Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 11 ottobre 2018

Tὴν ὄντως Θεοτόκον, σὲ μεγαλύνομεν

Nella festa della Divina Maternità di Maria Santissima, ricordiamo il Sacrosanto Concilio di Efeso, terzo dei Concili Ecumenici, che fissò l’insegnamento dommatico in tale materia, definendo Maria τν ντως Θεοτκον (“veramente la Deipara”).


FORMULA DI UNIONE
del Sacrosanto Concilio di Efeso

Per quanto poi riguarda la Vergine madre di Dio, come noi la concepiamo e ne parliamo e il modo dell’incarnazione dell’unigenito Figlio di Dio, ne faremo necessariamente una breve esposizione, non con l’intenzione di fare un’aggiunta, ma per assicurarvi, così come fin dall’inizio l’abbiamo appresa dalle sacre scritture e dai santi padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta da essi a Nicea.
Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla piena conoscenza della fede e a respingere ogni eresia. E parleremo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra insufficienza, ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell’uomo.
Noi quindi confessiamo che il nostro signore Gesù figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l’umanità; che è consustanziale al Padre secondo la divinità, e consustanziale a noi secondo l’umanità, essendo avvenuta l’unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore.
Conforme a questo concetto di unione in confusa, noi confessiamo che la vergine santa è madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.
Quanto alle affermazioni evangeliche ed apostoliche che riguardano il Signore, sappiamo che i teologi alcune le hanno considerate comuni, e cioè relative alla stessa, unica persona, altre le hanno distinte come appartenenti alle due nature; e cioè: quelle degne di Dio le hanno riferite alla divinità del Cristo, quelle più umili, alla sua umanità.

***

Τν τιμιωτέραν τν Χερουβμ κα νδοξοτέραν συγκρίτως τν Σεραφίμ, τν διαφθόρως Θεν Λόγον τεκοσαν, τν ντως Θεοτόκον Σ μεγαλύνομεν.

Tu che sei più onorevole dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, tu che senza macchia generasti il Dio Verbo, o vera Deipara, noi Ti magnifichiamo

sabato 1 settembre 2018

Gli eterni aspettanti – Editoriale di agosto 2018 di “Radicati nella fede”

Rilanciamo, sebbene un po’ in ritardo rispetto al mese di competenza, quest’editoriale di Radicati nella fede. Abbiamo preferito rilanciarlo in questo mese, perché più indicato, essendo settembre il mese dell’Esaltazione della Croce di N.S.G.C. e della Vergine dolorosa. Infatti, non accettando il Teantropo Crocifisso quale Messia, coloro che l’editoriale denomina “eterni aspettanti” sono in attesa – vana -  di un loro messia.

GLI ETERNI ASPETTANTI


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 8 - Agosto 2018

Per quale ragione siamo in fondo convinti che non si possa rifare almeno un pezzo di Cristianità? Qual è il motivo di fondo che ci impedisce anche solo il desiderare sul serio che la società torni ad essere cristiana, nelle sue espressioni e nelle sue istituzioni?
Qual è il segreto macigno che ci impedisce, anche quando un briciolo di questo desiderio si manifesta ancora in noi; qual è il segreto macigno che blocca il nostro reale operare, perché il nostro mondo torni ad essere cattolico?
I motivi secondari sono tanti, ci sono di mezzo, certamente, il nostro peccato e tutte le nostre meschinità, ma tutto questo viene dopo la pietra d’inciampo, che è ormai un vero macigno:
il più delle volte noi viviamo come se tutto non fosse compiuto. Viviamo in fondo come gli Ebrei che attendono ancora e questo costituisce il nostro tradimento.
Gli Ebrei furono definiti “gli eterni aspettanti”, perché non accolsero il Messia volendone un altro; ma come dovremo essere definiti noi, se vivremo senza la convinzione che tutto è compiuto?
Consummatum est” disse Cristo sulla Croce, tutto è compiuto. Gesù Cristo Signore Nostro ci ha già redenti, ha ottenuto per noi tutte le grazie che ci sono necessarie; ci ha dato tutti gli strumenti, nei Sacramenti, perché la nostra trasformazione in lui avvenga; ci ha consegnato tutte le verità necessarie per la nostra salvezza, perché si compia la nostra santificazione. La Rivelazione è conclusa con la morte di S. Giovanni; il tesoro di grazia è al completo per noi, tutto è compiuto, tutto ci è dato.
Invece noi, per non operare, per non “trafficare” la grazia dataci, attendiamo ancora… alcuni passano tutta la vita così, ed è terribile!
Attendono ancora che qualcosa capiti, come se Cristo non fosse venuto.
Alcuni, molti, attendono ancora come se Cristo non avesse tutto compiuto.
Alcuni, troppi, attendono ancora come se non avessero tutti gli strumenti necessari per la grande operazione: la santificazione della propria vita e la trasformazione del mondo in Cristianesimo, in Cristianità.
Esattamente come gli Ebrei, attendono ancora e questa attesa è tradimento.
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3) chiese dal carcere San Giovanni Battista. E saputo che la salvezza era presente (“Andate e riferite a Giovanni... i ciechi vedono, gli storpi camminano, ... ai poveri è annunciata la buona novella”, Mt 11,4-5), consegnò la vita nel supremo martirio e i suoi discepoli seguirono il Messia e fecero il Cristianesimo.
Non dobbiamo attendere un altro e Cristo ha già tutto compiuto, se aspettassimo ancora compiremmo il supremo tradimento.
I santi di tutti i tempi sanno questo e, nell’ora del loro presente, compiono l’opera di Dio.
Hanno fatto la Cristianità, cioè la trasformazione della società umana in cristiana, coloro che non attendevano altro perché sapevano che tutto è compiuto. Uomini e donne indecisi sulla definitività della Rivelazione non avrebbero combinato nulla. Uomini e donne impegnati a reinterpretare la Rivelazione per scoprirne novità rivoluzionarie, non avrebbero costruito niente.
Certo, il cristiano è colui che attende: attende però il ritorno definitivo di Cristo, non il compimento della sua Rivelazione e della sua opera, c’è una bella differenza!
Il cristiano è costituito dall’attesa del ritorno definitivo di Cristo, quando verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.
Attende, il cristiano, la ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo quando lui porterà a compimento, purificando, la cristianizzazione della realtà.
Per questo il cristiano, che ha ormai tutte le grazie per quest’opera, inizia questo lavoro di trasformazione della realtà; la inizia nel tempo, in questo tempo che gli è dato; inizia questo lavoro, che Cristo porterà definitivamente a compimento con il suo ritorno, in questo costituisce il Giudizio.
E noi rischiamo di attendere ancora per non compiere il nostro lavoro!
Anche noi, carissimi, che orgogliosamente amiamo definirci tradizionali, anche noi rischiamo di attendere ancora. Certo, sappiamo bene che la Rivelazione è conclusa, poi però aspettiamo sempre che qualcosa capiti nella Chiesa per poter iniziare un lavoro su di noi e sul mondo… e non capiterà nulla di nuovo, se non la nostra santificazione o il nostro tradimento.
Anche noi rischiamo di essere “eterni aspettanti” come gli Ebrei; come i cristiani che attendono qualche nuova interpretazione della legge di Dio, qualche novità che renda più allettante la fede; qualche novità nei Comandamenti, nei Sacramenti e nella Messa che li renda più efficaci.
Ma questi aspettanti non fanno la storia, perché la storia è di Dio e tutto è già compiuto.

