Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 16 marzo 2024

La velazione (o velatura) delle croci e delle immagini nel Tempo di Passione

Con i primi Vespri della Domenica di questa sera inizia il periodo più intenso della Quaresima che è il c.d. Tempo di Passione, nel quale si velano le immagini sacre delle chiese. Un uso che continua a sopravvivere pur nell'odierna temperie teologica e liturgica.



Rilanciamo un contributo sul punto dello studioso Francesco Tolloi, pubblicato nel 2022 sulla rivista diocesana di Trieste:

Liturgia: L'uso tradizionale di coprire statue, pitture e crocifissi in Quaresima

La velatura delle croci e delle immagini

di Francesco Tolloi

La storia plurisecolare di un uso diversamente attestato nelle diverse Chiese particolari dal VII secolo in Gallia al Messale post-conciliare di San Paolo VI passando per la riforma tridentina e post-tridentina della liturgia romana

«Usus cooperiendi cruces et immagines per ecclesiam ab hac dominica [V di Quaresima, n.d.a.] servari potest, de iudicio Conferentiae Episcoporum»(1). Il Messale, con tale rubrica permissiva, attesta un uso che, pur limitatamente ad alcuni luoghi, si è conservato e che per secoli fu di diffusione generale. Ma da dove e quando si diffuse tale usanza? Quali sono i suoi significati? Non è facile rispondere con certezza: le testimonianze, specie quelle più antiche, sono frammentarie ed anzi attestano una scarsa uniformità della prassi, tuttavia, i dati disponibili, consentono perlomeno di intuire dei percorsi di ricerca e, talvolta, di formulare prudentemente delle ipotesi, spesso ponendo nuovi quesiti. Il Messale che promulgò nel 1570 papa San Pio V secondo le indicazioni del Concilio di Trento, non menziona la prassi, per contro, trent’anni dopo l’editio princeps del Caeremoniale episcoporum, promulgata da Clemente VIII, ne fa esplicito riferimento(2). Questo stato di cose potrebbe suggerire l’ipotesi che nella prima epoca post tridentina si tentò di uniformizzare il costume della velatura, che si era mantenuto fino ad allora differenziato sia sotto il profilo geografico che temporale. La Francia, notoriamente refrattaria nell’accoglimento dei dettami tridentini, mantenne – nella lussureggiante galassia dei riti neogallicani (meglio sarebbe definirli usi propri diocesani) – una marcata differenziazione, destinata a perdurare fino alla seconda metà del XIX secolo, per questo ordine di motivi la sua osservazione è particolarmente utile ed interessante. A darcene autorevole testimonianza è Jean-Baptiste Le Brun des Marette, che a principio del Settecento viaggiò attraversò il regno di Francia annotando, con accurata meticolosità e dovizie di dettagli, gli usi liturgici esistenti nel territorio sia nelle diocesi che tra Ordini e congregazioni di religiosi, registrando, anche in questa fattispecie, consuetudini diversificate(3). Il Le Brun attesta in molte chiese francesi una copresenza di velature – che poi vedremo testimoniate anche al di fuori della Francia – di diverso tipo: delle tende vengono tirate per separare l’altare dal coro, oppure per separare del tutto la navata, altre volte sussistono entrambe, il più delle volte convivono con i veli che coprono le immagini e le croci. Diverso è anche il momento in cui queste coperture vengono poste: spesso ciò avviene appena alla conclusione dell’Ufficio della I domenica di Quaresima (dopo Compieta) venendo a marcare l’inizio del tempo quaresimale e con esso del digiuno che lo caratterizza. Un tanto deporrebbe circa la vetustà della prassi, in considerazione del fatto che la Quaresima, anticamente, si faceva iniziare in tale giorno (come avviene ancora presso gli orientali col lunedì puro) mentre solo più tardi, per far coincidere al numero di quaranta le giornate effettivamente destinate al digiuno, si aggiunsero i giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri alla Feria II (lunedì) dopo la I domenica di Quaresima(4). La velatura di immagini e croci, di cui fa riferimento il Messale, potrebbe essere un lacerto, in qualche modo cristallizzato, di queste particolari coperture realizzate, in epoca più remota come segno esteriore della Quaresima? E se così fosse l’uso V domenica di Quaresima potrebbe essere un momento più ritardato o un punto di arrivo raggiunto nel tempo cui, infine, si è data una struttura normativa? Si tratta di quesiti che, innanzi alle testimonianze qui brevemente accennate, sorgono spontanei. Circa l’antichità il Braun opina che l’uso si diffuse proprio in Gallia già nel VII secolo, nella penisola italiana si attesta intorno al Mille (Consuetudines dell’abbazia di Farfa, di matrice cluniacense), per divenire di uso generalizzato nel basso Medioevo(5).

