Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 19 aprile 2019

L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

In questo Venerdì Santo, vogliamo rilanciare una scoperta, che risale allo scorso autunno: l’anello di Ponzio Pilato. Forse, quello stesso anello con il quale il prefetto di Giudea aveva “firmato” la condanna a morte di Gesù. Per la verità, l’anello era stato scoperto, quasi un cinquantennio fa, nei pressi di Betlemme, all’Herodium. Tuttavia, solo l’anno scorso ne è stata decifrata la scritta, identificando così il suo proprietario: Pilato, appunto.
La notizia ha avuto ampio risalto sulla stampa: Amanda Borschel-Dan, 2,000-year-old ‘Pilate’ ring just might have belonged to notorious Jesus judge, in The Time of Israel, Nov. 29, 2018; World Israel News Staff, Pontius Pilate’s ring discovered from site near Bethlehem, in WIN News, Nov. 29, 2018; Palko Karasz, Pontius Pilate’s Name Is Found on 2,000-Year-Old Ring, in The New York Times, Nov. 30, 2018; Nick Squires, Bronze ring found in ancient fortress near Bethlehem may have belonged to Pontius Pilate, in The Telegraph, Nov. 30, 2018; Nir Hasson, Ring of Roman Governor Pontius Pilate Who Crucified Jesus Found in Herodion Site in West Bank, in Haaretz, Dec. 2, 2018; Robert Cargill, Was Pontius Pilate’s Ring Discovered at Herodium?, in Biblical Archeology Society, Dec. 4, 2018; Dorothy Cummings McLean, Archaeologists uncover ring bearing seal of Roman governor who ordered Jesus’ death, in Lifesitenews, Dec. 13, 2018; G. W. Thielman, Archaeologists Discover Pontius Pilate Reference On Ancient Ring, in The Federalist, Dec. 26, 2018; Mezzo secolo dopo la scoperta decifrato il nome del prefetto romano, in L’Osservatore Romano, 29.11.2018; Paolo Rodari, Israele, ritrovato l’anello di Ponzio Pilato, in La Repubblica, 30.11.2018; Andrea Tornielli, Pilato, a 57 anni dalla scoperta della lapide ritrovato un anello col suo nome, in La Stampa, 1.12.2018; Franca Giansoldati, L’anello di Ponzio Pilato trovato a Betlemme: il nome decifrato grazie a una tecnica fotografica, in Il Messaggero, 1.12.2018; Christophe Lafontaine, L’enigma di un antico anello: appartenne a Pilato?, in Terra Santa.net, 1.12.2018; Scoperto l’anello di Ponzio Pilato, un’altra prova della storicità del prefetto dei Vangeli, in Chiesa e postconcilio, 4.12.2018.
L’odierna ricorrenza, dunque, ci sembra quantomeno opportuna per rilanciare questo contributo.

Antonio Ciseri, Ecce homo, 1880 circa, Museo Cantonale d'Arte, Lugano



L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato.


La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato. L’anello era stato ritrovato, insieme a migliaia di altri reperti risalenti al I secolo, grazie agli scavi guidati nel 1968-69 dal professor Gideon Foerster dell’Università Ebraica di Gerusalemme, eseguiti in vista dell’apertura dell’Herodion ai visitatori. L’Herodion è la collina su cui Erode il Grande fece costruire un palazzo-fortezza sul finire del I secolo a.C. che venne poi distrutto dai Romani intorno al 71 d.C., a seguito della prima guerra giudaica.

L’attuale squadra che lavora presso il sito archeologico, guidata da Roi Porath, anch’egli dell’Università Ebraica, è riuscita a discernere, dopo aver accuratamente pulito l’anello e grazie all’uso di una speciale fotocamera messa a disposizione dai laboratori dell’Autorità israeliana per le Antichità, il nome in greco impresso sull’anello e formato dalle lettere «ΠΙΛΑΤΟ», equivalenti appunto a «Pilato». I dettagli della ricerca sono stati pubblicati in un articolo sull’Israel Exploration Journal (vol. 68/2). La scritta circonda l’immagine di quel che sembra un recipiente per il vino. Dopo la decifrazione del nome i ricercatori lo hanno collegato al Ponzio Pilato di cui parlano tutti e quattro i Vangeli, dove è menzionato come il governatore della Giudea che acconsentì, pur riluttante, alla crocifissione di Gesù. Un nome che noi cristiani ripetiamo ogni volta che pronunciamo il Credo, ricordando che Nostro Signore patì «sotto Ponzio Pilato».

Oltre che dai quattro evangelisti, Pilato è menzionato negli scritti di altri autori a lui contemporanei, cioè lo storico d’origine ebraica Flavio Giuseppe (ca 37-100) e l’erudito Filone d’Alessandria (ca 20 a.C.-45 d.C.), nonché in un brano di Tacito (ca 55-120) risalente al 116 circa. La storia ce lo indica come il quinto governatore della Giudea romana, che resse tra il 26 e il 36. Non si conoscono altri personaggi dell’epoca aventi il suo stesso nome, che come ha spiegato il professor Danny Schwartz era più che una rarità in Israele: «Non conosco nessun altro Pilato del periodo e l’anello mostra che era una persona di levatura e ricchezza», ha detto Schwartz, citato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Per gli studiosi, inoltre, un anello di questo tipo rivela lo status dei membri della cavalleria romana del tempo, cui lo stesso Pilato apparteneva. Il suo nome era stato ritrovato dal professor Foerster negli anni Sessanta anche su una pietra dell’Herodion, che dopo la morte di Erode continuò a servire come base dei funzionari romani ed è dunque verosimile che anche Pilato se ne servì come una sorta di quartier generale. Tornando all’anello con sigillo, i ricercatori ritengono che possa essere stato usato da Pilato nel suo lavoro quotidiano e, dunque, potrebbe averlo avuto al dito quando diede il suo via libera, preceduto dal gesto di lavarsi le mani, alla crocifissione di Gesù. Poco prima, riferisce san Giovanni Evangelista, il governatore romano aveva avuto il famoso dialogo con Gesù, che gli disse di essere venuto nel mondo «per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». E Pilato aveva poi chiesto: «Che cos’è la verità?» (Quid est veritas? Curiosamente, questa frase latina anagrammata contiene già in sé la risposta…).


