Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 21 ottobre 2019

Immagini per meditare

Ciò che dovrebbe fare ogni cristiano, degno di questo nome, è abbattere e distruggere i nuovi idoli pagani quando questi sono utilizzati non a titolo di conservazione storica del proprio passato (ad es. in un museo), ma come divinità a cui prestare culto e venerazione, per giunta in luoghi cristiani.

S. Nicola distrugge gli Idoli pagani, Monastero di Esphigmenou

Manifattura boema, S. Vigilio abbatte un idolo pagano, decoro di tonacella, Museo diocesano, Trento

Giovanni d'Alemagna, S. Apollonia distrugge un idolo, 1442, National Gallery of Art, Washington, D.C.,

Pedro García de Benavarre, o Benabarre, S. Sebastiano parla ai SS. Marco e Marcelliano, e, insieme a S. Policarpo, distrugge gli idoli, 1470 circa, museo del Prado, Madrid 

Joan Gascó - Perot Gascó, S. Bartolomeo apostolo distrugge l'idolo, 1525-26, Museu Episcopal, Vic


Giovanni Marracci, S. Paolino distrugge gli idoli o Trionfo del Cristianesimo, 1657-1704, Szépművészeti Múzeum, Budapest

Fra Juan Andrés Rizi, S. Benedetto distrugge l'idolo di Apollo, 1662, Museo del Prado, Madrid

Nicola Malinconico, S. Benedetto abbatte gli idoli a Montecassino, 1690-1710, Abbazia, Montecassino

Giuseppe Velasco, S. Benedetto distrugge l'idolo di Apollo, XVIII sec., chiesa di S. Biagio, Nicosia

Giuseppe Velasco, S. Benedetto distrugge l'idolo di Apollo, XVIII sec., chiesa dell'Immacolata Concezione, Palermo

Per riferimenti, cfr. F. Agnoli, Idoli da distruggere, la lezione di san Vigilio, in LNBQ, 24.10.2019.
Lode perenne agli impavidi giovani cattolici che, intrepidi e con sprezzo del pericolo di subire persecuzioni, hanno rapito le statue della divinità pagana di Pachamama, che avevano contaminato con il loro lezzo diabolico la chiesa romana di S. Maria in Traspontina. La chiesa, certo, andrebbe riconsacrata ed offerta una messa di espiazione perché in essa divinità pagane sono state celebrate. Non diversamente anche San Pietro.


Ma almeno quella chiesa romana, grazie a giovani coraggiosi, è stata mondata dalla presenza demoniaca di Pachamama. 
S. Paolo ammoniva i cristiani di Corinto a non entrare in comunione con gli idoli e con coloro che adorano gli idoli: "i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni" (1 Cor. 10, 20-21).


venerdì 10 febbraio 2017

“Colei che amò di più”. Santa Scolastica

«… plus potuit, quæ amplius amavit» (san Gregorio Magno, Dialogorum Libri IV De Vita et Miraculis Patrum Italicorum, lib. II, cap. XXXIII, in PL 66, col. 196A, ora in Id., Vita di san Benedetto e la Regola7, trad. it. di PP. Benedettini di Subiaco (a cura di), con Introduzione di Attilio Stendardi, Roma 2006, p. 98). Con queste semplici parole, il santo papa Gregorio Magno motivò il miracolo che Santa Scolastica, sorella gemella del Patriarca San Benedetto, ottenne da Dio perché il fratello si trattenesse ancora presso di lei, durante il suo ultimo colloquio.
Nella festa di questa Santa, condividiamo questo contributo.