Il celebre canonista Guglielmo Durando, Vescovo di Mende, ci tramanda che nel XIII secolo, epoca in cui visse, alla I domenica di Quaresima si coprono le croci e si tira il velo innanzi all’altare e riferisce che ciò in alcune chiese si compie la domenica di Passione (V di Quaresima)(6). L’Autore ravvisa dunque un legame tra le due azioni, così come parrebbe ritenerlo, sostanzialmente, anche il Martène sostenendo che, quanto si praticava alla sua epoca (tra XVII e XVIII secolo) la domenica di Passione, era un tempo d’uso generale compierlo la I domenica di Quaresima (dopo la Compieta della stessa, o dopo la celebrazione di Prima del lunedì immediatamente successivo)(7). Privare il fedele dalla vista delle cose sacre o persino dell’altare e dunque dell’azione sacra mediante la velatura si percepiva come segno esteriore di mestizia. Il citato Durando, estremamente significativo e rappresentativo di una modalità di interpretazione basata su suggestioni allegoriche che permea la speculazione dell’Età di mezzo, suggerisce che, mediante questo segno esteriore, il cristiano rivive una condizione di conoscenza imperfetta, dunque velata, al pari di quella degli uomini dell’antico testamento. Qualora la velatura sia limitata alle ultime due settimane prima di Pasqua, l’accento sarebbe posto sul nascondimento della natura divina: nella domenica di Passione, infatti, veniva proclamato il Vangelo di San Giovanni (8, 46-59) in cui i giudei vogliono lapidare Gesù, dopo un concitato e teso scambio verbale, tanto che egli si vede costretto ad uscire per nascondersi: Jesus autem abscóndit se, et exívit de templo(8). Ben diversa e non molto convincente, in questa circostanza, la spiegazione che dà Claude De Vert: l’Autore, celebre per ricondurre i gesti di culto e costumi liturgici a necessità materiali e concrete, ritiene che l’usanza possa derivare dall’uso arcaico di collocare la croce solo al momento della celebrazione ed anzi ritiene che essa, originariamente non veniva collocata affatto, come poté leggere e vedere in alcuni luoghi (ancora una volta nell’ambito degli usi neogallicani).

La croce sarebbe stata poi portata dal diacono o dallo stesso celebrante all’altare (es. a Reims) per rimanervi il tempo necessario: quando la comodità indusse a lasciarla sul posto, si prese l’abitudine di velarla, uso che sarebbe rimasto in questo specifico tempo(9). Mario Righetti, perito del Concilio Vaticano II, ritiene verosimile che la velatura di croci ed immagini la domenica di Passione sia una semplificazione tardiva delle velature quaresimali, in particolare opina poter derivare dall’hungertuch (letteralmente telo della fame) attestato inizialmente in area germanica a significare il tempo di digiuno(10). Particolarmente suggestiva ed articolata è l’ipotesi di Thurston: per l’Autore l’origine della velatura di croci ed immagini è riconducibile proprio ai teli che, anticamente, dal principio quaresima, celavano la sancta sanctorum. L’usanza andrebbe ricercata nell’allentamento e successivo abbandono della prassi canonica della pubblica penitenza. I penitenti, in capite quadragesimae, venivano allontanati dal tempio per poi essere riammessi e riconciliati il giovedì santo. Essi sarebbero stati dunque privati della vista delle cose sacre: mediante la velatura si produrrebbe una finzione giuridica che porterebbe tutti i fedeli, in un certo qual modo, alla condizione dei penitenti pubblici(11).

Note:

1. Cfr. Rubr. in Dom. V in Quadragesima, in Missale romanum, editio typica tertia, Città del Vaticano, Typis Vaticanis, 2002, pag. 255.

2. Cfr. Caeremoniale episcoporum, Romae, Typographia linguarum externarum, 1600, editio princeps, ristampa anastatica a cura di A. M. Triacca e M. Sodi, Città del Vaticano, LEV, 2000, Lib. II, cap. XX, pagg. 217 e s. (225 e s.).

3. S. De Moleon, Voyages liturgiques de France, Paris, Delaulne, 1718, passim. (De Moleon è lo pseudonimo del Le Brun des Marette).

4. In tal senso appare significativa l’Orazione secreta della I domenica di Quaresima del Messale c.d. tridentino che fa esplicito esordio del tempo quaresimale e con esso delle austerità, segno di conservazione di un elemento arcaico, di matrice gregoriana, a fronte delle modificazioni intervenute successivamente (cfr. Sacramentario Gregoriano. Testo latino-italiano e commento, a cura di M. Sodi e O.A. Bologna, Roma, Edizioni Santa Croce, 2021, pag. 63 al 223).

5. Cfr. G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso storia e simbolismo, trad. it. G. Alliod, Torino, Marietti, 1914, pag. 209 e segg. Per l’Autore l’uso di velare il crocifisso va ricercato nel fatto che sino al XII secolo Cristo veniva rappresentato trionfante sulla croce, volendo sottolineare i contenuti della passione salvifica lo si sottraeva dalla vista coprendolo (idem, pag. 211).

