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sabato 5 gennaio 2019
mercoledì 29 agosto 2018
giovedì 4 gennaio 2018
Circa la professione di fede promossa dai 3+2 vescovi
Lo
scorso 31 dicembre, tre vescovi kazaki, della diocesi di Astana, i monss. Tomash
Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider, hanno sottoscritto una solenne
professione di fede circa l’insegnamento tradizionale della Chiesa riguardo al
divieto di accesso dei divorziati risposati al Sacramento dell’Eucaristia (cfr.
Kazakhstan Bishops Call Communion for Remarried “Alien to the Entire
Tradition of the Catholic and Apostolic Faith”, in Onepeterfive,
Jan. 1st, 2018; D. Montagna, Three
bishops call Pope’s reading of Amoris Laetitia ‘alien’ to Catholic faith,
in Lifesitenews,
Jan. 2nd, 2018; Full text of Kazakhstan Catholic Bishops statement on
Amoris Laetitia, ivi;
I vescovi Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider: Professione
delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale, in Corrispondenza
romana, 2.1.2018; Pubblica Professione di fede dei tre vescovi del
Kazakhstan sul matrimonio sacramentale, in Chiesa
e postconcilio, 2.1.2018; Professione delle verità immutabili
riguardo al matrimonio sacramentale, in Riscossa
cristiana, 2.1.2018; ).
Una
professione di fede quantomeno opportuna, vista la recente pubblicazione, sugli
Acta Apostolicae Sedis, della nota missiva di adesione del Vescovo di
Roma ai Criteri – di accesso alla Comunione – elaborati dai vescovi della
regione ecclesiastica di Buenos Aires ed al rescritto del Segretario di Stato,
card. Parolin, su cui abbiamo avuto modo di intervenire in altra occasione (v.
qui)
e che è stata condivisa dal prof. De Mattei – e di ciò lo ringraziamo
pubblicamente (cfr. R. De Mattei, De Mattei: A Response to Edward Peters on
the Buenos Aires Letter & Authentic Magisterium, in Onepeterfive,
Dec. 19, 2017; De Mattei risponde a Edward Peters sulla lettera di
Buenos Aires e il magistero autentico, in Corrispondenza
romana, 28.12.2017, nonché in Chiesa
e postconcilio, 28.12.2017).
Da
parte nostra si è sostenuto, non senza argomentazioni giuridico-canoniche, che
quei documenti fossero da ritenersi “magisteriali” non in quanto provenienti
dalla Chiesa e, quindi, ascrivibili a giusto titolo nell’ambito della
Tradizione bimillenaria della Chiesa, ma in quanto chiara, pubblica ufficializzazione
dell’avvenuto mutamento dottrinale - riteniamo abusivo – compiuto dal Vescovo
di Roma; ufficializzazione, che, pensiamo, non possa essere minimizzata e
ridotta quasi ad una trascurabile opinione di un privato dottore (cfr. Bugie
e fango sugli Acta Apostolicae Sedis, ivi,
29.12.2017). Non si veda in quest’opposizione chissà quale dietrologia
(cfr. M. Faggioli, The
opposition to Pope Francis is not really about ‘Amoris Laetitia’, in
La
Croix, Dec. 29, 2017). No, è solo una questione di verità evangelica,
che va riaffermata e ribadita in quest’epoca nella quale essa viene messa in
dubbio.
Se
prima della pubblicazione sugli Acta ci potessero essere dubbi
interpretativi circa la natura della missiva del vescovo di Roma, che riteneva
l’interpretazione dell’accesso graduale dei divorziati risposati alla Comunione
così come elaborata dai vescovi argentini come unica possibile (il che poneva
termine a diverse ed altre interpretazioni, magari più aderenti alla Tradizione
della Chiesa per la quale il divieto è assoluto e non temperato in alcun modo e
neppure dall’eventuale colpa/discolpa di alcuno dei coniugi), oggi alcun dubbio
può sussistere al riguardo. La pubblicazione costituisce un’indubbia
ufficializzazione e, potremmo dire, “solennizzazione” dell’avvenuto mutamento
dottrinale, di cui, con buona pace di alcuni autori, forse è il caso che si
prenda atto per trarne le giuste conseguenze. Quantomeno per non generare ulteriore confusione, proponendo
interpretazioni – peraltro oggi ufficialmente escluse, pure le più bizzarre (tra queste ci piace porre in luce quella decisamente fantasiosa del card. Ouellet, secondo cui, in certi casi, si potrebbe consentire ai divorziati risposati di accostarsi ai Sacramenti, affinché, di fatto, ottengano ... la grazia di non chiederli! cfr. P. Baklinski, Did this Vatican Cardinal flip-flop on Communion for remarried because of Pope Francis?, in Lifesitenews, Oct. 18, 2017), essendo quella degli
argentini “l’unica possibile”! – che cerchino di far quadrare un cerchio, affermando che mancherebbe l'intenzione del vescovo di Roma di esercitare l'autorità magisteriale.
Ed
il mutamento dottrinale, pensiamo, sia avvenuto non agendo sul can. 915 – norma
di carattere generale concernente una serie indistinta di peccatori ostinati –
bensì sulla norma speciale e specifica dei divorziati risposati fatta propria
dall’insegnamento magisteriale della Chiesa e segnatamente, ad es., dall’esortazione
Familiaris Consortio. Per incidens: coloro che negano il valore
di “magistero” ad un’esortazione apostolica, in quanto documento
pastorale-esortativo, dovrebbero poi spiegare perché l’attribuiscono, invece,
alla Familiaris consortio, visto che anch’essa – quanto a natura del
documento adoperato – è un’esortazione apostolica … . A parte questa
considerazione, ad ogni modo, dicevamo che il mutamento dottrinale della norma
specifica – che deve ritenersi tacitamente abrogata – avrebbe inciso sulle tradizionali
condizioni di peccato mortale (materia grave, deliberato consenso e piena
avvertenza), e segnatamente sulla piena avvertenza e deliberato consenso, scadendo nell'etica della situazione, in quanto l'ambito delle circostanze attenuanti sarebbe ampliato e reso indeterminato in maniera più o meno occulta (affidandosi, di fatto, al "discernimento" del confessore), tanto da coincidere, nel loro esito pratico, pur non negandosi l'esistenza di una norma oggettivamente valida, con l'etica della situazione. Per questo, e cioè per come è presentata tale novità, essa sarebbe quantomeno favens haeresim (cfr. FAVENS HÆRESIM - L'equivocità magisteriale come deliberata premessa dell'errore, in opportuneimportune, 13.11.2017).
