Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 8 aprile 2020

L’onanismo liturgico ai tempi del coronavirus

Rilanciamo volentieri questo contributo del nostro amico Franco Parresio.

L’onanismo liturgico ai tempi del coronavirus

di Franco Parresio

È proprio vero: al cattivo gusto non c’è mai fine!
È davvero disgustoso quanto pochi giorni fa, in un tweet – ormai cancellato – del 31 marzo, un solone insolente della nuova supposta teologia liturgica ha sostenuto, affermando che la Messa senza congregazione sarebbe una forma di «onanismo liturgico».
Mio Dio!, come siamo caduti in basso!
Nell’articolo, che riporta questa notizia (v. qui), si legge che il solone in questione (per sua disgrazia e di coloro che lo seguono ordinario di Teologia in una università statunitense) «appartiene al partito di Francesco».
E si vede!
Francesco per primo non si atterrebbe a quanto da lui stesso stabilito attraverso la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che, contro la diffusione del covid-19, vuole si celebri «senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace» (v. qui). E ciò a prescindere che si tratti o meno dei riti della Settimana Santa. Lo vediamo nelle liturgie mattutine in Santa Marta: puntualmente concelebrate con lo scambio della pace tra i concelebranti; concelebranti che, se da una parte stanno molto attenti a non infettarsi mantenendo le debite distanze, dall’altra non si fanno minimamente scrupolo a comunicarsi bevendo allo stesso calice.
Di qui un sospetto del tutto legittimo: se la messa privata è onanistica, quella congregata – stando alla terminologia del solone – non può che apparire orgiastica e, per sua stessa natura, fittizia… esattamente come molti riti delle tribù primitive (parola di Fromm).
Il solone trascura che la natura della messa è anzitutto e soprattutto sacrificale… e, poi, comunionale. Peccato che non arrivino a capirlo i non pochi santi sacerdoti, che se ne stanno chiusi in casa (per modo di dire) a non dire messa: tanto a che serve se non c’è il popolo? Questo pensano e dicono, trascurando che la messa, pur sine populo, è comunque e sempre pro populo! E mai come in questo momento c’è forte bisogno di messe! C’è bisogno che offrano il loro sacrificio eucaristico dai comodi luoghi delle proprie residenze. Glielo ha ricordato – se lo hanno letto e bene – San Giovanni Fisher alla seconda lettura dell’Ufficio delle Letture del lunedì della V settimana di Quaresima:
«Questo sacrificio è così gradito e accetto a Dio, che egli non può fare a meno – non appena lo guarda – di avere pietà di noi e di donare la sua misericordia a tutti quelli che veramente si pentono. 
Inoltre è un sacrificio eterno. Esso viene offerto non soltanto ogni anno, come avveniva per i Giudei, ma ogni giorno per nostra consolazione, anzi, in ogni ora e momento, perché ne abbiamo un fortissimo aiuto».
Ma glielo ricorda pure il Codice di Diritto Canonico:
«Sempre memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente; anzi se ne raccomanda vivamente la celebrazione quotidiana, la quale, anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è un atto di Cristo e della Chiesa, nella cui celebrazione i sacerdoti adempiono il loro principale compito» (can. 904).
E, infine, la pontificia Congregatio pro Clericis, con la Nota circa La celebrazione quotidiana della Santa Messa anche in assenza di fedeli (v. qui), in cui si bacchetta quella categoria di preti che pratica «il cosiddetto ‘digiuno celebrativo’ consistente nella pratica di astenersi […] dal celebrare la Santa Messa, privandone così anche i fedeli. In altri casi, il sacerdote che non svolge cura pastorale diretta ritiene non essere necessario celebrare ogni giorno, se egli non ha possibilità di farlo per una comunità. Infine, alcuni ritengono che, nel meritato periodo di riposo delle proprie vacanze, abbiano il diritto di ‘non lavorare’, e pertanto sospendono anche la Celebrazione eucaristica quotidiana. Cosa dire di tutto ciò?».
Più chiaro di così si muore!
Rinunciare per questi sacerdoti a ciò di più prezioso sono stati ordinati equivale, dunque, a doverli tristemente considerare quali “impiegati del sacro”, come ironicamente li ha definiti un mio amico. E il fatto di giustificarsi dicendo che «comunque preghiamo, recitando l’Ufficio», non è una bella scusa, anzi… giacché non c’è bisogno di essere preti per poter recitare il Breviario: per loro è e resta fondamentalmente un dovere, al quale non possono sottrarsi… come invece per la messa.
Poveri a loro!

