Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta SS. Filippo e Giacomo il Minore Apostoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SS. Filippo e Giacomo il Minore Apostoli. Mostra tutti i post

martedì 1 maggio 2018

La Messa contemplativa – Editoriale di maggio 2018 di “Radicati nella fede”

Nella festa dei SS. Filippo e Giacomo, apostoli e martiri, nonché di S. Giuseppe artigiano, rilancio questo Editoriale di Radicati nella fede.

Jacopo Alessandro Calvi detto Il Sordino, SS. Filippo e Giacomo minore, 1811, Bologna

Vitale Sala, SS. Filippo e Giacomo, 1830, Vigevano

Tommaso Rasmo (attrib.), SS. Filippo e Giacomo minore, 1854-63, Trento

Ambito meridionale, SS. Filippo e Giacomo minore, XIX sec., Altamura




Modesto Faustini, S. Giuseppe con la Vergine Gesù fanciullo nella bottega di Nazaret, 1886-90, Cappella spagnola, Santuario della Santa Casa, Loreto

Giuseppe Stuflesser, S. Giuseppe lavoratore, 1940-60, Sulmona-Valva

LA MESSA CONTEMPLATIVA


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 5 - Maggio 2018

La cosa più insopportabile a un cuore cristiano è vedere attentare alla vita contemplativa, che è l'anima della vita cristiana.
“Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell'occhio il cui sereno sguardo ferisce d'amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un'azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo.
Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l'amare il bene? E che cosa altro è tanto bene quanto Dio? Anzi, che cosa altro è bene se non solo Dio? Perciò l'anima santa, che, di questo bene, in parte percepisce l'incomparabile dignità, splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d'amore dice: L'anima mia ha sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di Dio?».
Usiamo le parole stesse di San Bruno, fondatore dell'ordine più contemplativo che la Chiesa conosca, i Certosini, per sintetizzare nel concreto la vita contemplativa. Di questa vita contemplativa la chiesa di oggi ha urgentemente bisogno. È la vocazione più elevata che possa esistere nel popolo cristiano, e il popolo cristiano ne ha assolutamente bisogno. Se scomparisse la vita contemplativa, il mondo cristiano perderebbe la sua anima.
Abbiamo deciso la pubblicazione in italiano de “La vie contemplative, son rôle apostolique” per una felice intuizione, quasi per un istinto interiore. Man mano che sono passati i giorni, sappiamo sempre di più il perché: occorre reagire alla confusione mortale che alberga nel popolo cristiano, avvelenato da un falso cristianesimo naturalista, che utilizzando ancora le parole cattoliche le svuota di vero significato. È una confusione a tutti i livelli, a tutti i livelli della gerarchia e del popolo. È un avvelenamento che sparge morte, la morte del cristianesimo integralmente vissuto.
L'avvelenamento del naturalismo toglie a Dio il primato; fa parlare ancora di Dio, ma Dio non è più tutto, e il primo. Dio è ridotto ad un interlocutore dell'uomo, che all'occorrenza l'uomo interpella o cita, ma da Dio non parte tutto e tutto non torna più a lui: è l'uomo che è al centro. E quando l'uomo è al centro, l'uomo si smarrisce, perché Dio è tutto, è il suo tutto. “Deus meus et omnia, mio Dio, mio tutto”, è l'espressione sintetica della vera religione sulle labbra di San Francesco.
La vita contemplativa pone il primato di Dio: essa in sé è giusta, perché pone l'uomo nella giusta posizione.
La Chiesa senza vita contemplativa muore nel naturalismo cristiano, che usa ancora i vocaboli della Tradizione riferendoli innanzitutto a un progetto umano. Si tratta del colpo maestro del demonio, l'ultimo inganno per distruggere ciò che ancora resta del cattolicesimo nel nostro tessuto sociale.
Chi se ne avvede appieno? Chi urla al pericolo? Continuiamo a sentire un silenzio assordante e complice dell'opera di Satana.