Per
cui, sarebbe non realistico non prendere atto che il Vescovo di Roma abbia inteso
mutare la dottrina di sempre della Chiesa, traendo le conseguenze teologiche e
canoniche che dovrebbero trarsi al riguardo.
In
questo contesto si pone l’odierna professione di fede dei vescovi di Astana,
confermandosi il Kazakistan come un bastione di fedeltà alla fede di sempre
(cfr. E. Barbieri, Il
Kazakistan: un bastione di fedeltà nella confusione presente, in Corrispondenza
romana, 2.1.2018). In effetti, questa professione – dall’indubbio
carattere spiazzante per i vescovi ed in primis per quello dell’Urbe –
comporterà che chiunque non vi aderisca dei circa 5.000 vescovi esistenti nel
mondo non possa essere considerato cattolico, ponendosi quindi fuori dalla
cattolicità. Certo, magari chi non vi aderirà, potrà fregiarsi nominalmente
dell’appellativo di cattolico, ma ciò sarà solo una questione nominale,
non sostanziale. Per essere sostanzialmente cattolici e, quindi, veri
successori degli Apostoli e veri Pastori (e non mercenari), i vescovi, loro
malgrado, dovranno aderire e compiere una tale professione.
Come
sotto S. Pio X – e per molto tempo dopo di lui – il mancato giuramento
antimodernista (per il testo, v. qui) comportava la qualifica di eresia o rendeva quantomeno dubbia l’ortodossia del soggetto (tanto da essere deferito al Tribunale del Sant'Offizio, v. m.p. Sacrorum Antistitum), oggi il prelato che non intenda aderire a questa
professione dovrebbe considerarsi sostenitore del mutamento dottrinale, con le
implicazioni sopra accennate.
Il
discrimen tra vescovo cattolico e sedicente “vescovo” sta oggi in
questo. Di qui ben a ragione sono comprensibili le motivazioni degli altri due
sottoscrittori, che si sono aggiunti agli originari tre presuli, vale a dire
mons. Carlo Maria Viganò e mons. Luigi Negri (cfr. D. Montagna, Former US Nuncio joins statement calling Pope’s
reading of Amoris Laetitia ‘alien’ to Catholic faith, in Lifesitenews,
Jan. 2nd, 2018; D. Hitchens, Five
bishops reaffirm traditional teaching on Communion, in Catholic
Herald, Jan. 3rd, 2018; Due vescovi italiani aderiscono alla
professione di verità sul matrimonio sacramentale, in Corrispondenza
romana, 3.1.2018 ed in Chiesa
e postconcilio, 2.1.2018;
Possiamo
ben comprendere l’irritazione in quelle, un tempo sacre, stanze da parte dell’attuale
establishment chiesastico, come ci racconta il giornalista Marco Tosatti (La
strategia del Pontefice contro i cinque vescovi coraggiosi, secondo Anonimi
della Croce: screditarli. Poi, una coincidenza singolare, in Stilum
Curiae, 3.1.2018). Certo però che se quanto afferma il giornalista
fosse confermato e cioè al vero che il Vescovo di Roma cercasse con il
discredito di “minimizzare” l’iniziativa dei tre+due presuli, crediamo che egli
abbia sbagliato strategia, poiché, anche se fossero screditati come persone,
rimarrebbe che, senza l’adesione di alcuno degli altri cinquemila e passa
vescovi della Chiesa (vescovo di Roma compreso) a quella professione, sarebbero
questi ultimi a risultarne screditati, in quanto non aderenti ad una
professione di fede integralmente cattolica. Cosicché, come lo fu per il
giuramento antimodernista, coloro che non vi aderissero sarebbero semplicemente
non cattolici e, quindi, de facto, non più Pastori legittimi dell’Ecclesia
Catholica, in quanto eretici ed aderenti ad una chiesa che non
sarebbe quella di Cristo. Questa sarebbe la conseguenza.
Per
cui, non prendesse sotto gamba quest’eventualità il vescovo di Roma! Potrebbe
non aderire alla suddetta professione solo se dimostrasse mediante la
Tradizione che sarebbe quella professione ad essere contro il deposito della
fede. Ma fino a che non ne sarà dimostrata l’eterodossia alla luce della
Tradizione e del magistero bimillenario della Chiesa – cosa che riteniamo
impossibile – riteniamo che la mancata adesione alla professione comporterà la
qualifica di eretici per i presuli che non la sottoscrivessero.
Un
suggerimento estremo dunque ci sentiamo di poterlo dare ai vescovi e cardinali
della Catholica: sottoscrivetela e rimangiatevi quanto scritto su AL!
Meglio passare da ridicoli e macchiette dinanzi al mondo (dicendo “ragazzi,
abbiamo scherzato …”), piuttosto che passare, dinanzi alla Chiesa ed a Dio,
da eretici ostinati, con ciò che questo comporta!
Del resto, non aveva detto il vescovo di Roma, per il quale - forse - le parole non hanno molto peso, che avrebbe recitato, se glielo avessero chiesto, quanti Credo si volesse (cfr. qui; S. Cernuzio, Francesco in aereo: “Non sono un anticristo o un antipapa. Se volete recito il Credo…”, in Zenit, 22.9.2015; M. Ansaldo, Bergoglio: "Io comunista o antipapa? Se necessario recito il Credo...", in La Repubblica, 23.9.2015??? Bene: reciti allora questa professione di fede. Pubblicamente. E vi aderisca e la sottoscriva. In fondo, è pur sempre un credo ... .
Augustinus Hipponensis
mercoledì 6 dicembre 2017
sabato 25 novembre 2017
“Interim Catharína edúcitur e custódia; et rota expedítur, crebris et acútis præfíxa gládiis, ut Vírginis corpus crudelíssime dilacerarétur. Quæ máchina, brevi Catharínæ oratióne, confrácta est; eóque miráculo multi Christi fidem suscepérunt. Ipse Maximínus, in impietáte et crudelitáte obstinátior, Catharínam secúri pércuti ímperat. Quæ, fórtiter dato cápite, ad duplicátum virginitátis et martyrii præmium evolávit séptimo Kaléndas Decémbris; cujus corpus ab Angelis in Sina, Arábiæ monte, mirabíliter collocátum est” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTÆ CATHARINÆ ALEXANDRINÆ VIRGINIS ET MARTYRIS
Sfortunatamente, la
leggenda di santa Caterina è priva di ogni autorità: gli antichi calendari
orientali ed egiziani, addirittura, non la nominano mai.
