Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 20 novembre 2014

Perché (e quando) Benedetto XVI ha cambiato idea sull’ostia ai divorziati risposati

Nella riedizione dell’Opera omnia di Benedetto XVI è scomparso, come segnalato da Süddeutsche Zeitung, il riferimento alla possibilità dell’accesso alla Comunione dei divorziati-risposati che, nel 1972, l’allora prof. Ratzinger, il quale prima di approdare a Roma era un po’ una sorta di enfant terrible, aveva pur sostenuto e ritenuto ammissibile. Oggi, forse a seguito di una rimeditazione della vicenda e volendo evitare soprattutto di essere strumentalizzato dal “partito kasperiano”, quel riferimento risulta mancante (v. qui ed in traduzione inglese qui).

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Perché (e quando) B-XVI ha cambiato idea sull’ostia ai divorziati risposati

di Matteo Matzuzzi

Roma. Che il professore cattedratico a Ratisbona Joseph Ratzinger, quaranta e più anni fa, la pensasse come Walter Kasper sulla misericordia da usare nei confronti dei divorziati risposati, non è una novità. Il saggio in cui il futuro Pontefice scriveva che “nel caso in cui il secondo matrimonio avvenga dopo diverso tempo e sia vissuto nello spirito della fede, e siano rispettati obblighi morali nei confronti dei bambini e della nuova moglie”, è noto da decenni, presente sugli scaffali delle biblioteche nella sezione teologica e brandito come fosse il libretto rosso maoista dai principali gruppi progressisti d’Europa, primo fra tutti Noi siamo chiesa. La novità è che quella frase, Benedetto XVI, prima di farla stampare nel quarto volume della sua opera omnia ora in uscita in Germania, l’ha riscritta da cima a fondo. “Se la Chiesa rilevasse come un matrimonio fosse nullo a causa di una immaturità psicologica, le nuove nozze sarebbero ammesse. Anche senza questo procedimento un divorziato potrebbe inoltre essere attivo nelle comunità ecclesiastica, e poter diventare padrino di un battezzato”, recita la nuova formulazione. La questione, dunque, cambia radicalmente, e nella versione redatta dal Ratzinger Papa emerito l’accento si sposta sulla validità del sacramento. Un processo di maturazione datato, che risale agli anni Ottanta, quando il futuro Benedetto XVI s’insediò nel palazzo del Sant’Uffizio e fece studiare alla congregazione il problema del sacramento contratto senza fede. È sempre stato questo il punto fondamentale da cui partire, per il teologo bavarese. Non certo l’adeguamento allo spirito dei tempi della dottrina o l’aggiornamento della pastorale alle mutate esigenze della società contemporanea.
Già nei primi anni Novanta, Ratzinger corresse pubblicamente la posizione aperturista messa nero su bianco a Ratisbona nel 1972, allorché rispedì al mittente – con il placet di Giovanni Paolo II – la richiesta dei vescovi Kasper, Lehmann e Saier di permettere ai divorziati risposati di comunicarsi. Il prefetto bavarese, citando la Familiaris Consortio e il Catechismo della chiesa cattolica, scriveva che “la dottrina e la pratica della chiesa precludono ai cattolici risposati civilmente di ricevere la comunione, dal momento che la loro condizione di vita oggettivamente contraddice l’unione d’amore tra Cristo e la chiesa”. Non era quello dell’ostia ai divorziati risposati, il cuore del problema, per Benedetto XVI. In uno dei suoi ultimi discorsi da Pontefice, nel gennaio 2013, all’inaugurazione dell’Anno giudiziario della Rota romana, si soffermò sul principio del bonum coniugum: “Non intendo certamente suggerire alcun facile automatismo tra carenza di fede e invalidità dell’unione matrimoniale, ma piuttosto evidenziare come tale carenza possa, benché non necessariamente, ferire anche i beni del matrimonio, dal momento che il riferimento all’ordine naturale voluto da Dio è inerente al patto coniugale”. “I cambiamenti scritti da Benedetto XVI si possono leggere come una risposta a Kasper”, ha scritto la Süddeutsche Zeitung, commentando la revisione operata da Ratzinger sui suoi vecchi saggi teologici, aggiungendo che “il Papa emerito pare aver rotto la sua promessa di non intromettersi negli affari correnti della chiesa cattolica”. In realtà, la frase sulla comunione ai divorziati Ratzinger l’ha riscritta molto tempo fa, ben prima che i padri sinodali si riunissero a Roma a discettare di dottrina e prassi pastorale da aggiornare.

Pio XII, olocausto, armenicidio

La figura del grande papa Pio XII, da noi ricordata in occasione della celebrazione del suo transito lo scorso 9 ottobre, è sempre stata controversa presso alcuni storici. Nuove ricerche (v. anche qui) gettano luce su quanto egli concretamente fece a favore dei giudei perseguitati per la loro razza - come riconosciuto anche da chi era cresciuto nell'odio verso questo pontefice - e per il popolo armeno.

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Pio XII, Shoah, Armenicidio

di Marco Tosatti

L’Agenzia Zenit pubblica un’interessante intervista allo storico tedesco Michael Hesemann, che tratta dei rapporti fra il Genocidio Armeno, Eugenio Pacelli, papa Pio XII, e la Shoah. Ne riportiamo alcuni brani nella nostra traduzione, consigliandovi la lettura del testo integrale.

