Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 11 febbraio 2023

La Madonna di Lourdes ed il diritto. Il legame antico della Vergine con la regione della Bigorre

Oggi, 11 febbraio, è una delle feste mariane, che ricorda una mariofania, assieme a quella del 13 maggio, più care alla devozione popolare.

Mi son sempre chiesto perché la Vergine scegliesse queste località, sovente in luoghi montuosi, spesso inaccessibili o comunque non facilmente raggiungibili. Certo non lo sapremo mai. Né mai potremmo sperare di comprendere i disegni imperscrutabili di Dio.

Ma forse per Lourdes c’è qualche antico legame – e per la verità anche per Fatima – che può essere investigato. Un legame che è giuridico, fondato sul diritto. Sì, avete capito bene, col diritto e con la legge. Col diritto feudale, in particolare.
Le scelte di Dio non sono frutto del caso fortuito.
Per Lourdes, c'è un legame, che risalirebbe a Carlo Magno e sicuramente ad oltre un millennio fa.


Anni fa, Vittorio Messori riferiva – per la prima volta in Italia – nel suo bestseller “Ipotesi su Maria”, oggi riedito nel 2020 dalla casa editrice Ares,  di un testo di tale Émile Brejon, un avvocato di Bordeaux fattosi storico anche per un debito di riconoscenza alla Vergine: la madre, infatti, era stata guarita miracolosamente alla Grotta.

Questo bâtonnier (presidente) dell’Ordine degli avvocati della sua città – dove, tra l’altro, fece tappa per alcune ore Bernadette nell’unico viaggio della sua vita, recandosi al convento di Nevers – raccolse il frutto delle sue ricerche in questo libriccino, che ho a casa, stampato da un editore ad Avignone nel 1926. Il titolo è significativo: Notre-Dame de Lourdes avant les apparitions de 1858 («Nostra Signora di Lourdes prima delle apparizioni del 1858»). Il sottotitolo: Un chapitre d’histoire tombé en oubli («Un capitolo di storia dimenticato»). Il testo può leggersi online qui. Nel 1983 il libretto era ripubblicato in reprint da una piccola editrice di provincia, ma ha continuato a circolare in modo ridotto, tanto che non se ne trova traccia neppure in molte delle bibliografie specializzate.
Il punto centrale del libro era la risposta alla domanda: «Pourquoi Lourdes en France?». Ma perché, rispondeva, qui la Vergine è «chez Elle», è «a casa sua» e «in nessun altro luogo al mondo sarebbe forse stata così a casa sua come lo è qui».

Come ci racconta il Messori nel suo libro Ipotesi su Maria, alle pagg. 159 ss. della nuova edizione ed in alcune inchieste giornalistiche (v. qui) e conferenze (v. qui), in effetti, stando a una tradizione antichissima (e confermata da consuetudini altrettanto antiche, suffragate da documenti coevi), il castello e la città di Lourdes furono dati in feudo, ai tempi di Carlo Magno, alla Vergine venerata nel grande e celebre santuario di Le Puy-en-Velay, il luogo mariano che per secoli fu il più prestigioso di tutta la Francia. Dunque, la Madonna del Puy («poggio», in francese antico) era stata dichiarata «Signora e sovrana» di Lourdes, con il diritto a un omaggio annuale – che ne riconosceva l’autorità, secondo le consuetudini feudali – che, in questo caso, consisteva in erba e in zolle di terra tratte dal prato davanti al castello.

