Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta vita religiosa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vita religiosa. Mostra tutti i post

sabato 21 luglio 2018

La vita consacrata sottostimata: autolesionismo dello stesso cattolicesimo

Pubblichiamo volentieri questo simpatico contributo del nostro amico Franco Parresio; articolo quanto mai attuale anche a seguito della recente polemica sollevata dall’Istruzione vaticana Ecclesiae Sponsae Imago, in special modo dal § 88, che renderebbe, secondo fondate voci critiche, la verginità … non più necessaria, o meglio non più requisito necessario per accedere all’Ordo virginum (cfr. M. Gatti, "La verginità non è necessaria". E le Spose di Cristo insorgono, in Il Giornale, 17.7.2018, nonché in Corrispondenza romana, 20.7.2018; O. Rudgard, Consecrated virgins need not be virgins, says Vatican, in The Telegraph, July 16th, 2018; V. Ecclesiae Sponsae Imago, in Consecrated Virginity). 
Buona lettura, dunque.

Edmund Blair Leighton, Maternity, 1917, collezione privata

La vita consacrata sottostimata: autolesionismo dello stesso cattolicesimo

di Franco Parresio

Da quando Bergoglio, incontrando più di un anno fa (sabato 28 gennaio 2017 nella Sala Clementina) i rappresentanti degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, riuniti in Sessione Plenaria per riflettere sul tema della fedeltà e degli abbandoni (vqui), ha parlato di vera e propria «“emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa», si è visto un fiorire di articoli su questo scottante tema; uno è quello del teologo Giulio Meiattini, benedettino della Scala di Noci, dal titolo C’è posto per la vita consacrata? La debolezza dell’ecclesiologia recente, pubblicato su Apulia Teologica. Rivista della Facoltà Teologica Pugliese (anno 2, luglio-dicembre 2017, pp. 435-464). 
Luise Max-Ehrler,
The Latest Trends, 1920
È proprio il Meiattini ad usare le due espressioni forti che fanno da titolo a questo articolo, incolpando «la teologia corrente (che si insegna e che si studia)», che, con la «svolta antropologica» e la «conversione pastorale», ha finito per sottostimare «uno stile di vita che “rinuncia” in vista di un trascendente non verificabile» (ivi, p. 436).
«Ora, se è vero che “l’attacco specifico ai religiosi”, manifestatosi dalla rivoluzione francese fino alle leggi di secolarizzazione dell’Ottocento e alle persecuzioni comuniste nel secolo scorso, “manifesta che la loro vita è una caratteristica vitale del cattolicesimo”, che appunto si voleva colpire in loro, e se è vero che “l’ecologia cattolica subisce una vera crisi per il disboscamento della foresta, rappresentata dalle comunità religiose”, allora c’è da domandarsi se il silenzio, la sottovalutazione o il raro e modesto apprezzamento che la vita religiosa ha ricevuto nella più qualificata riflessione ecclesiologica post-conciliare non manifestino, in modo sotterraneo, una forma di autolesionismo dello stesso cattolicesimo. […] Tacere sulla vita consacrata o presentarla in modo insufficiente e marginale è un vulnus per l’intera Chiesa. Direi perciò, e ancora di più, che non si tratta neppure semplicemente di una debolezza dell’ecclesiologia attuale, ma di un segno di debolezza dell’ecclesiologia in quanto tale» (ivi, pp. 460-461).

Alla luce di quest’ultima battuta mi è sorto un simpatico sospetto: che il buon Don Giulio abbia letto il mio articolo (pubblicato qualche mese prima del suo) su questo blog dal titolo La crisi del tomismo e il “pensiero debole” a proposito della emorragia di religiosi (vqui), nel quale – guarda caso – lo cito. Ma il sospetto diventa meno simpatico giacché anche la sua analisi appare come il goffo tentativo autoassolutorio, rifuggendo la scomoda autocritica e puntando il dito contro la «neo-manualistica ecclesiologica post-conciliare, dalla quale risulta un prevalente oblio della vita religiosa e/o consacrata» (Meiattini, op. cit., p. 437). Mi verrebbe da chiedergli: quanto gli stessi ordini religiosi sono stati e sono capaci di autopromuoversi? Poco o nulla, e per giunta male… molto male! E questo dal momento che i religiosi si comportano da secolari, anzi di più, con una mentalità tutta mondana (vedi l’abbigliamento firmato indossato da molti di loro). Un amico mi riferiva scandalizzato di un giovanissimo frate con i sopraccigli depilati secondo la moda corrente. Io stesso ho visto un padre cappuccino (non più giovane), come questo frate, in più vestito con jeans un po’ laceri, ma nuovi e, per giunta, costosi, perché così si usa oggi. Alla faccia della povertà vera e anche di quella evangelica!

Pietro Aldi,
Fra Filippo Lippi corteggia la sua modella Lucrezia Buti,
1879, Kelvingrove Art Gallery and Museum, Glasgow
Questi religiosi si salvano solo perché appaiano simpatici agli occhi di quelli che affollano (oramai pochi) le sagrestie. Ma non incantano nessuno!

Ma il problema, che sembrerebbe riguardare più gli ordini di vita attiva, riguarda pure quelli di vita contemplativa, anch’essi oramai seriamente in crisi di identità, tutt’una con la crisi di vocazioni: tanto in entrata, tanto in uscita. Soprattutto quest’ultima, significata dalla sopradetta emorragia di religiosi, che ogni anno, in modo impressionante, abbandonano la vita consacrata.

Che cosa li induce all’abbandono? La durezza della vita religiosa? O non piuttosto la mollezza e la rilassatezza con la quale molti conventi e monasteri vivono la propria regola?

Qui non voglio cavalcare la polemica sollevata circa una ventina di anni fa in Via col vento in Vaticano – libro scandalo pubblicato da un gruppo di ex officiali di Curia con lo pseudonimo de “I Millenari” (vqui) –, in cui un capitolo (il diciannovesimo) mette sullo stesso piano «potere, vegetanza e celibato», ma far riflettere sul fatto che c’è poco da scherzare… quantunque si cerchi di mascherare il tutto col prenderci per mano, abbracciarci e baciarci come vecchi amici (pur conoscendoci molto superficialmente!), e – perché no!? – banchettando ad ogni occasione, nel rispetto della regola oramai consolidata che tutto debba finire a tarallucci e vino. Tanto alla fine ciò che conta è: vogliamoci bene!

