Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 1 maggio 2020

Messe VO e NO in diretta streaming: a chi la corona senza virus?

Abbiamo ricevuto un interessante contributo del nostro amico Franco Parresio, il quale ha modo di interrogarsi sull’intervento della CEI riguardo alla riammissione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche dello scorso 26 aprile. Si è trattato, però, di un breve sussulto di orgoglio, perché non più di un paio di giorni dopo, la stessa CEI ha chiesto, con un parere, all’autorità governativa se potesse svolgere «i riti dell’ultima commendatio e della valedictio al defunto» relativamente ai funerali. Giustamente l’autorità governativa ha subito precisato, nel suo parere, che tali riti sono rimessi all’autorità ecclesiastica, esulando dalla competenza di un’autorità laica. Precisazione superflua. Ma forse non c’era neppure bisogno di richiedere un parere su questi aspetti, giacché la CEI ben doveva sapere che lo svolgimento di questi riti competeva all’autorità della Chiesa (v. sul punto, L. Scrosati, Termometro e incenso: Cei sottomessa anche sulla liturgia, in LNBQ, 1.5.2020).
Buona lettura.


Messe VO e NO in diretta streaming: a chi la corona senza virus?

di Franco Parresio

E sì!, Chi l’avrebbe mai detto!?
I Vescovi italiani hanno – con sorpresa di tutti – protestato formalmente contro l’ultimo DPCM, che «esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo» (vqui).
La CEI ha rivendicato in questo modo la «pienezza della propria autonomia» e «l’esercizio della libertà di culto», ricordando «a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale».
Ma ch’è successo?!
Fino al giorno prima piena sintonia col braccio secolare, al punto da mettere alla gogna quell’anziano sacerdote, colpevole di aver celebrato Messa con pochi fedeli; e ora!?
Dopo aver quasi canonizzato Martin Lutero, riabilitandolo e mettendolo alla stregua dei Dottori della Chiesa, adesso ci si ricorda che la nostra è «una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale»!?
È un po’ tardi! Ma… meglio tardi che mai!
Il fondato sospetto, però, è un altro: che le pecore non facciano più ritorno all’ovile!
Un problema da non sottovalutare non soltanto in termini economici, viste le richieste di aiuto postate sui social, come quella del Santuario Beata Vergine Addolorata di Campocavallo (vqui), ma anche e soprattutto psicologici. Mi riferisco a quei sacerdoti che stanno rivelando nelle loro messe in diretta streaming tutta la propria meschinità, con siparietti patetici e squallidi. E questo perché, come ha giustamente detto lo psichiatra Raffaele Morelli: «Non sappiamo stare con noi stessi, in questi giorni lo stiamo imparando. Non bisogna buttarsi a capofitto nell’incontro con gli altri, smetterla di correre e fare mille cose» (vqui).
Questo significa che i Vescovi non possono e non devono sottovalutare soltanto la pericolosità del coronavirus, ma temere seriamente – ora più che mai – gli effetti negativi generati dalla entusiastica neoteologia liturgica, esasperatamente antropocentrica e poco o nulla cristocentrica, e dalla autolesionistica propaganda della fin troppo decantata (sino alla nausea) bergogliana “Chiesa in uscita”. E considerare che, se da una parte c’è una Chiesa in uscita… di scena (nonché di senno), dall’altra c’è una sempre più crescente Chiesa in entrata: quella che si identifica, sebbene non interamente, con il Vetus Ordo, le cui funzioni religiose – specie quelle di quest’ultimo Triduo Pasquale trasmesse in diretta streaming sui vari canali social come youtube e facebook – sono state all’insegna della solennità, dell’ordine e del decoro: esattamente come raccomanda l’Abate Caronti; ma anche l’Abate Schuster, sottolineando il fatto che l’azione liturgica è “a gloria di Dio e ad edificazione dei presenti”: «Spesso, infatti, nelle chiese delle abbazie benedettine assistono dei protestanti, degli ebrei, delle persone senza alcuna religione. L’esperienza dimostra che un coro ben eseguito, delle funzioni celebrate con ordine, con maestà, con devota pompa possono fare su quelle anime una profonda impressione».
Imparino i modernisti e fautori della teologia della chiesa in uscita … e smettano di tacitare chi non la pensa come loro infamandoli come tradizionalisti.

domenica 8 gennaio 2017

L’orfanezza della Chiesa in uscita

Nella festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, fissata nella Domenica nell’Ottava dell’Epifania da papa Benedetto XV, pubblichiamo questo contributo di Franco Parresio.

