Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta latino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta latino. Mostra tutti i post

domenica 27 gennaio 2019

Commento al cap. IV della Sacrosanctum Concilium

Nella festa liturgica di S. Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli, Confessore e Dottore della Chiesa, concludiamo la lettura della cost. Sacrosanctum Concilium, pubblicando il commento al suo cap. IV del prof. Pierluigi Perrone, che non era disponibile durante le Antifone Maggiori.







Commento al cap. IV della Sacrosanctum Concilium

di Pierluigi Perrone

Dopo essersi occupata della Messa, cuore della vita liturgica della Chiesa, e degli altri Sacramenti, Sacrosanctum Concilium affronta in un capitolo specifico l’Ufficio divino, presentandone nei primi punti il significato teologico e liturgico e indicando in seguito le linee da seguire nella revisione della liturgia delle ore che dal Concilio sarebbe scaturita.
L’ufficio divino è espressione della fedeltà della Sposa alla richiesta dello Sposo divino di «pregare sempre senza stancarsi». Tra le varie attività e necessità, la Chiesa si serve dell’ufficio divino come linguaggio di orante per le varie ore del giorno che si dispiega in sette ore secondo i dettami della Scrittura. In realtà questi momenti vogliono rappresentare, in forma simbolica, la lode ininterrotta che, per la potenza dello Spirito Santo, sale verso Dio dalla Chiesa diffusa in ogni parte della terra.
L’ufficio divino, come ricorda il § 83, esprime, dopo la celebrazione eucaristica, la partecipazione della Chiesa alla missione sacerdotale di Cristo: Egli introduce tra gli uomini quella lode che risuona incessante tra i cori celesti per poi associare a sé l’umanità nel canto di lode e nella preghiera di intercessione. Gesù, in cielo e in terra, è la lode viva del Padre e «intercede sempre per noi» con la Chiesa da cui non è mai diviso. La Lode è eterna, perché Gesù è «Sacerdote in eterno».
L'intercessione durerà finché ci sarà un'anima bisognosa di intercessione. Allo stesso modo anche la Santa Messa è prima di tutto Sacrificio latreutico, e poi impetratorio, perché la lode non avrà mai fine mentre l'intercessione cesserà.
L’ufficio della lode è, al tempo stesso, segno visibile della fedeltà della Sposa al suo Sposo divino, attuazione fedele e perseverante della sua Volontà, esplosione di amore che si esprime compiutamente nel canto, come avviene nel Cantico dei Cantici.
Alla luce di questa rinnovata consapevolezza, il § 84 sottolinea la natura corale dell’ufficio divino, auspicando che ai chierici, che ad esso sono tenuti, si uniscano i fedeli nella «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre»: questa diviene, pertanto, una manifestazione visibile della partecipazione di tutto il Popolo di Dio al Sacerdozio di Cristo poiché coloro che compiono questa preghiera «stanno davanti al trono di Dio in nome della Madre Chiesa» (§ 85).
Una lode così speciale procura un beneficio immediato per coloro che la praticano: come ricorda lo stesso numero, il divino ufficio è mezzo per la santificazione del tempo attraverso le varie ore del giorno e mediante le preghiere che la tradizione della Chiesa ha formulato con sapienza per ciascuna di esse. Il tempo che scorre nei vari periodi dell’anno liturgico viene così ricompreso in una rete d'amore che non gli consente di defluire inutilmente e lo orienta verso il suo fine.
