Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 4 maggio 2016

“Mónica, sancti Augustíni duplíciter mater, quia eum et mundo et cælo péperit, maríto mórtuo, quem senectúte conféctum Jesu Christo conciliávit, castam et opéribus misericórdiæ exércitam viduitátem agébat; in assíduis vero ad Deum oratiónibus pro fílio, qui in Manichæórum sectam incíderat, lácrimas effundébat. Quem étiam Mediolánum secúta est; ubi ipsum frequénter hortabátur, ut ad epíscopum Ambrósium se conférret. Quod cum ille fecísset, ejus et públicis conciónibus et privátis collóquiis cathólicæ fídei veritátem edóctus, ab eódem baptizátus est” (Lect. IV – II Noct.) - SANCTÆ MONICÆ, VIDUÆ, MATRIS SANCTI AUGUSTINI

La bella figura della madre di Agostino, tale come ci è descritta nel IX libro delle Confessioni, è ancora viva nella Chiesa e rappresenta uno dei più splendidi modelli di madre cristiana. Non bisogna dunque stupirsi se uno degli amici di Agostino, il console Anicio Basso l’anziano, pose sulla tomba della santa ad Ostia una targa di marmo la cui iscrizione fu ricopiata nelle antiche raccolte e che ricordava i suoi meriti alla posterità. Ecco il testo:

«Versus illustrissimæ memoriæ Bassi exconsule, scripti in tumulo sanctæ memoriæ Municæ matris Sancti Augustini»
HIC • POSVIT • CINERES • GENETRIX • CASTISSIMA • PROLIS
AVGVSTINE • TVIS • ALTERA • LVX • MERITIS
QVI • SERVANS • PACIS • CAELESTIA • IVRA • SACERDOS
COMMISSOS • POPVLOS • MORIBVS • INSTITVIS
GLORIA • VOS • MAIOR • GESTORVM • LAVDE • CORONAT
VIRTVTVM • MATER • FELICIOR • SVBOLIS.

Qui depose le sue ceneri la tua castissima madre,
O Agostino, lei che riflette come un nuovo splendore sui tuoi stessi meriti.
Tu, buon vescovo, assicura tra i popoli i sacri diritti della concordia
E, col tuo esempio, ammaestra quanti ti sono affidati.
Una gloria ben più grande è quella che vi incorona l’uno e l’altro: quella delle vostre opere.
O Madre davvero felice, che lo divenne ancor più per la virtù di un tale figlio!

