Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 19 aprile 2019

L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

In questo Venerdì Santo, vogliamo rilanciare una scoperta, che risale allo scorso autunno: l’anello di Ponzio Pilato. Forse, quello stesso anello con il quale il prefetto di Giudea aveva “firmato” la condanna a morte di Gesù. Per la verità, l’anello era stato scoperto, quasi un cinquantennio fa, nei pressi di Betlemme, all’Herodium. Tuttavia, solo l’anno scorso ne è stata decifrata la scritta, identificando così il suo proprietario: Pilato, appunto.
La notizia ha avuto ampio risalto sulla stampa: Amanda Borschel-Dan, 2,000-year-old ‘Pilate’ ring just might have belonged to notorious Jesus judge, in The Time of Israel, Nov. 29, 2018; World Israel News Staff, Pontius Pilate’s ring discovered from site near Bethlehem, in WIN News, Nov. 29, 2018; Palko Karasz, Pontius Pilate’s Name Is Found on 2,000-Year-Old Ring, in The New York Times, Nov. 30, 2018; Nick Squires, Bronze ring found in ancient fortress near Bethlehem may have belonged to Pontius Pilate, in The Telegraph, Nov. 30, 2018; Nir Hasson, Ring of Roman Governor Pontius Pilate Who Crucified Jesus Found in Herodion Site in West Bank, in Haaretz, Dec. 2, 2018; Robert Cargill, Was Pontius Pilate’s Ring Discovered at Herodium?, in Biblical Archeology Society, Dec. 4, 2018; Dorothy Cummings McLean, Archaeologists uncover ring bearing seal of Roman governor who ordered Jesus’ death, in Lifesitenews, Dec. 13, 2018; G. W. Thielman, Archaeologists Discover Pontius Pilate Reference On Ancient Ring, in The Federalist, Dec. 26, 2018; Mezzo secolo dopo la scoperta decifrato il nome del prefetto romano, in L’Osservatore Romano, 29.11.2018; Paolo Rodari, Israele, ritrovato l’anello di Ponzio Pilato, in La Repubblica, 30.11.2018; Andrea Tornielli, Pilato, a 57 anni dalla scoperta della lapide ritrovato un anello col suo nome, in La Stampa, 1.12.2018; Franca Giansoldati, L’anello di Ponzio Pilato trovato a Betlemme: il nome decifrato grazie a una tecnica fotografica, in Il Messaggero, 1.12.2018; Christophe Lafontaine, L’enigma di un antico anello: appartenne a Pilato?, in Terra Santa.net, 1.12.2018; Scoperto l’anello di Ponzio Pilato, un’altra prova della storicità del prefetto dei Vangeli, in Chiesa e postconcilio, 4.12.2018.
L’odierna ricorrenza, dunque, ci sembra quantomeno opportuna per rilanciare questo contributo.

Antonio Ciseri, Ecce homo, 1880 circa, Museo Cantonale d'Arte, Lugano



L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato.


La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato. L’anello era stato ritrovato, insieme a migliaia di altri reperti risalenti al I secolo, grazie agli scavi guidati nel 1968-69 dal professor Gideon Foerster dell’Università Ebraica di Gerusalemme, eseguiti in vista dell’apertura dell’Herodion ai visitatori. L’Herodion è la collina su cui Erode il Grande fece costruire un palazzo-fortezza sul finire del I secolo a.C. che venne poi distrutto dai Romani intorno al 71 d.C., a seguito della prima guerra giudaica.

L’attuale squadra che lavora presso il sito archeologico, guidata da Roi Porath, anch’egli dell’Università Ebraica, è riuscita a discernere, dopo aver accuratamente pulito l’anello e grazie all’uso di una speciale fotocamera messa a disposizione dai laboratori dell’Autorità israeliana per le Antichità, il nome in greco impresso sull’anello e formato dalle lettere «ΠΙΛΑΤΟ», equivalenti appunto a «Pilato». I dettagli della ricerca sono stati pubblicati in un articolo sull’Israel Exploration Journal (vol. 68/2). La scritta circonda l’immagine di quel che sembra un recipiente per il vino. Dopo la decifrazione del nome i ricercatori lo hanno collegato al Ponzio Pilato di cui parlano tutti e quattro i Vangeli, dove è menzionato come il governatore della Giudea che acconsentì, pur riluttante, alla crocifissione di Gesù. Un nome che noi cristiani ripetiamo ogni volta che pronunciamo il Credo, ricordando che Nostro Signore patì «sotto Ponzio Pilato».

