Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta SS. Fabiano papa e Sebastiano martiri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SS. Fabiano papa e Sebastiano martiri. Mostra tutti i post

sabato 20 gennaio 2018

La chiesa dei tre papi

Nella festa dei SS. Martiri Sebastiano e Fabiano papa, rilanciamo questo contributo storico del card. Brandmüller, risalente a circa tre mesi fa, che, probabilmente, ci apre prospettive sulla Chiesa d’oggi.

Ambito marchigiano, S. Fabiano papa, XVI-XVII sec., Macerata

Paolo Farinati, SS. Sebastiano, Giacomo Maggiore e Fabiano papa, 1582, Verona

Luigi Morgari, S. Fabiano papa, 1896-97, Piacenza

Abramo Spinelli, SS. Sebastiano, Agnese, Fabiano papa, Fermo e Rustico, martiri, 1896, Bergamo

Juan Carreño de Miranda, S. Sebastiano, 1650-60, York Art Gallery, York

Antonio De' Pieri (attrib.), Martirio di S. Sebastiano, 1750 circa, Vicenza



Filippo del Giudice,  Simulacro Argenteo di San Sebastiano Martire, Patrono della Città di Gallipoli, 1770, Basilica Concattedrale di Sant’Agata,  Gallipoli. Si legge alla base ISTEQUE MORBO LIBERAT URBEM!


Nicola Malinconico, Martirio di S. Sebastiano, XVIII sec., Altare di S. Sebastiano, Basilica Concattedrale di Sant’Agata,  Gallipoli

Anton (Toni) Kirchmayr, Martirio di S. Sebastiano, 1890-99, Alba

La chiesa dei tre papi

Seicento anni fa l’elezione “miracolosa” di Martino V pose fine allo scisma d’occidente. Tra divisioni e lotte, una soluzione sembrava impossibile. Lezioni utili per l’oggi