domenica 27 maggio 2018

Contro il neo-arianesimo, la Festa della SS. Trinità

Nei periodi di crisi della Chiesa, l'antica eresia di Ario, negatrice della Divinità del Verbo, riemerge. Tutte le eresie, del resto, convergono sempre verso la II Persona della SS. Trinità. Per questo, oggi assistiamo ad un risorgente neo-arianesimo, che presenta sottilmente Cristo come uomo di Nazareth, per quanto eccelso, ma solo uomo, che, per i meriti acquisiti, è stato "divinizzato" dal Padre. Non deve meravigliare, dunque, se, in questo contesto, si tenda a rivalutare la persona di Ario (e di altri eresiarchi) e le sue tesi blasfeme.
Tanto per intenderci, tra i "guru" della neo-chiesa, che ispira molti suoi "pastori", possiamo senz'altro annoverare il sig. Enzo Bianchi, che, alcuni anni fa, ebbe modo di sostenere: "Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità" (Avvenire, 4.3.2012. V. qui).
Bianchi ammette che, per lui (ma certamente non per la Chiesa, né per Dio stesso ovviamente), il Cristo non sarebbe il Figlio di Dio, Coeterno e Consustanziale al Padre ed allo Spirito Santo, e, quindi, la II Persona della Santissima Trinità; no, asserisce direttamente che si tratterebbe proprio di una creatura. Certo, una creatura grandissima, un maestro superiore agli angeli, però una creatura, ridotto a simbolo dell'etica sociale politically correct (cfr. Antonio Livi, Falsi profeti, in Libertà e persona, 17.3.2012; Ecco "la chiesa  del futuro" che vogliamo, in Cultura cattolica, 11.9.2015; Luigi Amicone, Perdoni il disturbo Santità, ma Enzo Bianchi è cattolico?, in Tempi, 12.9.2015Falsi monaci e falsi storici: le origini del pensiero bianchiano, in Almeno il Cielo si sta aprendo, 20.9.2015).
L'eresia ariana del Bianchi appare ancor più chiara in un'altra occasione:
"Gesù era uomo, totalmente uomo, e questo in effetti si può dire anche degli altri profeti, da Isaia a Ezechiele. ... . Perché abbisogna pensare un Dio che si faccia uomo, attraverso Gesù? Forse ti stupirò, ma accetto questa tua obiezione. Non abbisogna necessariamente. Tanto è vero che la fede ebraica si è mantenuta, il cristianesimo non l’ha annullata. Noi cristiani proviamo la necessità di alzare il velo sulla relazione misteriosa che congiunge l’uomo a Dio, e raccontarci Dio attraverso l’esperienza medesima della carne umana. Ma non è vero che senza Cristo, cade Dio" (Gad Lerner, Il Natale: ma è nato un uomo o un Dio? Intervista a Enzo Bianchi, in La Repubblica, 24.12.2010). 
Pure di recente, il ragionier Bianchi ha sostenuto tali tesi fondate sul neo-arianesimo, parlando - a quanto risulta - al clero di Palermo, invitato dall'arcivescovo Lorefice (cfr. Leonardo Ricotta, Il menù della neo-chiesa: da Lutero ad Ario, in Centro culturale cattolico "Il faro", 22.3.2017), riscuotendo ampi consensi nel clero ignorante. 
Nell'odierna festa della SS. Trinità, perciò, non possiamo che ribadire con forza con Gesù Cristo è la II Persona della SS. Trinità, Coeterno e Consustanziale al Padre, Dio pur'egli, e non semplicemente divinizzato.