Oltre che dai quattro evangelisti, Pilato è menzionato negli scritti di altri autori a lui contemporanei, cioè lo storico d’origine ebraica Flavio Giuseppe (ca 37-100) e l’erudito Filone d’Alessandria (ca 20 a.C.-45 d.C.), nonché in un brano di Tacito (ca 55-120) risalente al 116 circa. La storia ce lo indica come il quinto governatore della Giudea romana, che resse tra il 26 e il 36. Non si conoscono altri personaggi dell’epoca aventi il suo stesso nome, che come ha spiegato il professor Danny Schwartz era più che una rarità in Israele: «Non conosco nessun altro Pilato del periodo e l’anello mostra che era una persona di levatura e ricchezza», ha detto Schwartz, citato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Per gli studiosi, inoltre, un anello di questo tipo rivela lo status dei membri della cavalleria romana del tempo, cui lo stesso Pilato apparteneva. Il suo nome era stato ritrovato dal professor Foerster negli anni Sessanta anche su una pietra dell’Herodion, che dopo la morte di Erode continuò a servire come base dei funzionari romani ed è dunque verosimile che anche Pilato se ne servì come una sorta di quartier generale. Tornando all’anello con sigillo, i ricercatori ritengono che possa essere stato usato da Pilato nel suo lavoro quotidiano e, dunque, potrebbe averlo avuto al dito quando diede il suo via libera, preceduto dal gesto di lavarsi le mani, alla crocifissione di Gesù. Poco prima, riferisce san Giovanni Evangelista, il governatore romano aveva avuto il famoso dialogo con Gesù, che gli disse di essere venuto nel mondo «per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». E Pilato aveva poi chiesto: «Che cos’è la verità?» (Quid est veritas? Curiosamente, questa frase latina anagrammata contiene già in sé la risposta…).


NON SOLO INRI. PILATO E LA SCRITTA SULLA CROCE

Questa interessante ricerca contemporanea ci dà lo spunto per ricordare un altro fatto che riguarda Pilato e Gesù, relativamente poco noto, specie se considerato nella sua portata più ampia e rivelatrice. È risaputo che sopra la santa Croce il politico romano aveva fatto porre l’iscrizione - il cosiddetto titulus crucis - recante il motivo della condanna di Cristo: Iesus Nazarenus [1] Rex Iudaeorum(«Gesù nazareno, il re dei Giudei»), le cui iniziali ci restituiscono la celebre sigla INRI. L’iscrizione, tuttavia, non era solo in latino. San Giovanni Evangelista, autore del quarto e ultimo Vangelo, ci informa infatti che la scritta era in ebraico, latino e greco. Un dettaglio irrilevante? Non proprio. Per capire perché facciamo un passo indietro nella Scrittura.

Nella teofania del roveto ardente, narrata nel libro dell’Esodo, Dio si rivela a Mosè ordinandogli di tornare in Egitto per liberare il suo popolo, Israele. Quando Mosè, domandosi in che modo gli Israeliti avrebbero mai potuto dargli retta, chiede a Dio di manifestargli il suo Nome, si sente rispondere: «Io Sono colui che Sono!». E poi: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» (Es 3,14). Il sacro tetragramma corrispondente al Nome divino, che molti ebrei non osano pronunciare e rendono con il termine Adonai (Signore), è YHWH. Torniamo al racconto evangelico. Nel pieno della sua attività pubblica, mentre rivela la sua consostanzialità al Padre, Gesù fa una profezia a quei Giudei che stentano a riconoscerlo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono» (Gv 8,28), dove l’innalzamento indica la sua crocifissione. Ma in che modo questa profezia si lega al titulus crucis?