L’Agenzia Zenit pubblica un’interessante intervista allo storico tedesco Michael Hesemann, che tratta dei rapporti fra il Genocidio Armeno, Eugenio Pacelli, papa Pio XII, e la Shoah. Ne riportiamo alcuni brani nella nostra traduzione, consigliandovi la lettura del testo integrale.
Racconta lo storico: “Per gli ultimi dieci anni ho lavorato sul Pio XII e cercato di capire i motivi per il suo cosiddetto ‘silenzio’ durante l’Olocausto e le sue numerosi azioni per salvare quanti più ebrei possibile allo stesso tempo, qualche cosa che inizialmente può suonare contraddittorio. È un fatto che prima di diventare papa, Eugenio Pacelli ha avuto una lunga storia al servizio della diplomazia vaticana … Quando come storico, ho avuto il permesso di studiare i suoi dossier nell’Archivio Segreto Vaticano, mi sono imbattuto in parecchi documenti che trattavano del Genocidio Armeno del 195-1916, che hanno attirato il mio interesse. Per saperne di più, ho scavato in profondità in questo tema e infine ho localizzato circa duemila pagine non ancora pubblicate finora sul più grande crimine commesso durante la I Guerra Mondiale”.
Hesemann sottolinea un elemento che sta emergendo nella storiografia contemporanea: “Osservato da vicino, l’Armenicidio appare come un modello per la Shoah. Ossessionati da una visione del mondo razzista e nazionalista, i Giovan Turchi, un movimento politico giunto al potere proprio prima della I Guerra Mondiale, intendeva trasformare l’Impero Ottomano, multireligioso e multirazziale in una Volksgemeinschaft comunità di popolo omogenea” (Un termine che riporta alla visione della società tedesca di Hitler, N.D.R.). Dal momento che le caratteristiche razziale erano difficili da determinare nella popolazione mescolata della Turchia, la religione divenne l’indicatore della vera Turchità. Un vero Turco doveva seguire l’Islam sunnita. Solo la purezza omogenea avrebbe salvato la Turchia dai microbi interni? E parassiti e l’avrebbe resa forte abbastanza per combattere per la visione Panturca di questo movimento. Come microbi e parassiti gli ideologi dei Giovani Turchi identificavano le minoranze cristiane: Armeni, Greci e Cristiani siriaci. Quando nel novembre 1914 la Germania trascinò in guerra la Turchia, “I giovani turchi videro l’opportunità che avevano atteso per risolvere il problema Armeno, eliminando gli Armeni. Benedetto fu avvertito sia dai vescovi che dal Nunzio. Benedetto XV reagì immediatamente, scrisse di suo pugno una lettera al Sultano Mehmet V … L’iniziativa papale fu resa pubblica e diffusa dai giornali in tutto il mondo”.
Tutte le iniziative pubbliche e diplomatiche della Chiesa non ebbero alcune effetto. Pacelli all’epoca lavorava nella Segreteria di Stato : “Ho scoperto che tutte le informazioni sul Genocidio Armeno passarono per la sua scrivania. E capì che tutte le proteste del Papa non sono non erano inutili, ma risultavano persino controproducenti”. 
Secondo Hesemann l’esperienza fatta nel tentativo di fermare il massacro dei cristiani ad opera dei turchi in quello che è stato il primo genocidio del secolo, e che il governo di Ankara ancora attivamente nega, condizionò la sua politica successiva. 
“Quando si trovò di fronte all’Olocausto sapeva che Adolf Hitler non avrebbe reagito meglio. Conosceva Hitler da 19 anni, descrisse il Nazional Socialismo come la più pericolosa eresia del nostro tempo. In una conversazione con il console USA a Colonia, che la riportò a Washington, Pacelli disse che Hitler era non solo una canaglia inaffidabile, ma anche una persona fondamentalmente cattiva incapace di moderazione. Sapeva che la protesta aperta che non aveva funzionato nel 1915, non avrebbe funzionato nel 1942, quando aveva di fronte un leader ancora più malvagio, senza scrupoli e intrattabile”.

Fonte: La Stampa, 18.11.2014. Il testo è anche riprodotto sul blog Pius PP. XII

domenica 28 settembre 2014

La Fraternità San Pio X in stato di «riconciliazione imperfetta»

Su segnalazione, volentieri pubblico la traduzione in italiano dal francese di quest'articolo-intervista dell'abbé Barthe sul sito L'homme nouveau.

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La Fraternità San Pio X


in stato di «riconciliazione imperfetta».


di Don Claude Barthe

Verso il riconoscimento canonico?


Dunque, ieri, martedì 23 settembre, nel Palazzo del Sant’Uffizio (Congregazione per la Dottrina della Fede), si è svolto l’incontro annunciato senza data fra il cardinale Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, e Mons. Fellay, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Erano presenti: da parte della Congregazione: Mons. Pozzo, Segretario della Commissione Ecclesia Dei, Mons. Ladaria, Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, e Mons. Di Noia, Segretario aggiunto; e da parte della FSSPX: i due assistenti di Mons. Fellay: Don Pflüger e Don Nély.

Il riconoscimento canonico della FSSPX, se giungerà nei tempi prossimi, non presenterà più l’aspetto e l’interesse di terremoto che avrebbe rivestito all’interno della Chiesa alla fine del pontificato di Benedetto XVI. Al contrario, esso è divenuto, paradossalmente, molto più facile da realizzare, dal momento che il Papa attuale – è il minimo che si possa dire – non ha la reputazione di tradizionalista che aveva il suo predecessore.
  
Si possono avanzare diversi commenti:

- Si nota la specie di solennità data all’incontro da parte della Santa Sede, la quale, dopo aver conservato un segreto ermetico sul giorno dello svolgimento, l’ha fatto seguire da un comunicato ufficiale della Sala Stampa, in forma di documento diplomatico dai termini debitamente soppesati.

- Il secondo è il ritorno sulla scena della piccola Commissione Ecclesia Dei e del suo Segretario, Mons. Pozzo. Delle indiscrezioni avevano fatto conoscere il breve incontro di Mons. Fellay con il Papa, nella Casa Santa Marta, più di sei mesi fa, e gli osservatori avevano concluso che si erano di nuovo stabilite delle discussioni, interrotte nel giugno 20012, in vista di dare uno statuto canonico alla FSSPX.
Il molto ratzingheriano Mons. Pozzo appare come l’artefice efficace, non avendo esitato, si dice, a dimostrare audacia in certe occasioni.