Il conclave dal quale l’11 novembre 1417 il cardinale Odo Colonna uscì come Papa Martino V, rappresenta un evento straordinario nella storia della Chiesa. Sia la situazione di partenza e le circostanze dell’elezione, sia il collegio degli elettori e la procedura stessa non avevano precedenti nella storia dei Papi. Diamo anzitutto uno sguardo alla situazione in cui si trovava la Chiesa quando gli elettori entrarono in conclave a Costanza. La Chiesa, a quel tempo, stava vivendo ormai da quarant’anni in una situazione di scisma. O meglio: dopo l’elezione dell’antipapa Clemente VII, avvenuta a Fondi il 20 settembre 1378, c’erano prima due e poi, dopo il fallito tentativo di composizione a Pisa nel 1409, addirittura tre “Papi”, ognuno dei quali rivendicava la propria legittimità come successore dell’apostolo Pietro.
Per porre fine a quella infelice divisione della Chiesa, nel 1414 il Rex Romanorum Sigismondo, insieme con uno dei tre concorrenti, Baldassarre Cossa, ovvero Giovanni XXIII, convocò un concilio a Costanza, che di fatto fu il sinodo più grande e splendido della Chiesa nel medioevo. In seguito alla rinuncia alle proprie rivendicazioni, fatta lì da due dei tre “Papi” – vale a dire Gregorio XII e Giovanni XXIII (quest’ultimo in seguito alle forti pressioni del concilio) –, rimaneva solo Benedetto XIII, ovvero Pedro de Luna, residente nel regno di Aragona, che venne destituito dal concilio nel 1417.
La strada per un Pastore supremo della Chiesa riconosciuto da tutti era dunque stata spianata. Pertanto, non fu la morte di un Papa legittimo a portare alla sede vacante e al conclave – come di norma accade – bensì la rinuncia, ovvero la destituzione di presunti Papi la cui legittimità era discutibile. È dunque questa la prima peculiarità.
La seconda è rappresentata dalle circostanze di questa insolita elezione. La sua straordinarietà non consiste nel fatto che è avvenuta fuori Roma, bensì che si è svolta durante un concilio appositamente convocato, senza che il concilio stesso partecipasse all’elezione. E questo ci porta al terzo punto: il collegio degli elettori.
Dopo il decreto sull’elezione del Pontefice di Papa Niccolò II del 1059, questo normalmente era costituito solo da cardinali.
Ora, però, a Costanza si pose la domanda se in realtà esistevano ancora cardinali legittimi, poiché quelli che si trovavano lì erano stati tutti creati da uno dei tre antipapi. Ma potevano dei cardinali illegittimi eleggere un Papa legittimo? Con un’urgenza senza precedenti sorse dunque la domanda su chi, in quelle straordinarie circostanze, avesse il diritto di eleggere il Papa. Occorreva senz’altro trovare una soluzione che non potesse essere contestata da nessuna delle parti se non si voleva mettere a repentaglio la riuscita dell’elezione già in partenza. Si trattava di eleggere un unicus et indubitatus pontifex.
Come raggiungere tale obiettivo se la legittimità dei cardinali – anche se riuniti in un unico collegio – comunque non era al di sopra di ogni sospetto? Comunque, se c’erano dubbi circa la legittimità dei cardinali, non c’erano però sui partecipanti al concilio. Furono queste considerazioni ad animare le lunghe consultazioni, in seguito alle quali venne elaborato un sistema elettorale assai complicato. Ma che aspetto aveva? È fuori questione che il peso decisivo dovesse spettare al concilio. Essendo costituito da cinque nazioni – italiana, francese, inglese, tedesca e spagnola – fu deciso che ognuna di loro dovesse scegliere tra i propri membri sei elettori, che si sarebbero uniti al collegio cardinalizio. Riguardo alla votazione stessa, per l’elezione erano necessari almeno due terzi da ciascuno di questi sei gruppi.
Il rischio che tale procedura comportava è evidente: bastavano tre voti di una sola nazione per bloccare l’elezione! Sarebbe mai stato possibile mettersi d’accordo? Che tipo di conclave si profilava? Quali conflitti incombevano? E per quanto tempo si sarebbe stati costretti a sopportare il freddo invernale nelle stanze non riscaldate?
Nondimeno – disse il cardinale francese Fillastre, uno tra i principali artefici del concilio – fu scelto questo sistema di elezione. I cardinali, inoltre, si erano dichiarati disposti ad associarsi a un voto unanime delle nazioni e a rimettere l’intera questione dell’elezione al cielo. Quando il 28 ottobre 1417 fu comunicata questa conclusione, a Costanza suonarono tutte le campane. La regolamentazione fu sancita nella sessio solemnis del concilio del 30 ottobre.
Fu altresì deciso di procedere alla votazione anche in assenza dei cardinali rimasti con Benedetto XIII, a meno che non fossero arrivati a Costanza prima della conclusione del conclave e si fossero uniti al concilio. Al tempo stesso venne istituita una commissione composta da due cardinali e due deputati di ciascuna nazione, che doveva riunirsi subito per occuparsi dei preparativi tecnici e giuridici del conclave.
Bisognava poi scegliere i conclavisti, vale a dire i due segretari o servitori che potevano accompagnare ogni elettore. Tra questi ci furono senz’altro personaggi di rango e di spicco, al cui consiglio non si voleva rinunciare e che a loro volta consideravano questo compito un onore. Inoltre, avrebbe potuto dare loro la possibilità di esercitare una certa influenza. Infine furono nominati anche i guardiani del conclave.
Durante la sessio solemnis dell’8 novembre tutte queste persone prestarono giuramento dinanzi al cardinal decano de Brogny, dopo la lettura delle disposizioni per il conclave di Clemente II, che attenuavano un poco le rigide disposizioni di Ubi periculum di Gregorio X. Pertanto, gli elettori poterono farsi accompagnare da due conclavisti e fu abolita la limitazione a pane e acqua. Si pranzò presto, cavalcando poi verso la piazza antistante il palazzo vescovile, dove re Sigismondo salutò ognuno dei 53 elettori con una stretta di mano. Riuniti intorno a lui, tutti si inginocchiarono, dopodiché il vice-camerlengo di Santa Romana Chiesa Manroux, Patriarca titolare di Antiochia, uscì dalla cattedrale con il servizio liturgico, pronunciò alcune preghiere e impartì la benedizione a quanti erano lì presenti. Poi tutti montarono di nuovo a cavallo e si recarono – Sigismondo in testa – al “magazzino” sulle rive del lago, dove era stato allestito il conclave.