Carlo Dolci, SS. Trinità in gloria, 1658-63, Rhode Island School of Design Museum of Art,  Providence


lunedì 2 maggio 2016

Tre Leoni nel secolo degli ariani

Nella festa di S. Atanasio, che vinse il mondo ariano con la forza della fede e della Verità (cfr. Corrado Gnerre, Quando Atanasio si ritrovò solo in «un mondo ariano». e vinse con la forza della fede e della verità, in Il Timone, 21.4.2016) rilancio volentieri questo contributo. L'articolo è anche riportato da Chiesa e postconcilio.

Tre Leoni nel secolo degli ariani

di Carlo Codega

Tre figure di Vescovi coraggiosi, che hanno lottato fino all’ultimo per custodire intatto il deposito della Fede, si sono susseguiti nel secolo degli ariani; secolo in cui nuovamente e misticamente, il Verbo Incarnato è passato dalla morte alla vita...

«Ingemuit totus orbis et Arianum se esse miratus est» (Il mondo intero gemette sbalordendosi di essere diventato ariano): con queste significative parole san Girolamo descrisse lo stato ecclesiastico della metà del IV secolo quando l’eresia ariana, ben sostenuta dall’Imperatore Costanzo II, sembrava aver ormai abbattuto i difensori della vera Fede, sedotto i deboli e corrotto gli opportunisti. Quella croce gloriosa che, apparendo a Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio nel 312, aveva segnato il trionfo di Cristo sull’Impero Romano, passato in pochi anni dalla persecuzione verso i Cristiani al loro pubblico riconoscimento, ora veniva utilizzata, nella sua “apparente” debolezza, da Sacerdoti e Vescovi, ben introdotti alla corte di Costanzo II (figlio del medesimo Costantino) per mostrare l’inferiorità di Gesù rispetto al Padre. Strana parabola della Chiesa in questo secolo emblematico: dalla persecuzione al trionfo, dal trionfo all’autodistruzione per infine celebrare la sua silenziosa “risurrezione”, e tutto nel segno della Croce, «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1Cor 18,23). È sempre il mistero della Croce di Cristo, Capo mistico, che si prolunga nelle membra mistiche a segnare il corso della Chiesa nella storia.

I nemici di Cristo

Con poche ma significative parole il grande sant’Atanasio seppe descrivere i suoi grandi avversari ariani: “Christomakoi” (nemici di Cristo). Tale giudizio duro e tagliente non è però senza ragione, considerando che sant’Alessandro d’Alessandria, il primo nemico dell’eresiarca Ario, fin dall’inizio denunciò la malvagità di quest’eresia con una lettera ai Vescovi cattolici: «Mettendo in discussione ogni pia ed apostolica dottrina, gli ariani hanno costruito un’officina per far la guerra a Cristo, alla maniera dei giudei, attaccare la divinità del nostro Salvatore e predicare che egli è semplicemente uguale a chiunque altro». Dal punto di vista teorico infatti l’arianesimo non fu altro che una rilettura razionalista della Fede cattolica, incapace di accettare i misteri della Rivelazione (Unità e Trinità di Dio, Incarnazione), per proporre una fede “a portata d’uomo”, una fede in cui Dio ha bisogno di un intermediario, “divino” (in un certo senso) ma non Egli stesso “Dio”, per comunicare con il mondo. Quest’intermediario non è altro che Gesù Cristo, il Logos, il quale ha certo in sé una scintilla del divino ma in alcun modo è Dio: Egli fu generato dal Padre dal nulla, al pari di noi, e vi fu un tempo in cui non era, quindi non è né l’origine assoluta né eterno, e, di conseguenza, non è Dio. I passi della Sacra Scrittura in cui si parla della vera umanità del Cristo vengono poi forzati e utilizzati per asserire in Lui l’assenza della Divinità. 
Tale teoria che subordinava il Figlio al Padre e, soprattutto, gli negava l’essenza divina, trovò però una solenne condanna al Concilio di Nicea (325), convocato dall’Imperatore Costantino: l’Assise fu quasi unanime (solo tre Vescovi rifiutarono di firmare) nel proclamare l’omousia (consustanzialità) del Padre e del Figlio, ovvero il Figlio è Dio tanto quanto il Padre. Contro il baluardo dottrinale di Nicea ben presto gli ariani montarono la loro “officina”, ovvero le arti politiche di alcuni dei loro esponenti, come Eusebio di Nicomedia ed Eusebio di Cesarea, che, ben introdotti alla corte di Costantino, riuscirono a ribaltare “politicamente” la sentenza di Nicea. Costantino, che molto apprezzava gli adulatori, approvò l’azione di questi Vescovi ariani, confermando la deposizione e l’esilio dei Vescovi difensori di Nicea, e lasciò che persuadessero gran parte dell’Episcopato orientale, più preoccupato che convinto, a passare dalla loro parte. Addirittura Eusebio di Nicomedia arrivò a convincere Costantino a riabilitare l’eresiarca Ario: appena arrivato a Costantinopoli, poco prima della pubblica reintegrazione nel Clero, Ario morì però in una pubblica latrina, ancora scomunicato. Una fine immonda per chi aveva sparso la sua immonda dottrina per l’orbe cattolico!

