Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 12 agosto 2019

Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

Lo scorso giugno ricordavamo, in un articolo di don Nicola Bux e Francesco Patruno, il centenario dell’incontro tra S. Francesco ed il sultano d’Egitto, in cui si metteva in rilievo come il significato di quell’incontro fosse ben diverso dalla vulgata che, oggi, vorrebbe dare a quell’incontro (v. S. Francesco ed il Sultano d'Egitto. Un'interpretazione storica da rivederequi).
Senz’altro, tra le più fedeli interpreti del Poverello d’Assisi, ed anzi sua pianticella, gelosamente coltivata ed accudita presso San Damiano, vi è Chiara d’Assisi, della quale celebriamo quest’oggi la festa. Ella, senz’altro, quale fedele interprete di Francesco, ci mostrò come comportarsi, ritenendo i musulmani non come fratelli, bensì come nemici.
Nella festa di questa Santa, perciò, non possiamo far a meno che ricordare quell’evento di un venerdì del settembre 1240, come narratoci da Tommaso da Celano.


Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

a cura di Giuliano Zoroddu

Il Serafico Patriarca Francesco, come si sa, nel 1219 volle andare in Egitto al seguito dei Crociati e si presentò allo stesso Sultano al-Malik al-Kāmil per predicare a lui e ai suoi, seguaci del falso profeta Maometto, “il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo” (vedi qui). Similmente ed in modo egualmente poco ecumenico, ebbe a confrontarsi coi Maomettani (soldati saraceni al soldo dell’empio e più volte scomunicato Federico II di Svevia), nel 1240, la sua prima discepola, santa Chiara “prima pianta delle Povere Donne dell’Ordine dei Minori”, come ci racconta il beato Tommaso da Celano.

 “Il Signore ti ha benedetta comunicandoti la sua possanza, e ha per mezzo di te annichilati i nostri nemici
(Giuditta, XIII, 22. Alleluia della messa propria di S. Chiara)


Piace a questo punto raccontare i portenti delle sue orazioni, con altrettanta aderenza alla verità quanto sono degni di venerazione.
In quel periodo travagliato che la Chiesa attraversò in diverse parti del mondo sotto l’impero di Federico, la valle Spoletana beveva più spesso delle altre il calice dell’ira. Erano stanziate lì, per ordine imperiale, schiere di soldati e nugoli di arcieri saraceni, fitti come api, per devastare gli accampamenti, per espugnare le città. E una volta, durante un assalto nemico contro Assisi, città particolare del Signore, e mentre ormai l’esercito si avvicina alle sue porte, i Saraceni, gente della peggiore specie, assetata di sangue cristiano e capace di ogni più inumana scelleratezza, irruppero nelle adiacenze di San Damiano, entro i confini del monastero, anzi fin dentro al chiostro stesso delle vergini.
Si smarriscono per il terrore i cuori delle Donne, le voci si fanno tremanti per la paura e recano alla Madre i loro pianti. Ella, con impavido cuore, comanda che la conducano, malata com’è, alla porta e che la pongano di fronte ai nemici, preceduta dalla cassetta d’argento racchiusa nell’avorio, nella quale era custodito con somma devozione il Corpo del Santo dei Santi.
E tutta prostrata in preghiera al Signore, nelle lacrime parlò al suo Cristo: «Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani di pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi, Signore, ti prego, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso salvare». Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dalla nuova arca di grazia: «Io vi custodirò sempre!». «Mio Signore – aggiunse – proteggi anche, se ti piace, questa città, che per tuo amore ci sostenta». E Cristo a lei: «Avrà da sostenere travagli, ma sarà difesa dalla mia protezione».
Allora la vergine, sollevando il volto bagnato di lacrime, conforta le sorelle in pianto: «Vi dò garanzia, figlie, che nulla soffrirete di male; soltanto abbiate fede in Cristo!». Né vi fu ritardo: subito l’audacia di quei cani, rintuzzata, è presa da spavento; e, abbandonando in tutta fretta quei muri che avevano scalato, furono sgominati dalla forza di colei che pregava.
E subito Chiara ammonisce quelle che avevano udito la voce di cui sopra ho parlato, dicendo loro severamente: «Guardatevi bene, in tutti i modi, dal manifestare a qualcuno quella voce finché io sono in vita, figlie carissime».