NON SOLO INRI. PILATO E LA SCRITTA SULLA CROCE

Questa interessante ricerca contemporanea ci dà lo spunto per ricordare un altro fatto che riguarda Pilato e Gesù, relativamente poco noto, specie se considerato nella sua portata più ampia e rivelatrice. È risaputo che sopra la santa Croce il politico romano aveva fatto porre l’iscrizione - il cosiddetto titulus crucis - recante il motivo della condanna di Cristo: Iesus Nazarenus [1] Rex Iudaeorum(«Gesù nazareno, il re dei Giudei»), le cui iniziali ci restituiscono la celebre sigla INRI. L’iscrizione, tuttavia, non era solo in latino. San Giovanni Evangelista, autore del quarto e ultimo Vangelo, ci informa infatti che la scritta era in ebraico, latino e greco. Un dettaglio irrilevante? Non proprio. Per capire perché facciamo un passo indietro nella Scrittura.

Nella teofania del roveto ardente, narrata nel libro dell’Esodo, Dio si rivela a Mosè ordinandogli di tornare in Egitto per liberare il suo popolo, Israele. Quando Mosè, domandosi in che modo gli Israeliti avrebbero mai potuto dargli retta, chiede a Dio di manifestargli il suo Nome, si sente rispondere: «Io Sono colui che Sono!». E poi: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» (Es 3,14). Il sacro tetragramma corrispondente al Nome divino, che molti ebrei non osano pronunciare e rendono con il termine Adonai (Signore), è YHWH. Torniamo al racconto evangelico. Nel pieno della sua attività pubblica, mentre rivela la sua consostanzialità al Padre, Gesù fa una profezia a quei Giudei che stentano a riconoscerlo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono» (Gv 8,28), dove l’innalzamento indica la sua crocifissione. Ma in che modo questa profezia si lega al titulus crucis?

Sempre Giovanni, nello stesso brano in cui ci informa della scritta eseguita in tre lingue, riferisce che «molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città». Da lì i capi dei sacerdoti dei Giudei protestarono con Pilato: «Non scrivere: Il re dei Giudei, ma: Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei». Certo, si può pensare che già da sola l’espressione re dei Giudei desse fastidio a chi non aveva accettato Gesù Cristo, ma c’è molto di più: ricordiamo che - quando Nostro Signore fu condotto davanti al sinedrio - il sommo sacerdote si stracciò le vesti, accusandolo di bestemmia, solo dopo che Gesù aveva confermato di essere il Figlio di Dio. Era questa infatti la vera inconcepibile «colpa» di Gesù per i suoi carnefici, essere uomo ma «farsi» Dio.

In definitiva: sappiamo della scritta in latino, ma com’era resa in ebraico? Lo scrittore Henri Tisot (1937-2011) si è rivolto a diversi rabbini per sapere quale fosse l’esatta trascrizione in ebraico di «Gesù nazareno, re dei Giudei» e ha scoperto che le lettere corrispondenti dovevano essere «שוע הנוצרי ומלך היהודים», le quali - traslitterate, vocalizzate e tenendo presente la lettura da destra verso sinistra - ci danno come risultato: Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim. Le iniziali non sono altro che il tetragramma sacro: YHWH. Cioè il Nome di Dio rivelante l’Essere eterno e perfetto: Io-Sono. La profezia di Gesù era compiuta.

I Giudei che protestarono con Pilato si videro quindi improvvisamente davanti agli occhi - nel modo più impensabile - la Verità incarnata, il Dio fatto uomo, che avevano rifiutato e messo in croce. Ecco perché si rivela in tutto il suo significato l’iscrizione composta da Pilato e con essa la replica del governatore, ancora riferita da san Giovanni Evangelista, di fronte alla richiesta di quei Giudei: «Quel che ho scritto ho scritto» (Gv 19,22). Come una sentenza, un sigillo che ci ricorda Chi è quel Bambino che festeggiamo a Natale e venuto in mezzo a noi per offrirci la salvezza.

[1] “Nazarinus”, secondo il frammento di tavoletta custodito a Roma nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme e che corrisponderebbe alla forma corretta del latino nel I secolo.

mercoledì 2 novembre 2016

Mostrata la tomba del Cristo vivente. La morte davvero non ha l'ultima parola .....

Avevamo parlato giorni fa (v. qui) dello scoprimento, dopo secoli, del banco di pietra sul quale era stato deposto il corpo del Signore Gesù Crocifisso e che era stato, dunque, diretto testimone della Resurrezione.
Le ricerche archeologiche hanno dimostrato, peraltro, che il sepolcro di Giuseppe di Arimatea, nel quale era stato posto il Signore, si trovava all’interno di un’area cimiteriale ebraica, allocata fuori delle mura dell’epoca della Città Santa.
Il banco di pietra non era riportato alla luce dal 1810, allorché la lastra marmorea era stata spostata. La volta precedente accadde nel 1555, sotto la guida del Custode Bonifacio di Ragusa, quado anch'egli fu autorizzato a eseguire dei lavori all'Edicola, perché all’epoca – come oggi – mostrava i segni d’usura provocati dal passare del tempo.
Come apprendiamo dal sito ufficiale della Custodia di Terra Santa, «la roccia originaria, il letto funebre di Gesù, [è] tagliato nella stessa pietra di Gerusalemme. Nella pietra si scorgono dei canali scavati: per lo scorrimento dei fluidi, dicono gli uni, per un rituale bizantino che consiste nel santificare l'olio, affermano altri. Il modo in cui la pietra è tagliata potrebbe dare un'idea agli specialisti dell'orientamento del corpo. La testa diretta verso Ovest o verso Est?» (Ho visto la tomba del Cristo vivente, in Custodia di Terra Santa, 28.10.2016. In inglese, I saw the tomb of the living Christ, ivi, Oct. 28, 2016). Ovviamente, sulla base dei risultati, altre ricerche saranno compiute.
Oggi, perciò, è assai indicato rilanciare alcune foto pubblicate da National Geografic e da alcuni altri siti. Infatti, nell’odierna celebrazione della Commemorazione dei fedeli defunti, si annuncia la speranza, per tutti coloro che si sono addormentati nel Signore, che il loro destino non è per la morte (fisica ed eterna), ma sarà simile a quello del Salvatore e per la vita eterna e beata in Dio.
Articoli di riferimento: Kristin Romey, Unsealing of Christ's Reputed Tomb Turns Up New Revelations, in National Geographic, Oct. 31, 2016;
Id., La tomba di Gesù svela i suoi segretiivi, 31.10.2016;
Id., La resurrezione del Santo Sepolcro, ivi, 27.10.2016;
Giorgio Bernardelli, I Francescani: “Ecco com’è la pietra del sepolcro di Gesù”, in La Stampa, 30.10.2016.





