Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 1 maggio 2020

Messe VO e NO in diretta streaming: a chi la corona senza virus?

Abbiamo ricevuto un interessante contributo del nostro amico Franco Parresio, il quale ha modo di interrogarsi sull’intervento della CEI riguardo alla riammissione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche dello scorso 26 aprile. Si è trattato, però, di un breve sussulto di orgoglio, perché non più di un paio di giorni dopo, la stessa CEI ha chiesto, con un parere, all’autorità governativa se potesse svolgere «i riti dell’ultima commendatio e della valedictio al defunto» relativamente ai funerali. Giustamente l’autorità governativa ha subito precisato, nel suo parere, che tali riti sono rimessi all’autorità ecclesiastica, esulando dalla competenza di un’autorità laica. Precisazione superflua. Ma forse non c’era neppure bisogno di richiedere un parere su questi aspetti, giacché la CEI ben doveva sapere che lo svolgimento di questi riti competeva all’autorità della Chiesa (v. sul punto, L. Scrosati, Termometro e incenso: Cei sottomessa anche sulla liturgia, in LNBQ, 1.5.2020).
Buona lettura.


Messe VO e NO in diretta streaming: a chi la corona senza virus?

di Franco Parresio

E sì!, Chi l’avrebbe mai detto!?
I Vescovi italiani hanno – con sorpresa di tutti – protestato formalmente contro l’ultimo DPCM, che «esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo» (vqui).
La CEI ha rivendicato in questo modo la «pienezza della propria autonomia» e «l’esercizio della libertà di culto», ricordando «a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale».
Ma ch’è successo?!
Fino al giorno prima piena sintonia col braccio secolare, al punto da mettere alla gogna quell’anziano sacerdote, colpevole di aver celebrato Messa con pochi fedeli; e ora!?
Dopo aver quasi canonizzato Martin Lutero, riabilitandolo e mettendolo alla stregua dei Dottori della Chiesa, adesso ci si ricorda che la nostra è «una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale»!?
È un po’ tardi! Ma… meglio tardi che mai!
Il fondato sospetto, però, è un altro: che le pecore non facciano più ritorno all’ovile!
Un problema da non sottovalutare non soltanto in termini economici, viste le richieste di aiuto postate sui social, come quella del Santuario Beata Vergine Addolorata di Campocavallo (vqui), ma anche e soprattutto psicologici. Mi riferisco a quei sacerdoti che stanno rivelando nelle loro messe in diretta streaming tutta la propria meschinità, con siparietti patetici e squallidi. E questo perché, come ha giustamente detto lo psichiatra Raffaele Morelli: «Non sappiamo stare con noi stessi, in questi giorni lo stiamo imparando. Non bisogna buttarsi a capofitto nell’incontro con gli altri, smetterla di correre e fare mille cose» (vqui).
Questo significa che i Vescovi non possono e non devono sottovalutare soltanto la pericolosità del coronavirus, ma temere seriamente – ora più che mai – gli effetti negativi generati dalla entusiastica neoteologia liturgica, esasperatamente antropocentrica e poco o nulla cristocentrica, e dalla autolesionistica propaganda della fin troppo decantata (sino alla nausea) bergogliana “Chiesa in uscita”. E considerare che, se da una parte c’è una Chiesa in uscita… di scena (nonché di senno), dall’altra c’è una sempre più crescente Chiesa in entrata: quella che si identifica, sebbene non interamente, con il Vetus Ordo, le cui funzioni religiose – specie quelle di quest’ultimo Triduo Pasquale trasmesse in diretta streaming sui vari canali social come youtube e facebook – sono state all’insegna della solennità, dell’ordine e del decoro: esattamente come raccomanda l’Abate Caronti; ma anche l’Abate Schuster, sottolineando il fatto che l’azione liturgica è “a gloria di Dio e ad edificazione dei presenti”: «Spesso, infatti, nelle chiese delle abbazie benedettine assistono dei protestanti, degli ebrei, delle persone senza alcuna religione. L’esperienza dimostra che un coro ben eseguito, delle funzioni celebrate con ordine, con maestà, con devota pompa possono fare su quelle anime una profonda impressione».
Imparino i modernisti e fautori della teologia della chiesa in uscita … e smettano di tacitare chi non la pensa come loro infamandoli come tradizionalisti.

mercoledì 14 settembre 2016

I dieci anni del Summorum. L’impegno dei Coetus

Su segnalazione, pubblichiamo il seguente contributo di Vito Abbruzzi.