giovedì 21 febbraio 2019

Un aforisma di papa Leone X contro il clero sodomita


Oggi, 21 febbraio, che nel calendario moderno ricorda la festa di S. Pier Damiani (in quello tradizionale, da noi seguito, la festa ricorre il 23!), vale a dire il maggior santo che si oppose al male della sodomia nella Chiesa (v. qui. Cfr. R. Cascioli, Pier Damiani aveva ragione sull'omosessualità, in LNBQ, 21.2.2018), si apre in Vaticano un vertice, voluto dal vescovo di Roma, per riunire i presidenti delle conferenze episcopali mondiali e discutere con loro sul problema della pedofilia nel clero. In realtà, come messo in luce da più parti, il vero male non è la pedofilia in se stessa dei chierici, ma quello dell'omosessualità dei medesimi (cfr. Anche il summit sugli abusi crea seri “dubia”. La lettera aperta di due cardinali, in Corrispondenza romana, 20.2.2019; «Vescovi, fermate la deriva omosessualista». Firmato: Burke e Brandmuller, in LNBQ, 19.2.2019; R. Cascioli, Abusi sessuali, un vertice con troppe censure e ambiguità, ivi, 21.2.2019).
Mentre i moderni si affannano a cercare di eludere il problema, per i veri cattolici non possono che essere accolte le disposizioni che la Chiesa, da saggia Madre, ha emanato nel corso dei secoli. Un allargamento delle maglie nel clero, su questo tema, non potrà che risultare dannoso e contrario a qualsiasi spirito di riforma vera della Chiesa. 

venerdì 23 febbraio 2018

Pier Damiani aveva ragione sull'omosessualità

Nell’odierna festa di S. Pier Damiani e vigilia di quella di S. Mattia apostolo, rilanciamo quest’editoriale di Riccardo Cascioli.

Francesco Allegrini, S. Pier Damiani, 1652-54, Gubbio

Ambito veneto, S. Pier Damiani, XVIII sec., Verona

Benedetto Gennari il Giovane, La Vergine col bambino appare a S. Pier Damiani, 1704, Faenza

Giuseppe Milani, SS. Romualdo, Pietro Crisologo e Pier Damiani, 1767, Ravenna




Alfonso Ambrosi, Maschera funebre e mano destra di S. Pier Damiani, 1958, Cattedrale, Faenza.
L'altare è progettato dall'architetto Vincenzo Pritelli nel 1898; l'urna è dei Fratelli Cotradini e Luigi Maioli.

Pier Damiani aveva ragione sull'omosessualità

«La sozzura sodomitica si insinua come un cancro nell’ordine ecclesiastico, anzi, come una bestia assetata di sangue infuria nell’ovile di Cristo con libera audacia». Così mille anni fa scriveva san Pier Damiani in un testo che è di straordinaria attualità. 

di Riccardo Cascioli

«Nelle nostre regioni, cresce un vizio assai scellerato e obbrobrioso. Se la mano della severa punizione non lo affronterà al più presto, certamente la spada del furore divino infierirà terribilmente, minacciando la sventura di molti. Ah, mi vergogno a dirlo! (…) La sozzura sodomitica si insinua come un cancro nell’ordine ecclesiastico, anzi, come una bestia assetata di sangue infuria nell’ovile di Cristo con libera audacia». Così san Pier Damiani, di cui oggi la Chiesa celebra la memoria, a metà dell’XI secolo scriveva il Liber Gomorrhianus (Libro di Gomorra). Il libro, sottotitolato “Omosessualità ecclesiastica e riforma della Chiesa”, era indirizzato al papa Leone IX, in cui il monaco Pier Damiani riponeva molta fiducia per un intervento drastico al fine di stroncare l’omosessualità praticata da sacerdoti e prelati.

Come si capisce già da questi brevi accenni, le parole di Pier Damiani, che è anche dottore della Chiesa, sono di estrema attualità. Evidentemente anche intorno all’anno Mille la corruzione morale oltre che diffusa nel clero era arrivata molto in alto nella gerarchia ecclesiastica («O riprovevoli sodomiti, perché desiderate, vi chiedo, con tanto ambizioso ardore, l’alta carica ecclesiastica?»). Anche se allora non si era arrivati – come invece vediamo accadere oggi – a vescovi e cardinali che benedicono le coppie dello stesso sesso e pretendono di cambiare la dottrina in materia. Pier Damiani lega anche – altro esempio di estrema attualità – l’omosessualità agli abusi sui minori e senza neanche bisogno di indagini sociologiche.

Pier Damiani si richiama giustamente alle Scritture per giustificare le sue parole di fuoco sull’omosessualità: «Questa turpitudine viene giustamente considerata il peggiore fra i crimini – dice -, poiché sta scritto che l’onnipotente Iddio l’ebbe in odio sempre ed allo stesso modo, tanto che mentre per gli altri vizi stabilì dei freni mediante il precetto legale, questo vizio volle condannarlo, con la punizione della più rigorosa vendetta. Non si può nascondere infatti che Egli distrusse le due famigerate città di Sodoma e Gomorra, e tutte le zone confinanti, inviando dal cielo la pioggia di fuoco e zolfo».

