Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 9 febbraio 2023

La beata Anna Katharina Emmerich

Oltre che di S. Cirillo d'Alessandria, vescovo e dottore della Chiesa, invitto difensore del dogma (contro l'eresia nestoriana) della divina maternità di Maria e, può dirsi a giusto titolo, primo santo mariano, e della santa martire - sempre di Alessandria - Apollonia, a cui, per la confessione della fede, furono cavati i denti con le tenaglie e che morì arsa sul fuoco, giacché preferì le fiamme piuttosto che rinnegare Cristo, oggi si fa memoria della beata Anna Katharina Emmerick (o Emmerich), grande mistica agostiniana, che, oltre a partecipare ai patimenti del Cristo (ricevette le stigmate!), ebbe modo di vedere - come in un film - la vita del Signore Gesù, di Maria e di alcuni Santi. Famosa è per la profezia dei due Papi (cfr. il libro Saverio Gaeta, La profezia dei due papi. Rivelazioni sulla fine della Chiesa ai tempi di Benedetto e Francesco, Casale Monferrato, ed. Piemme, 2018; Antonio Socci, La profezia della beata Anna Caterina Emmerich sul tempo dei due papi e delle due Chiese. Parla di oggi?, in Blog Lo Straniero, 31.1.2015) e per l'infestazione di un clero tiepido. Nota è anche la riscoperta, grazie alle sue visioni, della casa della Vergine Maria ad Efeso alla fine dell'800 (cfr., tra i tanti, Giulio Carulli, Efeso, a casa di Maria, in Terra Santa.net, 8.7.2016; La casa di Maria a Efeso (Meryem Ana), in Tanogabo.it, 8.9.2021).

Gabriel von Max, Anna Katharina Emmerick, 1885

lunedì 20 luglio 2020

L'ecumenismo secondo il profeta Elia

"Ed Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi neppure uno!».
Li afferrarono. Elia li fece scendere al torrente Kison, ove li ammazzò."

(3 Reg. (1 Re), XVIII, 40)

Juan de Valdés Leal, Il profeta Elia ed profeti di Baal, 1658, Chiesa del Carmine, Córdoba

Elia uccide i sacerdoti di Baal, Monastero carmelitano, El Muhraqa

giovedì 24 maggio 2018

L’incontro tra Paolo VI e mons. Lefebvre: a noi posteri la facile sentenza

È stato pubblicato nei giorni scorsi il libro di P. Sapienza dedicato a papa Montini. In esso si riporta, integralmente, il verbale del colloquio tra Paolo VI e Mons. Marcel Lefebvre; un verbale scritto dall’allora mons. Benelli, futuro arcivescovo di Firenze.
Nel rileggere oggi quelle pagine emerge tutta la miopia di Montini ed al contempo la lungimiranza profetica addirittura di Mons. Lefebvre. Montini vedeva già all’epoca, addirittura, con grande immaginazione (o forse illusione, che spacciava per realtà) secondo noi, una ripresa della fede (sic!!!); Mons. Lefebvre la sua demolizione. Chi aveva ragione???
Beh …. è singolare che Paolo VI si fosse dimenticato che, giusto quattro anni prima, aveva, in un suo celebre discorso, affermato che il fumo di Satana era entrato da qualche fessura nella casa del Signore (Omelia, 29.6.1972). Non ci soffermiamo a verificare a chi fosse spettato suturare le fessure per evitare che il fumo penetrasse. Prendiamo, invece, solo atto che lo stesso Montini lamentasse il diffondersi del dubbio, dell’incertezza, dell’inquietudine, dell’insoddisfazione, della sfiducia nei confronti della Chiesa. E sol quattro anni dopo, Montini parlava di una ripresa … . Stava mentendo???
Ancora qualche annetto prima, nel 1969, sempre Paolo VI aveva parlato in termini altrettanto drammatici: «La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. È come un rivolgimento interiore acuto e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio. Si pensava a una fioritura, a un’espansione serena dei concetti maturati nella grande assise conciliare» (Discorso ai membri del Seminario lombardo7.12.1968). Sembrava una fioritura, ma poi si è rivelato ben altro: fumo di Satana, come ammetterà candidamente Montini appena quattro anni dopo!
Dopo Montini, pure papa Wojtyla ebbe modo di dire la sua, esprimendosi in termini altrettanto allarmati. Quel Pontefice, in effetti, affermò: «Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia; immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva» (Giovanni Paolo II, Allocuzione al Convegno Nazionale “Missioni al popolo per gli anni ‘80”, 6.2.1981, § 2): in altre parole l’apostasia dalla fede nella stessa Chiesa, visto, che interessa i cristiani! E già negli anni ‘80 del secolo scorso, dunque, Giovanni Paolo II parlava di confusione, smarrimento e delusione dei cristiani! Dov’era dunque la ripresa vista da Montini nel settembre 1976?
Chi si rivelò, dunque, autenticamente profetico? Montini o Lefebvre??? Chi dei due si rivelò lungimirante??? Lasciamo ai lettori il retto e scontato giudizio, essendo indiscussa la miopia di Paolo VI.
Noi rinviamo al libro di Quirino Maestrello, L’autodemolizione della Chiesa Cattolica, pubblicato a puntate, in esclusiva, su Radiospada (v5.9.201312.9.201318.9.201326.9.20133.10.201310.10.201317.10.201324.10.201331.10.20137.11.201314.11.201321.11.20138.11.2014). Nella festa di Maria SS., Aiuto dei cristiani, rilanciamo questo contributo sul soprariferito episodio tra Montini e Mons. Lefebvre.





