Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 12 agosto 2019

Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

Lo scorso giugno ricordavamo, in un articolo di don Nicola Bux e Francesco Patruno, il centenario dell’incontro tra S. Francesco ed il sultano d’Egitto, in cui si metteva in rilievo come il significato di quell’incontro fosse ben diverso dalla vulgata che, oggi, vorrebbe dare a quell’incontro (v. S. Francesco ed il Sultano d'Egitto. Un'interpretazione storica da rivederequi).
Senz’altro, tra le più fedeli interpreti del Poverello d’Assisi, ed anzi sua pianticella, gelosamente coltivata ed accudita presso San Damiano, vi è Chiara d’Assisi, della quale celebriamo quest’oggi la festa. Ella, senz’altro, quale fedele interprete di Francesco, ci mostrò come comportarsi, ritenendo i musulmani non come fratelli, bensì come nemici.
Nella festa di questa Santa, perciò, non possiamo far a meno che ricordare quell’evento di un venerdì del settembre 1240, come narratoci da Tommaso da Celano.


Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

a cura di Giuliano Zoroddu

Il Serafico Patriarca Francesco, come si sa, nel 1219 volle andare in Egitto al seguito dei Crociati e si presentò allo stesso Sultano al-Malik al-Kāmil per predicare a lui e ai suoi, seguaci del falso profeta Maometto, “il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo” (vedi qui). Similmente ed in modo egualmente poco ecumenico, ebbe a confrontarsi coi Maomettani (soldati saraceni al soldo dell’empio e più volte scomunicato Federico II di Svevia), nel 1240, la sua prima discepola, santa Chiara “prima pianta delle Povere Donne dell’Ordine dei Minori”, come ci racconta il beato Tommaso da Celano.

 “Il Signore ti ha benedetta comunicandoti la sua possanza, e ha per mezzo di te annichilati i nostri nemici
(Giuditta, XIII, 22. Alleluia della messa propria di S. Chiara)


Piace a questo punto raccontare i portenti delle sue orazioni, con altrettanta aderenza alla verità quanto sono degni di venerazione.
In quel periodo travagliato che la Chiesa attraversò in diverse parti del mondo sotto l’impero di Federico, la valle Spoletana beveva più spesso delle altre il calice dell’ira. Erano stanziate lì, per ordine imperiale, schiere di soldati e nugoli di arcieri saraceni, fitti come api, per devastare gli accampamenti, per espugnare le città. E una volta, durante un assalto nemico contro Assisi, città particolare del Signore, e mentre ormai l’esercito si avvicina alle sue porte, i Saraceni, gente della peggiore specie, assetata di sangue cristiano e capace di ogni più inumana scelleratezza, irruppero nelle adiacenze di San Damiano, entro i confini del monastero, anzi fin dentro al chiostro stesso delle vergini.
Si smarriscono per il terrore i cuori delle Donne, le voci si fanno tremanti per la paura e recano alla Madre i loro pianti. Ella, con impavido cuore, comanda che la conducano, malata com’è, alla porta e che la pongano di fronte ai nemici, preceduta dalla cassetta d’argento racchiusa nell’avorio, nella quale era custodito con somma devozione il Corpo del Santo dei Santi.
E tutta prostrata in preghiera al Signore, nelle lacrime parlò al suo Cristo: «Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani di pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi, Signore, ti prego, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso salvare». Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dalla nuova arca di grazia: «Io vi custodirò sempre!». «Mio Signore – aggiunse – proteggi anche, se ti piace, questa città, che per tuo amore ci sostenta». E Cristo a lei: «Avrà da sostenere travagli, ma sarà difesa dalla mia protezione».
Allora la vergine, sollevando il volto bagnato di lacrime, conforta le sorelle in pianto: «Vi dò garanzia, figlie, che nulla soffrirete di male; soltanto abbiate fede in Cristo!». Né vi fu ritardo: subito l’audacia di quei cani, rintuzzata, è presa da spavento; e, abbandonando in tutta fretta quei muri che avevano scalato, furono sgominati dalla forza di colei che pregava.
E subito Chiara ammonisce quelle che avevano udito la voce di cui sopra ho parlato, dicendo loro severamente: «Guardatevi bene, in tutti i modi, dal manifestare a qualcuno quella voce finché io sono in vita, figlie carissime».