Sempre Giovanni, nello stesso brano in cui ci informa della scritta eseguita in tre lingue, riferisce che «molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città». Da lì i capi dei sacerdoti dei Giudei protestarono con Pilato: «Non scrivere: Il re dei Giudei, ma: Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei». Certo, si può pensare che già da sola l’espressione re dei Giudei desse fastidio a chi non aveva accettato Gesù Cristo, ma c’è molto di più: ricordiamo che - quando Nostro Signore fu condotto davanti al sinedrio - il sommo sacerdote si stracciò le vesti, accusandolo di bestemmia, solo dopo che Gesù aveva confermato di essere il Figlio di Dio. Era questa infatti la vera inconcepibile «colpa» di Gesù per i suoi carnefici, essere uomo ma «farsi» Dio.

In definitiva: sappiamo della scritta in latino, ma com’era resa in ebraico? Lo scrittore Henri Tisot (1937-2011) si è rivolto a diversi rabbini per sapere quale fosse l’esatta trascrizione in ebraico di «Gesù nazareno, re dei Giudei» e ha scoperto che le lettere corrispondenti dovevano essere «שוע הנוצרי ומלך היהודים», le quali - traslitterate, vocalizzate e tenendo presente la lettura da destra verso sinistra - ci danno come risultato: Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim. Le iniziali non sono altro che il tetragramma sacro: YHWH. Cioè il Nome di Dio rivelante l’Essere eterno e perfetto: Io-Sono. La profezia di Gesù era compiuta.

I Giudei che protestarono con Pilato si videro quindi improvvisamente davanti agli occhi - nel modo più impensabile - la Verità incarnata, il Dio fatto uomo, che avevano rifiutato e messo in croce. Ecco perché si rivela in tutto il suo significato l’iscrizione composta da Pilato e con essa la replica del governatore, ancora riferita da san Giovanni Evangelista, di fronte alla richiesta di quei Giudei: «Quel che ho scritto ho scritto» (Gv 19,22). Come una sentenza, un sigillo che ci ricorda Chi è quel Bambino che festeggiamo a Natale e venuto in mezzo a noi per offrirci la salvezza.

[1] “Nazarinus”, secondo il frammento di tavoletta custodito a Roma nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme e che corrisponderebbe alla forma corretta del latino nel I secolo.

mercoledì 2 novembre 2016

Mostrata la tomba del Cristo vivente. La morte davvero non ha l'ultima parola .....

Avevamo parlato giorni fa (v. qui) dello scoprimento, dopo secoli, del banco di pietra sul quale era stato deposto il corpo del Signore Gesù Crocifisso e che era stato, dunque, diretto testimone della Resurrezione.
Le ricerche archeologiche hanno dimostrato, peraltro, che il sepolcro di Giuseppe di Arimatea, nel quale era stato posto il Signore, si trovava all’interno di un’area cimiteriale ebraica, allocata fuori delle mura dell’epoca della Città Santa.
Il banco di pietra non era riportato alla luce dal 1810, allorché la lastra marmorea era stata spostata. La volta precedente accadde nel 1555, sotto la guida del Custode Bonifacio di Ragusa, quado anch'egli fu autorizzato a eseguire dei lavori all'Edicola, perché all’epoca – come oggi – mostrava i segni d’usura provocati dal passare del tempo.
Come apprendiamo dal sito ufficiale della Custodia di Terra Santa, «la roccia originaria, il letto funebre di Gesù, [è] tagliato nella stessa pietra di Gerusalemme. Nella pietra si scorgono dei canali scavati: per lo scorrimento dei fluidi, dicono gli uni, per un rituale bizantino che consiste nel santificare l'olio, affermano altri. Il modo in cui la pietra è tagliata potrebbe dare un'idea agli specialisti dell'orientamento del corpo. La testa diretta verso Ovest o verso Est?» (Ho visto la tomba del Cristo vivente, in Custodia di Terra Santa, 28.10.2016. In inglese, I saw the tomb of the living Christ, ivi, Oct. 28, 2016). Ovviamente, sulla base dei risultati, altre ricerche saranno compiute.
Oggi, perciò, è assai indicato rilanciare alcune foto pubblicate da National Geografic e da alcuni altri siti. Infatti, nell’odierna celebrazione della Commemorazione dei fedeli defunti, si annuncia la speranza, per tutti coloro che si sono addormentati nel Signore, che il loro destino non è per la morte (fisica ed eterna), ma sarà simile a quello del Salvatore e per la vita eterna e beata in Dio.
Articoli di riferimento: Kristin Romey, Unsealing of Christ's Reputed Tomb Turns Up New Revelations, in National Geographic, Oct. 31, 2016;
Id., La tomba di Gesù svela i suoi segretiivi, 31.10.2016;
Id., La resurrezione del Santo Sepolcro, ivi, 27.10.2016;
Giorgio Bernardelli, I Francescani: “Ecco com’è la pietra del sepolcro di Gesù”, in La Stampa, 30.10.2016.