- Il contenuto del comunicato odierno, peraltro, riprende quasi alla lettera quello del 2005. Nel 2005: 
«L’incontro si è svolto in un clima di amore per la Chiesa e di desiderio di giungere alla perfetta comunione. Quantunque coscienti delle difficoltà, è stata espressa la volontà di procedere per gradi, per tappe, e in tempi ragionevoli». 
Oggi: 
«si è inteso di procedere per gradi e in tempi ragionevoli verso il superamento delle difficoltà e l’auspicato raggiungimento della piena riconciliazione».
Si noti la differenza: La qualificazione dello stato teologico della FSSPX è oggetto di un concetto elaborato per l’occasione. Non si dice più che essa deve giungere alla «piena comunione», assimilandola per questo, poco o meno, alle comunità separate alle quali è riservata l’espressione (a torto peraltro, poiché la comunione non è suscettibile di gradualità) di «comunione imperfetta». Ma il comunicato dice che la FSSPX deve ritrovare la «piena riconciliazione». La FSSPX, già in piena comunione, non è ancora in piena riconciliazione.

- A questo proposito, c’è da ricordare che il cardinale Castrillon, quand’era incaricato della questione, teneva ad affermare che la FSSPX non era affatto scismatica. Si può avanzare l’ipotesi, conoscendo il modo in cui funziona il governo di Papa Francesco, che ama sostituire ai circuiti ufficiali d’informazione della Curia i suoi, che il lungo rapporto orale fattogli dal cardinale Castrillon sull’argomento, nell’ottobre 2013, abbia avuto un peso considerevole.

- L’aspetto più importante rivelato dal comunicato di oggi è «politico». È chiaro che Mons. Pozzo, in questa nuova fase fino ad oggi molto discreta, ha potuto agire solo con l’espresso avallo del Papa. Secondo gli usi della Santa Sede, e sotto Papa Francesco più che mai, un comunicato di questa natura riceve la sua approvazione personale prima della pubblicazione. Se si aggiunge che in occasione di una recente riunione detta «segreta» della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) presieduta dal Papa, e cioè una di quelle riunioni della CEI che non danno luogo a informazioni per la stampa, il Papa, in risposta ad una domanda di un vescovo, ha affermato che la regolamentazione riguardante il Motu Proprio Summorum Pontificum (la Lettera Apostolica e l’Istruzione applicativa) restava in vigore, si può dire che ci si trova in presenza della «continuità» del presente pontificato con quello di Benedetto XVI.
Francesco il «progressista» avrebbe piacere di riuscire laddove ha fallito Benedetto l’«integralista».

- Fatto sta che il punto principale resta avvolto in un grande mistero, del tutto sconosciuto anche ai suoi più prossimi: cos’è che vuole fare Mons. Fellay o, cosa che è la stessa, cos’è che pensa di poter fare?

venerdì 15 agosto 2014

Il divino eloquentissimo silenzio del canone

Mi è stato girato un contributo di don Alfredo Morselli, già pubblicato altrove, che volentieri posto anche qui.


Il divino eloquentissimo silenzio del canone

di don Alfredo M. Morselli

“Noi ordiniamo a tutti i Vescovi e ai sacerdoti di non più fare in silenzio, ma in modo da essere uditi dal popolo fedele, la divina oblazione, così come la preghiera che accompagna il battesimo: lo spirito degli uditori ne potrà ricavare una maggior devozione, un nuovo ardore per lodare e benedire Dio. Questo è l’insegnamento del divino Apostolo, nella sua prima lettera ai Corinti”.
No, non è il Vaticano II - che non ha prescritto di recitare il canone diversamente da come si e fatto per secoli e secoli - (anche il canone a voce alta è una delle tante cose che si attribuiscono spesso al Concilio e che il Concilio non ha mai detto, al pari dell’abolizione del latino, della celebrazione cosiddetta verso il popolo, della S. Comunione in mano e non in ginocchio, delle chitarre, della creatività liturgica etc.). Il testo suddetto è uno stralcio di un decreto dell’imperatore Giustiniano, il quale, inascoltato in vita, sembra essersi ripreso la rivincita 1400 anni dopo la sua morte (cit. in L. Thomassin, Traité de l’Office divin dans ses rapports avec l’oraison mentale, 1688; abbiamo consultato l’edizione del 1894, a c. dei benedettini di Ligugé: il testo citato è a p. 105-106).
Questo decreto conferma l’antica prassi, così ben descritta nelle Costituzioni apostoliche, secondo la quale al momento in cui “il sacrifico comincia … i fedeli pregano nel segreto del loro cuore; poi, quando la preghiera è terminata, sono ammessi alla partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore”.
Del resto, Giustiniano non ha argomenti o esempi di prassi precedente su cui appoggiarsi: egli cita, fuori luogo, San Paolo, precisamente 1 Cor 14; in questo passo l’Apostolo mette in guardia uomini di parlare ad altri uomini in modo loro incomprensibile, ma non si tratta qui delle preghiera eucaristica, bensì di fraterna esortazione vicendevole o parola carismatica.
Il grande teologo oratoriano francese Luis Thomassin (1619-1695) così spiega: “Se un uomo non deve esortare un fratello in modo incomprensibile, Dio infinito e ineffabile ha bene il diritto e la gioia di donarci, nel più augusto dei sacramenti, delle cose superiori alla nostra intelligenza, a cui dobbiamo prestare particolare ossequio” (Traité de l’Office divin, p. 106). Lo stesso Thomassin nota che Giustiniano non aveva altri argomenti se non quello debolissimo di 1 Cor: se avesse avuto una pezza di appoggio nella prassi di qualche importante chiesa, la avrebbe senz’altro usata.