E Satana è il menzognero: anche lui dice che Dio è tutto, ma poi ti dice che Dio passa nel fratello, nel povero, nella comunità, nel pellegrino... ma non perché tu lo riconosca e lo servi in essi, bensì perché tu lo relativizzi: ti fa dire “Dio è tutto, ma siccome è dappertutto e in tutti, continuo a vivere la mia vita umana così com'è, con un po' di benevolenza in più...” e così compie la desacralizzazione della vita cristiana.
Il primato di Dio è un primato: è vero che passa anche attraverso i fratelli, attraverso il povero e l'afflitto, attraverso chi il Signore ti mette accanto, ma è Dio appunto che si rende presente! E lui è tutto!
Ebbene, per questo primato di Dio, da sempre la Chiesa ha riconosciuto che alcuni sono chiamati da lui a stargli difronte primariamente, e questo stargli difronte diventa il compito della vita. La Chiesa da sempre ha riconosciuto i contemplativi, eremiti o in comunità, li ha riconosciuti e difesi dal mondo con una legislazione precisa. Ha difeso gli “inutili” secondo il mondo, perché così necessari al mondo stesso. Sono gli uomini e le donne chiamati a fare costantemente memoria di Cristo, di Dio; e riconoscere che questa memoria è il contenuto di sé: “Mi fu detto: tutto deve essere accolto senza parole e trattenuto nel silenzio. Allora mi accorsi che forse tutta la mia esistenza sarebbe trascorsa nel rendermi conto di ciò che mi era accaduto. E il tuo ricordo mi riempie di silenzio” (Laurentius, monaco eremita).
La Chiesa di sempre li ha difesi, oggi invece tende a confondere per loro le carte e li mette in pericolo; li espone ad un pericolo ingiusto e mortale, con la scusa che Dio passa attraverso i fratelli.
Ma questo Contemplativo sarà sempre il definitivo, perché nella vita eterna, quando Dio sarà tutto in tutti, il contenuto della vita tutta dell'uomo sarà l'unione con Dio, carità infinita: “I poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8).
Il contemplativo è perciò profetico: dice a tutti i cristiani, che vivono ancora nel mondo e dentro le occupazioni della vita, che alla fine resterà la contemplazione che è il vertice dell'attività, perché è Dio che opera. Cosa faremo nella vita eterna se non godere dell'unione perfetta con Dio? E come può un popolo senza contemplativi capire ancora la vita eterna?
Il popolo cristiano aveva nel passato, nel rito della messa, il profetico e definitivo del contemplativo: la messa della tradizione ti blocca difronte a Dio e alla sua azione, ti chiede un grado di contemplazione; la messa della tradizione ti chiede la contemplazione ponendoti il primato di Dio: il silenzio, le genuflessioni, il protendersi verso la sua venuta, lo spirito di adorazione... tutto e richiamo alla contemplazione.
Era così per tutto il popolo... poi hanno iniziato a dire che Dio passava attraverso i fratelli... e hanno infarcito la messa di parole e dialoghi, acclamazioni e gesti dentro un vortice sempre più banalizzante e disumanizzante, perché l'umano è fatto per la contemplazione, è fatto per Dio.
E il primato di Dio è scomparso dalla vita del popolo. E i fedeli non hanno più visto Dio nella Messa.
Ora, dopo la distruzione delle parrocchie, è il turno degli ultimi conventi rimasti, quelli contemplativi, perché gli altri conventi già non ci sono più. E tutto questo perché Dio passa per i fratelli.
Il cristianesimo c'è dove c'è la messa contemplativa.
Anche il monachesimo si salverà solo con la messa contemplativa, la messa della tradizione.
Ecco perché ci è parso importante parlare degli “inutili” in questo bollettino. Gli inutili per il mondo, i contemplativi quelli veri salveranno il cristianesimo ponendo di nuovo il primato di Dio.
Ma attenti, gli inutili saranno salvati dalla messa cattolica, la messa di sempre, la messa della contemplazione. Saranno salvati da essa, o non saranno più.

lunedì 25 luglio 2016

"Potéstis bíbere cálicem, quem ego bibitúrus sum? ... Cálicem quidem meum bibétis ..." (Matth. 20, 22-23 - Ev.) - SANCTI JACOBI APOSTOLI