(Cliccare sull'immagine per il video)







Foto tratte da National Geographic

venerdì 25 marzo 2016

Il luogo del processo di Gesù dinanzi a Pilato

È stato scoperto il luogo dove Gesù fu processato da Pilato?
A questo interrogativo nel dicembre 2014, forse, si è data una risposta, venendo resa nota la scoperta dei resti del palazzo di Erode, nel quale Gesù fu processato da Pilato. La notizia è stata diffusa in Italia ed all’estero nei primi giorni del 2015 (cfr. Gerusalemme, gli archeologi scoprono il luogo del processo a Gesù, in La Stampa, 5.1.2015; Ivan Francese, Scoperto il palazzo di Erode: qui venne processato Gesù?, in Il Giornale, 5.1.2015; F.Q., “Gesù fu processato qui?”. Per gli archeologi Usa trovato il palazzo di Erode, in Il Fatto quotidiano, 5.1.2015; Mario Iannacone, Il luogo del processo a Gesù: nuove ipotesi, in Avvenire, 6.1.2015. Cfr. anche Site of Jesus’ trial unearthed? Archaeologists believe they have found remains of Herod’s palace in Jerusalem, under former Turkish prison near Tower of David Museum, in The Columbian, Jan. 9th 2015; Ruth Eglash, Archaeologists find possible site of Jesus’s trial in Jerusalem, in The Washington Post, Jan 4th, 2015; Robin Ngo, Tour Showcases Remains of Herod’s Jerusalem Palace—Possible Site of the Trial of Jesus, in Bible History Daily, Oct. 12, 2015).

«Questo è il luogo dove Gesù è stato processato»

di Chiara Rizzo

Da pochi giorni sono visitabili i resti del palazzo di Erode a Gerusalemme. Intervista all’archeologo statunitense Shimon Gibson, che ci spiega cosa spinge gli studiosi a ritenerlo il luogo del processo a Cristo
Da neanche una settimana nella città vecchia di Gerusalemme, accanto alla porta di Giaffa, sono visibili al pubblico per la prima volta i resti del palazzo di Erode il Grande, scoperti nel 2000 durante gli scavi alla Torre di David. Avvolto per anni nel mistero, quel palazzo (costruito nel 25 a.C.) sarebbe stato occupato all’epoca in cui visse Gesù dal procuratore romano a Gerusalemme Ponzio Pilato, e proprio qui Cristo potrebbe essere stato processato e condannato alla crocifissione. Ne è convinto per esempio l’archeologo statunitense Shimon Gibson, da anni impegnato a Gerusalemme in diversi scavi: «Mancano le iscrizioni che confermino con certezza cosa sia successo in quel luogo, ma tutti gli indizi, archeologici, storici ed evangelici, fanno pensare che fosse proprio questo il luogo del processo a Gesù», dice. Gibson, docente di Archeologia all’Università del North Carolina e capo del dipartimento archeologico dell’Università della Terra Santa, racconta a tempi.it il lungo lavoro con cui ha unito uno per uno, in quindici anni, i tasselli della ricerca storica fino a convincersi che il palazzo di Erode «sia il luogo dove Gesù è stato processato».