TOMMASO DA CELANO, Leggenda di Santa Chiara Vergine, in Fonti Francescane, Padova, 2011 (III Edizione), n. 3201-3202

venerdì 12 agosto 2016

Quando santa Chiara arrestò i saraceni ad Assisi

Nella festa tradizionale di S. Chiara d’Assisi, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi (cfr. anche Gregory Di Pippo, Miracles of St Clare of Assisi, in NLM, Aug. 11, 2016).

Felice Torelli, Madonna che porge il Bambino a S. Chiara, con S. Francesco, XVII sec.

Claudio Ridolfi, Madonna del Rosario con Bambino con i SS. Francesco, Ubaldo, Caterina d'Alessandria e Chiara, 1624 circa, Senigallia 

Elia Naurizio, S. Chiara, 1650 circa, chiesa di S. Maria Maddalena, Preore

Ambito dell'Italia centrale, SS. Francesco e Chiara dinanzi al Crocifisso, 1630-80, Rieti

Domenico Fiasella, S. Chiara scaccia i saraceni, 1667, chiesa di S. Giovanni Battista, Montoggio

Ambito laziale, Madonna col Bambino incoronano S. Chiara la quale schiaccia Satana, XVIII sec., Tivoli

Giustino Lombardo, S. Chiara mette in fuga i saraceni con l'ostensorio, XVIII sec.

Niccolò De Filippis, Estasi di S. Chiara, XVIII sec., museo diocesano, Bari


Francesco Giordano, S. Chiara scaccia i saraceni, 1727, chiesa della SS. Annunziata, Avigliano

Leonardo Antonio Olivieri, S. Chiara in gloria, 1740-60

Sebastiano Conca, S. Chiara, 1750 circa

Giambettino Cignaroli, Madonna delle con i SS. Francesco e Chiara, 1761, Bergamo

Ambito veronese, S. Chiara con l'ostensorio, XIX sec., Verona

Luigi Morgari, S. Chiara con l'ostensorio, pannello del Polittico del Sacro Cuore, 1920 circa