(Cliccare sull'immagine per il video)







Foto tratte da National Geographic

venerdì 25 marzo 2016

La Corona di spine. Dal Golgota fino a noi

Abbiamo avuto modo di parlare delle sacre spine che rinverdiscono (v. qui).
Ecco un interessante studio storico su di esse.

La Corona di spine. 
Dal Golgota fino a noi

di Giovanni Battista Alfano

Una costellazione di luoghi, date e volti ben illustrata e documentata permette di seguire idealmente, ma in modo storicamente certo, le tappe del viaggio della Corona di Spine dalla Terra di Gesù fino alla sua attuale collocazione a Notre-Dame di Parigi. Anche la storia incrementa la devozione verso una Reliquia di così estrema importanza.

La storia della Santa Corona di Spine di Nostro Signore Gesù Cristo può dividersi in quattro periodi.
1) Dalla Passione di Nostro Signore sino a tutta la permanenza della Sacra Reliquia in Gerusalemme (ossia dall’inizio dell’Era volgare fino al 1092).
2) Traslazione della Corona da Gerusalemme a Costantinopoli e permanenza in questa città (dal 1092 al 1238).
3) Traslazione della Corona da Costantinopoli a Parigi e sua deposizione nella Sainte-Chapelle del Palazzo Reale (dal 1238 al 1799).
4) Traslazione della Corona dalla Sainte-Chapelle di Parigi alla Biblioteca Imperiale e poi a Notre-Dame, ove si trova tuttora (1799 - 1806 - epoca presente).

La Santa Corona a Gerusalemme. I testimoni

È opinione che la Santa Corona di Spine che trafisse il venerato Capo di Nostro Signore Gesù Cristo sia stata riposta, insieme ai chiodi, nel sepolcro in cui fu messo il Corpo del Redentore, come si soleva praticare dagli Ebrei, che col cadavere interravano tutto ciò che era servito a giustiziare il condannato.
È anche opinione, ed è da ritenersi che sia stato proprio così, che, dopo la Risurrezione di Gesù, quelle sacre reliquie, insieme alla Sindone, siano state raccolte dalla Vergine Maria o dagli Apostoli o dalle pie donne, e custodite a Gerusalemme per essere oggetto di venerazione presso i primi cristiani.
Documenti dei primi tre secoli dell’Era volgare non ne abbiamo. Essi incominciano col IV secolo e ci assicurano che la Santa Corona nel primo millennio del Cristianesimo era conservata a Gerusalemme e vi rimase almeno fino al 1092.
Una prima testimonianza di quell’epoca remota, la più antica, a quanto pare, è data da un passo di una lettera di san Paolino[1]. L’insigne Vescovo di Nola ne parla in una lettera che porta il n. 49 della raccolta. La lettera fu scritta quando san Paolino era già vescovo; poiché egli vi si chiama «exigui gregis pastor» (n. 14). Dunque non prima del 409; ma, in quale anno preciso è impossibile dire. È una delle lettere più belle e, senza dubbio, sotto vari aspetti, molto interessante. San Paolino la scrisse per implorare l’interessamento di un suo amico potente a Roma, Macario, in favore di un tal Secondiniano, padrone di una nave danneggiata gravemente da una tempesta, e di un certo Valgio, scampato miracolosamente dal naufragio, contro l’avidità rapace di un uomo che voleva impadronirsi del vascello. Una nave di questo Secondiniano era partita dalla Sardegna, carica di grano. Violenta tempesta l’aveva colta, e sbattuta per 23 giorni dalla Sardegna a Roma, da Roma in Campania, dalla Campania in Africa, dall’Africa in Sicilia, dalla Sicilia finalmente nel Bruzio. Dell’equipaggio, tranne il vecchio Valgio, non c’era più nessuno sulla nave. L’equipaggio s’era buttato in mare, sperando di salvarsi, ma si annegò. Valgio, abbandonato dai compagni, nella sentina, non fu solo. Con lui, che da tempo anelava al Battesimo, fu sensibilmente il Salvatore, mentre il martire di Nola, Felice, sedeva a poppa. Valgio, approdato nel Bruzio, accorse a Nola per ringraziare san Felice, e raccontò la storia meravigliosa a san Paolino. E san Paolino la riproduce in questa lettera con particolari estremamente pittoreschi. Il Salvatore che lavora per Valgio, e con Valgio, vuole che egli lavori di giorno, ma lo lascia andare a riposare la notte; e poi, quando è ora di svegliarlo, gli si accosta adagio, lo tocca teneramente perché non si ridesti con un soprassalto spaventoso, arriva a accarezzargli delicatamente l’orecchio. È tanto l’entusiasmo da cui è preso Paolino a questi particolari del racconto, che se non fosse per il timore di una ferita egli taglierebbe la sommità dell’orecchio a Valgio, per conservarla come reliquia. È a questo punto che vien fuori, per analogia, il ricordo dei luoghi santi della Palestina e delle reliquie della Passione. Scrive san Paolino: «Si va a Gerusalemme per vedere e toccare i luoghi nei quali fu corporalmente presente Cristo, e ove si ammirano i ricordi della sua Passione; ebbene, se è motivo di consolazione e di frutto spirituale il solo vedere quei luoghi, il riportarne un po’ di polvere o una scheggia minuta del legno della croce, che grazia maggiore e più abbondante non è quella di vedere quell’uomo [Valgio] a cui il Salvatore ha parlato, che ha riscaldato col suo seno, adagiato sulle sue ginocchia, di carezzare colui che Cristo ha toccato con le sue mani?
“Si ergo religiosa cupiditas est loca videre in quibus Christus ingressus et passus est, et resurrexit, et unde conscendit, et, aut de ipsis locis exiguum pulverem, aut de ipso crucis ligno aliquid saltem festucae simile sumere et habere benedictio est, considera quanto maior et plenior grafia sit, vivum senem vel testimonio divinae veritatis inspicere.
Si praesepe nati, si fluvius baptizati, si hortus orantis Magistri, si atrium iudicati, si columna districti, si spina coronati, si lignum suspensi, si saxum sepulti, si locus resuscitati evectique, memoria divinae quondam praesentiae celebratur, quam religiose aspiciendus est hic, quem alloqui Dei sermo dignatus est, cui se facies divina non texit”» (n. 14 - col. 407 della PL, vol. LXI). Dunque nei primi anni del secolo V la Corona di Spine doveva trovarsi in Gerusalemme esposta alla venerazione dei fedeli. Altra testimonianza della presenza della Corona di Spine in Gerusalemme in questa epoca è data dal Breviarium de Hierosolyma, dove si legge esistere «Corona de spinis [...] in media basilica».
Così anche quella di Antonino Piacentino, del secolo VI, che nel suo Itinerarium ricorda la Corona di Spina «in ipsa ecclesia Sion»[2]. Ecco perché da questa città, fin dal 323, sant’Elena avrebbe inviato due Spine alla Chiesa di Santa Croce di Gerusalemme in Roma e altre a Trèves, città antica nella Gallia, ora compresa nella Prussia Renana.
Cassiodoro, verso il 575, nel suo Commentarium ad Psalm. LXXXVII, accenna alla Corona di Spine in Gerusalemme.
In questo stesso VI secolo san Gregorio di Tours, pur non indicando la località ove si trovava la Reliquia, già accennava ai segni straordinari su di essa riscontrati, e scriveva: «Ferunt etiam ipsos Coronae sentes quasi virides apparare; quae tamen si videantur aruisse foliis, quotidie tamen revirescere virtute divina» (De Gloria Martyrum, Lib. I., cap. VII).
Nell’801 Hassan, governatore di Gerusalemme, dava una Spina a Carlo Magno. Nell’870, Bernardo il Monaco, ci assicura che la Corona era venerata nella città di Gesù. Foucher, abbate di San Benigno, nel 944 porta da Gerusalemme una Spina nel suo monastero a Digione. Nel 1044, la città di Avignone riceve una Spina dal Vescovo Benedetto I, reduce da Terra Santa. Intanto nel 1092 l’imperatore Alessio I Comneno, in una lettera a Roberto di Fiandra, fra le reliquie allora conservate a Costantinopoli, cita la Corona di Spine (Exuviae Sacrae Const. II, p. 203). Dunque in tale anno la Santa Reliquia è già passata da Gerusalemme a Costantinopoli.