Davanti al portone, il Rex Romanorum accolse di nuovo ogni singolo elettore, chiedendo a ciascuno di mettere da parte qualsiasi passione e considerazione umana e dare alla Chiesa, in pace e amicizia, un Pastore gradito a Dio.
Il Gran Maestro dell’Ordine cavalleresco di Rodi – oggi di Malta – chiuse il portone e da quel momento rimase lì giorno e notte. Era accompagnato da due principi, che avevano appeso al collo le chiavi del conclave, mentre sei uomini armati facevano la guardia sulle scale. L’osservatore, al quale dobbiamo questo racconto, notò che nessuno osò dire anche una sola parola.
Davanti alle scale che portavano al magazzino, gli scrutatores ciborum avevano un grande tavolo, sul quale dovevano esaminare tutto il cibo e le bevande che venivano portati, per verificare che non ci fossero, per esempio, messaggi nascosti. Il mattino seguente sarebbero poi iniziate anche le processioni rogatorie quotidiane, per impetrare la benedizione di Dio sull’elezione.
Gli elettori erano quindi entrati in conclave. La vista che si offrì loro probabilmente li rallegrò, poiché da agosto erano stati compiuti grandi sforzi per rendere il magazzino un teatro degno dell’evento storico. Nei due piani superiori erano state create, separandole con dei tendaggi, cinquantasei celle doppie, tutte arredate, di cui tre erano riservate ai cardinali che eventualmente sarebbero giunti da Peñíscola. Naturalmente era stata allestita anche una cappella. Probabilmente non fu accolto con altrettanto piacere il fatto che le finestre del primo piano fossero state murate e che quelle del piano superiore fossero state sprangate con delle assi, costringendo gli elettori a vivere giorno e notte alla luce delle candele.
È sempre il cronista Richental, con il suo amore per i dettagli e le sue conoscenze, a darci informazioni precisissime sull’allestimento del conclave, raccontandoci perfino che c’erano due “camere segrete”, una per piano. L’arredamento delle singole celle consisteva in un letto e un tavolo. Davanti alla cella c’era una cameretta per il conclavista. La distribuzione era organizzata in modo che nessuno avesse un vicino della propria nazione. Ora potevano sistemarsi – nessuno sapeva per quanto – nelle loro camerule.
Era già notte e ancora non era stato chiamato l’extra omnes. Sigismondo, sapendo che il vice-camerlengo Louis Aleman – persona a lui non grata – doveva trovarsi lì d’ufficio, agitato si recò dagli elettori riuniti nella cappella del conclave lamentandosi amaramente della nomina di Aleman: o se ne va lui – concluse – o me ne vado io! Per evitare uno scandalo, gli elettori spinsero il vice-camerlengo a nominare per quella volta un suo sostituto. La sua scelta cadde sull’abate di Tournus e Sigismondo lasciò il conclave, che dunque venne chiuso.
Il racconto più dettagliato e cronologicamente preciso degli eventi nel conclave è quello indirizzato dall’ambasciatore aragonese Felip de Malla al suo re. Secondo tale racconto, l’elezione vera e propria iniziò la mattina del 9 novembre, dopo che Fillastre ebbe celebrato la messa e Brogny ebbe rivolto un discorso agli elettori, ricordando l’immensa responsabilità a loro affidata. Per prima cosa le persone riunite chiarirono la maniera in cui si sarebbe proceduto, in particolare la questione del modo della votazione, decidendo che si doveva votare per iscritto, ma non in segreto. Durante questi chiarimenti, nel conclave si udirono le preghiere e i canti della grande processione rogatoria quotidiana del concilio, che era appena passata per la prima volta davanti al magazzino. Il testimone racconta che in seguito anche nel conclave si era diffuso un clima di contemplazione e di devozione. Non pochi avevano versato lacrime di pia commozione e de Malla vedeva in ciò un segno della serietà e della purezza d’intenzione che animavano gli elettori. Dopo essersi accordati sulla procedura dell’elezione, la maggior parte di loro si ritirò nella propria cella per meditare e, come osserva in particolare lo stesso de Malla, malgrado gli spazi ristretti, nei piani superiori del magazzino regnarono silenzio e raccoglimento. La mattina del 10 novembre ci si alzò molto presto per assistere a tre messe celebrate dal vescovo de Dominicis e dai cardinali de Chalant e Fillastre. Seguì poi il primo scrutinium. Naturalmente nelle settimane precedenti erano già stati fatti nomi di papabili, e generalmente si pensava a un italiano. L’aragonese Macià des Puig riferì al suo re che si parlava di Colonna e Foix, ma anche di Bertrands, il vescovo di Ginevra, e di Conzié. Si attendeva dunque con grande interesse il risultato della prima tornata.
Dopo che l’ultimo votante ebbe depositato la sua scheda nell’urna, il cardinale diacono più anziano – si trattava di Saluzzo – si avvicinò, estrasse ogni singolo foglio, lesse a voce alta i nomi che vi erano scritti, chiedendo poi se l’elettore riconosceva la scheda come propria. Emerse così che spesso su una scheda erano stati scritti più nomi, fino a dodici, secondo Fillastre. Successivamente uno dei notai lesse quanto da lui scritto, per confrontarlo con quanto annotato da altri, dopodiché ci fu il conteggio. Per un caso fortuito, nell’Archivio di stato di Torino ho trovato le annotazioni di un anonimo partecipante al conclave, che ha preso appunti durante la lettura del risultato della votazione. Fillastre nella sua relazione si limita a osservare che non è stata raggiunta la maggioranza dei due terzi.