Quando santa Chiara arrestò i saraceni ad Assisi

di Cristina Siccardi

Mentre nelle chiese si accolgono i musulmani e li si rende partecipi delle proprie liturgie, come è accaduto dopo l’assassinio del parroco di Saint-Etienne-du-Rouvray, accadono contemporaneamente episodi sacrileghi per loro mano perché l’Islam possiede nel suo patrimonio genetico il dovere di infierire e piegare gli infedeli. Le recenti profanazioni nelle chiese di Venezia sono la dimostrazione che la moderna pastorale ecumenica, che oggi invita ad una blasfema convivenza religiosa e non ad una oculata tolleranza, porta a creare situazioni che si ritorcono contro la Chiesa stessa.
Dopo il braccio spezzato al Cristo settecentesco di San Geremia a Venezia da parte di un franco-magrebino, ora espulso, pochi giorni dopo quattro donne musulmane velate hanno sputato sul Crocifisso della chiesa di San Zulian, vicina alla Basilica di San Marco. In questo sacro luogo entrano addirittura degli islamici per pregare Allah e quando sono stati ripresi dal sacrestano, il quale li ha invitati ad andare nelle loro moschee, essi hanno risposto spavaldamente che sono autorizzati a pregare proprio lì, perché «possiamo, il Papa ci ha dato il permesso»
Di fronte agli invasori musulmani santa Chiara di Assisi (festa liturgica: 12 agosto per il calendario del Vetus ordo e 11 agosto per quello del Novus ordo) reagì ben diversamente dalla Chiesa di Papa Francesco. Al tempo della santa essi venivano chiamati saraceni (termine utilizzato a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medioevo per indicare i popoli provenienti dalla penisola araba o, per estensione, di religione musulmana). In Italia i saraceni compirono, per secoli, diverse incursioni prima nel Sud, conquistando la Sicilia, poi nel Nord Occidente, con base in Provenza (nel 906 saccheggiarono e distrussero l’Abbazia della Novalesa). Con le loro violente e sanguinarie scorrerie giunsero anche ad Assisi. Fu proprio Madre Chiara (1193/1194-1253) a fermarli. Figlia del conte Favarone di Offreduccio degli Scifi e di Ortolana, catturata dalla predicazione di san Francesco d’Assisi, nella notte della domenica delle Palme, quando aveva circa 18 anni, fuggì da una porta secondaria della casa paterna, situata nei pressi della cattedrale di Assisi, al fine di raggiungere Francesco e i suoi frati minori nella chiesetta di Santa Maria degli Angeli, già allora denominata Porziuncola. Francesco la condusse al monastero benedettino di San Paolo delle Badesse presso Bastia Umbra, per poi trovarle ricovero nel monastero di Sant’Angelo di Panzo, alle pendici del Subasio, dove poco dopo fu raggiunta dalla sorella Agnese. Infine prese dimora nel piccolo fabbricato annesso alla chiesa di San Damiano, restaurata da san Francesco sotto il permesso del Vescovo Guido. Qui Chiara venne raggiunta da un’altra sorella, Beatrice, e da sua madre, oltre che da molte altre donne: dapprima vennero chiamate popolarmente Damianite, mentre Francesco usava il titolo di Povere Dame, per prendere poi il nome di Clarisse.