TOMMASO DA CELANO, Leggenda di Santa Chiara Vergine, in Fonti Francescane, Padova, 2011 (III Edizione), n. 3201-3202

giovedì 7 gennaio 2016

Sull’islamizzazione a tappe forzate della vuota Europa. Il caso della Gran Bretagna

Mentre la Francia – lo abbiamo detto in diverse occasioni – è già un recipiente vuoto, da riempire con una neo-ideologia forte, qual è quella islamica, in Gran Bretagna, dopo aver voluto sopprimere il riferimento a S. Giovanni dato ad una stazione perché troppo cristiano come ricordano i giornali di pochi giorni orsono (Inghilterra, censurata immagine di San Giovanni alla stazione: “Turba i non cristiani”, in Il Giornale, 2.1.2016Cancellato san Giovanni dalla stazione di Rochester, in Inghilterra: “È troppo cristiano”, in Il Foglio, 2.1.2016), si procede a tappe forzate verso l’islamizzazione del paese. Ed in questo contesto di debolezza intellettuale, spirituale e morale, da molte parte, in ambito cristiano, si cerca di far passare l’erronea convinzione che anche i pagani, i musulmani, i buddisti, ecc., adorino in fondo l’unico vero Dio, che sarebbe Quello Triuno della fede cristiana …. (v. qui e qui).
Nella memoria liturgica del ritorno del fanciullo Gesù e dei suoi Santi Genitori dalla terra d’Egitto, rilancio quest’articolo.

Jacob Jordaens, Il ritorno dall’Egitto della sacra famiglia, 1616 circa, Gemäldegalerie, Berlino

Jacob Jordaens, Il ritorno dall’Egitto della sacra famiglia, 1616 circa, Rhode Island School of Design Museum of Art, Providence, Rhode Island

Pieter Paul Rubens, bozzetto del Ritorno della Sacra Famiglia dall'Egitto, 1614, Kaluga Regional Art Museum (Калужский Музей Изобразительных искусств), Kaluga

Pieter Paul Rubens, Ritorno della Sacra Famiglia dall'Egitto, 1614, Museum et Art Gallery, Norwich Castle

Ambito di Pieter Paul Rubens, Ritorno della Sacra Famiglia dall'Egitto, 1620 circa, Metropolitan Museum of Art, New York

Lucas Vorsterman il vecchio, Ritorno dall'Egitto della Sacra Famiglia, 1620 circa, Fine Arts Museums of San Francisco, San Fransisco


Nicolas Poussin, Ritorno dall'Egitto della Sacra Famiglia, 1628-38, Dulwich Picture Gallery, Londra

Giovanni Francesco Romanelli, Ritorno dall'Egitto della Sacra Famiglia, 1635-40 circa, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Charles Le Brun, Pasto prima della partenza dall'Egitto della Sacra Famiglia o La grazia (Le bénédicité), 1655-56, Eglise de Saint Paul, Parigi

Scuola genovese, Ritorno dalla fuga in Egitto, XVII sec., collezione privata

Francesco Conti, Ritorno dall'Egitto a Nazaret, 1734, Cleveland Museum of Art, Cleveland

Nicolás Enríquez, Ritorno della Sacra Famiglia dall'Egitto, 1773, Metropolitan Museum of Art, New York

John Rogers Herbert, Ritorno della Sacra Famiglia dall'Egitto nella terra d'Israele, 1885, collezione privata

Marysia Kowalchyk, Ritorno a Nazaret della Sacra Famiglia, 2003

Gran Bretagna, ‘islamizzato’ il calendario scolastico

di M.F.