6. Cfr. G. Durando, Rationale Divinorum Officiorum, Ludguni, Ravillii, 1612, lib. VI al 32, par. 12, pag. 303. L’uso della velatura già la I domenica di Quaresima lo si riscontra anche nel rito ambrosiano, qui però vengono velate le sole immagini e non i crocifissi (Cfr. V. Maraschi, Le particolarità del rito ambrosiano, Milano, Propaganda Libraria, 1938, pag. 81).

7. Cfr. E. Martene, De antiquis Ecclesiae Ritibus, Antverpiae, de la Bry, 1737, tomus tertius, pag. 186.

8. Cfr. G. Durando, Rationale Divinorum Officiorum, op. cit., lib. I, al III, par. 35, pag. 17. Proprio al Vangelo di tale domenica è legato l’uso della cappella papale attestato dal Cerimoniale apostolico. Dal testo si apprende che la velatura della croce avviene in questa domenica ed in particolare le immagini sono coperte con un velo, issato con delle carrucole attraverso cui passando le corde, per mezzo di alcuni chierici della cappella nel momento in cui termina la proclamazione del Vangelo; cfr. A. Patrizi Piccolomini, Sacrarum Cerimoniarum, Sive Rituum Ecclesiasticorum Sanctae Romanae Ecclesiae, Coloniae Agrippinae, 1572, liber secundus, fol. 224 r.

9. Cfr. C. De Vert, Explication simple, litterale et historique des Cérémonies de l’Eglise, Paris, Delaulne, 1713, Tome quatrieme, pagg. 30 e ss.

10. Cfr. M. Righetti, Manuale di storia liturgica, Milano, Ancora, 1969, Volume II, pag. 175 e s. Sull’hungertuch, la sua diffusione e sopravvivenza, si veda ancora: G. Braun, I paramenti sacri, op. cit., pag. 211.

11. Cfr. H. Thurston, Lent and Holy Week, London, Longmans Green, 1914, pag. 99 e ss. Il rito dell’espulsione e riconciliazione dei pubblici penitenti trovava posto nel Pontificale romanum fino agli anni Sessanta del Novecento (cfr. Pontificale romanum, Taurini, Marietti, 1941, V, pagg. 300 e ss. Per l’approfondimento di questi riti si rinvia a: J. Catalano, Pontificale romanum in tres partes distributum, Parisiis, Méquignon, Leroux et Jouby, 1852, Tomus III, pagg. 8 e ss.

Fonte: Rivista diocesana di Trieste, Il Domenicale di San Giusto, 3.4.2022, pp. 8-9.


sabato 6 aprile 2019

Noicattaro: per tre giorni Gerusalemme

Con i primi vespri di questa domenica comincia ufficialmente il Tempo di Passione, che ci condurrà alla Settimana Santa, che avrà il suo culmine nella Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore.
Accostiamoci a questo grande mistero con la commemorazione e la meditazione dei dolori del Redentore, evitando di giungere al giorno dell’immolazione del divino Agnello, senza aver prima disposte le nostre anime alla compassione dei patimenti da Lui sofferti in nostra vece. Per questo la Chiesa è solita velare le croci e le immagini sacre in questo periodo.
Per introdurci degnamente in esso, pubblichiamo volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi, che ci fa entrare in questo mistero di dolore e di amore attraverso i riti celebrati nella cittadina pugliese di Noicattaro.

Vasily Vereshchagin, Ecce homo, XIX sec.