In Occidente, il culto
di santa Caterina non apparve che verso l’XI sec.
La sua leggenda, per la verità, era già
conosciuta da un certo tempo, fino a quando, nel 1948, si scoprì nella chiesa romana
di San Lorenzo fuori le mura un affresco rappresentante la vergine di
Alessandria che risaliva all’VIII-IX sec. Ma l’esistenza di un affresco di una
tal epoca non rientrerebbe che nella “preistoria” di un culto. Questo culto,
infatti, era nato precisamente nel IX sec. nel Sinai, dove si cominciava a
venerare la tomba di santa Caterina nel monastero eretto dall’imperatore
Giustiniano (527-565) nel luogo della Teofania del Roveto ardente. Due secoli
più tardi, l’abbazia della Trinità al Monte di Rouen pretenderà di possedere,
essa stessa, qualche reliquia della santa e la venerazione per il suo nome si
diffuse in Francia.
Furono, tuttavia, i Crociati che la resero così popolare che Caterina divenne
una delle sante più onorate alla fine del Medioevo in Occidente.
Nel giorno ottavo della Dedicazione di
san Pietro, la nostra Santa non poteva essere l’oggetto che di una mera
commemorazione a San Pietro. La presenza del suo nome nel calendario del
Vaticano e della sua Passio nel Passionario
del Laterano testimonia del radicamento del culto di santa Caterina a Roma nel
XII sec.
Solo in quest’epoca vediamo apparire la festa del 25 novembre nei sacramentari di Francia e d’Italia e nei sinassari bizantini, mentre il calendario copto, erede della tradizione alessandrina, doveva sempre ignorarla. Si è rilevata l’importanza delle Crociate nello sviluppo che prese allora il culto di santa Caterina, chiamata a divenire, dal XIII al XV sec., sempre più popolare, ma questa espansione fu prima di tutto tributaria della diffusione della sua Passione, che conobbe molteplici sviluppi (Sulla Passione di santa Caterina e sullo sviluppo del suo culto, v. J. Baudot – L. Chaussin (a cura di), Vies des Saints et des Bienheureux selon l’ordre du calendrier avec l’historique des fêtes par les RR. PP. Bénédictins de Paris, tomo 11, Paris 1954, pp. 854-872. Ma questo studio non fa menzione dell’affresco scoperto nel 1948 a san Lorenzo. Questo si trova in una cappella decorata di affreschi che rappresentano, su un muro, la Vergine Maria assisa con il Bambino Gesù, circondata da angeli alati e, su un altro muro, i santi Lorenzo, Andrea, Giovanni evangelista e santa Caterina. In ragione della loro tecnica, del loro stile e della paleografia delle iscrizioni che accompagnano ogni santo, questi affreschi non possono essere posteriori al IX sec. Se ne trova una riproduzione in R. Krautheimer, Corpus basilicarum christianarum Romae, tomo 2, Città del Vaticano 1962, p. 88) (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 315-316).
Solo in quest’epoca vediamo apparire la festa del 25 novembre nei sacramentari di Francia e d’Italia e nei sinassari bizantini, mentre il calendario copto, erede della tradizione alessandrina, doveva sempre ignorarla. Si è rilevata l’importanza delle Crociate nello sviluppo che prese allora il culto di santa Caterina, chiamata a divenire, dal XIII al XV sec., sempre più popolare, ma questa espansione fu prima di tutto tributaria della diffusione della sua Passione, che conobbe molteplici sviluppi (Sulla Passione di santa Caterina e sullo sviluppo del suo culto, v. J. Baudot – L. Chaussin (a cura di), Vies des Saints et des Bienheureux selon l’ordre du calendrier avec l’historique des fêtes par les RR. PP. Bénédictins de Paris, tomo 11, Paris 1954, pp. 854-872. Ma questo studio non fa menzione dell’affresco scoperto nel 1948 a san Lorenzo. Questo si trova in una cappella decorata di affreschi che rappresentano, su un muro, la Vergine Maria assisa con il Bambino Gesù, circondata da angeli alati e, su un altro muro, i santi Lorenzo, Andrea, Giovanni evangelista e santa Caterina. In ragione della loro tecnica, del loro stile e della paleografia delle iscrizioni che accompagnano ogni santo, questi affreschi non possono essere posteriori al IX sec. Se ne trova una riproduzione in R. Krautheimer, Corpus basilicarum christianarum Romae, tomo 2, Città del Vaticano 1962, p. 88) (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 315-316).
Un gran numero di
chiese, di altari e d’immagini furono eretti nel Medioevo in onore di questa martire,
che fu anche scelta come protettrice dei filosofi. La critica non ha ancora
detto la sua ultima parola sulla personalità di santa Caterina; tuttavia,
sebbene ignoriamo i dettagli della sua biografia, Dio ha voluto glorificare la
sua Santa sul monte Sinai, dove i pellegrini, ancora oggi, venerano la sua
tomba.
Santa Gertrude, che, fin
dalla sua infanzia, ebbe una grande devozione a santa Caterina, domandò un
giorno al Signore di mostrarle la gloria celeste della sua Patrona. Fu esaudita
e vide la vergine d’Alessandria su un trono d’oro, circondata dai saggi che
ella aveva attirato alla verità della fede e che formavano nel cielo la sua
corona più brillante.
Roma medievale elevò in
onore di santa Caterina μεγαλομάρτυρος καὶ πανσόφου almeno sei chiese. Queste sono: Santa Caterina de Cavallerottis, presso
San Pietro (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia
Vaticana, Roma 18912, pp. 782-783; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze
1927, pp.
235-236); Santa Caterina della Rota o de’ Sabellis (Armellini,
op. cit., p. 412; Huelsen, op. cit.,
pp. 325-326); Santa Caterina ai
Cenci (Armellini, op. cit., pp. 574-575; Huelsen, op. cit.,
p. 530); Santa
Caterina de cryptis Agonis poi chiamata San Niccolò in Agone (Armellini, op. cit., pp. 388-389; Huelsen,
op. cit., p. 389); Santa
Caterina in Pallacinis o de’ Funari o della Rosa (Armellini, op. cit., p. 567. Cfr. Huelsen,
op. cit., p. 331); Santa
Caterina sub Tarpeio o de’ Porta Leone (Armellini, op. cit., p. 615; Huelsen, op. cit., pp. 236-237).