La diaspora delle Spine

Nondimeno in questo primo periodo è da ritenere che varie Spine già si trovassero anche presso gli Imperatori d’Oriente, o perché avevano visitato i Luoghi Santi, o perché le avevano ricevute in omaggio. Il certo è che gli stessi Imperatori o Patriarchi di Gerusalemme ne facevano dono. Se non si pensa così, le notizie si imbrogliano in tal modo che non si riesce a trovare una via di uscita. Difatti si dice che nel 565, san Germano, vescovo di Parigi, avesse avuto in dono una Santa Spina dall’Imperatore d’Oriente, quando passò per Bisanzio (Baron. Ann. 561, n. 14); tale reliquia nel Medioevo si trovava a Saint-Germain-des-Prés di Parigi. Ma si tratta di una testimonianza poco attendibile, perché non è affatto sicura la peregrinazione di san Germano. Nel 770 vi è notizia che Costantino Copronimo abbia donato a Carlo Magno alcune Spine. Nel 798 l’imperatrice Irene inviò otto Spine a Carlo Magno che furono depositate nella Basilica di Aix-la-Chapelle e poi distribuite ad altre chiese. Nel 799, come riferisce Aimoin, religioso dell’Abbazia di Fleury, Carlo Magno ricevette dal Patriarca di Gerusalemme, Thomas, molte reliquie, tra cui una Santa Spina, che poi passarono al monastero di Charroux. Analogamente, anche dopo la traslazione della Corona da Gerusalemme a Costantinopoli (1090), qualche Spina dovette rimanere in Palestina, o nella stessa città di Gesù o presso privati. Difatti nel 1104, Ugo del Cassero, reduce dalla Terra Santa, portò una Spina a Fano, in Italia. Così anche Enrico il liberale, il fondatore della Chiesa di Saint-Etienne a Troyes, portò da Terra Santa una Spina (1179). E verso il 1290 la cittadina di Megli, presso Genova, ebbe una Santa Spina dall’ammiraglio Ageno, reduce dalla Palestina.