Ma che cosa ha spinto i santi Padri a non seguire il decreto di Giustiniano? Perché contravvennero platealmente il decreto del potente imperatore? Qual era la loro forma mentis? Quali i loro argomenti?
I motivi erano sostanzialmente due: da una parte l’idea della preghiera come azione divina nell’uomo, piuttosto che azione umana; vedremo in seguito come non era ancora avvenuta la frattura - tutta moderna - tra liturgia e orazione mentale. Dall’altra, la consapevolezza della sublimità del mistero che si attua nel Sacrificio Eucaristico. Vediamo ora il primo punto, e partiamo dall’invito rivolto ai fedeli dal celebrante all’inizio della preghiera eucaristica: sursum corda, in alto i cuori. Qui non si tratta dei cuori intesi come sede del sentimento, bensì della mens, ovvero della parte alta o fondo dell’anima. La partecipazione alla liturgia non può essere disgiunta dall’orazione mentale, da quello stato in cui si trova l’anima che vuol essere obbediente al comandamento del Signore secondo il quale è necessario pregare sempre.
Così afferma s. Clemente Alessandrino: “Sia che si trovi in cammino, sia che parli, sia che lavori secondo le luci e le norme della legge eterna, [il giusto] prega continuamente. Giacché il santuario più abituale della sua orazione è il fondo del suo cuore, dove custodisce i gemiti e i desideri che s’innalzano fino al trono del Padre celeste” (Stromata, VII, MG IX, 470, cit. in Traité de l’Office divin, p. 16-17).
E San Basilio chiedendosi come sia possibile, stando al versetto semper laus eius in ore meo (Ps 33,2), che la nostra bocca faccia sempre risuonare la lode del Signore, afferma che noi abbiamo una sorta di bocca interiore e spirituale attraverso la quale possiamo assimilare la parola divina, la verità e il Verbo stesso: è questa la bocca che Dio ci ordina di tenere sempre aperta, per ricevere il cibo incorruttibile della verità eterna. L’impressione che la verità e la carità di Dio hanno compiuto nei nostri cuori sussiste stabilmente nella nostra anima, e ne costituisce veramente una santissima preghiera (In Ps. XXXIII, MG XXIX, 354, cit. in Traité de l’Office divin, p. 18). Questa preghiera, secondo S. Agostino, non è altro che lo Spirito Santo, Carità che prega in noi, che abita nei nostri cuori, da dove fa salire verso il cielo un’orazione ininterrotta (In Ep. Joann., tract. VI, ML XXXV, 2024, cit. in Traité de l’Office divin, p. 24).
La predicazione e la salmodia hanno il compito di risvegliare questa preghiera muta, ma il cui silenzio permette che si realizzi nella sua profonda e massima attività, in quanto attività divina in noi.
Allora cosa significa sursum corda?
Che la vostra anima ora si inabissi nel mistero, che sia la bocca spirituale che si nutre delle grazie del Sacrificio e che non lasci fuoriuscire parole umane, ma solo l’inesprimibile gemito dello Spirito Santo, Carità increata diffusa nei nostri cuori. Che non ci sia parola umana frammezzo alla Grazia del mistero che discende da Dio e che a Lui risale dai nostri cuori … Hai dilatato il mio cuore - dice il Salmo 118,32 -, perché l’orecchio di carne non può intendere (occhio non vide e orecchio non udì) il mistero che si celebra, e qualunque suono entri, in questo momento, nell’orecchio naturale, toglierebbe spazio al nutrimento celeste.
Non è forse questo l’orecchio che il Signore ci ha aperto toccando quello del sordomuto? E non è forse la lingua del cuore - ovvero la possibilità al nostro cuore di essere la lingua dei gemiti inesprimibili dello Spirito Santo -, quella che Gesù ci ha sciolto, intimando effatá alla vecchia lingua annodata dal peccato originale? E non si dica che il popolo non capisce! Proprio perché si capisce quel poco che si può capire della sublimità del mistero, ci si rifiuta di ingabbiarlo o di ridurlo a mera comprensione discorsiva; la ragione non è però affatto esclusa quando comprende che deve fermarsi e cedere il passo a una conoscenza intuitiva, sempre razionale, ma più simile quella degli angeli e dei beati in Paradiso.

mercoledì 30 luglio 2014

Non tutti gli islamici perseguitano i cristiani nel "califatto di Mosul" ....


Abbiamo già suggerito nei giorni scorsi un'invocazione di preghiera alla Vergine Maria, Regina di Palestina, a favore delle popolazioni innocenti e sofferenti di Gaza e, soprattutto, per i cristiani perseguitati dagli islamici del Califatto di Mosul, da recitarsi il 1° agosto, giornata di preghiera, e che ha trovato a livello locale anche alcuni riscontri significativi.
Oggi apprendiamo che non tutti gli islamici hanno aderito alla campagna di odio nei confronti delle inermi popolazioni cristiane di quelle antiche terre, che per prime conobbero la Rivelazione di Dio. Anzi, alcuni di questi sono stati uccisi e frustati. Anche se non cristiani, pur'essi possono definirsi tali in spirito. A questi islamici generosi e sprezzanti del pericolo che corrono va la nostra ammirazione e riconoscenza.

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I sedici ulema uccisi a Mosul per aver difeso i cristiani, l’imam frustato in piazza e altre storie di musulmani perseguitati dallo Stato islamico


Leone Grotti

Come vivono il fanatismo del califfo Al Baghdadi i musulmani di Iraq e Siria? Camille Eid: «Alcuni protestano pagando con la vita, la maggior parte tace»


I fanatici dello Stato islamico, dopo essersi insediati a Mosul proclamando il califfato, hanno dato il via a una sistematica persecuzione dei cristiani, culminata nella cacciata di questi dalle loro case. Le massime cariche istituzionali della Chiesa e degli organismi internazionali hanno condannato questa condotta, ma come hanno reagito i musulmani moderati? «Dipende», dichiara a tempi.it Camille Eid, scrittore e giornalista libanese. «Alcuni hanno protestato, pagando con la propria vita, altri hanno preferito restare in silenzio».
Chi si è opposto?
Innanzitutto 16 ulema sunniti che appartengono a confraternite sufi di Mosul, il ramo più spirituale dell’islam. La notizia della loro uccisione è uscita circa un mese dopo la presa della città da parte dello Stato islamico (e secondo l’Onu sono stati uccisi tra il 12 e il 14 giugno, ndr). Alcuni di loro sono stati uccisi ancora prima che venissero emanati gli editti contro i cristiani perché si erano opposti all’interpretazione radicale dell’islam seguita da questi terroristi. Tra loro ci sono gli imam della Grande moschea della città, Muhammad al-Mansuri, e quello della moschea del Profeta Giona, Abdel-Salam Muhammad.

