Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 26 febbraio 2020

mercoledì 6 marzo 2019

Il Mercoledì delle Ceneri

Prima dell’epoca di S. Gregorio Magno (fine del VI sec.), il digiuno di Quaresima non cominciava che all’indomani della I domenica di Quaresima, come è ancora nel caso della liturgia ambrosiana o come similarmente viene praticato nella liturgia bizantina (anche se inizia la Quaresima in anticipo poiché non si digiuna i sabati in Oriente).
Per ottenere un conteggio pieno di 40 giorni di digiuno, San Gregorio decise di aggiungere quattro giorni di digiuno prima della I domenica. Il Mercoledì delle Ceneri è diventato così, sin dal primo giorno di Quaresima, nel rito romano (gli antichi libri liturgici spesso si riferiscono ad esso come «in capite jejunii»). Tuttavia, l’antica disposizione anteriore a San Gregorio ha lasciato alcune tracce: così, nell’ufficio, restiamo sempre nell’ordine della Settuagesima, e gli inni di Quaresima cominciano il prossimo sabato ai primi vespri del I Domenica di Quaresima.
Agli albori del cristianesimo, il vescovo in quel giorno espelleva dalla chiesa i penitenti che dovevano espiare gravi colpe (principalmente omicidio, adulterio e apostasia). I penitenti pubblici assistevano agli uffici fuori dalla chiesa, dal nartece (come spesso si vede nelle chiese dell’Etiopia) e potevano entrare nella chiesa una volta completata la penitenza.
Ecco quattro incisioni di un Pontificale romano stampato a Venezia nel 1561 che rappresentano l’imposizione di Ceneri ai fedeli e l’espulsione dei penitenti pubblici:

Imposizione della cenere ai fedeli da parte del pontefice

I penitenti pubblici compaiono davanti al vescovo

Il vescovo riveste del cilicio i penitenti pubblici

Il vescovo espelle i penitenti pubblici fuori dalla chiesa

La penitenza pubblica durava, di regola, per molti anni. Una volta completata la penitenza, la riconciliazione dei penitenti pubblici era effettuata dal vescovo il Giovedì Santo.
Quando la disciplina della penitenza pubblica scomparve praticamente (prima dell’XI secolo), tuttavia, alcuni elementi furono mantenuti, compresa l’imposizione di ceneri all’inizio della Quaresima. Questo gesto liturgico segna perfettamente il desiderio di ogni cristiano di indossare le armi della penitenza e del digiuno all’inizio della Quaresima, pur ricordando la sua condizione:

Meménto, homo, quia pulvis es, et in púlverem revertéris.

Ricorda, o uomo, che sei polvere e che in polvere tornerai.

La cerimonia dell’imposizione delle ceneri, che aveva luogo una volta in modo autonomo tra l’ora Sesta e l’ora Nona, finì per essere collegata alla Messa di quel giorno, la Messa cioè che si celebra dopo l’ora Nona (la Messa è seguita dai Vespri, dopo i quali, nel rito Romano, il digiuno è rotto).
Tradizionalmente, la cenere usata viene prodotta bruciando i rami benedetti l’anno precedente. Il sacerdote impone le ceneri in una croce sulla fronte dei fedeli - ma sulla tonsura o sulla parte superiore della testa per i chierici - mentre il coro canta due inni Immutemur in habitu e Inter vestibulum, così come il responsorio Emendemus in melius.
Oggi Massa ha due caratteristiche che si trovano in tutta la Quaresima: prima del Vangelo si canta il Tratto in II tono, come ogni lunedì, mercoledì e venerdì di quaresima, antichi giorni di stazione; dopo la post-comunione, come tutti i giorni della settimana di Quaresima, il sacerdote recita un’orazione supplementare sui fedeli inchinati: questa orazione è in realtà una preghiera di benedizione molto antica; essa si faceva ugualmente all’ufficio divino e il resto dell’anno, ogni volta che il popolo era congedato. Ancora presente nella maggior parte dei riti orientali o occidentali, l’orazione super populum non è stata mantenuta nel rito romano che solo per le ferie della Quaresima.

Fonte: Schola Sainte Cécile, 6.3.2019 (traduzione nostra)

Dies Cínerum, et inítium ieiúnii sacratíssimæ Quadragésimæ



Emendémus in mélius, quæ ignoránter peccávimus: ne, subito præoccupáti die mortis, quærámus spátium pæniténtiæ, et inveníre non póssimus

Cfr. Dies Cínerum, in Sardinia Tridentina, 14.2.2018

mercoledì 14 febbraio 2018

Un pensiero ed un proposito quaresimale in un aforisma di S. Agostino


Fonte: Oggi inizia il tempo di Quaresima: una palestra per l'anima e per il corpo, in Chiesa e postconcilio, 14.2.2018

Storia, pratica e decadenza del digiuno quaresimale

Rilanciamo quest’interessante breve saggio.
Ricordiamo e raccomandiamo i precetti di digiuno ed astinenza cui sono tenuti i fedeli (v. qui e qui).