L’incontro tra Paolo VI e mons. Lefebvre: a noi posteri la facile sentenza

di Andrea Maccabiani



È da pochi giorni rimbalzata sui blog la notizia lanciata da Vatican Insider sull’uscita del libro di padre Leonardo Sapienza “La barca di Paolo”, in cui viene riportato integralmente il verbale del colloquio avvenuto tra Paolo VI e mons. Marcel Lefebvre. L’incontro avvenne a Castel Gandolfo, la residenza estiva dei pontefici, l’11 settembre del 1976, presenti anche don Pasquale Macchi, segretario particolare di papa Montini e don Giovanni Benelli, sostituto della Segreteria di Stato e futuro arcivescovo di Firenze. È proprio quest’ultimo il redattore delle otto cartelle che ora vengono a galla grazie alla pubblicazione di padre Sapienza. L’incontro durò dalle 10.27 alle 11.05 ma in quei pochi minuti è condensato un universo di problemi e argomenti che tengono banco ancora oggi, a distanza di 42 anni. I temi trattati non sono certo una sorpresa: ciò che fa effetto è sentire le voci di questi protagonisti riecheggiare dal freddo verbale stilato da un funzionario di curia. Diciamocela tutta: ciò che dice mons. Lefebrve è ciò che vorremmo dire anche noi se solo avessimo possibilità di poter esprimerci con il Potere. Lui ha però avuto l’occasione di farlo veramente, con coraggio e coerenza. A noi resta la soddisfazione di vedere, dopo 42 anni, cosa nel frattempo è successo e – perché no – chi dei due ha visto più lungo e forse aveva davvero ragione.
Ad oggi l’unico testo su cui confrontarsi è quello che Andrea Tornielli riporta sul suo blog, con alcuni stralci parafrasati. Resta il “beneficio del dubbio” sull’aderenza della sua versione in prosa con il documento vero e proprio. Intanto analizziamone alcuni punti:
Mons. Lefebvre introduce subito un passaggio fondamentale di tutto questo colloquio, ovvero il rapporto tra fede e obbedienza:
«La situazione nella Chiesa dopo il Concilio» è «tale che noi non sappiamo più che cosa fare. Con tutti questi cambiamenti o noi rischiamo di perdere la fede o noi diamo l’impressione di disobbedire. Io vorrei mettermi in ginocchio e accettare tutto; ma non posso andare contro la mia coscienza. Non sono io che ho creato un movimento» sono i fedeli «che non accettano questa situazione. Io non sono il capo dei tradizionalisti… Io mi comporto esattamente come facevo prima del Concilio. Io non posso comprendere come tutto d’un tratto mi si condanni perché formo preti nell’obbedienza della santa tradizione della santa Chiesa»
Paolo VI a tal proposito aveva così esordito:
«Lei ha giudicato il Papa come infedele alla Fede di cui è supremo garante. Forse è questa la prima volta nella storia che ciò accade. Lei ha detto al mondo intero che il Papa non ha la fede, che non crede, che è modernista, e così via. Debbo, sì, essere umile. Ma Lei si trova in una posizione terribile. Compie atti, davanti al mondo, di un’estrema gravità…»
L’attenzione pare rivolta sul problema dell’autorità messa in discussione. È vero che viene nominata la fede ma essa pare più funzionale al ruolo dell’autorità: in pratica mettendo in discussione l’ortodossia del Pontefice viene minata la sua potestà nella Chiesa. Questa sembrerebbe la prima preoccupazione: non la questione in sé stessa ma in quanto funzionale al ruolo.