Sempre peggio. In Gran Bretagna è sempre peggio… L’islamizzazione del Regno avanza rapida ed aggressiva, senza peraltro incontrar resistenze, bensì porte aperte, anzi spalancate. L’ultima trovata è quella di adeguare al Ramadan il calendario scolastico di verifiche ed esami, allo scopo di «non penalizzare gli adolescenti, che osservino tale periodo di digiuno». Lo ha deciso l’organismo responsabile dell’organizzazione didattica. Che mai peraltro s’era sognato, in passato, di riservare trattamenti di favore agli alunni cattolici in periodo di Quaresima. E che non risulta abbia assunto provvedimenti analoghi per i giovani ebrei, buddhisti, taoisti, sikh o quant’altro.
Ma per l’islam, sì. Quest’anno il Ramadan dovrebbe iniziare attorno alla seconda settimana di giugno, in pieno periodo d’esami, per cui, «laddove sia possibile, si raccomanda di programmare prima» di tale data «le materie più importanti, facendo in ogni caso attenzione ad organizzarle preferibilmente al mattino o nel primo pomeriggio», ha premurosamente suggerito il JCQJoint Council for Qualifications.
Una linea, questa, sposata in pieno anche dal sindacato dei docenti: «Come educatori – ha affermato Mary Bosted, segretaria generale dell’organizzazione di categoria – vogliamo che tutti i ragazzi possano dare il meglio di sé nel corso di esami tanto cruciali per il loro avvenire». Anche Malcolm Trobe, vice-segretario generale dell’associazione dei responsabili di scuole e collegi, ha auspicato che l’osservanza del Ramadan non comporti per loro «conseguenze tali da pregiudicare» l’esito delle prove.
C’è un piccolo particolare, che pare esser sfuggito ai solerti docenti: siamo in Occidente, non in Siria. Un Occidente purtroppo sottomessosi spontaneamente ed in modo incondizionato all’islam, sino al parossismo, sino cioè a istituzionalizzare per tutti le “prove tecniche” già tentate in passato da qualcuno. Cinque anni fa, ad esempio, il consiglio municipale di Stoke-on-Trent decise per lo stesso motivo di aderire all’invito giunto dal Consiglio dei musulmani del Regno Unito e di cancellare quindi, oltre alle verifiche, anche le riunioni coi genitori, di sospendere i corsi di nuoto (per evitare che i ragazzi rischiassero d’ingurgitare acqua, anche senza volerlo), nonché di sospendere i corsi di educazione sessuale, per evitare loro i «cattivi pensieri». Tristemente esemplare anche il caso citato dal Daily Mail, avvenuto presso la scuola elementare «Charles Dickens» di Portsmouth, dove un’insegnante, lo scorso luglio, proibì ad un alunno di 10 anni di bere in orario scolastico, nonostante vi fossero circa 30°, per rispetto dei suoi compagni di classe islamici, praticanti il Ramadan. Per questo gli sequestrò la bottiglietta dell’acqua, che normalmente gli alunni sono autorizzati a tenere sul banco. Sconcertante. Furibonda la madre del piccolo, la direttrice della scuola parlò di un malinteso, il Comune ammutolì di fronte a questa straordinaria prova di stupidità didattica. Eppure, oggi in Europa c’è chi ritiene normale lasciare un minore per un giorno intero senza assumere liquidi e questo per ragioni religiose, di una religione che oltre tutto non è nemmeno la sua!
Follia pura. Una follia, di fronte alla quale sentir poi in televisione il premier Cameron o qualsiasi altro leader occidentale augurare buon Ramadan assume il sapore acido di una presa in giro…

Fonte: Corrispondenza romana, 7.1.2016

lunedì 23 marzo 2015

I martiri cristiani, i boia jihadisti e noi che abbiamo dimenticato la lezione di Otranto

Delle innumerevoli vittime cristiane del sedicente califfato, i cui prodromi sono nelle sedicenti primavere arabe come ricordato di recente anche dal vescovo emerito di Aleppo (v. qui), abbiamo avuto modo di parlarne nuovamente alcuni giorni fa (v. in questo blog qui). Una vicenda – quella dei 21 cristiani copti, rapiti ed uccisi (qui il video integrale della loro uccisione: le immagini sono molto forti!) – che riecheggia il martirio dei primi secoli della fede cristiana (v. qui) e che non ha lasciati sgomenti i parenti delle vittime, ma che, come ha dichiarato anche il fratello di due degli uccisi, ha rafforzato la loro fede.