Aveva circa 47 anni quando i saraceni insidiarono Assisi e il suo monastero. Non surrogato femminista, come molte suore odierne, Madre Chiara si pose a difesa con Cristo della sua amata città, sprovvista di valide difese. Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, aveva mosso guerra contro la Chiesa, spingendo le sue soldataglie all’invasione delle terre pontificie, chiedendo ausilio ai più fieri nemici della cristianità, i saraceni appunto. Ne assoldò circa 20 mila, donando loro la città di Lucera, nel regno di Napoli e da quella base partirono per continue scorrerie, saccheggiando, distruggendo, incendiando città e castelli, compiendo sacrilegi e profanazioni nelle chiese e nei monasteri, uccidendo e facendo prigionieri. Un venerdì del settembre 1240 scalarono le mura del monastero di Santa Chiara e le suore, lascia scritto Tommaso da Celano: «Corsero a santa Chiara che era gravemente inferma e, con molte lacrime, le dissero come quella gente pessima avevano rotte le porte del monastero. Ed essa le confortava che non temessero […] ma armate di fede ricorressero a Gesù Cristo. E giacendo santa Chiara sulla paglia, inferma, si fece portare una cassettina d’avorio dove era il Santo Corpo di Cristo consacrato e si fece portare incontro a quella mala gente. E orando devotamente […] “Pregoti, Signor mio, che ti piaccia che queste tue poverelle serve, le quali tu, Signore, hai nutricate sotto la mia cura, che non mi siano tolte né tratte di mano, acciò che non vengano nelle mani e alla crudeltà di questi infedeli e pagani; onde pregoti, Signor mio, che tu le guardi, che io senza di te guardarle non posso e massimamente ora in questo amaro punto”. A questo priego, dalla cassettina che aveva dinnanzi reverentemente, si uscì una voce, come di fanciullo e, udendola tutte le suore, disse: “Io per tuo amore guarderò te e loro sempre” […]». (Vita di santa Chiara vergine, Opusc. I,21-22, in FF 3201, pp. 1915-1916).
I mercenari islamici fuggirono precipitosamente dal monastero, respinti dalla potenza di una forza invisibile. E di lì a poco lasciarono Assisi. Tuttavia, nel 1241 l’Imperatore, scomunicato da Gregorio IX, non tollerando la sottomissione di Assisi al romano Pontefice, organizzò una nuova spedizione. Quando il pericolo fu imminente santa Chiara chiamò le consorelle: ordinò un giorno di digiuno, dopo il quale le invitò a cospargersi il capo di cenere e a prostrarsi con lei davanti al tabernacolo. La mattina del 22 giugno un forte temporale portò lo scompiglio nell’accampamento degli assedianti, costringendoli ad una nuova fuga. Santa Chiara difese Cristo, il monastero, la sua città con l’arma della Fede e con il Corpo di Nostro Signore. Catturata a Cristo grazie a san Francesco, abbandonò tutte le offerte terrene per vivere con sorella Povertà e unirsi al Crocifisso per guadagnare la salvezza di molti. Votata unicamente a Dio, si lasciò guidare da un’unica ricchezza, la Trinità, e non ebbe stima per nessun’altra religione che non fosse quella cattolica.
Papa Francesco cerca, come hanno fatto altri Pontefici del postconcilio, di applicare e di far applicare ciò che sta scritto nella Nostra aetate: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno». Parole sganciate dalla realtà religiosa, storica e culturale dei popoli. Allah non è Dio Uno e Trino: «Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (§ 3). Dimenticare significa rinnegare Cristo per cercare di raggiungere una religione universale di fattura umana.
Ricoprire le nostre terre cristiane di moschee, entrare nei centri di culto islamici, ammettere i musulmani nelle nostre chiese, dando luogo ad un sincretismo tanto profanatorio quanto assurdo, non potrà mai essere la chiave risolutiva dell’attuale violenza islamica. Santa Chiara arrestò i saraceni, veneratori, oggi come allora, di Maometto e non del Figlio di Dio, con la fiducia totale nella Verità, nella Giustizia, nei Valori, nella Pace, nella Libertà portata da Gesù Cristo e Gesù Cristo fece sentire la sua potenza.