Il primo dei figli del tuono (come il Salvatore chiamò i due fratelli Giacomo e Giovanni) fu anche il protomartire del collegio apostolico, poiché fu decapitato da Erode Agrippa verso l’anno 43 d.C. (At 12, 2-3): fu colui che bevve, primo tra gli Apostoli, il Calice del Signore. La festa di Pasqua era prossima e per questo i Copti celebrano il suo martirio il 12 aprile ed i bizantini il 30 di quel mese, mentre la Chiesa siriana d’Antiochia il 7 maggio.
Non è un azzardo ritenere che, presso i Latini ugualmente, la festa del 1° maggio (dal 1955 l’11 maggio) riguardasse originariamente san Giacomo, figlio di Zebedeo, e quella del 25 luglio il fratello di Giuda, cugino del Salvatore. Alcune ricerche svolte il secolo scorso nei Calendari Cassinensi medievali supporterebbero questa tesi, che sarebbe peraltro data come verosimile anche dal beato card. Schuster.
Ad ogni buon conto, va ricordato che la festa di questo figlio di Zebedeo apparve dapprima al 27 dicembre, data nella quale, fin dalla seconda metà del IV sec., era ricordato congiuntamente al fratello Giovanni nel martirologio di Nicomedia. Nella Chiesa gerosolomitana del V sec. i due fratelli erano, invece, commemorati il 29 dicembre. Essi si trovano ancora abbinati al 27 dicembre nei testi liturgici gallicani del VII sec. In quegli stessi giorni essa continua ad essere celebrata dalla Chiesa armena, assieme ad altri apostoli vedendo quasi riuniti idealmente intorno alla mangiatoia del Salvatore tutto il collegio apostolico.
La data del 25 luglio, in ogni caso, attestata in Occidente fin dall’VIII sec., è senz’altro anteriore all’instaurazione del culto dell’Apostolo a Santiago de Compostela.
Nel VI sec. si conoscevano e veneravano ancora, a Gerusalemme, le tombe dei due apostoli di nome Giacomo. Si sa tuttavia che, nel IX sec., le reliquie di san Giacomo il Maggiore erano già in grande venerazione a Compostela (sarebbero state ivi rinvenute non oltre l’830 d.C.): senza dubbio vi sarebbero state trasportate dopo che gli Arabi si furono impossessati della Città Santa, così com’è successo per altre numerose reliquie.
Durante tutto il Medioevo, il pellegrinaggio in Galizia, alla tomba di san Giacomo, fu uno dei più popolari, venendo lì festeggiato, oltre al 25 luglio, anche al 23 maggio – che commemora la sua leggendaria apparizione alla battaglia di Clavijo – ed al 30 dicembre.

Tale meta fu resa celebre anche dal posto di predilezione occupato da Giacomo, assieme a Pietro e Giovanni, presso il Divin Salvatore. Ad es., fu testimone privilegiato con essi tanto della Trasfigurazione del Signore (Mt. 17, 1; Mc 9, 1; Lc 9, 28) quanto della sua Agonia nell’orto del Getsemani (Mt 26, 37; Mc 14, 33)! Ma anche della resurrezione della figlia di Giairo (Mc 5, 37; Lc 8, 51).


Pietro Perugino, Madonna col Bambino e i SS. Giovanni Battista, Ludovico di Tolosa, Francesco, Pietro, Paolo e Giacomo Maggiore, c.d. Pala di Fano, 1497, Chiesa di santa Maria delle Grazie, Senigallia


Simone Cantarini, Gloria di S. Giacomo, 1640 circa, Museo civico, Rimini


Giovanni Andrea Sirani, con l'aiuto di Elisabetta Sirani, Gesù Cristo è pregato da S. Maria Salome per i figli Giacomo e Giovanni, 1640-54, Pinacoteca Nazionale, Bologna

Guido Reni, S. Giacomo il maggiore, 1618-23, Museo del Prado, Madrid

Francesco De Mura, Madonna col Bambino tra i SS. Nicola e Giacomo, XVIII sec.