Ecco ora un interessante contributo di Alfredo Mantovano, il quale ci ricorda il martirio – simile – dei cristiani idruntini (su questo martirio v. in questo blog qui), ma che rammenta come quanto sta accadendo obbliga le nazioni a reagire – pure militarmente – come del resto stanno facendo molte milizie cristiane di quelle terre (v. qui e qui), difendendo concretamente quelle popolazioni inermi uccise perché cristiane (v. qui) e che portano con coraggio la croce (v. qui). L'Occidente, invece, è perso nel nichilismo dei "diritti".

I martiri cristiani, i boia jihadisti e noi che abbiamo dimenticato la lezione di Otranto


Alfredo Mantovano


Oggi come allora la comunità internazionale deve decidere se, come insegna la dottrina sociale della Chiesa e come ha ricordato papa Francesco, non sia urgente esercitare il diritto e il dovere di «fermare l’aggressore ingiusto»

Pubblichiamo l’editoriale del numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La storia non è mai uguale a sé stessa. Riesce a essere maestra, se si decide di prenderne gli insegnamenti e di cogliere le analogie con quanto accaduto in altre epoche. Nel 1480 Otranto, città italiana all’epoca fra le più importanti, è distrutta, i suoi abitanti sono uccisi in combattimento e i sopravvissuti martirizzati uno per uno, tagliando loro la testa, esattamente come fanno oggi i boia dello Stato islamico, dall’esercito ottomano di Maometto II. La distruzione di Otranto non avviene per caso: segue di 27 anni la presa di Costantinopoli ed è l’esito della ritrosia dei governanti dell’Occidente a unire le forze contro la minaccia proveniente da Oriente. Vi è chi giunge all’intelligenza col nemico: in un conflitto che vede schierati da una parte il Papato e Napoli e dall’altra Firenze, Milano, Venezia e la Francia, costellato da omicidi e congiure, Lorenzo de’ Medici e la Serenissima spingono i Turchi ad aggredire le sponde adriatiche del Regno partenopeo.
Novant’anni dopo, nel 1571, la ruota gira diversamente: una flotta di Stati cristiani ferma la minaccia turco-islamica nel Mediterraneo al largo di Lepanto. Lo scenario europeo non è migliorato rispetto al 1480: la Francia fa lega con i principati protestanti per contrapporsi agli Asburgo e si compiace della pressione che i turchi esercitano contro l’Impero nel Mediterraneo; Parigi e Venezia non muovono un dito per difendere i Cavalieri di Malta nell’assedio condotto contro di loro da Solimano il Magnifico.
La vittoria di Lepanto non è quindi il frutto della convergenza di interessi politici; al contrario, è un inaspettato trionfo che si realizza nonostante le divergenze: per una volta principi, politici e comandanti militari sanno accantonare le divisioni e unirsi per difendere l’Europa, grazie a un residuo di visione del mondo sostanzialmente comune, fondata sul rispetto del cristianesimo e del diritto naturale.