Lefebvre non manca di sottolineare la già grave situazione del clero e della vita religiosa:
«Cerco di formare preti secondo la fede e nella fede. Quando guardo gli altri Seminari, soffro terribilmente: situazioni inimmaginabili. E poi: i religiosi che portano l’abito sono condannati o disprezzati dai Vescovi: quelli invece che sono apprezzati, sono quelli che vivono una vita secolarizzata, che si comportano come la gente del mondo»
Allorché Montini replica:
«Ma Noi non approviamo affatto questi comportamenti. Tutti i giorni ci adoperiamo con grande fatica e con uguale tenacia ad eliminare certi abusi, non conformi alla legge vigente della Chiesa, che è quella del Concilio e della Tradizione. Se Lei avesse fatto lo sforzo di vedere, di comprendere quello che fo e dico tutti i giorni, per assicurare alla Chiesa la fedeltà all’ieri e la rispondenza all’oggi e sì domani, non sarebbe arrivato al punto doloroso in cui si trova. Siamo i primi a deplorare gli eccessi. Siamo i primi ed i più solleciti a cercare un rimedio. Ma questo rimedio non può essere trovato in una sfida all’autorità della Chiesa. Gliel’ho scritto ripetutamente. Lei non ha tenuto conto delle mie parole»
A noi posteri viene già da sorridere. Non siamo più nel ‘76, periodo certamente caldo, ma nel 2018: quali rimedi si sono cercati o trovati? Dove sono finiti i presunti sforzi di conservare la fedeltà all’ieri? Dove la tenacia ad eliminare gli abusi? Mistero. Il bestiario clericale non ha fatto altro che ingrossarsi di esempi e aneddoti che non riusciremmo nemmeno a catalogare data la mole. Quando si pensa di aver toccato il fondo, ancora oggi si resta sorpresi di quanto spazio ci sia ancora più giù. Si può anche toccare con mano che non c’è mai stata alcuna repressione verso abusi o bizzarrie più o meno gravi: quanti parroci sono rimossi dai loro incarichi per aver ballato in chiesa durante la S. Messa oppure per aver benedetto coppie omosessuali? Quanti privati del sostentamento dell’8 per 1000 per aver negato la Resurrezione di Gesù Cristo oppure trasportare l’Eucarestia con un drone in chiesa? Quanti hanno subito persecuzioni per aver negato i dogmi mariani o per essere stati beccati con amanti di ambo i sessi? Quasi nessuno. Addirittura alcuni hanno meritato per questo delle promozioni. Il lettore si chieda ora: quanti sacerdoti sono stati allontanati dai loro incarichi per la veste talare, la messa antica, l’altare ad orientem, la predicazione della dottrina di sempre? Il rapporto è agghiacciante. Infatti ad essere accusato davanti al pontefice che pur si gloriava di “lavorare con tenacia ad eliminare certi abusi” era mons. Lefebvre, che in fondo si limitava a fare ciò che avrebbe fatto un decennio prima e non i vescovi e sacerdoti sessantottini. Viene il dubbio che i “certi abusi” che si voleva “eliminare” fossero davvero quelli della chiesa fuori moda e non altri. Quei grandi impicci alla modernità che rimanevano, come mons. Lefebvre, quali massi erratici di un cammino che si voleva spianare alla svelta.