Pier Damiani ci vede un grande pericolo soprattutto per il clero, e il perché è facilmente spiegato: «Questo vizio non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti uccide il corpo, rovina l’anima, contamina la carne, estingue la luce dell’intelletto, scaccia lo Spirito Santo dal tempio dell’anima, vi introduce il demonio istigatore della lussuria, induce nell’errore, svelle in radice la verità dalla mente ingannata, prepara insidie al viatore, lo getta in un abisso, ve lo chiude per non farlo più uscire, gli apre l’Inferno, gli serra la porta del Paradiso, lo trasforma da cittadino della celeste Gerusalemme in erede dell’infernale Babilonia, da stella del cielo in paglia destinata al fuoco eterno, lo separa dalla comunione della Chiesa e lo getta nel vorace e ribollente fuoco infernale».

Sull’omosessualità peccato contro natura, ha le idee molto chiare e le sue parole non lasciano certo spazio a interpretazioni ambigue: «Questa pestilenziale tirannia di Sodoma rende gli uomini turpi e spinge all’odio verso Dio; trama turpi guerre contro Dio; schiaccia i suoi schiavi sotto il peso dello spirito d’iniquità, recide il loro legame con gli angeli, sottrae l’infelice anima alla sua nobiltà sottomettendola al giogo del proprio dominio. Essa priva i suoi schiavi delle armi della virtù e li espone ad essere trapassati dalle saette di tutti i vizi». E ancora: «Questa peste scuote il fondamento della fede, snerva la forza della speranza, dissipa il vincolo della carità, elimina la giustizia, scalza la fortezza, sottrae la temperanza, smorza l’acume della prudenza; e una volta che ha espulso ogni cuneo delle virtù dalla curia del cuore umano, vi intromette ogni barbarie di vizi».

Seppure san Pier Damiani chieda sanzioni molto severe nei confronti degli ecclesiastici che si macchiano di tale peccato, egli è mosso dal desiderio di riportare le anime a Dio, desidera il pentimento e la conversione: «Se infatti il diavolo è tanto potente da farti sprofondare in questo vizio, Cristo è molto più potente e ti può riportare alla cima da cui sei caduto».

Qualcuno sicuramente si scandalizzerà per queste parole durissime di san Pier Damiani, altri sicuramente sorrideranno sentendosi moderni e superiori a queste cose da Medioevo; ma seppure il linguaggio del nostro dottore della Chiesa oggi garantirebbe la galera immediata, la sua nettezza di giudizio non può non interrogarci: affonda le radici nella Scrittura e proclama una verità immutabile. In fondo, con altre parole più adatte ai tempi moderni, anche Benedetto XVI ha espresso analoghi concetti nell’ultimo discorso alla Curia Romana (21 dicembre 2012) quando ha parlato della sfida costituita dall’ideologia gender, che viene presentata come nuova filosofia della sessualità.  «Il sesso, secondo tale filosofia – diceva Benedetto XVI - non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata.  Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27) (…)  Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. (…) Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda. (…)  Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere».

Quello che mille anni fa era solo un vizio, per quanto diffuso nel clero, oggi appare come un attacco sistematico e consapevole contro il progetto creatore di Dio, di fronte al quale ci sono troppi silenzi complici nella gerarchia ecclesiastica. Anche di questi silenzi parla il Liber Gomorrhianus attaccando duramente quanti tacciono per evitare scandali o per quieto vivere. Bisogna svegliarsi, ci dice oggi più che mai san Pier Damiani, acquistare consapevolezza della posta in gioco (niente meno che la vita eterna, per noi e per quanti incontriamo) e liberare di conseguenza la Chiesa da quella lobby gay che la sta soffocando.

giovedì 3 novembre 2016

Rito pagano e panteista per un battesimo .... celebrato da un "prete"

Su segnalazione di un nostro amico, riportiamo la seguente vicenda.
Il noto Antonio Mazzi, di professione "prete", ma verosimilmente ateo o agnostico egli stesso, sull'ultimo numero della rivista Vita Pastorale (n. 10/2016), p. 74, racconta - compiacendosene - di aver scimmiottato per una donna atea il sacramento del battesimo, sottoponendo la bambina, per far contenta la madre senza Dio, ad un rito pagano e panteista.
Ormai la maggior parte del clero ha perso ogni ritegno. E di ciò se ne vanta pure. Pure la rivista ha avuto il coraggio di pubblicare questa discutibile esperienza!
Il clero perso inesorabilmente la fede, immerso com'è nel suo sentimentalismo religioso e nel suo buonismo, da cui è assente Dio. Siamo sicuri che la neo-Roma, però, approverebbe una tale condotta .... .
Un clero senza fede come potrà guidare il gregge loro affidato? Saranno ciechi che guidano altri ciechi, secondo la nota immagine evangelica (cfr. Matth. 15, 14).