Tuttavia, i dettagli del risultato non sono privi d’interesse, poiché rappresentano più la selezione di possibili candidati che una vera e propria elezione. In effetti, compaiono alcuni nomi di personaggi notoriamente considerati papabili. Basta analizzare il voto dei cardinali in tal senso. Essi erano concentrati su Brogny (8), Lando (12), Saluzzo (13), Colonna e Fillastre (5 ciascuno). Dalle nazioni degli inglesi e dei tedeschi i cardinali ottennero solo qualche singolo voto.
Di nuovo, il pomeriggio del 10 novembre non ci fu alcun atto ufficiale del conclave, ma ci furono colloqui privati, dai quali emersero diverse preoccupazioni e timori. L’accumulo di nomi su una singola scheda era considerato inopportuno da alcuni, che invitavano a una votazione chiara, palese. Altri invece vedevano questo accumulo piuttosto come una facilitazione dell’accesso, che alla fine era ciò che importava. Non pochi espressero la loro preoccupazione che potessero scoppiare momenti di discordia, e che dunque si potesse profilare un conclave molto lungo. Ma tutti ci tenevano in modo evidente a mantenere la concordia e la pace.
Passò così un altro giorno. Quello seguente, festa di san Martino, iniziò con una messa, celebrata questa volta dal cardinale Panciera, e con preghiere per una buona votazione. Seguì dunque il secondo scrutinium. Mentre venivano contati i voti e la tensione cresceva, la processione rogatoria quotidiana si avvicinò di nuovo al magazzino. Il canto degli inni – c’erano 150 voci bianche – penetrò anche le mura del conclave, e il nostro testimone catalano afferma di non avere mai sentito un canto tanto commovente, addirittura celestiale, come quello. Molti di quanti erano lì riuniti si erano commossi fino alle lacrime e avevano seguito spontaneamente l’invito a inginocchiarsi e pregare. Con voce smorzata venne cantato il Veni creator, de Brogny pronunciò l’orazione Deus, qui corda fidelium, poi tutti tornarono al proprio posto e fu completato il conteggio dei voti. Il risultato non fece presagire ancora nessun cambiamento di tendenza. Il numero dei voti dei cardinali per i favoriti cambiò in modo poco rilevante. Colonna guadagnò tre voti, arrivando a otto. Anche questa volta non era stata presa alcuna decisione. La ragione per cui non ci fu una terza tornata non viene spiegata da nessuno dei nostri testimoni, i quali raccontano solo che a quel punto avvenne l’accesso.
Gli eventi iniziarono a precipitare. Gli spagnoli si accordarono sul vescovo di Ginevra e i cardinali Brogny e Saluzzo, gli italiani e gli inglesi su Colonna; a loro si unirono – improvvisamente – anche Correr e Condulmer, e poi l’intera Natio Germanica. Da quella Hispanica, a Colonna mancavano solo i voti dei vescovi di Cuenca, Badajoz e Dax. E anche tre da quella Gallicana. Nemmeno il tempo di due Padre nostro, e l’elezione fu fatta. Mai come in quel momento – così Felip de Malla – aveva sentito tanto la forza della preghiera. Nel giro di mezz’ora – il “protocollo” di Torino parla addirittura di soli venti minuti – era avvenuta l’accesso e c’era stata una votazione unanime in plena et perfecta concordia.
Alla domanda se accettasse l’elezione, Colonna rispose: “Dio Onnipotente, tu rendi giusto il peccatore, tu hai fatto questo, a te onore e gloria”.
Poi, in ordine di rango e dignità, i singoli elettori e conclavisti si fecero avanti per baciare piede, mano e labbra al Papa. Così venne accettato da tutti come Pontefice massimo e romano – dice Fillastre – e gli venne suggerito di prendere il nome del santo del giorno, Martino, cosa che egli fece. Il Papa si recò poi nella sua cella e indossò le vesti pontificali, dopodiché fu sollevato sull’altare della cappella del conclave e venne intonato il Te deum, questa volte ad alta voce. Il vice-camerlengo Louis Aleman fu fatto entrare nel conclave attraverso la finestra, dopodiché venne aperto il portone e annunciato: Habemus Papam. Sigismondo, raggiante di gioia, fu il primo a entrare, seguito dagli altri guardiani del conclave, per rendere l’obbedienza al Papa.
Subito, e senza pranzare, fu poi organizzata la processione solenne, che a causa dell’incredibile folla accalcata nelle strade, raggiunse la cattedrale solo a fatica. Lì il Papa impartì la benedizione, e poi tutti a tavola. “Gloria e lode all’Altissimo, che ha fatto accadere questo in pace e ha fatto unire la Chiesa sotto un solo capo”, così Fillastre.
L’elezione unanime di un verus, unicus et indubitatus pontifex fu il vero e storico atto del concilio. Con essa, il concilio, che solo poche settimane prima era diviso in partiti, aveva superato se stesso. Questo, perlomeno, ritenevano i partecipanti al concilio de Malla e il senese Mignanelli. Se avevano nutrito grandi timori proprio in considerazione della procedura elettorale complicata e per questo suscettibile di creare contrattempi, nelle loro relazioni sul conclave diedero ampia espressione alla loro meraviglia e allo stupore per l’effettivo svolgimento dell’elezione. Furono unanimi anche nell’esprimere, con parole convinte, perfino commosse, la loro gratitudine per la pace, la concordia e l’amore, come anche l’alto senso di responsabilità e di pietà che secondo avevano regnato nel conclave. Essi sono ancor più convincenti in quanto le loro relazioni – se si prescinde forse da quella di Fillastre – non erano destinate al pubblico, bensì alla cancelleria reale di Aragona e al Concistoro di Siena, quindi a uso interno.
Questo conclave di Costanza appare dunque come un evento di straordinaria spiritualità, che veniva percepito tanto più come un dono del cielo, in quanto gli antefatti erano di tutt’altro genere. Non solo i testimoni diretti, ma anche l’intera cristianità furono colmati di grande gioia e gratitudine per questa elezione e per la fine dello scisma che essa portò. Una testimonianza eloquente di ciò sono per esempio le cronache cittadine tedesche del tardo medioevo, nessuna delle quali menziona il concilio senza ricordare la felice elezione di Martino V: Item an sant Martins tag ward der babst Martinus erwölt, ain ainiger babst, gott sei gelopt. (Proprio il giorno di san Martino è stato eletto Papa Martino, un unico Papa, sia lode a Dio).