Evidentemente gli eccessi non sono stati efficacemente deplorati

La risposta di papa Montini rimarca il solito punto: l’autorità. Elenca rimedi e metodi (?) ma non intende includere tra questi l’attacco all’autorità. Il connubio tra coscienza/fede e potere/autorità è assolutamente sterile: non porta rimedio. Questo lo possiamo affermare con cognizione di causa a distanza di decenni.
Proseguiamo.
Lefebvre rivolge al Papa «una preghiera. Non sarebbe possibile prescrivere che i Vescovi accordino, nelle chiese, una cappella in cui la gente possa pregare come prima del Concilio? Oggi si permette tutto a tutti: perché non permettere qualcosa anche a noi?». Risponde Paolo VI: «Siamo una comunità. Non possiamo permettere autonomie di comportamento alle varie parti».Lefebvre riprende: «Il Concilio ammette il pluralismo. Chiediamo che tale principio si applichi anche a noi. Se Vostra Santità lo facesse, tutto sarebbe risolto. Ci sarebbe aumento di vocazioni. Gli aspiranti al sacerdozio vogliono essere formati nella pietà vera. Vostra Santità ha nelle mani la soluzione del problema…»
Questo è un altro passaggio sconcertante. È possibile ammettere la buona fede di Paolo VI quando dice “non possiamo permettere autonomie di comportamento”? Non sapeva forse –lui così bene informato, come ci ricorda anche lo zelante Tornielli – che già nel ‘76 ciascuna conferenza episcopale faceva di testa propria? Il catechismo olandese? Le traduzioni arbitrarie del già problematico novus ordo? Le preghiere eucaristiche che nascevano come funghi? Se si pensa che solo attendendosi fedelmente al nuovo rito è possibile, seguendo le varie piste proposte, celebrare decine di messe differenti l’una dall’altra, in centinaia di lingue nazionali, dove si troverebbe la coesione e l’unità del comportamento? Facile: come dice Lefebvre e conferma Montini, si può fare tutto tranne giocare a fare la vecchia chiesa fuori moda col suo rito vetusto e polveroso. Col senno di poi non paiono così lontane le lacrime versate da tanti vescovi all’uscita del Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, alla notizia della liberalizzazione dell’antico messale. Non pervenute invece le lacrime dei pur numerosi vescovi pro-vita quando papa Bergoglio ha dimostrato in svariate occasioni apprezzamenti verso la pluri-omicida Emma Bonino. Ortopedici e fisioterapisti tastano il paziente cercando di toccare vari punti alla ricerca di quello che fa più male. Qui non è difficile capire quale sia il punto che genera dolore e quelli che invece non sono un problema. Infatti mons. Lefebvre conclude sottolineando che papa Montini ha la possibilità di chiudere la questione. Ma non lo fece. Continua anzi a difendere i lupi dicendo:
«È doveroso, in pari tempo, riconoscere che ci sono segni, grazie al Concilio, di vigorosa ripresa spirituale fra i giovani, un aumento di senso di responsabilità fra i fedeli, i sacerdoti, i vescovi».

Tipico esempio di “ripresa”

Comecomecome? Non solo vede la ripresa (pare di sentire Mario Monti o Matteo Renzi) ma addirittura la scorge vigorosa. La vedeva davvero? Non lo sappiamo. Possiamo solo dire che non c’era allora e non si intravede nemmeno adesso dopo 42 anni da quel giorno. Una cosa la vedeva bene perché c’era davvero: l’attacco all’autorità. Così Paolo VI conclude il colloquio:
«Faccia una dichiarazione pubblica, con cui siano ritrattate le sue recenti dichiarazioni e i suoi recenti comportamenti, di cui tutti hanno preso notizia come atti posti non per edificare la Chiesa, ma per dividerla e farle del male.»

Sarebbe stato bello sentire rivolta questa frase a qualche vescovo tedesco, a qualche vescovo teologo della liberazione, a qualche generico professore di teologia. Invece niente. È stata proprio rivolta a mons. Lefebvre. D’altronde poco prima Paolo VI aveva avuto modo di dire che della crisi della Chiesa: «Ne soffriamo profondamente. Lei ha contribuito ad aggravarla, con la sua solenne disubbidienza, colla sua sfida aperta contro il Papa». Riecco il problema dell’autorità. L’obbedienza cieca e assoluta messa in crisi. Se non fanno breccia le idee -che non avrebbero potuto essere forti nemmeno se avessero voluto – deve convincere il pugno di ferro. Lo vediamo anche oggi, dove si assiste ad un quotidiano surreale silenzio su tutto ciò che si dice o si scrive Oltretevere. Si aspetta sempre che la situazione precipiti. Se precipita si aspetta che peggiori. Se peggiora si aspetta che si schianti. Si aspetterà forse la canonizzazione di Paperino o Paperoga o l’elezione del primo cardinale donna-islamica-lesbica? Anche fosse ci sarebbe silenzio, ne sono certo. Mons. Lefebvre ha parlato e subito. Ha detto 42 anni fa le cose che vorremmo dire noi. Avrà sofferto, ma questa soddisfazione l’ha avuta. 

