10 agosto 1936: martirio del requeté Antonio Molle
Lazo, di 21 anni. Fu rapito e torturato dagli anarco-comunisti (che gli
tagliarono un orecchio e parte del naso, gli cavarono un occhio e gli
sfondarono l’altro con un pugno). Davanti al miliziano, che gli puntò il fucile
per ucciderlo, stese le braccia in croce e ripeté, come i Cristeros messicani, per l’ultima volta: “Viva
Cristo Re!”.
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mercoledì 10 agosto 2016
L'eroismo cattolico di un tempo contro il debosciamento, la fiacchezza e la pavidità sedicenti cattoliche odierne
lunedì 6 luglio 2015
Beato Stepinac, strada in salita per la canonizzazione
Ricevuto, rilancio volentieri quest’articolo di Guido Villa, pubblicato
in versione ridotta su La Nuova Bussola Quotidiana, dal titolo Stepinac, chi non vuole la canonizzazione. Ringraziamo l’Autore per l’attenzione che
ha voluto prestare al nostro blog mediante il suo contributo dedicato al beato Alojzije Stepinac, insigne sostenitore - come lo ha definito lo storico gesuita Giovanni Sale - dei diritti di Dio e dell'uomo (v. qui), tanto da meritare, pochi giorni dopo la morte, una solenne cappella papale di Requiem dal papa Giovanni XXIII, durante la quale il pontefice tenne una commovente omelia.
Beato Stepinac,
strada in salita per la canonizzazione
di Guido Villa
Le
speranze dei cattolici croati di vedere presto canonizzato il beato cardinale
Alojzije Stepinac, arcivescovo di Zagabria, martire del comunismo titino, hanno
subito una brusca battuta di arresto. Lo scorso 28 maggio, infatti, mentre la
Presidente croata, Kolinda Grabar Kitarović, incontrava papa Francesco in
Vaticano, e di concerto con i vescovi croati, invitava il Pontefice in Croazia
affinché, tra l’altro, avesse luogo la canonizzazione di Stepinac, l’inviato
speciale del Papa, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio
per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, s’incontrava a Belgrado con il
Presidente della Serbia, l’ultra-nazionalista Tomislav Nikolić, proprio per
parlare di Stepinac, come confermato anche dall’agenzia di stampa governativa Tanjug.
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| Papa Giovanni XXIII incensa il tumulo del Cardinale Stepinac |
La
posizione serba, peraltro già nota, è stata ben compresa in Vaticano, e
infatti, secondo quanto riferito dalla Presidente croata, papa Francesco le
avrebbe rivelato che, pur non essendoci dubbi sulla persona del cardinale
Stepinac, «nel frattempo è stata istituita una commissione mista con la Chiesa
ortodossa al fine di valutare ancora alcuni aspetti». Un’ulteriore conferma di
questa frenata viene dall’incontro di Belgrado. Nel comunicato ufficiale si
legge che il cardinale Koch «ha proposto la formazione di un gruppo di esperti
della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa serba, la quale indagherà su
tutte le circostanze storiche, e cercherà, attraverso il dialogo, di creare un’atmosfera
di collaborazione e di comprensione». La Presidente croata ha lamentato che una
tale iniziativa avrebbe dovuto essere presa molto prima, tuttavia appare
evidente come la creazione di questa commissione rappresenti il segnale che la
Santa Sede ha recepito i desiderata serbi. Il dialogo con gli ortodossi è
troppo importante, e la canonizzazione del beato Alojzije Stepinac, almeno per
il momento, non s’ha da fare.
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| Partic. dell'urna del Beato Stepinac, Cattedrale di Zagabria. Foto di Dennis Jarvis |
In
termini generali, è singolare che a un’istanza non cattolica venga concesso il
diritto di veto – perché di questo si tratta – su un processo interno alla
Chiesa cattolica che già viene condotto con criteri teologici e storici molto
severi. Nel caso specifico, ciò che il popolo croato ha di più caro, vale a
dire il suo cammino spirituale e la sua fede, dei quali la beatificazione e la
canonizzazione dei suoi santi sono parte integrante, nonché quasi cinquant’anni
di sofferenze di questo popolo ai tempi del comunismo, finiscono per essere
consegnati alla mercé dei serbi, e per tragica ironia della sorte, proprio
dalla Santa Sede, alla quale il popolo croato, su esempio del cardinal
Stepinac, è indissolubilmente legato e fedele senza riserve.