Come Brejon dimostrava, ancora per la festa dell’Assunta del 1829 (dunque solo 29 anni prima delle apparizioni a Bernadette), una rappresentanza delle ragazze di Lourdes affrontò per l’ultima volta, dopo oltre un millennio di tradizione, il lungo viaggio fino a Le Puy, nel Massiccio Centrale, circa cento chilometri a ovest di Lione, per portare a Maria, «Signora e contessa della città», l’antico omaggio. Qui, tra l’altro, sembra sfuggire a Brejon, nota sempre il Messori, un particolare che dà a pensare: l’erba e le zolle portate a Maria, a segno della sua autorità su Lourdes, dovevano essere prese, come comandava la consuetudine, dal «prato del Conte» che si stende ai piedi del castello. Ebbene, questo è il luogo che ai tempi di Bernadette era indicato come domaine de Savy, la «tenuta di Savy», ed è l’attuale esplanade davanti alle basiliche, dove si svolge ogni sera la processione eucaristica. Non basta, perché questo luogo, che da tempo immemorabile simboleggiava con la sua terra stessa la signoria di Maria sulla città, scomparsa la contea di Bigorre, passò in proprietà – sin dal secolo XVI – alla «Confraternita del Santissimo Sacramento». Ab immemorabili, dunque, ci riferisce il Messori, questo luogo è «terra della Vergine» e anche «terra dell’Eucaristia».

Lourdes ed il suo castello sarebbero, dunque, un «feudo di Maria» e la costituzione di questo titolo feudale sarebbe avvenuta in modo al contempo poetico e drammatico. Carlo Magno, di ritorno dalla Spagna, avrebbe invano assediato la fortezza che da sempre stava e tuttora sta, anche se trasformata in museo, sulla roccia, e che era tenuta allora dai musulmani. Poiché i difensori non si arrendevano, e Carlo già pensava di levare l’assedio, il vescovo di Le Puy, che faceva parte del suo seguito, si recò a parlamentare con il capo saraceno dicendogli: «Poiché non vuoi cedere ad alcun uomo, cedi a una Signora: la Madre di Dio venerata a Le Puy». Toccato dalla grazia, il musulmano accettò il patto e, seguito dai suoi, cavalcò sino a quel già celebre luogo di culto: tutti i capi saraceni portavano legati alle lance dei fascetti di erba e di fiori falciati nel prato sotto la roccia dove sorgeva la fortezza. Posero quei fascetti – in segno di sudditanza – sull’altare di Maria. Il capo già musulmano chiese il battesimo e, da «Mirat» come si chiamava, assunse il nome di «Lordus»: Lourdes da lì avrebbe poi preso la denominazione, mentre prima era chiamata «Mirambel».

A conferma dell’antichissimo diritto feudale di Notre-Dame du Puy su Lourdes sta anche il fatto che lo stemma di entrambe le città è costituito da un’aquila. Quella di Lourdes ha le ali spiegate e porta nel becco un pesce: forse a simboleggiare che viene dai monti del Centro della Francia a portare il Cristo, il cui simbolo antichissimo è appunto un pesce?

Brejon sintetizzava così: «Nostra Signora di Le Puy, dopo essere stata riconosciuta “Signora e Contessa” di Lourdes e della sua cittadella sin dai tempi di Carlo Magno, è divenuta “Signora e Contessa” dell’intera Contea di Bigorre, per l’atto di sottomissione spontaneo e volontario che il conte Bernardo I concesse al Capitolo di Le Puy, per se stesso e per tutti i suoi successori, nell’anno 1062».
È infatti il 1062 l’anno in cui, recatosi appositamente con la moglie sino al lontano santuario della Gallia centrale, venendo dalla sua Bigorre, il conte Bernardo decideva di far depositare ogni anno sessanta scudi sull’altare della Vergine «a titolo di censo». E, cioè, secondo il diritto feudale, come segno di vassallaggio a Maria; che, così, da «Signora» di Lourdes lo diventava di tutta la regione, la Bigorre appunto. Al contempo, Bernardo lanciava l’anatema contro i suoi discendenti che non avessero riconosciuto il vassallaggio, pagandone la relativa rendita. Il documento è giunto integralmente sino a noi ed è tuttora conservato all’archivio dell’antica Bigorre, a Pau.
Nel santuario di Le Puy, Maria era venerata sotto il titolo di «Annunciata» da tutti i popoli d’Europa. I quali vi accorrevano in enormi masse soprattutto quando il 25 marzo coincideva con il Venerdì santo, ed era allora possibile godere del Grande Perdono, cioè dell’indulgenza plenaria concessa dai papi.