Storia, pratica e decadenza del digiuno quaresimale

Non è qui necessario rimembrare la grandissima utilità spirituale del digiuno come pratica di penitenza e mortificazione, i frutti che esso porta, e la necessità di praticarlo da parte dei Cristiani. Sin dai primi tempi, distaccandosi dagli usi giudaici, fu stabilito che i Cristiani non avessero cibi proibiti di per sé, ma dovessero osservare un rigoroso digiuno due volte alla settimana, il mercoledì (giorno del tradimento) e il venerdì (giorno della Crocifissione); a questi si aggiunse anche il sabato nella tradizione latina. Contemporaneamente, è invalso anche l’uso di osservare dei periodi di digiuno, periodi che servono a preparare spiritualmente e fisicamente il fedele alla celebrazione dei grandi misteri della Religione. Già dal IV secolo, come attesta S. Atanasio, era uso di osservare 40 giorni di digiuno per prepararsi alla Santa Pasqua, donde il nome di Quadragesima o Τεσσερακοστὴ.
I primi cristiani praticavano il digiuno quaresimale per 40 giorni di seguito (anche se sabati e domeniche non erano considerati giorni di digiuno, e per questi i giorni reali erano almeno 46, da cui si dovevano poi sottrarre i sopraddetti giorni liberi), seguendo una dura regola che ci viene descritta per filo e per segno in alcuni documenti del X secolo (riferentesi di per sé al digiuno per chi si preparava a ricevere gli Ordini Sacri), riassumibile in tre punti principali:
- Un pasto solo al giorno, consumato rigorosamente dopo il tramonto;
- Divieto di consumo di qualsiasi prodotto di derivazione animale (carne, uova, latticini, grassi animali etc.);
- Divieto di consumo di alcolici.
Ciò che stupisce, leggendo le cronache antiche, è che chiunque, persino il contadino che lavorava nei campi per ore e ore anche durante la Quaresima, osservava rigorosamente il digiuno. La struttura fisica degli uomini di un tempo era sicuramente molto più robusta di quella dei nostri contemporanei, per permettere loro di compiere duri lavori a stomaco vuoto e senza proteine animali, potremmo dire; resta nondimeno il fatto che in Occidente si è visto un progressivo ammorbidimento delle normative circa il digiuno, alla qual cosa può essere (a mio modesto parere) imputabile anche l’indebolimento generale della nostra struttura fisica, che oggi fatica alquanto a restare senza determinati cibi per giorni e giorni, o senza cibo anche solo per poche ore. La debolezza di fisico è infatti la conseguenza della riduzione del digiuno, non già la causa, che va ricercata nello zelo scemante della società. Il punto di arrivo è l’assurdo digiuno prescritto dalla costituzione apostolica Paenitemini emanata da Papa Montini nel 1966, peraltro ad oggi messa in pratica da ben pochi tra i cattolici moderni, a dispetto dell’estrema rilassatezza del digiuno da essa previsto. Limitandosi ad osservare le norme per la Quaresima, ignorando il resto dell’anno, possiamo notare che per i cattolici conciliari i giorni di digiuno durante la Quaresima si riducono da 40 a 2, più 6 astinenze senza digiuno. Questa aberrazione, per cui possiamo realmente dire che i cattolici moderni non hanno né un vero digiuno né una vera Quaresima, dimostreremo qui come essa da una parte discenda effettivamente da una progressiva rilassatezza nella pratica diffusasi nel mondo occidentale, ma dall’altra rompa completamente con la tradizione, abolendo quasi del tutto le già permissive regole promulgate appena mezzo secolo prima da Papa S. Pio X. Le norme paoline, infatti, altro non sono che l’ufficializzazione delle disposizioni date in tempo di guerra da Pio XII (1941), le quali dovevano però inizialmente avere il carattere della temporaneità, e soprattutto erano riferite a una società attanagliata da un conflitto mondiale, non certo alla società dei consumi di oggi.

