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domenica 7 luglio 2019
sabato 29 giugno 2019
martedì 7 maggio 2019
giovedì 6 settembre 2018
martedì 26 giugno 2018
"Galileo, hai vinto" .... Un evento da ricordare!
Un nostro amico ci ricorda che il 26 (o 27) giugno 363 moriva in battaglia contro i Sassanidi l’Imperatore Giuliano l’Apostata, non tanto restauratore del prisco culto Romano, quanto fautore di una contro-chiesa pagana basata sui misteri della teurgia, cui egli stesso fu iniziato (cfr. Curzio Nitoglia, L'imperatore Giuliano detto l'Apostata, in blog Don Curzio Nitoglia, 17.1.2013).
Secondo una tradizione orientale attribuisce a san Mercurio, martire di Cappadocia, l’aver conficcato il giavellotto nel fianco del giovane Imperatore, che, senza armatura, si era gettato nella mischia. Alcuni autori cristiani riportano che le sue ultime parole furono “Galileo, hai vinto!” (v. qui); secondo altri imprecò contro il dio Helios, ispiratore del suo progetto politico e religioso.
La vicenda di quest'imperatore della famiglia di Costantino ci insegna che Dio sa trarre il bene anche dal male: dalla sua persecuzione contro i cristiani (vittime illustri furono, nel 362, i Santi Giovanni e Paolo, ricordati peraltro quest'oggi), la Chiesa ne sarebbe uscita rafforzata, in quanto annientò gli ariani. Insomma, per uscire dalla gravissima crisi ariana, ci volle una persecuzione ... . E così sarà anche oggi: non illudiamoci. Per uscire dall'attuale crisi che attanaglia la Chiesa, Dio sicuramente manderà una tempesta persecutoria, che servirà anche a ripulire il suo campo dalle piante infestanti.
domenica 13 maggio 2018
domenica 15 aprile 2018
domenica 11 marzo 2018
Un tabernacolo a forma di piramide??? Il ricordo e la testimonianza di un nostro lettore
Pubblichiamo
volentieri un articolo a mo’ di lettera di un nostro affezionato lettore, che
ci racconta, con sofferenza, della sua esperienza nella diocesi bergamasca, un quadro triste e
desolante, che è anche icona dell’attuale stato in cui versa, ahinoi, la Chiesa
cattolica … .
Spettabile
Blog,
l’articolo
a firma di Mario Zambrano, “Padre nostro che sei...Allah”: è la Quaresima
bergamasca, pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana qualche giorno
fa, ha provocato in me sofferenza, ma non sorpresa.
Ho
vissuto dal 1991 al 2004 nella Diocesi di Bergamo, e come laico impegnato a
livello parrocchiale ho conosciuto i gravi problemi della vita ecclesiale nella
Chiesa di Bergamo, un tempo cattolicissima per antonomasia, e che purtroppo, oggi,
si è persa.
A livello
liturgico Bergamo era un laboratorio di strampalate “innovazioni”. Un giorno,
un amico seminarista mi disse come venissero loro mostrati filmati che descrivevano
come “animare” le Messe per accrescere l’attenzione dei fedeli.
Detto
fatto. Nella mia parrocchia, un giovane vicario parrocchiale organizzava
scenette di bambini che accompagnavano la lettura del Vangelo. Il suo
successore, invece, era molto ardito nell’animare le omelie. Una domenica, dopo
aver letto l’episodio delle Nozze di Cana, fece trasmettere dagli altoparlanti
musica da discoteca facendo ballare i bambini nella navata centrale al ritmo di
disco-music, per poi presentarsi con uno zaino sulla casula e dire: «Abbiamo
finito la Coca-Cola».
Un’altra
volta, in avvio di omelia, fece trasmettere dagli altoparlanti una canzone di
Domenico Modugno, in un’altra occasione ancora fece guardare ai fedeli, per circa
dieci minuti, una parte di film sulla Sacra Famiglia attraverso un televisore
posto sul battistero davanti all’altare. Ovviamente, spesso e volentieri,
durante l’omelia scendeva tra i fedeli con il microfono facendo loro domande.
In
diocesi non andava tutto bene neppure dal punto di vista dottrinale. Ricordo,
ad esempio, che la Dominus Jesus del cardinal Ratzinger fu apertamente
contestata in quanto avrebbe messo a rischio, così si diceva, cinquant’anni di dialogo
ecumenico ed interreligioso.