Il prestigio del luogo era tale che, stando alla tradizione – alla quale aderiva lo stesso san Bernardo –, qui sarebbe nata la Salve Regina, la preghiera più recitata dopo l’Ave Maria e che il Medioevo chiamò «l’antifona di Le Puy». Qui, nel 1449, si stabilì l’usanza, presto diffusasi in tutta la cristianità, di recitare l’Angelus non solo all’alba e al tramonto, ma anche a mezzogiorno. Non vi era lì, dunque, un culto locale, bensì universale, al punto che la Vergine nera sull’altare (bruciata poi, nel 1794, dal vandalismo rivoluzionario su un falò formato dalle carte dell’archivio, dopo essere stata portata dove si impiccavano i malfattori sulla carretta dell’addetto alle fogne), al punto che questa Vergine fu chiamata, da santi e papi, Mater omnium, Madre di tutti.

Il tributo dovuto alla «Contessa e Signora» fu versato ogni anno sull’altare di Le Puy fino a quando durò la contea della Bigorre. Anzi, nel 1303, per una disputa tra il re d’Inghilterra e i canonici del santuario di Le Puy, il Parlamento di Parigi, dopo avere riesaminato i titoli legali, ribadì solennemente che Lourdes e la Bigorre erano «dominio di Maria». Nel 1307, Le Puy concedeva la sua contea pirenaica al re di Francia (era Filippo il Bello, quello della soppressione dei Templari), ma anche il nuovo sovrano doveva riconoscere, secondo il trattato che fu steso, di non essere che «vassallo», che «amministratore» di quella Terra Virginis, che era la Bigorre. A prova di quella sudditanza, il re impegnava se stesso e i suoi successori a versare al santuario di Le Puy il censo – assai elevato – di 300 lire tornesi all’anno. Da allora, tutti quelli che si alternarono sul trono di Francia mantennero l’obbligo dell’omaggio, pagando il diritto di amministrare ciò che apparteneva alla Madonna stessa. Fu solo la fine sanguinosa della monarchia, con la decapitazione del re e della regina, la proclamazione della repubblica, la persecuzione del clero, l’abolizione della diocesi di Le Puy, lo spogliamento del santuario, il rogo della veneratissima immagine stessa; fu solo, insomma, il dramma della Grande Révolution che sembrò porre fine per sempre ai diritti della Vergine su Lourdes e la sua intera regione, la Bigorre.

Sembrò, diciamo, perché una ripresa, per quanto breve, vi fu con la Restaurazione. Infatti, nel 1827 Carlo X, successore di Luigi XVIII, ristabilì la diocesi di Le Puy e ricominciò a versare il tributo dovuto.

E le giovani di Lourdes si recarono al lontano santuario a portarvi l’omaggio dei sudditi, le erbe e i fiori colti davanti al castello. Ma durò pochissimo: pare che il 15 di agosto del 1829 sia stata l’ultima volta in cui l’antica Bigorre si presentò sul monte Anis a riannodare ufficialmente i legami con Le Puy.

L’anno seguente, un’altra rivoluzione portava sul trono Luigi Filippo, il «re borghese» del quale abbiamo già parlato e che, in gioventù, aveva parteggiato per quei giacobini che avevano bruciato la Vergine nera, trasportandola al rogo sul carretto delle immondizie. Un personaggio che, di certo, non intendeva rispettare gli obblighi assunti dai sovrani precedenti. Così, in quel 1830, le autorità cessavano per la prima volta (a parte, ovviamente, gli anni della tormenta rivoluzionaria) di riconoscere l’autorità mariana su Lourdes e sulla Bigorre, autorità riconosciuta forse dall’epoca carolingia, certamente dal 1062, dal diploma di Bernardo I.