Sant’Atanasio di Alessandria: la forza del leone

In questo contesto inizia la vicenda di sant’Atanasio, già collaboratore e Diacono di sant’Alessandro, partecipe al Concilio di Nicea e, poi, successore del Patriarca di Alessandria nel 328. Se c’è qualcuno che possa, come san Paolo, “vantarsi della sua debolezza” (cf. 2Cor 11,30) nella quale si manifesta la forza di Cristo questi è proprio sant’Atanasio. Anch’egli, come l’Apostolo delle genti, avrebbe potuto elencare le numerose vicissitudini dei trent’anni di tribolazione: cinque volte deposto, due volte portato davanti ai tribunali come malfattore, due volte in esilio lontano dalla patria, una fuga nel deserto per scappare alla morte, una reclusione nella sua casa di campagna, una presso la tomba del padre e, proprio al pari di san Paolo, «oltre a tutto questo, l’assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (cf. 2Cor 11,23-30), per la sua Chiesa a lui fedele, costretta a soffrire insieme a lui. Tempra di leone e cuore di pastore, la fortezza rifulge in tutta la sua vicenda umana quale sua dote eminente: fortezza che lo fece resistere, saldo e incrollabile, durante i difficili trenta anni di persecuzione subiti non tanto dall’Imperatore quanto dai confratelli Vescovi, senza punto perdere confidenza verso quella Chiesa che sentiva come madre, affidando anzi a Dio tutta la sua sorte. «La tempesta passerà e tornerà il sereno», era la sua risposta abituale a chi ne compiangeva le sofferenze. Soprattutto poi quella passione per Gesù Cristo, per la difesa della sua Divinità e della sua Opera redentrice, che lo animava fin nel profondo, fino quasi a renderlo incrollabile, “immortale”, proprio ciò che il suo nome significa (athanatos = privo di morte): «Meglio morire per Dio che tradire la verità», scrisse al Vescovo Osio di Cordova, ortodosso ma, forse, caduto per debolezza.
Le sue traversie iniziarono nel 335 quando la sua intransigente difesa del Concilio di Nicea di fronte al diffondersi dell’arianesimo “cortigiano” e il rifiuto di riaccogliere Ario in comunione, gli costò la prima convocazione, davanti al Concilio di Tiro. Non avendo niente di oggettivo di cui accusarlo, le più svariate imputazioni vennero scagliate contro di lui: violenze contro un Prete, profanazione di un Calice e di un Altare, immoralità con una donna e, addirittura, l’uccisione di un Vescovo scismatico, a cui avrebbe addirittura tagliato un braccio – che i nemici potevano ben esibire – per compiere atti magici. Le scarse prove che si presentavano erano false e tendenziose, il che rendeva abbastanza facile a sant’Atanasio provare la sua innocenza: davanti all’accusa di omicidio, seppe scovare e presentare al Concilio il Vescovo Arsenio e, mostrando l’integrità dei suoi arti, domandò all’insigne Sinodo se «pensasse che l’Onnipotente possa dare ad un uomo più di due braccia»! Nonostante ciò la via per condannare il Patriarca di Alessandria si trovò lo stesso: l’astuto Eusebio di Nicomedia, facendo leva sui sospetti politici di Costantino, fece credere all’Imperatore che sant’Atanasio trattenesse derrate di grano egiziano dirette a Costantinopoli, per affamare la popolazione e spingerla alla ribellione. Conquistato l’animo dell’Imperatore la soluzione fu veloce: sant’Atanasio fu deposto dal Concilio di Tiro ed esiliato da Costantino a Treviri!
Primo dei cinque esili, e prima delle molte sofferenze, in cui a quelle fisiche si sommavano quelle morali: dopo la morte di Costantino (337) – in seguito alla quale poté rientrare ad Alessandria – il secondo esilio fu deciso nuovamente dai Vescovi orientali spinti da Costanzo II, figlio di Costantino e suo successore in Oriente. In questo secondo esilio (339-’42), che lo portò a Roma, almeno ebbe dalla sua parte Papa Giulio, l’Imperatore d’Occidente Costante e tutto l’Episcopato occidentale. Non sarebbe stato così in seguito: dopo la morte di Costante e la riunificazione dell’Impero nelle mani dell’ariano Costanzo (350), ecco che il Patriarca di Alessandria dovette subire anche il terzo esilio, forse il più doloroso. Più doloroso perché il Vescovo nominato al suo posto, l’empio Giorgio di Cappadocia – forse un ex-soldato radiato dall’esercito per immoralità – versò più volte il sangue dei fedeli, che mal accettavano il suo episcopato, mentre il Santo, protetto dal suo Clero, riuscì a scappare e prendere la via del deserto, dove trascorse ben sei anni (356-’62); più doloroso perché l’intero Episcopato occidentale, con solo poche eccezioni, cedette alle pressioni di Costanzo scomunicando il Patriarca; più doloroso ancora perché lo stesso Papa Liberio, estenuato dalle violente lusinghe imperiali, finì pro bono pacis per rifiutare la comunione al Vescovo perseguitato; ancor più doloroso perché i Vescovi occidentali e orientali, nei Sinodi gemelli di Rimini e Seleucia (359), finirono per rifiutare il Concilio di Nicea e proporre una formula dogmatica che, pur senza negarla, occultava la Divinità di Cristo: è proprio questo il momento in cui l’intero mondo sembrava diventato ariano e in cui maggiormente il cuore del Santo soffriva per la sorte della sua amata Chiesa.
Eppure la morte di Costanzo e l’avvento al trono di Giuliano (362) permisero al partito cattolico di risorgere e riconquistare, con la credibilità della Dottrina e la forza dell’esempio, piano piano le diocesi. Gli ultimi due esili del leone di Alessandria – voluti dal pagano Giuliano nel 362 e dall’ariano Valente nel 364 – tutto sommato, furono brevi e non impedirono al Patriarca di esercitare, finalmente dopo trent’anni di difficoltà, il suo ministero pastorale, rischiarando le menti con la sana Dottrina, svegliando le coscienze intorpidite dall’eresia e porgendo la mano anche a coloro che erano caduti per debolezza e ingenuità nella trappola dell’arianesimo. La fortezza di questo leone, a ben vedere, non sta tanto nella forza con cui seppe trionfare quanto nella pazienza con cui seppe attendere e pazientare il trionfo di Cristo, sfruttando sempre le circostanze infelici per fare del bene (a Treviri e a Roma il Santo “importò” il monachesimo egiziano), infatti, come dice il libro dei Proverbi, «l’uomo paziente vale più dell’uomo forte, e chi domina l’animo vale più di un espugnatore di città» (16,32). 