Misterioso approdo a Costantinopoli

Non sappiamo con certezza come, quando, e perché le reliquie della Passione di Nostro Signore, compresa la Santa Corona, siano passate a Costantinopoli; probabilmente affinché fossero state meglio custodite nel tesoro del palazzo imperiale.
È assolutamente sicuro il documento già citato con cui è riferito che Alessio Comneno nel 1392 abbia ricordata la Santa Corona come già presente a Costantinopoli. E nel 1100 lo stesso Imperatore diede un frammento della Corona a Raymond de Saint-Gilles, che lo depositò a Saint-Trophime d’Arles.
Durante la Quarta Crociata (1202-1203) il card. Capuano portò da Costantinopoli ad Amalfi varie reliquie della Passione, tra cui una Santa Spina. Nel 1205, Nivelon de Cherizy, vescovo di Soissons, reduce da Costantinopoli, donava una spina alla sua Cattedrale. Nel 1206, Enrico, imperatore di Costantinopoli, regalò una Spina al Conte Alberto di Moha; poi la reliquia passò alla Chiesa di Huy. Nello stesso anno, il medesimo Imperatore, ne donò un’altra a suo fratello Filippo, marchese di Namur; poi la Reliquia passò alla chiesa di Saint-Antin nella stessa Namur. Tra il 1224 e 1232 un monaco di Clairvaux, a nome Hugues, portò una Spina da Costantinopoli alla sua Abbazia. Ed è in questo periodo che ebbero Spine in Italia la Chiesa di Belluno e qualche altra, tra cui Amalfi.

Da Parigi un felice riscatto

Fondato poi a Costantinopoli l’impero greco-latino dopo la Quarta Crociata, bandita nel 1202, ne fu affidato, nel 1228, il governo a Baldovino di Fiandra che era stato capitano della spedizione.
Dieci anni dopo, Baldovino venne in Francia per chiedere aiuto contro i nemici del suo Impero; e frattanto gli giunse notizia che i suoi ministri a Costantinopoli, per necessità finanziarie, stavano trattando con alcuni stranieri per impegnare la Santa Corona di Nostro Signore. Baldovino ne propose l’acquisto al santo re, Luigi IX, suo cugino; il Re, incoraggiato dalle istanze della sua piissima madre, accettò la proposta e mandò a Costantinopoli, con sua lettera, i domenicani padre Giacomo e padre Andrea per ritirare la Santa Corona. Ma la Corona, almeno come parola data, era già impegnata ai Veneziani, con diritto però di riscatto entro certi limiti di tempo. Si convenne che i domenicani con alcuni ambasciatori di Costantinopoli fossero andati a Venezia per portare la Corona, ma, nello stesso tempo, per riscattarla. Terminato il viaggio, la Santa Corona fu temporaneamente depositata nella Basilica di San Marco. Il riscatto fu eseguito al prezzo di 160.000 lire venete, pari a 135.000 lire torinesi, e la Santa Reliquia partì alla volta di Parigi. Il 10 agosto 1239, i domenicani arrivarono a Villeneuve, dove furono incontrati dal Re, con la madre Bianca, con i fratelli Roberto d’Artois e Carlo d’Angiò e da tutti i grandi di Francia; il giorno seguente entrarono in Sens, ove la Santa Corona fu esposta nella cattedrale[3]. Otto giorni dopo, la preziosa Reliquia faceva il suo ingresso a Parigi tra il tripudio e la devozione del popolo, e fu deposta nella cappella del Palazzo Reale, fino allora detta di San Nicola, che in seguito il Re rifece con ricchezza meravigliosa e che poi fu consacrata nel 1248 sotto il titolo di cappella della Santa Corona di Spine. Arricchita da papa Innocenzo III di moltissimi privilegi, fu chiamata comunemente la Sainte-Chapelle. Pervenuta la Santa Corona a Parigi, molte Spine furono in seguito donate dai Re di Francia alle Chiese di Francia, di Spagna e d’Italia (Exuviae Sacrae Costant., II, pp. 125 ss). Varie Spine furono portate anche nel Napoletano da Carlo I d’Angiò; basterà ricordare quelle donate alla Cattedrale di Napoli, nonché a Bari e ad Andria.
La Santa Corona rimase nella Sainte-Chapelle fino al 1791.
Anche dopo la traslazione della Santa Corona a Parigi dovettero rimanere a Costantinopoli delle reliquie di Spine presso chiese o privati. Difatti una delle Spine di Vicenza (non quella donata da Luigi IX a Bartolomeo di Braganza nel 1259) porta documento di essere venuta da Costantinopoli nel 1343. Così pure le Spine di Pavia furono dono di Manuele II Patologo, nel 1400. La Santa Spina di Belluno è dono di mons. Buffarelli, che verso il 1470 l’aveva ricevuta da un religioso, reduce da Costantinopoli.

Dalle mani degli empi rivoluzionari a Notre-Dame

Nel 1791 il Municipio rivoluzionario di Parigi fece mettere i suggelli al tesoro della Cappella Reale. Nondimeno Luigi XVI poté sottrarre alcune sante reliquie della Passione di Nostro Signore e con esse la Corona, che nel 12 marzo dello stesso 1791 fece trasportare all’Abbazia di Saint-Denis. Ivi le reliquie rimasero fino all’11 novembre 1793. Dopo questa data il Municipio di Saint-Denis le rinviò a Parigi, per farne un omaggio alla Convenzione, qualificandole quali oggetti adatti ad alimentare la superstizione nei popoli (!). Fu rotto il reliquiario e fuso. La Santa Corona venne spezzata in tre parti, che poi furono affidate ad una “Commissione d’arte”, incaricata della conservazione o meno di oggetti di discutibile importanza. Il Segretario di questa commissione, nel 1794, consegnò gli avanzi della Santa Corona all’abate Barthélemi, conservatore di monete antiche alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Ivi la Reliquia rimase fino al 1804. In tale anno il card. Belloy, Arcivescovo di Parigi, ne fece richiesta al Ministro dei Culti e degli Interni, che la rilasciò nel 26 ottobre dello stesso 1804. Così la Santa Corona nel 10 agosto 1806 fece il suo ingresso nella Cattedrale di Notre-Dame e l’Arcivescovo la chiuse in un ricco reliquiario che si vede tuttora; non senza averne donato alcuni pezzetti alle autorità ecclesiastiche presenti. Da quell’epoca nei Venerdì Santi la Corona è esposta alla venerazione dei fedeli. Dopo quest’ultima traslazione della Santa Corona pare che sia cessata ogni distribuzione di Spine, poiché non ne è rimasto che il solo serto, su cui si ritiene fossero inseriti i rami spinosi.
Sicché tutte le Sante Spine che sono sparse nelle diverse chiese, e nei conventi e privati, provengono da distribuzioni elargite, sin dai primi anni del Cristianesimo, dai centri di Gerusalemme e da Costantinopoli; molto più poi da Parigi dopo l’arrivo della Corona in questa città. Così la venerazione per le Sante Spine risale fino ai primi secoli del Cristianesimo. Né impari a questo sentimento è stata la venerazione che ad esse ha professata la nostra Italia, che conserva altre preziose reliquie della Passione, tra cui la Sacra Sindone.