Ce ne sono altri?
Un docente di legge (che lavora nel dipartimento di Pedagogia dell’università di Mosul, ndr), Mahmoud Al ‘Asali, che si è ribellato alle azioni persecutorie contro i cristiani. È stato davvero coraggioso. Altri, magari, pensavano che questi terroristi non facessero davvero sul serio.
Cioè?
Lo sceicco Muhammad Al Badrani, imam sufi, ha ricevuto 70 frustate come punizione per aver ripetuto dal minareto della moschea Al Kawthar lodi “aggiuntive” al Profeta prima dell’appello alla preghiera. Era già stato avvertito di smettere e forse non li ha presi sul serio. Allora lo hanno trascinato davanti al tribunale e gli hanno dimostrato che non scherzano. Ma non hanno problemi a punire anche uccidendo.
Come si spiega questi gesti di grande coraggio?
Non dico che Mosul abbia alle spalle una storia ideale di convivenza, però quanto meno il suo pluralismo è conosciuto da secoli. È stata una città con una composizione di etnie e religioni molto variegata. C’erano i cristiani siri, caldei, armeni; i musulmani sunniti, sciiti, sunniti sufi, yazidi. Poi i curdi, i turkmeni e anche una comunità ebraica fino agli anni Cinquanta. La convivenza di questi gruppi ha prodotto una tolleranza reciproca e molti si sono opposti alla sua distruzione. Anche i cristiani all’inizio sono stati ingannati, perché i terroristi hanno dato loro l’impressione che se fossero rimasti tranquilli avrebbero potuto continuare a vivere nella città. Non era così.

A Baghdad si è vista una piccola manifestazione di sostegno musulmano ai cristiani.
Non è stata una cosa organizzata. Si tratta di giovani musulmani che hanno voluto esprimere la loro vicinanza ai cristiani scrivendo sulle magliette “Io sono iracheno, sono cristiano” e anche “Siamo tutti cristiani”. Poi si è trasformata in una campagna Twitter. Questa è stata un’idea geniale che risponde alla richiesta del patriarca Sako, che ha invocato dai musulmani gesti di vicinanza concreti, non parole. Ha chiesto: dove siete voi musulmani moderati?
Il gesto di questi musulmani è isolato?
Purtroppo la maggior parte dei musulmani tace. Io capisco quelli che vivono nelle zone dove governa lo Stato islamico e che rischierebbero la vita. Però mi chiedo: il grande imam della moschea di Al Azhar in Egitto perché non parla? Che paura puoi avere se ti trovi al Cairo? Molti non parlano contro le crocifissioni, le lapidazioni e le amputazioni perché sanno già cosa si sentirebbero rispondere: non avete letto il Corano? Quando i terroristi compiono questi atti prima citano il Corano. E questo è un problema.

Nei luoghi in cui si insedia lo Stato islamico cerca di insegnare la versione radicale dell’islam contro cui si sono opposti gli imam sufi?
Certo. A Raqqa, ad esempio, sono molto pignoli con le accuse di politeismo e hanno tappezzato i muri della città (foto a destra) con manifesti che riportano: “Chi appende un amuleto [allo specchietto retrovisore della macchina] commette politeismo”. C’è anche una squadra di donne che pattuglia le strade controllando che nessuna donna violi il rigido codice di abbigliamento. Diciamo che fanno il loro catechismo.

lunedì 10 febbraio 2014

Dal Kazakistan al Salento: Mons. Schneider a Lecce e Gallipoli





Giovedì 13 e venerdì 14 sarà nel Salento per la prima volta mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, capitale del Kazakistan, segretario della conferenza episcopale, nonché scrittore di libri di successo in materia liturgica. 

Ospite dell’associazione leccese “Luigi Pappacoda”, mons. Schneider terrà una conferenza a Lecce giovedì 13, ore 18,30 presso la chiesa di San Francesco di Paola sul tema “La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa”, introdotto da don Nicola Bux, noto liturgista e scrittore; il giorno successivo, venerdì 14, ore 18,30, a Gallipoli, presso la chiesa di San Francesco d’Assisi, l’incontro avrà come tema “La fede cattolica nella Santa Eucaristia”, presentato da mons. Fernando Filograna, Vescovo di Nardò - Gallipoli.

Il vescovo Schneider è tra i principali artefici della rinascita religiosa del suo Paese, dopo settant’anni di dittatura sovietica: a Karaganda, sua precedente diocesi, accanto ai luoghi del martirio di 500.000 deportati, è stata edificata, grazie ai suoi sforzi, la nuova splendida cattedrale in stile neogotico, dedicata alla Madonna di Fatima. Oratore e scrittore noto in tutto il mondo, egli sostiene che è urgente ripristinare alcuni elementi liturgici smarriti negli ultimi cinquant’anni, quali il silenzio, la genuflessione, il canto sacro ed occorre ritornare ad un culto teocentrico e non più antropocentrico, come avviene spesso oggi, con il celebrante che diventa il solo protagonista del rito. I suoi libri, a conferma di un solido prestigio, sono editi dalla Libreria Editrice Vaticana.


lunedì 3 febbraio 2014

Il card. Burke con il POPULUS SUMMORUM PONTIFICUM 2014


COMUNICATO
DEL CŒTUS INTERNATIONALIS SUMMORUM PONTIFICUM
2 FEBBRAIO 2014, PURIFICAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

25 ottobre 2014:

Sua Em.za il Card. Burke in San Pietro a Roma

con il popolo Summorum Pontificum

card burke ii
Il Cœtus Internationalis Summorum Pontificum è lietissimo di annunciare che sarà il cardinale Raymond Leo Burke a celebrare, nella Basilica di San Pietro, la Messa Pontificale del sabato 25 ottobre alle h. 12, nel corso del terzo pellegrinaggio del popolo Summorum Pontificum a Roma.
Il CISP ringrazia Sua Em.za, il cardinale Angelo Comastri, arciprete di San Pietro, per la disponibilità e la prontezza con la quale ci ha permesso di fissare sin da oggi la data e l’orario di questa Santa Messa che rappresenta ormai il momento culminante del nostro pellegrinaggio ad Petri Sedem. Possiamo così dare l’avvio alla preparazione del pellegrinaggio con grande anticipo e ciò dovrebbe consentire ai pellegrini non Europei di partecipare con maggiore facilità.
Anno dopo anno, grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI del 7 luglio 2007, la ricchezza della forma straordinaria del rito romano diventa in concreto sempre più accessibile alla Chiesa universale (Istruzione Universæ Ecclesiæ del 30 aprile2011) e sembra opportuno consentire ai fedeli delle periferie geografiche dell’Orbe cattolico di poter unirsi a questo solenne momento di preghiera e di testimonianza. Rammentiamo che il pellegrinaggio comincerà giovedì 23 ottobre e si concluderà nel giorno della festa di Cristo Re, domenica 26 ottobre.
Per info: cisp@mail.com

martedì 28 gennaio 2014

NEGLI STATI UNITI LA RICCHEZZA DELLA LITURGIA ROMANA E' SEMPRE PIU' ACCESSIBILE

da Paix Liturgique



"La Lettera Apostolica, Summorum Pontificum Motu Proprio data, del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 7 luglio 2007, entrata in vigore il 14 settembre 2007, ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana " (Istruzione Universæ Ecclesiæ del 30 aprile2011).

Circa tre anni dopo la pubblicazione dell'istruzione per l'applicazione del Motu Proprio, l'effetto del Summorum Pontificum non si è fermato e l'universalità della liturgia romana si rafforza ogni giorno di più. Per iniziare bene il 2014, questo mese vogliamo fare il punto sui progressi della forma straordinaria negli Stati Uniti.


A) Partiamo da New York, e, più precisamente, da Staten Island. Il 12 ottobre 2013, dopo 48 anni di assenza, la messa tradizionale è ritornata. Non ancora in un quadro domenicale e settimanale, certo, ma con un notevole successo, come testimonia un fedele: "Contrariamente a ciò che immaginavo, e probabilmente anche a quello che si immaginavano coloro che avevano programmato una messa alle 19:30 di un sabato di ottobre, eravamo più di un centinaio." Questa messa organizzata nella chiesa del Sacro Cuore, una chiesa storica del quartiere, è stata celebrata dal parroco che ha raccontato di avere imparato a celebrare per quella occasione. E dunque, come nota un fedele, "un sacerdote si darà da fare per imparare a celebrare la messa tradizionale solo per soddisfare un pugno di fanatici una o due volte l'anno?, o forse questo parroco crede nel valore spirituale di questa messa e vuole reintrodurla in modo regolare nella sua parrocchia?, se è riuscito a radunare un centinaio di persone per un sabato sera, quante riuscirà a metterne insieme la domenica mattina alle 10 e mezza?". Noi non sapremmo dire di più. Per inciso, ecco un ultimo dettaglio che questo fedele ci ha raccontato "come ad ogni messa alla quale io abbia potuto assistere a New York, alcune signore asiatiche ci attendevano all'ingresso della chiesa per distribuire con gentilezza dei libricini per aiutarci a ben seguire e partecipare alla messa".


B) Come dimostra questo parroco di Staten Island, e come abbiamo avuto spesso occasione di scrivere, la formazione dei sacerdoti è uno dei punti cardine per lo sviluppo della messa negli Stati Uniti. A questo riguardo, in un'intervista alla rivista Regina, Byron Smith, segretario di Una Voce America, ci spiega che più di 1000 sacerdoti del paese hanno già seguito un corso per l'apprendimento della messa tradizionale. I canonici di Cantius (vedi la nostra lettera francese n. 260) sono sempre tra i più zelanti divulgatori della liturgia tradizionale: dal 10 al 13 ottobre hanno anche tenuto un corso per i seminaristi della diocesi di Detroit.


C) Nel 2013, la diocesi di Detroit è, a guardare bene, un perfetto manifesto dell'armonioso sviluppo della forma straordinaria negli stati uniti: oltre a questa sessione di formazione per i seminaristi diocesani, ha visto a fine agosto il ritorno della liturgia tradizionale nella Cattedrale del Santo Sacramento come richiesto dal gruppo locale di Juventutem. In quell'occasione ad officiare è stato Monsignor Hanchon, uno dei vescovi ausiliari. Qualche settimana più tardi, è stato Monsignor Reiss, un altro vescovo ausiliare, ad aver conferito il sacramento della Cresima a 16 fedeli della comunità Summorum Pontificum della chiesa di San Josafat. Coinvolgimento di vescovi, accesso ai sacramenti, formazione dei seminaristi: ecco una diocesi in cui le ricchezze del Motu Proprio sono ben condivise. Una situazione che suscita una certa invidia vista da questa sponda dell'Atlantico...


D) Nella diocesi di Galveston-Houston, il cardinale DiNardo, arcivescovo, ha offerto ai fedeli una parrocchia personale il giorno dell'Assunzione. Nel corso di una cerimonia presieduta dal vicario episcopale, don Van Vliet, della Fraternità San Pietro, (FSSP), ha ricevuto l'incarico di guidarla. Battezzata Regina Cæli, questa parrocchia non ha ancora una chiesa tutta sua, ma ha ottenuto l'autorizzazione di costruire su un terreno avuto in donazione a nord ovest della città. Per finire bene il 2013, il 23 dicembre, è stata la volta del vescovo di Springfield (Illinois), che ha eretto la cappellania Santa Rosa di Lima a parrocchia personale, anche in questo caso affidandola alla FSSP.


E) Sulla costa occidentale, in ogni caso, non sono rimasti indietro, fondamentalmente per la presenza di due arcivescovi ammirevoli: Monsignor Sample, a Portland (vedi la nostra lettera 44), e Monsignor Salvatore Cordileone, a San Francisco. Quest'ultimo, in particolare, non solo appoggia volentieri la maggior parte delle iniziative Summorum Pontificum che gli vengono proposte, ma se ne fa anche direttamente promotore presso il clero e i fedeli. Così, dalla domenica della Trinità è stato per la richiesta personale dell'arcivescovo di San Francisco che la messa tradizionale ha trovato una degna collocazione nella chiesa Star of the Sea (Stella Maris) tutte le domeniche alle 11, che dire di più?


