Sante Messe in rito antico in Puglia

lunedì 17 giugno 2013

"Vatican inisider" intervista il nostro Giuseppe Capoccia

Parla il portavoce del “Summorum Pontificum”: “Lo stile è diverso da Benedetto, ma ci piace il suo insistere su Messa, Diavolo, confessione e devozioni popolari”

Alessandro Speciale
città del Vaticano

fonte: Vatican insider - La Stampa.it

Quando è stato eletto al soglio pontificio papa Bergoglio, alcuni ambienti tradizionalisti, legati all'antico rito della messa in latino, non hanno nascosto la loro preoccupazione e il loro disappunto, mentre i lefebvriani della la Fraternità San Pio X, con cui Benedetto XVI aveva ostinatamente cercato una riconciliazione,
ufficialmente mantengono un atteggiamento cauto ma parlano apertamente di “grandi paure” per il pontificato di Francesco. 
Ma questo atteggiamento non è condiviso dall'intera galassia tradizionalista. Il “popolo del Summorum Pontificum” – che prende il nome del Motu Proprio di papa Ratzinger che ha liberalizzato la celebrazione della messa in latino nel 2007 – si prepara infatti a organizzare, sotto Francesco, un secondo pellegrinaggio a Roma dopo il primo esperimento dell'anno scorso. 
E lo fa convinto che, pur con uno stile molto diverso da quello del suo predecessore, l'attenzione del papa argentino per le devozioni popolari, il suo insistere sul Diavolo e la confessione, il suo celebrare ogni giorno la messa sono elementi che i cattolici che si considerano tradizionalisti sentono come propri. Per il loro portavoce, Guillaume Ferluc, la messa in latino, lungi dall'essere qualcosa di snob e intellettualistico, è molto più vicino ai “poveri” che stanno a cuore a papa Francesco. 

Il pellegrinaggio si terrà dal 24 al 27 ottobre e prevederà una messa in San Pietro e una via crucis per le strade di Roma. Vatican Insider ha intervistato il presidente del comitato organizzatore, Giuseppe Capoccia. 

Come vede il popolo del Summorum Pontificum l'elezione di Papa Francesco e i suoi primi mesi? 

“Come tanti cattolici, abbiamo vissuto con sconcerto la rinuncia del nostro amatissimo Papa Benedetto. Ed anche per noi è stata una sorpresa l'elezione di papa Francesco che pochissimi sino a quel momento conoscevano. Siamo stati, dunque, molto attenti ai suoi gesti ed alle sue parole. E le sue parole ci hanno subito rassicurati e confortati: ha parlato del diavolo che opera contro di noi ma che non può nulla contro la misericordia di Dio, ci ha invitati a non perdere la fiducia nell'amore di Dio, ci ha chiamati a 'uscire' dalla nostra routine per andare incontro alle periferie dell'umanità; a non diventare una sorta di collezionisti di antichità, o di novità'”. 

Cosa pensate del suo stile liturgico? Il suo pontificato andrà in direzione opposta a quello di Benedetto XVI? 

“Sarebbe ipocrita nascondere che se per un verso le parole di papa Francesco ci danno coraggio, alcuni suoi gesti ci lasciano spiazzati e comprendiamo anche coloro che esprimono disagio. Tuttavia, da persone sensibili alla tradizione, dunque al tempo lungo, non ci facciamo ingannare dal tempo breve: Papa Francesco viene da una cultura liturgica e pastorale diversa da quella romana, ed occorre del tempo perché possa introdursi nel clima della tradizione liturgica pontificale. D’altra parte, non bisogna pensare che la liturgia si possa ridurre ad una questione di stili celebrativi, oltre i quali debbono sempre prevalere la solidità e la consistenza teologica del rito”. 

Quindi per ora sospendete il giudizio... 

“Ogni Pontificato esprime proprie specificità; e se Papa Benedetto considerava il crollo della liturgia come causa e segno del crollo della Fede, non ci sembra che Papa Francesco si muova in direzioni differenti: basti considerare che l’ampio risalto dato, col permesso del Papa stesso, alla sua Messa quotidiana in Santa Marta risulta efficace monito per tutti i cattolici, presbiteri e laici, a prendere piena coscienza che solo l’Eucaristia è fonte dell’evangelizzazione”. 

Altre espressioni del mondo tradizionalista sono state molto critiche con Papa Francesco, a cominciare dai lefebvriani. Cosa rispondete? 

“Abbiamo letto e ascoltato incomprensioni e inquietudini provenienti da alcuni settori del mondo tradizionale. Spesso, dobbiamo dirlo, si è trattato di reazioni fondate su false informazioni. Quanto ai lefebvriani, le dichiarazioni ufficiali ci sono sembrate piuttosto riservate e prudenti. Non ci stupisce poi che qualcuno si sia lasciato andare a commenti più duri, ma forse occorre ricercarne le motivazioni nelle dinamiche interne alla Fraternità, piuttosto che in una reale diffidenza nei confronti del Santo Padre. 

Quante persone vi aspettate al pellegrinaggio di quest'anno? 

“Speriamo di accogliere 3000 persone per il sabato, giorno della processione e della Messa in San Pietro e di far giungere oltre 500 pellegrini da fuori Italia per i tre giorni del pellegrinaggio. Avremo un'idea più precisa a fine giugno quando presenteremo il programma ufficiale”. 

Cosa volete comunicare al mondo cattolico in generale con la vostra iniziativa? 

“Per anni, i fedeli e i sacerdoti legati alla tradizione liturgica della Chiesa sono stati ghettizzati e trattati con disprezzo se non con astio: sono stati confinati nelle periferie della Chiesa dalle quali occorreva tenersi alla larga. Desideriamo contribuire alla guarigione definitiva delle ferite provocate durante questi anni di persecuzione e di ingiustizia e ci sembra opportuno farlo senza rivendicazioni, ma inserendoci nella dinamica nuova alla quale ci chiama la Chiesa. Intendiamo essere testimoni, nella gioia e in spirito di servizio, dell’unità della Chiesa”.

Sarà possibile continuare il vostro percorso con papa Francesco?

“Nel contesto particolare del nuovo Pontificato, desideriamo pure illustrare quanto la forma straordinaria del rito romano sia uno strumento adattissimo alla riscoperta della povertà alla quale ci richiama Papa Francesco: inginocchiarsi, supplicare, tacere, confessare sono quattro attitudini caratteristiche sia della Messa tradizionale sia della povertà di spirito. Non solo: la riscoperta di ciò che san Francesco diceva della liturgia – non dimentichiamo che fu proprio lui a portare il Messale romano fuori dalla corte pontificia – potrebbe far comprendere ancor meglio la povertà cristiana, l’essere poveri in spirito, quasi mendicanti di Cristo che ci viene incontro nella liturgia e non ci priva del Suo splendore, aprendoci le porte del Cielo, dov’è la vera ricchezza: non è un caso se l’ultimo Santo a celebrare la Messa tradizionale per tutta la sua vita è stato proprio Padre Pio, specchio fedele di san Francesco”.

mercoledì 12 giugno 2013

Conferenza e Santa Messa a L'Aquila

Sabato 15 Giugno - ore 16,00 
Hotel 99 Cannelle - Via Borgo Rivera, 21-23
- L’Aquila -