Noicattaro: per tre giorni Gerusalemme

di Vito Abbruzzi

Non molti giorni fa sono stato contattato telefonicamente da un amico, nojano doc (non a caso crocifero), chiedendomi di scrivere un articolo sui suggestivi riti della Settimana Santa di Noicattaro: dal mio punto di vista, che tanto li apprezza, pur non essendo nojano. Anzi, è proprio a motivo di ciò che egli mi ha interpellato, cercando di cogliere aspetti che forse sfuggono ai suoi compaesani, cultori di quelle plurisecolari tradizioni.
Premetto che il mio apprezzamento non è scevro da pregiudizi passati; pregiudizi che ho superato grazie proprio ai miei amici crociferi, che mi hanno aperto la mente e il cuore a considerare i riti nojani della passione e morte di Nostro Signore come atti di religiosità profondamente sentiti dalla intera popolazione nojana, e non già come momenti di mera manifestazione folclorica.
I miei pregiudizi, poi, derivavano dal fatto che, in quanto conversanese (e conversanese doc), ero e sono intimamente legato alle processioni del Venerdì Santo del mio paese: Conversano (distante poco meno di quindici chilometri da Noicattaro), che, nella centralissima chiesa della Passione, conserva e custodisce i cosiddetti “Misteri”: statue in cartapesta di ottima fattura tardo-settecentesca, che impressionano non poco l’osservatore attento, per il pregnante messaggio biblico-teologico che ciascuna di esse trasmette. 
Non si è, infatti, di fronte alle solite raffigurazioni di Cristi sofferenti, vinti dal dolore e, perciò, patetici. Al contrario, ci si trova dinanzi ad immagini che, pur parlando dell’Uomo dei dolori che ben conosce il patire (Is 53,3), mettono in luce la maestà divina unita alla ieratica virilità del Cristo che liberamente si è offerto alla sua passione, del Cristo che morendo ha distrutto la morte.
Cos’è, dunque, che mi affascina della Settimana Santa di Noicattaro, oltre ai ben noti crociferi, di cui ho avuto modo lo scorso anno (v. qui) e due anni fa (v. qui) di parlare? La compostezza di una intera comunità cittadina, riflessa nel decoro di un borgo, che per tre giorni (dal Giovedì Santo al Sabato Santo) sembra essere Gerusalemme, la Città Santa, col suo dedalo di strade e stradine, ove si muovono i sacri simulacri portati in processione. 
Un insegnamento a tutti i paesi limitrofi che, per opportunità varie, hanno – già da tanti anni a questa parte – escluso dai percorsi delle processioni i centri storici: dimenticati dagli uomini, dimenticati da Dio.
È commovente, invece, vedere, pur tra mille difficoltà di carattere logistico, le statue sfilare per le strade dell’antica Noja: il borgo medievale di Noicattaro, che si sviluppa attorno alla Chiesa Madre, pregevole esempio di architettura romanico-pugliese.
È proprio in questa chiesa che si conserva l’Amore dei Nojani: la bellissima Vergine Addolorata, portata in processione nella notte tra il Venerdì Santo e il Sabato Santo; notte che per i Nojani è per antonomasia “la Nottata (‘a nәttәtә)”.
Ma io, che nojano non sono, preferisco come “nottata” quella precedente: quella tra il Giovedì Santo e il Venerdì Santo, quando, finita l’ondata di gente venuta anche da fuori per assistere allo “spettacolo” dei primi crociferi, la città finalmente si svuota e le strade sono quasi del tutto deserte: solo pochi crociferi in giro e qualche buon cristiano a vegliare, nelle chiese aperte, il “Sepolcro” (uno in particolare è quello della centralissima chiesa dell’Immacolata: oramai un unicum, addobbato con fiori e candele secondo i crismi).
È in quella circostanza che, una volta giunto in Chiesa Madre, mi dirigo senza indugi verso la Vergine Addolorata, la cui espressione, e nel volto e nelle mani, commuove. Quanto bene si adattano ad essa i versi del poeta Metastasio: «Sento l’amaro pianto / della dolente Madre, / che gira fra le strade / in traccia del suo Ben. / Sento l’amato Figlio, / che dice: “Madre, addio; / più fier del dolor mio, / il tuo mi passa il sen”».
Il dolore della Madre si legge nei volti dei suoi devoti, che l’accompagnano nella ricerca del divin Figlio, stringendosi attorno a Lei; ma anche a Lui, che, ormai schiodato dalla Croce, viene idealmente portato in processione verso il luogo della sepoltura, cullato dai portatori.
È la Naca.
Parliamo di un’opera davvero pregevole, sotto tutti i punti di vista, da poco restaurata e riportata all’antico splendore. Lo stile è quello neoclassico, che ricorda molto da vicino la preziosa “Culla del Re di Roma” (il figlio di Napoleone), esposta all’interno del palazzo imperiale di Vienna.
La Naca impressiona parecchio, perché il Cristo raffigurato non è affatto rilassato: ha la muscolatura tutta contratta, per gli atrocissimi dolori sopportati in croce. È la sua una morte davvero faticata! Come direbbe mia madre nel suo espressivo vernacolo conversanese, quando leggeva la sofferenza nel volto cadaverico di una persona a lei cara: «La morte se l’è faticata!». 
Sembra di ascoltare l’apostolo Pietro, che ci ammonisce: «Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 1,18-19; 2,24-25).
L’invito, dunque, a partecipare ai riti della Settimana Santa di Noicattaro, in cui l’idea della passione e del sacrificio della Croce predomina in tutta la sua austera grandiosità. È il dramma della Redenzione. 
«Non corrisponderebbe certo alle intenzioni della Chiesa il cristiano che davanti allo spettacolo delle umiliazioni e della morte di un Dio, rimanesse indifferente e freddo. Ai nostri peccati sono da attribuirsi i rigori della giustizia divina che straziano l’umanità benedetta dell’innocente Gesù. E la condotta del Padre verso il suo unigenito Figliuolo deve ispirare a noi sentimenti di timore e stimolarci ad una vita penitente conforme al Vangelo e per non crocifiggere di nuovo nelle nostre membra il Salvatore e per evitare le estreme conseguenze della colpa» (E. Caronti).