Dal
Seminario di Bergamo uscivano sacerdoti e teologi laici freddissimi nei
confronti della Madonna, considerata, in perfetto stile luterano, un disturbo,
poiché, si diceva, bisognava mettere Cristo al centro - evidentemente, l’insegnamento
di san Giovanni Paolo II di quegli anni che non si giunge a Gesù se non per
mezzo di Maria non aveva lasciato traccia nella diocesi orobica. Chi aveva
quella che essi consideravano un’eccessiva devozione mariana era malvisto: un
seminarista mio amico, per pregare il Rosario, lo faceva di nascosto.
Un giorno
mi fu riferito che in una cappella del Seminario Maggiore c’era un tabernacolo
a forma di piramide, che sappiamo essere uno dei simboli della Massoneria.
Anni dopo
- già mi ero trasferito in Croazia - mi recai in Curia vescovile di Bergamo
accompagnando una delegazione ufficiale di una diocesi croata. Un sacerdote ci
guidò a visitare i locali del Seminario Minore e di quello Maggiore, ed ecco,
nella cappella della quarta o quinta teologia (purtroppo non ricordo con
precisione quale), ci trovammo davanti il tabernacolo a forma di piramide,
nero, con la figura di un serpente che avvolgeva il tabernacolo. Non so se esiste ancora quel tabernacolo. Eravamo, però, talmente
sbigottiti che non avemmo la prontezza di spirito di fare una fotografia a
quell’obbrobrio, e il sacerdote, imbarazzato, se la cavò lamentando che gli
artisti moderni non capivano nulla di religione.
Considerate
questa premesse, non sorprende che dopo il malcelato dissenso di quei tempi,
oggi a Bergamo
si siano trasformati in rampanti araldi del “nuovo corso” – proprio da Bergamo
proviene mons. Maurizio Chiodi, nuovo membro della Pontificia Accademia della
Vita, protagonista di un recente discorso nel quale poneva le basi per l’abbattimento
della Humanae Vitae (v. qui e qui). La pubblicazione
web ufficiale della Diocesi “Sant’Alessandro” è quindi in prima fila nel
propagandare il nuovo atteggiamento “pastorale” di “accoglienza” verso i
divorziati risposati (v. qui)
e le coppie omosessuali (v. qui), con un tono durissimo nei confronti dei reprobi, che non si conformano - basti
leggere questo articolo
con il quale, senza mezzi termini, i quattro cardinali dei Dubia – menzionati per nome e cognome solo in un poscritto alla
fine dell’articolo come segno di ulteriore disprezzo – vengono definiti “farisei”.
Non è un
caso che nella Diocesi di Bergamo, vale a dire a Ghiaie di Bonate, sia apparsa
la Madonna anticipando di vari decenni la gravissima crisi della famiglia e l’attacco
a essa da parte del Maligno.
Né che ad
esempio nella sola Valle Seriana, dove vivevo, ci sono cinque santuari che ricordano
apparizioni della Madonna o miracoli. Laddove il Cielo interviene, maggiore è
il bisogno.
Ritengo
che dobbiamo, ora più che mai, impegnarci a pregare moltissimo per i sacerdoti
e la Chiesa. Se preghiamo per i sacerdoti, preghiamo anche per le nostre anime,
senza dimenticare il suffragio per le anime di sacerdoti che sono nel
Purgatorio. La situazione è gravissima, non c’è più tempo da perdere.
Grazie
per l’attenzione e cordiali saluti
Guido
Villa
domenica 11 febbraio 2018
89 anni fa, 11 febbraio 1929, la ‘Conciliazione’ tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica
Nella festa dell’Apparizione
della Santa Vergine Immacolata a Lourdes, rilancio questo contributo del prof. Pasqualucci, in ricordo della Conciliazione tra Stato italiano e Chiesa nel 1929.
![]() |
| Alle spalle del card. Gasparri e di Benito Mussolini si vede l'Avv. Francesco Pacelli, fratello di Eugenio, futuro Pio XII |
Storia: 89 anni fa,
11 febbraio 1929, la ‘Conciliazione’ tra lo Stato italiano e la Chiesa
cattolica
Oggi, 11 febbraio,
pubblichiamo un breve testo di Paolo Pasqualucci, a ricordo della
Conciliazione, nota anche come Patti Lateranensi, che dal 1929
sancisce i termini del mutuo riconoscimento tra Regno d'Italia e la Santa Sede
e delle regolari relazioni bilaterali tuttora vigenti. Ci sembra doveroso,
visto che non ne parla più nessuno.