Concordo con Meiattini quando scrive: «Il capitolo VI della Lumen gentium e il decreto Perfectae caritatis è come se non fossero mai stati scritti» (Meiattini, op. cit., p. 438); ma mi chiedo, e gli chiedo: solo colpa del post Concilio con «opere di ecclesiologia che tacciono del tutto sull’argomento» (ivi, p. 437)? O non già del Concilio stesso, a più di cinquant’anni dalla sua conclusione ricordato ancora con l’incipit della Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo»? Una frase, questa, ripetuta non molti giorni fa dall’arcivescovo di Taranto, intervenuto a Il libro possibile di Polignano a Mare (BA). Quella frase – per come è da sempre enfatizzata – costituisce, secondo me, il vero “vulnus per l’intera Chiesa”! E ciò già all’indomani della conclusione del Concilio. Una prova? L’inchiesta, prima e dopo il Concilio, di Sergio Zavoli sulla vita claustrale femminile. In particolare ricordo l’intervista a una giovanissima monaca carmelitana, che, da dietro la grata, parlava di piena realizzazione di sé, nonostante le signorili provocazioni di Zavoli; la stessa, qualche anno dopo la conclusione del Concilio, contattò il nostro giornalista, per metterlo al corrente della sua nuova scelta di vita: la ex monaca, non più giovanissima, appariva a colori e vestita con abiti secolari, più disinvolta e sicura di sé. Aveva lasciato il carmelo insieme ad una consorella, per condurre con questa, da consacrata laica, una vita nel mondo. Oggi, con ogni probabilità, sarebbe rimasta monaca, dal momento che non è più il mondo a cercare i conventi, bensì il contrario. La dimostrazione qualche giorno fa di una carmelitana, autorizzata dalla sua superiora a uscire dalla rigida clausura per… portate il proprio cane di razza ad un concorso di bellezza. Ci mancava la suora cinofila! Forse per dirci ancora una volta che suora o frate è bello? Certo, se si è nel mondo e del mondo! Un mondo che applaude, rimanendo indifferente al messaggio cristiano della salvezza.

Allora come adesso è quell’incipit dianzi ricordato della Gaudium et spes a dover essere seriamente interrogato. Perché da esso dipende tutto il resto, in primis l’interpretazione in chiave mondanistica delle stesse costituzioni conciliari, tra cui spicca la Sacrosanctum Concilium, dove la troppa comprensibilità della Liturgia ha portato questa a svuotarsi della cosa più seria e più importante per l’uomo: il Sacro. E questo Don Giulio dovrebbe capirlo, insegnando al Sant’Anselmo, dove – ho motivi di credere – sia stato confezionata proprio la Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia. La riforma liturgica parla benedettino! Lo sosteneva nelle sue lezioni un noto professore di Teologia liturgica, formatosi al Sant’Anselmo negli anni immediatamente dopo il Concilio, non perdendo occasione di esaltare quello ritenuto il padre della riforma liturgica: Odo Casel. Ma, allora, perché oggi tra i più agonizzanti ci sono proprio i monasteri benedettini che hanno propugnato la riforma liturgica, a differenza di quelli che, invece, non vi hanno aderito e che sono addirittura in crescita? Perchè la loro è innanzitutto una crisi di identità! Lo dimostrano le sperimentazioni sincretistiche col buddismo tibetano iniziate dal trappista Thomas Merton cinquant’anni fa e portate avanti sino ai giorni nostri (si sente sovente parlare di monasteri benedettini che proprongono corsi di esercizi spirituali con tecniche yoga). Senza tener minimamente conto che il buddismo è religiosamente ateo. È chiaro che un giovane, seriamente intenzionato ma scarsamente motivato dai diretti superiori e confratelli, resiste poco in monastero. Tanto vale essere un buon laico piuttosto che un cattivo religioso… sebbene anche da buon laico non è affatto semplice vivere oggigiorno il proprio cristianesimo. Ma è importante che l’inclito Ordine Benedettino (come è chiamato nell’incipit della Mediator Dei) torni a risplendere dell’originaria bellezza, amando la liturgia gregoriana, che trova la sua più alta espressione nell’usus antiquior del Rito Romano, sull’esempio di quei pochi monasteri in decisa crescita perché lo hanno abbracciato… a differenza di tutti gli altri che, invece, pur storicamente importanti e prestigiosi, rischiano di chiudere, rimanendo tuttavia irremovibili sulla assoluta bontà della riforma liturgica, dichiarata dal magistero bergogliano “irreversibile”… esattamente come il coma.

Intanto stiamo a vedere. Chi vivrà vedrà.

martedì 7 marzo 2017

La crisi del tomismo e il “pensiero debole” a proposito della emorragia di religiosi

«Se riconosciamo la nostra debolezza e chiediamo perdono, allora la misericordia risanatrice di Dio risplenderà dentro di noi e sarà pure visibile al di fuori; gli altri avvertiranno in qualche modo, tramite noi, la bellezza gentile del volto di Cristo». Queste le irenistiche parole di Francesco con cui si sancisce l’avvicinamento della Chiesa di Roma a quella d’Inghilterra (non il contrario!), visitando pochi giorni fa la chiesa anglicana All Saints’ della Capitale (vqui), ancora una volta sfacciatamente incurante che, proprio in quel luogo, nel 2010, fu ordinata la prima prete donna italiana (vqui).
A dar man forte alla “debolezza” della teologia bergogliana, l’attuale generale dei Gesuiti, P. Sosa, che, in una recente intervista, ha svelato l’arcano: la dottrina non è vincolante; priorità della prassi o “discernimento” (vqui). Intervista che ha immediatamente suscitato la ferma reazione dell’insigne teologo Mons. Antonio Livi, confutando il compagno nonché amico di Bergoglio, Sosa, che «per la sua assoluta incoerenza logica, non meriterebbe alcun commento teologico ma solo una risata» (vqui). Volentieri, nella festa tradizionale di S. Tommaso d’Aquino, pubblichiamo questo contributo di Franco Parresio.