Conferenza  : 


LA SACRA LITURGIA 
A CINQUANT’ANNI DAL VATICANO II



- Rev. Prof. Nicola Bux - Facoltà Teologica di Bari
- Dott. Daniele Nigro - Ecclesia Mater delle Puglie


Domenica 16 Giugno ore 12,15 

- Basilica di S. Maria di Collemaggio S. Messa in Rito Romano Extraordinario

Cura Coetus Fidelis Sancti Iohannes de Capistrano


lunedì 3 giugno 2013

Vescovi pugliesi e Messa "tradizionale", la parola del Papa

di Sandro Magister


Tra i vescovi italiani recatisi da Francesco in visita “ad limina”, quelli della Puglia sono stati i più loquaci nel riferire cose dette loro dal papa.
Non c’è stata solo la “rivelazione” – poi in parte contraddetta da padre Federico Lombardi – del vescovo di Molfetta Luigi Martella su due encicliche in viaggio: la prima, sulla fede, firmata dall’attuale papa ma scritta dal predecessore, che la starebbe tutt’ora ultimando nel suo romitorio; e la seconda, sulla povertà, tutta ad opera del papa regnante.
Ci sono state anche delle indiscrezioni riguardanti la liturgia.
Ha cominciato l’arcivescovo di Bari, Francesco Cacucci, che alla Radio Vaticana ha dichiarato che papa Francesco avrebbe esortato i vescovi a “vivere il rapporto con la liturgia con semplicità e senza sovrastrutture”.
Poi è stata la volta del vescovo di Conversano e Monopoli, Domenico Padovano, il quale ha raccontato al proprio clero che i vescovi pugliesi si erano lamentati col papa per l’opera di divisione creata dentro la Chiesa dai paladini della messa in rito antico.
E che cosa avrebbe loro risposto il papa?
Stando a quanto riferito da monsignor Padovano, Francesco li avrebbe esortati a vigilare sugli estremismi di certi gruppi tradizionalisti, ma anche a fare tesoro della tradizione e a farla convivere nella Chiesa con l’innovazione.

Per spiegare meglio quest’ultimo punto, il papa avrebbe portato il proprio esempio:
“Vedete? Dicono che il mio maestro delle cerimonie papali [Guido Marini] sia di stampo tradizionalista; ed in molti, dopo la mia elezione, mi hanno invitato a sollevarlo dall’incarico e sostituirlo. Ho risposto di no, proprio perché io stesso possa fare tesoro della sua preparazione tradizionale e contemporaneamente egli possa avvantaggiarsi, allo stesso modo, della mia formazione più emancipata”.
Se autentiche, sono parole istruttive circa lo spirito liturgico e lo stile di celebrazione dell’attuale papa.
Ma non è sicuro in che senso i vescovi pugliesi le abbiano interpretate.

Un altro di loro, quello di Cerignola e Ascoli Satriano, Felice Di Molfetta, già presidente della commissione della CEI per la liturgia, in un messaggio alla sua diocesi ha scritto tra l’altro:
“Non ho mancato di rallegrarmi col papa per lo stile celebrativo che ha assunto; uno stile ispirato alla ‘nobile semplicità’ sancita dal Concilio, manifestando particolare attenzione all’argomento e sul quale non sono mancate da parte sua considerazioni di alto profilo teologico-pastorale, condivise da tutti i confratelli presenti.
“Ho goduto tanto per il dialogo intessuto, essendomi occupato da una vita nell’insegnamento della teologia liturgica e sacramentaria, nel cogliere l’interesse del Santo Padre su questo vitale aspetto del ministero petrino, da lui esercitato sia nelle celebrazioni feriali a Santa Marta sia in quelle solenni nella Basilica Vaticana come per la canonizzazione degli 800 martiri di Otranto: una celebrazione contenuta nel tempo e nell’insieme del suo svolgimento rituale.
“Papa Francesco, alla luce di certi fenomeni del recente passato in cui sono state registrate sul piano liturgico non poche derive, ha esortato noi vescovi, riferendoci anche alcuni esempi concreti, a vivere il rapporto con l’azione liturgica, in quanto opera di Dio, da veri credenti al di là di ogni tronfio cerimonialismo, pienamente consapevole che la ‘nobile semplicità’ di cui parla il Concilio, non è sciatteria ma Bellezza, bellezza con la ‘B’ maiuscola”.
Ma arruolare papa Francesco tra le file dei progressisti anche in campo liturgico è per lo meno azzardato. Non risulta affatto, in particolare, che egli sia ostile alla liberalizzazione della messa in rito antico, decisa da Benedetto XVI col motu proprio “Summorum pontificum” del 2007.
Mentre è certo che proprio monsignor Di Molfetta fu quell’anno uno dei più combattivi critici di quel motu proprio, prima e dopo la sua pubblicazione.
Giudicava la messa in rito antico “incompatibile” con quella postconciliare e si diede da fare, senza successo, perché la CEI producesse una nota interpretativa – in senso restrittivo – della “Summorum pontificum”.
(...)

martedì 28 maggio 2013

La materia del pane eucaristico: una lacuna legislativa


di Vito Abbruzzi

Nella seconda lettura dell’Ufficio delle letture del sabato fra l’ottava di Pasqua (tratta dalle “Catechesi” di Gerusalemme, n. 22) si esorta il catecumeno in questi termini: «Bene istruito […] e animato da saldissima fede, credi che quanto sembra pane, pane non è, anche se al gusto è tale, ma corpo di Cristo».

Orbene, se, come la Liturgia divinamente insegna, Cristo è “il vero agnello che ha tolto i peccati del mondo” (Prefazio di Pasqua), ci viene da chiedere: ma quale dev’essere, preferibilmente, il tipo di pane che, più degli altri, rappresenta il suo Corpo, col quale Egli, offrendosi sulla croce, “divenne altare, vittima e sacerdote”? Su questo punto il Codice di Diritto Canonico è piuttosto generico, limitandosi a prescrivere che “il pane [eucaristico] dev’essere solo di frumento e confezionato di recente” (can. 924, §2), senza specificare la qualità della farina: se di grano tenero (nella fattispecie quella “00”, da sempre utilizzata) o di grano duro (quella di semola rimacinata, utilizzata in tempi recenti). 

Qualcosa di più sembra dircela l’Ordinamento Generale del Messale Romano, che, al n. 320, così stabilisce: «Il pane per la celebrazione dell’Eucaristia deve essere esclusivamente di frumento, confezionato di recente e azzimo, secondo l’antica tradizione della Chiesa latina». Ma nulla sulla qualità della farina, che, come dianzi dicevo, può variare per tipologia e grado di purezza. Sicché possiamo trovare in commercio ostie da messa di ogni tipo, comprese quelle integrali: diverse o concorrenti con quelle di farina “00”, così confezionate “secondo l’antica tradizione della Chiesa latina”.