Pieter Bruegel, La parabola dei ciechi, 1568, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

lunedì 29 febbraio 2016

San Pier Damiani, una voce per il nostro tempo

Pochi giorni fa abbiamo celebrato la memoria liturgica di S. Pier Damiani. Ora, l’attualità dell’insegnamento di quest’insigne Dottore della Chiesa ci è riproposto da un contributo di Cristina Siccardi, che volentieri rilanciamo.

San Pier Damiani, una voce per il nostro tempo

di Cristina Siccardi

«Tutto ciò che è presente, passa; resta invece quel che si avvicina. Come ha ben provveduto chi ti ha lasciato, o mondo malvagio, chi è morto prima col corpo alla carne che non con la carne al mondo!», questi sono alcuni versi dello scritto poetico che san Pier Damiani (1007-1072), la cui memoria liturgica è stata lo scorso lunedì 21 febbraio, scrisse per coloro che avessero visitato il suo sepolcro, custodito nella cattedrale di Faenza.
Ricevette l’ordinazione presbiterale intorno al 1034-1035 e in questo periodo entrò anche nella vita monastica di Fonte Avellana (Pesaro-Urbino), eremo fondato dal ravennate san Romualdo, del quale scrisse la biografia. Qui ebbe modo di farsi apprezzare per le sue capacità di docente e dell’eremo diverrà priore per 14 anni, dal 1043 al 1057.
Durante il suo priorato si adoperò nell’organizzazione e nella promozione della vita monastica, stilando anche una fruttuosa Regola. Curò pure l’ampliamento e la ristrutturazione di edifici esistenti e ne costruì di nuovi, come il monastero di San Gregorio in Conca (Rimini), l’eremo di Gamogna sull’Appennino faentino, il monastero di San Bartolomeo in Camporeggiano, presso Gubbio… e intrattenne un nutrito carteggio con i principali monasteri del centro d’Italia. Ma la sua azione, in qualità sia di religioso integro, sia di letterato valente, andò oltre i confini monastici e fu chiamato dai Pontefici per porsi al loro servizio.
Nella nutrita produzione teologica, canonistica, monastica di Pier Damiani (trattati, opuscoli, lettere, sermoni) si possono distinguere due centri di interesse: eremitico-monastico e teologico-ecclesiastico. La Croce è al centro della sua dottrina: «Non ama Cristo, chi non ama la croce di Cristo», affermava (Sermo XVIII, 11) e si qualificava come «Petrus crucis Christi servorum famulus – Pietro servitore dei servitori della croce di Cristo» (Ep 9, 1) e, ancora, «O beata Croce ti venerano, ti predicano e ti onorano la fede dei patriarchi, i vaticini dei profeti, il senato giudicante degli apostoli, l’esercito vittorioso dei martiri e le schiere di tutti i santi» (Sermo XLVIII, 14).
La Chiesa, di quando in quando, ha necessità di coloro che rimettano ordine nella sua dimensione umana, perché errori e peccati deturpano il modus operandi ecclesiale. San Pier Damiani fu assai utile, in questa impresa. La Chiesa, oggi, versa in uno stato di malattia e di vecchiaia a causa di errori che vengono tollerati e spesso vezzeggiati.
Quando nel 1989 crollò il muro di Berlino, la Chiesa non seppe riempire i vuoti ideologici che si erano formati in Europa, come altrove; forse a causa del suo inverno, dopo le illusioni primaverili del Concilio Vaticano II. E il vuoto è stato presto colmato da ideologie eredi del nazismo e del comunismo: pensiamo, per esempio, allo sviluppo derivato dall’eugenetica tedesca (selezione degli individui attraverso sofisticati studi scientifici, fino ad arrivare al programma Aktion T4, nome convenzionale con cui viene identificato il programma nazista di eutanasia). E nonostante la cavalcata del diabolico pensiero filosofico e scientista sia proseguita, la Chiesa attualmente si trova non impreparata – in quanto valenti studiosi contemporanei esistono per contrastarla – ma pavida, indeterminata e svirilizzata. Troppa debole fede? Troppa corruzione morale? Troppa superficialità e ignoranza? Forse tutto insieme…