La crisi del tomismo e il “pensiero debole” a proposito della emorragia di religiosi

di Franco Parresio

Sabato 28 gennaio 2017, il vescovo di Roma Francesco, incontrando nella Sala Clementina i rappresentanti degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, riuniti in Sessione Plenaria per riflettere sul tema della fedeltà e degli abbandoni (v. qui), ha parlato di vera e propria «“emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa».
Mettendo da parte, una volta tanto, il suo solito affettato ottimismo (tutt’uno con l’orfanezza autoreferenziale del suo pontificato), e ricorrendo all’anacronistico plurale maiestatico (ben diverso dal deriso camauro indossato da Ratzinger), Bergoglio ha solennemente ammesso: «Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano».
Finalmente se n’è accorto!
Finalmente si è accorto della crisi che morde – e forte – la vita della Chiesa!
Ma quel chiedersi, con fare retorico, «Che cosa è accaduto?», appare, ancora una volta, come il goffo tentativo autoassolutorio, rifuggendo la scomoda autocritica e puntando il dito contro altro: altro come «questo che è un cambio di epoca e non solo un’epoca di cambio, in cui risulta difficile assumere impegni seri e definitivi […], immersi nella cosiddetta cultura del frammento, del provvisorio, […] vittime della logica della mondanità, […] di contro-testimonianza” che “proviene dall’interno della stessa vita consacrata».
È vero quando egli sottolinea che, «parlando di fedeltà e di abbandoni, dobbiamo dare molta importanza all’accompagnamento. […] Non poche vocazioni si perdono per mancanza di validi accompagnatori». Ma è pur vero che stiamo ora tristemente vedendo e toccando con mano i risultati della più che mai decantata Chiesa in uscita, i cui risultati fallimentari fanno pensare, invero, ad una Chiesa in liquidazione.
La verità è che è cambiata l’ortoprassi e l’ortodossia cattolica!
E le colpe non sono solo da attribuire alla svolta impressa dal Concilio alla vita della Chiesa!
Il Concilio ha recepito le istanze moderniste di inizio Novecento, ribaltando il primato del Lógos sull’Éthos, dell’onestà intellettuale su quella morale: primato consolidato grazie alla teologia e alla disciplina ecclesiastica del Medioevo. E a denunciarlo – guarda caso – è un autore in odore di modernismo: Romano Guardini. Già cento anni fa, ne Lo spirito della liturgia, il filosofo tedesco di origine italiana così scriveva: «Per esso [il Medioevo] il Lógos aveva il primato sull’Éthos. […] L’età moderna portò a questo riguardo una profonda mutazione. […] Così la vita attiva venne anteponendosi a quella contemplativa, la volontà alla conoscenza. […] Da qui viene anche che istituzioni spirituali come gli antichi ordini contemplativi, […] oggetto di predilezione per tutto il mondo credente, ora non trovano spesso comprensione neppure presso cattolici, e debbono essere di continuo difese dai loro amici dalla taccia di ozioso perditempo. […] Un accentuato attivismo domina tutto; l’Éthos ha la preminenza sul Lógos, l’aspetto attivo su quello contemplativo. […] Che atteggiamento tiene la religione cattolica di fronte a questo sviluppo? […] Questa spiccata preminenza della volontà sulla conoscenza, dell’Éthos sul Lógos, contraddice allo spirito del cattolicesimo. Il protestantesimo […] rappresenta l’espressione più o meno religioso-cristiana di questo spirito; e con pieno diritto Kant è detto il suo filosofo. Questo spirito ha progressivamente sacrificato la salda verità religiosa, e ha fatto della convinzione religiosa, sempre più di giorno in giorno, un mero oggetto del giudizio, del sentimento, dell’esperienza personale. La verità scivolò così dal dominio dell’oggettivamente saldo a quello del soggettivamente fluttuante. […] Non […] più una “vera fede”, bensì solo un’esperienza della fede del tutto personale, […] non più un contenuto di fede professabile e insegnabile, bensì la dimostrazione della rettitudine dello spirito mediante la rettitudine dell’azione. […] Il credente si era radicato non più nell’eternità, ma nel tempo. […] In tal modo la religione prese un orientamento sempre più mondano (weltfreudig). Essa divenne sempre più la consacrazione dell’esistenza umana temporale nei suoi aspetti più vari, una santificazione dell’attività terrena: del lavoro professionale, della vita sociale, della famiglia e simili. Ma chiunque abbia considerato per un certo tempo queste cose, rileva quanto inadeguata sia questa spiritualità, quanto contraddica alle leggi supreme dell’esistenza e dell’anima. Essa è falsa e perciò innaturale nel più profondo significato di questa parola. Qui sta la fonte specifica dell’angustia dell’età nostra. […] La religione cattolica si oppone con tutta la sua forza a questa mentalità. La Chiesa perdona ogni altra mancanza più facilmente che un attentato alla verità. Essa sa bene che, se uno manca ma non intacca la verità, egli può ritrovarsi e riprendersi» (pp. 100-106).
Se Guardini riscrivesse oggi il suo libro noterebbe che la religione cattolica, ahimè!, non solo non si oppone più a questa mentalità, ma la giustifica; si pensi, ad esempio alla questione che sta dividendo i cattolici sull’apertura della Chiesa circa la comunione ai divorziati risposati. «Senza un serio ripensamento e una rinnovata prassi della […] iniziazione cristiana, che attualmente nella maggioranza dei casi ha come esito non l’aggregazione, ma il congedo dalla Chiesa, è illusorio voler rimediare ai problemi del matrimonio e della famiglia cristiani, applicando magari delle toppe apparentemente “nuove” sul tessuto già molto invecchiato della cultura familiare attuale. Fa impressione constatare come si accendano i toni intorno alla questione dei fallimenti matrimoniali e alle strategie pastorali da seguire, mentre invece si assiste alla catastrofe del battesimo e della iniziazione cristiana con una specie di assuefatta indifferenza! Ma non c’è troppo da sorprendersi. Ciò non è che la ovvia conseguenza […] di una cultura che è stata abbondantemente assimilata anche dalla teologia» (G. Meiattini OSB, Innanzitutto figli. Nascere, sposarsi, generare, ed. La Scala, Noci 2015, p. 18).
Esattamente la sopradetta cultura del frammento, del provvisorio, della logica della mondanità, di cui è portavoce il “pensiero debole” predicato da Gianni Vattimo: «un tipo particolare di sapere caratterizzato dal profondo ripensamento di tutte le nozioni che erano servite da fondamento alla civiltà occidentale in ogni campo della cultura. Secondo questa prospettiva i valori tradizionali sarebbero diventati tali solo a causa di precise condizioni storiche che oggi non sussistono più; per questo motivo deve essere messa in crisi la loro pretesa di verità. A fondamento del pensiero debole c’è l’idea che il pensiero non è in grado di conoscere l’essere e quindi non può neppure individuare valori oggettivi e validi per tutti gli uomini» (v. qui).
Di qui l’odierna debolezza della teologia sacramentaria, in modo particolare quella riguardante l’Ordine Sacro, messo sensibilmente in crisi da una mentalità, tutta ecclesiale, che lo ha ripensato come mezzo “per consacrare il mondo”; per cui viene spontaneo chiedersi: «Il sacerdozio: un dono dall’alto o un incarico sociologico?» (cfr. Con i Sacramenti non si scherza. Intervista a don Nicola Bux, in questo Blog, 29.1.2017).
Non c’è da stupirsi se poi anche quel “bravo ragazzo con laurea universitaria, che lavorava in parrocchia”, a cui fa riferimento Francesco nel suo discorso, sia andato dal suo vescovo e gli abbia detto: «Io voglio diventare prete, ma per dieci anni». Evidentemente il suo discernimento vocazionale lo aveva fatto ascoltando quella famosissima canzonetta sentimental-religiosa, in cui il chiamato viene pateticamente gasato con la prospettiva di divenire «sacerdote dell’umanità» (v. canto del gruppo Gen Rosso Servo per amore), assurgendo a una sorta di supereroe all’interno delle comunità in cui dovrà svolgere il proprio ministero presbiterale… fino a che gli altri glielo faranno credere …

giovedì 15 settembre 2016

La Vultum Dei quaerere e la sovietizzazione dei Monasteri

Nella festa dei Sette Dolori della B. V. Maria rilanciamo questo contributo.