Fonte: Riscossa cristiana, 21.5.2018

martedì 16 agosto 2016

“Profetico” è ciò che sta al definitivo e non al cambiamento – Editoriale di agosto 2016 di “Radicati nella fede”

Con qualche giorno di ritardo, rilanciamo l’editoriale di agosto di Radicati nella fede nella festa di San Rocco, confessore.

Francesco da Milano, Trittico dei SS. Rocco, Sebastiano e Nicola da Bari, 1512, Chiesa arcipretale San Tomaso Apostolo, Caneva

Moretto da Brescia, Madonna con Bambino in trono con i SS. Rocco e Sebastiano, 1528, Chiesa di Sant'Andrea, Pralboino

Paris Bordon, Madonna in trono con il Bambino e i SS. Sebastiano e Rocco, 1535-1543, Chiesa Santa Maria Assunta, Valdobbiadene 




Giuseppe Sanmartino - Biagio Giordano, statua argentea di S. Rocco, 1793, Concattedrale, Ruvo di Puglia

“PROFETICO” È CIÒ CHE STA AL DEFINITIVO E NON AL CAMBIAMENTO


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 8 - Agosto 2016

Profezia è vivere il definitivo e non ciò che cambia.
Profezia è fedeltà al dogma e non ai tempi.
Ti vogliono schiacciare in una falsa alternativa tra chi vorrebbe la Chiesa del passato e chi quella del  futuro. No, noi vogliamo la Chiesa di sempre, che è quella del passato del presente e del futuro.
È opprimente questo clima instauratosi nella Chiesa cattolica, che continua a porre un falso problema, quello della alternativa tra passato e futuro, schiacciando la coscienza dei cattolici in costruiti sensi di colpa, se si attardano al passato e non si adattano ad un presente rivoluzionario, che dovrebbe preparare il futuro. Ed è su questi sensi di colpa che annullano una giusta resistenza ai continui cambiamenti, che stanno smantellando la Chiesa.
Ci dicono che non dobbiamo essere nostalgici, che la chiesa di un tempo non tornerà, che dobbiamo riprogrammarci per una chiesa del futuro; e per preparare la chiesa del futuro ci impongono di “togliere” molte delle cose che hanno fatto la solidità di generazioni di cristiani. È lo smantellamento, dolce o violento secondo le circostanze, di ciò che c’è ancora di stabile nel cattolicesimo, i dogmi - i comandamenti - la disciplina dei sacramenti - la funzione della gerarchia. Ma questo smantellamento non avviene con violenza, come nella rivoluzione protestante che eliminò verità di fede, gran parte dei sacramenti e il sacerdozio gerarchico. No, non avviene con una riforma esplicita, che si dichiarerebbe da se stessa eretica, ma avviene con la tattica della “fluidità”.
Eh sì, è proprio così, tutto viene reso fluido, non negato, per essere cambiato. È la tattica del modernismo, è il modernismo pratico, che da dentro porta alla metastasi il cancro nella chiesa.
E come ti rendono fluido il cattolicesimo, i suoi dogmi e la sua morale? Con il super dogma della Chiesa profetica.
Non se ne può proprio più! Ogni volta che fai presente che si stanno dimenticando le verità rivelate, che si sta concedendo diritto di esistenza al peccato mortale, che si sta favorendo il sacrilegio nell’amministrazione dei sacramenti, che si sta sostenendo l’indifferentismo facendo credere che tutte le religioni vadano bene; ebbene, tutte le volte che sollevi questo doloroso problema, ti viene detto che devi accettare che la chiesa si apra al futuro, che devi accettare che la chiesa sia profetica non ripetendo il passato, ma cambiando continuamente.