Ci si rende subito ben conto di essere di fronte ad una sorta di lacuna legislativa, che nemmeno la Redemptionis Sacramentum – “Istruzione su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia” – tenta di colmare. Infatti, al n. 48 di essa viene ripetuto il principio che “il pane utilizzato nella celebrazione del santo Sacrificio eucaristico deve essere azzimo, esclusivamente di frumento e preparato di recente”. Ricordiamo che stiamo parlando di un documento pubblicato nel 2004, “per disposizione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti d’intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede” (n. 186); documento che, per la sua valenza sanzionatoria, richiede la inderogabile “osservanza da parte di tutti coloro a cui spetta” (ivi). 

Qui non si vuole affatto spaccare il capello in quattro o cercare ad ogni costo il pelo nell’uovo – anche perché non l’uomo è stato fatto per la legge, bensì il contrario (cfr. Mc 2,27) –, ma non possiamo trascurare quanto richiamato dalla suddetta Istruzione al n. 12, secondo cui è “diritto della comunità cattolica che per essa si compia la celebrazione della Santissima Eucaristia in modo tale che appaia come vero sacramento di unità, escludendo completamente ogni genere di difetti e gesti che possano generare divisioni e fazioni nella Chiesa”. E i fedeli, che dovrebbero godere “del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa Messa che sia così come la Chiesa ha [da sempre] voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme” (ivi), si ritrovano sovente a notare delle incongruenze proprio sulla materia del pane eucaristico, che da chiesa a chiesa diverge a motivo della sua composizione. Sicché capita che un parroco prediliga le ostie di farina “00” – quelle così tradizionalmente confezionate – ed un altro quelle di semola rimacinata, come si vuole da quando, interpretando alla lettera la frase del Canone “Prendete e mangiatene: questo è il mio Corpo” (cf. Mt 26,29), ci si comunica sulla mano. Le ostie preparate con farina di grano duro, infatti, risultano essere più spesse e, perciò, più croccanti: più adatte ad essere prese con le dita e, soprattutto, ad essere masticate. Ma i problemi che ne vengono fuori non sono affatto trascurabili, a motivo del colore e del gusto prodotti da questo tipo di farina. Si sa che il pane di semola è alquanto giallognolo e il suo sapore ben diverso da quello del pane bianco, più gradevole. Nel fedele, perciò, che vede e assapora un’ostia ricavata da grano duro può sorgere il sospetto che essa sia vecchia, ravvisandovi un “pericolo di alterazione”; pericolo dal quale mette in guardia il succitato can. 924, §2 del Codice di Diritto Canonico. Una mia alunna, poco tempo fa, ha riferito in classe, durante la mia ora, di essere rimasta alquanto disgustata ricevendo la comunione con questo tipo di ostia, che, non più fragrante, le sapeva di cartone. Idem la sorellina di un altro mio alunno, alla vigilia della sua Prima Comunione, durante le prove generali in chiesa.

I miei alunni dell’Istituto Alberghiero di Castellana Grotte (BA), non hanno dubbi in proposito, dimostrando di essere più preparati e diligenti di tanti soloni cha amano definirsi “liturgisti”. Alla mia domanda: «Se il sacerdote durante la Messa prega con le parole “hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam” – e “hostia” vuol dire “vittima”, intendendo Cristo, “agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1,19) – qual è la farina più idonea al confezionamento del pane eucaristico?», essi, senza esitazione alcuna, rispondono: «Quella “00”, a motivo del suo candore e, soprattutto, del suo elevato grado di purezza». Infatti, parliamo di una farina ricavata dal fiore del chicco di grano tenero: la parte amilacea, chiamata, appunto, “fioretto”.

Questa è la fede dei semplici, che, guidati dal buon senso e dal buon gusto, se la ridono di tutte quelle innovazioni liturgiche, al limite dell’essere veri e propri “abusi”; abusi che “non di rado si radicano in un falso concetto di libertà” (Redemptionis Sacramentum, n. 7) e che “trovano […] molto spesso fondamento nell’ignoranza, giacché per lo più si rigetta ciò di cui non si coglie il senso più profondo, né si conosce l’antichità” (ivi, n. 9).

venerdì 17 maggio 2013

Liturgia, la sovrastruttura è bellezza


di don Nicola Bux

Cosa vuol dire vivere il rapporto con la liturgia e con la fede con semplicità e senza sovrastrutture? 
Cominciamo con la struttura: la fede ha una struttura come la liturgia, in quanto c'è un rapporto tra le due (lex orandi-lex credendi). Per esempio, nella Messa ci sono le litanie (preghiere di invocazione), dal greco liti, processione; preghiere che si fanno procedendo da un luogo di culto ad un altro o all'interno del medesimo; si pensi alle stationes descritte da Egeria a Gerusalemme. Oppure al movimento dei neofiti dal battistero, all'esterno della Chiesa, dopo il battesimo, verso l'interno della Chiesa, per partecipare all'Eucaristia. Questo movimento processionale esprimeva l'idea del pellegrinaggio del popolo cristiano verso l'eternità. 

Dunque, le litanie (chiamate ectenie, dal greco: supplica) sono sequenze di invocazioni a Dio per varie necessità di carattere universale (per i vivi e i defunti, la Chiesa e il mondo...). Esaminando l'unità liturgica della litania possiamo risalire alla sua origine storica. Quando, per esempio, il diacono dice:... "preghiamo", poi  "inginocchiamoci" e tutti pregano in silenzio, poi "tutti in piedi"... e il sacerdote raccoglie le intenzioni in una colletta, dopo che tutti hanno pregato individualmente... abbiamo la forma primitiva della litania; ancora oggi noi abbiamo le preghiere-collette all'inizio della Messa. Col tempo, questa forma si è sviluppata in un novero di intenzioni, di invocazioni, alle quali si aggiungono le risposte del popolo. Nella Messa di rito bizantino se ne contano almeno quattro, mentre nella Messa latina è costituita essenzialmente dalla oratio fidelium o preghiera universale. Oggi è presente nella forma ordinaria del rito romano, ma era rimasta nella forma più solenne il Venerdì Santo, attestando così ulteriormente la sua antichità. 

La litania o preghiera universale, che accompagnava il movimento processionale, non ha condiviso la sorte del resto del rito a cui apparteneva con la messa, ma ha seguito un suo percorso e questo fenomeno, gli studiosi lo chiamano "fenomeno strutturale". Cioè, la struttura della liturgia non è rigida, non lasciando spazio alle singole unità di modularsi o adattarsi alle situazioni storiche. Per esempio, la recita del Credo non avviene sempre: come mai? Ci sono senz'altro ragioni storiche, ma anche il Credo è una 'unità liturgica' che si è ricavata uno spazio e si comporta in maniera relativamente autonoma dal resto. La struttura in definitiva è il rito e la sovrastruttura il suo splendore.

Il discorso sulla struttura porta a comprendere che l'uomo ha bisogno di riti (nascita, sposalizio, funerali, apoteosi...), che servono ad eternare l'oggi. Ma con Cristo, l'eterno è disceso nel tempo, il sacro nel profano, consacrando quanti l'hanno accolto e aiutandoli ad ascendere con lui in alto - di discesa e ascesa è fatta la liturgia - ponendo il criterio di distinzione tra sacro e profano: nel Nuovo Testamento (1 Cor 11) la distinzione è stata sancita da Paolo quando ha separato dalla celebrazione eucaristica il pasto o agape da fare a casa.

