Sante Messe in rito antico in Puglia

martedì 20 agosto 2013

La chiesa di Civita (CS): un esempio di autentico adeguamento liturgico

di Vito Abbruzzi


(tratto da Bashkë - Insieme, Rivista italo-albanese di cultura e attualità dell’Associazione “Bashkë” - Insieme di Plataci, numero di Giugno - Luglio 2013, p. 2).

Nell’estate dello scorso anno ho piacevolmente trascorso con la mia famiglia qualche giorno di vacanza a Civita (CS), amena cittadina a 450 m. sul livello del mare, nella incantevole cornice del Parco Nazionale del Pollino. Lì il tempo scorre, ma senza la frenesia delle nostre città, riassaporando il gusto per le cose semplici, che vanno in decisa controtendenza ai nostri stili di vita.
Civita, poi, merita un discorso a parte, per le sue pregevolezze paesaggistiche ed artistiche: sorge sopra le suggestive gole del Raganello ed è circondata da “montagne verdi e rocciose dalle modellazioni variegate ad aperture visuali verso il mare Jonio”; offre al visitatore delle originalità difficilmente riscontrabili altrove, a motivo delle sua marcata identità albanese, fedelmente conservata da oltre cinquecento anni e nella lingua (chiamata arbëresh, l’antico albanese) e nella “Divina Liturgia”: in tutto e per tutto simile a quella greco-ortodossa, sebbene di fede cattolica. Gli abitanti di Civita (Çifti), infatti, non senza orgoglio, amano definire la loro piccola ma tenace comunità italo-albanese (katund arbëresh) “luogo di spiritualità bizantina”. Ed invero è così! Lo si capisce non solo dalle tradizioni religiose che i Civitesi hanno conservato inalterate sino ai giorni nostri, ma anche e soprattutto dalla unica e suggestiva chiesa parrocchiale del paese, dedicata a Santa Maria Assunta: una seicentesca costruzione imponente, ma dai volumi semplici, a struttura basilicale, illuminata da ampie finestre in vetri policromi. Ciò che stupisce e suscita ammirazione sono gli adattamenti strutturali dell’edificio sacro negli anni ’90 del secolo scorso: adattamenti che hanno permesso il suo adeguamento al culto di rito bizantino-greco in uso a Civita. Questi adattamenti hanno riguardato: pavimento, copertura, intonaci, decorazione interna, altare, iconostasi. Si è voluto accrescere, così, lo splendore della chiesa, giacché, secondo gli Orientali, “lo splendore suscita lo stupore, che, a sua volta, spinge a dare lode al Signore per le sue grandi mirabilia”. E ciò grazie alla perizia dell’iconografo bizantino, che, “con il fine linguaggio pittorico antico, ma sempre nuovo, ha espresso il mondo invisibile della fede in forme più comprensibili all’intelligenza ed al cuore dell’uomo”.
Bisogna dire che questi adeguamenti sono stati anche favoriti da vari furti di cui la chiesa parrocchiale di Civita è stata fatta oggetto negli anni passati; furti che l’hanno spogliata di statue e dipinti, sapientemente rimpiazzati da icone, affreschi e mosaici di fine gusto bizantino. Proprio vera la frase paolina: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20). 

Non così, ahimé!, in casa nostra dove “quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”. Mi riferisco ai Barberini dei giorni nostri: architetti da strapazzo che, in nome dell’essenzialità, offendono l’Arte (tanto sacra che profana) con il loro stolido gusto minimalista. Ragion per cui si può perdonare ai responsabili del restauro della chiesa di Civita la discutibile scelta di demolire il “vecchio altare latino centrale barocco, risalente all’epoca della edificazione della Chiesa, in muratura”, perché secondo loro – ma non secondo altri – “di scarso valore artistico”. Al suo posto, invece, “è stata innalzata una elegante Iconostasi”, in perfetta simbiosi con “i motivi decorativi barocchi della Chiesa”, oltre cui si “apre lo spazio dell’abside, cuore della Sacralità e del Mistero”. E qui il pensiero va inevitabilmente alle nostre chiese barocche o tardobarocche o, comunque, edificate prima del Concilio Vaticano II, private delle artistiche e simboliche balaustre, che, come ha giustamente scritto l’architetto Andrea De Meo, costituiscono “argine del sacro” (vedi Il Timone, maggio 2012, p. 47). “Le balaustre, infatti, non furono che l’ultima mutazione di quegli elementi separatori che assunsero di volta in volta la forma della transenna lapidea, della tenda, del cancello e dell’iconostasi” (ivi).
Spero che la chiesa di Santa Maria Assunta di Civita rappresenti un valido e magistrale esempio per i tanti che, per ignoranza e presunzione, spogliano le nostre chiese antiche di tutti quegli elementi artistici ed architettonici che rimandano al Sacro. Il problema, lo denunciava già tanti anni fa l’abate benedettino Don Emanuele Caronti, è che “i preti non hanno gusto e gli artisti non hanno fede”. Proprio per questa assenza di gusto e di fede ci ritroviamo oggi chiese edificate o restaurate allo scopo di essere spazi funzionali per eventi che non siano solo cultuali, ma anche concertistici, teatrali, convegnistici e, financo conviviali. Poi non lamentiamoci se la gente ci crede sempre meno, disertando le funzioni religiose, che molto ormai hanno di profano; e seriamente chiediamoci: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). Spero tanto di sì. 

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