L’autore è presidente emerito del Pontificio comitato di Scienze storiche. Arcivescovo, il 20 novembre 2010 è stato creato cardinale da Benedetto XVI.

mercoledì 20 gennaio 2016

“Itaque paulo post confirmáta valetúdine, Diocletiáno óbviam factus, ejus impietátem libérius accusávit. Cujus aspéctu cum ille primum obstupuísset, quod mórtuum créderet; rei novitáte et acri Sebastiáni reprehensióne excandéscens, eum támdiu virgis cædi imperávit, donec ánimam Deo rédderet. Ejus corpus in cloácam dejéctum Lucína, a Sebastiáno in somnis admónita ubi esset et quo loco humári vellet, ad Catacúmbas sepelívit, ubi sancti Sebastiáni nómine célebris ecclésia est ædificáta” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTORUM FABIANI PAPÆ et SEBASTIANI MARTYRUM

Quando ancora la disciplina della politurgia era in vigore a Roma, perciò, si celebrava oggi una doppia messa, con due stazioni distinte, l’una nel cimitero di Callisto, presso la tomba di papa Fabiano, l’altra nel cimitero vicino ad Catacumbas, presso il sepolcro di Sebastiano. Tale è la disciplina rappresentata dal Feriale Filocaliano e dalla Depositio Martyrum del 354: XIII kal. Febr. Fabiani in Callisti et Sebastiani in Catacumbas. Una cinquantina di anni separa il martirio del papa Fabiano (250 d.C.) e quello di Sebastiano (303 d.C.).
Gli antichi sacramentari mantengono questa distinzione di messe, attribuendo tuttavia a san Sebastiano, in ragione della popolarità del suo culto, la prevalenza sul papa Fabiano. Le feste dei martiri, in effetti, entrarono nelle basiliche urbane, i libri liturgici continuarono a proporre due formulari propri, ad eccezione dell’epistolario che non conosceva che la festa di san Sebastiano. Ora san Fabiano era piazzato al primo posto, nella sua qualità di papa, ora si dava la priorità a san Sebastiano, molto popolare come protettore contro la peste. Fu così a Roma sino a metà del XII sec. Dei cinque documenti che si considerano solitamente per stabilire il calendario del XII sec., tre danno il passo a san Fabiano e due a san Sebastiano. Ora, nella seconda metà di quel secolo, tanto al Laterano quanto al Vaticano, si riunirono le due celebrazioni in una sola. Sfogliando i libri si assiste a questa fusione. Il messale del Laterano contiene la messa Intret dal proprio di più Martiri, ma con due orazioni, che sono dette sub una clausula, precisa l’Ordo. Quest’ultimo espone il cambiamento poggiandosi su un manoscritto che prende a torto per testimonianza autentica del sacramentario gregoriano, imitantes videlicet beatum Gregorium, qui in sacramentario officium missae huius diei utrisque commune instituit.
Per quanto concerne l’ufficio, deplora che questo sia ancora tutto intero di san Sebastiano: quia iam multum praevaluit, ideo consuetudini ratio cedit.
Nel Vaticano, l’ufficio è ugualmente di san Sebastiano, ma totum tertium Nocturnum facimus de sancto Fabiano, di cui si fa ugualmente memorie nelle Lodi. Questo fatto non è senza interesse, perché permette di percepire i primi indici di una mutazione della liturgia romana, che sarà sempre meno legata alle condizioni locali della Città apostolica. Si passa dalla liturgia cimiteriale e basilicale di Roma alla liturgia della Curia romana (Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 215-216).
Gli antichi si accordarono per attribuire all’intercessione del soldato martire, difensore della Chiesa, un gran numero di prodigi, che gli valsero la rinomanza di taumaturgo, tanto che, nella lettura del Vangelo quanto nell’antifona per la comunione, è a lui che si ricollegano oggi le parole di san Luca secondo cui una grande moltitudine di infermi accorrevano al Salvatore perché da Lui usciva una potenza che guariva tutti.
Nel Medioevo, si invocava specialmente san Sebastiano contro la peste. Paolo Diacono racconta che nel 670, la peste cessò a Roma quando si dedicò un altare al Santo nella Basilica di San Pietro in Vincoli (Paulus Diaconus, Historia Langobardorum, lib. VI, cap. 5), con una celebre effigie del Santo in mosaico, con sembianze senili e barbuto, risalente ad un decennio dopo (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 209).