Sant’Ilario di Poitiers: il coraggio del leone

Al leone d’Oriente si affianca il leone di Poitiers, detto anche l’Atanasio d’Occidente: sant’Ilario. Di una generazione successiva, sant’Ilario non vide i primordi dell’arianesimo e gli anni di Costantino ma incominciò a operare e a combattere proprio nei momenti dell’illusorio trionfo dell’arianesimo su tutta la Chiesa, per poi essere tra i primi a cooperare alla ricostruzione del vero Cattolicesimo. Nato nel paganesimo Ilario arrivò al Cristianesimo per una via filosofica: fu in particolare, come narra nelle vibranti pagine del libro I del De Trinitate, il dogma della Santissima Trinità e della consustanzialità del Padre e del Figlio a illuminargli il cammino verso la conversione. Il prologo del Vangelo di san Giovanni aprì il suo intelletto all’accettazione del Cristianesimo: «Lì la mente già trepida e ansiosa ritrova più speranza, di quanto ne avrebbe aspettata. In primo luogo viene imbevuta della cognizione di Dio Padre. E ciò che prima conosceva per ragione dell’eternità, dell’infinità e della natura del suo Creatore, ora lo considera come proprio anche dell’Unigenito di Dio [...]. È poi rarissima la fede in questa conoscenza, ma comporta il massimo premio: poiché “anche i suoi non lo hanno accettato” mentre coloro che lo hanno accettato sono stati elevati a figli di Dio non per una generazione della carne ma della fede». Questo splendido mistero della Trinità che gli aveva dischiuso gli scrigni della Verità, ora veniva distrutto, con particolare attenzione alla Divinità di Cristo, da quest’arrogante setta che, sotto la protezione del potere imperiale, s’imponeva con la violenza anziché con la forza della verità sui Pastori della Chiesa. Lo stesso sant’Ilario, divenuto Vescovo negli anni ’50, dovette assistere al terribile spettacolo del Concilio di Milano del 355, quando i Vescovi occidentali furono costretti dai funzionari imperiali con la violenza a rompere la comunione con sant’Atanasio. Solo san Dionigi di Milano, sant’Eusebio di Vercelli e Lucifero di Cagliari seppero opporsi e pagarono questa loro scelta con la medesima pena del Patriarca di Alessandria, l’esilio, spesso in mezzo a violenze e umiliazioni. Nel 356 lo stesso triste destino sant’Ilario dovette subirlo sulla sua pelle: in un Sinodo convocato ad Arles – da lui chiamato «sinodo dei falsi apostoli» – sotto la presidenza di Saturnino, longa manus dell’Imperatore Costanzo II, egli solo, insieme al Vescovo di Marsiglia, si oppose e fu condannato all’esilio in Asia Minore. Qui, come in tutta la sua vita, diede prova di ciò che poi avrebbe scritto all’Imperatore: «Io sono cattolico e non voglio essere eretico; sono cristiano, e non sono ariano: preferisco morire in questo mondo piuttosto che lasciar corrompere dal dominio d’un uomo la purezza immacolata della verità».
Anziché fiaccarlo o sconfortarlo, l’esilio, colto come un’occasione della Provvidenza, lo accrebbe nella forza e nel coraggio: in Asia Minore, con lo studio dell’arianesimo e dei sottili sofismi che avevano ingannato molti Vescovi e presbiteri in buona fede, svolse una preziosissima opera di avvicinamento tra l’Episcopato occidentale e orientale, che lo portò a scrivere il suo celebre De Trinitate. Soprattutto sant’Ilario fu l’anima della resistenza “nicena” al Concilio di Seleucia (359), coinvolgendo anche gli ariani moderati (i cosiddetti semiariani od omeusiani) contro l’empia eresia anomea (gli ariani più estremi che negavano qualsiasi somiglianza tra Gesù e il Padre). Purtroppo l’Imperatore, avvedutosi dei consensi che stava raccogliendo attorno a sé Ilario