Fino agli anni
Settanta circa del secolo scorso l’11 febbraio era festa nazionale. Oggi,
l’evento non solo non si celebra ma sembra esser caduto del tutto in
oblìo. Si è trattato di un fatto storico assai importante per il nostro
Paese e, indirettamente, anche per il resto della cattolicità. Finiva la
grave tensione, che durava dal 1870, tra la Chiesa e lo Stato unitario
italiano, dopo che quest’ultimo aveva tolto con la forza alla Chiesa il potere
temporale e, pur nel mantenimento della religione cattolica quale unica
religione ufficiale dello Stato, aveva introdotto leggi eversive dei beni
ecclesiastici e il matrimonio civile (fallì, invece, anche per l’opposizione
del Re, il tentativo di introdurre il divorzio). La Chiesa cessava di
rivendicare la restituzione del dominio temporale di un tempo, mettendo una
pietra sopra il passato e riconoscendo lo Stato italiano.
I. Per la composizione della
“questione romana” e il raggiungimento della desiderata “conciliazione” con la
Chiesa, come tutti sanno furono determinanti la volontà e l’impegno personale
di Benito Mussolini, l’ex-socialista rivoluzionario in gioventù romagnolo
mangiapreti, da quasi sette anni capo del governo, non ancora “duce” stivalato
e osannato da oceaniche e imperiali quanto effimere adunate.
[Vedi sul punto l’opera di colui che giustamente è considerato il massimo storico del fascismo: Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L’organizzazione dello Stato fascista. 1925-1929, Einaudi, Torino, 1968, Cap. Quinto: La Conciliazione, pp. 382-436. “Con i patti del Laterano Mussolini conseguì un successo – forse il più vero e importante di tutta la sua carriera politica – che da un giorno all’altro ne aumentò il prestigio in tutto il mondo…”, op. cit., p. 382. Corsivo mio].
[Vedi sul punto l’opera di colui che giustamente è considerato il massimo storico del fascismo: Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L’organizzazione dello Stato fascista. 1925-1929, Einaudi, Torino, 1968, Cap. Quinto: La Conciliazione, pp. 382-436. “Con i patti del Laterano Mussolini conseguì un successo – forse il più vero e importante di tutta la sua carriera politica – che da un giorno all’altro ne aumentò il prestigio in tutto il mondo…”, op. cit., p. 382. Corsivo mio].
II. Ma in cosa consistono quelli che
vengono chiamati i Patti Lateranensi, dal momento che furono
firmati, appunto l’11 febbraio del ’29, nel Palazzo del Laterano tra Mussolini
e il cardinale Gasparri? Forse è utile rinfrescare la memoria.
Si tratta di due
documenti, espressione di due atti diversi, tra loro collegati e
interdipendenti, stipulati tra la S. Sede e lo Stato italiano: il Trattato e
il Concordato.
Col primo si è
determinata e stabilita di comune accordo la posizione e il regime giuridico
speciale della S. Sede stessa quale ente sovrano della Chiesa cattolica in
Italia e nei confronti dell’ordinamento statale e si è composta la cruciale
Questione romana vertente fra le due autorità. Con il secondo si è
fissata e disciplinata la posizione e il regime giuridico della religione e
della Chiesa cattolica in Italia.
Nel Trattato viene
ricostituito il potere temporale del Papa nella forma di un microstato (la Città
del Vaticano), con aggiunti vari immobili di proprietà della S. Sede dotati
di extra-territorialità e/o di esenzione dall’espropriazione forzata e dai
contributi. Si tratta di uno Stato a tutti gli effetti, in modo da
garantire al Pontefice la piena libertà di soggetto giuridico indipendente e
sovrano dal punto di vista del diritto internazionale.
Con la
Convenzione finanziaria allegata, lo Stato italiano versava alla S. Sede, allo
scambio delle ratifiche del Trattato, la somma di 750 milioni di lire in
contanti (al potere d’acquisto del 1929) e di 1 miliardo in consolidato al
5%. Tale somma la S. Sede, che aveva inizialmente richiesto circa 3
miliardi di lire, ha dichiarato di accettare “a definitiva sistemazione dei
suoi rapporti finanziari con l’Italia in dipendenza degli avvenimenti del
1870”. Essa accettava il risarcimento con la seguente motivazione: a) per
la perdita del Patrimonio di S. Pietro costituito dagli antichi Stati
pontifici; b) per la perdita dei beni degli enti ecclesiastici incamerati dallo
Stato con le leggi eversive. Il Papa, Pio XI, si accontentava di una
somma forfettaria, tenendo conto della difficile situazione economica mondiale
e italiana di quel periodo e mosso da benevolenza nei confronti del popolo
italiano.
[I dati esposti nel §
2 li ho ripresi da: Pietro Agostino D’Avack, Lezioni di diritto
ecclesiastico italiano. Le fonti, Giuffrè editore, Milano, 1962, cap.