San Sebastiano, 680 circa, Basilica di San Pietro in Vincoli, Roma

I testi storici più antichi, con riferimento a san Sebastiano, si trovano in un passaggio della spiegazione dei salmi di sant’Ambrogio: «Lasciateci proporvi l’esempio del santo martire Sebastiano. Egli era milanese di ascita. Forse il persecutore dei cristiani aveva lasciato Milano, ovvero non vi era mani venuto, oppure era più tenero. Sebastiano vide non vi era alcuna occasione di combattimento o che si rammolliva. Partì, dunque, per Roma dove, a causa dello zelo dei cristiani per la loro fede, la lotta era calda. Vi soffrì e vi fu coronato». Per questo, Ambrogio definisce il santo come: «Sebastianus vir Christianissimus Mediolanensium» (AmbrosiusIn psalm CXVIII, sermo XXII).
I testi liturgici in uso nel Messale tradizionale – che celebrano i due santi insieme con Messa doppia – sono quelli dell’antica messa stazionale di san Sebastiano, salvo un piccolo numero di modifiche. In effetti, numerosi manoscritti omettono interamente san Fabiano ed il più antico lezionario romano, quello del VII sec., come ce lo fa conoscere un manoscritto di Würzburg, indica per questo giorno non soltanto l’epistola, ma anche la lezione profetica dell’Antico testamento, secondo l’uso romano nelle più grandi solennità dell’anno (24: IN NAT SCI SEBASTIANI lec epis beati pauli apos ad ebreos FF sci per fidem uicerunt regna usq. testimonium fidei probati inuenti sunt in xpo ihu dno25: IN NAT UBI SUPRA lec lib sapi salo. reddidit ds mercidem laboris scorum usq. manuum tuam laudauerunt partier dne ds noster).
È inutile aggiungere che la messa di san Sebastiano, come tutte le altre, ha sempre nei sacramentari un prefazio speciale. Il fatto di aver soppresso tutte gli antichi prefazi propri di ciascuna domenica e di ogni festa dell’anno, che sono così belli e che caratterizzavano così bene la liturgia romana, è stato un vero impoverimento imposto al nostro Messale ed una gran perdita per la pietà ecclesiastica. Forse si può sperare in una correzione del Messale juxta codicum fidem (così come vi è già stato per l’antifonario gregoriano da parte di san Pio X), in cui gli antichi prefazi del sacramentario di san Gregorio riprenderanno il loro spazio nella liturgia?
Originariamente le due messe, quella di san Sebastiano come quella di san Fabiano, avevano le collette proprie; quando si fusero queste due stazioni, ci si accontentò di aggiungere il nome di Sebastiano a quello di Fabiano nelle collette del Comune dei martiri pontefici.
La lettura odierna, tratta dall’Epistola agli Ebrei, già assegnata nel Lezionario di Würzburg alla messa di san Sebastiano, descrive sotto dei vivi colori tutte le sofferenze sopportate dai giusti dell’Antico Testamento a causa della loro fede. Non è semplicemente, in effetti, il fatto di soffrire che ci rende graditi a Dio, ma, come insegna l’Apostolo, è la confessione della fede in mezzo ad opere virtuose ed alle sofferenze, che ci merita la corona: Hi omnes testimonio fidei probati inventi sunt. Per questo la Chiesa canta nell’ufficio di Terza:
Os, lingua, mens, sensus vigor
Confessionem personent,
affinché ogni momento confessiamo il nome di Gesù Salvatore, cioè avanziamo a grandi passi nella via della salvezza.
Nel Comes di Würzburg, la seconda lettura dell’Antico Testamento per la sinassi di questo giorno ad catacumbas, è tratta dal Libro della Sapienza (10, 17-20), laddove è celebrata la vittoria degli Israeliti sugli Egiziani, allorché Jahvé fu il vendicatore del suo popolo e sua guida attraverso il deserto.
Il responsorio è tratto dal celebre cantico di Mosé nell’Esodo (15, 2, 6), dopo il passaggio del mar Rosso ed in origine era in relazione con la pericope precedente del libro della Sapienza. Il mar Rosso nel quale Satana è stato abbattuto è il martirio, nel mezzo del quale gli eroici atleti del Cristo hanno trionfato dei loro persecutori. Questi ultimi li hanno posti sui cavalletti e sui roghi, per strappare la fede dal loro cuore; ma l’anima invincibile dei martiri è giunta sana e salva alla riva dell’eternità ed i boia hanno compreso tutta la vergogna della loro disfatta.