Questa
decisione non è stata presa per il desiderio di ricercare la verità storica,
che è già conosciuta, bensì per guadagnare tempo, nella speranza, in verità piuttosto
labile, che col tempo i malumori dei serbi si stemperino, e crea un pericoloso
precedente per futuri processi di beatificazione e di canonizzazione presso la
Chiesa croata.
C’è
quindi da prevedere che tempi duri attendano altre cause di beatificazione e
canonizzazione che si riferiscono all’ultimo secolo di storia del popolo croato,
caratterizzato, fin dalla fondazione, nel 1918, del primo Stato unitario - più
tardi chiamato Jugoslavia - da un forte conflitto tra croati e serbi, e
soprattutto ai cinquant’anni di dittatura comunista. Ciò vale, ad esempio, per il
processo di beatificazione della Serva di Dio Marica Stanković, suora laica
condannata nel 1948 da un “Tribunale del popolo” per avere guidato, come si
legge nell’atto d’accusa, un’«organizzazione ustascio-terroristica» - tale
veniva giudicata l’Azione Cattolica dal regime comunista. Lo stesso destino
potrebbe essere riservato alla causa relativa ai frati francescani martiri di
Široki Brijeg e dell’Erzegovina, uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale dai
partigiani titini in quanto falsamente accusati di collaborazionismo con il
regime ustascia e l’occupante tedesco.
In
questo clima, non migliore sorte attenderebbe la causa di beatificazione,
recentemente avviata, del cardinale Franjo Kuharić, arcivescovo di Zagabria dal
1970 al 1997, cui i serbi rimproverano l’appoggio dato all’azione militare “Tempesta”
del 1995, e anche quella del primo arcivescovo di Vrhbosna (Sarajevo), Josip
Stadler, morto nel 1918, che, in difesa della fede cattolica, entrò in
conflitto con la Chiesa ortodossa serba. Le beate martiri della Drina, suore di
varie nazionalità uccise dai serbo-cetnici nel 1944 nei pressi di Sarajevo,
difficilmente riceverebbero il placet per la canonizzazione da una Commissione
nella quale i serbi hanno diritto di veto, giacché questi considerano l’essere
cattolico sinonimo di ‘ustascia’.
Come
dimostrato dall’abbondante documentazione storica che lo riguarda, la figura
del beato Stepinac è assolutamente limpida. Pur accogliendo favorevolmente l’indipendenza
della Croazia proclamata nel 1941, egli conservò una lucida capacità di
giudizio sul regime ustascia, avvertendo che la benedizione di Dio poteva scendere
sul Paese e sul popolo croato solamente se si fosse osservata la Legge di Dio
quale espressa nei Dieci Comandamenti. In diverse omelie egli condannò coraggiosamente
le stragi di serbi, ebrei e rom attuate dalle milizie ustascia, denunciando la
politica razziale del governo croato attuata su imitazione di quella della
Germania nazista, scrisse numerose e vibrate lettere di protesta al Poglavnik (Duce), Ante Pavelić, per le
violenze commesse nei confronti delle minoranze, giungendo, in una di queste, a
definire il lager di Jasenovac, dove morirono decine di migliaia di persone di
etnia serba, ebraica e rom, ma anche oppositori del regime e sacerdoti cattolici,
una «macchia sul popolo croato».
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| Processo del Beato Stepinac nel 1946 |
Nell’azione
del beato Stepinac non mancò l’aiuto fattivo ai perseguitati, a qualsiasi
popolo essi appartenessero. Secondo documenti dell’intelligence britannica, già
nel 1941 egli guidò una delegazione che incontrò Pavelić per protestare contro
la deportazione di ebrei e serbi. Egli spesso intervenne presso le autorità
dello Stato raccomandando richieste della comunità ebraica, chiedendo la
scarcerazione di persone arrestate, e perfino di persone accusate di
collaborare con i partigiani. In un promemoria inviato dal funzionario ebraico
Weltmann al delegato apostolico in Turchia, mons. Angelo Roncalli, il futuro
papa Giovanni XXIII, si legge: «Sappiamo che mons. Stepinac ha fatto tutto ciò
che era nelle sue possibilità per aiutare e attenuare lo sfortunato destino
degli ebrei in Croazia … La preghiamo di comunicare a mons. Stepinac l’espressione
del nostro profondo ringraziamento per l’aiuto che ha porto, e lo preghiamo di
continuare un’azione così onorevole di salvare i nostri fratelli, sorelle e
figli… ».