Il digiuno nella tradizione bizantina

Per un debito confronto, reputo anzitutto utile presentare le regole tuttora seguite dai cristiani d’Oriente, e cattolici e ortodossi, le quali ricalcano in modo pressoché identico le consuetudini originarie del Cristianesimo primitivo.
Dopo un periodo preparatorio (una settimana senza carne, ma con licenza di uova e latticini anche di mercoledì e venerdì), che termina con la Domenica dei Latticini, s’inizia dal primo giorno della Grande Quaresima a seguire quotidianamente la regola del digiuno stretto, che comporta l’astinenza da carne e derivati, uova, latticini, pesce, vino e olio d’oliva. Il sabato e la domenica non sono giorni di digiuno secondo la tradizione orientale, ma le sue regole sono talmente strette che prevedono in questi giorni solo la licenza di olio e vino (nonché di pesce nella tradizione slava), e continuano a prescrivere l’astinenza dai cibi di derivazione animale. La stessa regola ‘moderata’ si segue anche in alcuni giorni festivi che cadono durante la Quaresima, come l’Annunciazione ο il miracolo di S. Teodoro di Amasea.
Ai fedeli non è richiesto di fare un solo pasto al giorno, cosa che invece è praticata dai religiosi; i più zelanti, e specialmente i monaci, solo durante la I settimana, non toccano cibo dal lunedì mattina fino al mercoledì sera (quando fanno un pasto dopo la Liturgia dei Presantificati), e poi di nuovo fino a venerdì sera (sempre dopo la Liturgia).
Durante la Settimana Santa, invece, alla sera del giovedì, prima dell’Ufficio dei XII Vangeli, si fa idealmente l’ultimo pasto, poiché durante il Venerdì non è concesso nemmeno ai fedeli di prendere alcunché; tutt’al più, per sostenersi, può esser concesso di prendere della frutta e un po’ di vino al sabato mattina, dopo la Divina Liturgia della Prima Risurrezione. Il digiuno cessa dopo gli uffici della notte di Pasqua.