sabato 17 marzo 2018

Tempo di Passione

La V Domenica di Quaresima è la I di Passione.
Questo periodo ci introdurrà direttamente alla Settimana Santa ed ai Misteri Pasquali della Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore.
Prima dei primi vespri del Sabato anteriore alla I Domenica di Passione avviene la velazione degli altari e delle immagini, come abbiamo più volte ricordato negli anni passati (v. qui anche per i riferimenti anteriori).
Rammentiamo a questo proposito le relative prescrizioni liturgiche: oggi prima dei Vespri si coprono le Croci, le icone dell’altare e le immagini dei Santi (Rubriche del Messale, del Sabato dopo la IV Dom. di Quaresima; Cerimoniale dei Vescovi, libro II, capo XX, n. 3 e Decreti della Sacra Congregazione dei Riti).
Le Croci rimangono velate fino all’adorazione della Croce del Venerdì Santo, e le immagini fino all’Inno Angelico il Sabato Santo (Sacra Congregazione dei Riti, 22 luglio 1848, 2), e non si scoprono per l’occorrenza di qualsiasi festa, anche del Titolare o del Patrono (Sacra Congregazione dei Riti, 16 novembre 1649, 2).
Del pari non si può scoprire l’immagine di san Giuseppe Patrono della Chiesa universale (Sacra Congregazione dei Riti, 2 aprile 1876. Cfr. D. 3448, 11).
Sull’Altare non si pongano immagini di Santi (Cerimoniale dei Vescovi, cit.).
Nondimeno la consuetudine tollera che si esponga sull’Altare il Venerdì di Passione la statua o l’immagine della Beata Vergine Addolorata (Sacra Congregazione dei Riti, 12 novembre 1831, 52).
Le immagini delle stazioni della Via Crucis non si velano (Sacra Congregazione dei Riti, 18 luglio 1885).
Nella festa di S. Patrizio, vescovo e Confessore, rilanciamo quindi questo contributo.

Giovanni Galizzi, S. Marco in trono tra i SS. Giacomo e Patrizio, 1547, Bergamo

Enea salmeggia, Madonna col Bambino in trono tra i SS. Giovanni Battista, Patrizio, Pietro e Marco, 1611, Bergamo

Francesco Capella, SS. Patrizio, Girolamo Miani (o Mauro) e Gregorio Barbarigo, 1762, Bergamo

Ambito veneto, Miracolo di S. Patrizio, 1790 circa, Padova

Pontificale per la festa di san Patrizio, Baltimora (Maryland, Usa), 1965

Tempo di Passione

di Vito Abbruzzi


Giovanni Gasparro, Elì, Elì, lemà sabactani?, 2005, Roma, collezione privata

La V domenica di Quaresima inaugura il cosiddetto Tempo di Passione, nel quale, secondo l’insigne liturgista ed Abate Don Emanuele Caronti, «predomina […] in tutta la sua austera grandiosità il dramma della Redenzione. Non corrisponderebbe certo alle intenzioni della Chiesa il cristiano che davanti allo spettacolo delle umiliazioni e della morte di un Dio, rimanesse indifferente e freddo».
Per comprendere e vivere a pieno questo dramma, ecco, allora, un’edificante meditazione dell’insigne liturgista benedettino, che ben spiega anche la molto suggestiva deposizione di Cristo dalla croce, dipinta da Giovanni Gasparro, in cui, come mi faceva notare l’arch. Mino Mincarone, «non ci sono attori ma protagonisti di qualcosa realmente accaduto», richiamando così quelli che sono – o dovrebbero essere – i canoni estetici propri dell’Arte sacra.

Domenica di Passione. Stazione a S. Pietro.

Incomincia la quindicina di preparazione immediata alla solennità pasquale. La stazione è a S. Pietro, ove Papa Simmaco aveva fatto costruire un celebre oratorio dedicato alla santa Croce. Delicato pensiero della liturgia romana, quello d’inaugurare il tempo della passione con una festa stazionale a San Pietro! Il divin Maestro, come ha istituito l’Apostolo erede del suo potere, così non l’ha privato della gloria della sua Croce.
L’idea della passione e del sacrificio della Croce predomina in tutta l’odierna Messa, che ci fa vedere in tutta la sua austera grandiosità il dramma della Redenzione. Non corrisponderebbe certo alle intenzioni della Chiesa il cristiano che davanti allo spettacolo delle umiliazioni e della morte di un Dio, rimanesse indifferente e freddo. Ai nostri peccati sono da attribuirsi i rigori della giustizia divina che straziano l’umanità benedetta dell’innocente Gesù. E la condotta del Padre verso il suo unigenito Figliuolo deve ispirare a noi sentimenti di timore e stimolarci ad una vita penitente conforme al Vangelo e per non crocifiggere di nuovo nelle nostre membra il Salvatore e per evitare le estreme conseguenze della colpa. Tutto l’apparato liturgico c’invita al pianto. Sull’altare, la Croce stessa scompare per ricordarci l’umiliazione di Gesù Cristo che, nascondendosi, s’è dovuto sottrarre ai suoi nemici che volevano lapidarlo. L’inno festivo del Gloria Patri in onore della SS.ma Trinità è sospeso, affinché più sensibile sia in noi l’impressione del dolore e della prossima catastrofe.