Bussare alla porta del Buon Pastore con la preghiera, per chi crede, è normale; ma anche bussare alla porta del Papa è doveroso, sia per il clero che per i fedeli. Bussare per chiedere ascolto e attenzione al Padre della cattolicità terrena affinché venga accolto il grido da parte di chi non si arrende alle empietà che oggi vengono perpetrate ai danni degli innocenti: i bambini, prime vittime dei peccati degli adulti; bambini che spesso non trovano neppure più rifugio fra le braccia dei propri genitori, latitanti perché occupati sul lavoro o perché conquistati dai propri divertimenti o perché impegnati con altre storie sentimentali.
Oggi, con la scienza, si pensa di rimediare o tamponare ogni tipo di questione umana. In tal modo si crede che le problematiche psicologiche che sorgono nei minori a causa delle lacerazioni familiari, possano essere risolte attraverso la psicologia o la psichiatria, senza andare alla radice dei problemi, ovvero il padre sia padre e la madre sia madre. Ahimé (come si diceva un tempo) abbiamo non urgente necessità di psicoanalisti, ma di timor di Dio e di piscatores.
L’espressione sancta simplicitas, nel linguaggio di Pier Damiani, designa il coraggio e la forza d’animo propria dei piscatores, uomini che partecipano con salda convinzione alla fede. E proprio a loro si riferisce come modello di virtù nel De sancta semplicitate, lettera indirizzata a un monaco di nome Ariprando. La sete di scienza è per san Pier Damiani, una forma di idolatria, che distoglie l’uomo dal vero bene, che è la contemplazione di Dio. Egli affronta così il tema della vana curiositas: il mondo, egli sostiene, è solo la manifestazione di Dio, una teofania, pertanto indagare troppo il creato è pericoloso poiché la «cupidigia del sapere» è paragonata ad una tentazione diabolica.
Errori, corruzione, superbia… i peccati di sempre c’erano pure allora e si chiamavano simonia, nicolaismo (non rispetto del celibato ecclesiastico), rilassatezza dei costumi religiosi ed egli non temeva di denunciare lo stato di corruzione esistente nei monasteri e tra il clero. Con il pontificato di Leone IX si estese il suo orizzonte d’azione riformatrice e la sua collaborazione proseguì con i successivi papati di Stefano IX, Niccolò II e Alessandro II. Stefano IX lo nominò Cardinale e Vescovo di Ostia, ovvero uno dei sette cardinali vescovi suburbicari a più stretto contatto con il Pontefice.
Determinante e benefico fu il suo operato. Fu presente ai sinodi romani del 1047, 1049, 1050, 1051, 1053. Nel 1049 compose il Liber Gomorrhianus (ricordiamo che è recente la sua pubblicazione, con una introduzione del Professor Roberto de Mattei e la traduzione di Gianandrea de Antonellis, ed è possibile acquistarlo: http://letture.corrispondenzaromana.it/libro/liber-gomorrhianus/) sui peccati contro natura, un trattato di pregnante rilievo contemporaneo che fu necessario scrivere all’epoca poiché la società era da essi devastata. Non solo il Dottore della Chiesa si rivolse ai sacerdoti e ai religiosi, ma anche ai Vescovi, responsabili di non aver imposto il rispetto della disciplina ecclesiastica e aver tralasciato ogni intervento correttivo fra i disordini morali, quali la sodomia.
Anche la Chiesa odierna dovrà, prima o poi, piegarsi umilmente agli insegnamenti divini e pronunciarsi con fermezza sull’antico male che grida vendetta al cospetto di Dio, perché, come scrive il santo di Ravenna, «Se questo vizio assolutamente ignominioso e abominevole non sarà immediatamente fermato con un pugno di ferro, la spada della collera divina calerà su di noi, portando molti alla rovina».