Osservava Brejon, uomo di legge, che i diritti di un feudatario su una terra si estinguevano dopo trent’anni dai mancati adempimenti degli obblighi «censuari» (il pagamento, cioè, delle rendite) e degli onori dovuti al signore stesso. I termini della prescrizione, nel nostro caso, iniziavano in quel 1829 in cui per l’ultima volta la Bigorre si era presentata a Le Puy con i suoi rappresentanti a portare l’omaggio dovuto. Dunque, nel 1859 i diritti di Maria sulla sua terra di Lourdes sarebbero caduti in prescrizione. Nel 1858, ecco la «Signora» (questo il nome con cui, significativamente, la chiamava Bernadette) apparire in una cavità della collina davanti al castello dove per secoli la sua bandiera aveva diritto di sventolare.

Annotava Brejon (ripreso dal Messori): «Senza dubbio, le prescrizioni della terra sono vane in Cielo e la Vergine Maria non aveva bisogno di difendere dei diritti riconosciutile dagli uomini per essere la più nobile delle Dame e per essere ovunque a casa sua. Certo: la corona di Contessa della Bigorre sulla fronte non le aggiungeva alcuna grandezza. Eppure, è caro ai nostri cuori pensare che la Vergine abbia amato questo legame terrestre che dovette forse alla pietà di Carlo Magno, di certo a quella del principe Bernardo. È all’ultima ora (un anno prima soltanto della prescrizione, che iniziava nel 1859, ma in tempo comunque utile) che Ella stessa è apparsa nella Bigorre per chiedervi, con l’omaggio dei suoi cari e antichi vassalli, quello di tutto il mondo. L’omaggio del mondo? Ebbene, sì: non era questo che avveniva a Le Puy nei secoli cristiani, dove era invocata come “Madre di tutti”?».




Antonio Ciseri, Apparizione della Vergine a Lourdes, 1879, Chiesa del Sacro Cuore, Firenze




lunedì 12 agosto 2019

Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

Lo scorso giugno ricordavamo, in un articolo di don Nicola Bux e Francesco Patruno, il centenario dell’incontro tra S. Francesco ed il sultano d’Egitto, in cui si metteva in rilievo come il significato di quell’incontro fosse ben diverso dalla vulgata che, oggi, vorrebbe dare a quell’incontro (v. S. Francesco ed il Sultano d'Egitto. Un'interpretazione storica da rivederequi).
Senz’altro, tra le più fedeli interpreti del Poverello d’Assisi, ed anzi sua pianticella, gelosamente coltivata ed accudita presso San Damiano, vi è Chiara d’Assisi, della quale celebriamo quest’oggi la festa. Ella, senz’altro, quale fedele interprete di Francesco, ci mostrò come comportarsi, ritenendo i musulmani non come fratelli, bensì come nemici.
Nella festa di questa Santa, perciò, non possiamo far a meno che ricordare quell’evento di un venerdì del settembre 1240, come narratoci da Tommaso da Celano.


Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

a cura di Giuliano Zoroddu

Il Serafico Patriarca Francesco, come si sa, nel 1219 volle andare in Egitto al seguito dei Crociati e si presentò allo stesso Sultano al-Malik al-Kāmil per predicare a lui e ai suoi, seguaci del falso profeta Maometto, “il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo” (vedi qui). Similmente ed in modo egualmente poco ecumenico, ebbe a confrontarsi coi Maomettani (soldati saraceni al soldo dell’empio e più volte scomunicato Federico II di Svevia), nel 1240, la sua prima discepola, santa Chiara “prima pianta delle Povere Donne dell’Ordine dei Minori”, come ci racconta il beato Tommaso da Celano.