Fonte: E. CARONTI O.S.B., Messale Quotidiano per i Fedeli, Società Anonima Tipografica fra Cattolici Vicentini, Vicenza 1929, pp. 270-271.

sabato 1 aprile 2017

Velatura delle Croci e delle immagini sacre durante il Tempo di Passione

Come ricordato negli anni passati, è prassi nella Chiesa cattolica romana, all'inizio del Tempo di Passione, velare le Croci e le Immagini sacre sin dai primi Vespri della Domenica (v. qui, qui e qui. Cfr. La velatio della immagini durante il tempo di Quaresima, in Cooperatores Veritatis, 11.3.2016).
Per cui, è buona norma che questa sera, le chiese cattoliche si attengano a quest'uso prescritto dalle rubriche e dalla nobile tradizione liturgica della Chiesa.






I Crociferi di Noja, teologi della Croce di Cristo

Oggi è sabato della IV settimana di Quaresima, che, fin dai tempi di Gelasio I, in Roma, era destinato alle sacre Ordinazioni. Siccome però queste importavano il gran digiuno con la Pannuchis presso la tomba di san Pietro, e di regola non si celebravano che all’alba della domenica, così è probabile che in origine questo sabato fosse aliturgico, come sempre si usava quando nell’Urbe seguiva la veglia domenicale.
La messa s’ispira ai pii sentimenti che dovevano provare in cuor loro i catecumeni man mano che si avvicinava il giorno del santo Battesimo. Il brano evangelico odierno tratta dell'illuminazione interiore dell'anima per mezzo della fede e perché i Farisei non vogliono accogliere la testimonianza di Gesù in causa propria, questi appella all'autorità del Padre che lo ha inviato (Gv. 8, 12-20). Questa disputa ebbe luogo nella sala delle offerte, detta, in greco, γαζοφυλάκιον, gazophylacium, per indicare, forse, che la beneficenza e la compassione verso i poveri ci mettono sulla via di trovare Gesù. Beato davvero chi trova Gesù, giacché trova un tesoro. Onde, diceva un Santo: «Gesù mio, chi vuole altra cosa fuori di te, non sa quel che vuole».
Nei lezionari romani del IX sec., si aveva, va detto, oltre a quella prevista per oggi (Is. 49, 8-15), una seconda lettura tratta da Isaia: Omnes sitientes venite ad aquas, chiamata dall’Introito e che sollecitava i catecumeni ad accorrere alla piscina battesimale (Is. 55, 1). Per questo, l'odierno sabato, ultimo di Quaresima prima del tempo di Passione, era detto Sitientes, cioè Assetati.
Se, a detta di Gesù, la casa terrestre del Padre divino non è casa di commercio, meno ancora lo è il paradiso. La grazia non si compra, ma Dio nella sua magnificenza la dà a tutti generosamente. Per divenire quindi santo, basta di corrispondere generosamente alla vocazione divina manifestataci nel santo battesimo, accorrendo lietamente, bibite cum laetitia, alle fonti della grazia che sgorgano dall'Eucaristia. Nell'odierna messa il divin Salvatore insiste in questo suo Invito.
Oggi, prima dei Vespri si coprono le Croci, le icone dell’altare e le immagini dei Santi. La consuetudine tollera, comunque, che si esponga sull’Altare il Venerdì di Passione la statua o l’immagine della Beata Vergine Addolorata. Le immagini delle stazioni della Via Crucis non si velano. Per cui, con la giornata di oggi, entriamo nel periodo di Passione, cioè le ultime due settimane che precedono la Pasqua.
Per questo, quanto mai opportune sono le parole del nostro Abate Emanuele Caronti O.S.B., che avevamo già ricordato nel 2015 (v. qui): «Siamo nella settimana di Passione. Gesù è sotto il torchio, e sotto questo torchio dovrà passare tutta l’umanità redenta, dovremo passare anche noi. Ma la legge del dolore, dura e spietata com’è, nel cuore di Dio si muta in uno strumento di amore infinito. L’anima non progredisce che in proporzione dei suoi sforzi, dei suoi sacrifici, dei suoi patimenti». Sul torchio mistico, v. qui.
Pubblichiamo, quindi, volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi, che ci introduce nella I Settimana di Passione dedicato alla tradizionale e suggestiva visita ai Repositori (detti popolarmente "Sepolcri"), la sera del Giovedì santo, da parte dei c.d. crociferi (v. qui): uno dei riti della Settimana Santa a Noicattaro. Le origini di questa processione vengono fatte risalire all'inizio del '700 e denotano, comunque, un'ascendenza spagnola, che l'assimila ai riti che si svolgono nella città di Siviglia: «La processione dei crociferi, a Noicattaro, segna l’apertura delle celebrazioni per la Settimana Santa e il profondo rispetto per la tradizione fa sì che tutto sembri esattamente com’era trecento anni fa. Nella Pasqua del 1713 un nobile spagnolo, ora avvolto dall’anonimato, decise che anche nella sua nuova terra la Passione di Cristo sarebbe stata celebrata come a Siviglia: fu lui il primo ad attraversare le strade del paese con una croce in spalla e a flagellarsi con le catene davanti al Cristo in Croce. Quella che fu una scelta personale divenne presto tradizione popolare: di anno in anno il numero dei fedeli che hanno sollevato la Croce e seguito le orme del loro nobile predecessore è cresciuto e nessuno teme che in futuro la quantità di credenti forti e coraggiosi possa diminuire» (v. qui). Secondo altri, invece, l'origine sarebbe anche più risalente (v. qui).