Ambito dell'Italia Centrale, Madonna dei Sette Dolori, XVIII sec., Orvieto

Ambito emiliano, Madonna dei sette dolori, XIX sec., Bologna

Ambito bergamasco, Addolorata, XIX sec., Bergamo

Ambito calabrese, La Vergine Addolorata appare a S. Alfonso M. de' Liguori, XIX sec., Locri

Ambito tedesco, stampa della Mater Dolorosa, 1875-99, Padova

Alessandro Abate, Addolorata, 1915, Catania

La Vultum Dei quaerere e la sovietizzazione dei Monasteri

di Cristiana de Magistris

La Santa Chiesa di Dio è stata fondata da Nostro Signore Gesù Cristo in modo innegabilmente gerarchico. Basta sfogliare le pagine del Vangelo per imbattersi nella chiamata degli apostoli o nel primato di Pietro o nella istituzione – durante l’ultima Cena – di una gerarchia solidamente costituita per comprendere che il principio gerarchico nella Chiesa di Dio non è un’ipotesi, ma un fatto ben determinato ed irrevocabile.
Il potere supremo di giurisdizione, ad esempio, è conferito dal Signore al solo Pietro e non al Collegio apostolico, né tantomeno a un sinodo o ad un’assemblea. La giurisdizione delle Chiese particolari è data – nella storia della Chiesa sin dai primordi – a singoli Vescovi e non a collegi episcopali. Questa struttura piramidale non implica naturalmente che coloro che appartengono alla gerarchia voluta da Nostro Signore siano tutti santi. La storia ha dato infinite prove del contrario. Ciononostante – scrive il grande padre domenicano  R.T. Calmel – «il Signore ha voluto nella sua Chiesa l’autorità personale e l’ha istituita personale. Invece dopo il Concilio, assistiamo ad un gigantesco tentativo di spersonalizzazione dell’autorità: da personale quale essa è per diritto divino, la vediamo parlamentarizzarsi, collegializzarsi, si potrebbe dire sovietizzarsi».
Attraverso questa sovietizzazione dell’autorità nella Chiesa, coloro che, di fatto, esercitano l’autorità hanno infiniti mezzi per eclissarsi e scomparire nell’anonimato della collegialità. Ma il sistema collegiale – scrive ancora Padre Calmel – «è ipocrita e contro natura», perché, se da un lato «esenta ciascuno dal peso delle proprie responsabilità e dagli intollerabili bruciori dei rimorsi», «al tempo stesso e in forza dello stesso meccanismo, fa cooperare tutti ai peggiori misfatti, all’istallazione di una falsa religione cristiana sotto una maschera cristiana». Si tratta di una autentica “commedia collegiale” attraverso cui i vescovi sono personalmente sempre più impotenti ma divengono collegialmente onnipotenti.
Questo “abile camuffamento collegiale” ha tristemente penetrato la Chiesa di Dio in tutte le sue dimensioni. A partire dalle Conferenze episcopali, passando per ogni tipo di Commissione, fino alle parrocchie ed ora anche ai Monasteri di clausura, i quali – in forza della recente Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere – hanno ora l’obbligo di “federarsi”, ossia di appartenere ad una Federazione, che altro non è se non l’applicazione della rivoluzione collegialista e democratica ai Monasteri.
Una delle caratteristiche principali delle comunità monastiche è stata, infatti, finora, la loro configurazione canonica di monasteri sui iuris, ossia autonomi, in quanto dipendenti direttamente da un superiore (il Vescovo o il Superiore del ramo maschile del medesimo Ordine)Tale configurazione, di origine antichissima, riflette e garantisce il “proprium” di ogni monastero, che è la separazione dal mondo per sostenere il mondo con la preghiera e la penitenza. Ogni monastero è, o meglio era, una piccola tebaide, un luogo solitario dove le monache attendono solo a Dio e alla salvezza delle anime. La clausura, caratteristica dei monasteri femminili, separa le monache dal mondo ma non dagli uomini, che esse, grazie anche alla clausura, ritrovano nel Cuore di Dio. Le associazioni di più monasteri – le cosiddette “Federazioni” – imposte dalla nuova Costituzione apostolica minano questa struttura secolare, giuridica e religiosa, fin dalla sue fondamenta.
Va detto che le Federazioni di Monasteri non sono in sé una novità: esse furono istituite da Pio XII negli anni ‘50 a seguito delle due guerre mondiali, che avevano reso difficile e decadente la vita di alcune Comunità monastiche. Fu un’iniziativa forse discutibile, ma fatta con ottime intenzioni. In ogni caso, l’istituzione delle Federazioni non implicava l’obbligo di appartenervi. Ciascun monastero, essendo sui iuris, cioè autonomo, poteva decidere se aderirvi o meno.
Ora le cose sono cambiate. Con l’obbligo di appartenere alle Federazioni, i monasteri perdono, de facto anche se non de iure, la loro autonomia per annegarsi in una massa anonima di monasteri che andranno verso l’appiattimento e la dissoluzione della vita monastica “di sempre”. Le Federazioni sembrano il “cavallo di Troia” della Costituzione apostolica. Attraverso di esse, la normalizzazione modernista dei pochi monasteri, che ancora sopravvivono alla rivoluzione in atto da cinquant’anni, sarà un’operazione inevitabile oltre che rapida.
L’opera di smantellamento, del resto, inaugurata con le riforme conciliari della vita religiosa, continua nella recente Costituzione apostolica anche attraverso la definitiva abrogazione di tutti gli articoli del CIC contrari alla Costituzione stessa, nonché dei documenti pontifici che avevano regolato finora la vita claustrale (Sponsa Christi di Pio XII, Inter preclara e Verbi Sponsa della Congregazione per i Religiosi).
Molto giustamente nel documento è riaffermato a più riprese il valore inestimabile della vita claustrale, poiché – vi si legge – «le sorti dell’umanità si decidono nel cuore orante e nelle braccia alzate delle contemplative» (n. 17). Evidentemente, se lo scenario mondiale che è sotto i nostri occhi è frutto della preghiera delle claustrali, si può lecitamente sollevare qualche perplessità sulla santità di vita che si conduce nei monasteri. E il loro futuro – dopo questa Costituzione apostolica – non si profila certo migliore, visto che il colpo mortale ai Monasteri è stato inferto dall’Autorità che dovrebbe difenderli e vivificarli. La loro “sovietizzazione” avrà come unico risultato la loro normalizzazione e dissoluzione, con le nefaste conseguenze, per la Chiesa e per il mondo, che ognuno può ben immaginare. Ancora una volta “Roma mi ha fatto male”.
Nel processo di autodemolizione della Chiesa resta allora da chiedersi se e come potrà sopravvivere la vita contemplativa. Prima di morire, il cardinal Liénart, che fu tra gli artefici di quest’autodistruzione, disse: «Umanamente parlando, non c’è più salvezza per la Chiesa». Ma resta il soprannaturale, cioè l’essenziale, di cui la vita contemplativa rappresenta la punta di diamante. E se la vita contemplativa, nella sua struttura giuridica, segue inevitabilmente l’autodemolizione della Chiesa, niente e nessuno potrà arrestare la contemplazione delle anime amanti di Dio con la quale esse – nonostante l’autodemolizione della Chiesa – restano invariabilmente ancorate all’anima e ai frammenti sempre viventi del suo Corpo.
La Chiesa si ricostruirà con i mezzi soprannaturali che – come ci ricorda Padre Calmel – sopravvivono al logorio della storia e alle turpitudini del mondo, perché sono le risorse inespugnabili di vita e di risurrezione.