I dieci anni del Summorum. L’impegno dei Coetus

di Vito Abbruzzi

Scrivere questo articolo non è stato affatto facile. Notizie avvicendatesi una dietro l’altra mi hanno spinto quasi con forza a dare delle risposte prima di tutto a me stesso, ma anche a chi con me condivide uno stesso percorso. Ricevere telefonate preoccupate di amici, che ognora devono fare i conti con i pregiudizi di chi – in alto –non intende il nostro amore per la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata dallo stesso Magistero della Chiesa “tesoro prezioso da conservare”, è davvero avvilente. Come se noi – a motivo di ciò – ne avversassimo il nuovo uso, a cui dover essere ricondotti come figliuol prodighi o pecorelle smarrite. Quando, invece, è esattamente il contrario: è per amore di quest’ultimo che veniamo attratti dalla sacralità dell’antico uso, non ravvisando contraddizioni tra l’uno e l’atro, ma, anzi, vicendevole arricchimento. E i Coetus, di cui fan parte questi miei amici – esposti ad ogni critica – devono assolutamente tener ben lungi da sé l’essere considerati una sorta di élite ecclesiale, giacché, sull’esempio di Benedetto XVI, tutti siamo – ciascuno per la sua parte – umili lavoratori nella vigna del Signore, cooperatori della Verità.