6, Le fonti di origine pattizia II. I patti lateranensi, p. 147
ss.]
III. Giova ricordare, a questo
punto, la Premessa ed alcuni articoli del Trattato.
“In nome della Santissima Trinità.
Premesso:
Che la Santa Sede e
l’Italia hanno riconosciuto la convenienza di eliminare ogni ragione di
dissidio fra loro esistente con l’addivenire ad una sistemazione definitiva dei
reciproci rapporti, che sia conforme a giustizia ed alla dignità delle due Alte
Parti e che, assicurando alla Santa Sede in modo stabile una condizione di
fatto e di diritto la quale Le garantisca l’assoluta indipendenza per
l’adempimento della Sua alta missione nel mondo, consenta alla Santa Sede
stessa di riconoscere composta in modo definitivo ed irrevocabile la “questione
romana”, sorta nel 1870 con l’annessione di Roma al Regno d’Italia sotto la
dinastia di Casa Savoia;
Che dovendosi, per assicurare
alla Santa Sede l’assoluta e visibile indipendenza, garantirLe una sovranità
indiscutibile pur nel campo internazionale, si è ravvisata la necessità di
costituire, con particolari modalità, la Città del Vaticano, riconoscendo sulla
medesima alla Santa Sede la piena proprietà e l’esclusiva ed assoluta potestà e
giurisdizione sovrana;
Sua Santità il Sommo
Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno
risoluto di stipulare un Trattato […] Hanno convenuto negli articoli seguenti:
1. L’Italia riconosce e riafferma il principio consacrato
nell’art. 1 dello Statuto del Regno 4 marzo 1848, pel quale la religione
cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato.
2. L’Italia riconosce la sovranità della Santa Sede nel campo
internazionale come attributo inerente alla sua natura, in conformità alla sua
tradizione ed alle esigenze della sua missione nel mondo.
3. L’Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà e
la esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano, com’è
attualmente costituito, con tutte le sue pertinenze e dotazioni, creandosi per
tal modo la Città del Vaticano per gli speciali fini e con le modalità di cui
al presente Trattato […].
4. La sovranità e la giurisdizione esclusiva, che l’Italia riconosce
alla Santa Sede sulla Città del Vaticano, importa che nella medesima non possa
esplicarsi alcuna ingerenza da parte del Governo italiano e che non vi sia
altra autorità che quella della Santa Sede.
[omissis]
8. L’Italia, considerando sacra ed inviolabile la persona
del Sommo Pontefice, dichiara punibile l’attentato contro di Essa e la
provocazione a commetterlo con le stesse pene stabilite per l’attentato e la
provocazione a commetterlo contro la persona del Re del Presidente
della Repubblica.
Le offese e le ingiurie pubbliche commesse nel territorio italiano contro la persona del Sommo Pontefice con discorsi, con fatti e con scritti, sono punite come le offese e le ingiurie alla persona del Re del Presidente della Repubblica”.
[omissis]
Le offese e le ingiurie pubbliche commesse nel territorio italiano contro la persona del Sommo Pontefice con discorsi, con fatti e con scritti, sono punite come le offese e le ingiurie alla persona del Re del Presidente della Repubblica”.
[omissis]
Il Trattato constava
di 27 articoli e Quattro Allegati.
IV. Del Concordato voglio
solo ricordare una novità importantissima, che metteva fine al regime di solo
matrimonio civile riconosciuto dallo Stato, introdotto con il nuovo Codice
Civile, a partire dal 1° gennaio 1886, quando governava la c.d. Sinistra
storica. Ora lo Stato riconosceva il matrimonio religioso (secondo il diritto
canonico), concedendo al sacerdote celebrante anche la mansione di ufficiale
dello stato civile, dal momento che poteva egli stesso provvedere al deposito
dell’atto di matrimonio (regime di matrimonio concordatario,
ritoccato per alcuni aspetti dall’Accordo del 1984, art. 8).
V. L’art. 7.2
della Costituzione della Repubblica Italiana ha confermato
i Patti Lateranensi nella loro qualità di strumento che regola
i rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Essi possono esser modificati con
l’accordo delle due parti senza che si debba ricorrere a revisione della
Costituzione. Il 18 febbrario 1984 fu sottoscritto un Accordo in 14 articoli,
con Protocollo addizionale di 7 articoli, firmato in Roma (se
non erro, dall’on. Bettino Craxi e dal cardinale Casaroli, segretario di Stato)
apportante modificazioni al Concordato lateranense del ’29. Con tale
accordo la Chiesa ottenne determinati vantaggi, su questioni che le
interessavano. Però fece alcune importanti e gravi concessioni.