sabato 20 giugno 2015

Qual è il rapporto tra monachesimo e liturgia? La preghiera incessante

Abbiamo spesso parlato del tema della preghiera incessante (v. qui). Ora questo profilo della spiritualità cristiana è messo in rilievo nell’ambito del monachesimo e della liturgia da un’interessante relazione di Padre Cassian Folsom OSB, Priore del Monastero di Norcia, pubblicata da Chiesa e post concilio e che noi rilanciamo volentieri, con qualche rielaborazione grafica, nella memoria della Beata Vergine Maria della Consolata, Patrona principale di Torino e dell'intera arcidiocesi, onorata nell'omonimo santuario torinese.


















Qual è il rapporto tra monachesimo e liturgia? La preghiera incessante. “VENITE E VEDRETE!”

Conferenza – dal titolo “Il rapporto tra monachesimo e liturgia – tenuta a Roma lo scorso 7 maggio da p. Cassian Folsom OSB, Priore del Monastero di Norcia, per aiutare a scoprire i Monaci e per pregustare il clima spirituale che respireranno i partecipanti al Pellegrinaggio nazionale dei Coetus Fidelium del Summorum Pontificum (3-5 luglio 2015), che abbiamo preannunciato qui.

* * * * * * * * *

Qual è il rapporto tra monachesimo e liturgia? Posso rispondere molto sinteticamente con una analogia: è il rapporto tra pesce e acqua. Ovviamente, il pesce abita nell’acqua, si muove nell’acqua, senza l’acqua muore. Così anche per il monaco: respira l’aria della liturgia, si nutre dalla liturgia, si muove nel mondo creato dalla liturgia, senza la liturgia muore spiritualmente.
Potrei finire qua – una conferenza di due minuti! – ma forse sareste delusi, aspettando una lezione più lunga. Quindi posso sviluppare il tema un po’ secondo le seguenti categorie: 
1. La preghiera incessante;
2. Il tempo impiegato ogni giorno nella preghiera liturgica, secondo la Regola di San Benedetto;
3. I salmi;
4. Il canto.

I. LA PREGHIERA INCESSANTE

Ci sono due indizi nella Regola che indicano chiaramente che secondo San Benedetto, la preghiera liturgica si colloca decisamente nella tradizione della preghiera incessante, come articolata dai Padri del deserto.

- PRIMO INDIZIO:

Nel rito Romano, durante la Settimana Santa, la liturgia ritorna alle sue forme più arcaiche. Ho in mente l’Ufficio Divino. Prima delle Ore Minori (prima, terza, sesta e nona), troviamo questa rubrica: [Horae minoresabsolute inchoantur a psalmis infra signatis, ossia: “Le ore minori iniziano absolute, cioè senza versetti, segni di croce, senza nessun elemento introduttivo, direttamente – con i salmi indicati sotto.”
Ad esempio, l’Ora Prima inizia direttamente con Salmo 53: Dio, per il tuo nome, salvami. Si ricorda che questo stile di cantare i salmi è proprio arcaico – antichissimo.
Diversamente, secondo la Regola di San Benedetto, tutte le ore canoniche hanno qualche elemento introduttivo. Vediamo, quindi, una innovazione da parte di San Benedetto che, parlando delle ore minori dice: “All’inizio si dica il versetto: Deus in adiutorium meum intende, Domine, ad adiuvandum me festina (Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto)” (RB 18:1). Perché questa innovazione? Non si faceva così, infatti, prima di San Benedetto. Perché questo versetto salmico in particolare? Nella tradizione monastica, dove si trova una trattazione intorno a questo versetto? Negli scritti di San Giovanni Cassiano, quando insegna un metodo da usare per la preghiera incessante. Cito un brano dalla Conferenza X di San Cassiano – lo stile è un po’ prolisso, ma il messaggio è chiaro:
Abba Isaia spiega a Cassiano e al suo compagno Germano:
“Per voi dunque sarà proposta come formula di questa disciplina e di questa preghiera, da voi richiesta, quella che ogni monaco, allo scopo di tendere al continuo ricordo di Dio, deve abituarsi a coltivare con una continua ripresa da parte del cuore e dopo avere espulsa la varietà di tutti gli altri pensieri, poiché egli non potrà applicarvisi in altro modo, se prima non si sarà liberato da tutte le preoccupazioni e sollecitudini corporali. Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvissuti, così pure do noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi [assetati, bramosi] di accoglierla. Pertanto sarà da noi suggerita a voi, conseguentemente, questa formula di vera pietà, allo scopo di raggiungere un continuo ricordo di Dio: Deus in adiutorium meum intende, Domine ad adiuvandum me festina [Sal 69]” (Conf. X, 10).

Poi, Abba Isaia spiega tutti i pregi di questo versetto salmico, e perché è adatto alla preghiera incessante.
Allora, San Benedetto è stato formato dalla tradizione monastica che esisteva già secoli prima di lui. Egli dispone che i suoi monaci leggano le Conferenze di San Cassiano. Infatti, San Benedetto individua il nucleo dell’insegnamento di Cassiano sulla preghiera incessante – e cioè l’uso di questo versetto – e con uno slancio innovativo, prefigge questo versetto a tutte le ore dell’Ufficio Divino.
Che cosa vuol dire tutto questo? San Benedetto vuole fare un ponte tra la preghiera personale e la preghiera liturgia. Il ponte è, infatti, la preghiera incessante.