Venendo alla sovra-struttura della liturgia dobbiamo parlare della Bellezza: il Catechismo della Chiesa Cattolica (no.1157) indica tre criteri: la bellezza espressiva della preghiera, l'unanime partecipazione dell'assemblea nei momenti previsti, il carattere solenne della celebrazione, al fine di rendere gloria a Dio e favorire la santificazione dei fedeli. Benedetto XVI ha insegnato che la liturgia è strettamente legata alla bellezza, come sperimentata da Pietro, Giacomo e Giovanni alla Trasfigurazione del Signore: "com'è bello stare qui...". La sovra-struttura non è stata abolita, perché la Costituzione Sacrosanctum Concilium al no. 34 parla di 'nobile semplicità': sembra un ossimoro, la nobiltà non è un di più della semplicità, una sovrastruttura da abolire appunto perché rifulga la semplicità? Ecco come la interpreta l'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis al no. 41: è necessario che "in tutto ciò che riguarda l'Eucaristia vi sia gusto per la bellezza. Rispetto e cura dei paramenti, arredi, vasi sacri, affinché collegati in modo organico e ordinato fra loro, alimentino lo stupore per il mistero di Dio, manifestino l'unità della fede e rafforzino la devozione"; potremmo commentarlo con un passaggio della sequenza Lauda Sion: Quantum potes tantum aude: quia maior omni laude, nec laudare sufficit.

A questo punto si può affermare che il sacro si fa presente in una bellezza 'normativa' (rito = ordo) a cui bisogna prestare servizio; cioè i ministri possono solo amministrarla, servirla, non fare da padroni, a tutto vantaggio della cattolicità del culto; qui l'ordo del rito diventa ethos. Giustamente la liturgia è basata sul dogma e non su opinioni teologiche: cosa garantita dall'ordo. 

Questa sovra-struttura, per dir così, la 'nobile semplicità' della liturgia, si può eliminare in nome dell'adattamento? O piuttosto vivere il rapporto con la liturgia e con la fede con semplicità e senza sovrastrutture, significa eliminare nel rito, nella musica e nell'arte, il profano e il desacralizzante, perché favoriscono il disordine, lo spontaneismo, la creatività e persino l'immoralità? 

Proprio san Francesco raccomanda il massimo rispetto del Sacramento e che i calici, i corporali, gli ornamenti dell'altare e tutto ciò che serve al sacrificio, debbano averli di materia preziosa (cfr Fonti Francescane, Prima lettera ai custodi, 241,3); prescrive che il Santissimo Sacramento sia posto e custodito in luogo prezioso (4) e quelli che non lo faranno dovranno rendere ragione davanti al Signore nel giorno del giudizio (Lettera a tutti i chierici, 14).

Se, come ha affermato Benedetto XVI, nella liturgia assistiamo a deformazioni al limite del sopportabile, bisogna ammettere che ciò è divenuto possibile perché, dopo il Concilio Vaticano II, siamo passati da una liturgia di ferro ad una liturgia di caucciù (cfr. Civiltà Cattolica, Editoriale 20.12.2003).

mercoledì 15 maggio 2013

19 maggio: Tutti alla Madonna del Poggetto di Ferrara!



"La pietà popolare è una strada che porta all’essenziale se è vissuta nella Chiesa in profonda comunione con i vostri Pastori. [...] Quando voi andate ai santuari, quando portate la famiglia, i vostri figli, voi state facendo proprio un’azione di evangelizzazione. Bisogna andare avanti così! Siate anche voi veri evangelizzatori! Le vostre iniziative siano dei 'ponti', delle vie per portare a Cristo, per camminare con Lui."
(Papa Francesco, 5 maggio 2013)

Come non pensare a queste belle parole del Santo Padre, in occasione della recente Giornata delle confraternite e della pietà popolare, considerando l'iniziativa promossa per la domenica di Pentecoste dai fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano dell'Emilia-Romagna che organizzano un pellegrinaggio al santuario della Madonna del Poggetto di Ferrara?! In questo mese di Maria, non possiamo che dare spazio a questa belle iniziativa che testimonia il vigore del popolo Summorum Pontificum italiano.


RINGRAZIARE MARIA SANTISSIMA E PARTECIPARE ALLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Intervista a Marco Sgroi, coordinatore regionale per l'Emilia-Romagna del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum

Madonna del Poggetto
1) Questa domenica di Pentecoste, 19 maggio, si svolgerà il primo pellegrinaggio mariano dei gruppi Summorum Pontificum dell'Emilia-Romagna: com'è nata una tale iniziativa?
Marco Sgroi: Come ogni pellegrinaggio, anche il nostro nasce in primo luogo da un'esigenza spirituale: ringraziare Maria Santissima per tutte le grazie che ci ha concesso in questi cinque anni di applicazione del Summorum Pontificum in Emilia Romagna, e supplicarla di continuare ad assisterci perché il nostro percorso spirituale e liturgico possa progredire sempre più. Tutto questo mentre si prepara il nuovo pellegrinaggio internazionale del popolo Summorum Pontificum (anche il nostro pellegrinaggio si chiama così), e mentre i Coetus Fidelium della nostra regione che aderiscono al Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum si sforzano di incrementare la loro collaborazione per risolvere i problemi che ancora ci affliggono, e per intensificare l'opera di apostolato liturgico che ci siamo proposti di compiere nelle nostre comunità diocesane e parrocchiali. Si può ben capire, dunque, perchè avvertiamo la necessità così viva dell'aiuto della Beata Vergine!
La nostra, poi, non dovrebbe essere un'iniziativa isolata, perché, se la Provvidenza vorrà, nelle prossime settimane anche in altre regioni gli aderenti al Coordinamento Nazionale proporranno analoghi pellegrinaggi regionali.

2) Il pellegrinaggio si svolgerà presso il santuario della BVM del Poggetto di Ferrara, perchè una tale scelta?
Marco Sgroi: Vi sono molte ragioni. Innanzi tutto, ragioni di ordine spirituale: il santuario del Poggetto è molto caro ai cattolici ferraresi, e ci è parso giusto unirci al Coetus di Ferrara in questa devozione mariana così sentita. Questo particolare legame con Maria Santissima degli amici Ferraresi, d'altra parte, ci consente anche di rendere loro il merito che si sono guadagnati con il dinamismo e la molteplicità delle iniziative che hanno realizzato negli ultimi anni, dando particolare concretezza a quell'opera di apostolato liturgico di cui parlavo prima. Infine, abbiamo voluto unirci agli amici ferraresi anche nel filiale affetto per il loro nuovo Arcivescovo, mons. Luigi Negri, il cui limpido magistero è così importante anche per la cultura liturgica, che nelle nostre chiese non trova sempre l'attenzione che merita, e per la pacificazione liturgica delle nostre comunità - tema che in Italia non è così sentito come altrove (non devo certo ricordarlo a Paix Liturgique), ma che, invece, dovrebbe essere approfondito anche da noi.
Mons. Negri, poi, ci ha fatto un regalo veramente eccezionale: pur con tutti gli impegni di un Arcivescovo nel giorno di Pentecoste, è riuscito a trovare il tempo per venire anche al Santuario del Poggetto. La Sua presenza ci onora in modo particolare. Infine, non voglio dimenticare don Luca Martini, il giovane parroco che è anche rettore del Santuario e che celebrerà la Santa Messa: è un esempio dei tanti sacerdoti dell'ultima generazione che trovano nella liturgia antica alimento per la loro missione, dimostrando con i fatti la perenne giovinezza della millenaria tradizione liturgica della Chiesa.