Alla
fine della Seconda Guerra Mondiale, in un clima di inaudita violenza contro la
Chiesa cattolica, Stepinac fu arrestato dalle autorità comuniste una prima
volta il 17 maggio 1945, e trattenuto in carcere fino al 3 giugno. Il giorno
dopo la sua liberazione, egli fu convocato da Tito, il quale gli offrì la guida
di una cosiddetta “Chiesa cattolica popolare”, separata da Roma, con la
promessa di una posizione di onore nel nuovo Stato jugoslavo a guida comunista.
Stepinac rifiutò, firmando in questo modo la sua condanna. Egli fu quindi di
nuovo arrestato, sottoposto a un processo-farsa di stampo stalinista, e condannato
a sedici anni di reclusione in regime di carcere duro. Dopo cinque anni di
prigionia nel carcere di Lepoglava, sottoposto a continui maltrattamenti,
umiliazioni e a diversi tentativi di avvelenamento, fu assegnato al confino
nella parrocchia natia di Krašić, non lontano da Zagabria, dove fu tenuto
prigioniero fino al 1960, quando morì per le conseguenze dell’avvelenamento
subito in carcere.
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| Funerale del Beato Stepinac |
Il
beato Alojzije non si piegò mai dinanzi ai senzadio di ogni colore e ideologia,
e nonostante gli allettamenti del mondo e la prova della persecuzione, rimase
fedele a Cristo e alla Chiesa, ed è a lui che dobbiamo il fatto che oggi il
popolo croato, nella sua maggioranza, sia ancora cattolico, e resista alle
lusinghe delle nuove ideologie che mettono in pericolo la vita e la famiglia.
Se
vogliamo, questo è forse l’unico motivo per il quale la figura del beato
Alojzije possa essere considerata “controversa”. Soprattutto in questi tempi,
in cui non pochi pastori cercano l’applauso facile del mondo e non passano
attraverso la “porta stretta” che conduce in Cielo, egli non è una figura che
porta la falsa pace voluta dal mondo, bensì la spada della divisione quale
naturale conseguenza dell’impegno per la verità e l’amore, per Dio e la sua
Legge.
È
auspicabile che non si esiti a proporre questo santo alla venerazione della
Chiesa universale, anche a costo di entrare in conflitto con il mondo e la sua
falsa pace, giacché il suo esempio e la sua intercessione ci saranno d’aiuto in
questi tempi estremamente difficili.
sabato 25 aprile 2015
Beatificazione di gruppo per 80 preti uccisi dai partigiani comunisti
Mentre il 25 aprile i laicisti
italioti ricordano la c.d. liberazione, mentre i più ne approfittano per recarsi al mare o per rilassarsi, i cattolici fanno memoria dei martiri
uccisi dai partigiani comunisti durante quegli anni drammatici (v. anche qui), così come avvenne nella Spagna comunista negli anni '30 del secolo scorso, durante la c.d. guerra civile.
Per ricordare nomi e date del martirio dei preti uccisi dai partigiani, v. qui.
Per ricordare nomi e date del martirio dei preti uccisi dai partigiani, v. qui.
«Beatificazione di gruppo per 80
preti uccisi dai partigiani comunisti»
di Andrea Zambrano
«Questi sono i nostri
beati». È questa l'ambiziosa “proclamazione” che il mensile di apologetica
cattolica Il Timone propone ai lettori in occasione del
70esimo anniversario della Liberazione. Un dossier accurato e coraggioso,
quello del mese di Aprile, in cui si affronta partendo dalla storia del beato
Rolando Rivi, ucciso dai partigiani comunisti in odio alla fede sul finire
della seconda guerra mondiale, le storie degli altri preti uccisi dalla
violenza rossa. E ci si chiede che fare della loro memoria adesso che la
Chiesa, con la beatificazione del seminarista martire, ha sancito che nel
biennio '44-'46 si moriva in odium fidei.
È nato così un dossier
di 12 pagine nel quale raccontare le storie degli oltre 80 preti
uccisi dai partigiani la cui morte può essere attribuita a odio politico
religioso. L'ambizione, spiega già nel titolo il mensile è chiara: «Proporre la
beatificazione collettiva: saranno i nostri martiri del Triangolo della morte».