Autore anonimo, Torchio mistico con i Sette sacramenti con donatore (Filips van Schoonhoven?), chiesa parrocchiale,  Aarschot

Gerolamo Troppa, Torchio mistico, XVII sec., Monastero di S. Chiara, Montecastrilli

Scuola di Quito, Torchio mistico, XVII-XVIII sec.

Giovanni Gasparro, Torculus Christi. Torchio mistico con i SS. Gabriele dell'Addolorata e Gemma Galgani, 2013, collezione privata

I Crociferi di Noja, teologi della Croce di Cristo

di Vito Abbruzzi

Venerdì sera, 24 marzo 2017, nella chiesa degli Agostiniani di Noicattaro (BA), di fronte ad un uditorio numeroso ed attento, Don Nicola Bux ha tenuto una conferenza sull’importanza teologica della plurisecolare tradizione dei Crociferi di Noja, commentando la frase paolina «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (Colossesi 1, 24) (cfr. sull'incontro, Valeria Dibenedetto, Chiesa della Lama: incontro sulla figura del Crocifero, in NoicattaroWeb, 3.4.2017).
Si tratta di autentica tradizione – non già di folklore! – che a Noicattaro orgogliosamente ci si tramanda, da tempo immemorabile, di padre in figlio: una tradizione che nasce dal basso (quasi ogni famiglia ha la sua croce e i suoi crociferi) e sempre, in qualche modo, criticata ed osteggiata dall’alto, scambiando quella che è una lodevolissima pratica di pietà popolare con una mera esibizione di forza individuale e collettiva.
No! La pia pratica dei Crociferi di Noja non è quello che i “signori benpensanti” (per dirla alla De Andrè) dicono essere: incuranti che il “mal-essere” dell’uomo moderno ha tra le sue cause prime proprio la desacralizzazione del sacro. E a denunciarlo non è un cattolico tradizionalista, bensì un agnostico: il filosofo Umberto Galimberti, che a questo tema ha dedicato due libri, entrambi pubblicati da Feltrinelli: Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro, nel 2000; Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, nel 2012 (v. qui).
Bisogna interrogare questi tanti anonimi cirenei, che, carichi di una pesante croce – per ore, in silenzio, a piedi scalzi, con una catena di trentatrè anelli (quanti gli anni di Cristo) legata alla caviglia destra, detta “disciplina” – girano incappucciati le chiese del paese, sfidando le imprevedibili avverse condizioni meteorologiche e… umane: fa sempre freddo, spesso piove, qualche anno addirittura nevica; c’è poi il crocifero che si ferisce alla pianta dei piedi, perché qualcuno non si è preoccupato di tener pulito il percorso, seminandovi invisibili oggetti contundenti o taglienti lasciati cadere lì a caso (come, ad esempio, pezzi di vetro di qualche bottiglia di birra fatta andare in frantumi).
Una autentica Via Dolorosa, come a Gerusalemme viene chiamata la storica Via Crucis percorsa da Gesù e ripetuta dai pellegrini cattolici che si recano nella Città Santa.
Ogni crocifero, interrogato sulle motivazioni che lo spinge a caricarsi della croce, in prima battuta dirà che così faceva il nonno e suo padre, e altrettanto intende fare lui: la croce come una sorta di testimone per cementare i legami delle varie generazioni tra di loro, confermando in questo modo la presenza attiva della propria famiglia ad un appuntamento per essa imperdibile: la Settimana Santa, i cui riti di devozione popolare si svolgono a partire dal Giovedì Santo sera (subito dopo la Messa in Cœna Domini) sino alla tarda serata del Sabato Santo (poco prima della Veglia Pasquale). Ma, andando più a fondo, si scoprono tante verità, pregne di teologia, che il singolo crocifero, con semplicità disarmante, racconta: verità scolpite nella propria carne dalla croce, che, ad onta della fatica pazientemente sofferta nel portarla, è e resta il “dulce pondus”, come detto nel canto Crux fidelis: l’inno gregoriano antichissimo e assai bello del Venerdì Santo.