3) Qual è il programma preciso della giornata?
Marco Sgroi: Il programma è molto semplice. Ci troveremo alle 10,30 al santuario, e alle 11,00 terremo una breve processione, accompagnata dai canti della tradizione, alla quale farà seguito la Santa Messa solenne in terzo, cantata da don Martini. Il canto sarà sostenuto dal Coro San Gregorio Magno di Ferrara, guidato dal Maestro Antonio Rolfini: ma si tratta di un pellegrinaggio del popolo Summorum Pontificum, per cui la Schola sarà costituita da tutti i pellegrini! Infine, accoglieremo Mons. Negri (non so con precisione in che momento potrà raggiungerci, poiché, come ho detto, la Sua giornata è carica di impegni: ma non ha voluto mancare), che ci impartirà la Sua benedizione e ci dirà attese parole, che, sono certo, ci saranno di forte incoraggiamento. Poi, chi vorrà potrà consumare un pasto festoso secondo gli usi della campagna ferrarese, presso le strutture del Santuario.

4) Qual è la situazione dei gruppi Summorum Pontificum della vostra regione? C'è ancora una domanda per la liturgia tradizionale o il desiderio dei fedeli è ormai soddisfatto?
Marco Sgroi: La domanda richiede una risposta un po' articolata. Intanto, devo premettere che il nostro coordinamento non riunisce tutti i Coetus Fidelium della regione, ma solo quelli (sono la maggior parte) che hanno aderito al Coordinamento Nazionale condividendo il programma di collaborazione e consultazione reciproche che esso si è dato. Conosciamo però abbastanza bene la situazione di tutta la regione, e devo dire che essa è analoga a quella di molte altre realtà, con luci (tante, grazie al Cielo) e ombre (meno, ma ci sono). Così, nella mia diocesi, Piacenza-Bobbio, abbiamo due Messe, una settimanale, l'altra mensile, e i due Coetus sono perfettamente inseriti sia nella comunità diocesana, sia in quella parrocchiale di riferimento; ma il Coetus di Parma, pur essendo molto attivo, trova una forte difficoltà a mantenere la celebrazione settimanale, poiché l'anziano sacerdote che vi era stato addetto si è ritirato e non è stato ancora sostituito.
A Modena - il cui gruppo non fa parte del Coordinamento - la S. Messa è celebrata settimanalmente presso la Parrocchia dello Spirito Santo dal parroco; ma a Reggio Emilia la Messa è solo mensile, ed a Correggio addirittura occasionale. A Bologna vi sono diverse celebrazioni, a Rimini è attivo da anni il Cenacolo della Santissima Trinità, che non fa parte del Coordinamento, ed è un'associazione religiosa riconosciuta dalla Diocesi, e così via.
Quanto a Ferrara, dove terremo il pellegrinaggio, è quasi superfluo dire che la Santa Messa vi è ben radicata: la celebrazione è settimanale, ed è stata introdotta su iniziativa dell'Arcivescovo, Mons. Rabitti.
Al di là delle situazioni particolari e delle criticità specifiche, poi, tutti i gruppi conoscono i problemi tipici dei Coetus Fidelium (il Coordinamento è nato proprio per unire le forze e favorirne la soluzione): mancanza di sacerdoti disponibili, necessità di formazione liturgica, difficoltà pratiche di ogni genere (pensiamo, per esempio, alla formazione dei ministranti)... Per cui è davvero difficile dire se la domanda dei fedeli per la liturgia tradizionale sia completamente soddisfatta. Dirò di più: a mio parere, c'è addirittura una domanda ancora inespressa, c'e una sensibilità tradizionale (se vogliamo chiamarla così) che deve ancora manifestarsi. Ci sono ancora molti fedeli per il cui nutrimento spirituale la liturgia tradizionale - che è una ricchezza per tutta la Chiesa - sarebbe particolarmente adatta, ma che, semplicemente, non la conoscono e non hanno occasione di conoscerla. Al fondo di tutto ciò, temo, si colloca un'incultura religiosa sempre più diffusa, che, purtroppo, va oltre la sola questione liturgica (il discorso richiederebbe molto tempo, e una competenza ben maggiore della mia!). Per questo, iniziative come un pellegrinaggio, come la celebrazione della S. Messa tradizionale in un santuario mariano, sono importanti non solo per noi, e non solo per la questione liturgica, ma per tutti, specie in questi tempi di nuova evangelizzazione: alla quale, come diciamo sin dal pellegrinaggio "Una cum Papa nostro" dello scorso novembre, il popolo del Summorum Pontificum cerca di concorrere con la perenne freschezza della liturgia tradizionale

mercoledì 8 maggio 2013

I Diritti di Dio, la liturgia dopo il Vaticano II



Recensione dell'Avv. M° Giannicola D'Amico

“Il concetto di ius liturgicum è tutto legato al fatto, ieri come oggi, che la Chiesa ha concepito la liturgia sempre come il suo culto pubblico ufficiale e pertanto lo ha regolato. Ma questo concetto al presente è oscurato perché si intende la liturgia come culto della comunità locale o di una Chiesa particolare. Smarrire la distinzione tra il diritto liturgico fondamentale, cioè di istituzione divina, consuetudine e diritto liturgico positivo può aver portato in passato agli eccessi del rubricismo e oggi significa lo squilibrio che porta all’inosservanza e agli abusi. Ciò non accadrebbe se si tenesse ferma la questione fondamentale costituita dalla natura del fatto liturgico – l’azione di Cristo unita al suo corpo che è la Chiesa – che implica la giuridicità”
In questo significativo passaggio possiamo condensare il motivo indagatore che ha spinto un giovane canonista, il barese Daniele Nigro, a collazionare un agile, quanto prezioso volumetto, venuto in luce nel 2012 per i tipi di Sugarco edizioni, “I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II” (p. 135 - € 15,00), breve ma sapido excursus in tema di inosservanza del diritto liturgico, fra rubricismo d’un tempo e attuale, generalizzata trascuratezza degli uomini di Chiesa e dei cosiddetti operatori liturgici nei confronti dello jus divinum nell’epoca successiva al Concilio Ecumenico Vaticano II, ovvero gli ultimi cinquant’anni.
Problema sentito da tempo, ormai, se Civiltà Cattolica nel quarantennale della Sacrosanctum Concilium, stigmatizzando che la riforma conciliare fosse stata male implementata, sosteneva in un famoso editoriale del 20.12.2003, che si era passati “da una liturgia di ferro ad una liturgia di caucciù”.
Nella odierna ricorrenza giubilare del Concilio, infatti, il tema è quanto mai attuale ed altamente sensibile, soprattutto dopo i magistrali contributi di Joseph Ratzinger prima, quale studioso attento e custode dell’ortodossia per lunghi decenni, dal privilegiato osservatorio della Congregazione per la Dottrina della Fede, e di  Benedetto XVI dopo, quale pontefice, egli stesso esempio altissimo di liturgo, nonché legislatore accorto, soprattutto con il Motu Proprio Summorum Pontificum e l’Esortazione Ap. Sacramentum Caritatis.
Il tema è  parimenti da sviscerare ed esaminare alla luce delle antiche e mai sorpassate dottrine come in ragione delle nuove acquisizioni di studio, soprattutto nelle sue implicazioni fra diritto e teologia che da sempre hanno regolamentato la materia liturgica.
Proprio negli ultimi decenni tali implicazioni – osserva l’Autore - sembrano pretermesse e tenute a debita distanza proprio da chi si occupa di questi aspetti del culto, quasi si trattasse di una spiacevole eredità da liquidare, quando invece ci si gioverebbe dal rivalutare proprio un rapporto ontologico la cui solidità e vigore contribuisce a chiarificare e a sostentare il culto pubblico della Chiesa.