Guidobaldo (o Guido Ubaldo) Abbatini, Madonna del Carmelo tra i SS. Giacomo il Maggiore, Rocco, Giovanni evangelista nella pentola dell'olio, Sebastiano e santo vescovo martire, 1644, Chiesa di S. Nicola, Scheggino

Camillo Rusconi, S. Giacomo il Maggiore, 1715-18, Basilica di San Giovanni in Laterano, Roma



Noël Coypel, San Giacomo condotto al supplizio, guarisce un paralitico ed abbraccia il suo accusatore, 1661, Musée du Louvre, Parigi


Johann Boeckhorst detto Jan Lange, Martirio di S. Giacomo, XVII sec., musée des Beaux-Arts, Valenciennes


Francisco de Zurbarán, Martirio de Santiago, 1639-40, Museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Giacomo il Maggiore, 1614 circa, collezione privata


Jusepe de Ribera, S. Giacomo il Maggiore, Hermitage, san Pietroburgo

Juan Fernández Navarrete el Mudo, La decollazione di S. Giacomo, 1571, Monastero di San Lorenzo de El Escorial, Madrid

Vicente Requena “il giovane”, S. Giacomo il Maggiore, 1597, Valencia


Cima da Conegliano, SS. Giacomo, Raffaele arcangelo con Tobiolo e Nicola, 1513 circa, Gallerie dell'Accademia, Venezia

Bartolomeo della Gatta, Madonna col Bambino tra i SS. Giacomo e Cristoforo, 1486 circa, Chiesa dei SS. Andrea e Stefano, Marciano della Chiana



Statua di S. Giacomo posta sull'altare della Basilica, al di sopra del sepolcro dell'Apostolo, e che i fedeli sono soliti abbracciare dal retro, Cattedrale, Santiago de Compostela. Sul cartiglio che regge può leggersi: "HIC EST CORPVS DIVI IACOBI APOSTOLI ET ISPANIARV(M) PATRONI".





Lapide posta all'ingresso della Cripta del Sepolcro di S. Giacomo, Cattedrale, Santiago de Compostela




Urna d'argento con le reliquie di S. Giacomo, sec. XIX, Cripta della Cattedrale, Santiago de Compostela.
Le reliquie furono poste in questo reliquiario dopo la loro riscoperta nel 1879. 
Nel 1589, infatti, su iniziativa dell'arcivescovo Juan de San Clemente, esse furono nascoste per sottrarle al pirata Francis Drake, che aveva devastato A Coruña, poiché si temeva potesse giungere sino a qui e rubarle per portarle dalla sua regina, l'empia Elisabetta I. 
Nel XIX sec., l'allora cardinale de Compostela, Payà y Rico, si propose di individuare le reliquie dell'Apostolo organizzando una ricerca sistematica, durata diversi mesi. Nel gennaio 1879, grazie al paziente lavoro dell'archeologo Antonio López Ferreiro (che era anche canonico della Cattedrale e che fu autore di un'importante Historia de la santa A. M. Iglesia de Santiago de Compostela), si trovarono dietro l’altare nella cattedrale, presso il coro, le spoglie di San Giacomo con i suoi due discepoli, Atanasio e Teodoro. Dopo una serie di indagini storiche, archeologiche e di archivio, con decreto arcivescovile fu dichiarata l'autenticità dei resti come appartenenti all'Apostolo ed ai suoi due discepoli. I risultati furono inviati a Roma, chiedendo conferma da Papa Leone XIII. Dopo attento esame, condotto dalla Congregazione dei Riti, il 19 luglio 1884 fu emanato il decreto, approvato dal Papa, che dichiarava la sua vera identità di quei resti. Mesi dopo, lo stesso Leone XIII certificò il ritrovamento (bolla Deus Omnipotentis, 1° novembre 1884).
Nel 1891 le sante reliquie furono poste in un'urna d'argento, all'interno del primitivo sepolcro in una zona particolarmente adatta. Da quel momento s’apriva la nuova cripta della Cattedrale come un nuovo luogo di culto e venerazione delle spoglie dell'apostolo e dei suoi discepoli, così come la si vede oggi.