lunedì 5 ottobre 2015

Sinodo: perché rileggere il Liber Gomorrhianus dopo il “coming out” del monsignore vaticano

Da sabato 3 ottobre i mass-media sono praticamente completamente catalizzati dalla vicenda “pruriginosa” del “coming out” del  “monsignore” dell’ex Sant’Uffizio e docente di teologia dogmatica in alcuni prestigiosi atenei pontifici della Capitale, autore di numerose ed impeccabili pubblicazioni (tra queste una significativa e perfettamente ortodossa sull'immutabilità di Dio: v. qui), sbandierata ai quattro venti da una sua intervista al Corriere della sera (v. qui) e poi da una sua “conferenza stampa”, nel corso della quale ha anche presentato il suo partner convivente (v. quiqui, qui e qui), che non ha mancato di rilasciare - c'era da aspettarselo - un'intervista sempre al Corriere (v. qui). Sulla vicenda, v. anche il commento di S. Em.za il card. Ruini (v. qui, qui e qui).
Krysztof Charamsa durante una messa
La vicenda, come facile intuire, ha conosciuto un clamore mediatico davvero senza pari (v. qui, quiqui, qui, quiqui, qui, quiqui e qui) ed è servito anche da improvvida “cassa di risonanza” ad un altro evento, parallelo e vigiliare del Sinodo, che probabilmente sarebbe passato in sordina e dedicato appunto al tema de quo, vale a dire una conferenza a porte chiuse, svoltasi a Roma, di “cattolici” LGBT (vqui; qui e, per la traduzione inglese, qui).
La Santa Sede, tramite il Direttore della Sala Stampa, P. Lombardi, pur esprimendo rispetto per «le vicende e le situazioni personali e le riflessioni su di esse», lamentava come la stessa rappresentasse un’indebita pressione sul Sinodo giusto alla vigilia della sua apertura (alcuni hanno avanzato l'ipotesi che trattasi addirittura in "golpe omosessualista": v. qui, il cui scopo è quello di trasformare il Sinodo in un evento gay-friendly: v. qui); dichiarava peraltro che il predetto prelato non potesse più svolgere alcun incarico presso la Congregazione per la dottrina della fede e presso le università pontificie, rimettendo ogni altra valutazione al vescovo della diocesi presso cui il monsignore era incardinato (v. qui testo della dichiarazione di P. Lombardi).
Krysztof Charamsa con il suo partner
Tale dichiarazione è stata un’occasione mancata per la Sala Stampa, che, lungi dall’esprimere “rispetto” (????), avrebbe, al contrario, dovuto esprimere tutto il suo disappunto e rammarico per questa vicenda di tradimento del celibato sacerdotale ed al contempo esprimere l’assoluta incompatibilità tra omosessualità e sacerdozio cattolico, richiamando ad es. l’Istruzione della Congregazione per l’educazione cattolica «circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri» del 31.8.2005-4.11.2005 (v. il testo qui. V. qui anche l'intervista al card. Zenon Grocholewski) e tutto il relativo magistero (v. qui). Un’occasione persa, peraltro, proprio in relazione al Sinodo, che si stava aprendo, ed a cui il clamore mediatico della vicenda del monsignore sembra chiaramente preordinato ad esercitare indebite pressioni. Un’occasione persa, ancora, anche per chiarire il magistero della Chiesa alla luce delle uscite recenti di alcuni prelati e partecipanti al Sinodo e non, che, non senza scandalo, con dichiarazioni estemporanee ed improvvide, hanno tentato di “normalizzare” o “compatire”, anche all’interno della Chiesa, le relazioni omosessuali (v. le recenti dichiarazioni del “card.” Kasper, v. qui e qui; del “vescovo” di Modena, Castellucci, v. qui e qui, e quelle del rag. Bianchi, che abbiamo già trattato qui). Un’occasione chiarificatrice mancata, inoltre, anche per denunciare come, oggigiorno, come ricordava in epoca non sospetta lo stesso scrittore cattolico Vittorio Messori, nei seminari vengano ammessi, o per lo meno tollerati, candidati al sacerdozio, che presentino tendenze omosessuali profondamente radicate (v. intervista a V. Messori del 2007, qui), che si manifestano, con grave scandalo per la Chiesa, sovente anche dopo l’ordinazione presbiterale a suon di vicende scandalistiche rilanciate puntualmente dai media.
Krysztof Charamsa con il suo partner
durante la conferenza stampa
Un’occasione persa anche per denunciare la totale assenza di fede – non intesa in senso sentimentalistico, ma come virtù teologica e teologale – in molti candidati al sacerdozio, che, privi del sacro timore di Dio, del Suo giudizio (prima ancora della riprovazione degli uomini!), della possibilità di una condanna eterna, compiono azioni contrarie al loro status o mancano, nella migliore delle ipotesi, della necessaria gravitas sacerdotale e della responsabilità che hanno, dinanzi al gregge affidato, quali ministri di Dio.
Per questo, è bene rileggere con attenzione e con la dovuta pietà, come suggerisce l’autore del contributo che segue, il testo di san Pier Damiani, il Liber Gomorrhianus, nel quale viene mostrata chiaramente come la Chiesa debba curare questa grave situazione del clero: non certo a suon di “rispetti” quasi conniventi e giustificativi o di false “misericordie” attente alla felicità ed ai piaceri terreni piuttosto che al destino eterno dell’uomo. Al contrario, ribadendo con maggior forza e giusto rigore la santa legge di Dio, ripristinandolo dei suoi diritti, da cui, stoltamente e con superbia diabolica, l’uomo ha pensato di distoglierlo.

Sinodo: perché rileggere il Liber Gomorrhianus dopo il  “coming out” del monsignore vaticano