La messa è dal Comune, Loquebar, salvo la colletta che
è propria. Festa già al rango doppio prima della riforma di san Pio V. Di III
classe dal 1960.
Il Cristo è una montagna, perché Egli solo, come
Dio ed uomo insieme, si eleva ad un’altezza infinita al di sopra di tutte le cose
create. È una montagna affinché tutti i popoli possano vederlo ed orientarsi
verso lui. È infine una montagna, perché il Signore è in circuila populi sui, come una corona di colline che cingono e
proteggono Gerusalemme.
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| Juan Correa, S. Caterina d'Alessandria, XVII sec., Museo Nacional de Arte, Città del Messico |
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| Guido Reni, Martirio di S. Caterina, 1607, Museo diocesano, Albenga |
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| Guido Reni, S. Caterina, XVII sec., Hunterian Art Gallery, University of Glasgow, Glasgow |
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| Guido Reni, Vergine in trono col Bambino tra i SS. Francesco e Caterina d'Alessandria, XVII sec., collezione privata |
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| Francisco de Zurbarán, Matrimonio mistico di S. Caterina, 1660-62, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid |
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| Ambito romano, Matrimonio mistico di S. Caterina d'Alessandria alla presenza dei SS. Giuseppe, Cecilia e Beata Angelina da Montegiove, XVIII sec., Terni |
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| Antonio Balestra, Gloria di S. Caterina d'Alessandria, 1734, Verona |
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| Pietro Costa, S. Caterina rompe le ruote dentate e viene condotta al luogo della decapitazione, 1795, La Spezia |
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| Scuola lombarda, Trasporto miracoloso del corpo di S. Caterina sul Sinai, 1799, La Spezia |
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| Ambito veneto, Martirio di S. Caterina, XIX sec., Verona |
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| Giovan Battista Garberini, Martirio di S. Caterina, XIX sec., Vigevano |
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| Antonio Zona, S. Caterina in trono, XIX sec., Vicenza |
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| Karl von Blaas, Miracolosa traslazione del corpo di S. Caterina ad opera degli angeli sul Sinai, 1860, Harvard Art Museums/Fogg Museum, Harvard University, Harvard |
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| Ponziano Loverini, S. Giuseppe col Bambino in trono tra i SS. Francesco di Sales e Caterina d'Alessandria, 1894, Basilica di Sant'Alessandro in Colonna, Bergamo |
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| Ambito vicentino, Matrimonio mistico di S. Caterina d'Alessandria, 1890 circa, Vicenza |
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| Biagio Canevari, Le SS. Lucia e Caterina d'Alessandria intercedono per le anime purganti, 1890 circa, Vigevano |
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| Luisa Roldán, detta La Roldána, Matrimonio mistico di S. Caterina d'Alessandria, 1690 circa |
martedì 13 giugno 2017
domenica 29 gennaio 2017
San Francesco di Sales era un pastore con il coraggio della verità. A differenza di troppi suoi laudatores
In onore di S. Francesco di
Sales, vescovo-principe di Ginevra, confessore e Dottore della Chiesa, che fu
animato, per i fratelli, da amore vero, forte, di uomo di carattere, non tenerezza
sentimentale priva di nerbo e di sostanza, e la cui festa celebriamo oggi, ricordando la sua opera di missione in
terra protestante (cfr. Ermes Dovico,
Francesco di Sales, la sua missione in terra protestante, in LNBQ,
24.1.2017), rilanciamo questo contributo.
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| Sacro Cuore tra i SS. Giovanni evangelista, Margherita Alacoque (o Teresa d'Avila?) e Francesco di Sales |
SAN FRANCESCO DI SALES ERA UN PASTORE CON IL CORAGGIO
DELLA VERITÀ. A DIFFERENZA DI TROPPI SUOI LAUDATORES
da San Francesco di Sales, Dottore della Chiesa e maestro
di vita cristiana di mons. Luigi Tirelli
«Centro della sua giornata è la
Messa, vissuta intensamente. Allo stesso modo teneva in gran conto il
sacramento della Confessione, per sé e per gli altri.
Nel periodo dello Chablais
(1594-1598) le sue lettere ci danno uno spaccato della sua anima: retto e
inflessibile ma allo stesso tempo prudente e delicato non nasconde i suoi sentimenti
ma ha il coraggio della verità.
L’eresia che affligge la Chiesa
va combattuta e perciò Francesco conquistò la stima di Beza, il continuatore di
Calvino, ma non riuscì a riportarlo in seno alla fede cattolica.
Clemente VIII, Paolo V, Leone XI,
il Baronio, il Bellarmino lo ammirarono e stimarono incondizionatamente.
Francesco è un oratore nato, non nel senso che comunemente si dà a questa
parola ma nella sua migliore accezione poiché il vero comunicatore ha la
capacità di parlare “col cuore, mentre la lingua parla soltanto alle orecchie”
(sono sue felici espressioni).
I suoi modelli sono san Carlo
Borromeo, san Filippo Neri, i Barnabiti, i preti dell’Oratorio. Pronunciò, in
18 anni di ministero, 3 o 4 mila sermoni e scrisse un trattatelo in forma di
lettera al vescovo Bourges, Andrea Frémyot, fratello di Giovanna Francesca di
Chantal.
Si convince col tempo che anche lo scritto ha i suoi vantaggi: “offre più tempo della voce alla riflessione, per pensare più profondamente”.
Si convince col tempo che anche lo scritto ha i suoi vantaggi: “offre più tempo della voce alla riflessione, per pensare più profondamente”.
Durante la sua missione allo
“Chablais” raccolse i suoi sermoni col titolo Meditazioni che chiamò poi
Controversie. È evidente in questo libro il suo zelo per la salvezza delle anime
e per combattere l’eresia, soprattutto quella degli ugonotti.
Fu allora che un tal Viret,
calvinista sfegatato, autore di un velenoso libercolo contro la presenza reale
nell’Eucarestia, lo attacca violentemente ed egli allora scrisse una Breve meditazione
sul Simbolo degli Apostoli, in cui suffraga ogni affermazione con
citazioni della Scrittura e dai Padri: è con questo criterio o metodo che
combatte tutte le opere dei calvinisti.