domenica 19 giugno 2016

“Diutúrnæ valetúdinis incómmoda hílari vultu constantíque ánimo pértulit; de uno tantum cónqueri audíta est, quod, cum cibum cápere ac retinére nullo modo posset, ab Eucharística mensa ob sacraménti reveréntiam arcerétur. Verum, his in angústiis constitúta, sacerdótem rogávit ut allátum divínum Panem, quem ore súmere nequíbat, péctori saltem extérius admovéret. Précibus illíus morem gessit sacérdos; et mirum! eódem témporis moménto divínus Panis dispáruit, et Juliána seréno ac ridénti vultu exspirávit. Res supra fidem támdiu fuit, donec vírgineum de more curarétur corpus; invénta enim est circa sinístrum péctoris latus carni véluti sigíllo impréssa forma hóstiæ, quæ Christi crucifíxi effígiem repræsentábat” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTÆ JULIANÆ DE FALCONERIIS, VIRGINIS, INSTITUTRIX SORORUM ORDINIS SERVORUM BEATÆ MARIÆ VIRGINIS

Oggi la bella messa dei celebri martiri milanesi cede il posto a quella di santa Giuliana, della nobile famiglia fiorentina dei Falconieri, la cui festa, dopo la canonizzazione della Santa nel 1737, fu introdotta l’anno seguente nel Breviario con rito semidoppio da un papa che era suo compatriota, Clemente XII, Lorenzo Corsini; più tardi, Clemente XIII l’elevò al rito doppio nel 1762.
Santa Giuliana può essere considerata come una seconda fondatrice dell’ordine dei Serviti della Beata Vergine Maria; le circostanze che accompagnarono la sua ultima Comunione hanno avvolto quest’anima serafica di un profumo verginale, al punto di farne una delle figure più attraenti dell’agiografia eucaristica. Si sa difatti, da un’antica tradizione, che la santa Ostia penetrò invisibilmente nel petto della malata che non poteva comunicarsi, perché rigettava ogni cibo (cfr. Arcangelo Giani, Vita beatæ Julianæ de Falconeriis, CAPUT III. Contubernio Tertiariarum præfecta Juliana, sancte illud instituit; miraculosisque favoribus cumulata in morte, ut Beata colitur in suis Reliquiis, § 17, in Acta Sanctorum, Junii, vol. XXIV, t. IV, Dies XIX, Parigi-Roma 1867, p. 770). In effetti, quando le consorelle della Santa prepararono il corpo della vergine per la sepoltura secondo l’uso, rinvennero, sul lato sinistro del petto, impressa sulla carne come un sigillo, la forma di un’ostia, rappresentante l’immagine di Gesù crocifisso: «… Giuliana vie più infiammata di santo amore (ed oh! quanto è mai ingegnoso l’amore!) con lagrime e con preghiere supplicò il Sacerdote d’un’ altra grazia, che certamente non si aspettava : Deh! almeno - Ella disse - stendete un velo sul mio petto e sopra di quello posate per un poco l’Ostia Sacrosanta; affinché un gualche conforto prenda il mio cuore dalla vicinanza del mio Gesù. A tale inaspettata richiesta restò da prima sospeso e titubante il sacro Ministro; ma poi sentendosi internamente inclinato ad appagare così vivi ardori, disteso un velo sopra il di lei petto infuocato, posò quivi riverentemente, com’Ella bramava, la santa Eucaristia. Ed ecco il secondo stupendo ed inaudito prodigio; poiché appena fu collocata l’Ostia Sacrosanta sul castissimo petto di questa infervorata Vergine, che immantinente disparve; ed Ella raccolto sulle labbra tutto il suo spirito affettuosamente esclamando: Oh! dolce mio Gesù, con un soave sorriso placidamente spirò, volandosene quell’anima benedetta agli eterni gaudj del suo Sposo Celeste. …. curandosi a forma del costume il di lei santo Corpo, Giovanna Soderini amantissima discepola e compagna della nostra Santa, scoperse con sua gran maraviglia e fece osservare a tutte, come sul petto della medesima, allato al di lei cuore, cioè nel luogo stesso dove sopra era stata posata la Sacra Particola, vi era impressa in forma di sigillo la medesima figura dell’ Ostia coll’immagine della Croce; dal che nessuno più dubitò, che il Signore non si fosse in tal maniera prodigiosa unito a quel l’anima santa, avendo cosi voluto mirabilmente esaudire le di lei pie brame, ed oprare egli stesso quanto domanda dalle caste sue spose allor che dice: Pone me ut signaculum super Cor tuum» (Vita di S. Giuliana Falconieri Vergine fiorentina, Istitutrice del Terz’Ordine delle Serve di Maria Vergine, Roma, 1837, pp. 43-45).
La Chiesa di Roma ha dedicato alla nostra Santa una chiesetta nel quartiere Gianicolense (chiesa di santa Giuliana Falconieri) eretta nel XX sec.
La messa è del Comune, come il 10 febbraio, salvo la prima colletta che fa allusione chiaramente al miracolo eucaristico che abbiamo ricordato.
Come i pagani mettevano nella bocca delle morti la moneta destinata a pagare il trasporto della barca di Caronte, così, nel IV sec., c’era già un’antica tradizione della Chiesa romana, confermata da un gran numero di testi dei santi Padri, che a confortare l’ultimo istante dei fedeli vi era il cibo eucaristico: il Viaticum, il quale si depositava talvolta anche sul petto dei defunti. In seguito, la Chiesa modificò questa disciplina e dichiarò che bastava ai morenti ricevere come viatico questa Comunione, che segue la Confessione e l’estrema unzione o unzione degli infermi, senza che fosse necessario di un’altra Eucaristia al momento stesso dell’ultimo sospiro. Quest’antico costume romano riflette tuttavia la fede energica della prima età patristica, dove, di fronte al materialismo pagano, si voleva confessare solennemente il dogma dell’immortalità dell’anima e della finale risurrezione dei corpi di cui la divina Eucarestia è il pegno. O qual consolazione e grazia ricevere l’Eucaristia in quel momento supremo, nel quale si decidono le sorti eterne dell’anima, essere muniti del conforto del Pane Eucaristico! Non a caso, nell’inno risalente al XIV sec., musicato poi da Mozart, Ave Verum Corpus, si invoca: «Esto nobis praegustatum in mortis examine», «fa’ che noi possiamo gustarti nella prova suprema della morte». Santa Giuliana ricevé questa grazia in maniera del tutto particolare, potendosi unire al suo Sposo sotto le specie eucaristiche senza che passassero dalla sua bocca, entrate direttamente nel suo cuore verginale.