domenica 1 maggio 2016

Castità, una virtù assente dall’Amoris Laetitia

Continuiamo, con un altro contributo, nell’analisi, pacata ma ferma, dell’esortazione Amoris Laetitia, un documento che, già prima della sua promulgazione, aveva creato motivi di apprensione nel mondo cattolico (cfr. Roberto de Mattei, Le apprensioni dei cattolici alla vigilia dell’Esortazione post-sinodale, in Corrispondenza romana, 23.3.2016; Giovanni Scalese, La rivoluzione pastorale, in blog Senza peli sulla lingua, 28.3.2016): timori, i quali, in larga misura, hanno creato triste conferma (cfr. Id., Salutare autocritica, ivi, 14.4.2016), tanto più che, come evidenziato da un autore al di sopra di ogni sospetto e certamente non appartenente al mondo della Tradizione, i contenuti dell’esortazione fossero ampiamente prevedibili essendo stata “anticipata” per sua gran parte dalla precedente esortazione – pur essa problematica e non esente da criticità – Evangelii gaudium (cfr. Id., C’era già tutto in “Evangelii gaudium”, ivi, 27.4.2016).
Nella festa dei SS. Apostoli Filippo e Giacomo, rilanciamo, perciò, quest’articolo di Cristina Siccardi, che ci fornisce un ulteriore quadro dell’esortazione pubblicata quasi un mese fa.


Lorenzo Costa, S. Filippo apostolo, 1459-60, National Gallery, Londra


Simon de Vos, Martirio di S. Filippo, 1645-48, Palais des beaux-arts, Lille

S. Filippo, Cattedrale di S. Isacco, San Pietroburgo


Francesco Hayez, Gli apostoli Giacomo e Filippo in viaggio per le loro predicazioni, 1827, collezione privata, Torino