anche tra l’Episcopato orientale, trasferì il Concilio a Costantinopoli, perché avesse un esito simile a quello gemello di Rimini (359), dove l’Episcopato occidentale aveva ceduto a firmare una professione di Fede lacunosa, anche se non apertamente eretica. Nonostante la delusione per questa terribile notizia, sant’Ilario non dubitò che, nonostante la debolezza dei Vescovi in Oriente e in Occidente, la Fede cattolica sopravvivesse nei cuori dei fedeli: «Spesso le orecchie dei fedeli sono più pure delle labbra dei pastori», come ebbe a scrivere in quest’occasione. Ciò lo spronò a continuare a lottare con cuore impavido per la retta Fede: trasferitosi a Costantinopoli, in preparazione del Concilio, scrisse più volte all’Imperatore Costanzo perché autorizzasse una pubblica disputa col suo grande accusatore, Saturnino di Arles. Da buon “pastore” ariano, ben più avvezzo alla politica che alla Teologia, questi si guardò bene dall’accettare la sfida, anzi sollecitò il suo patrono imperiale ad una scelta singolare: sant’Ilario venne infatti rimandato in patria, apparentemente come “perdono” ma in realtà per allontanarlo dal Concilio che doveva avere nei piani ariani un esito identico a quello di Rimini. Pur accettando la decisione imperiale, sant’Ilario rispose alla cabala tra Imperatore e ariani con un atto di coraggio, degno di un vero difensore del Verbo Incarnato di fronte all’arroganza dei nemici di Cristo. Nel libello Contra Costantium il Santo sfidò frontalmente l’Imperatore accusandolo di attentare alla Chiesa molto più che gli antichi persecutori pagani Nerone e Decio: «È giunto il tempo di parlare, perché è finito il tempo di tacere. [...]. Oggi dobbiamo combattere contro un persecutore mascherato, contro un nemico che ci lusinga, contro l’Anticristo Costanzo che ha per noi non colpi mortali ma carezze, che non proscrive le sue vittime per dare loro la vera vita, ma le colma di carezze per dar loro la morte, che non dà la libertà delle prigioni oscure, ma una servitù di onori nei propri palazzi, che non lacera i fianchi, ma invade i cuori, che non stacca la testa con la spada, ma uccide l’anima con l’oro, che non pubblica editti per condannare al fuoco, ma accende per ciascuno il fuoco dell’inferno. Non discute, per timore di essere sconfitto, ma lusinga per dominare, confessa Cristo per rinnegarlo, procura una falsa unità perché non vi sia affatto la pace, infierisce contro alcuni errori per meglio distruggere la dottrina di Cristo, onora i Vescovi, perché cessino di essere Vescovi, costruisce chiese, mentre va distruggendo la fede».
L’effimero trionfo ariano dei due Concili gemelli, lasciò spazio, con la morte di Costanzo II (361), alla possibilità di rinascita della Fede cattolica, così come stabilita al Concilio di Nicea. Accettato dai Vescovi francesi, divenne il trascinatore carismatico di questi, favorendo i buoni senza respingere coloro che erano caduti per debolezza più che per malizia. Mentre combatteva a spada tratta con Aussenzio di Milano, celebre Vescovo ariano, egli ricostruì passo dopo passo la cattolicità in Gallia, unendo, come ha detto Benedetto XVI, «la fortezza nella fede alla mansuetudine nei rapporti interpersonali» (Catechesi del 10.10.2007), il tutto esito di una comprensione singolare della Rivelazione e delle Sacre Scritture. Il coraggio di cui diede prova sant’Ilario in tutta la sua vita contro quel “mondo” che sembrava tutto coalizzato contro i veri Cristiani, non fu altro che una risposta fiduciosa a Colui che per primo aveva detto ai suoi Discepoli: «Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).