Quando il Viret osò mettere in dubbio la verginità della Madonna Francesco fece notare l’ignoranza dell’oppositore. Al calvinista Beza propose, per ordine di Clemente VIII, un incontro ma si accorse presto della pervicace ostinazione del suo interlocutore e quando ad Annegasse, a pochi chilometri da Ginevra, ci fu una solenne celebrazione delle Quarantore e i ministri calvinisti ginevrini organizzarono una violenta opposizione, il santo compose un’opera, Difesa dello Stendardo della Croce, che fu pubblicata tre anni dopo, nel 1600, a causa di una seria malattia e di un viaggio a Roma.
Quando il Viret osò mettere in dubbio la verginità della Madonna Francesco fece notare l’ignoranza dell’oppositore. Al calvinista Beza propose, per ordine di Clemente VIII, un incontro ma si accorse presto della pervicace ostinazione del suo interlocutore e quando ad Annegasse, a pochi chilometri da Ginevra, ci fu una solenne celebrazione delle Quarantore e i ministri calvinisti ginevrini organizzarono una violenta opposizione, il santo compose un’opera, Difesa dello Stendardo della Croce, che fu pubblicata tre anni dopo, nel 1600, a causa di una seria malattia e di un viaggio a Roma.
Nel frattempo Francesco ricevette
nella Città Eterna la nomina di vescovo titolare di Nicopoli (marzo 1599).
Compose in quel tempo l’orazione funebre per il Principe di Mercœur, al cui
casato era debitore per i benefici ricevuti».
Fonte: Il
Timone, 24.1.2017
martedì 16 agosto 2016
sabato 18 giugno 2016
La Verità genera odio e scandalo nei mondani in un aforisma di S. Antonio da Padova
Chissà se taluno, dalle parti dell'hotel Santa Marta in Roma, avrà mai incrociato il seguente Sermone del Santo Dottore di Padova (o di Lisbona):
Fonte: Il Timone, 17.6.2016
mercoledì 24 febbraio 2016
lunedì 7 dicembre 2015
Quando i santi perdono la pazienza, iniziano a usare le mani per predicare il vangelo...
Abbiamo accennato ieri, parlando di S. Nicola, all’episodio del
suo celebre schiaffo all’eretico alessandrino Ario nel corso del Concilio di
Nicea; un episodio che da solo valse al nostro Santo il titolo di Confessore.
Anche S. Ambrogio non fu da meno nei confronti degli eretici.
Famoso fu il suo scontro, nella c.d. controversia delle basiliche, con il vescovo
ariano Mercurino Aussenzio (detto Aussenzio II), chiamato dall’imperatrice
Giustina, che, come il suo predecessore Aussenzio (Aussenzio I), voleva allontanare
i fedeli dalla vera fede con metodi violenti. Nell’Epistola contra Auxentium
(Ep. 75), Ambrogio oppose la moderazione dimostrata da Cristo nell’episodio
della cacciata dei mercanti dal tempio (Gv 2, 13-22), alla crudeltà con cui Aussenzio
e Mercurino Aussenzio perseguitavano i veri cattolici: «Paucos excludebat Dominum Jesus de templo suo; Auxentius
nullum reliquit. De templo suo Jesus flagello eicit, Auxentius gladio; Jesus
flagello, Mercurinus securi. Pius Dominus flagello exturbat sacrilegos; nequam [Auxentius] persequitur pios ferro». Il
flagello di Cristo contro la spada dell’ariano. Il flagello è lo strumento di
Dio per punire i sacrileghi e gli eretici; uno strumento selettivo, di moralitas,
di misericordia, di una persuasione cedevole (inflexa), che non uccide; la spada è, invece, il modo in cui gli iniqui
perseguitano i cattolici. Persino Montini rimaneva turbato il giorno della
prima festa del Santo Arcivescovo a Milano il 7 dicembre 1955: «Perché
Ambrogio, Patriarca nostro, vieni a noi incontro col braccio alzato, impugnando
minaccioso il flagello, quasi codesto fosse il tuo gesto caratteristico, o
quasi noi meritassimo in sempiterno d’essere colpiti dalla tua sferzante
severità? Come mai l’arte dimentica le sue prime espressioni, che davano altra
figura e traducevano nella rigidità di linee faticate e modeste un sembiante
grave, quale si addice a volto romano delineato da mano primitiva, ma mansueto
e ieratico, non dissonante ai dolci e sacri nomi di vescovo e di padre? È
dunque il timore il sentimento con cui dobbiamo a te avvicinarci, curvi sotto l’atteso
del tuo scudiscio, piuttosto che chinati dalla riverenza amorosa del tuo culto?»
(Giovanni Battista Montini, Nove
ritratti di sant’Ambrogio, Città del Vaticano, 1974, p. 17).
Ne restano turbati in verità gli eretici. La corte imperiale - filoariana
– infatti dipinse il nostro Santo come tyrannus e parlò della sua
opposizione alla decisione imperiale di cessione di basiliche cattoliche agli
ariani come di usurpazione. In verità, come nota anche la storica Marta Sordi, si
trattava di una lotta per la libertà della Chiesa, che non poteva cedere proprie
chiese agli eretici né poteva esservi obbligata da autorità esterne (cfr. Marta Sordi, La grandezza di Ambrogio,
in Il Timone, dic. 2002).
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| Alvise Vivarini e Marco Basaiti, Pala di S. Ambrogio, 1503, Cappella dei Milanesi, Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, Venezia |
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| Mattia Preti, S. Ambrogio scrive i suoi Commentari con in mano il flagello, 1642, museo diocesano, Milano |
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| Carlo Francesco Nuvolone, Sant'Ambrogio, 1645, museo diocesano, Milano |
Quando i santi perdono la pazienza, iniziano a usare le mani per predicare il
vangelo...
San Nicola è
ricordato come un santo che ama i bambini, che pensava alle ragazze da
maritare, che veglia sui marinai e porta regali ai poveri.... Tutto vero, ne
abbiamo parlato negli anni scorsi (vedi qui),
ma tutto questo zucchero alla Babbo Natale rischia di far
dimenticare anche un altro lato del santo vescovo di Myra, che ci mostra come
andasse a finire lo sfibrante dialogo teologico tra i focosi pastori del IV
secolo.
Siamo nel 325, san
Nicola è uno dei Padri del I Concilio Ecumenico della Chiesa, il Concilio di
Nicea.