La stessa cosa accade quando si fa notare che questi cambiamenti, ammesso che non siano contro la Rivelazione divina (ma lo sono in evidenza, basta usare la ragione per capirlo!), non hanno nemmeno prodotto un incremento di vita cristiana, ma hanno svuotato definitivamente le chiese: anche qui ti dicono che il mutamento fa parte dell’instaurazione della chiesa del futuro, una chiesa con pochissime messe, pochissimi sacerdoti, con sacramenti generalizzati e alternativi, pronta sempre a ripensare se stessa in funzione della società che cambia. Ed ecco la chiesa del futuro, la chiesa fluida per un cristianesimo fluido.
Ma la profezia non è questa cosa qui, questa è una schifezza inventata dai nipoti dei modernisti classici, che stanno portando alla distruzione ciò che ancora resta del cattolicesimo.
La profezia invece è riferimento al fondamento che è Cristo.
Profeti si è in riferimento all’opera di Dio in Gesù Cristo: profeta è chi vive tutto in Dio; chi sa che “la realtà invece è Cristo” e, vivendo dentro il mondo, fa della sua esistenza un richiamo per gli uomini, che vivono l’ingannevole illusione di una vita fuori dalla grazia del Signore. Profeta è chi è stabilito sulla roccia della fede cattolica, della fede trasmessa una volta per tutte ai santi, e sa che il futuro dipende dall’obbedienza, in tutto, al Dio che si è rivelato in Gesù Cristo.
La profezia sta al fondamento dato, non al cambiamento. La profezia sta alla regola, non alla confusione. La profezia sta all’obbedienza a Dio e non ai tempi che cambiano. Per questo i monaci, gli uomini della regola, furono profeti per il loro tempo ed edificarono la cristianità, cercando solo Dio.
La profezia sta alla definitività che è Cristo e alla definitività della vita eterna, altro che al cambiamento!
Occorre avere una chiara consapevolezza di questo, per non essere ricattati moralmente dai modernisti pratici, che affollano ciò che resta della struttura della chiesa: la abitano da padroni per ultimarne lo smantellamento, e poco importa se ne sono coscienti o no.
La chiarezza sulla falsità dell’idea di Chiesa profetica, deve portare a considerarne tutta la portata distruttiva. Questa caratterizzazione di “profetica” coinvolge tutto e tutto distrugge, a partire dalla gerarchia, passando per il sacerdozio, giungendo ai fedeli.
In questa modernizzata mentalità cattolica non hai più il Papato della tradizione, dove il Papa custodisce il deposito della fede, ma un papato profetico, che dovrebbe guidare i cristiani di tutto il mondo verso le spiagge di una fede più liberamente abbracciante tutto e tutti.
In questa modernizzata mentalità cattolica non hai più il sacerdozio cattolico, preoccupato di insegnare la fede e di amministrare la grazia dei sacramenti, curandone la retta ricezione, ma un sacerdozio profetico impegnato in continue rivoluzioni che dovrebbero rendere più interessante il cristianesimo ai cattolici borghesi e benestanti, perennemente annoiati.
E alla fine i fedeli, o i laici come si usa oggi chiamarli, al seguito di un papato e di un sacerdozio così profetici, scompariranno dentro la palude di un mondo secolarizzato, che hanno strenuamente copiato per essere appunto profetici.
Si chiude così la parabola del post-concilio, che vide un chiesa profetica, ma che dimenticò che la profezia è stabilità e non cambiamento. Stabilità fondata sulla roccia immutabile che è Cristo.

sabato 2 aprile 2016

“Rudi amíctu, nudis pédibus incédens, humi cubábat. Cibi abstinéntia fuit admirábili: semel in die post solis occásum reficiebátur, et ad panem et aquæ potum, vix áliquid ejúsmodi obsónii adhibébat, quo vesci in Quadragésima licet: quam consuetúdinem, ut fratres sui toto anni témpore retinérent, quarto eos voto adstrínxit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI FRANCISCI DE PAULA, CONFESSORIS ET ORDINIS MINIMORUM INSTITUTORIS