Il 17 agosto scorso siamo stati colpiti da una notizia sconcertante (data per due giorni di seguito dai telegiornali nazionali italiani): la tragica morte di un giovane altoatesino, intento nella assurda pratica del Base jumping: uno “sport estremo” consistente nel volo in caduta libera, assistito, solo poco prima dell’impatto col suolo, da un paracadute. Proprio questa dolorosa vicenda mi ha fatto immediatamente riflettere sulle ragioni che dieci anni fa spinsero Benedetto XVI a emanare il Motu Proprio Summorum Pontificum.[1] A distanza di dieci anni esse, ora, mi sono chiare più che mai!
Vedo, purtroppo, con molto dispiacere, il Novus Ordo (cosiddetto “Rito di Paolo VI”) in caduta libera. Dico “purtroppo”, perché sono cresciuto insieme con esso (nel ‘70 avevo sei anni), e devo ad esso, rettamente compreso, il mio amore per la Liturgia Romana: una liturgia, che, ahimè!, ho visto in prima persona deprivata e depauperata, anno dopo anno, di “quel senso dell’adorabile maestà di Dio”,[2] in nome di un minimalismo tutto moderno, frutto di “ignoranza, giacché per lo più si rigetta ciò di cui non si coglie il senso più profondo, né si conosce l’antichità”.[3]
Parlare di sciatteria forse è esagerato, ma è quanto, purtroppo, tristemente noi addetti ai lavori siamo impotentemente costretti ad osservare da anni, ingoiando a forza il rospo e cercando di fare buon viso a cattivo gioco (perché di cattivo gioco si tratta!). E non c’è verso di dialogare, perché, tanto, si è dalla parte sbagliata: quella a torto ritenuta dei perdenti, che non vogliono ammettere che il mondo è cambiato… anche se in peggio. Quando, invece, sarebbe molto più costruttiva la sana critica di chi, “oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica” onestamente ammette che “nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca”.[4]
Parliamo, dunque, di una Liturgia, quella Romana postconciliare, fortemente oggi in crisi, come anche la Chiesa, che pure l’ha espressa. Ed ecco, allora, la saggia, anzi la illuminata decisione del 7 luglio 2007 di pubblicare la Lettera Apostolica “Motu Proprio data” sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970: documento, nelle parole del suo firmatario, “frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera”,[5] giustamente e fermamente convinto che “non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto”.[6]
Oggi come oggi non possiamo non riconoscere che proprio “la Lettera Apostolica, Summorum Pontificum Motu Proprio data, del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 7 luglio 2007, entrata in vigore il 14 settembre 2007, ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana”![7] E che proprio essa può costituire non solo un valido paracadute (usando la metafora del Base jumping), o un’ancora di salvezza per quest’ultima, ma anche e soprattutto un efficace strumento di promozione e rinnovamento nei confronti della stessa celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI, in cui “potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso”,[8] ben consci che “le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda”.[9]
In questa opera non facile un ruolo davvero importante lo svolgono e devono continuare a svolgerlo i vari gruppi stabili di fedeli (Coetus fidelium) aderenti alla precedente tradizione liturgica,[10] ognuno dei quali si sente ed è “in comunione col suo Vescovo e col Papa; rifugge la confusione teologica, rispetta la pietà popolare, aborrisce le deformazioni della Liturgia che portano solo ad allontanare i fedeli dalla Chiesa e a favorire la diffusione di nuovi movimenti religiosi e magici”,[11] quali “culti” o “sette”,[12] ovvero “movimenti e comunità” presenti “anche all’interno della Chiesa, sebbene […] abbiano ottenuto il riconoscimento e l’approvazione ecclesiali”.[13]
Compito, allora, di ciascun Coetus – tutt’altro dall’essere uno dei variegati e variopinti movimenti e comunità di casa nostra – è quello di far comprendere il bisogno di “ritornare alla Tradizione per innovare; di qui l’esigenza di una rinnovata catechesi della celebrazione eucaristica”,[14] d’accordo con i Vescovi italiani nel ritenere la Liturgia essere in sommo grado “scuola permanente di formazione attorno al Signore [crocifisso e] risorto, ‘luogo educativo e rivelativo’ in cui la fede prende forma e viene trasmessa”.[15]
“L’urgenza di esplicitare la rilevanza della Liturgia quale luogo educativo e rivelativo, facendone emergere la dignità”,[16] è la vera missione che investe ogni singolo Coetus, impegnato, nel suo piccolo, a “una robusta formazione liturgica dei fedeli”, la quale “sia veicolo del mistero”.[17] E questo perché “il culto divino evoca la sovranità del Signore su tutto, la sua maestà infinita, la sua grandezza, il suo mistero, il suo diritto all’adorazione”.[18]
Questo primo decennio di vita del Summorum è stato solo di rodaggio; un primo significativo traguardo da cui ripartire, con la serena certezza che la strada coraggiosamente da noi intrapresa è quella giusta, visto che ad indicarcela ci si mettono pure agnostici del calibro di Umberto Galimberti, avvertendo il “bisogno che, da sponde diverse, si ritorni a ri-sacralizzare la dimensione religiosa”.[19] E i mezzi e i modi per questa non facile eppure avvincente missione sono molto semplici: sono i medesimi da noi ben collaudati, indicati nei tre documenti su cui si fondano i nostri intenti e che legittimano le nostre azioni: in primis lo stesso Motu Proprio Summorum Pontificum, il quale “costituisce una rilevante espressione del Magistero del Romano Pontefice e del munus a Lui proprio di regolare e ordinare la Sacra Liturgia della Chiesa e manifesta la Sua sollecitudine di Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa Universale”;[20] a seguire, la Lettera di Benedetto XVI ai Vescovi con la quale consegna loro il Motu Proprio, “con grande fiducia e speranza”,[21] offrendo “ulteriori delucidazioni sull’opportunità e sulla necessità del Motu Proprio stesso”,[22] al fine di vincere timori, dimostrati essere non realmente fondati;[23] e, infine, la Universae Ecclesiae: l’Istruzione applicativa del Motu Proprio, pubblicata col precipuo scopo di “garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari”.[24] L’agire secondo la lettera e lo spirito di questi tre capisaldi del Magistero è la maniera più efficace per mettere a tacere chi prova a tacciarci di essere contro la Chiesa, con il fantomatico “timore che qui venga intaccata l’autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio. Tale timore è infondato”[25] e pretestuoso!
Certo, i pregiudizi ancora da sfatare sono tanti, ma registriamo, anche se timidamente, una crescita costante di persone – soprattutto giovani – che frequentano le nostre messe, e, quel che più conta, di sacerdoti – anche novelli – che le celebrano molto volentieri, sebbene sine populo, cioè in forma strettamente privata e a porte chiuse, per quieto vivere.[26] Ma poco importa: il dado è stato finalmente tratto e la strada definitivamente segnata; e quelle motivate paure che si potesse tornare indietro o arrestare il tutto di colpo, alla prova dei fatti sono state superate per sempre, nella determinata consapevolezza di “offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare”[27] e perpetuare.