Ario è chiamato a
difendere la sua posizione che propugna l'inferiorità di Cristo rispetto al
Padre. San Nicola ad un certo punto del discorso non si tiene più, non ce la fa
a continuare ad ascoltare le elucubrazioni senza senso di Ario. Così si alza,
si avvicina all'eretico e lo stende a terra con un gancio! E' successo davvero
e questo evento storico viene non poche volte immortalato negli affreschi di
chiese bizantine (come si vede dalle immagini allegate in questo post).
Tanto che
l'Imperatore Costantino, presente alla scena, e gli altri vescovi in aula,
scandalizzati dall'azione violenta di Nicola contro Ario, immediatamente
spogliano Nicola del suo ufficio episcopale e gli confiscano i due simboli del
suo rango di vescovo cristiano, ovvero la sua copia personale del libro dei
Vangeli e il pallio (chiamato 'omophorion' che in oriente è
il paramento tipico di tutti i vescovi).
Nicola così spogliato
fu rinchiuso in cella a sbollire. Mentre era in prigione per la sua scazzottata
con l'eretico, quella stessa notte, gli vennero a far visita Cristo e la Beata
Vergine Maria. Nostro Signore chiese a san Nicola: "Perché sei qui?" e
Nicola rispose: "Perché ti amo, mio Signore e mio Dio"!
Cristo allora diede
in regalo a Nicola la copia dei santi Vangeli che portava con sé e subito dopo,
la Vergine santa rivestì Nicola con il pallio episcopale, segnalando così che
era stato restituito alla sua dignità di vescovo.
Questa storia ci
chiarisce come mai nelle icone san Nicola sia spesso affiancato dalle due
piccole figure di Cristo e della Vergine intenti a passargli un libro e un
pallio episcopale, simboli che sempre Nicola porta addosso nelle raffigurazioni
a lui dedicate.
Quando poi
l'Imperatore Costantino sentì del miracoloso intervento a favore di Nicola,
ordinò che egli fosse subito liberato e ristabilito come vescovo del Concilio.
Il Credo di Nicea che alla fine condannò Ario e le sue empie dottrine fu poi
firmato anche da san Nicola. E fino ad oggi ricordiamo come uno dei suoi più
grandi regali la fede nella divinità di Gesù Cristo, consustanziale con il
Padre, che Nicola, Atanasio e tanti altri santi hanno difeso con tutte le
forze.... e che forze!
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| Altra immagine del Santo vescovo mentre percuote l'eretico Ario |
venerdì 23 ottobre 2015
Card. Burke: “Sì, sono fondamentalista: sono aperto al mondo, ma insisto sulle cose fondamentali. Come l’Eucaristia”
Rilanciamo volentieri quest’interessante intervista rilasciata al
Foglio dal card. Burke.
“Sì, sono un fondamentalista”,
parla il cardinal Burke
“Sono aperto al mondo, ma insisto sulle cose fondamentali. Come
l’eucaristia”. “La Chiesa deve essere chiara sulla sua identità”, dice al
Foglio il canonista
di
Matteo Matzuzzi
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| Il cardinale Raymond Leo Burke, ora patrono del Sovrano militare ordine di Malta, è stato prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura apostolica dal 2008 al 2014 |
Se per fondamentalista si intende qualcuno che insiste sulle cose
fondamentali, sono un fondamentalista. Quale sacerdote, non insegno me stesso e
non agisco per me stesso. Appartengo a Cristo. Agisco nella sua persona.
Insegno solo quello che Egli insegna nella sua Chiesa, perché questo
insegnamento salverà le anime”. Il cardinale Raymond Leo Burke, canonista e da
quasi un anno patrono del Sovrano militare ordine di Malta, risponde così alla
domanda del Foglio se la sua nota e ripetuta opposizione a ogni mutamento della
prassi pastorale in discussione in queste settimane al Sinodo sia tacciabile di
“fondamentalismo”. Burke dice di lasciar perdere le etichette, il cui uso “è un
modo per scontare una persona e per non considerare la verità di quello che
egli insegna o fa. Io sono cattolico romano, spero sempre di esserlo, e, alla
fine della mia vita terrena, di morire nelle braccia della Chiesa”. Da oggi
è in libreria Divino Amore incarnato - La santa Eucaristia sacramento di
Carità (Cantagalli), il suo ultimo libro tutto dedicato al sacramento della
comunione. Scrive Burke che l’eucaristia “è un mistero di fede, che edifica la
Chiesa”. Un libro che, spiega, “è stato ispirato dagli ultimi anni del
pontificato di san Giovanni Paolo II. Negli ultimi due anni del suo ministero
petrino, il santo Pontefice ha mostrato una straordinaria preoccupazione per la
perdita di fede eucaristica nella Chiesa, una situazione gravissima che egli ha
affrontato già dall’inizio del suo ministero petrino. E’ chiaro che al tramonto
della sua stagione al Soglio di Pietro egli ha voluto affrontare ancora una
volta e con grande forza la situazione, ispirando una nuova evangelizzazione
sull’eucaristia quale fonte e più alta espressione della nostra vita in
Cristo”.
Di eucaristia si discute e si duella in punta di fioretto da due anni, su
libri e giornali e assemblee episcopali. Darla o non darla ai divorziati
risposati è il dilemma su cui s’avviluppa il confronto sinodale, con gli
schieramenti contrapposti impegnati a individuare un compromesso capace
d’evitare ulteriori lacerazioni. Walter Kasper, teologo e cardinale tedesco cui
il Pontefice ha assegnato l’onere di tenere la relazione concistoriale sulla
famiglia, nel febbraio del 2014, ha ribadito di recente che non si può negare
la comunione ai divorziati risposati, dal momento che l’eucaristia “è sempre
per i peccatori”. Burke ha le idee chiare: “La posizione del cardinale Walter
Kasper non è conciliabile con la dottrina della Chiesa sulla santa comunione e
sull’indissolubilità del matrimonio. Certamente, il santissimo sacramento è per
i peccatori – che siamo tutti noi – ma per peccatori pentiti. La persona che
vive in un’unione irregolare è legata a un altro in matrimonio, e perciò vive
pubblicamente nello stato di adulterio, secondo il chiaro insegnamento del
Signore nel Vangelo. Finché la persona in un’unione irregolare, cioè in un
contesto contrario alla verità di Cristo sul matrimonio, non corregge la
propria situazione, non può accostarsi per ricevere i sacramenti, perché non ha
manifestato il pentimento necessario per la riconciliazione con Dio”. Eppure se
ne discute, e non sono pochi quanti vorrebbero aprire a tale possibilità, anche
in nome della misericordia divina che non lascia indietro nessuno. Dice Burke:
“Se la Chiesa permettesse la ricezione dei sacramenti (anche in un solo caso) a
una persona che si trova in un’unione irregolare, significherebbe che o il
matrimonio non è indissolubile e così la persona non sta vivendo in uno stato
di adulterio, o che la santa comunione non è comunione nel corpo e sangue di
Cristo, che invece necessita la retta disposizione della persona, cioè il
pentimento di grave peccato e la ferma risoluzione di non peccare più”.