Ascanio Spineda, S. Benedetto accoglie S. Mauro, con S. Scolastica, 1625-30, Padova

Alessandro Tiarini, S. Scolastica, 1649 circa, Bologna


Ludovico Antonio David, Crocifisso tra i SS. Scolastica, Benedetto, Placido, Gaetano da Thiene, Mauro, Candida e Tecla, 1667, Bergamo

Girolamo Troppa, Madonna del Rosario con i SS. Benedetto e Scolastica, 1692, Chiesa di S. Maria del Popolo, Cittaducale

Ambito dell'Italia centrale, Madonna col Bambino con i SS. Benedetto e Scolastica, XVII-XVIII sec., Gubbio

Ambito veneto, Transito di S. Scolastica, 1710 circa, Adria

Girolamo Pesci, Assunta tra i SS. Silvestro papa, Scolastica, Benedetto e Margherita d'Antiochia, 1753, Chiesa di S. Scolastica, Rieti 

Ambito umbro, Colloquio di S. Benedetto con S. Scolastica, 1740-60, Orvieto

Giuseppe Velasco, S. Scolastica in estasi, 1772-75, Nicosia

Agostino Ugolini, S. Agostino tra i SS. Benedetto, Scolastica, Chiara da Montefalco e Placido, 1783, Duomo di Santa Sofia, Lendinara

Ambito laziale, S. Scolastica, 1790-99, Sabina

Giuseppe Di Giovanni, Conversazione di S. Scolastica con S. Benedetto, XIX sec., collezione privata

“Colei che amò di più”. Santa Scolastica

di Elena Nobis

Santa Scolastica è la sorella gemella del famoso Padre del monachesimo d’Occidente. Del legame naturale dei due Santi, rinsaldatosi mirabilmente nella comune vocazione soprannaturale che li ha resi uno in Cristo per l’eternità, parla san Gregorio con accenti toccanti ed edificanti.