- SECONDO INDIZIO:

I nostri padri vivevano in un’epoca in cui si esprimeva il senso della vita per mezzo dei simboli. Un aspetto importante di questo mondo simbolico era costituito dai numeri. Ascoltate un brano della Regola, cap. 16, che insiste su questa simbologia:
“Si deve osservare quello che dice il Profeta: Sette volte al giorno io canto la tua lode. Questo sacro numero di sette sarà rispettato se adempiremo il dovere del nostro servizio a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, poiché a queste ore diurne si è riferito il salmista dicendo: Sette volte al giorno canto la tua lode. Quanto alla veglie notturne infatti il medesimo Profeta dice: Nel mezzo della notte mi alzavo a celebrarti. Rendiamo dunque lodi al nostro Creatore per le sentenze della sua giustizia a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, e alziamoci per celebrarlo nella notte” (RB 16).

Perché questa insistenza che i monaci cantino le ore diurne dell’Ufficio Divino sette volte ogni giorno? Perché il numero 7 significa completezza, totalità – significa che i monaci pregano sempre, incessantemente.
Ecco due piccole spie nella Regola di San Benedetto che ci aprono vasti orizzonti. La preghiera liturgica – e qui si tratta in particolare dell’Ufficio Divino – è organizzato in modo che queste forme liturgiche aiutano il monaco a pregare sempre, incessantemente. O in altre parole, aiutano il pesce a rimanere nell’acqua.

II. TEMPO IMPIEGATO NELLA PREGHIERA LITURGICA / PERSONALE

Questa immersione totale ha delle implicazioni concrete, perché la vita quotidiana del monaco viene organizzata attorno a questi momenti di preghiera. Poniamoci questa domanda: Quanto tempo ogni giorno viene impiegato nella preghiera liturgica, secondo la Regola di San Benedetto? (Potrei darvi subito la risposta, ma sarebbe un approccio noioso! È più interessante scoprirlo personalmente).
Ci sono due considerazioni: 
- l’Ufficio Divino (preghiera liturgica per eccellenza) e
- la lectio divina (la ruminazione sulla Pagina Sacra della Bibbia).
Stranamente, San Benedetto dice ben poco sull’Eucaristia, non descrive la liturgia della Messa; questa lacuna viene riempita dalla tradizione sviluppatasi dopo San Benedetto.

La preghiera liturgica

Vorrei elencare tutti i momenti di preghiera liturgica della giornata, secondo la Regola e la tradizione. Però, la mia capacità matematica è pessima – dovete aiutarmi a fare il calcolo. Anzi, facciamo due calcoli: uno per i giorni feriali, l’altro per i giorni festivi.
1. Il Mattutino: di solito dura attorno ad un’ora, ma la domenica e nei giorni festivi, può durare un ora e mezzo, o anche di più. [da un’ora: feriali; ad un’ora e mezzo. festivi]
2. Le lodi: attorno a 40 minuti; 
3. L’ora prima insieme all’ufficio del capitolo: 30 minuti;
4. Le ore minori terza, sesta e nona: 10 minuti ciascuna [30 minuti];
5. La Messa cantata – da 50 minuti ad un’ora. La Messa solenne – un ora e mezzo;
6. I Vespri: attorno a 30 minuti;
7. La compieta: 20 minuti.
Per un totale di h 4,30 per i giorni feriali: h 5,30 per i giorni festivi.
Ecco il tempo impiegato per la preghiera liturgica.
L’orario monastico prevede anche la preghiera personale, la lectio divina. Leggo la descrizione di San Benedetto, e di nuovo, vi invito a fare il calcolo. La domanda è questa: quanto tempo viene dedicato alla lectio divina? Anche qui, si deve distinguere tra giorni feriali e giorni festivi.
Si tratta del cap. 48: Il lavoro manuale di ogni giorno. Non leggo tutto il capitolo, solo quei brani che dispongono l’orario per la lectio divina.
“L’ozio è nemico dell’anima, e perciò i fratelli devono essere occupati in ore determinate nel lavoro manuale e in altre ore nella lectio divina.
Riteniamo quindi che le due occupazioni siano ben ripartite nel tempo con il seguente orario:
- da Pasqua fino alle calende di ottobre... dall’ora quarta (10,00) fino a quando celebreranno sesta (12,00) attendano alla lettura. [2 ore]
- A partire invece dalle calende di ottobre fino all’inizio della quaresima attendano alla lettura fino a tutta l’ora seconda... (dalle 6,00 alle 8,00) [2 ore]
- Nei giorni della quaresima poi, dal mattino fino a tutta l’ora terza attendano alle proprie letture… (dalle 6,00 alle 9,00) [3 ore]
- Anche nel giorno della domenica, attendano tutti alla lettura, tranne quelli incaricati nei diversi servizi. [diverse ore]
Apro una parentesi: il sistema romano di calcolare il tempo consisteva nella divisione del giorno in 12 ore, e la notte in 12 ore: il che vuol dire che nel periodo estivo, le ore diurne sono più lunghe e le ore notturne più brevi; similmente, durante il periodo invernale, le ore diurne sono più brevi e le ore notturne più lunghe. Comunque sia, per comodità, facciamo il nostro calcolo basato su di un’ora di 60 minuti. Chiudo la parentesi.
La somma tra preghiera liturgica e preghiera personale?
Giorni feriali
- fuori della quaresima: 6,30
- quaresima: 7,30
Domenica e giorni festivi con l’orario domenicale: 7,30
Perché così tanto tempo di preghiera? Uso un’altra analogia, non quella del pesce, ma l’immagine di un campo sassoso che si deve arare. È necessario arare i solchi ripetutamente, anno dopo anno, per avere la terra veramente fertile. Allora, il nostro cuore è un campo sassoso, e ci vuole tanta preghiera, per arare bene quel campo.