La Costituzione conciliare dispone a questo punto degli orientamenti che presentano come intento principale quello di rinnovare quel fervore indispensabile affinché l’ufficio della lode conservi e incrementi la sua fecondità spirituale. Il § 86, infatti, rappresenta un monito rivolto nello specifico ai sacerdoti: le ragioni pastorali non possono mai giustificare l’assopirsi di tale fervore, mentre va sempre seguito l’esempio degli apostoli che istituirono i diaconi proprio per riservare a sé gli uffici della lode e della predicazione. Tuttavia, facendo seguito a riforme già avviate dalla Sede Apostolica, il Concilio dispone una revisione dell’ufficio che renda le singole ore effettivamente corrispondenti ai momenti del giorno per i quali sono nate. La Costituzione afferma comunque di voler tenere presenti i mutati ritmi di vita di quanti attendono alle opere di apostolato (§ 88) e si propone comunque un’opera di riduzione e semplificazione dell’ufficio. Con la soppressione dell’Ora di Prima si ritorna così ai sette momenti di preghiera di derivazione biblica (Sal 118, 164) che vengono distribuiti in maniera omogenea in tutto il corso della giornata per scandirne i vari passaggi: le due Ore cardine dell’Ufficio quotidiano diventano le Lodi e i Vespri, mentre l’antico Mattutino conserva il suo carattere di preghiera notturna quando è recitato in coro, ma, nella prassi individuale, può essere recitato in qualsiasi ora del giorno; allo stesso modo, la preghiera corale delle Ore minori di Terza, Sesta e Nona, che santifica il lavoro del giorno, mostra la grande considerazione che la Chiesa riserva al coro, al di fuori del quale, tuttavia, viene concesso di recitare una sola di queste tre Ore in base alle esigenze del momento della giornata che ad essa viene dedicato. Affinché le diverse Ore dell’Ufficio santifichino realmente i vari momenti della giornata, il Concilio ribadisce più volte la necessità che corrispondano all’orario proprio di ciascuna Ora canonica (§ 94). È inoltre fondamentale per tutti coloro che partecipano alla recita dell’Ufficio divino che «la mente corrisponda alla voce» (§ 90): a questo scopo viene auspicata una più efficace istruzione liturgica e biblica e un’opera di riordino del Salterio che distribuisca i Salmi non più in una settimana, ma in uno spazio di tempo più lungo che consenta di assaporarli meglio, preservando comunque il patrimonio del canto sacro della tradizione latina ad essi legato (§ 91). L’opera di revisione dovrà coinvolgere anche il ricco patrimonio degli inni e delle letture delle Scritture e dei Padri: il Concilio indica quale criterio che dovrà orientare questo processo quello della più ampia offerta di brani della parola divina, che arricchiscano i fedeli dei loro tesori, e di un equilibrato sfrondamento di quanto, soprattutto negli inni e nelle passiones, risulti profano e privo di fondamento storico.
La celebrazione corale dell’Ufficio divino, alla quale sono obbligati i Regolari e i canonici, viene calorosamente raccomandata da Sacrosanctum Concilium anche agli altri chierici e deve pertanto mostrare anche esteriormente, mediante l’adeguata compostezza e la cura del canto, lo slancio d’amore di un cuore devoto e raccolto (§ 99): rappresenta infatti una tra le espressioni più perfette del Corpo Mistico che loda pubblicamente Dio e, proprio in virtù di questo valore, se ne raccomanda la recita anche ai fedeli laici e la celebrazione in chiesa nelle feste più solenni. Infine, l’apertura del Concilio a una recita dell’Ufficio nelle lingue volgari, pur conservando la prioritaria considerazione della lingua latina e limitando ciò ai casi e alle versioni approvate, vuole rappresentare l’estremo tentativo di garantire la fecondità di questa preghiera, anche a costo della rinuncia all’afflato universale che solo la lingua latina era in grado di preservare.