«Poté di più colei che amò di più». Questa frase, tratta dai Dialoghi di san Gregorio Magno (Dialoghi, 11,3), esprime bene la personalità della Santa: forte, volitiva e tutta protesa verso il suo Signore, tanto da piegarlo a compiere i suoi santi desideri.
Scolastica, sorella gemella di Benedetto da Norcia, nacque intorno al 480 da Eutropio Anicio, discendente dall’antica famiglia romana degli Anicii, Capitano Generale romano nella regione di Norcia, e da Claudia Abondantia Reguardati, contessa di Norcia, la quale morì subito dopo aver dato alla luce i due gemelli. 
Contrariamente all’uso del tempo, che prevedeva il Battesimo in età adulta, i due fratelli furono battezzati in tenera età. Il padre, quando Scolastica era bambina, fece voto di destinarla alla vita monastica. Come il fratello si sentì attratta, fin dalla fanciullezza ad una vita interamente consacrata a Dio. È probabile che la risoluta partenza di Benedetto l’abbia indotta a seguirne le orme in una forma di vita consona alla sua indole e al suo ideale cristiano. Il loro legame di sangue divenne ancor più saldo nella comune vocazione che li rendeva uno in Cristo per l’eternità.
Della sua vita si conoscono solo poche vicende agiografiche riportate nel II Libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno, il quale, però, vuole tramandare esempi di santità prevalentemente riguardanti san Benedetto, definito con ragione Padre e icona del monachesimo occidentale. L’esordio della vita e della vocazione di Scolastica lo si può dunque rinvenire seguendo le orme del fratello.
Secondo quanto narrato da san Gregorio Magno, all’età di dodici anni Scolastica fu mandata a Roma assieme al fratello per compiere gli studi classici, ma entrambi restarono profondamente turbati dalla vita dissoluta che vi si menava. Benedetto, per primo, decise di abbandonare gli studi per darsi alla vita eremitica. Scolastica, unica erede del cospicuo patrimonio famigliare, rinunciò ai beni terreni e chiese al padre di entrare in un Monastero vicino a Norcia. Il padre, pur soffrendo molto per la separazione dalla figlia, memore del voto fatto, non vi si oppose.
Qualche anno dopo la Santa raggiunse il fratello a Subiaco e, quando Benedetto fondò l’Abbazia di Montecassino, fondò a circa 7 km il Monastero di Piumarola dove, assieme alle consorelle, seguì la Regola di san Benedetto, dando vita al ramo femminile dell’Ordine Benedettino.
Una delle maggiori preoccupazioni della Santa riguardava l’osservanza del silenzio, che le faceva evitare con ogni cura soprattutto la conversazione con persone estranee al Monastero, anche se devote. E a chi la visitava soleva ripetere: «Tacete, o parlate di Dio, poiché quale cosa in questo mondo è tanto degna da doverne parlare?».
I due fratelli avevano la consuetudine d’incontrarsi una volta all’anno – forse durante il tempo pasquale per la gioia di incontrarsi nella luce di Cristo risorto – in una casa a metà strada tra i due Monasteri, divenuta poi luogo di culto per molto tempo. San Gregorio racconta che l’ultimo di questi incontri avvenne il 6 febbraio 547, pochi giorni prima di morire. In quell’occasione, Scolastica si mostra quanto mai avida di stare con il fratello per parlare delle gioie del Cielo, ma Benedetto, ligio alla norma che prevedeva il rientro in Monastero prima di sera, rifiuta di protrarre il colloquio spirituale fino al mattino, per non infrangere la Regola. Sentendosi ormai prossima alla morte, santa Scolastica altro non desidera che Dio, la comunione con Lui nella luce del suo Regno. È di questo che desidera ardentemente discorrere con il santo fratello. Non sta forse anche scritto nella Regola: «Desiderare con tutto l’ardore dell’animo la vita eterna»? (Regola Benedettina, 4,46). Il forte afflato escatologico che caratterizza la spiritualità della Regola raggiunge in santa Scolastica la massima intensità. Traluce, infatti, da questo episodio la consuetudine che la Santa aveva alle veglie di meditazione e di preghiera. La preghiera, che scaturisce da un cuore puro e ardente, vince l’austerità del fratello. Con la sua ardente preghiera Scolastica realizza quanto Benedetto ha scritto nella Regola: «Non dobbiamo forse elevare con tutta umiltà e sincera devozione la nostra supplica a Dio, Signore dell’universo? E rendiamoci ben consapevoli che non saremo esauditi per le nostre molte parole, ma per la purezza del nostro cuore e la compunzione fino alle lacrime» (Regola 20,2-3). Con la sua supplica e le sue abbondanti lacrime, la Santa implora il Signore di non lasciar partire il fratello e ottiene un repentino mutamento atmosferico. Immediatamente, infatti, si scatena un violentissimo temporale che costringe Benedetto a restare. La pioggia scrosciante gli impedisce di ripartire concedendo a santa Scolastica la consolazione di rimanere più a lungo con lui per pregustare, nella contemplazione, le gioie celesti. I due rimangono, dunque, in sante conversazioni per tutta la notte. Riportiamo qualche stralcio della mirabile narrazione di san Gregorio Magno:«La sua sorella di nome Scolastica, consacrata al Signore onnipotente fin dalla più tenera età, soleva fargli visita una volta all’anno. L’uomo di Dio scendeva ad incontrarla in una dipendenza del monastero, non molto lontano dalla porta. Un giorno, dunque, come di consueto ella venne, e il suo venerabile fratello, accompagnato da alcuni discepoli, scese da lei. Trascorsero l’intera giornata nella lode divina e in colloqui spirituali, e quando ormai stava per calare l’oscurità della notte, presero cibo insieme. Sedevano ancora a mensa conversando di cose sante, e ormai s’era fatto tardi, quando la monaca sua sorella lo supplicò dicendo: “Ti prego, non lasciarmi questa notte; rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste”. Ma egli le rispose: “Che dici mai, sorella? Non posso assolutamente trattenermi fuori dal monastero”. Il cielo era di uno splendido sereno: non vi si scorgeva neppure una nuvola. Udito il rifiuto del fratello, la monaca pose sulla mensa le mani intrecciando le dita e reclinò il capo. Quando rialzò la testa, si scatenarono tuoni e lampi così violenti e vi fu un tale scroscio di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i fratelli che erano con lui poterono metter piede fuori della casa in cui si trovavano. La vergine consacrata, reclinando il capo sulle mani, aveva sparso sulla mensa un tale fiume di lacrime da volgere in pioggia, con esse, il sereno del cielo. [...] L’uomo di Dio, vedendo che in mezzo a tali lampi, tuoni e tanta inondazione d’acqua non poteva affatto ritornare al monastero, cominciò a rammaricarsene e, rattristato, le disse: “Dio onnipotente ti perdoni, sorella. Che hai fatto?”. Ma ella rispose: “Vedi, io ti ho pregato, e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero”. Ma egli, non potendo uscire dal coperto, fu costretto a rimanere suo malgrado là dove non aveva voluto fermarsi di sua spontanea volontà. Passarono così tutta la notte vegliando e saziandosi reciprocamente di sante conversazioni concernenti la vita dello spirito. [...] Egli [Benedetto] si trovò davanti a un miracolo operato per la potenza di Dio dal cuore ardente di una donna». San Gregorio conclude l’episodio con la celebre frase: «Poté di più, colei che più amò» (Dialoghi, II, c. 33). Esiste ancora la cosiddetta Cappella del Colloquio, dietro la quale recenti scavi hanno riportato alla luce i resti di una piccola basilica absidata.
Sempre nei Dialoghi si narra che san Benedetto seppe della morte della sorella, avvenuta tre giorni dopo l’incontro, attraverso un segno divino: in direzione di Piumarola, ne vide l’anima penetrare nelle altezze dei Cieli sotto le sembianze di una candida colomba. Il Santo la fece portare a Montecassino e seppellire nella tomba che era stata preparata per lui e dove anch’egli fu sepolto poco tempo dopo. E «come la mente loro sempre era stata unita in Dio – commenta san Gregorio Magno –, nel medesimo modo li corpi furono congiunti in uno stesso sepolcro».
Dalla narrazione dei Dialoghi si possono evincere i tratti del carattere di santa Scolastica: dolcezza, costanza e perfino audacia nel chiedere quanto desidera, prima al fratello e poi a Dio. È dotata anche di una vena di fine umorismo quando, nel costatare l’avvenuto miracolo, gli fa notare che mentre le preghiere rivolte a lui sono cadute nel vuoto, quelle rivolte al suo Dio erano state ascoltate. Si intuisce qui la sua profonda unione con il Signore, che si degna di esaudirne all’istante la preghiera. Evidentemente era stata una sposa fedele di Cristo, che aveva servito generosamente in povertà, umiltà, obbedienza, fede e carità.