[1] Cfr. BENEDICTUS PP. XVI, Litterae Apostolicae “Motu Proprio datae” Summorum Pontificum de usu extraordinario antiquae formae Ritus Romani (7 Iulii 2007), in AAS 99 (2007) 777-781.
[2] CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Redemptionis Sacramentum su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia (25 marzo 2004), n. 6, in AAS 96 (2004) 551.
[3] Ibidem, n. 9, in AAS 96 (2004) 552.
[4] D. PEZZINI, Il tempo redento. Incursioni nell’anno liturgico (Quaresima-Pasqua), ed. Àncora, Milano 2002, p. 31; cfr. http://www.scuolaecclesiamater.org/2015/03/un-testo-su-cui-riflettere.html.
[6] Ibidem, in AAS 99 (2007) 798.
[7] PONTIFICIA COMMISSIONE ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae sull’applicazione della Lettera Apostolica “Motu Proprio data” Summorum Pontificum di S.S. Benedetto PP. XVI, n. 1.
[9] Ibidem.
[10] Cfr. BENEDETTO XVI, Lettera Apostolica “Motu Proprio data” Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma effettuata nel 1970 (7 luglio 2007), art. 5, § 1, in AAS 99 (2007) 780.
[11] N. BUX, Come andare a Messa e non perdere la fede, ed. Piemme, Milano 2010, p. 94.
[12] SEGRETARIATO PER L’UNIONE DEI CRISTIANI, Il fenomeno delle sette o nuovi movimenti religiosi. Sfida pastorale (7 maggio 1986), n. 1.1, in Enchiridion Vaticanum 10, n. 371.
[13] C. SCHÖNBORN (Card.), Ci sono sette nella Chiesa? Riflessioni su una concezione sconcertante, in L’Osservatore Romano del 17/07/1997.
[14] BUX, Come andare a Messa, cit., p. 51.
[15] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, n. 39.
[16] ID., Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, n. 49.
[17] Ibidem.
[18] BUX, Come andare a Messa, cit., p. 52.
[19] È quanto mi scriveva il Prof. Galimberti in una mail del 06/01/13.
[20] PONT. COMM. ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae, n. 8.
[22] PONT. COMM. ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae, n. 7.
[24] PONT. COMM. ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae, n. 8.b.
[26] A norma del n. 23 dell’Istruzione Universae Ecclesiae, i sacerdoti, sia secolari sia religiosi, che vogliano “celebrare la Messa sine populo (o con la partecipazione del solo ministro) nella forma extraordinaria del Rito Romano […], non necessitano di alcun permesso speciale dei loro Ordinari o superiori”.
[27] PONT. COMM. ECCLESIA DEI, Istruzione Universae Ecclesiae, n. 8.a.

lunedì 26 ottobre 2015

Sulla questione del velo sul calice ....

Rilancio questo contributo, in materia liturgica, del blog Cantuale Antonianum, risalente al 2012, su una questione ancor oggi attuale, che concerne la questione del velo sul calice. Al tema, lo stesso blog aveva dedicato una serie di contributi Il velo del calice e il senso del sacro (v. qui), nonché – a firma di don Nicola Bux - Il velo del calice e la benedizione dell’incenso (v. qui). A volte i non cattolici sono di esempio agli stessi cattolici quanto a dignità liturgica. E non solo .... .

La Santa Sede ha già risposto nel 1978:
Il velo sul calice ci va

Tovaglie e velo per il calice in stile moderno - Chiesa luterana di Honolulu

Grazie ad un attento lettore che mi ha passato le seguenti informazioni a proposito del post di ieri (vedi qui), possiamo affermare con certezza: il velo che copre il calice e la patena, e viene rimosso all’offertorio per tornare a coprire il tutto dopo la purificazione, NON E’ DA INTENDERSI COME FACOLTATIVO, anche nel rito di Paolo VI, nonostante molti, pur in chiese insigni, non lo usino per trascuratezza o dimenticanza.
Infatti, già nel 1978 era stato indirizzato un quesito alla Congregazione per il Culto Divino. Evidentemente si tratta della “forma ordinaria”, cioè del rito post-conciliare. La risposta può essere riassunta così: “niente è stato mutato rispetto a questo punto, controllate le rubriche”. Il testo che vi cito è ripreso dalla rivista ufficiale della Congregazione: Notitiae 14(1978), pag. 594, n. 16Qui trovate la fotocopia dell’originale.