Osvaldo Micheli del Friuli, SS. Trinità tra i SS. Rosalia, Giuliana e Francesco di Paola, XVII sec., Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, Bologna

Anonimo, Viatico di S. Giuliana, XVIII sec.

Pierleone Ghezzi, Immacolata con Bambino e SS. Alessio Falconieri e Giuliana Falconieri, 1732, Castagnola di Chiaravalle (Ancona) 

Scuola di Pierleone Ghezzi, Crocifissione con i SS. Alessio Falconieri, Giuliana Falconieri ed Isidoro l'agricoltore, XVIII sec., museo diocesano Porto Santa Rufina

Raffaello Giovannetti, S. Giuliana prende l'abito religioso dalle mani di S. Filippo Benizi, 1854, chiesa di Sant’Andrea, Viareggio

Guido Nincheri, S. Giuliana, XX sec. 






Urna con le reliquie di S. Giuliana, Basilica della Santissima Annunziata, Firenze

domenica 17 maggio 2015

“Porro erga sanctíssimum Eucharístiæ sacraméntum diffícile dictu est quam ardénti tenerétur devotiónis afféctu; quem defúnctus étiam in cadávere retinére visus est, dum, jacens in féretro, ad sacræ Hóstiæ elevatiónem bis óculos reserávit et clausit, magna ómnium, qui áderant, admiratióne” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI PASCHALIS BAYLON, RELIGIOSI ORDINIS SANCTI FRANCISCI ET CONFESSORIS


San Pasquale Baylon Yubero, Serafico in ardore  (Dante, Paradiso, XI, 37. Quest’espressione si applica a san Francesco d’Assisi nel testo della Divina Commedia, ma può ben applicarsi pure al nostro santo odierno), morto il giorno di Pentecoste del 1592, continuò davvero la tradizione agiografica dell’Ordine dei Minori, e meritò di essere considerato come uno dei più illustri modelli della devozione al Santissimo sacramento. Si può applicargli questo versetto del Salmista: Cor meum et caro mea exultaverunt in Deum vivum (Sal. 84 (83), 3); poiché, anche dopo la sua morte, il suo corpo trasalì ed i suoi occhi si aprirono in un atto di adorazione, quando, alla messa delle sue esequie, il sacerdote alzò la santa Ostia.
La sua festa risale ai tempi di Pio VI. La messa è del Comune: Os justi, salvo la prima colletta che è propria.
A Roma, due chiese portano il nome di quest’umile fratello laico, che la Santa Sede ha dichiarato celeste Patrono di tutti i congressi e le assemblee eucaristiche. La prima di queste chiese si erge presso il titulus Callisti; essa era originariamente dedicata ai Quaranta Martiri di Sebaste, ma verso il 1735, gli Alcantarini spagnoli vi unirono, dandogli la precedenza, il nome del loro celebre compatriota (Cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 663; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 427). Questa chiesa è nota anche come chiesa delle zitelle, in quanto il nostro Santo sarebbe protettore delle fanciulle e delle donne in cerca di marito.
La seconda chiesa si trova presso la basilica di Santa Cecilia, sulla via Anicia, ed una casa religiosa vi è annessa, nella quale le fanciulle si preparavano alla prima Comunione (Mariano Armellini, op. cit., p. 683).
Come la calamita attira il ferro così Gesù Eucarestia attira le nostre anime. Una forza irresistibile ci spinge incessantemente verso il tabernacolo, non potendo trovare riposo altrove che ai piedi del Re di gloria, nascosto per amor nostro sotto i veli dell’Ostia.