Aperto da una pregevole prefazione del card. Raymond L. Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, canonista ed esperto di fama mondiale circa queste problematiche, il testo, in sei capitoli, parte da un conciso riassunto dei prodromi che, fra il Concilio tridentino e il Vaticano II, hanno segnato la storia della liturgia romana, per esaminare la natura del nuovo diritto liturgico promanante dalla Cost. Sacrosanctum Concilium, e poi addentrarsi nelle circostanze inerenti l’odierno status quaestionis che ha generato abusi e “deformazioni al limite del sopportabile”, per suggerire infine alcune soluzioni, anche rubricali e normative, che traggono gli auspici dalla ricca bibliografia posta a base dello studio: da Gamber a Mosebach, da Ratzinger a Del Pozzo, da Gherardini a McManus, senza tralasciare ovviamente il Magistero della Chiesa in materia (prima, durante e dopo il Vaticano II).
Chiarificando con nettezza che da una certa epoca in avanti si è pensato ad una liturgia come sede elettiva di una creatività la quale ha portato a malintesi anche gravi circa la stessa natura del culto, male interpretando, con sperimentalismi a volte incongrui ed incauti, i concetti di “adattamento” e “inculturazione” presenti nella normativa del Concilio Vaticano II (la “liturgia di caucciù” delineata dai gesuiti di Civiltà Cattolica), l’Autore dice con chiarezza che la riforma conciliare in campo liturgico è rimasta sostanzialmente inattuata.
Essa attende di essere adempiuta secondo le esigenze del diritto divino, ovvero secondo la corretta preminenza dei diritti spettanti al Signore, cioè “il diritto di Dio a ricevere il culto dell’uomo nel modo che Egli comanda”, non certo a discapito dei diritti spettanti ai fedeli, poiché la santificazione del popolo viene da Dio stesso, ma nell’armonizzazione dell’ordine naturale delle cose.

Il libro, oltre ad essere un importante contributo scientifico per chi si occupa ex professo di liturgia, è un monito, garbato ma fermo, affinché ci si adoperi tutti, laici e consacrati, perché, recuperata la bellezza “normativa” del Culto, se ne ripristini la verità e la santità - troppo spesso ottenebrate dal signoraggio sui riti da parte dei vari ministri, immemori del loro ruolo di semplici “servitori” - a tutto vantaggio della sua universalità, ovvero della sua cattolicità.

sabato 30 marzo 2013

Buona Pasqua!

1 aprile 2013
Pasqua di Resurrezione




A tutti i nostri amici e i nostri benefattori, a tutti quelli che ci sono vicini, e anche a chi vicino non è,
i nostri più sinceri auguri

in Christo

Scuola Ecclesia Mater

martedì 19 marzo 2013

Oremus pro Pontifice nostro Francisco


FRANCISCO SUMMO PONTIFICI VITAM ET SALUTEM



La Scuola Ecclesia Mater saluta con devozione filiale e profonda reverenza
Sua Santità Papa Francesco,
nel giorno in cui inaugura solennemente il Suo Ministero Petrino
invocando per Lui 
la potente intercessione del Patriarca S. Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale:
possa,
sulle orme del Predecessore Papa Benedetto XVI,
essere per il mondo intero
Pontefice umile e fermo nella Fede,
Padre misericordioso e buono nella Speranza,
Pastore giusto e santo nella Carità,
ad majorem Dei gloriam.

sabato 16 marzo 2013

La continuità nelle celebrazioni papali

E' deplorevole che su alcuni siti si continui a mettere in cattiva luce il Santo Padre Francesco con le calunnie riguardanti il Maestro delle Cerimonie mons. Guido Marini, e i prossimi appuntamenti.

Fonti interne all'Ufficio delle Celebrazioni del Santo Padre confermano che il Cerimoniere mons. Guido Marini si occuperà dell'organizzazione della Santa Messa del 19 marzo.

E' da sottolineare infine, come segno di continuità, che il Santo Padre Francesco come primo gesto ha onorato la Salus Populi Romani nella Basilica Liberiana, e si è trattenuto in preghiera davanti alla tomba di San Pio V.




sabato 9 marzo 2013

Quando il funerale si trasforma in comizio

di Daniele Nigro
da www.lanuovabq.it del 12/2/2013



E' una notizia di qualche tempo fa. Il fatto che il parroco della chiesa degli Artisti di Roma avesse vietato - desidero usare volutamente tale verbo - all’on. Emma Bonino di prendere la parola in chiesa durante i funerali dell’attrice Mariangela Melato ha creato infatti nelle scorse settimane parecchio scalpore. 
Per tutto l’orbe terraqueo, in seguito alla divulgazione della notizia del grave crimine, in molti si sono stracciati le vesti!

Neanche l’auto-dichiaratosi cattolico, apostolico e romano Renzo Arbore, particolarmente coinvolto dall’accaduto, ha esitato a condannare definitivamente al supplizio eterno il reo curato. Infatti quest’ultimo avrebbe giustificato il diniego con una menzogna, ovvero asserendo che nuove disposizioni della gerarchia ecclesiastica vieterebbero a chiunque di commemorare i defunti in chiesa. E ovviamente proprio il reverendo non poteva non sapere che: «Chi dice le bugie va all’inferno con le palle di fuoco in bocca» (cit.).

Tengo subito a precisare che non intendo in questa sede entrare di nuovo nel merito della questione riguardante il corretto modo di celebrare le esequie, cosa che richiederebbe molto tempo e che mi riserbo di fare in futuro. Ciò che invece mi ha più colpito è stata la quasi unanimità nella condanna del sacerdote da parte del giornalismo e degli “opinionisti” che contano, cattolici e non.

Certo, dai secondi c’è da aspettarselo, mentre non sono ancora del tutto assuefatto al comportamento dei primi. Ed ecco che con toni apocalittici si è dipinta una Chiesa dalle “braccia chiuse” solo pronta a vietare e a respingere invece di accogliere. Tuttavia la cosa più sorprendente e paradossale è stata l’osservazione che con tale comportamento e divieto la Chiesa avrebbe perso una grande occasione.