De calicis velo 
16. Permultis in locis rare adhibetur velum ad calicem cooperiendum qui in abaco ante Missam paratur. Num normae recentiores datae sunt ad usum huiusmodi supprimendum?
Resp.
Nulla norma ne recens quidem data est, quae n. 80c IGMR immutet, ubi legitur: Calix cooperiatur velo, quod potest esse semper coloris albi.
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A proposito del velo del calice 
16. In parecchi luoghi raramente si utilizza il velo per coprire il calice che viene preparato sulla credenza prima della Messa. Sono state date norme più recenti volte a sopprimere questa pratica? 
Risposta
Nessuna norma, neppure recente, è stata data per mutare il num. 80c dell’Ordinamento Generale del Messale Romano, dove si legge: “Il calice sia ricoperto con il velo, che può essere sempre di colore bianco”.

A parte la norma, è anche una questione di decoro e di bellezza. Veder portare in giro il calice e la patena come fossero stoviglie comuni non è affatto stimolo alla preghiera e alla devozione. Non parliamo poi quando in una messa solenne gli accoliti portano “senza tante cerimonie” il calice dalla credenza all’altare...

Come dovrebbe essere... anche nella Chiesa cattolica

lunedì 31 agosto 2015

La Messa dell’assemblea culla l’agnosticismo - Editoriale di settembre di “Radicati nella fede”

Nella memoria liturgica di S. Raimondo Nonnato, cardinale e confessore, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di settembre 2015.



Vicente Carducho, Martirio di S. Raimondo, XVI-XVII sec., Museo del Prado, Madrid


Jerónimo Jacinto de Espinosa, S. Raimondo Nonnato, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Diego Gonzáles de Vega, Cristo incorona S. Raimondo Nonnato, 1673, Museo del Prado, Madrid


Francisco Pacheco, Ultima comunione di S. Raimondo, 1611


Francisco de Zurbarán, Madre implora benedizione di S. Raimondo, XVII sec.