Sant’Ambrogio di Milano: una leonessa per curare i cuccioli feriti

Un altro salto generazionale, rimanendo nel mondo occidentale, ci conduce invece all’epoca di sant’Ambrogio di Milano. Con la morte dell’Imperatore Costanzo l’arianesimo perse il suo grande sostegno politico e, di fatto, perse gran parte della sua consistenza, lasciando però una Chiesa lacerata dalla contesa interna e un clero “cortigiano” privo di profondità dottrinale e senza alcuna spinta verso la perfezione, se non immerso nell’immoralità vera e propria. Avendo suscitato ben poche vocazioni autentiche, spesso gli ariani riempivano i ranghi del clero con personaggi discutibili e ambiziosi, più carrieristi che pastori. Il successore di Costanzo II, Giuliano, passato alla storia come l’Apostata per il suo tentativo di far rivivere il paganesimo e annientare “dolcemente” il Cristianesimo, nonostante avesse avuto come precettore un Vescovo ariano, non favorì il partito eretico ma preferì, ambiguamente, permettere il ritorno dei Vescovi cattolici, così da fomentare la discordia interna e indebolire la Chiesa, sua prima nemica. Vero è che la fine del suo breve regno (365) riportò nella pars orientale dell’Impero un fazioso ariano, Valente, che per una decina di anni fece rivivere la politica di Costanzo, anche se con minor efficacia. 
Insomma, l’arianesimo recedeva ovunque, in Occidente più che in Oriente, ma rimanevano ampie sacche di resistenza, soprattutto dove meno giungeva l’influenza del Papa. Una di queste sacche fu Milano, governata dal 355 al 374 dall’ariano Aussenzio, nominato Vescovo dall’Imperatore dopo l’esilio di san Dionigi, che non aveva voluto sottoscrivere la condanna di sant’Atanasio. «Più immorale di un giudeo», secondo sant’Ambrogio, questi nei venti anni di Episcopato provocò la decadenza morale e religiosa della città e del Clero, dove sopravvivevano comunque alcuni buoni Sacerdoti come il dotto san Simpliciano, maestro e successore di sant’Ambrogio. Ambrogio, proveniente da una nobile famiglia romana di funzionari e cresciuto a stretto contatto con la Chiesa di Roma, era asceso a importanti cariche politiche, fino a quella di consolare dell’Italia Occidentale. Nel 374, alla morte di Aussenzio, mentre egli cercava di guidare pacificamente e con equilibrio l’elezione del successore, turbata dai contrasti tra ariani e cattolici, finì per venire egli stesso eletto, nonostante non avesse ancora ricevuto il Battesimo (cosa abbastanza comune allora): un bambino, mentre si discuteva accanitamente, ispirato da Dio, incominciò a gridare “Ambrogio Vescovo”, riscuotendo i plausi e l’accordo di tutta la folla.
Nonostante potesse sembrare l’elezione di un moderato, a metà strada tra Cattolici niceni e ariani, sant’Ambrogio era sicuramente di schietta fede cattolica, tanto è vero che come prima decisione dispose il ritorno delle spoglie mortali di san Dionigi. Il Santo però, da abile “politico”, comprese la difficile situazione, e, sotto la guida di san Simpliciano, adottò, al pari di sant’Atanasio e sant’Ilario, una politica ecclesiastica di pacificazione: più che perseguitare o cacciare i Sacerdoti e fedeli ariani, che costituivano gran parte del suo gregge, tentò di riconquistarne i cuori e d’illuminarne le menti, anche attraverso un solerte programma di moralizzazione, a cui sono dedicati gran parte delle sue prediche e dei suoi commentari biblici. Non che si rifiutasse pavidamente di lottare contro la fazione ariana, ancora fortemente radicata a corte (che era proprio a Milano), come testimonia la celebre disputa delle Basiliche del 386. Nei primi mesi del 386, infatti, il Vescovo ariano Mercurino, che aveva adottato il soprannome di Aussenzio in onore del predecessore di sant’Ambrogio, era stato invitato a Milano dall’Imperatrice madre Giustina (che governava al posto del fanciullo Valentiniano II) per prendere la guida dei fedeli ariani, creando così uno scisma di fatto. La protervia di Giustina arrivò a imporre, attraverso una legge ad hoc, a sant’Ambrogio di cedere a Mercurino la Basilica Porziana (l’odierna San Vittore), col pretesto del fatto che i Cattolici avevano appena costruito una nuova Basilica e che anche gli ariani avessero diritto a celebrare i riti della Settimana Santa in un luogo sacro. Senza volerne sentire ragione, il Santo chiamò a raccolta il popolo cristiano che la notte della Domenica delle Palme si asserragliò nella Basilica Porziana, mentre la guardia imperiale con minacciose torce circondava la Basilica. La pacifica resistenza dei Cattolici milanesi, spronati dal loro Pastore, che in quell’occasione adottò per la prima volta il canto degli inni sacri, per tenere svegli e rincuorare i fedeli nel grande pericolo, ebbe alla fine la meglio sulla superbia di Giustina.
Come dicevamo però l’opera pastorale di sant’Ambrogio non fu tanto una polemica e un’opposizione frontale contro l’arianesimo quanto un tentativo di conquista e di risanamento: come una leonessa non mancò di proteggere con coraggio e forza i suoi cuccioli dalle fiere eretiche ma, allo stesso tempo, da vera madre, curò le loro ferite morali e dottrinali di venti anni di “pastorale” ariana con la sua lingua melliflua, proprio come una leonessa avrebbe fatto verso i cuccioli vulnerati.
La sua predicazione risanatrice poi, come ammettono tutti gli studiosi, fu dominata dalla figura di Cristo, proprio quella che la propaganda pseudo-teologica ariana colpiva a morte. «Omnia est Christus nobis» (Cristo è tutto per noi), questa è la parola d’ordine del Santo Vescovo di Milano, precursore, nell’epoca patristica, di quel sano cristocentrismo che risuona in tutte le sue opere: Cristo, l’Unigenito del Padre, è «il principio della Creazione, il seme di tutto», attraverso cui Dio ha creato tutte le cose; è «l’eterno splendore dell’anima» che è stato mandato dal Padre «per darci la possibilità di contemplare, nella luce del suo volto, le realtà eterne e celesti»; ma soprattutto è il Salvatore di tutti, «la sorgente della vita» tanto che «nel Redentore di tutti non entrava un solo uomo, ma tutto quanto il mondo». Pertanto tutti gli uomini, qualsiasi sia il loro stato e le ferite che indeboliscono la loro anima, devono rivolgersi con fiducia a Cristo: «Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento». L’appello ad accogliere Cristo nei propri cuori che sant’Ambrogio rivolge a tutti i Cristiani è il più bel suggello alla storia di questo secolo, dove nuovamente e misticamente, il Verbo Incarnato è passato dalla morte alla vita, per dare a tutti la vita: «Entri nella tua anima Cristo, abbia dimora nei tuoi pensieri Gesù, per precludere ogni spazio al peccato nella sacra tenda della virtù».