Evoluzione del digiuno nella tradizione occidentale

Per analizzare invece la complessa evoluzione del digiuno in Occidente, che non ha mantenuto la fissità di quello orientale, ci baseremo sui seguenti testi: le Regole dei primi Padri (e.g., S. Cesario, S. Benedetto), la Summa Theologiae di S. Tommaso d’Aquino, i manuali di teologia e penitenza di diverse epoche (P. Scarsella per il ‘500-’600, P. Corella per il ‘600-’700, P. Righetti per l’800), e infine il Codex Juris Canonici del 1917.
Come norma generale, sancita già da S. Tommaso, giova ricordare che l’astinenza in Occidente obbligava dai sette anni in poi, il digiuno dai ventuno ai sessantacinque. Inoltre, differenza fondamentale rispetto alle usanze orientale, in Occidente fu sempre consentito il consumo di pesce e simili animali a sangue freddo (come rane, molluschi, tartarughe, ecc.), poiché le loro non erano usualmente considerate carni. Gli anfibi vengono trattati secondo la categoria alla quale assomigliano di più, in accordo alla classificazione aristotelico-tomistica. Infine, in Occidente solo le domeniche sono giorni liberi dal digiuno, ma in essi non si osserva il ‘digiuno moderato’ di stampo orientale, ma è lecito di mangiare qualsivoglia quantità e qualità di cibo.
I Padri d’Occidente attestano che le regole da osservarsi all’interno dei monasteri (che prevedevano anche diversi giorni della Quaresima durante i quali non si mangiava alcunché), assomigliavano parecchio a quelle dei monaci bizantini; in Settimana Santa, poi, era uso di cibarsi solo di pane ed erbe salate. Simile era anche il digiuno praticato dai fedeli, con l’aggiunta della pratica di consumare quotidianamente un solo pasto, dopo il Vespero. Ancora fino alle riforme del 1955, del resto, forse più per relitto che per pratica vera e propria, le rubriche del Breviario Romano, al Vespero del sabato avanti la I domenica di Quaresima, riportano che hodie et deinceps usque ad Sabbatum sanctum, exceptis diebus dominicis, Vesperae dicuntur ante comestionem, etiam in Festis (oggi e d’ora in avanti fino al Sabato santo, tranne le domeniche, i Vespri si dicono prima di prender pasto, anche nelle Feste)
Proprio su questo aspetto s’iniziò, sin dall’alto Medioevo, a ricamare ‘sofismi’ che avrebbero poi portato all’alleggerimento del digiuno. Per esempio, dal X secolo, nei monasteri iniziarono a cantare Vespro in Quaresima all’ora nona, per poter prendere subito dopo la refezione; nel giro di pochi secoli, l’ufficio vespertino fu anticipato addirittura al mezzogiorno, tanto che S. Tommaso avverte che non è lecito, né ai religiosi né ai fedeli, di consumare il pasto prima di mezzodì. Con l’anticipazione del pasto, non dovette passare molto tempo perché (nel XIV secolo) venisse introdotta la possibilità di compiere una ‘refezioncella’ alla sera, la quale sarà, nei secoli successivi, quantificata dai moralisti in circa 250 grammi (i più severi, come l’Arregui, concedevano solo di mangiar pane in questa refezione; la maggioranza, cionondimeno, ammetteva qualsiasi cibo non proibito dalla legge dell’astinenza). Nel frattempo, s’inizia anche a normare cosa si possa prendere fuori pasto. Già la tradizione antica e bizantina ammetteva che l’assunzione di liquidi durante i giorni di digiuno fosse lecita (escluso ovviamente il latte); i moralisti stabilirono che era lecita qualsiasi bevanda presa per dissetarsi o riscaldarsi, giammai per nutrirsi. Alcuni ammettevano di poter sciogliere dello zucchero o un po’ di confettura all’interno della bevanda (sempre a patto che lo scopo fosse di addolcirla per renderla bevibile, e non di darsi nutrimento); particolarmente noto è l’aneddoto che vuole che Papa S. Pio V abbia fatto rientrare la cioccolata calda tra le bevande lecite, in quanto, essendone restato disgustato, l’aveva sentenziata come una ‘penitenza aggiuntiva’ (si deve tener conto, anche nell’osservanza di questo indulto, che la cioccolata dell’epoca era rigorosamente amara). Iniziano a studiarsi debitamente anche tutti i casi in cui si commetta peccato nel rompere il digiuno (p.e., quanta carne o quanto cibo fuori pasto lo rompa; chi possa esser scusato dal non aver osservato il digiuno, etc.). Compaiono tra il XVI e il XVII secolo le istruzioni circa la concessione delle dispense, concesse ordinariamente dai Parroci o dai Confessori, di poter consumare uova e latticini; rare sono invece quelle che svincolano dall’obbligo di digiunare, o di non consumare carne. Compaiono anche alcune dispense ‘nazionali’: in Spagna fu per esempio fu permesso su tutto il territorio nazionale di consumare uova e latticini in alcuni giorni della Quaresima; ai conquistadores in Messico fu concesso di consumare carne di topo, non essendovi altro mezzo di sostentamento per essi.
Ai primi dell’Ottocento il Righetti attesta due cose: la progressiva diminuzione dello zelo nell’osservare il digiuno (più volte nel suo manuale paragona i rilassati costumi dei suoi contemporanei a quelli molto più osservanti degli Orientali); l’introduzione di una nuova refezione lecita, ossia una piccola colazione al mattino (quantificata in 60 grammi) per darsi le energie necessarie a svolgere il proprio lavoro durante la mattinata. Con quest’ultima concessione, di fatto il ‘digiuno’ non ha più (se non nella sua formulazione teorica sine licentiis) il suo significato originale e antico di un solo pasto durante il giorno, ma indica piuttosto una certa riduzione della quantità di cibo consumate in due dei tre pasti quotidiani, e l’astenersi da prender cibo fuor da tali tre refezioni.
Verso la fine del XIX secolo la pratica appare assai abbandonata: a titolo d’esempio, quasi tutti i paesi godono di una licenza, parziale o totale, dall’astinenza da uova e latticini; gli Stati Uniti ottengono nel 1887 addirittura il permesso di consumare carne nel pasto principale di lunedì, martedì e giovedì, e di usare grassi animali tutti i giorni.
Queste son dunque le premesse che portarono alla nuova normativa del digiuno, stabilita da S. Pio X agl’inizj del XX secolo, e riportata dapprima nel suo Catechismo, e indi nel Codice di Diritto Canonico di cui egli iniziò la redazione, portata a compimento tre anni dopo la sua morte dal successore Benedetto XV. Si trattò infatti, più che di una ‘rivoluzione normativa’, di riscrivere in una forma più semplice la norma già allora osservata, recependo l’effetto di tutti quegl’indulti oramai globalmente diffusi.
Viene dunque sostanzialmente mantenuto l’obbligo del digiuno quotidiano, con annessa possibilità di refezioncella e colazione supplementari, mentre l’astinenza delle carni viene ridotta ai soli mercoledì, venerdì e sabati della Quaresima (mentre negli altri giorno sono lecite solo al pasto principale). Le uova e i latticini, precisa letteralmente, non sono mai proibite dalla nuova legge dell’astinenza. Scompaiono anche le prescrizioni particolari per la Settimana Santa, che a dire il vero erano state ignorate, e probabilmente dunque sostituite dall’estensione delle norme del resto della Quaresima, già da qualche secolo.

In conclusione, ritengo che al momento, viste le mutate condizioni fisiche e le abitudini contratte, sarebbe per gli Occidentali molto difficile ritornare alla purezza e al rigore del digiuno quaresimale della tradizione antica e bizantina; essi però, guardando con sana invidia all’esempio dell’Oriente che continua tutt’oggi ad osservare questa dura regola, dovrebbero applicarsi massimamente nell’osservazione del digiuno almeno secondo le norme promulgate da Papa San Pio X. Escludo a priori che seguire la regole del ‘66, improntate alla nuova mentalità ‘facile’ dei modernisti, possa portare mai un qualche frutto spirituale.
Digiunare non è infatti, come qualcuno vuol far credere, una pratica desueta, consuetudinaria ma sterile, solo esteriore e simbolica, ma è al contrario una delle pratiche ascetiche più efficaci, più probanti, più fruttuose, più vere. E solo un digiuno duro, sincero, magari praticato nel segreto, non senza fatica, unitamente alla preghiera ardente, umile e incessante, e alla carità in nome di Dio, è la chiave infallibile che un Cristiano possiede per poter vincere il demonio e le passioni e giungere purificato all’unione con il Signore nei Suoi misteri di Passione, Morte e Risurrezione.
Buona Santa Quaresima!