lunedì 12 marzo 2018

Il latino e la Cristianità – Editoriale di marzo 2018 di “Radicati nella fede”

Nella festa di san Gregorio I Magno, Pontefice, Confessore e Dottore della Chiesa, rilanciamo quest’editoriale di Radicati nella fede, pubblicato anche da Riscossa cristiana, nonché su Chiesa e postconcilio. Sul tema, cfr. anche Due grandi sul Latino nella Liturgia, ivi, 12.3.2018.


Giovanni Antonio Agostini, S. Gregorio Magno, 1603, Udine

Ambito dell'Italia Centrale, S. Gregorio Magno, XVIII sec., Gubbio

Ambito veneto, S. Gregorio Magno, XVIII sec., Verona

Francesco Zugno, S. Gregorio Magno in trono tra i SS. Francesco d'Assisi e Saturnino di Tolosa, 1750, Padova

Matteo Pannaria, SS. Gregorio Magno ed Agostino d'Ippona, 1758, Civitavecchia

Giuseppe Errante, S. Michele arcangelo tra i SS. Gregorio Magno e Rocco, 1775-1780 circa, Civitavecchia

Ambito veronese, S. Gregorio Magno, XIX sec., Verona

Ambito emiliano, S. Gregorio Magno, XIX sec., Piacenza

Luigi Morgari, S. Gregorio Magno, 1896-97, Piacenza

IL LATINO E LA CRISTIANITÀ


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno XI n. 3 - Marzo 2018

Quando iniziò la nostra storia eravamo conosciuti come “quelli della messa in latino” e ancora oggi chi vuole esprimersi sbrigativamente dice così.
A noi questa espressione non è mai piaciuta, perché affrettatamente riduttiva di tutta una visione non solo della liturgia, ma di tutta la vita cristiana, concepita secondo la grande Tradizione della Chiesa.
Siamo stati sempre coscienti, inoltre, delle difficoltà provocate ai fedeli dall’uso del latino, difficoltà di ordine pratico e psicologico, essendo questi abituati da troppi anni all’uso dell’italiano nella messa; e non ci è mai piaciuto mettere in difficoltà, siamo pastori e non abbiamo mai giocato.
Allora perché ostinarsi con il latino?
Innanzitutto, l’abbiamo sempre detto, perché siamo per la salvaguardia del rito bimillenario della Santa Messa della Chiesa di Roma; la nuova messa non ne è la traduzione in lingua comprensibile, ma una spaventosa “scheletrizzazione”, operata per avvicinarci pericolosamente al modo protestante di concepire la preghiera, specialmente nella forma anglicana. Risultato: il popolo cattolico è praticamente omologato ai fratelli separati, ha cambiato fede.
Per questo reagiamo contro questa distruzione della fede cattolica con l’unica possibilità che la Chiesa ci offre nella sua legislazione, restare alla Messa “di prima”, di prima del disastro.
Detto questo è vero che insistiamo con il latino, usandolo anche nella proclamazione dell’Epistola e del Vangelo, anche se avremmo facoltà di leggerle solo in italiano. Le ragioni sono diverse, non ultima è che il latino è stato la lingua della Cristianità, cioè della realizzazione della società cristiana in occidente; ed è sicuramente questo il motivo principale per cui è stato praticamente abolito, se si esclude qualche suo folkloristico uso a Roma e altrove.
Il progetto dei rivoluzionari, che si sono impossessati del Concilio e della sua attuazione violenta nel post-Concilio, era quello di segnare un nuovo inizio della Chiesa, un “anno zero”, in cui finalmente il Cristianesimo si sarebbe liberato da tutte le ambiguità del passato, prima tra tutte la commistione col potere. E qual era, secondo i novelli apostoli del cristianesimo puro, l’inizio del male? L’epoca Costantiniana, la conversione dell’Impero Romano al Cristianesimo. E che cosa c’è che ricorda più di tutto, dal punto di vista pratico esterno, l’unione tra Impero e fede cattolica? Non c’è dubbio, l’uso del latino.
È nell’uso del latino che anche un semplice fedele intuisce che la Chiesa cattolica sia l’erede dell’Impero Romano. L’uso del latino intuitivamente richiama che la società divenuta cristiana è nient’altro che la realizzazione pratica, pur sempre perfettibile, del Vangelo di Cristo. È nell’uso del latino che senti come la cristianizzazione della società operatasi nel Medioevo costituisca il vertice dell’opera cattolica di trasformazione del mondo per la salvezza delle anime...
... ma loro non volevano più tutto questo. I rivoluzionari avevano deciso che la Chiesa dovesse sbarazzarsi del passato che, a loro meschino giudizio, aveva falsificato l’opera di Cristo.
Per questo, per loro, il Concilio e il post-Concilio divennero la più sconvolgente e brutale operazione per abolire duemila anni di Cristianesimo, e ritornare a un mitico “Gesù puro”, al Gesù senza la sua Cristianità: fu la velenosa illusione di tutte le eresie, anche di quella di Lutero, che in fondo sono semplicemente degli spiritualismi satanici.
Un Cristo senza la sua Cristianità, ridotto a predicatore morale; un Cristo senza la sua Chiesa e la sua storia, la storia della cristianizzazione del mondo, la storia della società cristiana, degli stati e delle nazioni cristiane, che hanno prodotto una civiltà che ha aiutato la salvezza delle anime.
Un Cristo senza il corpo! Senza il suo corpo!
No, loro non volevano più tutto questo, pensando che le persone sarebbero state in piedi da sole, dentro un mondo libero di tradire Cristo e la verità.
Hanno rifiutato il lavoro paziente di secoli, che aveva nel latino il suo segno esterno più evidente... e hanno dovuto cambiare la Messa!
La scusa era la comprensione dei fedeli... e loro sapevano di mentire.
Altro che comprensione dei fedeli! Mai i cristiani sono stati ignoranti come oggi. Andate nelle scuole, girate per le strade, parlate con la gente, la nostra gente: non sa nemmeno più che Dio è Trinità.
Ma di tutto questo parleremo un’altra volta; intanto chiediamo fedeltà nella salvaguardia della Messa di sempre, la Messa latina, chiedendoci una rinnovato vigore nel divenirne missionari, ciascuno secondo la propria vocazione: invitiamo, facciamola conoscere e amare, per fare amare la storia di tutta la Cristianità.
O sancte Joseph, protector noster, ora pro nobis.