[1] Dell’esattezza delle notizie su questo documento sono grato agli illustri professori Domenico Mallardo e Vitale de Rosa.

[2] Itinera Hierosolymitana, Ed. Geyer, 1898, p. 154, 24.

[3] Tutto ciò fu fedelmente descritto da Galter, arcivescovo di Sens, come si legge in Acta Sanctorum. 25 Aug. De S. Ludovico rege, XXX.

Il luogo del processo di Gesù dinanzi a Pilato

È stato scoperto il luogo dove Gesù fu processato da Pilato?
A questo interrogativo nel dicembre 2014, forse, si è data una risposta, venendo resa nota la scoperta dei resti del palazzo di Erode, nel quale Gesù fu processato da Pilato. La notizia è stata diffusa in Italia ed all’estero nei primi giorni del 2015 (cfr. Gerusalemme, gli archeologi scoprono il luogo del processo a Gesù, in La Stampa, 5.1.2015; Ivan Francese, Scoperto il palazzo di Erode: qui venne processato Gesù?, in Il Giornale, 5.1.2015; F.Q., “Gesù fu processato qui?”. Per gli archeologi Usa trovato il palazzo di Erode, in Il Fatto quotidiano, 5.1.2015; Mario Iannacone, Il luogo del processo a Gesù: nuove ipotesi, in Avvenire, 6.1.2015. Cfr. anche Site of Jesus’ trial unearthed? Archaeologists believe they have found remains of Herod’s palace in Jerusalem, under former Turkish prison near Tower of David Museum, in The Columbian, Jan. 9th 2015; Ruth Eglash, Archaeologists find possible site of Jesus’s trial in Jerusalem, in The Washington Post, Jan 4th, 2015; Robin Ngo, Tour Showcases Remains of Herod’s Jerusalem Palace—Possible Site of the Trial of Jesus, in Bible History Daily, Oct. 12, 2015).

«Questo è il luogo dove Gesù è stato processato»

di Chiara Rizzo

Da pochi giorni sono visitabili i resti del palazzo di Erode a Gerusalemme. Intervista all’archeologo statunitense Shimon Gibson, che ci spiega cosa spinge gli studiosi a ritenerlo il luogo del processo a Cristo
Da neanche una settimana nella città vecchia di Gerusalemme, accanto alla porta di Giaffa, sono visibili al pubblico per la prima volta i resti del palazzo di Erode il Grande, scoperti nel 2000 durante gli scavi alla Torre di David. Avvolto per anni nel mistero, quel palazzo (costruito nel 25 a.C.) sarebbe stato occupato all’epoca in cui visse Gesù dal procuratore romano a Gerusalemme Ponzio Pilato, e proprio qui Cristo potrebbe essere stato processato e condannato alla crocifissione. Ne è convinto per esempio l’archeologo statunitense Shimon Gibson, da anni impegnato a Gerusalemme in diversi scavi: «Mancano le iscrizioni che confermino con certezza cosa sia successo in quel luogo, ma tutti gli indizi, archeologici, storici ed evangelici, fanno pensare che fosse proprio questo il luogo del processo a Gesù», dice. Gibson, docente di Archeologia all’Università del North Carolina e capo del dipartimento archeologico dell’Università della Terra Santa, racconta a tempi.it il lungo lavoro con cui ha unito uno per uno, in quindici anni, i tasselli della ricerca storica fino a convincersi che il palazzo di Erode «sia il luogo dove Gesù è stato processato».

Lei ha svolto un’ampia indagine, incrociando testi evangelici e di storici. Quali indizi l’hanno convinta?
Tito Flavio Giuseppe (37-100 d.C.), uno storico romano di origine ebraica, nel 70 d.C. scriveva: «Pilato, dopo aver sentito che costui (Gesù) era accusato dagli uomini di più alto rango, lo aveva condannato». Il più celebre Tacito, intorno al 115 d.C., cioè 80 anni circa dopo la morte di Cristo conferma: «Cristo era stato condannato alla pena di morte durante il regno di Tiberio, per sentenza del procuratore Ponzio Pilato, e la rovinosa superstizione (il cristianesimo, ndr) fu momentaneamente soffocata». Passiamo alla descrizione nei documenti dei luoghi di questa condanna. Anzitutto sappiamo, da tutti i Vangeli, che dopo l’arresto al Getsmani Gesù fu portato nella casa del sacerdote Caifa per essere interrogato. Nel vangelo di Giovanni (18; 15-19) si apprende che «lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno». L’esatta locazione della casa di Caifa non è nota: tuttavia, la tarda tradizione bizantina l’ha collocata nella zona occidentale della città, proprio non lontano dai resti del palazzo abitato dall’allora governatore romano. Il vangelo di Marco non dice molto sul luogo in cui si tenne il processo, se non che la folla «accorse» da Pilato, «mentre egli sedeva in tribunale» (Mc, 15; 8). Matteo aggiunge però che Pilato «sedeva sul suo scranno in tribunale», in greco il “bema”. È un primo indizio. Lo scranno di Pilato potrebbe essere della stessa specie di quello usato dal figlio di Erode il Grande, il tetrarca Filippo, descritto dallo storico romano Flavio Giuseppe che raccontava si trovasse nel palazzo di Erode: «Il trono su cui sedeva quando emetteva giudizi lo seguiva ovunque egli andasse».