lunedì 22 febbraio 2016

Un brano evangelico misterioso ed il Nome di Dio celato nel Titulus Crucis

Oggi, lunedì della II settimana di Quaresima, viene letto – nella Messa tradizionale – quale brano evangelico una lezione tratta dal Vangelo di Giovanni, 8, 21-29.
Si tratta di uno strano testo, che riferisce le parole di Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono, γώ εμί» (Gv. 8, 28). Parole misteriose. Molti hanno dato a queste un significato puramente teologico, quasi a voler dire che il Signore, con quelle parole, pur esprimendo la maestà della Divinità e la sua origine ed inseparabilità dal Padre, indicasse che molti sarebbero giunti alla fede mediante la sua passione e morte.
Certo, il testo in questione si muove in un contesto di fede. Ma non ci si è interrogati a sufficienza se quelle parole non siano in realtà una profezia di ciò che sarebbe accaduto.
Che intendiamo dire?
Almeno un decennio fa è stata avanzata l’ipotesi, tutt’altro che peregrina, che il famoso Titulus Crucis, che recava il motivo della condanna a morte di Gesù, nella sua parte ebraica, ישוע הנצרי ומלך היהודים (Jeshu[a’] HaNozri WeMelek HaJehudim), Gesù Nazareno e re dei Giudei (con l’inserimento obbligatorio, per ragioni grammaticali, di una congiunzione e), fosse l’acronimo del nome impronunciabile di Dio, Jahwé (JHWH), il famoso tetragramma (יהוה). Per cui, Pilato, forse inconsapevolmente o meglio guidato ed ispirato da Dio, aveva sancito legalmente, cioè in un titolo legale qual era il titulus, che recava il motivo della condanna, la Divinità di quell’Uomo che era appeso alla Croce. Ciò spiegherebbe la reazione stizzita dei sommi sacerdoti (evidentemente Anna e Caifa), come scrive l’attento Giovanni: «I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: “Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei”» (Gv. 19, 21). E non a caso i sommi sacerdoti, in quanto il nome di Dio, all’epoca di Gesù, era noto solo al sommo sacerdote, che, una volta l’anno, nel giorno dell’Espiazione, Yom Kippur o Yom haKippurim, accedeva nel Santo dei Santi del Tempio, pronunciando, lontano da orecchie indiscrete, dieci volte, il nome dell’Eterno (essendo solo a lui note, per rivelazione divina, le vocali), sebbene la Mishna dica enfaticamente che la voce del gran sacerdote risuonasse sino a Gerico quando pronunciava il Nome nel giorno delle Espiazioni. Peraltro, probabilmente, lo pronunciava alzando le mani al di sopra dello ziz, cioè al di sopra del suo diadema, come prescritto dal Levitico (Lv. 9, 22). 
Pilato rimase provvidenzialmente fermo nella sua decisione: Quod scripsi, scripsi (Gv. 19, 22).
Proprio sulla Croce, dunque, abbiamo l’attestazione, il titolo legale della divinità di Cristo, accertata e sancita con i crismi della legge e secondo diritto dall’autorità giudiziaria romana.
Ecco realizzate quelle misteriose parole profetizzate dal Cristo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono»!
Tralasciando la questione circa l’espressione Nazareno o Nazireo, che è stata approfondita dalla studiosa Maria Luisa Rigato, che, in ogni caso, non sposta molto i termini del tema che stiamo affrontando, e dando per buona la tradizionale espressione di Nazareno, si potrebbe obiettare che il risentimento dei sommi sacerdoti fosse dovuto al fatto che Pilato, che odiava il popolo giudaico, avesse voluto con quella scritta, accostando “Nazareno” ai “giudei”, prendersi gioco ed irridere quegli uomini, che detestavano i galilei perché colpevoli di essersi contaminati con i gentili e ritenuti perciò, dagli abitanti della Giudea, come burini e contadini bifolchi ed ignoranti, che avevano una parlata assai caratteristica e buffa (i galilei si “mangiavano” le vocali, facendo cadere le consonanti ed avevano una pronuncia delle gutturali abbastanza ruvida, non liscia come i giudei) e dalle cui terre provenivano spesso demagoghi e sobillatori (si pensi al caso di Giuda il Galileo, fondatore della setta degli zeloti, a cui accenna Gamaliele: At. 5, 37). Per questo, non potevano accettare che dalla Galilea potesse provenire il Messia: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?», domandava Natanaele/Bartolomeo a Filippo di Betsaida (Gv. 1, 46). Figuriamoci addirittura un Re dei giudei!
Questa spiegazione, tuttavia, sebbene possa apparire credibile guardando con gli occhi di un Pilato, il quale probabilmente approfittò dell’occasione per arrecare uno sfregio ai giudei, tuttavia non appare pienamente soddisfacente se si guarda alla vicenda con gli occhi dell’Evangelista Giovanni. Egli annota che chi chiese a Pilato di modificare la scritta non fu il popolo giudaico, che, in fondo, era abituato a questi tiri del Procuratore («Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; …»: Gv. 19, 20). L’Evangelista, in maniera attenta, non annota particolari reazioni da parte dei lettori giudei appartenenti al popolo. Al contrario, furono i sommi sacerdoti a reagire: non l’intera classe sacerdotale dunque, ma solo i sommi sacerdoti. E ben a ragione, visto che il nome di Dio era noto solo a loro. Del resto, si dimentica talora che la classe sadducea – da cui provenivano i sommi sacerdoti – era sostanzialmente collaborazionista e piuttosto ossequiosa verso il Procuratore. Per cui, non v’era motivo di scomodarlo nuovamente, dopo aver ottenuto la condanna di quel Malfattore, per …. il motivo della condanna. Non v’era ragione se non vi avessero visto nulla che toccasse la loro fede così nel profondo: il Nome di Dio appunto. Per i sommi sacerdoti significava che, alla vigilia della loro Pasqua, era stato crocifisso dall’autorità romana, ma su loro richiesta, un Uomo il cui nome era Yahwé, il loro Dio. Si realizzava così pure la prescrizione di Es. 28, 36-38, dove si dice che il Kohèn Gadòl (Sommo Sacerdote) recava inciso sul diadema d’oro, che portava sulla fronte, detto ziz, il nome di Dio (Qodesh le JHWH, cioè Santo a JHWH), per prendere su di sé le colpe commesse dai figli d’Israele e, per loro, ricevere la grazia, il favore di YHWH. Gesù, dunque, era davvero il nuovo Sommo Sacerdote della Nuova ed Eterna Alleanza (Eb 2,17; 3,1; 4,14.15; 5,1.6; ecc.), che, quale Servo di JHWH, secondo Isaia, doveva portare i peccati di molti (Is. 53, 11-12).
In sintesi:
Gesù il Nazareno Re dei Giudei:
(Latino) - Jesus Nazarenus Rex IudaeorumINRI
(Greco) - Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων -ἸηΝβο (INBI)
(Ebraico) - יהוה - ישוע הנוצרי ומלך היהודים (YHWH)
Per riferimenti, Daniele di Luciano, Sopra la croce di Gesù non era scritto solo INRI. Ecco il vero significato dell’iscrizione ebraica, in Il Timone, 5.2.2016, nonché in Chiesa e postconcilio, 4.2.2016;
don Curzio Nitoglia, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, ossia JHWH, in blog don Curzio Nitoglia, 25.2.2016, nonché in Radiospada, 7.4.2020;


Ermes Dovico, Non solo INRI. Cosa c’era scritto sulla Croce, in LNBQ, 10.4.2020.