lunedì 11 dicembre 2017

La questione della lingua nella liturgia

Nella festa del grande epigrafista e poeta San Damaso, papa e confessore, di cui fu segretario l’altrettanto grande S. Girolamo al quale commissionò la traduzione latina – ufficiale – della Bibbia, rilanciamo questo contributo.


Carlo Maderno, S. Damaso, 1612 circa, portico della Basilica di S. Pietro, Basilica di S. Pietro, Città del Vaticano, Roma

Altare con urne dei santi Damaso ed Eutichio, Basilica di San Lorenzo in Damaso, Roma

Francesco Botticini, S. Girolamo tra i SS. Damaso, Eusebio, Paola ed Eustochio, con i donatori (card. Pietro Rucellai e suo figlio), 1490, National gallery, Londra

Pedro Augusto Gugliemi, Litografia di S. Damaso papa, 1840, Biblioteca Nacional de Portugal, Lisbona

La questione della lingua nella liturgia

Ricorre oggi la festa di Papa San Damaso I (+384), che tra le molte sue opere vien ricordato per aver commissionato a S. Girolamo una nuova traduzione ufficiale della Bibbia, e aver disposto che la liturgia romana venisse officiata in latino, e non in greco come avveniva in precedenza.



Si è recentemente svolto a Venezia un convegno sulla questione della lingua nella liturgia, analizzata a partire dalla cosiddetta disputa trilinguista, accaduta nel IX secolo proprio nella città lagunare, ove alcuni ecclesiastici rimproverarono i Santi Cirillo e Metodio di aver tradotto i testi liturgici in slavo, quando le uniche lingue ammesse nelle cose sacre sarebbero state le tre del Titulus Crucis, ovverosia l’ebraico, il greco e il latino. Tra gl’interventi, molto interessante è stato quello di un sacerdote greco-ortodosso e professore, da cui traggo lo spunto per la stesura di questo breve articolo.
Posto che Nostro Signore Domineiddio comprende tutte le lingue, ci fu un motivo se per le cose sacre ogni popolo scelse lingue che non erano di uso comune, varianti arcaiche e non più comprese dal popolo. L’elenco seguente vuole presentare soltanto alcuni esempi: il greco koinè per la Chiesa costantinopolitana, il paleoslavo ecclesiastico per quella slava, il ge’ez per quella etiope, l’armeno classico per quella armena, l’aramaico per la quella siriaca, il latino per la Chiesa occidentale... persino le confessioni protestanti che mantengono in sé l’idea di una “high church” (e cioè il luteranesimo classico e l’anglicanesimo ufficiale, non influenzati dalle istanze riformate e di stampo carlostadiano) usano una versione poetica e medievale della loro lingua per la liturgia. Ma addirittura i pagani facevano uso di lingue antiche e incomprese dal popolo: Quintiliano ci riferisce che nel I secolo d.C. i sacerdoti salii, durante le processioni in onore di Marte e Quirino, cantavano degli stichi sacri, i cosiddetti carmina saliaria, in un linguaggio talmente arcaico che nemmeno loro stessi sapevano cosa stessero dicendo.
Molti Papi del XX secolo si sono adoperati per difendere la purezza della lingua latina nella liturgia: memorabile fu l’intervento di Pio XII durante un convegno, avendo ei detto che “sarebbe tuttavia superfluo il ricordare ancora una volta che la Chiesa ha serie ragioni per conservare fermamente nel rito latino”. Pio XI invece, nell’epistola apostolica Officiorum omnium, scriveva che: “infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli, richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare”. Persino Giovanni XXIII con la costituzione Veterum sapientia ribadì vieppiù l’indispensabilità del latino, la cui conservazione “non è solo una questione di cultura o di lettere, ma propriamente una questione di Religione”. Uno dei motivi più additati dai Pontefici, fu l’espressione dell’unione di tutta la Chiesa latina alla sua origine romana, come testimoniarono S. Pio X e Leone XIII, così come lo slavo ecclesiastico unisce tutte le chiese slave e quella greca tutte le chiese che si riferiscono alla tradizione costantinopolitana.