Avendo la fortuna di avere come alunni parecchi ragazzi di Noicattaro che sono crociferi, ho chiesto loro, individualmente, le ragioni profonde che li spinge a fare ogni anno questa esperienza dolorosa ed esaltante allo stesso tempo. Uno, Antonio (diciassette anni), mi ha confidato che tre anni fa ha sentito forte il bisogno di prendere il posto di suo zio, morto suicida, che portava sempre una delle due croci più pesanti del paese (più di settanta chili). Pur non emulandolo, portando la stessa croce (non potrebbe sopportarne il peso), Antonio vive la propria esperienza di crocifero come un modo efficace per espiare anche il peccato dello zio. Durante tutto il tragitto, man mano che la fatica aumenta sino allo sfinimento, nella mente di Antonio si affollano i ricordi più brutti della sua vita, gli errori sin a quel momento da lui commessi, alleggerendosi così dallo schiacciante peso dei rimorsi grazie alla croce portata – ora su una ora sull’altra spalla, e mai poggiata per terra – con ammirevole dignità.
La lezione di Antonio è esattamente quella del discepolato di Cristo, che consiste appunto nel prendere la propria croce, smettendo di pensare solo a se stessi (cfr. Luca 9, 23), che poi si traduce, nella vita di tutti i giorni, nel portare i pesi gli uni degli altri (cfr. Galati 6, 2). E in questo i Nojani – a prescindere dall’essere crociferi o meno – sono di esempio. Come Stefania (diciassette anni), anch’ella mia alunna, la quale si è molto legata ad una sua compagna di classe di Conversano: Arianna, molto provata dalla malattia della sorella, che giovanissima sta lottando con un tumore. Il conforto che Stefania sta dando ad Arianna è encomiabile: dorme addirittura a casa dell’amica, quando la sorella di questa, con i suoi genitori, è a Milano per le cure chemioterapiche. E così non la lascia e non la fa sentire sola. Stefania è diventata per Arianna una seconda sorella. Per non dire poi di un mio ex alunno, sempre di Noicattaro, che tutti i pomeriggi andava a recitare il Rosario da suo zio, gravemente ammalato di SLA, dedicandogli due ore del suo tempo. Anche questo è portare la croce! E col sorriso! Infatti, non conosco una popolazione più gioviale di quella nojana: la simpatia suscitata anche dall’incomprensibile eppure fortemente espressivo vernacolo fa dei Nojani doc persone facete e argute. Come Giuseppe, mio ex alunno diplomatosi lo scorso anno, non a caso crocifero: una miniera inesauribile di risate. Ancora adesso lo ringrazio per avermi fatto ridere di gusto. E proprio per questo mi manca.
Un’altra lezione, ricevuta sempre da Antonio, è che, come Gesù non si scelse la croce da portare, altresì il crocifero: accetta in silenzio quella che al momento il responsabile delle croci gli porge, sempre proporzionata al suo fisico: chi vuol strafare, pretendendo una croce che non gli si confà, prima o poi viene meno, non senza l’altrui dileggio, ben conoscendo, da bravi contadini qual sono i Nojani, che «nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Luca 9, 62).
Un altro alunno, Michele (sedici anni), anch’egli crocifero per tradizione familiare, mi ha fatto comprendere – meglio di tanti teologi – il valore salvifico della Croce di Cristo. Alla mia domanda: «Ma Gesù avrebbe potuto salvarci con una modalità diversa da quella della Croce?», egli candidamente mi ha risposto: «No. La Croce è l’unica via possibile di redenzione per l’uomo». E ha ragione! Come dargli torto? I sindonologi insegnano che strumento più perfetto per mettere a morte un uomo mediante una lunghissima e dolorosissima agonia è stata ed è proprio la croce: strumento di infamia e di maledizione ben collaudato dai Romani nei confronti dei peggiori criminali – o presunti tali – non cittadini di Roma (come, ad esempio, gli schiavi). E invero «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno» (Galati 3, 13). Ma il legno della Croce da maledizione è divenuto per noi strumento di benedizione: «albero beato, ai cui bracci fu appeso il prezzo del riscatto del mondo» (inno Vexilla Regis). «Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza» (Ebrei 2, 10).
I Crociferi di Noja, dunque, quali veri teologi della Croce di Cristo. Una teologia, la loro, per niente accademica, testimoniata molto efficacemente nella personale ed intima assimilazione al Cristo crocifisso, facendo proprie le parole di San Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2, 20).
Alla domanda di Gesù «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18, 8), io non ho dubbi a rispondere che a Noicattaro certamente Egli, nostro signore e salvatore, la troverà, e la troverà in abbondanza… sino alla noja.