Questa festa in onore dell’umile taumaturgo della «Carità» addormentatosi nel Signore a Plessis-lès-Tours, in Francia, il 2 aprile 1507, beatificato nel 1513 e canonizzato nel 1519 dal papa Leone X, ebbe vicende travagliate. In effetti, fu dapprima introdotta nel 1557 come semidoppia. Soppressa da san Pio V nel 1568, Sisto V la ristabilì nel 1585 come doppia; Clemente VII la riportò al rito semidoppio nel 1602. Paolo V la elevò nuovamente al rito doppio nel 1613 come festa di fondatore di ordine religioso.
Due templi insigni, nella Città santa, ricordano il soggiorno che vi fece san Francesco di Paola, quando, per ordine di Sisto IV, si recò in Francia alla corte di Luigi XI, all’epoca morente, colpito da grave malattia, ed il quale aveva richiesto al Pontefice che gli inviasse qualche uomo santo in grado di guarirlo. La chiesa dedicata alla Santissima Trinità sull’antico Collis ortorum o Pincio, fu costruita nel 1495, da Carlo VIII, re di Francia, per i religiosi Minimi (cfr. Giuseppe Caridi, Francesco di Paola. Un Santo europeo degli umili e dei potenti, Salerno editrice, Roma, 2016, p. 199), laddove il loro Fondatore avrebbe predetto che sarebbe divenuta un giorno la sede della sua famiglia a Roma. È la famosa chiesa di Trinità dei Monti (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 339-341; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 543. Sulla predizione di san Francesco di Paola, cfr. Bollandisti, Supplementum historicum ad Acta S. Francisci de Paula, collectum ex variis auctoribus, cap. IV, S. Francisci de Paula discessus ex Italia miraculis illustratus, § 32, in Acta Sanctorum, Aprilis, vol. X, Dies II, Paris-Roma 1865, p. 204).
Un secondo tempio, sotto il titolo di San Francesco da Paola, si eleva sull’Esquilino, vicino al titolo di Eudossia e, come la Santa Trinità sul Pincio, è rimarchevole per le sue opere d’arte e la ricchezza dei suoi marmi (Armellini, op. cit., pp. 207-208). Nel suo convento vicino abitò, per molti anni, il venerabile Bernardo Maria Clausi.
Il nostro Santo è famoso, oltre che per gli strepitosi miracoli ottenuti per sua intercessione, anche per la pratica penitenziale. Per l’ordine che fondò, egli impose, oltre ai classici voti di povertà, obbedienza e castità, anche un quarto voto, il c.d. voto quaresimale perpetuo, cioè la promessa solenne di nutrirsi dei soli cibi previsti nelle regole antiche dalla Chiesa per il tempo di Quaresima (e che sono tuttora in uso nella Chiesa orientale), ossia niente carne e suoi derivati, latticini, uova e grasso animale sia dentro che fuori il convento. Il Santo non specifica altri cibi di cui nutrirsi. Dai processi di canonizzazione, tuttavia, si comprendono gli alimenti di cui l’eremita si nutriva: vegetali vari come fave, ceci, piselli, lattuga, minestre di legumi, pane, frutta come fichi, castagne, melograni, noci, prugne, acqua fresca, qualche sorso di vino, quando stava male interrompeva questa dieta e si nutriva di pesce. Nelle Regole per i suoi frati prescrive appunto il pesce, a condizione che sia molto semplice, e di poter nutrirsi di carne in caso di malattia grave e con prescrizione del medico (cfr. Debora Ruffolo – Angela Altomare, A tavola con San Francesco di Paola, in PdV – Parola di Vita, 23.11.2015).
Tali regole sono state modificate – ahimé – alterando lo spirito del Santo Fondatore con le innovazioni del Vaticano II negli anni ’80 del secolo scorso, prevedendosi la possibilità di cibarsi dei latticini e di tutti i derivati della carne ed una maggiore libertà per i frati di cibarsi di carne quando sono fuori convento.
La messa di san Francesco di Paola è quella del Comune dei semplici Confessori, come il 31 gennaio, ma le collette e la prima lettura sono proprie.
La prima preghiera mette in rilievo l’umiltà profonda del taumaturgo di Paola, umiltà che attribuì alla famiglia religiosa istituita da lui il titolo di Ordine dei Minimi.
La prima lettura è simile a quella assegnata alla festa di san Paolo, primo eremita, il 15 gennaio. Bisogna donare tutto per possedere tutto, cioè dare tutto il creato e la creatura per guadagnare così il Creatore.
La colletta seguente s’ispira ad un testo antico e fa allusione all’uso primitivo dei fedeli che, all’offertorio, presentavano essi stessi al sacerdote celebrante il pane ed il vino necessari al sacrificio.
L’umile semplicità ed il candore dell’anima sono le condizioni più propizie perché la grazia di Dio possa agire senza incontrare ostacoli. Così si spiega il numero straordinario di prodigi operati da san Francesco di Paola, anche di quelli senza uno scopo di grande importanza apparente, come, per es., il giorno in cui, a tavola del re di Napoli, risuscitò dei pesci già cotti e serviti (cfr. Bollandisti, op. cit., § 30, p. 203. Cfr. anche Libellus De vita et miraculis S. Francisci, scriptus ab uno ex disciplis, quadriennio ante Sancti obitum, ex Ms. Gallico Conventus Bruxellensis, cap. II, Conventus Pauliani exordia: Virtutes S. Francisci: miracula in dicto conventu facta, § 12, ivi, p. 110. L’A. anonimo ambienta l’episodio della resurrezione dei pesci non a Napoli, ma nel convento calabrese del Santo, dinanzi ai suoi confratelli. Comunque, del miracolo vi sono le deposizioni rese da vari testimoni, tra i quali quella di tale Maestro Pietro Gennensio, resa nel processo informativo canonico cosentino, il 18 luglio 1512: Processus informativi ad Canonizationem, cap. VI, Alii Pauliani testes eodem die auditi, § 48, ivi, p. 131) e dall’abate basiliano del monastero di S. Gregorio, tale Ambrogio Copula, nel 1517 (Leone X, Bulla beatificationis, Processus Calabricus, cap. IX, Processus factus in casati S. Blasii, § 128, ivi, p. 183). Nel suo amore umile e fiducioso, il nostro Santo possedeva il cuore di Dio ed, ispirandosi alla carità, la piegava dove voleva.


Autore ignoto, S. Francesco di Paola, XVI sec., Chiesa del SS. Salvatore, Bologna

Lavinia Fontana, S. Francesco di Paola benedice il figlio di Luisa di Savoia, 1590, Pinacoteca nazionale, Bologna


Pietr Paul Rubens, Miracoli di S. Francesco di Paola, 1627-28, Paul Getty Museum, Malibu


Bartolomé Esteban Murillo, Visione di S. Francesco di Paola, 1670 circa, Paul Getty Museum, Malibu

Bartolomé Esteban Murillo, S. Francesco di Paola, XVII sec., museo del Prado, Madrid


José Jiménez Donoso, Visione di S. Francesco di Paola, 1690, museo del Prado, Madrid

Juan de Parla, S. Francesco di Paola in preghiera, 1691, museo del Prado, Madrid

Ambito di Jusepe de Ribera, S. Francesco di Paola, 1640 circa, Hermitage, San Pietroburgo

Ambito di Jusepe de Ribera, S. Francesco di Paola, XVII sec.


Benedetto Luti, S. Francesco di Paola attraversa lo stretto di Messina sul mantello, 1694, Museo Regionale, Messina

Juan de Espinal, Gli ugonotti bruciano il corpo di S. Francesco di Paola il 13 aprile 1562, XVII sec.

Lucas Valdés, Gli ugonotti bruciano il corpo di S. Francesco di Paola il 13 aprile 1562, XVIII sec., Museo de Bellas Artes de Sevilla, Siviglia


Lucas Valdés, Ritratto miracoloso di S. Francesco di Paola completato da un angelo, 1700-10, Museo de Bellas Artes de Sevilla, Siviglia

Pietro Bianchi (detto Il Creatura), Estasi di S. Francesco di Paola, 1728 circa, musée du Louvre, Parigi


Sebastiano Ricci, S. Francesco risuscita il bambino morto di sua sorella, 1733, San Rocco, Venezia

Giandomenico Tiepolo, Vergine in gloria tra i SS. Francesco di Paola e Lorenzo, 1775-80, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo

Fundone (attrib.), Lactatio di S. Francesco di Paola alla presenza di S. Leonardo, 1706 circa, Castello, Melfi

Paolo de Matteis (attrib.), S. Francesco di Paola, XVIII sec., collezione privata



Anonimo, S. Francesco di Paola riceve la Charitas, XVIII sec., collezione privata

Francesco Fontebasso, S. Francesco di Paola in meditazione ed un suo confratello, XVIII sec., Musée des Beaux-Arts, Bordeaux

Nicolas Gosse, Luigi XI ai piedi di S. Francesco di Paola, 1843, Musée Anne-de-Beaujeu, Moulins

Antonio Cifrondi, S. Francesco di Paola, XVIII sec., collezione privata

S. Francesco di Paola ed un suo compagno attraversano lo stretto di Messina a bordo del mantello del Santo

Giovanni Gasparro, I miracoli di S. Francesco di Paola, 2015, collezione privata, Roma