 “Il Signore ti ha benedetta comunicandoti la sua possanza, e ha per mezzo di te annichilati i nostri nemici
(Giuditta, XIII, 22. Alleluia della messa propria di S. Chiara)


Piace a questo punto raccontare i portenti delle sue orazioni, con altrettanta aderenza alla verità quanto sono degni di venerazione.
In quel periodo travagliato che la Chiesa attraversò in diverse parti del mondo sotto l’impero di Federico, la valle Spoletana beveva più spesso delle altre il calice dell’ira. Erano stanziate lì, per ordine imperiale, schiere di soldati e nugoli di arcieri saraceni, fitti come api, per devastare gli accampamenti, per espugnare le città. E una volta, durante un assalto nemico contro Assisi, città particolare del Signore, e mentre ormai l’esercito si avvicina alle sue porte, i Saraceni, gente della peggiore specie, assetata di sangue cristiano e capace di ogni più inumana scelleratezza, irruppero nelle adiacenze di San Damiano, entro i confini del monastero, anzi fin dentro al chiostro stesso delle vergini.
Si smarriscono per il terrore i cuori delle Donne, le voci si fanno tremanti per la paura e recano alla Madre i loro pianti. Ella, con impavido cuore, comanda che la conducano, malata com’è, alla porta e che la pongano di fronte ai nemici, preceduta dalla cassetta d’argento racchiusa nell’avorio, nella quale era custodito con somma devozione il Corpo del Santo dei Santi.
E tutta prostrata in preghiera al Signore, nelle lacrime parlò al suo Cristo: «Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani di pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi, Signore, ti prego, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso salvare». Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dalla nuova arca di grazia: «Io vi custodirò sempre!». «Mio Signore – aggiunse – proteggi anche, se ti piace, questa città, che per tuo amore ci sostenta». E Cristo a lei: «Avrà da sostenere travagli, ma sarà difesa dalla mia protezione».
Allora la vergine, sollevando il volto bagnato di lacrime, conforta le sorelle in pianto: «Vi dò garanzia, figlie, che nulla soffrirete di male; soltanto abbiate fede in Cristo!». Né vi fu ritardo: subito l’audacia di quei cani, rintuzzata, è presa da spavento; e, abbandonando in tutta fretta quei muri che avevano scalato, furono sgominati dalla forza di colei che pregava.
E subito Chiara ammonisce quelle che avevano udito la voce di cui sopra ho parlato, dicendo loro severamente: «Guardatevi bene, in tutti i modi, dal manifestare a qualcuno quella voce finché io sono in vita, figlie carissime».

TOMMASO DA CELANO, Leggenda di Santa Chiara Vergine, in Fonti Francescane, Padova, 2011 (III Edizione), n. 3201-3202

venerdì 12 agosto 2016

Quando santa Chiara arrestò i saraceni ad Assisi

Nella festa tradizionale di S. Chiara d’Assisi, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi (cfr. anche Gregory Di Pippo, Miracles of St Clare of Assisi, in NLM, Aug. 11, 2016).

Felice Torelli, Madonna che porge il Bambino a S. Chiara, con S. Francesco, XVII sec.

Claudio Ridolfi, Madonna del Rosario con Bambino con i SS. Francesco, Ubaldo, Caterina d'Alessandria e Chiara, 1624 circa, Senigallia 

Elia Naurizio, S. Chiara, 1650 circa, chiesa di S. Maria Maddalena, Preore

Ambito dell'Italia centrale, SS. Francesco e Chiara dinanzi al Crocifisso, 1630-80, Rieti

Domenico Fiasella, S. Chiara scaccia i saraceni, 1667, chiesa di S. Giovanni Battista, Montoggio

Ambito laziale, Madonna col Bambino incoronano S. Chiara la quale schiaccia Satana, XVIII sec., Tivoli

Giustino Lombardo, S. Chiara mette in fuga i saraceni con l'ostensorio, XVIII sec.