Monica morì ad Ostia, forse di malaria, nel 387, all’età di cinquantasei anni, e l’ex console Basso compose quest’epitaffio quando Agostino governava ancora la Chiesa d’Ippona in Africa, vale a dire dopo il 395. Il terzo verso si riporta probabilmente alla celebre disputa nella solenne conferenza con i Donatisti tenutasi nel giugno 411.
La morte della Santa giunse in una data imprecisata, ma sicuramente dopo il battesimo del figlio Agostino, del nipote Adeodato e dell’amico Alipio, nella veglia pasquale del 23 aprile 387 (la liturgia ne celebra la festa il 24 aprile). Con il battesimo, Monica non ebbe altri obiettivi terreni: era pronta per il Paradiso! Poteva a ragione anche lei cantare il suo Nunc dimittis.
Il corpo di santa Monica restò ad Ostia sino al 1162; fu allora che un certo Gualtero o Walter o Valtero, priore dei canonici regolari d’Aroasia (Arrouaise), nell’Artois, nel nord della Francia, le rubò furtivamente e le trasportò nel suo monastero. Gli atti di questa traslazione, riportata dai Bollandisti, non sembra autorizzare alcun dubbio; d’altronde, la presenza delle reliquie di santa Monica in quel luogo è assicurata da più di sette secoli da diversi documenti.
Tuttavia alcuni autori ritengono che le cose non siano andate in quel modo (cfr. Alban Butler, Vite dei padri, dei martiri e degli altri principali santi tratte dagli atti originali e da più autentici documenti con note istoriche e critiche, tomo VI, Maggio, Venezia 1824, p. 85; Id., Florilegio di vite de’ Santi con note istoriche e critiche, e recate in Italiano sulla libera versione francese, vol. II, parte I, Monza 1834, p. 74). Il priore Gualtero, infatti, nel suo racconto, incorre in errori marchiani, che fanno dubitare della sua attendibilità, come ad es., il ritenere che trafugasse le ossa di santa Monica, che sarebbe stata chiamata Prima presso i Latini (in realtà, il nome Monica, in greco, significa non Prima, ma Unica o Solitaria) ed inoltre, tra l’altro, che all’epoca il papa Adriano sarebbe morto 1161 (laddove, invece, questi sarebbe morto nel 1159 e gli sarebbe succeduto quello stesso anno Alessandro III). È verosimile pensare, dunque, che il trafugatore, in realtà, abbia portato in Francia le reliquie di una santa Prima e non già quelle di santa Monica, le quali, invece, furono trasportate a Roma il 9 aprile 1430 da papa Martino V, riponendole prima nella chiesa di san Trifone e, quindi, in quella di Sant’Agostino. Tale data è ricordata dal Martirologio romano (così Ludovico Gatto, Le grandi donne del Medioevo, Newton Compton Editori, Roma 2011, passim). Questo papa non mancò di raccontare, in un suo sermone, il trasporto delle reliquie ed i numerosi miracoli verificatisi durante quest’evento per intercessione della santa (cfr. Martinus V, Serm. Ad Frates Augustinienses, De translatione corporis sanctæ Monicæ Ostia Romam, Romæ 1586).
In ogni caso, siccome si ignora, come detto, il giorno del trapasso di santa Monica (forse pochi giorni prima del 13 novembre di quell’anno 387), i canonici d’Aroasia, che celebravano già il 5 maggio la conversione di sant’Agostino, dedicano alla solennità di sua madre il giorno precedente. Da quel monastero, il culto di santa Monica si diffuse in Belgio, in Germania ed in Francia, sebbene la festa del 4 maggio entrasse poco a poco nell’uso liturgico generale, e ciò, potremmo dire, anche in maniera logica, essendo stata la nostra Santa lo strumento del cambiamento del figlio, che gli eremiti di Sant’Agostino celebrano ancor oggi, appunto, il 5 maggio. All’epoca in cui il riconoscimento del culto liturgico da rendere ai santi apparteneva ancora ai vescovi, va ricordato che il IX libro delle Confessioni di sant’Agostino aveva il valore di una bolla di canonizzazione.
La festa di Santa Monica si sviluppò, dunque, nel XV secolo. Fu san Pio V che l’iscrisse nel calendario romano nel 1568 come festa semplice. Clemente IX ne fece una festa semidoppia nel 1669 e Clemente XII la elevò al rango di doppia nel 1730. Con la riforma di Paolo VI, la sua festa fu fissata al 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio vescovo di Ippona, sant’Agostino, morto il 28 agosto 430.
La messa è quella del Comune delle sante Donne, come per la festa di santa Francesca Romana, il 9 marzo. La prima colletta, però, è propria.
L’epistola dal Comune (2 Tim. 5, 3-10) è riservata alle feste delle sante vedove, perché vi si descrivono i loro doveri verso Dio, verso la loro famiglia e verso la comunità cristiana. San Paolo non parla qui tuttavia delle vedove in generale, ma delle diaconesse che precisamente per il loro stato di vedovanza, la loro età avanzata e la loro esperienza di vita, erano di grande aiuto per il clero nella distribuzione delle elemosine, nell’assistenza dei malati, dei poveri e delle giovani. In una parola, esse facevano quello che fanno attualmente un così gran numero di congregazioni religiose, ma esse non vivevano in comune e dovevano essere dell’età di almeno sessant’anni. Quest’ultima esigenza, come anche quella della vedovanza, era imposta per le condizioni morali particolari della società dell’età apostolica. In seguito, quando nacquero le prime compagnie di Vergini, senza che queste costituissero, del resto, delle vere comunità religiose, la Chiesa adottò per esse, in parte, le prescrizioni dell’Apostolo relative alle diaconesse, e san Leone I prescrisse che nessuna fosse ammessa a consacrare solennemente a Dio la sua verginità prima di aver raggiunto i sessant’anni.
Il versetto alleluiatico è tratto dal Sal. 45 (44) e ci ricorda che la vita cristiana è un combattimento; la fede è il nostro scudo, le nostre armi sono le virtù, Dio è la corona e la ricompensa.
Il Vangelo (Lc 7, 11-16), il cui soggetto è la resurrezione del figlio della vedova di Naim, fa allusione alla conversione di Agostino, ottenuta per le lacrime di Monica. Il ritorno di un’anima a Dio è l’effetto della sola grazia; i ragionamenti umani non possono essere di molto aiuto. Bisogna incontrare Gesù, che ordina alle passioni che ci trascinano alla tomba eterna di fermarsi. Per mezzo della calma, l’anima si mette nelle condizioni volute per ascoltare la parola di Dio: Adolescens, tibi dico, surge. A questa parola onnipotente, che opera ciò che esprime, l’anima si sente svegliata dalla sua letargia mortale e ritorna alla vita.

Ambito lombardo, S. Monica, XVIII sec., museo diocesano, Como

Francesco Soderini, Vergine col Bambino che consegna la sacra cintola a S. Agostino e S. Monica, 1703 circa, chiesa di S. Maria di Candeli, Firenze

Pietro Maggi, Apparizione dell'angelo a S. Monica, 1714, chiesa di S. Marco, Milano

Alexandrea Cabanel, S. Monica in un paesaggio, 1845, collezione privata


Ponziano Loverini - Vittorio Bernardi, L'estasi di Ostia dei SS. Monica ed Agostino, 1900, abside, basilica di San Pietro in Ciel d'Oro, Pavia

venerdì 28 agosto 2015

“Nullum finem fecit prædicándi Dei verbum, nisi gravi morbo oppréssus. Hæréticos perpétuo insectátus et coram et scriptis, ac nullo loco passus consístere, Africam a Manichæórum, Donatistárum, Pelagianórum aliorúmque prætérea hæreticórum erróre magna ex parte liberávit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI AUGUSTINI, EPISCOPI, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS


Sant’Agostino ha l’immenso merito di aver inaugurato l’era dei Dottori e di aver fatto, nel IV sec., per la teologia cattolica, ciò che, otto secoli più tardi, fece l’Aquinate per la Scolastica. Tutti i dottori della prima parte del Medioevo pensano e parlano dopo il vescovo d’Ippona, la cui personalità ricorda, a questo riguardo, quella di un altro illustre convertito, san Paolo, dapprima feroce nemico del Cristo, poi araldo del Vangelo su tutta la terra.
Il corpo di sant’Agostino, sottratto dai vescovi africani alla profanazione dei Vandali, fu portato dapprima in Sardegna, poi a Pavia, a cura di Liutprando. Si conserva ancora a San Pietro in Ciel d’Oro.
Non ci sorprende che l’Ordo del Laterano annunci: Sancti patris nostri Augustini festivitas sollemniter et devotissime condigno celebretur honore, poiché l’Ordine dei canonici lateranensi seguiva la Regola di sant’Agostino. Ma prima di questi, sono stati gli stessi papi che hanno portato il ricordo di sant’Agostino nella loro residenza del Laterano. Nel 1900, si è scoperta, sotto la basilica del Sancta Sanctorum (Scala Santa), una sala della biblioteca, lo scrinium sanctum contemporaneo di san Gregorio Magno, con un affresco di 2,50 m. di altezza che rappresentava Agostino, identificato dall’iscrizione seguente: Diversi diversa patres, hic omnia dixit,/ romano eloquio mystica verba sonans. L’affresco, che risale al VI sec., rappresenta un personaggio calvo ed imberbe, vestito della toga col clavus sulla spalla, i piedi nudi. Egli è seduto su un sedile di rara forma, con una sorta di schienale arrotondato; davanti a lui un libro aperto su una scrivania. Ha il braccio destro steso in direzione della scrivania e la mano sinistra tiene un rotolo. Non appare alcun nimbo intorno alla testa. La lettura dello stico da noi riportato nel testo, e che un è un po’ cancellato, comporta qualche variante secondo che si adotti una versione piuttosto che un’altra.




Ma questa attestazione, ovviamente, non è una garanzia di un culto. Le testimonianze della liturgia locale di Roma, infatti, ignorano la festa di sant’Agostino sino all’XI sec. Questa, invero, apparve nei sacramentari gelasiano-franchi dell’VIII sec.: Gellone, Angoulême e Rheinau hanno al 28 agosto il natale sancti Augustini, mentre San Gallo annuncia al 15 settembre una translatio sancti Augustini che è nota solo ad essa. Tutti hanno un formulario identico, nel quale le tre orazioni sono dei riutilizzi dei testi del Gregoriano; solo il prefazio è proprio. Queste sono le stesse orazioni che si trovano nei libri romani dell’XI e del XII sec., nonché nel messale del Laterano.
Anche se il calendario di Cartagine offre la data del 29 agosto per la depositio di Agostino, la data del 28 è attestata da Prospero di Aquitania e da Vittore Vitense. È il giorno in cui la memoria di Agostino è inscritta nel martirologio geronimiano e, a suo seguito, nella quasi totalità dei calendari e martirologi, da Napoli e da Montecassino alla Spagna, dall’Italia alla Germania, dalla Francia all’Inghilterra. Ma il culto del grande Dottore d’Occidente non supera le frontiere del romanum eloquium, giacché è sconosciuto da tutte le liturgie orientali (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 280-281).
Nel XV sec., a Roma, sul luogo in cui già si elevava una cappella dedicata a sant’Agostino, presso San Trifone, il cardinale d’Estouteville fece erigere, in onore del santo d’Ippona, una splendida chiesa che è una delle più frequentate nella Città eterna.
La sua festa fu elevata al rango di rito doppio dal 1298.
La messa, non essendo antica, è stata redatta spigolando qua e là nel Sacramentario. Così l’introito e le due letture sono le medesime del 29 gennaio; la prima colletta è identica all’oratio super populum del lunedì della II settimana di Quaresima. Il resto è dal Comune dei Dottori, salvo il versetto alleluiatico che è simile a quello della festa di san Silvestro I.
Ricordiamo oggi, per l’edificazione spirituale, tre celebri parole del grande Dottore d’Ippona: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te. - Signore fammi conoscere chi Tu sei e chi sono io. - Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato».
Sant’Agostino è uno di quei rari santi la cui grandezza non ebbe ad attendere il riconoscimento dovuto alla morte ed alla luce dell’eternità per essere apprezzata nel suo valore. No, i contemporanei stessi ne ebbero consapevolezza; anche, in Africa, non si celebrava un concilio senza che il vescovo della cittadina di Ippona ne fosse l’anima. Sulla tomba di santa Monica ad Ostia, nell’attuale chiesa di Santa Aurea, il console Anicio Auchenio Basso, nell’anno 408, unì le lodi del figlio a quelle di sua madre:

GLORIA • VOS • MAIOR • GESTORVM • LAVDE • CORONAT
VIRTVTVM • MATER • FELICIOR • SVBOLIS (cfr. Felice Grossi Gondi, Trattato di Epigrafia cristiana latina e greca del mondo romano occidentale, vol. I, Roma 1920, pp. 275-276)

La gloria delle opere, maggiore di ogni lode, vi incorona:
la madre, specchio di virtù, più beata del figlio.


Pedro Berruguete, SS. Ambrogio ed Agostino, 1495-1500, museo del Prado, Madrid

Juan Pantoja de la Cruz, S. Agostino, 1601, museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Agostino, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Guercino, S. Agostino medita sulla Trinità, 1636, museo del Prado, Madrid

Anonimo, S. Agostino e l'angelo, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Gaspar de Crayer, S. Agostino e l'angelo, 1655 circa, museo del Prado, Madrid

José García Hidalgo, Conversione di S. Agostino, 1663, museo del Prado, Madrid

Mateo Cerezo, Visione di S. Agostino, 1663, museo del Prado, Madrid

Claudio Coello, Trionfo di S. Agostino, 1664, Museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, S. Agostino fra il sangue di Cristo ed il latte della Vergine, 1663-64, Museo del Prado, Madrid

Miguel Jacinto Menéndez, S. Agostino appare e fa cessare la piaga delle locuste, 1734, Museo del Prado, Madrid

Antonio Viladomat, S. Agostino con la Sacra Famiglia, XVIII sec., Museo del Prado, Madrid

Philippe de Champaigne, S. Agostino d’Ippona, 1645-50, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles

Antonio Rodríguez, S. Agostino, XVII sec., Museo Nacional de Arte (MUNAL), Città del Messico

François Perrier, S. Agostino offre il suo cuore al Bambin Gesù, 1634, Musée d'art et d'histoire de Saint-Denis, Saint-Denis 

S. Agostino e l'Angelo, Monastero dell'Incarnazione, Madrid

Presbiterio con l'Arca di S. Agostino, sec. XIV, Chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, Pavia



Arca marmorea di S. Agostino, sec. XIV, Chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, Pavia





L'urna di cristallo e la cassa altomedievale con le reliquie del Santo contenute nell'Arca marmorea di S. Agostino, Chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, Pavia


S. Agostino giacente, Arca marmorea di S. Agostino, sec. XIV, Chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, Pavia

lunedì 4 maggio 2015

I martiri non piacevano al dialogo - Editoriale di maggio di "Radicati nella fede"

Nella memoria di S. Monica, madre di S. Agostino d’Ippona, e dei santi martiri certosini inglesi, rilancio l’abituale per noi editoriale di Radicati nella fede, già pubblicato anche da Chiesa e postconcilio e tradotto in inglese da Rorate caeli.

Filippo Bigioli – Giovanni Wenzel, S. Monica, 1841


Gioacchino Assereto, S. Monica e S. Agostino, XVII sec., Minneapolis Institute of Arts, Minneapolis 

Ary Scheffer, S. Agostino e S. Monica, 1846

Giuseppe Riva, S. Monica trasmette ad Agostino la fede cristiana, 1890-99, Cattedrale di S. Alessandro, Bergamo

Vicente Carducho, Martirio dei priori  delle certose inglesi di Londra, Nottingham ed Axholme, 1626-32, museo del Prado, Madrid

Vicente Carducho, Martirio di tre certosini della Certosa di Londra, 1626-32, museo del Prado, Madrid

Vicente Carducho, Martirio dei padri John Rochester e James Walworth, 1626-32, museo del Prado, Madrid

Vicente Carducho, Prigione e morte dei dieci certosini della Certosa di Londra, 1626-32, museo del Prado, Madrid

I MARTIRI NON PIACEVANO AL DIALOGO

Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 5 - Maggio 2015


E siamo di nuovo in tempo di Martirio.
Ciò che sta accadendo ai cristiani in Asia e in Africa ha riportato prepotentemente sulle nostre labbra la parola “martirio”. Cristiani uccisi, e in massa, nelle maniere più orrende, semplicemente perché cristiani; tutto questo ci fa dire che è tornata l’era dei martiri.
Per la verità la Chiesa non è mai uscita dal tempo del martirio. Gli studi pubblicati in occasione dell’ultimo anno santo, quello del 2000, ci avevano già ricordato che il numero dei martiri, in venti secoli di cristianesimo, è enorme: circa 80 milioni! e dato ancora più impressionante, di questi 80 milioni, circa la metà appartiene all’ultimo secolo concluso, il ‘900!
Nonostante questi dati, noi cristiani pasciuti d’occidente facciamo fatica, tanta fatica, a credere che la Chiesa sia in perenne stato di martirio. Siamo stati abituati, dalla scuola e dalla cultura laica, a pensare, piuttosto, che la Chiesa debba chiedere perdono del suo passato violento e impositivo: è la leggenda nera che dipinge la Sposa di Cristo come strumento di potere. Per questo resistiamo nel vedere invece la verità, e cioè che i cristiani nel mondo hanno sofferto e hanno continuato a versare il proprio sangue per la fede.
A questo lavoro di disinformazione fatto dalla cultura laicista, tendente a minimizzare se non a negare il martirio dei cristiani, si è affiancata, in questi ultimi decenni, la più grande impresa di depistaggio intellettuale, operata, dentro la Chiesa, dai cattolici stessi. Dopo il Concilio Vaticano II, la dittatura del Dialogo ha imposto il silenzio sul fenomeno del Martirio: la Chiesa deve riconciliarsi col mondo moderno e per questo non deve più parlare di chi muore per la fede. I Martiri costituivano il più grande ingombro e inciampo per quest’opera di trasformazione della Chiesa, che si è voluta mondanizzare a tutti i costi .
Il concetto di martirio, secondo questi emancipati cattolici moderni, appartiene a un passato ormai superato; appartiene all’epoca della contrapposizione con il mondo, e questo passato non deve tornare più. Secondo questi, e sono tanti, c’è un modo più efficace per lavorare nel mondo come cristiani, più efficace che quello di dare la vita unendo il proprio sangue a quello di Cristo: c’è l’arma del comprendere le ragioni dell’avversario, del parlare con lui, del dialogare con lui, per scoprire infine che, in fondo, la si pensa allo stesso modo.
Tutto questo triste lavoro di rifiuto del martirio e di sostituzione con l’ideologia del dialogo, ebbe tragiche conseguenze negli anni ‘60 e ‘70: mentre i cristiani dell’Est venivano eliminati o condotti ai lavori forzati nei gulag, la Santa Sede privilegiava con la Ostpolitik i buoni rapporti con le dittature marxiste, ricercando con esse un accordo possibile, ritenendo erroneamente che il Comunismo fosse eterno. Fa parte di questa vergogna la mancata condanna del Comunismo durante il Concilio stesso: la storia arriverà a giudicare severamente questo meschino cedimento ereticale.
Negli ultimi anni, l’imposizione del silenzio sul fenomeno del martirio è stata comandata dall’altrettanto dogmatico dialogo interreligioso: occorre stare in pace con le altre religioni, non fare proselitismo, e dunque occorre tacere sui cristiani uccisi.
Ma i fatti parlano oggi in nome di Dio.
Si voleva una nuova era per la Chiesa, l’era della serenità con il mondo a 360°, ed ecco che, invece, il sangue dei cristiani crocifissi, sgozzati, bruciati, fucilati, impiccati e lapidati è venuto a rompere l’ingannevole idillio.
Tutto questo dolore dei nostri fratelli - per i quali non dobbiamo smettere di pregare, affinché questa terribile prova sia loro abbreviata - è un potente richiamo per noi cristiani, immersi nella più grande falsa ideologia della storia, quella della Modernità.
La modernità, che rifiuta come stoltezza Cristo crocifisso, ha portato dentro la Chiesa la mortale illusione di poter separare la Resurrezione dalla Croce.
Si è voluto fare un nuovo cristianesimo che pone l’accento sulla Vita nuova in Cristo, dimenticando la sua Passione e Morte.
È vero, Cristo ha vinto la morte, è risorto; è costituito Signore di tutto. È vero che questa vittoria del Risorto è partecipata alla Chiesa e ai santi, ma occorre stare attenti: questa vittoria, come spiega il grande père Calmel, “lungi dal sopprimere la Croce e renderla inutile, si realizza soltanto attraverso la Croce. Dicite in nationibus quia Deus regnavit a ligno”. (R.T. Calmel, Per una teologia della storia, Borla 1967, pag. 44).
È proprio questa coscienza che è mancata nella Chiesa degli ultimi tempi. Si è vissuto l’inganno di pensare la Resurrezione come superante la Croce. Così si è fatta una nuova chiesa che parla di vita e non di martirio; che parla di aspirazioni umane e non di martirio; di dialogo col mondo e non di martirio; di pace universale e non di martirio; di costruzione della società terrena e non di martirio...
Anche per questo la presenza della Chiesa si è sgretolata, e la vita dei cristiani è scivolata nell’infedeltà profonda.
È stata una mortale illusione, demoniaca. Un “sogno talvolta infantile e tenero, ma forse più spesso vile e odioso, che fa sperare per la vita del cristiano una fedeltà a Cristo senza tribolazioni e per l’avvenire della Chiesa un fervore di santità che non dovrebbe più subire dall’esterno le persecuzioni del mondo, né all’interno i tradimenti dei falsi fratelli e talvolta del clero e dei prelati” (ibid. pag.44)
Da questa illusione ci sta svegliando Dio con il dono di nuovi martiri, quelli del secolo XXI. Sono loro che ci ricordano che fino all’ultimo giorno “possiamo rendere testimonianza a Gesù soltanto immergendo la nostra veste nel sangue di quell’Agnello Divino che ci ha amati e ci ha riscattati dai nostri peccati. Non andremo a Lui senza attraversare il torrente della grande tribolazione” (ibid. pag. 44)
Allora, non protestiamo soltanto delle persecuzioni, come fanno i politici del mondo, ma lasciamoci educare da Dio alla grazia del martirio.

Fonte: Radicati nella fede, 30.4.2015