Juan Antonio de Frias y Escalante, Apparizione dell'Eucaristia a S. Pasquale mentre pascolava le pecore, XVII sec., collezione privata


Jerónimo Jacinto de Espinosa, S. Pasquale Baylon adora l’Eucarestia, XVII sec., Museu Nacional d’Art de Catalunya, Barcellona

Juan Carreño de Miranda, S. Pasquale Baylon, XVII sec., collezione privata

François Claude, S. Pasquale adora l'Eucaristia, XVII sec., Metropolitan Museum of Art, New York

Giovanni Battista Tiepolo, Visione di S. Pasquale Baylon, 1767-69, Museo del Prado, Madrid

Giovanni Battista Tiepolo, Visione dell’Eucarestia di S. Pasquale Baylon, 1767, Courtauld Institute of Art, Londra


Claudio Ridolfi, Crocifisso con i SS. Giacomo della Marca, Francesco d’Assisi, Caterina da Siena e Diego, Chiesa Santa Croce, Ostra vetere


Bernardo López Piquer, S. Pasquale Baylon adora l’Eucarestia, 1811, Museo de Bellas Artes San Pio V (Museu Sant Pius V), Valencia

sabato 7 marzo 2015

Inno composto da S. Tommaso D'Aquino "Pange lingua"

Nel periodo quaresimale solitamente cade la pia pratica devozionale delle c.d. Quarant'ore, ovvero delle quaranta ore solenni di esposizione del SS. Sacramento.
Per cui, l'odierna festa di S. Tommaso d'Aquino non può far dimenticare che alla sua penna ispirata si deve uno degli inni eucaristici più belli e che ancor oggi si è soliti cantare in special modo durante le solenni esposizioni del SS., appunto il "Pange lingua" (o "Tantum ergo" che ne è una parte).







venerdì 27 giugno 2014

La devozione al S. Cuore: una pietà eucaristica

La devozione al S. Cuore: una pietà eucaristica

di Vito Abbruzzi

Se qualcuno si prova a chiedere sul quando e perché sia nata la devozione al “Sacratissimo Cuore di Gesù”, non farebbe fatica a trovare tutte o quasi le risposte, rovistando qua e là, soprattutto tra i messalini più antichi (quelli editi prima di tutte le revisioni pre e post conciliari), che ne esaltano grandemente la festa, fissata – non a caso – il Venerdì dopo l’Ottava del Corpus Domini.



Pietro Tedeschi, Sacro Cuore ed Eucaristia, 1780 circa, chiesa del Carmine, Imola

Ecco cosa dice il Messale Romano latino-italiano con note storico-liturgiche, per cura del Rev. P. Edmondo Battisti O.S.B., edito da Marietti nel 1936, alla pagina 825:
«Rivelata dapprima a S. Geltrude, la Grande, il 27 Gennaio 1281 nel monastero benedettino di Eisleben in Sassonia, alla sua compagna santa Matilde e al certosino Giacomo di Landsberg, la divozione al S. Cuore ricevé possente impulso e si stabilì definitivamente nella Chiesa in seguito alle nuove rivelazioni fatte verso la fine del secolo XVII all’umile visitandina di Paray-le-Monial, S. Margherita Maria Alacoque. Primo a renderla pubblica fu Carlo Francesco Vescovo di Coutances, che nel 1688 dedicò una cappella al S. Cuore nel suo Seminario e istituì una confraternita con tale titolo; poi Pietro Grammont Vescovo di Besançon, che nel 1692 fece stampare nel Messale della sua diocesi una Messa propria dal titolo Cordis Jesu, fissandola al Venerdì dopo l’Ottava del Corpus Domini. Clemente XIII il 1765 ne riconobbe definitivamente la Festa già stabilitasi nella diocesi di Lione, Pio IX con decreto del 23 agosto 1850 la estese a tutta la Chiesa, e nel 1889 Leone XIII ne elevò il rito a doppio di I classe. Ultimamente la festa del Sacro Cuore conseguiva da Pio XI nuovo incremento e decoro, poiché le veniva decretato il privilegio dell’Ottava al pari delle maggiori solennità del Signore.
Scopo di questa nuova Messa composta per ordine del Papa, è di far conoscere i palpiti ineffabili di amore del Divin Cuore verso la misera umanità e il debito di riparazione che deve sentire ogni anima fedele per le ingiurie che questo Divin Cuore riceve da troppi figli ignari ed ingrati, secondo il concetto espresso da Gesù stesso quando, per mezzo di santa Margarita Alacoque, richiese alla famiglia Cattolica l’istituzione di questa festa: “Ecco il Cuore che tanto ha amato gli uomini dai quali tuttavia è riamato così poco”. Trattasi quindi d’una festa di riparazione verso l’“amore non amato”; riparazione tuttavia che fa ammenda onorevole glorificando appunto i pacifici trionfi di quest’Eterno Amore».