Quale? Cito testualmente: «E pensare che i funerali (insieme ai matrimoni) sono i rari momenti in cui tanti non praticanti, tanti “lontani”, tanti agnostici e atei e seguaci di altre religioni tornano a mettere piede in una chiesa cattolica. Non dovrebbe, forse, essere un momento privilegiato per annunciare la “buona novella”?».

Ora di grazia mi si dovrebbe spiegare quale occasione ha perso la Chiesa non permettendo all’On. Bonino di prendere la parola, soprattutto dopo che si è appreso dalle parole di Arbore che l’esponente dei radicali avrebbe dovuto parlare delle battaglie condivise e combattute insieme alla Melato. Orbene le battaglie della Bonino noi le conosciamo a fondo: aborto, divorzio, eutanasia, matrimonio omosessuale e chi più ne ha più ne metta, e non possono di certo suscitare né momenti di grazia, né momenti di particolare edificazione.

È vero, matrimoni e funerali possono essere occasioni privilegiate per far breccia nei cuori più induriti, ma attraverso lo splendore del rito, la bellezza dei canti e l’edificazione dell’omelia, non di certo per mezzo di qualche pistolotto laicista pronunciato da chi ha sempre combattuto e combatte contro la Chiesa stessa e il suo insegnamento che è poi quello di Cristo.

Mi domando invece, sentire parlare una donna come la Bonino in chiesa e magari dall’ambone da dove qualche minuto prima era stato annunciato il Vangelo, non è proprio questo che potrebbe provocare scandalo soprattutto nella gente semplice? E se da un lato è vero che il Signore non perdona la durezza di cuore, è altrettanto vero, dall’altro, che non risparmia mai chi si fa strumento di scandalo. 
È l’evangelista Marco che ce lo ricorda riportando le durissime parole di Gesù: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9, 42-48).

Ma l’insegnamento di Gesù va oltre. Egli infatti continua: «Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9, 49-50). 
Quindi se le prime parole di Gesù fanno salire, il povero reverendo in questione dal più profondo degli inferi, dove l’aveva scaraventato il buon Arbore, fin nel Purgatorio, in quanto ha avuto il coraggio di opporsi a che l’esponente radicale parlasse dal pulpito di un luogo consacrato a Dio, le seconde non gli permettono di assurgere alla definitiva gloria dei Cieli, perché non ha perseverato fin in fondo nel coraggio dando le reali ragioni del suo diniego.

Infatti se è vero che l’ultima revisione del rito delle esequie contiene un richiamo alla sobrietà nella celebrazione del rito, onde evitare le mostruose derive che si sono viste negli ultimi tempi, non credo che questo si sostanzi in definitiva nel vietare un breve ricordo da parte di parenti ed amici. 
In realtà il sacerdote avrebbe dovuto dire chiaro e tondo che per la sua vita e le note posizioni palesemente in contrasto con l’insegnamento del Vangelo e quindi scandalose, all’On. Bonino non sarebbe mai e poi mai stato concesso di prendere la parola all’interno del tempio. Ci sarebbero state proteste e levate di scudi? Poco male, almeno il parroco si sarebbe risparmiato l’epiteto di bugiardo.

Nasce quasi il rimpianto del magnifico 1960! Anno in cui Mons. Enrico Nicodemo, Arcivescovo di Bari e Canosa, vietò al sindaco Giuseppe Papalia ed alla giunta social-comunista di prendere parte alla processione di San Nicola in ossequio alla disposizione del Santo Uffizio che aveva esteso, l’anno precedente, la scomunica anche ai socialisti. Altri tempi, certo. Tempi in cui la Chiesa non aveva paura di testimoniare il Vangelo e di prendere delle decisioni anche impopolari per difendere la fede ed indicare sempre al popolo di Dio la giusta strada verso la Verità. Perché, come ha ricordato il Santo Padre in una delle sue splendide encicliche, non può esistere l’amore senza la Verità ed anzi solo nella Verità può sussistere il vero Amore.

E allora mi auguro che possa risuonare nelle orecchie e nei cuori di chi ha il compito di guidare il gregge di Dio il richiamo a non aver paura. Non aver paura di negare l’Eucaristia a chi si sa essere pubblico ed ostinato peccatore, perché è proprio così che lo si aiuta, e gli si evita, per usare l’espressione di San Paolo, di mangiare e bere la propria condanna; non aver paura di apparire “separati” dal mondo invece di confondersi ed uniformarsi ad esso, perché solo così si tornerà a suscitare quell’attrattiva capace di far nascere la voglia di lasciarlo, il mondo, per abbracciare qualcosa di più grande; non aver paura di annunciare sempre la Verità, pur se comporta l’essere insultati, perseguitati e calunniati, perché, anche se non varrà una bella ed altisonante onorificenza civile, solo così si diventerà degni di ricevere la ricompensa nel Regno dei Cieli, l’unica che veramente conta.

In conclusione solo l’abbandono di quella falsa idea di misericordia che in realtà è perbenismo e politicamente corretto e il recupero dell’ontologica unità tra misericordia, giustizia e verità potrà far tornare i cristiani ad essere sale saporito della terra, ma soprattutto scamperà dall’udire nell’ultimo giorno le tremende parole che San Giovanni riferisce nell’Apocalisse: «ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,16).

Daniele Nigro è l'autore del libro "I diritti di Dio.La liturgia dopo il Vaticano II" (Edizioni Sugarco)

mercoledì 6 marzo 2013

Milano: Santa Messa e incontro di studio


Venerdì 8 marzo

Università Cattolica del Sacro Cuore, l.go Agostino Gemelli 1 - Milano

  • Ore 12:00 Cappella S. Francesco: S. Messa "per l'Elezione del Sommo Pontefice"  nella Forma Straordinaria del Rito Romano


e poi
per il ciclo di incontri organizzato per l'Anno della Fede dall'Ass.ne Alessandro Maggiolini
in collaborazione con Alleanza Cattolica:


  • Ore 18.00 Casa "card. Schuster", via S. Antonio 5 - Milano

Don Nicola Bux prenderà parte alla conferenza dal titolo "La riforma liturgica post-conciliare: storia di un restauro controverso", con il dott. Daniele Nigro



martedì 19 febbraio 2013

Il Latino nel diritto e nella Tradizione Liturgica della Chiesa


ISTITUTO SALESIANO “ DON BOSCO”
viale Virgilio 97  TARANTO
Venerdì   1 Marzo 2013 ore 17,30




Presentazione del Libro  “ La danza vuota intorno al Vitello d'oro”

Incontro di Studio: Il Latino nel diritto e nella Tradizione Liturgica della Chiesa

PARTECIPANO
  • Prof. d.  Roberto SPATARO s.d.b., segretario del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis  e segretario della Pontificia Academia Latinitatis  Roma 
  • Dott. Daniele NIGRO, autore de “I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II “ Sugarco, Milano 2012


Conclusioni del Prof. d. Nicola Bux, della Facoltà Teologica Pugliese

Saluti: d. Cristiano Ciferri, direttore dell'Istituto Salesiano – Taranto
Introduce: Avv. Cosimo D'Elia, Gruppo Summorum Pontificum - Taranto

SABATO 2 MARZO 2013 ore 18,00
SANTA MESSA -  VETUS ORDO  presso la Cappella dell'Istituto Salesiano
Celebrata da don Roberto Spataro 