F) Queste buone notizie dagli Stati Uniti non ci devono far pensare che invece altrove si sia giunti ad un punto morto. In Europa, per esempio, continuano ad apparire nuove messe, ed altre a guadagnare visibilità e facilità di accesso. Basti pensare alla Spagna, dove la stampa locale di Gijon nelle Asturie, ha raccontato del trasferimento della messa in una chiesa del centro storico della città, ma anche a Segovia che ormai può contare sull'apostolato dell'Istituto del Cristo Re due domeniche al mese alle 19 presso la chiesa di San Sebastián. Da giugno anche la Slovenia vede una prima applicazione mensile del Motu Proprio a Maribor.


G) Dietro a questo sviluppo che potremmo chiamare "organico" del Motu Proprio, c'è da segnalare che la promozione puntuale della forma straordinaria non conosce riposo: Monsignor Schneider, instancabile servitore della riforma liturgica, ha anche celebrato un triduo in Irlanda per l'inizio dell'Avvento; Monsignor Bartulis, vescovo di Siauliai in Lituania, abituale frequentatore del pellegrinaggio di Chartres, ha celebrato una messa pontificale quest'estate durante un seminario liturgico nella sua diocesi; ancora più ad est il cœtus Summorum Pontificum di Mosca (che ha la messa tutte le domeniche alle 17 nella cripta della cattedrale) ha patrocinato un viaggio di presentazione della messa tradizionale nella città di Berezniki, ai piedi degli Urali; infine la dinamica comunità di Hong Kong, che già esisteva prima del Motu Proprio, in occasione della domenica di Gaudete, ha inaugurato un ciclo di conferenze liturgiche con una presentazione da parte di Monsignor Schneider dei benefici e della necessità urgente della comunione in ginocchio e sulle labbra, oggetto del suo ultimo libro pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana.


H) A dispetto del cambio di pontificato, l'effetto Summorum Pontificum non si è arrestato nel 2013, e scommettiamo che sarà lo stesso quest'anno. Per una semplice ragione: la domanda e il bisogno sono ben lontani dallo spegnersi.
 

mercoledì 12 giugno 2013

Conferenza e Santa Messa a L'Aquila

Sabato 15 Giugno - ore 16,00 
Hotel 99 Cannelle - Via Borgo Rivera, 21-23
- L’Aquila -



Conferenza  : 


LA SACRA LITURGIA 
A CINQUANT’ANNI DAL VATICANO II



- Rev. Prof. Nicola Bux - Facoltà Teologica di Bari
- Dott. Daniele Nigro - Ecclesia Mater delle Puglie


Domenica 16 Giugno ore 12,15 

- Basilica di S. Maria di Collemaggio S. Messa in Rito Romano Extraordinario

Cura Coetus Fidelis Sancti Iohannes de Capistrano


mercoledì 15 maggio 2013

19 maggio: Tutti alla Madonna del Poggetto di Ferrara!



"La pietà popolare è una strada che porta all’essenziale se è vissuta nella Chiesa in profonda comunione con i vostri Pastori. [...] Quando voi andate ai santuari, quando portate la famiglia, i vostri figli, voi state facendo proprio un’azione di evangelizzazione. Bisogna andare avanti così! Siate anche voi veri evangelizzatori! Le vostre iniziative siano dei 'ponti', delle vie per portare a Cristo, per camminare con Lui."
(Papa Francesco, 5 maggio 2013)

Come non pensare a queste belle parole del Santo Padre, in occasione della recente Giornata delle confraternite e della pietà popolare, considerando l'iniziativa promossa per la domenica di Pentecoste dai fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano dell'Emilia-Romagna che organizzano un pellegrinaggio al santuario della Madonna del Poggetto di Ferrara?! In questo mese di Maria, non possiamo che dare spazio a questa belle iniziativa che testimonia il vigore del popolo Summorum Pontificum italiano.


RINGRAZIARE MARIA SANTISSIMA E PARTECIPARE ALLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Intervista a Marco Sgroi, coordinatore regionale per l'Emilia-Romagna del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum

Madonna del Poggetto
1) Questa domenica di Pentecoste, 19 maggio, si svolgerà il primo pellegrinaggio mariano dei gruppi Summorum Pontificum dell'Emilia-Romagna: com'è nata una tale iniziativa?
Marco Sgroi: Come ogni pellegrinaggio, anche il nostro nasce in primo luogo da un'esigenza spirituale: ringraziare Maria Santissima per tutte le grazie che ci ha concesso in questi cinque anni di applicazione del Summorum Pontificum in Emilia Romagna, e supplicarla di continuare ad assisterci perché il nostro percorso spirituale e liturgico possa progredire sempre più. Tutto questo mentre si prepara il nuovo pellegrinaggio internazionale del popolo Summorum Pontificum (anche il nostro pellegrinaggio si chiama così), e mentre i Coetus Fidelium della nostra regione che aderiscono al Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum si sforzano di incrementare la loro collaborazione per risolvere i problemi che ancora ci affliggono, e per intensificare l'opera di apostolato liturgico che ci siamo proposti di compiere nelle nostre comunità diocesane e parrocchiali. Si può ben capire, dunque, perchè avvertiamo la necessità così viva dell'aiuto della Beata Vergine!
La nostra, poi, non dovrebbe essere un'iniziativa isolata, perché, se la Provvidenza vorrà, nelle prossime settimane anche in altre regioni gli aderenti al Coordinamento Nazionale proporranno analoghi pellegrinaggi regionali.