Il fatto che questa festa sia celebrata il Venerdì dopo l’Ottava del Corpus Domini e abbia “il privilegio dell’Ottava al pari delle maggiori solennità del Signore” dice una cosa importantissima: che quella al Cuore di Gesù è una devozione tutta eucaristica, le cui origini sono ben più remote rispetto alle visioni di Santa Gertrude: risalirebbero, infatti, al più antico e più importante miracolo eucaristico: quello di Lanciano, negli Abruzzi, avvenuto verso il “secolo VIII, e, più precisamente, a metà del suo corso, verso gli anni 750 del Signore”. È quanto scrive a pagina 14 il Padre Nicola Nasuti O.F.M. Conv., in Oltre i veli. Il Miracolo Eucaristico di Lanciano (Lanciano 1985), riportando integralmente la disamina accurata e minuziosa delle ricognizioni scientifiche eseguite dal Prof. Odoardo Linoli (all’epoca Primario “Spedali Riuniti” di Arezzo e libero docente in AnatomiaIstologia Patologica e in Chimica e Microscopia Clinica), sulla Carne e sul Sangue Miracolosi di Lanciano, in un lungo arco di tempo che va dal 1970 al 1981. Eccone alcuni passaggi preziosi riguardanti la Carne Miracolosa, alle pagine 36-37 e 43 del suddetto volumetto:
«La Carne Miracolosa, contenuta in elegante ostensorio in argento, ha la forma rotondeggiante, diametro compreso fra 55 e 66 mm., risultando quindi accostabile alla “hostia magna” del rito latino. […] Con metodo che è utilmente impiegato nello studio istologico dei tessuti mummificati si è potuto accertare nella Carne Miracolosa, una struttura fascicolare di fibre variamente dirette, e talvolta anche a disposizione vorticosa composte da esili fibrille a decorso parallelo. […] Le fibre, inoltre, biforcandosi, si uniscono per le estremità, fatto identificabile con una unione sinciziale, mentre un lobulo di tessuto adiposo è compenetrato dalle fibre in oggetto, che si disperdono fra i lipociti, dati questi, propri del tessuto miocardico e che contraddicono un tessuto muscolare scheletrico.
«Inoltre, sono stati identificati l’endocardio, le trabecole carnee che fanno parte di un ventricolo cardiaco e segnatamente del sinistro, tenuto conto del notevole sviluppo del miocardio, i vasi arteriosi e venosi ed un ramo di nervi intracardiaci bene dimostrante le strutture neuro fibrillari e la lamina perinervale.
Tutti questi dati Istologici sostengono pienamente la diagnosi di CUORE [umano] nella Reliquia della Carne Miracolosa. […]
Il Cuore miracolosamente apparso in un giorno del lontano VIII secolo sull’altare della piccola chiesa dei Ss. Legonziano e Domiziano tutt’ora esistente, era allo stato vivente e come tale è andato soggetto alla rigidità cadaverica».

Miracolo eucaristico di Lanciano

È bello, allora, rivalutare le Preci leonine, a ringraziamento dopo la S. Messa, terminanti, appunto, con la triplice invocazione al Cuore di Gesù: “Cor Jesu Sacratissimum, miserere nobis!”; Cor Jesu Sacratissimum, miserere nobis!”; Cor Jesu Sacratissimum, miserere nobis!”.
E, ancor più bello, lodare il SS. Sacramento, solennemente esposto, recitando questa giaculatoria cara al popolo conversanese, che la canta durante le Quarantore a inizio e fine di ogni posta del Rosario Eucaristico: “O Cuore amabilissimo del caro mio Gesù, il Vostro amore dolcissimo io voglio, e niente più!”.