Lei ha svolto un’ampia indagine, incrociando testi evangelici e di storici. Quali indizi l’hanno convinta?
Tito Flavio Giuseppe (37-100 d.C.), uno storico romano di origine ebraica, nel 70 d.C. scriveva: «Pilato, dopo aver sentito che costui (Gesù) era accusato dagli uomini di più alto rango, lo aveva condannato». Il più celebre Tacito, intorno al 115 d.C., cioè 80 anni circa dopo la morte di Cristo conferma: «Cristo era stato condannato alla pena di morte durante il regno di Tiberio, per sentenza del procuratore Ponzio Pilato, e la rovinosa superstizione (il cristianesimo, ndr) fu momentaneamente soffocata». Passiamo alla descrizione nei documenti dei luoghi di questa condanna. Anzitutto sappiamo, da tutti i Vangeli, che dopo l’arresto al Getsmani Gesù fu portato nella casa del sacerdote Caifa per essere interrogato. Nel vangelo di Giovanni (18; 15-19) si apprende che «lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno». L’esatta locazione della casa di Caifa non è nota: tuttavia, la tarda tradizione bizantina l’ha collocata nella zona occidentale della città, proprio non lontano dai resti del palazzo abitato dall’allora governatore romano. Il vangelo di Marco non dice molto sul luogo in cui si tenne il processo, se non che la folla «accorse» da Pilato, «mentre egli sedeva in tribunale» (Mc, 15; 8). Matteo aggiunge però che Pilato «sedeva sul suo scranno in tribunale», in greco il “bema”. È un primo indizio. Lo scranno di Pilato potrebbe essere della stessa specie di quello usato dal figlio di Erode il Grande, il tetrarca Filippo, descritto dallo storico romano Flavio Giuseppe che raccontava si trovasse nel palazzo di Erode: «Il trono su cui sedeva quando emetteva giudizi lo seguiva ovunque egli andasse».

Una cartina elaborata dal professor Gibson
mostra sull’angolo a sinistra l’area del palazzo di Erode,
comprendente un 
praetorium.
Con i trattini viene indicato il
probabile percorso della via verso il Golgota

Passiamo al secondo indizio.
Nel Vangelo di Marco si ha l’impressione che il processo a Gesù si sia tenuto in un’area all’aperto, dato che leggiamo: «Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la corte» (Mc 15; 16). La stessa impressione si ha nel testo di Matteo: «Allora i soldati condussero Gesù nel pretorio, e radunarono attorno tutta la coorte» (Mt 27; 27). Alcuni studiosi hanno in passato ritenuto che il pretorium fosse un edificio interno. Ma una coorte romana in media raggruppava 600 soldati e sarebbe servito un luogo più ampio, aperto. In effetti, secondo Flavio Giuseppe il palazzo di Erode aveva un’area residenziale verso nord, protetta da tre alte torri (i resti di una delle quali sono oggi stati recuperati) e da un muro di difesa, con un largo e meraviglioso giardino, e un accampamento militare, cioè proprio un “praetorium”. Accanto al palazzo sono stati ritrovati i resti di una porta, che io ritengo essere quella “degli Esseni”: una porta che avrebbe rappresentato una via d’accesso speciale per il re Erode, poi per il Governatore, e per i soldati e accanto alla quale sono stati ritrovati i resti di un’ampia corte dove potrebbe essersi radunata la folla all’epoca del processo. Il palazzo consisteva di due ali gemelle, cioè due palazzi squadrati. Le zone di servizio, come le cucine o i magazzini, si trovavano a nord del palazzo nell’area attualmente occupata dalla corte della cittadella e corrispondono con i resti visibili oggi. Il palazzo era elevato proprio su un imponente piattaforma, parte della quale ora è stata scoperta con gli scavi archeologici sotto il Giardino Armeno. Si tratta di un terzo importante indizio.