Niccolò De Filippis, Estasi di S. Chiara, XVIII sec., museo diocesano, Bari


Francesco Giordano, S. Chiara scaccia i saraceni, 1727, chiesa della SS. Annunziata, Avigliano

Leonardo Antonio Olivieri, S. Chiara in gloria, 1740-60

Sebastiano Conca, S. Chiara, 1750 circa

Giambettino Cignaroli, Madonna delle con i SS. Francesco e Chiara, 1761, Bergamo

Ambito veronese, S. Chiara con l'ostensorio, XIX sec., Verona

Luigi Morgari, S. Chiara con l'ostensorio, pannello del Polittico del Sacro Cuore, 1920 circa

Quando santa Chiara arrestò i saraceni ad Assisi

di Cristina Siccardi

Mentre nelle chiese si accolgono i musulmani e li si rende partecipi delle proprie liturgie, come è accaduto dopo l’assassinio del parroco di Saint-Etienne-du-Rouvray, accadono contemporaneamente episodi sacrileghi per loro mano perché l’Islam possiede nel suo patrimonio genetico il dovere di infierire e piegare gli infedeli. Le recenti profanazioni nelle chiese di Venezia sono la dimostrazione che la moderna pastorale ecumenica, che oggi invita ad una blasfema convivenza religiosa e non ad una oculata tolleranza, porta a creare situazioni che si ritorcono contro la Chiesa stessa.
Dopo il braccio spezzato al Cristo settecentesco di San Geremia a Venezia da parte di un franco-magrebino, ora espulso, pochi giorni dopo quattro donne musulmane velate hanno sputato sul Crocifisso della chiesa di San Zulian, vicina alla Basilica di San Marco. In questo sacro luogo entrano addirittura degli islamici per pregare Allah e quando sono stati ripresi dal sacrestano, il quale li ha invitati ad andare nelle loro moschee, essi hanno risposto spavaldamente che sono autorizzati a pregare proprio lì, perché «possiamo, il Papa ci ha dato il permesso»
Di fronte agli invasori musulmani santa Chiara di Assisi (festa liturgica: 12 agosto per il calendario del Vetus ordo e 11 agosto per quello del Novus ordo) reagì ben diversamente dalla Chiesa di Papa Francesco. Al tempo della santa essi venivano chiamati saraceni (termine utilizzato a partire dal II secolo d.C. sino a tutto il Medioevo per indicare i popoli provenienti dalla penisola araba o, per estensione, di religione musulmana). In Italia i saraceni compirono, per secoli, diverse incursioni prima nel Sud, conquistando la Sicilia, poi nel Nord Occidente, con base in Provenza (nel 906 saccheggiarono e distrussero l’Abbazia della Novalesa). Con le loro violente e sanguinarie scorrerie giunsero anche ad Assisi. Fu proprio Madre Chiara (1193/1194-1253) a fermarli. Figlia del conte Favarone di Offreduccio degli Scifi e di Ortolana, catturata dalla predicazione di san Francesco d’Assisi, nella notte della domenica delle Palme, quando aveva circa 18 anni, fuggì da una porta secondaria della casa paterna, situata nei pressi della cattedrale di Assisi, al fine di raggiungere Francesco e i suoi frati minori nella chiesetta di Santa Maria degli Angeli, già allora denominata Porziuncola. Francesco la condusse al monastero benedettino di San Paolo delle Badesse presso Bastia Umbra, per poi trovarle ricovero nel monastero di Sant’Angelo di Panzo, alle pendici del Subasio, dove poco dopo fu raggiunta dalla sorella Agnese. Infine prese dimora nel piccolo fabbricato annesso alla chiesa di San Damiano, restaurata da san Francesco sotto il permesso del Vescovo Guido. Qui Chiara venne raggiunta da un’altra sorella, Beatrice, e da sua madre, oltre che da molte altre donne: dapprima vennero chiamate popolarmente Damianite, mentre Francesco usava il titolo di Povere Dame, per prendere poi il nome di Clarisse.