mercoledì 24 agosto 2016

Ricevuto dai Monaci di Norcia

Volentieri facciamo girare.

Cari amici,

Avete tutti ormai sentito del terremoto che ci ha colpiti la notte scorsa. Le forti scosse erano di magnitudo 6.2. Abbiamo passato le ultime ore ad osservare la situazione.

Primo: Stiamo tutti bene. Siamo vivi, e non abbiamo feriti da segnalare. Purtroppo però ci sono molti feriti nella regione, soprattutto tra gli abitanti dei paesini di montagna. Vi domandiamo di pregare per loro. Noi monaci faremo tutto il possibile per dare il nostro contributo sul territorio, ma avremo un gran bisogno del vostro sostegno spirituale.

Secondo: Come molti a Norcia e nelle aree circostanti, abbiamo subito ingenti danni agli edifici, specialmente alla nostra basilica. Ci vorrà del tempo per valutarne l’entità, ma è già molto triste vedere tutti i meravigliosi restauri fatti alla casa natale di San Benedetto trasformarsi in pochi secondi in rovine.

Terzo: Cosa fare? Vi domandiamo di pregare per noi, per chi ha perso la vita, per chi ha perso i propri cari, per chi ha perso la casa o i beni. Avremo bisogno del vostro aiuto come sempre, ma ora più che mai, per iniziare il progetto di ricostruzione. Per favore valutate la possibilità di fare un’offerta che ci aiuti ad iniziare.