“Tristemente – aggiunge il porporato – tutta la discussione che ha seguìto
la presentazione della tesi di cardinale Kasper, sia prima sia dopo l’assemblea
del Sinodo dei vescovi nell’ottobre del 2014, ha già creato una grande
confusione tra molti fedeli. Molti preti e vescovi mi dicono che tante persone
che vivono in unioni irregolari sono convinte che la Chiesa abbia cambiato il
suo insegnamento e che perciò possono ricevere i sacramenti. In una grande
città che ho visitato lo scorso maggio, sul portone di una chiesa parrocchiale
c’è un avviso in cui si avverte che in quella chiesa i divorziati risposati
hanno accesso ai sacramenti. In certi paesi, sembra che diversi vescovi abbiano
semplicemente preso la decisione di ammettere ai sacramenti quanti si trovano
in un’unione irregolare”. Vede confusione, Raymond Burke: “Non c’è dubbio che
la confusione sia già grande, e che la Chiesa, per il bene delle anime e per la
sua fedele testimonianza a Cristo nel mondo deve affermare chiaramente il suo
perenne insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio e sulla santa
comunione”.
Il modo per riaffermare tale insegnamento, osserva, è quello di tornare con
la memoria al 2003,quando Giovanni Paolo II scrisse “una bellissima lettera
enciclica sull’eucaristia, firmata il Giovedì Santo”. In quel testo, “egli ha
trasmesso un’istruzione della Congregazione per il culto divino e la disciplina
dei sacramenti, in collaborazione con la Congregazione per la dottrina della
fede, allo scopo di correggere i molteplici abusi nella celebrazione della
Santa Messa”. Ma non solo, visto che “ha anche convocato l’assemblea del Sinodo
dei vescovi sull’eucaristia”, evento che è stato celebrato “dopo la sua morte,
sotto la presidenza di Papa Benedetto XVI. Ha anche inaugurato l’Anno
dell’Eucaristia per favorire una più adeguata catechesi sulla comunione, una
più viva partecipazione nel sacrificio eucaristico, e una più ardente devozione
al santissimo sacramento. Papa Benedetto XVI ha proseguito su questa strada di
attenzione al sacramento intrapresa dal suo predecessore, conducendo il Sinodo
sull’eucaristia e scrivendo una straordinaria esortazione postsinodale, la
Sacramentum Caritatis”. Ed è proprio quest’ultima a ispirare, in secondo luogo
l’opera del porporato americano. Il rischio di oggi, forse, è di svilirne il
senso, quasi facendo apparire la comunione una routine e poco altro: “Non c’è
dubbio che, per varie ragioni, il supremo bene con il quale il Signore ha
dotato il suo Corpo mistico, la Chiesa, cioè il sacramento dell’eucaristia, da
molti nella Chiesa non è visto nella sua realtà tremenda. Quando uno considera
la verità enunciata da San Tommaso d’Aquino, secondo cui l’eucaristia contiene
tutto il bene della nostra salvezza, è difficile capire come mai tanti si
assentino dalla messa domenicale e tanti dichiarino di non ritenere che la
sacra ostia sia il vero Corpo di Cristo”.
Ma c’è anche altro, come ad esempio, la difficile comprensione per quel
“modo di offrire la santa messa centrato sul sacerdote e sulla congregazione
anziché sulla presenza reale di Cristo, assiso alla destra del Padre in cielo,
che scende sull’altare per fare presente il suo sacrificio, per offrirci di
nuovo il dono di se stesso, come ha fatto per la prima volta all’Ultima Cena,
anticipando la sua passione e morte per la nostra salvezza. Se uno crede
veramente nel sacramento dell’eucaristia, non rinuncerà a presenziare
all’assemblea eucaristica e vorrà dimostrare in modi concreti la sua fede
tramite la dignità della celebrazione della santa messa e le devozioni
eucaristiche, l’esposizione del Santissimo con la benedizione, le processioni
eucaristiche, le visite al Santissimo Sacramento, atti di comunione spirituale
durante il giorno, e così via”. Molti anni fa, Joseph Ratzinger notava la
crescente partecipazione dei fedeli alla comunione, una tendenza andatasi
consolidando nel corso dei decenni. In certe realtà, come gli Stati Uniti, quasi
nessuno rimane seduto al proprio posto durante il rito. Il problema, forse, sta
anche nel modo in cui si insegna il Catechismo? “Secondo me – dice il cardinale
Burke – la principale causa della perdita di fede eucaristica e di tutte le
offese offerte al Signore nella sua presenza reale nel santissimo sacramento è
una catechesi vacua e perfino erronea che ha pervaso la Chiesa negli Stati
Uniti per almeno gli ultimi quarant’anni. Non posso pronunciarmi sulla
situazione della catechesi in altri paesi. Già al tempo della mia ordinazione,
nel 1975, ho scoperto che i testi di catechesi sull’eucaristia erano gravemente
mancanti. Ho insegnato ai bambini, preparandoli per la prima comunione e ho
dovuto – fronteggiando anche la resistenza di certi catechisti – lavorare molto
per insegnare loro la dottrina essenziale sull’eucaristia e il dovuto
comportamento al momento della santa comunione e davanti al santissimo
sacramento. Mi ricordo che, nel primo anno, quando domandai ai candidati per la
prima comunione che cosa è la sacra ostia, la risposta comune (imparata dai
testi della catechesi) fu che è ‘pane speciale’. Quando ho tentato di precisare
che, se anche la sacra ostia ha l’apparenza di pane, non è più pane ma il corpo
di Cristo, i bambini rimanevano stupefatti: era una cosa che non avevano mai
sentito”.
Il fatto – aggiunge il porporato americano – “che alcuni, e forse molti,
genitori non insegnassero a casa la verità sull’eucaristia e non assistessero
regolarmente alla messa domenicale, ha aggravato sempre di più l’ignoranza
della fede eucaristica. Negli Stati Uniti si dice con una certa frequenza che
più del cinquanta per cento dei cattolici non crede più nella presenza reale.