In questa analisi bisogna stare molto attenti, per non sfociare in un assurdo e antistorico romanocentrismo tipico di una certa parte tradizionalista, a non considerare tutto in prospettiva romana. La prima lingua usata nella liturgia fu il greco, anche a Roma. Dunque è inutile invocare una predilezione divina per la lingua latina o cose del genere che non farebbero che rendere antistorica e risibile una tesi del genere, senza contare l’annoso problema d’incoerenza con il fatto che la Chiesa Cattolica sempre ammise che le Chiese Orientali in comunione con essa (e financo le compagini balcaniche di rito latino) utilizzassero la loro propria lingua liturgica. L’analisi è invece molto semplice e definitiva: in qualsiasi religione (meno che nell’irreligione, quella a cui cerca di avvicinarsi il modernismo) esistono uno spazio sacro inviolabile, degli oggetti sacri intoccabili. Così, esiste giocoforza una lingua sacra immutabile, che dovrà conservarsi sempre tale, poiché espressione dell’immutabilità della Chiesa e della liturgia; proprio come l’oggetto liturgico, che in sé non ha nessuna elezione ab origine, ma viene costruito con una forma dignitosa e immutabile per uno scopo alto e immutabile qual’è la Sacra Liturgia. I caratteri di una lingua sacra vengono dunque ad essere: l’immutabilità (perché sia espressione della continuità perenne della Chiesa e del rito), l’arcaicità (perché sia distaccata dall’uso quotidiano), l’elevatezza (perché si adatti all’azione più sacra di tutte, la liturgia).
Avendo già parlato dell’immutabilità, vengo all’arcaicità. Ciò che rende gravemente errata l’analisi del Gueranger è sostenere che le Chiese Orientali avessero preferito introdurre la lingua del popolo, la quale poi si fossilizzò nella forma dell’epoca, “venendo a contatto coi misteri dell’altare”. La cosa è necessariamente antistorica: anzitutto, la prima lingua liturgica fu proprio orientale, ossia il greco; non già il greco del I secolo d.C., però, ma una sua forma più pura, risalente al IV secolo a.C., ricca peraltro di composti tipici della poesia epica, di certo non parlata dalla gente comune a quel tempo. Il latino fu un’introduzione successiva, ma comunque fu introdotto in una forma “classica” di quattro secoli anteriore rispetto a quella in uso al tempo, una forma lontanissima dall’uso parlato persino degli abitanti dell’Urbe. Stesso discorso può farsi per le altre lingue liturgiche succitate, compreso lo slavo ecclesiastico, che ad oggi i linguisti studiano accuratamente, dacché è formato un corpus di fonemi, lessemi e strutture che si rifanno a una lingua “panslava” ben anteriore al IX secolo, quasi sicuramente non più in uso tra il popolo in quegli anni.
Ma perché si rende necessario l’uso di una lingua arcaica, incompresa? Lo si è già accennato, per mantenere il necessario distacco tra il quotidiano e l’eterno, tra il contingente e il trascendente, tra il profano e il sacro; la stessa separazione fisica che la balaustra e l’iconostasi trasmettono, la trasmette l’uso della lingua antica. L’istanza che il popolo capisca la liturgia, infatti, può essere eretica in due modi:
- gnostica, poiché ammette che l’esperienza religiosa avviene solo attraverso la comprensione totale di essa, e dunque l’uomo, insuperbito nelle sue potenzialità, diventa il vero attore della Religione