Aveva circa 47 anni quando i saraceni insidiarono Assisi e il suo monastero. Non surrogato femminista, come molte suore odierne, Madre Chiara si pose a difesa con Cristo della sua amata città, sprovvista di valide difese. Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, aveva mosso guerra contro la Chiesa, spingendo le sue soldataglie all’invasione delle terre pontificie, chiedendo ausilio ai più fieri nemici della cristianità, i saraceni appunto. Ne assoldò circa 20 mila, donando loro la città di Lucera, nel regno di Napoli e da quella base partirono per continue scorrerie, saccheggiando, distruggendo, incendiando città e castelli, compiendo sacrilegi e profanazioni nelle chiese e nei monasteri, uccidendo e facendo prigionieri. Un venerdì del settembre 1240 scalarono le mura del monastero di Santa Chiara e le suore, lascia scritto Tommaso da Celano: «Corsero a santa Chiara che era gravemente inferma e, con molte lacrime, le dissero come quella gente pessima avevano rotte le porte del monastero. Ed essa le confortava che non temessero […] ma armate di fede ricorressero a Gesù Cristo. E giacendo santa Chiara sulla paglia, inferma, si fece portare una cassettina d’avorio dove era il Santo Corpo di Cristo consacrato e si fece portare incontro a quella mala gente. E orando devotamente […] “Pregoti, Signor mio, che ti piaccia che queste tue poverelle serve, le quali tu, Signore, hai nutricate sotto la mia cura, che non mi siano tolte né tratte di mano, acciò che non vengano nelle mani e alla crudeltà di questi infedeli e pagani; onde pregoti, Signor mio, che tu le guardi, che io senza di te guardarle non posso e massimamente ora in questo amaro punto”. A questo priego, dalla cassettina che aveva dinnanzi reverentemente, si uscì una voce, come di fanciullo e, udendola tutte le suore, disse: “Io per tuo amore guarderò te e loro sempre” […]». (Vita di santa Chiara vergine, Opusc. I,21-22, in FF 3201, pp. 1915-1916).
I mercenari islamici fuggirono precipitosamente dal monastero, respinti dalla potenza di una forza invisibile. E di lì a poco lasciarono Assisi. Tuttavia, nel 1241 l’Imperatore, scomunicato da Gregorio IX, non tollerando la sottomissione di Assisi al romano Pontefice, organizzò una nuova spedizione. Quando il pericolo fu imminente santa Chiara chiamò le consorelle: ordinò un giorno di digiuno, dopo il quale le invitò a cospargersi il capo di cenere e a prostrarsi con lei davanti al tabernacolo. La mattina del 22 giugno un forte temporale portò lo scompiglio nell’accampamento degli assedianti, costringendoli ad una nuova fuga. Santa Chiara difese Cristo, il monastero, la sua città con l’arma della Fede e con il Corpo di Nostro Signore. Catturata a Cristo grazie a san Francesco, abbandonò tutte le offerte terrene per vivere con sorella Povertà e unirsi al Crocifisso per guadagnare la salvezza di molti. Votata unicamente a Dio, si lasciò guidare da un’unica ricchezza, la Trinità, e non ebbe stima per nessun’altra religione che non fosse quella cattolica.
Papa Francesco cerca, come hanno fatto altri Pontefici del postconcilio, di applicare e di far applicare ciò che sta scritto nella Nostra aetate: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno». Parole sganciate dalla realtà religiosa, storica e culturale dei popoli. Allah non è Dio Uno e Trino: «Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (§ 3). Dimenticare significa rinnegare Cristo per cercare di raggiungere una religione universale di fattura umana.
Ricoprire le nostre terre cristiane di moschee, entrare nei centri di culto islamici, ammettere i musulmani nelle nostre chiese, dando luogo ad un sincretismo tanto profanatorio quanto assurdo, non potrà mai essere la chiave risolutiva dell’attuale violenza islamica. Santa Chiara arrestò i saraceni, veneratori, oggi come allora, di Maometto e non del Figlio di Dio, con la fiducia totale nella Verità, nella Giustizia, nei Valori, nella Pace, nella Libertà portata da Gesù Cristo e Gesù Cristo fece sentire la sua potenza.