Una cartina elaborata dal professor Gibson
mostra sull’angolo a sinistra l’area del palazzo di Erode,
comprendente un 
praetorium.
Con i trattini viene indicato il
probabile percorso della via verso il Golgota

Passiamo al secondo indizio.
Nel Vangelo di Marco si ha l’impressione che il processo a Gesù si sia tenuto in un’area all’aperto, dato che leggiamo: «Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la corte» (Mc 15; 16). La stessa impressione si ha nel testo di Matteo: «Allora i soldati condussero Gesù nel pretorio, e radunarono attorno tutta la coorte» (Mt 27; 27). Alcuni studiosi hanno in passato ritenuto che il pretorium fosse un edificio interno. Ma una coorte romana in media raggruppava 600 soldati e sarebbe servito un luogo più ampio, aperto. In effetti, secondo Flavio Giuseppe il palazzo di Erode aveva un’area residenziale verso nord, protetta da tre alte torri (i resti di una delle quali sono oggi stati recuperati) e da un muro di difesa, con un largo e meraviglioso giardino, e un accampamento militare, cioè proprio un “praetorium”. Accanto al palazzo sono stati ritrovati i resti di una porta, che io ritengo essere quella “degli Esseni”: una porta che avrebbe rappresentato una via d’accesso speciale per il re Erode, poi per il Governatore, e per i soldati e accanto alla quale sono stati ritrovati i resti di un’ampia corte dove potrebbe essersi radunata la folla all’epoca del processo. Il palazzo consisteva di due ali gemelle, cioè due palazzi squadrati. Le zone di servizio, come le cucine o i magazzini, si trovavano a nord del palazzo nell’area attualmente occupata dalla corte della cittadella e corrispondono con i resti visibili oggi. Il palazzo era elevato proprio su un imponente piattaforma, parte della quale ora è stata scoperta con gli scavi archeologici sotto il Giardino Armeno. Si tratta di un terzo importante indizio.

Perché?
I governatori romani, nei territori controllati, dispensavano la giustizia in un’arena pubblica, come una corte, o una piazza adiacente il praetorium, con uno scranno del giudice posto su una piattaforma rialzata, cui si accedeva da una scalinata. È questo che in latino viene definito “tribunale”, con la stessa parola usata nei vangeli. Il palazzo di Erode calzerebbe perfettamente a questa descrizione del tribunale, ma anche a quella evangelica. Il vangelo di Giovanni offre infatti ulteriori informazioni sul luogo in cui si è tenuto il processo: «Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi (i sacerdoti, ndr) non vollero entrare per non contaminarsi. Uscì dunque Pilato verso loro»; «Pilato allora rientrò nel pretorio» (Gv 18; 28-29). Ci suggerisce che il processo ebbe luogo in uno spazio aperto dove si trovava la folla dei Giudei infiammata, con Pilato che interrogava Gesù all’interno del palazzo, al piano del pretorio, dove Cristo fu anche flagellato. Poi Giovanni aggiunge: «Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale (in greco “bema”, cioè lo scranno), nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà». Gabbatà, secondo lo storico Flavio Giuseppe, in aramaico significava “luogo elevato”, ed è così che egli descriveva il tribunale usato dai romani proprio in una parte del palazzo di Erode. Uno strato di roccia su una parte del sito corrisponde esattamente al luogo elevato descritto come tribunale dallo storico e dall’evangelista Giovanni. Litòstroto in greco significa invece pavimento lastricato di pietre. Il luogo scoperto oggi contiene proprio una corte interna pavimentata in pietre. In effetti il palazzo sarebbe stato il luogo ideale per condurre un processo pubblico, seppur sommario, perché l’accampamento militare o “praetorium” e le tre torri consentivano ai romani di monitorare la folla accalorata radunata nella vicina corte. Molto probabilmente Gesù fu caricato della croce nel praetorium accanto al palazzo, e da lì condotto verso la Porta Gennath o del Giardino, da cui fu fatto salire al Golgota.

Tuttavia nella via crucis attuale, sin dal medioevo si considera come tribunale il luogo chiamato “Fortezza Antonia”. Perché secondo lei non sarebbe quello giusto?
È molto difficile che fosse quello dal momento che serviva principalmente come torre di osservazione militare. Si affacciava sul Monte Tempio, l’attuale spianata delle moschee, e i soldati potevano da lì tenere sempre d’occhio la folla dei fedeli, per evitare insurrezioni o proteste. La torre era sì elevata, ma era troppo stretta per servire da residenza del governatore e da quartier generale dei soldati. Della struttura non è sopravvissuto quasi nulla se non la base in roccia, che ho misurato personalmente: 90 metri per 40, contro i 140 metri per 140 del palazzo di Erode che hanno convinto maggiormente la quasi unanimità degli archeologi.

Fonte: Tempi, 12.1.2015

L’archeologia conferma l’Uomo della Sindone

In questo Venerdì Santo, un’interessante riflessione sulla flagellazione del Figlio di Dio.
L’articolo è riprodotto anche da Il Timone, 22.3.2016.

Giacomo Cavedone, Cristo deriso, 1614, collezione privata, Bologna

Nicolò Grassi, Flagellazione di Gesù, 1720, Szépművészeti Múzeum, Budapest

Anton Raphael Mengs, Flagellazione di Cristo, 1769, Palacio Real, Madrid

William-Adolphe Bouguereau, Flagellazione di Nostro Signore Gesù Cristo, 1880



L’archeologia conferma l’Uomo della Sindone

di Flavia Manservigi

L’Uomo della Sindone è Gesù? Per molti studiosi, l’impressionante coincidenza tra i segni di tortura che hanno lasciato un’impronta sul telo e il racconto della Passione che si trova nei Vangeli è sufficiente a dimostrare tale identità. L’Uomo della Sindone, come Gesù, fu incoronato di spine e il suo costato fu trafitto da una lancia. Come il Salvatore, l’Uomo della Sindone fu flagellato abbondantemente – come dimostrato dalla serie di numerosi piccoli segni di forma irregolare impressi sul Lenzuolo, traccia inequivocabile delle ferite provocate dai colpi di sferza -, come se quella fosse l’unica pena cui era stato condannato, mentre in seguito fu anche crocifisso. Ciò concorda pienamente con il Vangelo di Giovanni, che parla delle due condanne inflitte a Gesù da Pilato.