I Monaci di Norcia

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Dear Friends,

Many of you have by now heard of the earthquake that struck us during the night. The quake was a powerful one with a magnitude of 6.2. We’ve taken the past few hours to assess the situation.

First: We are OK. We are alive, and the monks were not seriously injured. Sadly, there are many injuries to report among the people of the region, especially those in small mountain villages. Please pray for them. We monks will do what we can to contribute here on the ground, but we’ll need your spiritual support in a special way during this period.

Second: We, as many others in Norcia and surrounding areas, suffered a lot of damage to our buildings and especially to our basilica. It will take some time to assess the extent of the damage, but it is very sad to see the many beautiful restorations we’ve made to St. Benedict’s birthplace reduced, in a moment, to disrepair.

Third: What can you do? Please, pray for us, for those who have lost their lives, who have lost someone they love, who have lost their homes and livelihoods. We will need your help, as always but now in a special way, to start the project of rebuilding. Please consider making a gift to help us get started.

The Monks of Norcia



martedì 3 maggio 2016

IV Centenario dell'elezione del Primo abate Celestino del Monastero di San Benedetto di Norcia - Norcia, 8 maggio 2016


Il 24 aprile 1616 al monastero celestino di S. Benedetto di Norcia era riconosciuta, per la prima volta, la dignità abbaziale, sotto il governo dell’abate Germano da Capua (la cui figura si spera di delineare con futuri studi).
La comunicazione della scoperta di questa notizia, fatta dalla Dott.ssa Caterina Comino proprio alla vigilia del quattrocentesimo anniversario dell’evento, è stata presa come occasione per aprire un anno centenario che si vuole ricco di studi e di eventi culturali che culmineranno con la pubblicazione di un già avviato studio generale sulla storia del monastero di S. Benedetto. L’abbazia di San Benedetto cessò di esistere nel 1810 a causa della soppressione dell’Ordine dei Celestini, un ramo della famiglia benedettina che aveva retto il monastero per 400 anni.
Oggi questa plurisecolare esperienza cerca di rivivere con la rinata comunità di S. Benedetto, guidata dal priore P. Cassiano Folsom OSB, il quale ha accolto con entusiasmo l’iniziativa di celebrare il IV centenario del predetto riconoscimento, ritenendola provvidenziale per la crescita culturale e spirituale della nuova comunità.

lunedì 21 marzo 2016

L’alleanza dello spirituale e del temporale, lo spirito della cristianità nasce in monastero

Nell’odierna commemorazione di S. Benedetto, abate e confessore, stante il lunedì della Settimana Santa, rilancio questo breve contributo del compianto dom Calvet.




Il Sodoma, Il monaco Romano veste S. Benedetto, 1501-50, Abbazia Territoriale di Monte Oliveto Maggiore, Monte Oliveto

Il Sodoma, S. Benedetto ottiene abbondante farina con la quale sfama i suoi monaci, 1501-50, Abbazia Territoriale di Monte Oliveto Maggiore, Monte Oliveto

Filippo Napoletano, S. Benedetto riconosce e riceve Totila, re dei Goti, 1621, Basilica di S, Benedetto, Norcia

Philippe de Champaigne, L'angelo indica a S. Benedetto il luogo dove dovrà sorgere il monastero di Montecassino,1646 circa, Musée Carnavalet, Parigi

Philippe de Champaigne, S. Benedetto infrange la coppa avvelenata, 1638-43, Hermitage, San Pietroburgo

Ambito Philippe de Champaigne, Morte di S. Benedetto, XVII sec., collezione privata


Francisco de Zurbarán, S. Benedetto con la coppa di vino, 1640-45, The Metropolitan Museum of Art, New York