di Giulio Ginnetti

Krysztof Charamsa con il compagno Eduard
(Ansa/Del Castillo)
«Se questo vizio assolutamente ignominioso e abominevole non sarà immediatamente fermato con un pugno di ferro, la spada della collera divina calerà su di noi, portando molti alla rovina», scrive san Pier Damiani nel Liber Gomorrhianus, riferendosi alla sodomia diffusa tra il clero del suo tempo. Queste parole hanno un’impressionante attualità alla luce delle dichiarazioni rilasciate, alla vigilia del Sinodo, al “Corriere della Sera” da monsignor Krzysztof Charamsa, ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede e segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale vaticana, oltre che docente alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum.
Il prelato polacco ha dichiarato tra l’altro: “Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana”. La sodomia è stata purtroppo praticata nel corso dei secoli, ma nessun sacerdote, della Curia Romana è mai arrivato a vantarsene pubblicamente e nessuna assemblea di vescovi ha mai messo all’ordine del giorno dei suoi lavori la comprensione e la “misericordia” verso le coppie omosessuali. E’ questa una buona ragione per rileggere le pagine infuocate del Liber Gomorrhianus, (Edizioni Fiducia, Roma 2015, euro 10), con un’introduzione di Roberto de Mattei.
Nel suo coming out il teologo vaticano si rivolge esplicitamente ai padri sinodali invitandoli a rivedere le loro posizioni nei confronti dell’ampia comunità LGBT: “(…) vorrei dire al Sinodo che l’amore omosessuale è un amore familiare, che ha bisogno della famiglia. Ogni persona, anche i gay, le lesbiche o i transessuali, porta nel cuore un desiderio di amore e familiarità. Ogni persona ha diritto all’amore e quell’amore deve essere protetto dalla società, dalle leggi. Ma sopratutto deve essere curato dalla Chiesa”.
Charmasa giustifica quindi la liceità del comportamento omosessuale, rivendicando l’esistenza di una presunta natura omosessuale: “(…) una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla propria Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura (…). La Bibbia non parla mai di omosessualità. Parla invece degli atti che io definirei “omogenitali”. Possono essere compiuti anche da persone eterosessuali, come succede in molte prigioni. In questo senso potrebbero essere un momento di infedeltà alla propria natura e quindi un peccato. Quegli stessi atti compiuti da una persona omosessuale esprimono invece la sua natura. Il sodomita biblico non ha niente a che fare con due omosessuali che oggi in Italia si amano e vogliono sposarsi”.
In tale prospettiva, secondo il teologo vaticano, non vi è una natura umana oggettiva ma esisterebbero tante nature quante sono le soggettive tendenze sessuali e in questo senso, stravolgendo a proprio piacimento l’insegnamento cattolico, il peccato non consiste nel tradire la suprema legge naturale ma nel tradire la propria personale natura.
Charmasa dopo aver, come se nulla fosse, reso noto di “avere un compagno che lo aiuta a trasformare le ultime paure nella forza dell’amore”, conclude la sua intervista, sottolineando come “su questi temi la Chiesa sia in ritardo rispetto alle conoscenze che ha raggiunto l’umanità. E’ già successo in passato: ma se si è in ritardo sull’astronomia le conseguenze non sono così pesanti come quando il ritardo riguarda qualcosa che tocca la parte più intima delle persone. La Chiesa deve sapere che non sta raccogliendo la sfida dei tempi”.
Tuttavia, se la società ha mutato il suo giudizio e atteggiamento nei confronti dell’omosessualità nel corso dei secoli, lo stesso non è avvenuto per la Chiesa cattolica in quanto essa è sempre rimasta fedele al suo immutabile Magistero dottrinale. In questo senso, la Chiesa ha incessantemente insegnato che la pratica dell’omosessualità è un abominevole vizio contro natura, che provoca non solo la corruzione spirituale e la dannazione eterna degli individui, ma anche la rovina morale della società, colpita da un germe mortale che avvelena le radici stesse della vita civile. Nel corso dei secoli tale insegnamento è stato trasmesso e confermato interrottamente dalla Sacra Scrittura, dai Padri della Chiesa, dai santi Dottori e dai Pontefici.

venerdì 31 ottobre 2014

Il falso profetismo del clero mondano - Editoriale di novembre di "Radicati nella fede"