L'operazione è
trasparente: «Dei 150 preti uccisi
dalla violenza rossa, nel clima di vendette e ritorsion, un buon numero trovò
la morte perché apertamente simpatizzante del Regime fascista e dunque
compromesso, anche se un prete ucciso, da una parte o dall'altra, porta sempre
dietro di sé un aberrante sacrilegio. Pochi cadono vittime di errori e vendette
personali per questioni banali: eredità, prestiti etc...». «Ma c'è un numero –
fa notare la rivista – che una ricerca storica degna di tal nome deve incaricarsi
di definire in maniera scientifica e che attualmente si aggira sulle 70-80
unità che trova la morte in un contesto ideologico-politico».
In sostanza, secondo
quanto ricostruisce il Timone, furono uccisi perché
tenacemente anticomunisti. Avevano capito che mentre si combatteva la guerra di
Liberazione le formazioni marxiste stavano utilizzando quel vasto movimento
insurrezionale in vista di un'imminente rivoluzione comunista. Si tratta per lo
più di preti emiliani e friulani, uccisi perché dal pulpito condannavano non
solo le aberrazioni della guerra, ma anche l'ideologia marxista che ispirava i
princìpi di molte brigate partigiane.
Il dossier si avvale di
testimonianze di preti scampati ad agguati che erano finiti nella
lista nera, come quella di don Raimondo Zanelli, oggi 85enne. Ma anche di
documenti, tra cui lettere e diari, in cui viene mostrata la pianificazione
strategica della caccia al prete da parte dei partigiani comunisti che non
accettavano un disimpegno nella causa della Resistenza da parte di quei preti
che non condividevano le impostazioni ideologiche delle Brigate Garibaldi.
Ma la parte centrale del
dossier racconta le storie di religiosi il cui ricordo oggi
rischia di perdersi defintivamente con la morte degli ultimi testimoni. Da don
Luigi Lenzini, la cui causa di beatificazione è già a Roma a don Umberto
Pessina, ucciso per il suo zelo anticomunista e sulla cui morte la giustizia ha
detto una parola definitiva solo 40 anni dopo aver vinto la cortina di fumo del
Pci che conosceva i veri assassini e lasciò condannare un innocente. Ma c'è
anche don Francesco Bonifacio, il santo degli infoibati. Senza dimenticare le
storie di don Augusto Galli, ucciso perché nella lista nera e infamato
successivamente con l'attribuzione di un'amante, e don Giuseppe Iemmi, che dal
pulpito condannò l'uccisione di un fascista e venne freddato dai partigiani.
Le accuse per coprire
quelle uccisioni venivano sempre giustificate attraverso un canovaccio
che molto spesso ha retto alla prova degli anni anche per l'assenza di rigorosi
processi giudiziari. Per alcuni lo spionaggio ai nazifascisti, per altri
l'infamia di un'amante, per altri ancora l'attività anti-resistenziale o anche
solo aver ospitato in canonica un fascista in fuga. Accuse politiche dunque. Ma
come fa notare don Nicola Bux nel suo contributo, «per diminuire la portata del
sacrificio dei cristiani fin dai tempi di Gesù, si è cercato di giustificare le
uccisioni per motivi politici e non per odium fidei. In realtà le due
cause si fondono perché l'amore per la Patria è una virtù cristiana e perché
nel sangue dei sacerdoti uccisi anche di quelli di cui non si conosce neppure
il nome è presente una teologia della persecuzione che ha sempre accompagnato
la vita della Chiesa».
Ma c'è anche un aspetto
che a 70 anni merita di essere ricordato: è la straordinaria avventura dei
partigiani bianchi, cattolici, che morirono gridando “Viva Cristo Re” e che a
differenza dei partigiani comunisti – come spiega lo storico Alberto Leoni –
«agivano nel rispetto della popolazione civile». Si fanno largo le storie di
Giuseppe Cederle o Aldo Gastaldi “Bisagno”, ma anche di Franco Balbis. E non
possono mancare le vicende epiche dei partigiani uccisi da altri partigiani,
come il caso del comandante cattolico della Sap di Reggio Emilia Mario
Simonazzi “Azor” i cui assassini, certamente partigiani, non vennero mai
trovati. A indagare sulla sua morte una figura straordinaria di cattolico,
partigiano e giornalista: Giorgio Morelli, che diede vita ad un'avventura
editoriale con la Nuova Penna, nella quale
per primo denunciò le uccisioni ad opera dei partigiani comunisti nel Triangolo
della morte. Per questo suo impegno venne fatto oggetto di un agguato e morì
per le conseguenze dello sparo poco tempo dopo. Anche lui un martire del
Triangolo rosso.
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