Scuola di Guido Reni, Sacra Famiglia a tavola, XVII sec., Quadreria arcivescovile, Milano

Jacques Stella, Sacra Famiglia con S. Giovanni Battista, XVII sec., Lione

Jacques Stella, Gesù ritrovato tra i dottori dai suoi genitori, XVII sec., Lione



Luisa Roldán detta La Roldana, Primi passi del fanciullo Gesù, XVII sec., Monasterio de Sopetrán, Hita (Guadalajara) 




Francisco Salzillo, Sacra Famiglia con i SS. Gioacchino ed Anna, 1735 circa, chiesa parrocchiale di San Michele, Murcia 



Ferdinando Bassi, Ritrovamento di Gesù fanciullo nel Tempio, 1848, Trento

Luigi Marai, Gesù nel Tempio tra i dottori, 1884, Verona


L’orfanezza della Chiesa in uscita

di Franco Parresio

Il titolo di quest’articolo si richiama a due eventi recentissimi, molto legati tra di loro: l’omelia tenuta dal vescovo di Roma, Francesco, nella Solennità – secondo il calendario montiniano – di Maria, Madre di Dio, avente come tema l’orfanezza spirituale degli odierni credenti (v. qui), e la trasmissione televisiva “La Chiesa in uscita”, andata in onda su RAI3, in prima serata il 5 gennaio, all’interno del programma “La Grande Storia” curato da Paolo Mieli, volto ad esaltare l’attuale pontificato bergogliano (erede – a suo modo – di quello roncalliano) e, con esso, tutta la Chiesa uscita dal Vaticano II.
Senza rendersene conto, e papa Francesco e Paolo Mieli hanno mostrato, in tutta evidenza, quella che possiamo definire la più grave delle moderne cinque piaghe della Chiesa: quella del post-concilio, che, «occupandosi a pieno titolo del mondo, […] ha rinunciato alla gestione del sacro» (U. Galimberti, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, ed. Feltrinelli, Milano 2012, p. 29); che, «smarrite le ultime tracce del sacro, […] ha ridotto la dimensione religiosa a questione morale» (ivi, p. 30); che, avendo «dato avvio a quella progressiva desacralizzazione del sacro di cui il nostro tempo è tangibile testimonianza» (ivi, p. 25), ha sovvertito radicalmente il cristianesimo, il quale «si è ridotto ad agenzia etica […], s’è fatto evento diurno, lasciando la notte indifferenziata del sacro alla solitudine dei singoli, […] che oggi, senza la protezione religiosa, devono vedersela da soli con l’abisso della propria follia, che il sacro sapeva rappresentare e la ritualità religiosa placare» (ivi, p. 10).
Di qui quel senso di orfanezza spirituale, che non risparmia, come direbbe papa Montini, «i buoni cattolici, i bravi figli della Chiesa» (Udienza generale, 12.1.1966), dimentichi e dimenticati di esserne figli.
Dopo il celeberrimo “Discorso alla luna” (v. qui), il concetto della fraternità papale ha inesorabilmente finito col soppiantare quello della paternità del Romano Pontefice. Gli ultimi papi (compreso l’attuale), contrariamente al loro nome (“papa” deriverebbe da pater patrum, e, comunque, vuol dire padre), hanno, nel linguaggio personale e istituzionale, rinunciato a chiamare i fedeli “figli/figlioli”, rivolgendosi a loro e a tutti con l’espressione “fratelli/sorelle” (papa Ratzinger, addirittura, ha usato l’espressione “amici”), nel tentativo di abbracciare anche persone di altre fedi, compresi gli agnostici, in nome di un dialogo, il quale, superesaltando la frase attribuita a Giovanni XXIII («È più forte quello che ci unisce di quello che ci divide»), trascura – soprattutto sotto questo vescovado romano – il fatto che, come ricorda sempre il Montini, «l’Ecumenismo non è semplicismo, non è irenismo superficiale e incurante delle intrinseche istanze della verità religiosa» (Udienza generale, 18.1.1967).
E un papa non può non farsi carico delle intrinseche istanze della verità religiosa! Non può esprimersi in modo semplicistico e irenico – come esattamente fa Bergoglio – con frasi evasive del tipo «Chi sono io per giudicare?», o alla domanda «“Mi dica, Padre: perché soffrono i bambini?”, davvero, io non so cosa rispondere» (Udienza generale, 4.1.2017). È un’omissione grave che, se da una parte conferma la “orfanezza autoreferenziale” di questo papa, dall’altra “sgretola il dogma dell’infallibilità pontificia”, come ha acutamente fatto osservare Galimberti a proposito della Chiesa sotto Francesco, la quale, più che essere una Chiesa in uscita, ha oramai tutti i requisiti per essere una Chiesa in liquidazione.