Il vangelo (Lc 6, 17 -23), dove si parla dell’intervento di Gesù a profitto dei malati, si adatta molto bene a san Sebastiano, che l’antichità cristiana venerava come protettore speciale contro le epidemie. Nella basilica esquilina di San Pietro in Vincoli, si conserva ancora l’altare con l’immagine in mosaico del grande martire che fece erigere il papa Agatone per liberare Roma dalla peste che l’affliggeva. Questa devozione popolare verso san Sebastiano era generale in Italia, e specialmente a Roma, dove si contano almeno nove antiche chiese in onore del santo. Oltre la basilica costantiniana ad Catacumbas (su quest’antica basilica, cfr. Mariano Armelliniop. cit., pp. 896-900; Ch. HuelsenLe Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 460), nel quartiere Ardeatino, denominata Basilica di San Sebastiano fuori le mura, e le cui catacombe erano veneratissime da San Filippo Neri, il quale proprio qui ricevette, nel 1544, dallo Spirito Santo il dono di un’ardente carità che fece dilatare il suo cuore (cfr. Armelliniop. cit., p. 898), ce n’era una – in verità un oratorio - nel Patriarchium del Laterano, eretta dal papa Teodoro (chiesa di San Sebastiano in Laterano) (ibidem, p. 106); un’altra si elevava sul Palatino, vicino all’ippodromo dove san Sebastiano aveva sofferto il martirio, e che sorge accanto al Foro Romano ed al Colosseo, nell'area dell'antico tempio inizialmente dedicato al Sol Invictus Elagabal (c.d. Elagabalium), eretto dall'Imperatore Eliogabalo all'inizio del I sec. d.C. e di cui si vedono ancora tracce delle fondamenta nello spiazzo adiacente la chiesa, ed in seguito a Giove, e che custodiva diversi oggetti sacri, tra cui il Palladio di Atena, portato da Troia (Chiesa di San Sebastiano alla Polveriera o al Palatino, o di Santa Maria in Pallara o in Pallaria) (ibidem, pp. 524-525; Ch. Huelsenop. cit., pp. 353-355); un’altra si trovava vicino al Tevere, nella regione Arenula, rione Regola (chiesa di San Sebastiano de Arenula) (cfr. Armelliniop. cit., p. 398); una quarta (chiesa di San Sebastiano a Scossacavalli) (ibidem, p. 778), una quinta (chiesa di San Sebastiano in via Pontificum) (ibidem) ed una sesta tuttora esistente, eretta da papa San Pio V nel 1568, e non lontana dal Colonnato del Bernini (Chiesa dei Santi Martino e Sebastiano degli Svizzeri) (ibidem, p. 783) nel quartiere di Borgo, vicino a San Pietro; ce n’era infine una sesta sulla c.d. via papale, laddove, secondo la tradizione, il corpo di san Sebastiano sarebbe stato gettato in una cloaca e recuperato da santa Lucina, serva della matrona sant’Irene di Roma (cfr. Armelliniop. cit., p. 455; Ch. HuelsenLe Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 460-461).
Nel Medioevo, il capo di san Sebastiano fu trasportato da Gregorio IV sul monte Celio, nella basilica dei Quattro Santi Coronati (cfr. Armelliniop. cit., pp. 499-500); quasi nello stesso tempo, una parte importante delle sue reliquie passò all’abbazia di San Medardo di Soissons. In quest’occasione una piccola fiala, contenente alcune gocce del suo sangue, rimase nell’abbazia imperiale di Farfa in Sabinia, dove le reliquie avevano ricevuto l’ospitalità la notte seguente la partenza da Roma del gruppo dei monaci di Soissons.
Roma cristiana ha dedicato a papa Fabiano una chiesa nel quartiere Tuscolano, in piazza Villa Fiorelli. Essa, eretta a parrocchia nel 1933, fu costruita nel 1936 (Chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio). Fu istituita come titolo cardinalizio nel 1973 (titolo dei Santi Fabiano e Venanzio a Villa Fiorelli).
Il frutto eterno menzionato nella preghiera prima dell’anafora è la grazia, cioè il dono di Dio, che, per sua natura, non è soggetto a revocazione né a ripensamento. Questo dono, al contrario, nel disegno magnifico di Dio, vuole svilupparsi continuamente nell’anima, cioè donarsi sempre più all’uomo, affinché lo renda gradualmente capace del possesso beatifico di Dio nel paradiso.
Dio ha congiunto dei tesori di grazie e di meriti ai modesti atti del nostro culto, e noi, al contrario, languiamo in una moltitudine di miserie e di mali fisici e spirituali, unicamente perché non abbiamo una fede sufficiente per ricorrere ai rimedi che ci offre la bontà divina (Lc 6, 17 e 19). Questa salutare virtù del Salvatore non è venuta meno dopo l’Ascensione. Ancora oggi, entriamo in contatto con Gesù nei Sacramenti, le ispirazioni, le predicazioni, le tribolazioni della vita stesse, e se in tutte queste circostanze ci avvicinassimo a Lui con fede, sgorgherebbe da Lui una virtù in grado di guarire tutte le nostre infermità.
Ecco quello che è il mondo agli occhi della fede: Multitudo languentium, una moltitudine di persone che languiscono, tanto più degni di compassione che, tra esse, ben poco numerose sono quelle che, a somiglianza degli infermi di cui parla oggi il Vangelo, vanno dal celeste medico Gesù.
Alla tomba primitiva di san Sebastiano, ritrovata tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 apud vestigia Apostolorum sulla via Appia, si rapporta un frammento della balaustra o transenna di marmo con quest’iscrizione del V sec., risalente all’epoca di papa Sant’Innocenzo I:
TEMPORIBUS • SANCTI
INNOCENTI • EPISCOPI
PROCLINVS • ET • VRSVS • PRAESBB
TITVLI • BYZANTI
SANCTO • MARTYRI
SEBASTIANO • EX • VOTO • FECERVNT
Questo monumento si trova oggi al museo del Laterano (cfr. Armelliniop. cit., p. 896).