III. I SALMI

Qual è il contenuto principale dell’Ufficio Divino? Una percentuale molto alta di tutte queste ore di preghiera consiste nella recita dei salmi.
Per capire l’importanza fondamentale dei salmi come parte essenziale della preghiera monastica, dobbiamo fare un piccolo esercizio di ermeneutica della Regola. Citerò tre brani, che si somigliano. Il vostro compito è di individuare le frasi uguali e la frasi diverse.
RB 4:21 Nihil amori Christi praeponere - Nulla all’amore di Cristo anteporre
RB 72:11 Nihil omnino Christo praeponant - Nulla a Cristo antepongano assolutamente
RB 43:3 Nihil operi Dei praeponatur - Niente all’Opera di Dio deve essere anteposto
Quali sono le espressioni uguali? Le espressioni diverse?
Se cerchiamo di interpretare bene che cosa vuol dire Opus Dei nella Regola, cioè, l’Ufficio Divino, il parallelismo di questo schema può aiutarci. Si tratta di capire l’oggetto del verbo praeponere. Ovviamente, la parola Christo e la frase l’amore di Cristo sono intercambiabili. Ma sembrerebbe che Christo sia anche intercambiabile con l’Opus Dei. In altre parole, il contenuto dell’Ufficio Divino altro non è che Cristo stesso: Nulla anteporre a Cristo, nulla anteporre all’Ufficio!
Questa affermazione va approfondita, perché la conclusione non è evidente.
In che cosa consiste principalmente l’Ufficio Divino? Nei salmi. Anzi, San Benedetto indica che se i monaci si alzano tardi e quindi si deve abbreviare qualche cosa, si possono abbreviare le letture, ma non i salmi! Possiamo dire, dunque, che il contenuto dell’Ufficio è Cristo, presente nei salmi.
Come è possibile? I salmi sono dell’Antico Testamento: che cosa hanno a che fare con Cristo? Ci sono due possibili risposte:
a) Secondo i criteri del metodo storico-critico, i salmi non hanno niente a che fare con Cristo.
b) Secondo i criteri dell’interpretazione della Sacra Scrittura come viene attualizzata nel Nuovo Testamento, nei Padri e nella Liturgia – cioè, l’interpretazione spirituale – i salmi hanno tutto a che fare con Cristo.
Vi do due esempi:

1. L’introito per la Messa di Natale a mezzanotte viene dal Salmo 2: Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. (Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato).
Secondo il senso storico, si tratta di un salmo di intronizzazione del re d’Israele, in cui Dio, con un decreto solenne, fa del re il suo figlio adottivo.
Ovviamente, la Liturgia fa una interpretazione cristologica. Chi parla? Dio Padre. Quando ha il Padre generato suo Unigenito Figlio? Non a Natale! A Natale, la madre – Maria – partorisce il Figlio incarnato. Ma la generazione del Figlio è una realtà prima della creazione del mondo, prima che il tempo esistesse, un momento eterno si potrebbe dire. La liturgia, quindi, meditando su questo versetto salmico, approfondisce il testo del Credo che recita: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, dalla stessa sostanza del Padre”.
Questo metodo dell’interpretazione spirituale è stato descritto da Sant’Agostino con una frase lapidaria: “Tutto l’Antico Testamento parla di Cristo o ci esorta alla carità.”
In questo versetto preso dal Salmo 2, vediamo che il Salmo parla di Cristo. Nel secondo esempio che vi darò, vedremo come un altro salmo ci esorta alla carità.

2. Nel prologo della Regola, c’è una allusione al Salmo 136 nel contesto di una descrizione della lotta spirituale:
“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontano dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol 28).

Vediamo il salmo che corrisponde a questo brano della Regola. È un lamento, cantato dai deportati in Babilonia, che termina con una maledizione abbastanza brutta.
Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo / al ricordo di Sion. / Ai sàlici di quella terra / appendemmo le nostre cetre. / Là ci chiedevano parole di canto / coloro che ci avevano deportati, / canzoni di gioia, i nostri oppressori:“Cantateci i canti di Sion!” / Come cantare i canti del Signore / in terra straniera? / se ti dimentico, Gerusalemme, / si paralizzi la mia destra. / Mi si attacchi la lingua al palato / se lascio cadere il tuo ricordo, /se non metto Gerusalemme / al di sopra di ogni mia gioia.

Fin qua, tutto va bene. È un lamento molto bello, commovente, che ispira sentimenti di compassione. Ma il salmo prosegue; ci sono ancora due strofe che formulano una maledizione. Nella Liturgia delle Ore attuale, hanno tolto quest’ultima parte, perché il principio adoperato dai compilatori era quello dell’interpretazione esclusivamente storica. I Cristiani non possono usare una maledizione nella loro preghiera, e quindi, si devono omettere questi versetti.
La tradizione liturgica della Chiesa, però, ha sempre incluso questi versetti, perché il principio adoperato era sempre quello dell’interpretazione spirituale. Mi spiego. Ecco l’ultima parte del salmo:
Ricordati, Signore, dei figli di Edom, / che nel giorno di Gerusalemme / dicevano: “Distruggete, distruggete, / anche le sue fondamenta!”

(I popoli di Edom, che abitavano a sud-est del Mar Morto, erano nemici storici d’Israele, e hanno collaborato con i Babilonesi nella distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C.)
Adesso viene la maledizione: / Figlia di Babilonia devastatrice, / beato chi ti renderà quanto ci hai fatto! / Beato chi afferrerà i tuoi piccoli / e li sbatterà contro la pietra!

L’uccisione crudele e barbarica dei bambini innocenti non è una cosa bella. Come è possibile che preghiamo questo salmo? Ascoltate ciò che fanno i Padri: un’interpretazione di profonda intuizione psicologica e spirituale. Ecco il ragionamento:

- I Babilonesi sono nemici, e i nostri nemici sono il diavolo e tutto il suo esercito.

- Ma non si tratta di adulti Babilonesi, guerrieri, ma di bambini, quindi di tentazioni cattive del diavolo quando sono ancora piccole, impotenti, deboli.

- Si parla, poi, di una pietra. Che cosa vuol dire? San Paolo dice nella 1 Cor 10, che gli Israeliti durante l’Esodo “bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10:4). San Paolo adopera il metodo spirituale per interpretare l’Antico Testamento. Anche nel nostro caso, la roccia è Cristo.

- Conclusione: quando le tentazioni iniziano il loro attacco, quando sono ancora deboli, come bambini, precisamente in quel momento dobbiamo afferrarli e sbatterli contro la pietra che è Cristo. Se, invece, indugiamo, e lasciamo queste tentazioni / bambini crescere, diventeranno guerrieri, più forti di noi, e saremo sconfitti nella lotta spirituale.

Ascoltiamo ancora una volta le parole di San Benedetto:
“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontano dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol. 28).

Vedete? I salmi parlano di Cristo e della nostra vita spirituale in Cristo. Il monaco è immerso nel mondo dei salmi, ogni giorno. Il suo immaginario simbolico è formato dalla Bibbia (non dal televisore o dall’internet). La liturgia in genere, e i salmi dell’Ufficio in particolare, formano il monaco e lo nutrono.