Ma questo è il cuore della fede cattolica. Chi non crede più nella presenza
reale non è più cattolico. La situazione è grave e non può essere corretta se
non attraverso una catechesi completa e ripetuta – lungo gli anni dell’infanzia
e della gioventù, e anche per gli adulti con l’omelia domenicale – sulla
ricchezza della dottrina sull’eucaristia, sul modo di celebrare la santa messa
che evidenzia l’azione di Cristo tramite la persona del sacerdote che guida i
fedeli nel sacrificio eucaristico. Una catechesi necessaria anche in
riferimento alla devozione eucaristica che è stata sviluppata in modo
straordinario lungo i secoli cristiani, come Papa Benedetto XVI sottolinea
nell’esortazione postsinodale Sacramentum Caritatis”.
Un esempio può essere dato dall’Africa, dove la Chiesa è giovane e dinamica
e i numeri delle conversioni sono straordinari se paragonati a quelli
dell’occidente stanco e sempre più secolarizzato? A giudizio del cardinale
Burke, “come già il beato Paolo VI ha insistito e come san Giovanni Paolo
II ha ripetuto durante tutto il suo lungo pontificato, la Chiesa nei paesi del
cosiddetto ‘primo mondo’ ha urgentemente bisogno di una nuova evangelizzazione,
cioè di insegnare, celebrare e vivere la fede cattolica con l’entusiasmo e
l’energia dei primi cristiani e dei primi missionari. La Chiesa giovane e
vivace in Africa, per esempio, ci insegna tale entusiasmo e energia fondati
sicuramente nell’insegnamento apostolico e nella disciplina che lo salvaguarda
e promuove”. Burke torna al Sinodo di un anno fa, dove “si insisteva
sull’ammissione ai sacramenti per persone che vivono in un’unione irregolare e
sulla necessità per la Chiesa di modificare il suo approccio riguardo le coppie
che convivono – che non sono sposate ma che vivono in modo coniugale – e a
persone dello stesso sesso che vivono una liaison omosessuale. Secondo me – osserva
il cardinale – questa insistenza fondamentalmente sbagliata è ispirata da una
falsa comprensione del rapporto tra la fede e la cultura. Se la Chiesa deve
andare incontro alla cultura, andare alle periferie, come Papa Francesco ci ha
frequentemente esortato, questo incontro con la cultura può essere salutare e
fruttuoso solo se la Chiesa agisce e parla con la chiarezza e limpidezza
congrua alla sua identità divina e umana. Se la Chiesa non è chiara sulla
propria identità e su quello che ha da offrire alla cultura, rischia di
contribuire alla confusione”, e questo è “l’errore che sta distruggendo la
cultura in molti paesi”. Invece – chiosa Burke – “il suo incontro con la
cultura deve essere l’occasione per la riforma della cultura stessa. Cristo,
quando ha incontrato la Samaritana al pozzo di Giacobbe, è stato sì molto
accogliente ma ha parlato chiaramente a lei sul grave disordine dei suoi
molteplici matrimoni e dei requisiti inerenti al culto di Dio ‘in spirito e
verità’”. Il nostro interlocutore ripercorre i recenti viaggi in Africa e Asia,
compreso quello recente in Sri Lanka: “Sono rimasto molto colpito dalle
manifestazioni di fede profondamente cattolica, specialmente di fede
eucaristica. Era evidente come i fedeli non avessero gli occhi oscurati o accecati
dalla secolarizzazione, che non ha niente da fare con la fede perché è
fondamentalmente – come ha affermato Papa Giovanni Paolo II – un modo di vivere
come ‘se Dio non esistesse’. Invece, la fede vissuta con chiarezza e limpidezza
illumina le ombre della secolarizzazione e ispira una trasformazione”.
Qualche giorno fa, il Foglio ha ospitato un intervento del filosofo
Stanislaw Grygiel, allievo e per molti anni consigliere di Giovani Paolo II.
Grygiel sosteneva che al Sinodo è in gioco la natura sacramentale della Chiesa.
Burke osserva che “quando i farisei hanno tentato di ingannare Gesù con la
domanda sulla possibilità per gli sposati di divorziare, egli ha risposto
insistendo che Dio dall’inizio (dalla Creazione) ha fatto uomo e donna per
partecipare, tramite la loro unione fedele, duratura e procreativa, la
loro una carne, al suo amore divino che è fedele, duraturo e generativo di
nuova vita umana. Cristo ha reso chiaro che egli non è venuto nel mondo per
cambiare la realtà matrimoniale come Dio Padre l’ha costituito dall’inizio del
mondo, bensì per restituirla alla sua verità, bellezza e bontà originale.
Per la sua passione, morte, risurrezione e ascensione, Cristo ha elevato il
sacramento naturale, quale partecipazione dell’Amore divino, al sacramento
soprannaturale, conferendo sugli sposati la grazia di vivere fedelmente, sino
alla fine, la verità del loro stato matrimoniale”. “Se la Chiesa cambiasse
l’insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio sacramentale”, dice Burke,
“significherebbe attaccare il matrimonio quale sacramento naturale; il
matrimonio come Dio l’ha creato dall’inizio”.
Quanto alle critiche che spesso gli sono rivolte, di essere indisponibile a
ogni apertura verso le realtà concrete che trascendono l’astratta dottrina,
Raymond Burke sorride: “Sono del tutto aperto al mondo e sono pieno di
compassione per la situazione del nostro mondo, che è confuso e in errore sulle
più fondamentali verità: l’inviolabilità della vita umana, l’integrità del
matrimonio e il suo frutto incomparabile, la famiglia, e la libertà religiosa
quale espressione del rapporto insostituibile dell’uomo con Dio. Per questo
motivo, vado incontro al mondo con la vera compassione che offre al mondo la
verità nella carità. Ho scoperto, durante i quarant’anni del mio sacerdozio,
che quello che l’uomo (anche secolare) attende da un prete è Cristo, la sua
verità, il suo amore. Un prete che – di fronte alla situazione della cultura
odierna – non annuncia con chiarezza la verità, non pratica la carità pastorale
e manca nella testimonianza inerente al suo ufficio”.
Fonte: Il Foglio, 14.10.2015
Fonte: Il Foglio, 14.10.2015
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