Ambito senese, Madonna con Gesù Bambino in gloria con angeli tra i SS. Sebastiano e Fabiano, 1620 circa, chiesa di S. Giorgio, Montemerano

Scuola lunigianese, SS. Fabiano e Sebastiano, XVII sec., museo diocesano, Massa Carrara-Pontremoli

Giuseppe Marchesi, SS. Fabiano e Sebastiano, XIX sec., museo diocesano, Trento

Ambito romano, Madonna con Bambino tra i SS. Fabiano e Sebastiano, XVII-XVIII sec., museo diocesano, Rieti 

Pietro Perugino, S. Fabiano, 1481-83, Cappella Sistina, Città del Vaticano, Roma

Pietro Perugino, SS. Irene e Sebastiano, Polittico di S. Agostino, 1502-12, Museo di Grenoble, Grenoble


Raffaello Sanzio, Ritratto (del pittore) come S. Sebastiano, 1503, Collezione Lochis, Accademia Carrara, Bergamo

Ambito di Carlo Dolci, S. Sebastiano, XVII sec., collezione privata

Josse Lieferinxe, S. Sebastiano curato Irene, 1497 circa, Philadelphia Museum of Art, Philadelphia 


Josse Lieferinxe, Pellegrini alla tomba di S. Sebastiano, 1497 circa, Galleria Nazionale d'Arte Antica, Roma

Ludovico Carracci, S. Sebastiano gettato nella Cloaca Massima, 1612, Getty Museum, Los Angeles

Dirck van Baburen, S. Irene recupera S. Sebastiano, 1615, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Gerrit van Honthorst (Gherardo delle Notti), Martirio di S Sebastiano, 1623 circa, National Gallery, Londra

Jan Van Bijlert, S. Sebastiano assistito da S. Irene, XVII sec., collezione privata

Carlo Dolci, S. Sebastiano curato da S. Irene, XVII sec., collezione privata

Pierre Jérôme Lordon, Sepoltura di S. Sebastiano, XIX sec., Fondation Calvet, Avignone

Lorenzo Vaccaro - Domenico Antonio Ferro, Busto argenteo di S. Sebastiano, 1709, museo diocesano della Cattedrale di S. Paolo, Aversa



Francesco Papaleo, S. Fabiano ed angeli, XVIII sec., Cappella Albani, Basilica di S. Sebastiano fuori le mura, Roma.
Sotto la statua di San Fabiano si conserva la reliquia del suo cranio.





Tomba di S. Sebastiano, Basilica di S. Sebastiano fuori le mura, Roma





Antonio Giorgetti, Martirio di S. Sebastiano, Basilica di S. Sebastiano fuori le mura. Roma


Reliquie di S. Sebastiano (copia di una delle frecce e frammento della colonna del martirio) Basilica di S. Sebastiano fuori le mura. Roma