L’alleanza dello spirituale e del temporale, lo spirito della cristianità nasce in monastero. Attualissimo

di dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008)*

Due mesi fa, nella nostra ultima Lettre aux Amis du Monastère, mi ripromettevo di dirvi come una comunità monastica può operare in uno spirito di cristianità. Senza dubbio non si ricostituirà presto una civiltà cristiana, ma si possono costituire delle isole o dei fortini, come amava ricordare il compianto padre Roger-Thomas Calmel O.P. (1914-1975). Propongo sull’argomento alcuni fatti concreti che siano capaci d’illuminare la nostra riflessione.
Quando i primi monaci hanno fondato i loro monasteri nei paesi selvaggi dell’Europa, ciò che più tardi darà vita alla civiltà, essi hanno fatto tre cose: hanno coltivato la terra (un lavoro senza frode); hanno formato delle comunità fraterne, d’ispirazione familiare (in accordo con l’ordine naturale); hanno fatto salire il loro canto di lode a Dio, giorno e notte (ciò che li manteneva in contatto permanente con il loro fine soprannaturale). Il lavoro, la vita di famiglia, il canto liturgico: come si vede, si tratta di cose semplici e concrete, accordate alle aspirazioni naturali dello spirito umano. Allora “ha preso”, come si dice quando il fuoco si accende.
Vi è un inizio di cristianità ogni volta che qualcosa di santo e di rettificato esce dalla terra. Non si fabbricano dei valori di cristianità come non si fabbrica il grano che cresce; lo si coltiva, certo, lo si protegge, ma occorre anzitutto della buona terra e quel permesso divino composto da un accordo provvidenziale fra l’acqua, il sole e il lavoro degli uomini. Il radicamento benedettino ha dato vita all’Europa cristiana grazie a un’unione di fatti miracolosi che la storia registra sotto il nome di cause, ma che è in primo luogo un effetto interamente gratuito della grazia divina.
Questo accordo gratuito, indissolubile, fra la natura e la grazia, costituisce un primo principio. Lo spirito di cristianità eviterà di conseguenza ogni rivestimento, ogni difetto di esecuzione. Manifestare delle abitudini di pietà a detrimento delle virtù naturali, impostare una mistica senza ascesi, inventare dei gesti liturgici contrari alle leggi del sacro, comporre delle parole pie su dei cattivi cantici, pretendere d’incidere dei segni eterni su una materia friabile, sono degli imbrogli che presto o tardi finiranno per rivoltarsi contro l’uomo. Più che una mancanza di gusto, è una specie di menzogna, una grande disgrazia per le anime e per la civiltà.
Mille anni di cristianità mettono in discussione questa miserabile concezione della vita e testimoniano a favore di un’attenzione profonda, di un’immensa serietà nei confronti dell’ordine temporale. Il gusto della perfezione, la tenera sollecitudine con la quale si circondano le cose del tempo, sono sempre un segno di civiltà.
Gli hippy cercano l’evasione; i mistici cristiani piantano e costruiscono. Quando Dio ha deciso nel secolo XV di salvare il destino politico di una nazione cristiana, ha scelto una vergine e si è preso cura di farla istruire tramite la lunga mano di un arcangelo e di due santi del Paradiso. Ecco qualcosa che ci dovrebbe illuminare sull’eminente dignità dell’ordine temporale.
Quest’alleanza dello spirituale e del temporale, quest’articolazione dell’uno sull’altro, lo ritroviamo nella Regola di san Benedetto. La Regola, è vero, s’indirizza ai cercatori di Dio, alla ricerca di assoluto, ma lungi dallo spingerli a evadere dalla loro condizione di creature, essa si fonda anzitutto sulle semplici virtù naturali: la pietà filiale, la lealtà, la pazienza, l’ospitalità, l’amore del lavoro ben fatto, la vita in comunità con il suo corteo di esigenze, soprattutto l’umiltà e il mutuo supporto. È tutta un’educazione dell’uomo, preoccupato di ristabilire l’unità fra l’anima e il suo comportamento esteriore. Senza di essa non avremmo nemmeno l’idea di costruire con decenza una chiesa abbaziale, la cui architettura, nella purezza delle sue forme, sia come quella dei nostri antenati: un’immagine dell’anima e una predicazione silenziosa del mistero di Dio.

*Lettre aux Amis du Monastère, n. 27, 18 febbraio 1985, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.