L’indifferenza è una resa

Oggi la minaccia terroristica e la persecuzione delle comunità cristiane non risparmia nessuna zona del globo. Recarsi a Messa la domenica in Pakistan o in Nigeria è andare incontro al martirio; lo stesso accade se non si fugge dai luoghi dove si parla ancora l’aramaico, l’antica lingua di Gesù. Le stragi e le decapitazioni dei fedeli di Cristo in diretta tv sono pianificate e puntano, come si voleva fare a Otranto nel 1480 o come sarebbe accaduto all’Italia e alla Spagna se non ci fosse stata Lepanto, a eliminare la Croce come segno di speranza e di salvezza. Oggi come allora ogni comunità cristiana è chiamata alla preghiera perché la fede dei martiri resti salda, ma la comunità internazionale deve decidere se, come insegna la dottrina sociale della Chiesa e come ha ricordato papa Francesco, non sia urgente esercitare il diritto e il dovere di «fermare l’aggressore ingiusto».
Certo, lo stesso Pontefice aggiunge che la soluzione non sta nella sola opzione militare, che «una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto», che la difesa deve essere multilaterale, possibilmente sotto l’egida di organizzazioni internazionali. Ma la scelta è fra Otranto e Lepanto, fra l’indifferenza che concorre ai massacri e il sentire come una lesione a sé stessi l’uccisione di migliaia di fedeli mentre assistono alla Messa. Non scegliere significa aver deciso che i boia vadano avanti.


lunedì 16 febbraio 2015

“Usquequo, Domine, sanctus et verus, non iudicas et vindicas sanguinem nostrum de his, qui habitant in terra? Et datae sunt illis singulae stolae albae; et dictum est illis, ut requiescant tempus adhuc modicum, donec impleantur et conservi eorum et fratres eorum, qui interficiendi sunt sicut et illi” (Apoc. 6, 10-11) - IN ONORE DEI 21 NEO-MARTIRI COPTI

Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati
e li ha trovati degni di sé:
li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come un olocausto.
Nel giorno del loro giudizio risplenderanno;
come scintille nella stoppia, correranno qua e là.
Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli
e il Signore regnerà per sempre su di loro (Sap. 3, 1-8)

La Gerusalemme Celeste nei giorni scorsi (pare il 13 febbraio) si è arricchita di ventuno neo-martiri cristiano-copti egiziani, uccisi dai perfidi islamici del sedicente califfato dell'IS.
Siamo certi che questi neomartiri, che la Chiesa copta ha sin da subito deciso di commemorarli nel suo calendario (verranno festeggiati l’8 amshir/15 febbraio) e che hanno affrontato serenamente la morte e la cui unica colpa era quella di essere cristiani e che, sino alla fine, hanno esclamato e gridato la loro fedeltà all'Agnello mistico, invocandolo (“Gesù aiutami!hanno detto), sono stati aggregati alla candida schiera dei martiri che hanno professato la loro fede in Cristo, così com'è stato per numerosi altri, che abbiamo già ricordato.
Se il barbaro genocidio di questi nostri inermi fratelli umanamente ci rattrista, ci indigna e ci fa fremere di sdegno ed ira, con gli occhi della fede e con lo sguardo all'eternità, d'altro canto, non possiamo che rallegrarci per loro, in quanto essi hanno - ne siamo sicuri - lavato le loro vesti nel Sangue dell'Agnello, rendendole candide, si sono uniti a Cristo celebrando la loro Pasqua, ed hanno conseguito, similmente ai martiri cristiani dei primi secoli, la corona di gloria del martirio ed il premio eterno riservato ai giusti.Questa fede e certezza nella parola del Divin Redentore hanno irrobustito e conferito fortezza a questi neo-martiri, tale per cui essi - come è giusto che fosse per ogni vero cristiano degno di questo nome - non hanno temuto la morte, anzi, come afferma l'Apocalisse "hanno disprezzato la vita fino a morire" (Ap 12, 11) (sul tema, cfr. N. Bux, Perché i cristiani non temono il martirio,  con Prefazione di F. Cardini, Piemme, Casale Monferrato 2000). Chissà se nel distratto ed ormai secolarizzato mondo occidentale, un tempo cristiano, ci siano ancora cristiani simili a questi neo-martiri, altrettanto fermi nella loro testimonianza a Cristo!
Onore e gloria eterna ai neo-martiri di Cristo! 
Eterna memoria! Αιωνία η μνήμη.
Pregate ed intercedete per noi!












Tony Rizq, Icona copta dei 21 martiri, 2015