All'inizio del cammino quaresimale un aforisma di Pio XII



sabato 4 marzo 2017

Deserto della Giudea: il luogo in cui Gesù vinse le tentazioni

(Cliccare sull'immagine per il video)




Monastero ortodosso del Monte della Quarantena, luogo delle Tentazioni di Gesù, non lontano da Gerico

In salita verso il Monastero .... dalla funivia

Epigrafe greca posta sulla massiccia porta di ferro del Monastero





Interno della c.d. Grottd i Gesù, all'interno del Monastero. Sotto l'altare vi è la roccia, che, secondo la Tradizione, fu utilizzata da Gesù per riposarsi durante i 40 giorni nel deserto e su cui ricevette la prima Tentazione

mercoledì 1 marzo 2017

Digiuno quaresimale in un aforisma del papa Benedetto XIV


Benedetto XIV, Cost. Ap. "Non ambigimus", 30 maggio 1741

“Immutémur hábitu, in cínere et cilício: jejunémus, et plorémus ante Dóminum: quia multum miséricors est dimíttere peccáta nostra Deus noster” (Joël. 2, 13 - Antiph.) - FERIA QUARTA CINERUM

Dopo il periodo di Settuagesima,  dai tempi di san Gregorio Magno, questo giorno inaugurava a Roma la santa quarantena ed era anche chiamato in capite ieiunii; nel IV sec., esso segnava l’inizio della penitenza canonica che i penitenti pubblici dovevano compiere, al fine di essere assolti il Giovedì santo. Secondo i rituali del VII sec., il mattino di questo giorno i penitenti si presentavano ai sacerdoti deputati a questo ministero nei differenti Titoli e nelle basiliche patriarcali; confessavano i loro peccati e, se questi erano stati gravi e pubblici, ricevevano dalle mani del penitenziere una veste di cilicio ruvido ricoperto di cenere, con l’ordine di ritirarsi in un monastero – un centinaio circa si ergevano all’epoca nell’Urbe – al fine di compiere la penitenza di questa quarantena, che era stata loro imposta. Ecco l’origine delle quarantene che si ritrovano nelle antiche formule di concessione delle indulgenze.
Per il rito della benedizione delle ceneri, il messale attuale conserva ancora un’ultima traccia della cerimonia dell’imposizione della penitenza canonica ai penitenti pubblici.
In origine, il concetto della santità trascendente dello status sacerdotale era così elevato e così vivo, che i ministri sacri non erano ammessi in questa umiliante categoria. Fu verso l’XI sec. che, nella cerimonia di questo giorno, essendo cessata la disciplina della penitenza pubblica, ai penitenti di una volta si sostituirono indistintamente il Papa, i membri del clero ed il popolo romano, che cominciavano da allora a camminare a piedi scalzi e con il capo coperto di cenere sino alla basilica di Santa Sabina, aprendosi così sotto gli auspici di questa santa Martire la penitenza quaresimale. Questa basilica fu fondata (o ricostruita) sotto Celestino I da un certo Pietro, sacerdote illirico, ma una donna chiamata Sabina dové contribuirvi anch’ella, in modo che la basilica ricevette il suo nome, prima che nella stessa vi si trasportasse, dall’area Vindiciani, i resti della martire omonima, Sabina. Gregorio Magno vi intimò la sua famosa litania Septiformis di penitenza, e, nel Medioevo, l’abitazione che vi è annessa servì più volte da dimora del Pontefice. Il papa Silvero vi abitò quando fu esiliato da Roma da Belisario; Onorio III Savelli la munì di muraglie e di torri che sussistono in parte ancora oggi; ed alla morte di Onorio IV, i cardinali vi si riunirono per il conclave che durò circa un anno. Dopo questo tempo, il prestigio della residenza pontificia sull’Aventino decrebbe poco alla volta e l’antico palazzo fortificato divenne finalmente l’asilo pacifico dei Padri Predicatori di san Domenico, che ancora oggi, mostrano con grande venerazione ai visitatori le celle già santificate dalla residenza di san Domenico e di san Pio V. Sotto l’altare maggiore, con le ossa di santa Sabina e di santa Serapia, si conservano i corpi dei martiri di Ficulea sulla via Nomentana: Alessandro, Evenzio e Teodulo.
Tornando all’imposizione delle ceneri, questa nel IX sec. era ancora un rito penitenziale a se stante, senza alcuna relazione con la stazione eucaristica. Verso l’Ora Settima – vale a dire quando il Romano si apprestava a terminare la sua giornata civile di lavoro, per andare a prendere il suo bagno alle terme e disporsi dopo alla coena, che costituiva il principale pasto di tutto il giorno – il popolo, avendo alla sua testa il Papa ed il clero, si raccoglieva dapprima nel titolo di Anastasia, nella stretta valle compresa tra il Palatino e l’Aventino e, da là, al canto lamentoso delle litanie, si dirigeva processionalmente verso la basilica di Sabina. Quando vi era arrivato, l’Introito essendo omesso poiché era già stato eseguito nel tempio della «colletta», si celebrava il sacrificio eucaristico; dopo l’ultima preghiera di benedizione, all’invito del diacono: ite missa est, i fedeli rientravano nelle loro case e rompevano il digiuno.
Sebbene, come abbiamo detto, la penitenza pubblica cominciasse a cadere in desuetudine, l’uso d’imporre in questo giorno le ceneri a tutti i fedeli divenne sempre più generale e prese posto fra le cerimonie essenziali della Liturgia Romana. È difficile dire esattamente in quale epoca si produsse tale cambiamento. Sappiamo solo che nel Concilio di Benevento (1091) Urbano II ne fece un obbligo a tutti i fedeli. Nel XII sec., il rito apparve molto più sviluppato nell’Ordo Romanus del canonico Benedetto, venendo indicate le antifone, i responsori e le preghiere della benedizione delle Ceneri, sebbene queste fossero già in uso fra l’VIII e il X secolo.
Una volta i cristiani si avvicinavano a piedi nudi a ricevere l’ammonimento sul niente dell’uomo. Ancora nel XII sec., lo stesso Pontefice, per recarsi da Sant’Anastasia, dove aveva imposto le ceneri, a Santa Sabina, dov’è la Stazione di questo giorno e dove si celebrava la messa, percorrendo le dolci pendenze dell’Aventino, faceva tutto il tragitto senza calzatura ed in abiti penitenziali, come pure i Cardinali che l’accompagnavano. La Chiesa, in seguito, mitigò questo rigore esteriore; ma continuò a dare valore ai sentimenti interni che deve produrre in noi un rito così espressivo. Prima della comunione, il Suddiacono Regionario avvertiva il popolo: «Crastina die veniente, statio erit in ecclesia Sancti Georgii Martyris ad velum aureum» («Domani la stazione sarà nella chiesa di San Giorgio al Velabro (al vello d’oro)»), e tutti rispondevano: Deo gratias (Ord. Rom. XI, § 34, in PL 78 col. 1038C).
Se il Papa era trattenuto da occupazioni urgenti nell’episcopium del Laterano, un accolito, dopo la messa, immergeva un po’ di cotone nell’olio profumato delle lampade, che ardevano davanti l’altare della chiesa stazionale, e si recava al patriarchium, dove si faceva introdurre alla presenza del Pontefice: Jube, domne, benedicere, gli diceva rispettosamente il chierico. Avendo ottenuto la benedizione, presentava il cotone aggiungendo: «hodie fuit statio ad Sanctam Sabinam, quæ salutat te» («Oggi, la stazione si è svolta a Santa Sabina che Ti saluta»).
Il Papa baciava allora con riverenza questo fiocco di cotone e lo rimetteva al cubicolario, perché, dopo la sua morte, lo mettesse nel suo cuscino funebre (ivi, col. 1038D). Così era costume di fare tutte le volte che il Pontefice non interveniva alla stazione.
Va ricordato che l’odierna sacra funzione incomincia con la benedizione delle ceneri, ottenute dalle Palme benedette l’anno prima nella Domenica che precede la Pasqua. La nuova benedizione ch’esse ricevono in questa circostanza ha lo scopo di renderle più degne del mistero di contrizione e di umiltà che stanno a significare.
Accostiamoci, oggi, perciò a ricevere questo segno penitenziali, seguendo le regole tradizionali fissate dalla Chiesa circa il digiuno e l’astinenza, che abbiamo indicato anche gli anni passati ed a cui rinviamo (v. qui e qui).






martedì 9 febbraio 2016

Indicazioni per una Quaresima vissuta secondo lo spirito della Tradizione della Chiesa: le regole per il digiuno e l’astinenza

Come si faceva la Quaresima prima del Concilio? Quali erano le istruzioni per digiuno e astinenza? In quali altri giorni dell’anno si applicavano questi precetti?


– LA LEGGE DEL DIGIUNO obbliga tutti i fedeli che hanno compiuto i 21 anni e non hanno ancora iniziato il 60° anno.