IL FALSO PROFETISMO DEL CLERO MONDANO

Editoriale "Radicati nella fede" - Anno VII n° 11 - Novembre 2014


Scoppia la guerra in qualche parte del mondo e il clero, alto o basso che sia, esprime solidarietà con le vittime e le popolazioni colpite. C'è un'alluvione o un terremoto, ed esprime vicinanza nella preghiera, aggiungendo un'invettiva contro le autorità civili che non hanno saputo prevenire il disastro o sono state insufficienti nei soccorsi. Siamo in crisi economica e questo clero insegna agli economisti cosa bisogna fare per affrontarla, propinando allo stato o agli industriali la propria ricetta ricordando i diritti dei lavoratori.
Ci siamo ormai abituati a questi immancabili e scontati bollettini ecclesiastici sulla situazione, partoriti nelle altrettanto immancabili riunioni delle conferenze ecclesiastiche.
Ma tutto questo è compito davvero del sacerdozio cattolico? E se lo è in qualche misura, è tutto qui il suo compito?
Dopo aver tanto parlato di Chiesa profetica, manca la profezia, quella vera, quella cattolica secondo Dio. Manca il richiamo del ritorno a Dio.
No, questo richiamo non lo sentirete più! Non sentirete più quelle parole che tornavano fedelmente in ogni tempo e stagione della vita cristiana e specialmente nei momenti difficili e di dolore: “Cari fratelli, questa sofferenza, questa calamità, questa crisi ci richiamano a tornare a Dio, perché non ci capiti qualcosa di peggio!”.
Mai dai pulpiti di oggi si è alzata una voce chiara. Mai si è ricordato che nel dolore Dio ci parla, non soltanto della sua tenerezza, ma anche della nostra conversione. “Fratelli, è perché abbiamo abbandonato il Signore che tutto questo ci viene addosso; facciamo penitenza e torniamo all'osservanza dei comandamenti.”
Qualcuno dirà che qui si fa terrorismo spirituale; che anche il giusto soffre, che la Croce non è sempre conseguenza del peccato personale. È vero.
Sì è vero, ma il giusto chiamato alla Croce pesante, lo è in riparazione del peccato di tutto il popolo, e quindi non toglie nulla, anzi conferma la verità che le calamità hanno un legame col peccato.
Un testo del grande domenicano P. Calmel (1914-1975) è molto eloquente al riguardo. Scritto nel 1968 (“le pretre et la révolution, 1914-1968”, Itineraire n. 127, novembre 1968, p. 37), denuncia la variazione operata dal clero mondano nello sguardo cristiano sulla storia umana. Un clero mondano che già nella prima metà del '900 passava ad un falso profetismo, ad una falsa lettura della realtà:
“Il clero mondano fece soprattutto delle variazioni sulla pace perpetua, il disarmo e la promozione sociale”, vantava i soldati morti al fronte (si era alla fine della I guerra mondiale) per “l'emancipazione umana secondo la dichiarazione dei diritti dell'uomo” - Invece di parlare di Dio al mondo sofferente per la guerra, lavorava come i socialisti perché i morti della grande guerra fossero utili alla promozione umana; al posto della salvezza eterna questo clero si preoccupava dei diritti dell'uomo!
Ma riprendiamo P. Calmel: “...i preti con il gusto del mondo sono arrivati progressivamente a voler fondere il messianismo soprannaturale del Regno che non è di questo mondo con il messianismo rivoluzionario della massoneria o del comunismo. Questi preti sono entrati nel gioco di Cesare che, dopo la rivoluzione del 1789, aspira più che mai a sostituirsi a Dio, eliminando il peccato originale e le sue conseguenze...”. Terribile! È la scomparsa della vita soprannaturale, del Regno che non è di questo mondo, della vita eterna. Questi preti con il gusto del mondo sono diventati i sacerdoti del Naturalismo, della religione che non parla più del peccato e della grazia. Sono preoccupati dei diritti dell'uomo, ma non che gli uomini si salvino dall'Inferno e possano giungere, dopo una vita cristianamente vissuta, in Paradiso. È scomparso il Regno di Dio per fare spazio al regno dell'O.N.U. Sempre Calmel: “I preti con il gusto della rivoluzione insegnano con crescente insistenza da più di vent'anni che la pace di Cristo si confonde con la politica secondo l'O.N.U., e si riassume in essa”. “Il prete con il gusto del mondo, il prete “mondano” (…) si è trasformato fino a divenire l'uomo del messianismo terreno (…), si fa complice del Cesare moderno.”
Qualcuno dirà che oggi nella Chiesa si è meno propensi al sociale e alle tentazioni della lettura marxista della storia; che questo pericolo fu quello dei preti degli anni '70, tentati dal dialogo coi marxisti. Sì, in un certo senso è vero, il comunismo è crollato, ci si è “imborghesiti” un po' tutti. Ma alla rivoluzione anni '70, quella della solidarietà con gli operai, si è sostituita la rivoluzione borghese, quella della solidarietà con le lotte per i diritti individuali: i diritti alle coppie di fatto, dell'omosessualità, dei divorziati risposati che vogliono la comunione; della libera contraccezione, della libera adozione... e chi più ne ha più ne metta. Si tratta sempre qui della medesima Rivoluzione dettata dal laicismo massonico, che sia di destra o di sinistra poco importa, ...sempre sotto la bandiera dei diritti dell'uomo. Del problema di Dio e della salvezza eterna nemmeno l'ombra!
“Più di un milione e mezzo di giovani cristiani di Francia doneranno la loro vita dal 1914 al 1918, e i preti secondo il mondo, testimoni ebeti di questa ecatombe senza precedenti, non avranno la capacità di cogliere il significato, di comprendere che, se non facciamo ritorno a Dio, delle ondate ancora peggiori ci attendono...”
“Se non facciamo ritorno a Dio” ...non lo diranno mai questi preti mondani, non lo diranno mai perché hanno sposato le vecchie rivoluzioni socialiste o le nuove rivoluzioni borghesi e liberali.
E quanti preti, discepoli di questi “testimoni ebeti” hanno fatto carriera, fino a giungere ai gradi alti della gerarchia. Tutti questi li senti parlare: di fronte ai dolori, alle calamità, alle guerre, agli omicidi ...non ricordano mai che occorre tornare a Dio. Esprimono solidarietà, noiosamente e vuotamente ...e il mondo fa finta di ascoltare questi appelli che rispondono al solito copione già scritto.
L'unico stupore sarebbe possibile per la Verità, l'unica Verità. 
Se un prete, anche del più umile borgo del mondo, si alzasse a dire “Fratelli, se non torniamo a Dio, ci capiterà di peggio”, allora il mondo potrebbe fare davvero silenzio e pensare.