2) Il pellegrinaggio si svolgerà presso il santuario della BVM del Poggetto di Ferrara, perchè una tale scelta?
Marco Sgroi: Vi sono molte ragioni. Innanzi tutto, ragioni di ordine spirituale: il santuario del Poggetto è molto caro ai cattolici ferraresi, e ci è parso giusto unirci al Coetus di Ferrara in questa devozione mariana così sentita. Questo particolare legame con Maria Santissima degli amici Ferraresi, d'altra parte, ci consente anche di rendere loro il merito che si sono guadagnati con il dinamismo e la molteplicità delle iniziative che hanno realizzato negli ultimi anni, dando particolare concretezza a quell'opera di apostolato liturgico di cui parlavo prima. Infine, abbiamo voluto unirci agli amici ferraresi anche nel filiale affetto per il loro nuovo Arcivescovo, mons. Luigi Negri, il cui limpido magistero è così importante anche per la cultura liturgica, che nelle nostre chiese non trova sempre l'attenzione che merita, e per la pacificazione liturgica delle nostre comunità - tema che in Italia non è così sentito come altrove (non devo certo ricordarlo a Paix Liturgique), ma che, invece, dovrebbe essere approfondito anche da noi.
Mons. Negri, poi, ci ha fatto un regalo veramente eccezionale: pur con tutti gli impegni di un Arcivescovo nel giorno di Pentecoste, è riuscito a trovare il tempo per venire anche al Santuario del Poggetto. La Sua presenza ci onora in modo particolare. Infine, non voglio dimenticare don Luca Martini, il giovane parroco che è anche rettore del Santuario e che celebrerà la Santa Messa: è un esempio dei tanti sacerdoti dell'ultima generazione che trovano nella liturgia antica alimento per la loro missione, dimostrando con i fatti la perenne giovinezza della millenaria tradizione liturgica della Chiesa.

3) Qual è il programma preciso della giornata?
Marco Sgroi: Il programma è molto semplice. Ci troveremo alle 10,30 al santuario, e alle 11,00 terremo una breve processione, accompagnata dai canti della tradizione, alla quale farà seguito la Santa Messa solenne in terzo, cantata da don Martini. Il canto sarà sostenuto dal Coro San Gregorio Magno di Ferrara, guidato dal Maestro Antonio Rolfini: ma si tratta di un pellegrinaggio del popolo Summorum Pontificum, per cui la Schola sarà costituita da tutti i pellegrini! Infine, accoglieremo Mons. Negri (non so con precisione in che momento potrà raggiungerci, poiché, come ho detto, la Sua giornata è carica di impegni: ma non ha voluto mancare), che ci impartirà la Sua benedizione e ci dirà attese parole, che, sono certo, ci saranno di forte incoraggiamento. Poi, chi vorrà potrà consumare un pasto festoso secondo gli usi della campagna ferrarese, presso le strutture del Santuario.

4) Qual è la situazione dei gruppi Summorum Pontificum della vostra regione? C'è ancora una domanda per la liturgia tradizionale o il desiderio dei fedeli è ormai soddisfatto?
Marco Sgroi: La domanda richiede una risposta un po' articolata. Intanto, devo premettere che il nostro coordinamento non riunisce tutti i Coetus Fidelium della regione, ma solo quelli (sono la maggior parte) che hanno aderito al Coordinamento Nazionale condividendo il programma di collaborazione e consultazione reciproche che esso si è dato. Conosciamo però abbastanza bene la situazione di tutta la regione, e devo dire che essa è analoga a quella di molte altre realtà, con luci (tante, grazie al Cielo) e ombre (meno, ma ci sono). Così, nella mia diocesi, Piacenza-Bobbio, abbiamo due Messe, una settimanale, l'altra mensile, e i due Coetus sono perfettamente inseriti sia nella comunità diocesana, sia in quella parrocchiale di riferimento; ma il Coetus di Parma, pur essendo molto attivo, trova una forte difficoltà a mantenere la celebrazione settimanale, poiché l'anziano sacerdote che vi era stato addetto si è ritirato e non è stato ancora sostituito.
A Modena - il cui gruppo non fa parte del Coordinamento - la S. Messa è celebrata settimanalmente presso la Parrocchia dello Spirito Santo dal parroco; ma a Reggio Emilia la Messa è solo mensile, ed a Correggio addirittura occasionale. A Bologna vi sono diverse celebrazioni, a Rimini è attivo da anni il Cenacolo della Santissima Trinità, che non fa parte del Coordinamento, ed è un'associazione religiosa riconosciuta dalla Diocesi, e così via.
Quanto a Ferrara, dove terremo il pellegrinaggio, è quasi superfluo dire che la Santa Messa vi è ben radicata: la celebrazione è settimanale, ed è stata introdotta su iniziativa dell'Arcivescovo, Mons. Rabitti.
Al di là delle situazioni particolari e delle criticità specifiche, poi, tutti i gruppi conoscono i problemi tipici dei Coetus Fidelium (il Coordinamento è nato proprio per unire le forze e favorirne la soluzione): mancanza di sacerdoti disponibili, necessità di formazione liturgica, difficoltà pratiche di ogni genere (pensiamo, per esempio, alla formazione dei ministranti)... Per cui è davvero difficile dire se la domanda dei fedeli per la liturgia tradizionale sia completamente soddisfatta. Dirò di più: a mio parere, c'è addirittura una domanda ancora inespressa, c'e una sensibilità tradizionale (se vogliamo chiamarla così) che deve ancora manifestarsi. Ci sono ancora molti fedeli per il cui nutrimento spirituale la liturgia tradizionale - che è una ricchezza per tutta la Chiesa - sarebbe particolarmente adatta, ma che, semplicemente, non la conoscono e non hanno occasione di conoscerla. Al fondo di tutto ciò, temo, si colloca un'incultura religiosa sempre più diffusa, che, purtroppo, va oltre la sola questione liturgica (il discorso richiederebbe molto tempo, e una competenza ben maggiore della mia!). Per questo, iniziative come un pellegrinaggio, come la celebrazione della S. Messa tradizionale in un santuario mariano, sono importanti non solo per noi, e non solo per la questione liturgica, ma per tutti, specie in questi tempi di nuova evangelizzazione: alla quale, come diciamo sin dal pellegrinaggio "Una cum Papa nostro" dello scorso novembre, il popolo del Summorum Pontificum cerca di concorrere con la perenne freschezza della liturgia tradizionale