IV. IL CANTARE

L’ultima categoria è il canto. I monaci non recitano ma cantano la liturgia. Nel monastero di Norcia, cantiamo tutto – tutto l’Ufficio e tutta la Messa.
Quando io sono da solo, in viaggio, o fuori del monastero, anche da solo canto l’Ufficio. Il canto è essenziale per la liturgia monastica, perché esprime meglio tutti i sentimenti del cuore. Il Canto Gregoriano, a causa della sua antichità, del rapporto tra musica e parola, delle tonalità che sono diverse da quelle moderne – per tutti questi motivi, il canto gregoriano ha una bellezza del tutto particolare. È un canto creato per la liturgia, non per altri contesti, e quindi ha tutte le caratteristiche della musica liturgica di cui parla Papa Pio X: un musica sacra, bella, universale.
Cerchiamo di sviluppare questo tema del canto monastico, canto liturgico, prendendo in considerazione quattro punti:
a. Il canto e i sentimenti del cuore
b. Cantare: un atto comunitario
c. Il cantare come partecipazione ai cori celesti
d. Il canto esprime l’unità della fede

a. Il canto e i sentimenti del cuore

Il canto serve da veicolo per esprimere i sentimenti più profondi dell’anima – ha quindi un ruolo espressivo. Sant’Agostino descrive i suoi sentimenti quando ascoltava i canti a Milano, dove Sant’Ambrogio aveva dato uno slancio notevole alla forma musicale dell’inno.
Agostino era molto consapevole del potere emotivo del canto, e ne aveva un certo sospetto, allo stesso tempo riconoscendo l’effetto positivo del canto liturgico, confessava di essere stato commosso anche lui.
Talora esagero in cautela contro questo tranello [la pericolosa sensualità della musica]. Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa tutte le melodie delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici… Quando però mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai primordi della mia fede riconquistata e alla commozione che oggi ancora suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica (Confessioni, X, xxiii, 40).
La salmodia comunica efficacemente non soltanto il contenuto delle parole cantate, ma ha un altro effetto subliminale, intuitivo. Ad esempio, quando sono agitato, e vado ai Vespri in questo stato d’animo, dopo che le onde della salmodia hanno bagnato la sponda del mio cuore, mi sento più tranquillo, e quando i Vespri si concludono, mi trovo di nuovo in pace. Troviamo la stessa esperienza nella Bibbia. Si ricorda che il re Saul era afflitto da un tipo di follia. “Allora i servi di Saul gli dissero: 
“Vedi, un cattivo spirito sovrumano ti turba. Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio… Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava; Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sm 16:15-16; 23).

b. Cantare: atto comunitario

L’atto di cantare non è soltanto una questione personale, ma anche comunitaria. I monaci cantano insieme. Questo fatto è già una scuola di formazione! Il prefazio della Messa descrive gli angeli, gli arcangeli, i Cherubini e i Serafini cantando all’unisono: una voce dicentes. Questa armonia è anche l’obiettivo del coro monastico, e quindi dobbiamo ascoltare agli altri confratelli, moderare la voce, il ritmo, il volume per conformarsi al canto della comunità. Il monaco singolo deve diventare umile.
Se no, se il monaco è superbo e vuole esibirsi, o vuole manipolare il coro affinché la comunità segua il suo ritmo e il suo stile personale, non c’è più armonia, e si sente la dissonanza. Papa Benedetto XVI, nel suo famoso discorso al Collège des Bernardins a Parigi, sulla cultura monastica, cita San Bernardo, che rimprovera severamente i monaci che disturbano l’unità del canto. San Bernardo dice che con tale comportamento, il monaco abbandona la somiglianza di Dio, e si precipita nella regio dissimilitudinis, “nella zona della dissomiglianza, in una lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se stesso, dal vero essere uomo.”(Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, Collège des Bernardins, Parigi: 12 settembre 2008, p. 4).
Questo giudizio di San Bernardo è molto severo, ma si vede quanto importante per lui è il canto all’unisono.

c. Partecipazione ai cori celesti

Abbiamo citato la formula conclusiva del prefazio che descrive il canto dei cori celesti una voce dicentes. È significativo che il canto dei monaci non è semplicemente un’attività umana, di cultura musicale. È invece una partecipazione alla liturgia celeste. Per questo, San Benedetto dice:
“Sappiamo per fede che dappertutto Dio è presente e che gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi, ma dobbiamo crederlo senza dubbio alcuno soprattutto quando partecipiamo all’Opera di Dio. Perciò teniamo presente sempre quello che dice il profeta: Servite il Signore nel timore, e ancora: Salmodiate con sapienza e: In presenza degli angeli canterò per te. Badiamo dunque con quale atteggiamento dobbiamo stare davanti a Dio e ai suoi angeli, e poniamoci a cantare i salmi in modo che il nostro spirito sia in accordo con la nostra voce” (RB 19:1-7).

d. L’unità della fede

Ci sono tanti aspetti del canto liturgico che potrei sviluppare ancora, ma mi limito ad uno in più. Il canto ha la capacità di unire tutti i misteri della fede nell’unità di una singola intuizione. Vi do un esempio.
Il Martirologio per il Natale, traccia tutta la storia della salvezza, fino all’incarnazione del Figlio di Dio. In un crescendo di intensità, dopo aver menzionato il periodo di pace sotto l’imperatore Augusto, il Martirologio proclama la nascita del Salvatore con queste parole e con questa melodia:
Ripeto l’ultima frase: Nativitas Domini nostri Iesu Christi secundum carnem. Avete mai sentito questa intonazione, questa melodia? Da dove viene? Quando viene usata nella liturgia?
Ascoltate: Passio Domini nostri Iesu Christi secundum Matteum.
Vedete? La melodia della proclamazione della nascita di Cristo riprende esattamente la melodia della passione. Perché? Perché il Figlio di Dio è venuto nel mondo per salvarci dai nostri peccati per mezzo della sua passione. Ecco: l’unità dei misteri della fede, comunicata con grande semplicità, per mezzo di una cantilena liturgica.

CONCLUSIONE

Il rapporto tra Monachesimo e Liturgia è un rapporto di immersione totale. In questo breve incontro, vi ho dato uno schizzo di alcuni elementi che formano quest’ambiente speciale.
1. La preghiera incessante;
2. La mole di tempo impiegato ogni giorno nella preghiera liturgica;
3. I salmi;
4. Il canto.
Ce ne sono tanti altri. Concludo, quindi, con un invito: Venite e vedrete! La mia descrizione stasera è una cosa; la vostra esperienza sarà un’altra.
Vi invito ad un mondo di bellezza, di ascetismo, di profonda spiritualità, di incontro con il Signore. Venite, “voi tutti che siete affaticati e oppressi … e troverete ristoro per le vostre anime” (cf. Mt 11:29).