Castità, una virtù assente dall’Amoris Laetitia

di Cristina Siccardi

Nell’esortazione apostolica Amoris laetitia Papa Francesco cita il termine castità una volta soltanto, come «condizione preziosa per la crescita genuina dell’amore interpersonale». Nulla più. Questa virtù è una difesa straordinaria e sarebbe molto opportuno che la Chiesa, senza vergogna, ritornasse a parlarne per correggere cristianamente il malcostume diffuso e il paganesimo imperante, ricordando ciò che la Chiesa ha sempre affermato in materia di matrimonio e di famiglia.
L’indissolubilità del matrimonio è legge divina ed essendo tale, anche nella forzata separazione di una coppia, non è lecito né l’adulterio né il concubinato (divorziati risposati) che conducono la persona, inesorabilmente, a trovarsi non più in uno stato di grazia, indispensabile per poter essere degni di ricevere la Comunione.
Lo stato di grazia permette alla potenza di Dio, attraverso i Sacramenti, di irrompere nelle vite tribolate, aiutando a portare piccole e grandi croci: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11, 29-30) a differenza del peccato mortale che procura macigni orrendi.
Più la Chiesa utilizza un ingannevole buonismo, una falsa misericordia e più il peccato corrode le anime e più esso indebolisce persone e società. «Supponiamo che vi sia un giardino pieno di alberi da frutto e di altre piante aromatiche, ben coltivato e adornato in ogni sua parte, provvisto anche d’un muricciolo protettivo. Supponiamo, poi, che vi sia un fiumiciattolo che vi scorre accanto: questo, quantunque povero d’acqua, sbatte contro la parete del muricciolo e la corrode; allargando a poco a poco una fessura irrompendo all’interno del giardino, l’acqua finisce col travolgere e sradicare tutte le piante, distruggendo ogni coltivazione e rendendo sterile il suolo. Ebbene, non diversamente avviene anche nel cuore dell’uomo» (San Macario il Grande, Omelie spirituali, 43, 6). Sanare, potare, sradicare le erbacce, alzare muriccioli e muri per liberare la vita degli uomini è il compito benefico dei pastori della Chiesa. La castità è attrezzo meraviglioso di pulizia del giardino di ogni persona e di ogni famiglia.
La promiscuità della società odierna, dalla scuola ai luoghi di lavoro; la mancanza di pudore nelle donne; l’inconsistente autorità paterna; il lassismo delle madri, utilizzato per sé e per i propri figli; il linguaggio sboccato; le influenze nefaste della pubblicità e della cultura pornografica e omosessuale a vasto raggio; le legislazioni degli Stati occidentali non sono certo l’humus ideale per la coltivazione di pensieri puri; ma proprio per tale ragione i fedeli sono in affannosa attesa di giusti insegnamenti evangelici da parte degli ecclesiastici, che pare abbiano interessi diversi dalla Fede e dalle loro responsabilità davanti a Dio e alle anime.
Osservare troppo in basso i mali della società, senza pupille anelanti la vita soprannaturale, è patologia moderna della Chiesa sorta dopo il Concilio Vaticano II, quella patologia che non permette di servirsi delle corrette terapie. Pio XI, di fronte alla desacralizzazione dell’istituto familiare e alle minacce secolarizzatrici, scrisse nel 1930 una memorabile enciclica, la Casti connubii al fine di contrastare la «perversa moralità. E poiché si sono cominciati a diffondere anche tra i fedeli questi perniciosissimi errori e questi depravati costumi, che tentano d’insinuarsi insensibilmente ma sempre più profondamente, abbiamo creduto essere dovere del Nostro ufficio di Vicario di Gesù Cristo in terra di supremo Pastore e Maestro, alzare la Nostra voce apostolica per allontanare le pecorelle a Noi affidate dai pascoli avvelenati e, per quanto dipende da Noi, custodirle immuni».
Efficaci e santi frutti vennero da quell’Enciclica, nonostante che i novatori, con la loro funesta teologia, disseminassero la zizzania, la stessa che si ritroverà nel Concilio Vaticano II. Come non ricordare le reazioni irose alla Humanae vitae di Paolo VI? Oltre 200 teologi firmarono sul New York Times un appello per invitare tutti i cattolici a disubbidire all’enciclica papale. Alcuni protagonisti del Concilio, contrari all’enciclica, si riunirono a porte chiuse nella città di Essen per stabilire una strategia di opposizione al documento pontificio, che venne sbeffeggiato, disatteso, rigettato con asprezza da interi episcopati, che ebbero la meglio: la dottrina dell’Humanae vitae non fu seguita e nelle università e nei seminari i testi di studio divennero quelli del redentorista Bernhard Häring, padre morale della Costituzione dogmatica Gaudium et Spes, nonché acerrimo nemico dell’Enciclica del 1968.
Da lunghissimo tempo si preparava Amoris laetitia, tonnellate di parole scritte, di conferenze, di convegni, di consigli pastorali… per poi giungere ai due recenti sinodi ed ora all’Esortazione apostolica.
Ancora una volta l’antropocentrismo è stato il protagonista indiscusso e con esso le circostanze storiche, sociali e culturali, quelle che determinano la direzione della rosa dei venti della Chiesa contemporanea, come recita la stessa Esortazione: «Sono innumerevoli le analisi che si sono fatte sul matrimonio e la famiglia, sulle loro difficoltà e sfide attuali. È sano prestare attenzione alla realtà concreta, perché “e richieste e gli appelli dello Spirito risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia”, attraverso i quali “la Chiesa può essere guidata ad una intelligenza più profonda dell’inesauribile mistero del matrimonio e della famiglia” (II, 31)».
Quando riascolteremo nuovamente parole di seria disciplina agganciata agli insegnamenti di Cristo e non a quelli della rivoluzionaria teologia e della rivoluzionaria pastorale? Soltanto nelle regole e nella sana educazione si formano uomini e donne forti in grado di formare famiglie forti per una civiltà responsabile di se stessa e delle generazioni future, a dimostrazione di ciò esistono mirabili esempi sia nella macrostoria come nella microstoria. E la castità rientra a pieno titolo nella corretta formazione dei figli di Dio.
La castità è un prisma d’eccellenza che la Chiesa è tenuta ad insegnare affinché possa rifrangersi in esso la luce della volontà non degli uomini, ma di Dio «perché il bene della fede splenda nella debita purezza, le stesse vicendevoli manifestazioni di familiarità tra i coniugi debbono essere caratterizzate dal pregio della castità, in modo tale che i coniugi si comportino in tutte le cose secondo la norma di Dio e delle leggi di natura, e si studino di seguire sempre, con grande riverenza verso l’opera di Dio, la volontà sapientissima e santissima del Creatore» (Casti connubii I).