- protestante, poiché ammette che lo scopo principale della liturgia sia la catechesi del popolo, quando sappiamo che nella religione cattolica la Divina Liturgia è essenzialmente il Sacrificio di Nostro Signore sul Calvario, e solo secondariamente si esercita il munus docendi, la predicazione, che deve certo avvenire in lingua volgare, ma è in sé nettamente separata e inferiore rispetto all’officio dei Sacri Misteri.
Ciò non significa che chiunque voglia comprendere qualcosa della liturgia rischi di sfociare in una delle summenzionate eresie: come noi possiamo sapere cosa fa il sacerdote dietro l’iconostasi, così noi possiamo leggere dai messalini la traduzione della liturgia. Ma, pur sapendo cosa stia facendo, noi non vediamo il sacerdote dietro l’iconostasi, così come, pur sapendo cosa stia dicendo, non capiamo le sue parole. In ciò si verifica mirabilmente e sensibilmente la distinzione invalicabile tra sacro e profano.
Contraria a questo principio è anche la lettura in lingua volgare di Epistola e Vangelo durante la Messa tradizionale (anche dopo che siano stati cantati in latino), così come purtroppo sulla scorta del Movimento Liturgico molti “tradizionalisti” oggi fanno. La Chiesa Cattolica ha sempre riprovato e condannato come eretiche le proposizioni per cui fosse doveroso da parte dei Cattolici il leggere le Sacre Scritture, l’averle accessibili in lingua volgare, etc. Ciò non significa assoluta impossibilità di leggere le Scritture, né di averle tradotte in lingua volgare, ma ne esclude assolutamente l’uso durante la Sacra Liturgia, poiché sarebbe un accordo alle tesi gianseniste, per le stesse questioni succitate. E a volte, in ciò, il popolo, nato nella religione, risulta spontaneamente più fedele rispetto all’irreligione modernista della gerarchia (che vorrebbe invece attribuire le sue riforme a delle non meglio precisate istanze popolari): mi raccontarono che in una chiesa ortodossa, dopo che il Vangelo fu letto in greco classico, il celebrante prese a rileggerlo in greco moderno. Il popolo si sedette e i concelebranti indossarono il copricapo, poiché spontaneamente essi non lo avvertivano come Vangelo, dal momento che non veniva cantato nella lingua sacra.
Nonostante le molte cose che dovrebbero essere dette a riguardo del punto superiore, non voglio allungare eccessivamente quella che si propone di essere un’analisi sintetica, e passo immediatamente a concludere col secondo punto: l’elevatezza. Si è detto che a scopo altissimo deve corrispondere un linguaggio elevatissimo; e qui si viene a un comportamento antitradizionale tipico di alcuni esponenti cattolici degli anni ‘50, quello della “ritraduzione” in un latino più “classico e polito” (come la Nova Vulgata di Bea). Essi non comprendevano la grande differenza tra l’elevatezza dello stile tipica degli autori profani e pagani, ricercata attraverso strutture sintattiche complesse e raffinate figure retoriche, e quella tipica della Sacra Scrittura e dei testi liturgici, che invece è data dall’incommensurabilità medesima dei misteri che da essi vengono trasmessi.
Non voglio nemmeno riflettere su quale enorme tesoro è stato perduto dalla Chiesa Cattolica quando essa, nella sua parte ufficiale, abbandonò de facto la lingua latina (pur conservandola de jure), né su cosa sta rischiando l’Ortodossia greca scadendo negli stessi errori modernisti e filogiansenisti. Voglio chiudere citando due testi liturgici, in latino e greco, e lasciando che, assaporandone l’elevatezza inarrivabile trasmessa dai mirabili misteri della fede che vengono trattati, possiamo godere di quell’inestimabile patrimonio sacro trasmessoci dai Padri e conservato purtroppo ormai solo da poche persone rimaste fedeli alla Tradizione.