Juan de Mesa, San Ramón Nonato, 1626-27, Museo de Bellas Artes, Siviglia

LA MESSA DELL’ASSEMBLEA CULLA L’AGNOSTICISMO

Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 8 - Settembre 2015



Ciò che non c’è più nella Messa, scompare inevitabilmente anche dalla vita cristiana. È solo questione di tempo, e nemmeno molto.
Così è stato con l’ultima riforma liturgica: i “vuoti” del rito sono diventati “vuoti” del nuovo cristianesimo.
Ne vorremmo sottolineare uno tra tutti: la scomparsa del submissa voce per il prete, che corrisponde all’assenza del silenzio per i fedeli. Ci sembra questo uno dei punti che più evidentemente indicano un cambiamento radicale nel rito cattolico. D’altronde è questo che soprattutto appare come scandaloso, per i fedeli che oggi si imbattono nella Messa tradizionale: le lunghe parti in cui il sacerdote, specialmente nel canone, pronunciando le parole sottovoce, non fa sentire alcunché ai fedeli, obbligandoli al silenzio.
Più volte abbiamo constatato che è questo a far problema, più dell’uso del latino.
Eppure questo è un aspetto determinante, che se eliminato, cambia tutto non solo nella messa, ma nel cristianesimo stesso.
Il submissa voce, il sottovoce per il prete e il corrispondente lungo silenzio per i fedeli, “incastra” prete e fedeli alla fede, senza appoggi umani. Il sacerdote all’altare deve stare di fronte a Dio, ripetendo sottovoce le parole di Nostro Signore, rinnovando il Sacrificio del Calvario. È un rapporto diretto, personale, intimo con Dio; certo mediato dalla consegna della Chiesa, che custodisce e trasmette le parole che costituiscono la forma del sacramento, ma che in quell’istante non si posa sull’umano della Chiesa, ma sul miracolo della grazia. Così facendo il prete, nel rito tradizionale, immediatamente insegna ai fedeli che ciò che conta è Dio stesso, la sua azione, la sua salvezza, e che queste ci raggiungono personalmente.
La nuova messa non è così, è tutta comunitaria. Il prete in essa, oltre ad essere tutto rivolto ai fedeli, opera come colui che narra ai fedeli ciò che il Signore ha fatto nell’ultima cena: racconta ai fedeli le parole e i gesti del Signore, così che l’azione sacramentale che ne scaturisce appare tutta mediata dall’attenzione che questi ultimi vi devono mettere. Scompare così per il prete il rapporto personalissimo con Dio nel cuore della messa cattolica, il canone, sostituito da questo estenuante rapporto con chi è di fronte all’altare. La nuova forma della messa comunitaria ha così trasformato il sacerdote, gettato in pasto all’attivismo più sfiancante, che è quello di farsi mediare la fede e il rapporto con Dio sempre dai fedeli. La nuova messa ha prodotto un nuovo clero non più aiutato a stare con Dio, non più ancorato all’atto di fede.
Il continuo dialogo nella messa, tra sacerdote e assemblea, ha anche modificato la concezione di Chiesa: oggi pensiamo la Chiesa come nascente dal basso, dal battesimo e quindi dal popolo cristiano; non la pensiamo più come realmente è, nascente dall’alto, da Dio, dal sacramento dell’Ordine. Chi pensa che la Chiesa sorga dal battesimo, non sopporta più quel prete all’altare, che sottovoce pronuncia le parole che costituiscono il miracolo del sacramento.
Anche i fedeli sono direttamente rovinati dal nuovo rito perché, continuamente intrattenuti dal parlare del prete, hanno disimparato anch’essi a stare di fronte a Dio. Così Dio stesso si trova sostituito dall’assemblea celebrante, che diventa ingombrante ostacolo nell’educazione al personale atto di fede.
In questi ultimi tempi si è tentato nella messa moderna di correre ai ripari, cercando invano di reintrodurvi un po’ di silenzio, collocato dopo la lettura del Vangelo, ma anche questo espediente rivela la gravità della nuova posizione. Questo silenzio reintrodotto, solitamente brevissimo, è un silenzio di riposo umano, di meditazione: esso è di tutt’altra natura rispetto a quello prodotto dal submissa voce. Il submissa voce produce un silenzio che avvolge il rapporto intimo del sacerdote con Dio, che dà la sua persona affinché accada l’azione divina che salva. Il silenzio del submissa voce è incentrato sull’azione di Dio e non sulla meditazione dell’uomo, ed è uno dei più grandi richiami al primato della vita soprannaturale, al primato della grazia.
Non c’è nulla da fare, occorre tornare alla Messa di sempre, per tornare alla centralità dell’atto di fede, personale risposta all’azione di Dio.
Sacerdoti e fedeli non possono resistere di fronte al mondo, se non sono costituiti in forza da questo rapporto personalissimo, che nessuna assemblea può sostituire.
L’alternativa? Un agnosticismo pratico, un dubbio di fede pratico, un sospeso dell’anima, riempito dalle parole di un’assemblea che intrattiene per non far pensare.
Osiamo dirlo: la nuova messa, tutta ad alta voce, tutta narrazione e predica, ha cullato i vari agnosticismi, dei preti e dei fedeli, non fermando il dramma dell’apostasia, cioè dell’abbandono pratico della vita cristiana. Ha illuso, dando, nel migliore dei casi, un po’ di calore umano a buon mercato, diseducando a una posizione di fede vera, assolutamente necessaria per attraversare la battaglia di questa vita.
Torniamo alla Messa tradizionale, prima palestra del cristianesimo, quello vero.

martedì 17 marzo 2015

La Messa in latino per una Chiesa in uscita?

Avevamo già annunciato pochi giorni fa la conferenza del prof. don Roberto Spataro. Ecco il comunicato stampa degli organizzatori dell'evento:

COMUNICATO STAMPA
“La Messa in latino per una Chiesa in uscita?” è il provocatorio titolo della conferenza che il prof. Roberto Spataro, docente presso la Pontifica Università Salesiana, terrà venerdì 20 marzo alle ore 18,30 presso l’Istituto Marcelline, viale Otranto 67, in Lecce.
Un titolo che dietro l’apparente ossimoro (che riecheggia uno dei principi più noti di Papa Francesco) intende proporre una lettura vivace ed attualissima della “Messa in latino” che, a partire dal Summorum Pontificum di Benedetto XVI, tanto favore sta ottenendo tra i giovani, contraddicendo nei fatti una diffusa ostilità di coloro che la considerano un orpello “per vecchi nostalgici”. Ancor più chiaro è il sottotitolo della conferenza “fecondità pastorale della Messa vetus ordo nella Chiesa di Francesco”, ad indicare l’efficacia insuperata della Messa antica quale strumento della nuova evangelizzazione, voluta da San Giovanni Paolo II e di cui tanti parlano senza riuscire ad individuare gli antidoti al dilagante analfabetismo religioso che - quando non è indifferenza - si risolve in un vago e accomodante sentimentalismo che lascia campo libero alle invenzioni più spettacolari e avventurose della liturgia.
Un’occasione per scoprire (o riscoprire) – nel tempo del minimalismo sciatto e delle improvvisazioni - i grandi tesori della liturgia, a partire dalla insuperata forza della lingua latina, nervatura della civiltà europea e archetipo di chiarezza espressiva, per riflettere sul lapidario nitore del linguaggio che per secoli è stato forma della liturgia e del diritto.
L’introduzione è affidata a padre Vladimiro Caroli, giovane sacerdote domenicano, docente presso la Facoltà Teologica Pugliese.
L’incontro è organizzato da UNA VOCE ITALIA che sin dal 1964 opera per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana e che autorizzando la costituzione della “Sezione di Lecce”, ha voluto accogliere tra le sue fila il gruppo di fedeli che ormai da sei anni a Lecce opera per la celebrazione regolare della Messa antica e che da pochi mesi ha anche ottenuto l’avallo della Curia leccese. Hanno collaborato all’organizzazione il Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum, la Scuola Ecclesia Mater e l’Associazione ex-Allievi Marcelline di Lecce.
Infine, Domenica 22 marzo alle 11,00 don Roberto Spataro celebrerà la Messa in latino presso la chiesa di San Francesco di Paola.

venerdì 13 marzo 2015

Circa la devozione necessaria per celebrare degnamente il Santo Sacrificio della Messa

Spesso i sacerdoti che celebrano la S. Messa, soprattutto secondo il Novus Ordo, lo fanno distrattamente, superficialmente o senza alcuna devozione e senza la necessaria gravitas (v. qui), non pensando neppure che sia un sacrificio, che perpetua, in maniera incruenta, quello stesso sacrificio della Croce. Tale mancanza è alla radice di molti abusi liturgici commessi … . Quello che segue è l’insegnamento in materia di un santo dottore della Chiesa e patrono dei teologi-moralisti, S. Alfonso M. de’ Liguori.

Circa la devozione necessaria per celebrare degnamente il Santo Sacrificio della Messa

[Brano tratto da “Selva di materie predicabili” di Sant'Alfonso Maria de Liguori]

[...] nel celebrare la Messa è necessaria la riverenza e la devozione. È noto che l'uso del manipolo fu introdotto per comodo di asciugare le lacrime  poiché anticamente i preti, celebrando, per la devozione non facevano altro che piangere. Già si è detto che il sacerdote all'altare rappresenta la stessa persona di Gesù Cristo [...]. Ma [...] parlando del modo nel quale dicono la Messa la maggior parte dei sacerdoti, bisognerebbe piangere, ma piangere a lacrime di sangue! È una compassione, diciam così, veder lo strapazzo che fanno di Gesù Cristo molti preti e religiosi e anche taluni di ordini religiosi riformati. Si osservi con quale attenzione ordinariamente dai sacerdoti si celebra la Messa. A costoro bene starebbe detto quel che rimproverava Clemente alessandrino ai sacerdoti gentili, cioè ch'essi facevano diventar scena il cielo, e Dio il soggetto della commedia: O impietatem! scenam coelum fecistis, et Deus factus est actus. Ma no, che dico, commedia? oh che attenzione ci metterebbero questi tali, se dovessero recitare una parte in commedia! E per la Messa che attenzione vi pongono? Parole mutilate, genuflessioni che sembrano piuttosto atti di disprezzo che di riverenza, benedizioni che non si sa che cosa siano, si muovono per l'altare e si voltano in modo che quasi muovono a ridere, complicano le parole colle cerimonie, anticipandole prima del tempo prescritto dalle rubriche; [...] Tutto avviene per la fretta di finir presto la Messa. Come dicono alcuni la Messa? come se la chiesa stesse per crollare o stessero per venire i corsari e non ci fosse tempo di fuggire. Sarà stato due ore a ciarlare inutilmente o a trattare faccende di mondo, e poi tutta la fretta dove la mette? a dir la Messa. E nel modo poi con cui questi tali la cominciano così procedono a consacrare e a prender tra le mani Gesù Cristo e a comunicarsi con tanta irriverenza come se fosse in realtà un pezzo di pane.