– LA LEGGE DELL’ASTINENZA dalla carne obbliga tutti i fedeli a partire dai 7 anni compiuti.

IL DIGIUNO consiste nel fare un solo pasto al giorno e due piccole refezioni nel corso della giornata (i moralisti quantificano in 60 grammi al mattino e 250 grammi alla sera).

L’ASTINENZA vieta l’uso della carne, di estratto o brodo di carne, ma non quello delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento di grasso animale.

GIORNI DI ASTINENZA DALLA CARNI: – tutti i Venerdì dell’anno (tranne se vi cade una festa di precetto).

GIORNI DI ASTINENZA E DI DIGIUNO: – Mercoledì delle Ceneri; – ogni Venerdì e Sabato di Quaresima; – il Mercoledì, il Venerdì e il Sabato delle Quattro Tempora; – le Vigilie di Natale (24 Dicembre), di Pentecoste, dell’Immacolata (7 dicembre), d’Ognissanti (31 Ottobre).

GIORNI DI SOLO DIGIUNO SENZA ASTINENZA: tutti gli altri giorni feriali di Quaresima (le Domeniche non c’è digiuno).

POSSONO NON PRATICARE L’ASTINENZA:
– i poveri che ricevono carne in elemosina e non hanno altro da mangiare;
– gli infermi, i convalescenti, i deboli di stomaco, le donne che allattano, le donne incinte se deboli; – gli operai che fanno lavori più pesanti quotidianamente;
– mogli, figli, servi, tutti coloro che esercitano un servizio essendovi costretti, e che non possono avere altro cibo sufficientemente nutriente.

POSSONO NON PRATICARE IL DIGIUNO:
– coloro che digiunerebbero con grave incomodo: ammalati, convalescenti, deboli di nervi, donne che allattano o incinte;
– poveri che hanno già poco cibo a disposizione;
– coloro che esercitano un lavoro che è moralmente e ordinariamente incompatibile con il digiuno (es: lavori pesanti);
– coloro che fanno un lavoro intellettuale molto faticoso (es. studenti sotto esami);
– chi deve fare un lungo e faticoso viaggio, per un maggiore bene o per un’opera di pietà più grande se questa è moralmente incompatibile con il digiuno (es: assistenza ai malati).

Fonte: Radiospada, 2.3.2014



sabato 14 marzo 2015

Riflessione quaresimale: S. Alfonso Maria de' Liguori: Avvertimenti necessari per salvarsi

Per una riflessione in questo tempo quaresimale

S. Alfonso Maria de' Liguori:
Avvertimenti necessari per salvarsi

Avvertimenti necessari ... per salvarsi

(S. Alfonso Maria de Liguori, “OPERE ASCETICHE” Vol. II, pp. 197 - 200, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1962)

La teologia di S. Alfonso, la sua ascetica e la sua morale, nascono da una fede incorrotta e da un'anima apostolica.