L’ipotesi di una possibile identificazione tra i supplizi subiti dall’Uomo della Sindone e quelli inferti a Gesù comporta la necessità di verificare se effettivamente i segni presenti sul telo siano compatibili con le forme di tortura che erano applicate nel I secolo nel mondo romano.

Per quanto riguarda la flagellazione, in ambito romano essa era codificata secondo un rigido protocollo legislativo, e prevedeva l’utilizzo di un’ampia gamma di strumenti, di cui il più terribile in assoluto - utilizzato per punire i reati più gravi - era l’horribile flagrum, un flagello dotato di corregge terminanti con estremità contundenti, in grado di battere e lacerare le carni. Secondo gli studiosi, sarebbe stato usato proprio questo strumento per flagellare l’Uomo della Sindone; molti sindonologi ritengono inoltre che questo flagrum fosse del tipo taxillatum, ossia dotato di taxilli (piccoli ossicini di animale, altrimenti noti come astragali).

È opportuno precisare, però, che il termine taxillatum non è mai usato nelle fonti storiche: è stato infatti coniato solo nel XVI secolo dal filologo e umanista Giusto Lipsio per rendere la parola greca “astragalato”. Meglio quindi, per riferirsi a questo strumento, parlare di flagrum ’dotato di astragali’. È inoltre opportuno considerare che questo tipo di flagrum non era usato dai soldati Romani a scopi punitivi, ma veniva utilizzato dai sacerdoti della dea orientale Cibele durante rituali di autoflagellazione. L’associazione tra Gesù, l’Uomo della Sindone e il flagrum ’astragalato’ è quindi molto improbabile.

Tuttavia, diverse fonti databili all’epoca romana e ai primissimi secoli dell’Era Cristiana ci parlano di flagra dotati di estremità contundenti, quindi compatibili con le tracce sindoniche: il Codice Teodosiano, così come vari autori - tra cui Zosimo e Prudenzio - descrivono le plumbatae, palline di metallo che erano poste all’estremità degli orribili flagelli per imprimere ancor più orribili punizioni.

Numerosi dizionari di Archeologia Romana e Cristiana, datati tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, ci informano che esemplari di questo tipo di flagrum sarebbero stati rinvenuti a Ercolano e nelle catacombe di Roma, e sarebbero quindi databili a periodi vicinissimi a quello in cui visse Gesù. Ad oggi, non abbiamo notizie in merito ai flagra di Ercolano: essi sono stati probabilmente dispersi in qualche collezione privata, o potrebbero essere stati smembrati in più parti.

Discorso diverso vale per i flagra delle catacombe, di cui quattro esemplari sarebbero oggi conservati presso i Musei Vaticani, dove essi sono catalogati come flagelli bronzei romani (invv. 60564-60567). La comprovata esistenza di questi flagra dalla forma compatibile con le tracce sindoniche sembrerebbe togliere ogni dubbio circa la possibilità che l’Uomo della Sindone sia stato flagellato con strumenti utilizzati in ambito romano nell’epoca in cui visse Gesù.

È però necessario precisare che i quattro flagelli erano esposti insieme ad altri reperti, a loro volta classificati come strumenti di tortura, ma che in realtà avevano ben altri usi: uno di questi, inventariato come ‘graffione’, è stato in seguito identificato con un porta lucerne etrusco. Da qui il dubbio che anche i flagelli siano in realtà qualcosa di diverso, non legato all’ambito della tortura; tale eventualità è avvalorata dalla somiglianza tra le terminazioni di questi reperti con quelle di alcuni oggetti rinvenuti nella necropoli villanoviana di Verucchio (RN), classificati come pendenti ornamentali o stimoli per cavalli. Il problema circa l’esatta identificazione dei quattro ‘flagelli’ dovrà quindi essere oggetto di ulteriori approfondimenti.

Ciò non toglie che l’uso di flagelli dotati di corregge terminanti con oggetti contundenti, quindi compatibili con i segni visibili sull’impronta sindonica, fosse sicuramente diffuso in un’epoca prossima al periodo in cui visse Gesù: questo dato è attestato da fonti storiche e letterarie, come abbiamo visto.

Inoltre, il fatto che in un’epoca non lontana dal I secolo si facesse uso di flagelli terminanti con estremità contundenti è dimostrato anche da altre testimonianze: all’interno di un numero del Bullettino dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica datato al 1859, l’etruscologo Gian Carlo Conestabile della Staffa riporta la notizia del ritrovamento, nella zona di Volterra, di un oggetto identificato con un flagello di bronzo, formato da «sei lunghe catenelle che vanno a riunirsi tutte in un’asta serpeggiante […]; tre di quelle catenelle sono doppie, e tre semplici, formate da anelli e fornite in punta di una pallina».

Gli Etruschi, quindi, usavano flagelli terminanti con estremità contundenti; dagli Etruschi, i Romani avevano mutuato non solo la pratica della flagellazione, ma anche l’uso di alcuni strumenti per flagellare: è ipotizzabile, quindi, che i Romani avessero ‘ereditato’ anche questo oggetto.

Sebbene, quindi, le testimonianze archeologiche ad oggi in nostro possesso non siano totalmente sicure, ciò non toglie che esista compatibilità tra gli strumenti in uso per la flagellazione nei primissimi secoli dell’Era Cristiana e i segni visibili sull’impronta lasciata dall’Uomo della Sindone.

Ovviamente questo dato, da solo, non rappresenta la prova definitiva del fatto che Gesù e l’Uomo della Sindone siano la stessa persona; tuttavia, l’analisi delle fonti porta ad avvalorare la possibilità che l’Uomo della Sindone abbia subito una tortura tipica dei luoghi e dei tempi in cui Gesù visse, operò e accettò di caricare sulle proprie spalle la croce più grande per la salvezza dell’umanità.

Le meditazioni proposte da La NBQ per la Settimana Santa: