramento grazie al mistero dell’incarnazione, della passione e risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Intorno a questo fatto, si sviluppa la ricerca e la riflessione di Nicola Bux nel libro che presentiamo, dando ragione anche del titolo: ‘Con i Sacramenti non si scherza’.
Come è possibile anche soltanto immaginare di prendersi gioco della Presenza di Dio? Com’è possibile scherzare con i sacramenti, che sono i segni efficaci – potremmo dire i farmaci, soprattutto il farmaco dell’immortalità che è l’eucaristia – per guarire dalle ferite del peccato e rimetterci in salute? Si può scherzare con i farmaci? Certamente no. Eppure, come più volte ci ha ricordato Benedetto XVI, assistiamo, in questi decenni del post-concilio, a «deformazioni della liturgia al limite del sopportabile», quasi un crescendo che non trova fine. Per questo, Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia, diede mandato per promulgare l’Istruzione Redemptionis Sacramentum, pubblicata nel 2004 dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, d’intesa con quella della Dottrina della Fede – perché nei Sacramenti è in gioco la lex credendi. La stessa preoccupazione ha mosso Benedetto XVI a promulgare nel 2007, l’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis e il Motu proprio Summorum Pontificum, convinto che solo dal rapporto tra il nuovo e l’antico, si sarebbe prodotto un contagio virtuoso, un arricchimento vicendevole per riequilibrare le sorti del rito romano. Quindi, bene fa l’Autore, a mettere in rapporto la fede e la liturgia dei sacramenti sia nella forma ordinaria che in quella straordinaria.
Non scherzare coi sacramenti significa, innanzitutto, mettere al centro il Sacramento dei sacramenti, il Santissimo, oggi inspiegabilmente declassato, in nome di un fantomatico conflitto di segni: si dice che il tabernacolo non può stare sull’altare dove il Signore si rende presente nella Messa. Altrettanto è accaduto con la Croce. Invece, il tabernacolo e in special modo la Croce, fornisce l’orientamento ad Dominum, così necessario in questo tempo, in cui tanti vorrebbero farne a meno del Signore, o vivere come se Dio non esistesse, in modo da fare tutto quello che si vuole. Don Bux ricorda, nell’introduzione del suo libro, le parole di Geremia: «Invece della faccia mi voltarono le spalle» (Ger 7, 23-24) e le commenta così: «se Dio è nel sacramento, la liturgia odierna è, di fatto, ‘di spalle a Dio’. Non è servito aver riscoperto la sua cosiddetta dimensione escatologica: il Signore che viene a visitarci, come diciamo nel Benedictus, per salvarci; e nemmeno l’ecclesiologia di comunione, che discende dallo sguardo alla Trinità, non dal guardarsi tra sacerdote e popolo. La “svolta antropocentrica” ha portato nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio».
E in un altro passo del libro dice: «La dimenticanza di Dio è il pericolo più imminente del nostro tempo. A questa tendenza, la liturgia dovrebbe opporre la presenza di Dio. Ma che cosa accade se la dimenticanza di Dio entra persino nella liturgia, se nella liturgia pensiamo solo a noi stessi? La Chiesa volta le spalle al soprannaturale e cessa di consacrare il mondo. Così, “il cielo del cristianesimo è vuoto” – scrive il filosofo Umberto Galimberti – poiché, a suo giudizio, il cristianesimo non solo “ha perso la dimensione del sacro”, ma addirittura “ha desacralizzato il sacro” (Cfr. U. Galimberti, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, Feltrinelli, Milano 2012). Lo ammette anche l’enciclica Lumen fidei: “La nostra cultura ha perso la percezione di questa presenza concreta di Dio, della sua azione nel mondo. Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti” (§ 17). Invece il sacro per i cristiani è la presenza di Dio e tutto ciò che gli attiene, pertanto: “Il risveglio della fede passa per il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita dell’uomo e dell’esistenza cristiana, mostrando come il visibile e il materiale si aprono verso il mistero dell’eterno” (Ivi, § 40)». I sacramenti sono un mezzo speciale per entrare in contatto con Dio.
Nella crisi di senso che percorre il mondo, ecco la prospettiva di un libro sui sacramenti: aiutare i fedeli a riscoprire la liturgia sacramentale della Chiesa, nella sua pienezza di vita e di verità, e a rileggere la storia e il significato dei sacramenti cristiani, per rendere la propria fede vita vissuta, migliorando l’esistenza quotidiana dell’uomo. Ma anche a fornire uno strumento capace di soddisfare le curiosità di quanti si interessano del “problema fede”, dal punto di vista dell’evoluzione culturale e di costume.
L’uomo odierno la «la necessità di essere toccata dal Signore. Quella è la fede che troviamo sempre e questa fede la suscita lo Spirito Santo».
Con tale intento, il libro presenta i sacramenti in genere e, nella successione propria del Catechismo della Chiesa Cattolica, i sacramenti della iniziazione cristiana (battesimo, confermazione, eucaristia), della guarigione (riconciliazione, unzione degli infermi) e del servizio della comunione (matrimonio e ordine), senza escludere l’area estesa dei sacramentali. Li presenta nella forma ordinaria e in quella straordinaria del rito romano. Cerca di rispondere alle domande più dibattute, con l’intenzione di toccare le questioni più spinose. Specialmente l’interesse dei giovani all’antica liturgia dimostra che «Sta avvenendo un passaggio culturale e generazionale nella percezione della liturgia, ma pochi se ne avvertono, malgrado il gran parlare di ‘segni dei tempi’».
Nicola Bux afferma nell’Introduzione che nei sacramenti siamo «faccia a faccia con Cristo»: i sacramenti sono ciò che di visibile è rimasto di lui, dopo l’Ascensione, come ricorda san Leone Magno. La stessa sua Parola si è fatta carne; perciò non si può pensare che la Parola di Dio sia altra cosa dalla ‘carne’ e dalla virtus sacramentale. «Tutti i sacramenti sono conseguenza dell’incarnazione del Verbo in Gesù: se egli non si fosse fatto carne, non ci sarebbe la sua presenza e non sarebbero possibili i suoi atti, le sue azioni: “Gesù ci ha toccato e, attraverso i sacramenti, anche oggi ci tocca”, ricorda ancora Lumen Fidei (§ 31)». Essi sono certamente azioni di Cristo e della Chiesa, ma non sarebbero queste azioni efficaci se Egli non fosse presente.
Il Vaticano II parla di sacramenti della fede: «I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini, alla edificazione del corpo di Cristo e, infine, a rendere culto a Dio; in quanto segni, hanno poi anche la funzione di istruire. Non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati ‘sacramenti della fede’ (Sacrosanctum Concilium, § 59)».
I sacramenti – ricorda l’Autore – non sono simboli vuoti che rinviano all’invisibile, ma realtà – da res, cosa – visibili dell’invisibile, in quanto essi contengono ciò che significano: contengono la virtus, cioè la potenza efficace che viene dalla persona divino-umana di Gesù Cristo; anzi, il sacramento eucaristico contiene la realtà della persona di Gesù in corpo, sangue, anima e divinità. La potenza viene dalla sua presenza. Eppure, si crede così poco nella loro efficacia e nel loro potere di trasformazione! Evidentemente, anche per essi vi è oggi un reclamato bisogno di capirli; pertanto, nasce il bisogno di spiegarli di nuovo, a causa delle deformazioni che i sacramenti subiscono per ignoranza, da parte, innanzitutto, di non pochi sacerdoti: di conseguenza i fedeli finiscono per non comprenderli.
L’Autore cerca, quindi, di comprendere meglio, nella loro potenza sacra, questi che gli orientali ancora oggi chiamano misteri – come in antico i padri latini - e di capire a quali deformazioni siano soggetti. Sant’Ambrogio ritiene che i misteri siano collegati ai sacramenti, nel senso che questi sono i misteri divini comunicati all’uomo, attraverso gli atti insigni che Gesù stesso ha compiuto e che la Chiesa ha ricevuto, adattandoli alla ricezione di quanti si convertivano al vangelo. Dunque, prima di tutto nei sacramenti ci sono i misteri di Cristo; perciò, non si può parlare della natura dei sacramenti, cioè della loro realtà intima, se non ci si apre ai misteri: cosa da non farsi – dice il vescovo di Milano – ai non iniziati. Emerge il metodo di Ambrogio: «la luce dei misteri riesce più penetrante se colpisce di sorpresa anziché arrivare dopo le prime avvisaglie di qualche sommaria trattazione previa»: è un giudizio davvero attuale, se si pensa a certi modi da conductor televisivo del prete nella celebrazione dei sacramenti. Infatti, constata D. Bux, capita di assistere ai sacramenti trasformati in lunghe didascalie: è il segno della sfiducia nell’efficacia del rito, in quanto sostituiamo, con le nostre parole, le parole della sacra liturgia, le parole di Cristo, le parole delle formule sacramentali, perché temiamo che le persone non capiscano; che presunzione è la nostra! Dimentichiamo che c’è una dimensione invisibile del mistero – come dice sant’Ambrogio – che penetra nel cuore di sorpresa, cioè senza preparazione, nel senso naturale o mondano della parola. Questo spiega perché la catechesi sia diventata sterile: senza i sacramenti, essa è come una dottrina gnostica, adatta per i sapienti e gli intelligenti.
Conclude l’Autore: «Da Ambrogio impariamo il metodo dei sacramenti: non dare troppe spiegazioni prima che essi abbiano illuminato i credenti, perché esse non sono efficaci: per capire i sacramenti non bisogna aprire gli occhi, ma chiuderli. La parola “mistero”, infatti, viene dal greco myo, che vuol dire chiudere gli occhi, proprio come accade quando vogliamo capire meglio: intelligere. I misteri perciò non si capiscono vedendo con gli occhi della carne, ma vedendo le perfezioni invisibili di Dio con gli occhi interiori. Questo ci farebbe dire che la liturgia non ha bisogno di essere vista con gli occhi fisici, bensì di essere vista con gli occhi dello spirito: è l’inizio della mistica».
E vogliamo concludere anche noi con le parole di Ambrogio, nell’Apologia del profeta Davide: «Ti sei mostrato a me faccia a faccia, o Cristo; ti scopro nei tuoi sacramenti» (S. Ambrogio, Apologia del profeta Davide, 12, 58, in PL 14, 875). 

giovedì 7 aprile 2016

Card. Sarah: "Oggi i sacramenti sono vittime di deformazioni"

Ieri si è svolta a Roma la presentazione dell’ultimo volume scritto da don Nicola Bux (v. qui), che sarà disponibile nelle librerie a partire dal 14 aprile prossimo.
La sala dell’Hotel Columbus, che poteva accogliere circa duecento spettatori, si è rivelata assolutamente insufficiente ad accogliere il gran numero di partecipanti all’evento, superiore a qualsiasi aspettativa, anche la più rosea.
Intanto è confermata la presentazione a Milano il prossimo 2 maggio e, probabilmente, il 1° giugno (ma la data è ancora da definire, sebbene appaia quella probabile) a Bari.
Una buona sintesi dell’incontro di ieri è stato offerto da La Stampa. Anche il blog Rossoporpora ne ha tracciato una sintesi (v. qui), ripresa da Chiesa e postconcilio. Per una recensione del libro, v. Marco Guerra, Il sacramento sconfigge il male dell'uomo, in La nuova bussola quotidiana, 7.4.2016.
In attesa che ci siano dati i testi delle relazioni degli intervenuti.

Fotografia della sala strapiena scattata da un partecipante e riprodotta su Facebook





Altre foto della presentazione - dibattito del libro

Da Chiesa e postconcilio

Sarah: oggi i sacramenti sono vittime di deformazioni

Il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, insieme con il cardinale Burke e Ettore Gotti Tedeschi, ha presentato il libro di Nicola Bux «Non si scherza con i sacramenti» (Cantagalli), introduzione di Vittorio Messori. «Ho proposto al Papa lo stop alle foto durante le celebrazioni».

Il card. Robert Sarah
DI IACOPO SCARAMUZZI

ROMA. I sacramenti sono, oggi, vittime di abusi e «deformazioni» a causa di «cattive decisioni deliberatamente prese da non pochi sacerdoti» che, declassando ad esempio l’eucaristia «a nome di un fantomatico conflitto dei segni», «confondono i fedeli». E’ la denuncia del cardinale Robert Sarah, prefetto della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, che, insieme al cardinale statunitense Raymond Leo Burke, patrono del Sovrano militare ordine di Malta, e all’economista Ettore Gotti Tedeschi, ha presentato il libro «Con i sacramenti non si scherza» (Cantagalli, 222 pagine), prefazione di Vittorio Messori. 
La presentazione, organizzata dalla casa editrice in collaborazione con la Pia Fondazione Paventi di San Bonaventura e avvenuta ieri sera in un’affollata sala dell’hotel Columbus, su via della Conciliazione, è stata moderata da Jacopo Coghe (Generazione famiglia). Al dibattito sono intervenuti Paolo Rodari (Repubblica) e Guillame Ferluc (Paix Ltiurgique). Avevano inviato messaggi di adesione i cardinali Gehrard Ludwig Mueller, Peter Erdo, Mauro Piacenza, oltre al defunto cardinale Georges Cottier, i monsignori Enrico Dal Covolo, Jean Lafitte, Guido Marini, e lo stesso Vittorio Messori, che firma la introduzione, e che parteciperà ad una successiva presentazione del volume che si terrà a Milano il prossimo due maggio.  
Presenti in sala, tra gli altri, i cardinali Walter Brandumuller, Velasio De Paolis, José Saraiva Martins, mons. Agostino Marchetto, mons. Carlo Maria Viganò, mons. Guido Pozzo, e i parlamentari italiani Gaetano Quagliariello e Alfredo Mantovano. 
«Come è possibile anche solo immaginare di prendersi gioco della presenza di Dio?», ha detto Sarah nell’intervento di apertura. «I sacramenti sono segni efficaci, farmaci che rimettono dal peccato: si può scherzare con i farmaci che ti salvano e ti rimettono in salute?». Eppure, ha proseguito il porporato guineano, «come ci ha più volte ricordato Papa Benedetto XVI, in questi decenni del post Concilio assistiamo a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile, in un crescendo che non trova fine». E «per questo Papa Giovanni Paolo II scrisse l’enciclica Ecclesia de Eucharistia, a cui seguì l’istruzione Redemprionis sacramentum, che ribadiva come nei sacramenti è in gioco la lex credendi. La stessa preoccupazione ha mosso Papa Benedetto XVI a promulgare l’esortazione apostolica Sacramentum caritatis e il motu proprio Summorum pontificum».  
Per Sarah, «non scherzare con i sacramenti significa mettere al centro il sacramento dei sacramenti, il santissimo, oggi inspiegabilmente declassato a nome di un fantomatico conflitto dei segni, altrettanto è accaduto con la croce. Ma il tabernacolo fornisce l’orientamento ad Dominum, così necessario in questo tempo in cui tanti vorrebbero vivere come se Dio non esistesse, e fare ciò che vogliono». Oggi, per il prefetto della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, «sta avvenendo un passaggio culturale e generazionale nella percezione della liturgia, ma pochi se ne avvertono, malgrado il tanto parlare dei segni dei tempi». E «anche Papa Francesco scrive nella enciclica Lumen fidei che Gesù ci ha toccato», così come «il Concilio vaticano II parla di sacramenti della fede, perché i sacramenti non solo suppongono la fede, ma la nutrono e la irrobustiscono».  
Eppure, ha proseguito Sarah, oggi «si crede così poco nel loro potere di trasformazione. Oggi si va affermando il bisogno di capirli, di spiegarli di nuovo, a causa di deformazioni e cattive decisioni deliberatamente prese da non pochi sacerdoti che confondono i fedeli, i quali finiscono per non capirli». Per il porporato, «alcuni preti hanno modi da conduttore televisivo, capita di assistere a sacramenti trasformati in lunghe didascalie». Ma «per capire i sacramenti non bisogna aprire gli occhi, ma chiuderli. I sacramenti non si capiscono con gli occhi della carne, ma con quelli dello spirito». 
Quindi il cardinale ha aggiunto: «Ho incontrato il Papa sabato e gli ho detto: `se vogliamo ritrovare la vera liturgia Lei ha il potere di cacciare i fotografi dell’altare. Abbiamo trasformato le liturgie in uno spettacolo”». 
Nei loro interventi, il card. Burke ha tra l’altro sottolineato che dopo il Concilio vaticano II «si è diffusa una mentalità mondana, secolare, che ha disprezzato la ricca tradizione della Chiesa». Per Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior, da tempo «si sta scherzando con i sacramenti in un modo che sta diventando insopportabile». 
La Chiesa, si legge in una presentazione del volume di Nicola Bux, «pare voler dissolvere i contorni netti della fede in una sorta di brodo indeterminato e rimescolato dal “secondo me” di certi sacerdoti. Ebbene, della fede, i sacramenti sono l’espressione, il frutto, il dono più alto e prezioso. Ecco, dunque, il nostro liturgista dedicarsi al tema, con la passione consueta. Per ognuno dei sette “segni efficaci” l’autore chiarisce l’oggetto, il significato, la storia. Poi – necessaria, e più che mai attuale – l’avvertenza circa le deformazioni, gli equivoci, le aggiunte o le sottrazioni che oggi minacciano quel sacramento. Dunque, una catechesi in uno stile che sa essere al contempo dotto e divulgativo, seguìta da una sorta di “manuale per l’uso”. Alla base di tutto quanto succede nella Catholica ormai da decenni, c’è quanto l’autore denunciava anche nei libri precedenti: quella “svolta antropocentrica che ha portato nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio!”. La sociologia invece della teologia, il Mondo che oscura il Cielo, l’orizzontale senza il verticale, la profanità che scaccia la sacralità. La sintesi cattolica – quella sorta di legge dell’et-et, di unione degli opposti che regge l’intero edificio della fede – è stata troppo spesso abbandonata per una unilateralità inammissibile».