Deus, qui humánæ substántiæ dignitátem mirabíliter condidísti, et mirabílius reformásti: da nobis per hujus aquae et vini mystérium, eius divinitátis esse consórtes, qui humanitátis nostrae fieri dignátus est párticeps, Jesus Christus Fílius tuus Dóminus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia saécula saeculórum. Amen.
(rito romano, formula di benedizione dell’acqua da infondere nel vino)

Οἱ τὰ Χερουβεὶμ μυστικῶς εἰκονίζοντες, καὶ τῇ ζωοποιῷ Τριάδι τὸν τρισάγιον ὕμνον προσᾴδοντες, πᾶσαν τὴν βιωτικὴν ἀποθώμεθα μέριμναν, ὡς τὸν Βασιλέα τῶν ὅλων ὑποδεξόμενοι, ταῖς ἀγγελικαῖς ἀοράτως δορυφορούμενον τάξεσιν. Ἀλληλούϊα.
(rito greco, inno cherubico)

mercoledì 6 luglio 2016

La messa in latino: riscoperta della sacralità. Parola di Ceronetti. Nel IX anniversario del m.p. "Summorum Pontificum"

Per ricordare il nono anniversario del Motu proprio Summorum Pontificum, riproponiamo la lettura di questa lettera aperta del filosofo, scrittore, traduttore, giornalista e drammaturgo torinese Guido Ceronetti, scritta alla vigilia del conclave del 2005. È una lettera dai toni profetici, di estrema attualità.

RIPRISTINI LA MESSA IN LATINO RISCOPRIREMO LA SACRALITÀ

di GUIDO CERONETTI

Vorrei rivedere la messa tridentina, e ascoltare un po’ di gregoriano

Filosofo, scrittore, poeta, Ceronetti nasce nel ‘27. Dal latino ha tradotto Marziale, Catullo e Giovenale

GENTILE Santità Ipotetica (che tra un giorno o due, forse, avrà un volto e un nome). Avrei un voto da formulare, per il Vostro pontificato, nella certezza che la risposta dei fedeli sarebbe entusiastica: che sia tolto il sinistro bavaglio soffocatore alla voce latina della Messa,
Mi contenterei che la Messa tridentina, accompagnata da una giusta dose di gregoriano, ricomparisse in alternativa a quella imposta da una riforma liturgica distruttiva, che ha accarezzato i visceri rituali della Chiesa con la grazia di un hara-kiri. Lasciatele entrambe, Santità, non chiedo la soppressione di questa povera amputata chiamata oggi Messa (probabilmente neppure un papa potrebbe deciderla), chiedo che ogni domenica e ogni festività religiosa, segnata o no nel calendario civile, ci sia in tutte le chiese d’Italia e del mondo una, una almeno, sia pure ad un’ora molto mattutina Messa tradizionale completa. E che sia data a parroci istruiti (non li pretendo latinisti, basta che sappiano il senso di ciò che pronunciano latinamente) la facoltà di istituire nella loro chiesa o chiesina una Messa latina anche in altri giorni a richiesta di una maggioranza di parrocchiani un po’ più spirituali degli altri.
Il Vostro Predecessore aveva già concesso qualche rara, eccezionale celebrazione di Messa tradizionale (ce n’è una alle undici della domenica alla Misericordia di Torino, affollatissima sempre) ma l’eccezione - se non si vuol troncare del tutto il legame col Sacro dei misteri cristiani da tempo in coma precario - va trasformata tempestivamente in regola fissa, in raccomandazione forte, in disposizione (non semplice dispensa) pontificia, in parziale sebbene limitato ripristino.
Certamente, Santità di domani, non ignorerete quanto piacque alle autorità comuniste quella riforma conciliare dei riti occidentali: non erano degli stupidi, avevano nella loro bestiale ignoranza del sacro percepito che lì si era aperta una falla, che sul lungo lombrico di quei riti semidissacrati un graduale snervato ateismo di fatto avrebbe strisciato fino ai nuovi altari, bruttura geometrica di ogni chiesa. Quella riforma che, forse (è congettura mia di poco informato) intendeva colmare in parte la distanza dalle chiese protestanti, non ha colmato in profondità niente: in compenso tra cattolicità e ortodossia tradizionale ha allargato l’incomprensione e la totale separazione. Divinum resipiscere!
E tutti quei pulpiti disertati, obbligatoriamente? Quelli di legno se li mangia il tarlo, i marmorei ne fa poggiaschiena il turismo più crasso.
Ridategli voce: anche una predica perfettamente insulsa diventa qualcosa di più, acquista soffio, se proviene dall’alto... Un saluto di lontano.