Perché?
I governatori romani, nei territori controllati, dispensavano la giustizia in un’arena pubblica, come una corte, o una piazza adiacente il praetorium, con uno scranno del giudice posto su una piattaforma rialzata, cui si accedeva da una scalinata. È questo che in latino viene definito “tribunale”, con la stessa parola usata nei vangeli. Il palazzo di Erode calzerebbe perfettamente a questa descrizione del tribunale, ma anche a quella evangelica. Il vangelo di Giovanni offre infatti ulteriori informazioni sul luogo in cui si è tenuto il processo: «Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi (i sacerdoti, ndr) non vollero entrare per non contaminarsi. Uscì dunque Pilato verso loro»; «Pilato allora rientrò nel pretorio» (Gv 18; 28-29). Ci suggerisce che il processo ebbe luogo in uno spazio aperto dove si trovava la folla dei Giudei infiammata, con Pilato che interrogava Gesù all’interno del palazzo, al piano del pretorio, dove Cristo fu anche flagellato. Poi Giovanni aggiunge: «Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale (in greco “bema”, cioè lo scranno), nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà». Gabbatà, secondo lo storico Flavio Giuseppe, in aramaico significava “luogo elevato”, ed è così che egli descriveva il tribunale usato dai romani proprio in una parte del palazzo di Erode. Uno strato di roccia su una parte del sito corrisponde esattamente al luogo elevato descritto come tribunale dallo storico e dall’evangelista Giovanni. Litòstroto in greco significa invece pavimento lastricato di pietre. Il luogo scoperto oggi contiene proprio una corte interna pavimentata in pietre. In effetti il palazzo sarebbe stato il luogo ideale per condurre un processo pubblico, seppur sommario, perché l’accampamento militare o “praetorium” e le tre torri consentivano ai romani di monitorare la folla accalorata radunata nella vicina corte. Molto probabilmente Gesù fu caricato della croce nel praetorium accanto al palazzo, e da lì condotto verso la Porta Gennath o del Giardino, da cui fu fatto salire al Golgota.

Tuttavia nella via crucis attuale, sin dal medioevo si considera come tribunale il luogo chiamato “Fortezza Antonia”. Perché secondo lei non sarebbe quello giusto?
È molto difficile che fosse quello dal momento che serviva principalmente come torre di osservazione militare. Si affacciava sul Monte Tempio, l’attuale spianata delle moschee, e i soldati potevano da lì tenere sempre d’occhio la folla dei fedeli, per evitare insurrezioni o proteste. La torre era sì elevata, ma era troppo stretta per servire da residenza del governatore e da quartier generale dei soldati. Della struttura non è sopravvissuto quasi nulla se non la base in roccia, che ho misurato personalmente: 90 metri per 40, contro i 140 metri per 140 del palazzo di Erode che hanno convinto maggiormente la quasi unanimità degli archeologi.

Fonte: Tempi, 12.1.2015

mercoledì 28 gennaio 2015

Ritrovata una nuova “Vita” di S. Francesco d’Assisi attribuibile a Tommaso da Celano

Nella memoria di S. Pietro Nolasco e seconda di S. Agnese, rilancio una notizia che è stata trascurata da molti blog cattolici. Si tratta della notizia di una scoperta di un nuovo testo di Tommaso da Celano (v. anche il sito di medievalhistories); notizia che non mancherà di riempire di gioia i veri estimatori del grande Santo d'Assisi, oggi tra i più incompresi, deformati e falsificati della storia della santità della Chiesa.
Indubbiamente questa scoperta senz'altro getterà ulteriore luce sulla figura del Poverello, contribuendo a rimuovere quella patina di uomo irenista, pacifista, pauperista, buonista, animalista ante litteram, ...; aggettivi questi che non possono in alcun modo attribuirsi allo Stigmatizzato de La Verna, come messo in luce dalla storiografia più recente (v. qui).