“ ciò che è stato per le generazioni anteriori sacro, anche per noi resta sacro e grande e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso “ ( Benedetto XVI : lettera ai Vescovi di tutto il mondo per presentare il MOTU PROPRIO sull'uso della liturgia anteriore alla riforma del 1970)


lunedì 11 febbraio 2013

Quadragesima ineunte


di Giannicola D'Amico

Sta per chiudersi il breve Carnevale di questo anno 2013, e la Quaresima si avvicina  con le sue promesse di primavera.
Un tempo il “licet insanire” veniva appositamente celebrato “semel in anno” nei riti conclusivi del Carnevale: occasione di breve impazzimento cui seguiva un periodo di generale serietà, anche civile, strettamente collegato al tempo di Penitenza che la Quaresima imponeva.
Oggi, che l’impazzimento è generalizzato e dura tutto l’anno, la differenza fra Carnevale e altri periodi dell’anno è talmente sfumata – complici anche i media - da passare pressoché inosservata.
Tralasciando le norme sul digiuno e sull’astinenza, preme sottolineare come, almeno in campo liturgico-musicale, si possa recuperare qualche dato qualificante del tempo penitenziale, che va di pari passo con l’adozione di un determinato colore liturgico o con la velazione delle immagini, ovvero quel digiuno anche sensoriale che veniva proposto dalla Chiesa in Quaresima, e che sarebbe vivamente opportuno ripristinare, in un mondo in cui il digiuno fisico lo si prevede solo in caso di “dieta dimagrante”.
Quando le norme liturgiche erano maggiormente osservate, era un fatto assodato che in tempo di Quaresima si potesse usare l’organo solo e soltanto per accompagnare i canti, quindi ne era bandito, durante la liturgia, l’uso solistico.
L’organista scrupoloso si asteneva pure dall’accompagnare, ancorchè sommessamente, l’Elevazione con il solo suono dello strumento.
La sera del Giovedì Santo si inchiavardava lo strumento, non soltanto in senso simbolico, ma perchè non fosse venuto in testa a qualche scriteriato di suonare durante i riti della Passione e fino all’annunzio della Resurrezione.
Oggi queste accortezze, che sarebbero pure ancora consigliate dalle norme liturgiche, non sono più sentite ordinariamente, dimodochè il servizio musicale viene prestato durante le settimane quaresimali e anche durante la Settimana Santa, né più e né meno di come lo si concepisca per il Natale, per la Pentecoste o per la festa patronale, salvo l’utilizzo di canti adatti (ove pure non sussista il deprecabile malvezzo dei canti passepartout).
Ripristinare il puro canto “a cappella” nelle comuni Parrocchie sarebbe forse un eccesso di zelo e, al momento, un sacrificio troppo oneroso, per quanto le Cattedrali potrebbero fare un passo in tal senso, però un segno di “astinenza” dalla comune prassi sarebbe bene che fosse offerto al Popolo di Dio, da parte dei pastori e dei musicisti.
Considerato che in molte parrocchie è stato, negli ultimi decenni, affiancato all’organo (o a qualche suo surrogato) il suono di altri strumenti, sarebbe sufficiente che nel periodo compreso fra il Mercoledì delle Ceneri e la domenica di Pasqua, ci si astenga dall’uso di tali strumenti.
Allontanare almeno temporaneamente dalla liturgia le chitarre, i fiati, le percussioni o altro strumentario che, a vario titolo, è stato progressivamente inserito nella prassi liturgica delle nostre chiese, sarebbe un gesto di equilibrato buon senso liturgico.
Con l’occasione si dovrebbe cercare di curare maggiormente l’uso dell’accompagnamento organistico e, magari, ripristinare l’uso di qualche antica melodia gregoriana o post-gregoriana che un tempo caratterizzava il tempo di Quaresima: brani semplici o semplicissimi che anche il nostro popolo intonava senza soverchia difficoltà.
Magari con qualche breve catechesi circa l’adozione di questo repertorio, condita delle traduzioni del testo latino, per propiziarne la comprensione: un momento di meditazione e formazione in questo senso, sarebbe d’auspicio a recuperare alcuni “fondamentali” del servizio musicale.
Si potrebbe aiutare a comprendere, così, cominciando dai pastori e dai musicisti, per finire ai semplici fedeli, che il servizio musicale alla Liturgia non è intrattenimento puro e semplice, ma è sottoposto a delle norme precise, come lo è l’uso di determinati colori dei paramenti o l’adozione di certe letture del Nuovo e dell’Antico Testamento in luogo di altre.
Ricominceremmo così, almeno “semel in anno”, a rinsavire.

mercoledì 6 febbraio 2013

La testimonianza dei primi Martiri giapponesi


di Vito Abbruzzi

Oggi, 6 febbraio, la Chiesa fa memoria di San Paolo Miki e compagni, primi martiri giapponesi. Il racconto del loro martirio, avvenuto a Nagasaki il 5 febbraio 1597 mediante crocifissione, è una pagina gloriosa del Martirologium Romanum.

Nell’Ufficio delle Letture della liturgia odierna è narrata, con toni commoventi, la “storia del martirio dei santi Paolo Miki e compagni scritta da un autore contemporaneo”. Di questi Santi mi colpisce la fede intrepida di Antonio, bambino, terziario francescano. Scrive di lui l’anonimo testimone: “Antonio, che stava di fianco a Ludovico [Ibaraki (bambino, terziario francescano)], con gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo Laudate, pueri, Dominum, che aveva imparato a Nagasaki durante l’istruzione catechistica; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli alcuni salmi a questo scopo”. 
Sant’Antonio da Nagasaki afferma col suo candore quanto San Paolo Miki, chierico gesuita, aveva poco prima proclamato dal “pulpito più onorifico che mai avesse avuto”, cioè la croce, che “non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani”.

Questa è una vera e propria lectio magistralis sulla evangelizzazione dei popoli rivolta a quanti ritengono falsamente che l’opera svolta dalla “Propaganda Fide” nei secoli passati in terra di missione sia stata una sorta di “colonizzazione” della Chiesa di Roma, con la “imposizione” del latino ai nuovi popoli cristiani. Nulla di più falso visto il fascino che ancora oggi la nostra Chiesa esercita, mercé la liturgia gregoriana, sulle popolazioni asiatiche, in modo davvero particolare quella nipponica. Lo testimonia il successo discografico avuto negli anni dal monastero di Solesmes, attestandosi ai primi posti nelle vendite di discografia riguardanti i canti gregoriani proprio nel paese del Sol Levante.

È, allora, il caso di abbandonare quegli ingiustificati pregiudizi sulla lingua latina, che, come insegna il Beato Giovanni XXIII al n. 3 della Costituzione Apostolica Veterum sapientia, “di sua propria natura […] è atta a promuovere presso qualsiasi popolo ogni forma di cultura; poiché non suscita gelosie, si presenta imparziale per tutte le genti, non è privilegio di nessuno, infine è a tutti accetta ed amica. Né bisogna dimenticare che la lingua latina ha nobiltà di struttura e di lessico, dato che offre la possibilità di ‘uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità’, che singolarmente giova alla chiarezza ed alla gravità”.