Fonte: La Stampa, 6.4.2016

venerdì 13 novembre 2015

Se non avete ancora capito l’antifona ....

Nella memoria anche di S. Stanislao Kostka, confessore, rilancio – su segnalazione – questa breve riflessione.




Pierre Le Gros il Giovane, S. Stanislao Kostka sul suo letto di morte, 1705, Chiesa di S. Andrea al Quirinale, Roma

Johann Friedrich Greuter, La Vergine porge il Bambino Gesù a S. Stanislao, 1619 circa, British Museum, Londra


Se non avete ancora capito l’antifona…

del M° Aurelio Porfiri (Chief Editor)

Devo ammettere che mi fa molto rabbia vedere altre nazioni molto più avanti di noi nel portare avanti progetti culturali di cui noi dovremmo essere gli alfieri. Questo perché so che l’Italia è piena di veri talenti, anche nel campo della musica e dell’arte liturgica. Come ho sempre detto, siamo soffocati dal clericalismo, irretiti dall’indolenza di certi uffici liturgici, atterriti dal livello di ignoranza liturgica e musicale che purtroppo attanaglia il nostro paese. Uno dei punti su cui si dovrebbe partire, lo voglio dire ancora, è cantare la Messa, non cantare nella Messa. Il Messale. Come ho detto in precedenza, ci sono vari vantaggi: le antifone di introito e comunione (che fine ha fatto l’offertorio???) sono altre letture bibliche, mettendo in risalto quell’enfasi biblica portata avanti dal Concilio Vaticano II. Le antifone circoscrivono la liturgia, le danno un colore unico, un senso proprio, una densità di senso che le denota. Le antifone, se ben composte, si prestano a vari tipi di esecuzione, dal monodico al polifonico e ogni cosa in mezzo. Le antifone sono brevi e facili da ricordare e via dicendo.
Insomma, se non si riescono a creare aree di eccellenza in alcune parrocchie o programmi liturgico musicali adeguati, non è perché non è possibile, ma perché non si vuole. Negli ultimi anni comincio a pensare, Dio non voglia, che c’è una volontà da parte di qualcuno di fare in modo che le cose vadano così, una volontà di indebolire, effeminare, deprivare la tempra del cattolicesimo italiano, in modo che somigli a quelle religioni da decadenza dell’impero, più simile ai culti di Eliogabalo che alla forza di carattere dei grandi santi e delle grande sante. Forse non ci si fa caso, ma la liturgia per compiere questo progetto, è uno degli snodi più importanti.