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Un nuovo manoscritto sulla vita di san Francesco, l'eccezionale scoperta che ci riempie di gioia

di Felice Acrocca
Storico



La notizia della scoperta di una nuova vita di san Francesco certo fa fare salti di gioia. Un articolo su Le Monde, sabato 24, e un altro (non privo di inesattezze) del medesimo tenore sul Corriere della sera, domenica 25 gennaio, hanno diffuso la notizia che Jacques Dalarun ha rintracciato, in un manoscritto proveniente da una collezione privata e ora – grazie all’interessamento dello stesso Dalarun – acquisito per 60.000 euro dalla Biblioteca Nazionale di Parigi, una nuova vita del Santo che sarebbe stata scritta da Tommaso da Celano, dopo che l’agiografo abruzzese aveva redatto, tra il 1228 e il 1229, la sua prima opera (la Vita beati Francisci, più conosciuta come Vita prima), e prima che mettesse mano a scrivere il Memoriale (meglio noto come Vita secunda, circa 1247).
Jacques Dalarun ha infatti reso noto che nel settembre 2014 ricevette una mail da Sean L. Field, che gli segnalava la notizia di un manoscritto posto all’asta nel sito Les Enlumineurs, una delle migliori gallerie sul Medio Evo e il Rinascimento: un manoscritto che prometteva di rivelarsi interessante! Quando ha potuto trascrivere il Prologo del testo, Dalarun si è reso conto che il codice trasmetteva un’opera del primo agiografo di san Francesco, il quale si rivolgeva a frate Elia, allora ministro generale, dichiarando che alcuni frati lamentavano il fatto che la sua opera (la Vita beati Francisci, appunto) fosse troppo lunga e gli chiedevano di farne un compendio. Nello stesso Prologo, Tommaso riconosceva che proprio Elia (ministro generale tra il 1232 e il 1239) gli aveva fornito le informazioni necessarie per scrivere l’opera precedente.
Secondo Dalarun non solo l’opera è stata scritta da Tommaso negli anni Trenta del Duecento, ma il manoscritto stesso, di origine centro italica, risale a quegli anni, ciò che rende il tutto davvero molto interessante. Infatti, il codice, 122 fogli di piccola dimensione (120 x 82 mm), contiene diversi florilegi, delle collezioni di sermoni, le Ammonizioni di san Francesco, un commento al Padre Nostro. Ora, se davvero il codice è stato scritto negli anni Trenta, vale a dire pochi anni dopo la morte del Santo, ci troveremmo di fronte al testo più antico delle Ammonizioni; inoltre, che rapporto c’è tra il commento al Padre Nostro e la Preghiera sul Padre Nostro (così l’intitola l’ultimo editore) che compare tra gli scritti di Francesco? E tra i sermoni in questione potrebbe forse trovarsi quello pronunciato da Gregorio IX in occasione della canonizzazione dell’Assisiate, che sappiamo traeva esordio dal versetto biblico Quasi stella matutina e di cui finora si è persa ogni traccia? Forse sto sognando, ma sognare – almeno fino a che non si avrà la possibilità di studiare il codice – non costa nulla.
Certo, è ben difficile che in epoca posteriore qualcuno si mettesse a copiare un’opera che nel Prologo dava un tale risalto a frate Elia, vittima, dopo la sua deposizione dal governo dell’Ordine (1239) di una efficacissima damnatio memoriae. Anche sull’origine centro italica mi pare di poter concordare, a partire però dalla sola foto (certo non di qualità) pubblicata dal Corriere della sera.
La nuova Vita produce qualcosa di nuovo in merito alla conoscenza di Francesco oppure si limita ad abbreviare la precedente opera di Tommaso? Per ora, nulla può dirsi di preciso, finché non si avrà a disposizione il testo. Resta il fatto che l’eccezionale scoperta ci riempie di gioia e infonde fiducia che non tutti i giochi son fatti: vale a dire che altre scoperte sono ancora possibili, come testimonia il fatto che nemmeno quarant’anni or sono Giovanni Boccali ritrovò un brano poetico indirizzato da Francesco a Chiara e alle sue sorelle (si tratta dell’Audite poverelle).
Anche per questo il nostro grazie a Jacques Dalarun, tra gli studiosi di francescanesimo uno tra quelli maggiormente impegnati nello studio delle opere agiografiche su san Francesco d’Assisi, non può che essere spontaneo, grande e sincero.