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Iddio vuole salvi tutti: Omnes homines vult salvos fieri. 1 Tim. 2. 4. E vuol dare a tutti l'aiuto necessario per salvarsi; ma non lo concede se non a coloro che lo dimandano, come scrive S. Agostino: Non dat nisi petentibus. In Psalm. 100 1. Ond'è sentenza comune de' Teologi e Santi Padri, che la Preghiera agli Adulti è necessaria di necessità di mezzo, viene a dire, che chi non prega, e trascura di dimandare a Dio gli aiuti opportuni per vincere le tentazioni, e conservare la grazia ricevuta, non può salvarsi.
Il Signore all'incontro non può lasciare di conceder le grazie a chi le dimanda, perché l'ha promesso. Clama ad me, et exaudiam te. Jer. 33. 3. Ricorri a me, ed Io non mancherò di esaudirti.Quodcunque volueritis, petetis, et fiet vobis. Jo. 15. 7. Dimandate da Me quel che volete, e tutto otterrete. Petite, et dabitur vobis. Matth. 7. 7. Dimandate e vi sarà dato. Queste promesse non però non s'intendono fatte per beni temporali, perché questi Iddio non li dà, se non quando sono per giovare all'Anima; ma per le grazie spirituali le ha promesse assolutamente ad ognuno, che ce le dimanda; ed avendocele promesse, è obbligato a darcele: Promittendo debitorem Se fecit, dice S. Agostino (De Verb. Dom. Serm. 2 2).
Bisogna poi avvertire, che Dio ha promesso di esaudir la Preghiera, ma a riguardo nostro è precetto grave il pregare. Petite, et dabitur vobis. Matth. 7. 7. Oportet semper orare. Luc. 18. 1. Queste parole petiteoportet, come insegna S. Tommaso (3. p. q. 39. a. 5.) importano precetto grave, che obbliga per tutta la vita, e specialmente quando l'Uomo si vede in pericolo di morte, o di cadere in peccato; perché allora, se non ricorre a Dio, certamente resterà vinto. E chi trovasi già caduto in disgrazia di Dio, esso commette nuovo peccato, se non ricorre a Dio per aiuto ad uscire dal suo miserabile stato. Ma Dio potrà esaudirlo, vedendolo - 198 - fatto suo nemico? Si, ben l'esaudisce, quando il peccatore umiliato lo prega di cuore a perdonarlo; poiché sta scritto nel Vangelo: Omnis enim qui petit, accipit. Luc. 11. 10. Dicesi omnis, ognuno sia giusto, sia peccatore, quando prega, Dio ha promesso di esaudirlo. In altro luogo dice Dio: Invoca me, et eruam te. Psalm. 49. 15. Chiamami, ed Io ti libererò dall'Inferno, ove stai condannato.
No, che non vi sarà scusa nel giorno del Giudizio, per chi muore in peccato. Né gli gioverà dire, ch'egli non avea forza di resistere alla tentazione, che lo molestava; perché Gesù Cristo gli risponderà: se tu non l'avevi questa forza, perché non l'hai domandata, ch'Io ben te l'avrei data? E se già eri caduto in peccato, perché non sei ricorso a Me, ch'Io te ne avrei liberato?
Pertanto, Lettor mio, se vuoi salvarti, e mantenerti in grazia di Dio, bisogna, che spesso lo preghi a tenerti le mani sopra. Dichiarò il Concilio di Trento (Sess. 6, cap. 13, can. 22.) che a perseverare l'Uomo in grazia di Dio, non basta l'aiuto generale che Egli dona a Tutti, ma vi bisogna un aiuto speciale, il quale non si ottiene se non colla Preghiera. Perciò dicono tutti i Dottori, che ciascuno è tenuto sotto colpa grave a raccomandarsi spesso a Dio con domandargli la santa perseveranza, almeno una volta il mese. E chi si trova in mezzo a più occasioni pericolose, è obbligato a domandare più spesso la grazia della perseveranza.
Molto giova poi per ottenere questa grazia il mantenere una divozione particolare alla Madre di Dio, che si chiama la Madre della Perseveranza. Chi non si raccomanda alla Beata Vergine, difficilmente avrà la perseveranza; mentre dice S. Bernardo 3, che tutte le grazie divine, e specialmente questa della perseveranza, ch'è la maggiore di tutte, vengono a noi per mezzo di Maria.
Oh volesse Dio, ed i Predicatori fossero più attenti ad insinuare ai loro Uditori questo gran mezzo della Preghiera! Alcuni in tutto il lor Quaresimale appena la nomineranno una o due volte, e quasi di passaggio; quando dovrebbero parlarne di proposito più volte, e quasi in ogni Predica; gran conto dovran renderne a Dio, se trascurano di farlo E così anche molti Confessori attendono solo al proposito de' Penitenti di non offender più Dio; e poco si prendono fastidio d'insinuar loro la preghiera, per quando saran tentati di nuovo a cadere; ma bisogna persuadersi, che quando la tentazione è forte, se il Penitente non domanda aiuto a Dio per resistere, poco gli serviranno tutti i propositi fatti, la sola preghiera può salvarlo. È certo che chi prega, si salva, chi non prega, si danna.
E perciò, Lettor mio, replico, se vuoi salvarti, prega continuamente il Signore, che ti dia luce e forza di non cadere in peccato. In ciò bisogna essere importuno con Dio, in domandargli questa grazia. Haec importunitas (dice S. Girolamo) apud Dominum opportuna est 4. Ogni mattina non lasciar di pregarlo a liberarti da' peccati di quel giorno. E quando si affaccia alla mente qualche mal pensiero, o qualche cattiva occasione, subito, senza metterti a discorrere colla tentazione, subito ricorri a Gesù Cristo, e alla Santa Vergine, dicendo: Gesù mio aiutami, Maria SS. soccorrimi. Basta allora nominare Gesù e Maria, per svanir la tentazione; ma se la tentazione persiste, seguita ad invocare Gesù e Maria per aiuto, che non resterai mai vinto.


1 [5-6.] S. AGOST., In Ps. 102, n. 10: «non dat nisi petenti»; PL 37, 1324.  
2 [20-21.] S. AGOST., Sermo 110 (al. 31 De verbis Dom. ), c. IV, n. 4; PL 38, 640-641.
3 [26.] S. BERNARDO, Sermo de aquaeductu, n. 7; PL 183, 441. 
4 [7-8.] Ps.-s. s. GIROL., Epist. 39 (al. Hom. super  Matth., ma Luc. 11), n. 4; PL 30, 277.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 12.3.2015

martedì 17 febbraio 2015