L’art. 1 di
detto Accordo recita:
“La Repubblica
italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono,
ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno
rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione
per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”.
Tale articolo è preceduto da un breve preambolo intessuto di citazioni del Concilio Vaticano II (art. 6 della Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, che parla della tutela inviolabile dei diritti dell’uomo; art. 76 della costituzione Gaudium et Spes, nel quale la Chiesa rivendica il suo diritto ad esercitare la sua missione “a servizio delle persone umane” in una “società pluralistica”; e del nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, c. 3). Nel Protocollo Addizionale si dà una sorta di intepretazione autentica di alcuni articoli dell’Accordo. In relazione all’art. 1 appena citato si afferma:
Tale articolo è preceduto da un breve preambolo intessuto di citazioni del Concilio Vaticano II (art. 6 della Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, che parla della tutela inviolabile dei diritti dell’uomo; art. 76 della costituzione Gaudium et Spes, nel quale la Chiesa rivendica il suo diritto ad esercitare la sua missione “a servizio delle persone umane” in una “società pluralistica”; e del nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, c. 3). Nel Protocollo Addizionale si dà una sorta di intepretazione autentica di alcuni articoli dell’Accordo. In relazione all’art. 1 appena citato si afferma:
“si considera non più
in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della
religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”.
Nello spirito
apertamente richiamato del Vaticano II, la Chiesa affermava ora esser la sua
missione quella di collaborare con lo Stato “per il bene del paese e per la
promozione dell’uomo”: con uno Stato laico che promuoveva “il bene
dell’uomo” in prospettiva apertamente antropocentrica e totalmente
indifferente, quando non ostile, alle finalità proprie della Chiesa cattolica.
Coerentemente a questa impostazione suicida, la Chiesa accettava, con piena sua
soddisfazione, che nel Protocollo Addizionale si cancellasse ogni riferimento alla
religione cattolica quale unica religione dello Stato italiano (come stabilito
dallo Statuto Albertino, mantenuto dallo Stato fascista, per il quale le altre
religioni erano culti tollerati o ammessi, a seconda della dizione preferita).
Coerentemente con
questa impostazione, l’art. 4 dell’Accordo annacqua il carattere
sacro della città di Roma, sede del Papato, ampiamente riconosciuto e tutelato
dallo Stato fascista.
Recita infatti l’art.
4 dell’Accordo :
“La Repubblica
italiana riconosce il particolare significato che Roma, sede vescovile del
Sommo Pontefice, ha per la cattolicità”.
L’art. 1.2 del Concordato
lateranense del ’29, diceva invece, in modo molto più forte ed
incisivo:
“In considerazione
del carattere sacro della Città Eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice,
centro del mondo cattolico e meta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà
cura di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto col detto
carattere”.
E questa “cura”, come
sappiamo, fu messa scrupolosamente in atto. Del resto, sino alla prima
metà degli anni sessanta del secolo scorso, nel centro di Roma i night-clubs
erano pochissimi e, credo, alquanto castigati, concentrati tutti nella zona di
Via Veneto.
[I testi dei Patti
Lateranensi e del successivo Accordo con Protocollo
Aggiuntivo, li ho citati da: Giovanni Barberini (a cura di), Raccolta
di fonti normative di diritto ecclesiastico, 4a ediz. riveduta e ampliata,
G. Giappichelli Editore, Torino, 1997, pp. 31-59].
VI. Voglio concludere questa
breve rievocazione con alcune citazioni dal menzionato capitolo di Renzo
De Felice sulla Conciliazione.
Pio XI si era
giustamente opposto alla ventilata revisione della legislazione ecclesiastica
esistente da parte del governo italiano, mai accettata dai Papi: si trattava
della legislazione detta delle Guarentigie, stabilita dopo
l’annessione di Roma al Regno d’Italia, a garanzia della libertà e indipendenza
economica del Pontefice; però stabilita unilateralmente dallo Stato italiano e
senza riconoscere alcun potere temporale al Papa, come se potesse esser
concepito quale sovrano senza Stato.
Mussolini prese
posizione contro le polemiche che l’atteggiamento del Papa aveva provocato, con
una celebre lettera al Guardasigilli Alfredo Rocco, il 4 maggio 1926.
Egli mostrava di comprendere e giustificare appieno il punto di vista del
Pontefice.
“La Santa Sede,
scriveva egli, pur apprezzando il profondo mutamento di indirizzo, che il
trionfo del Fascismo ha segnato nella politica religiosa dello Stato italiano,
reputa che una sistemazione soddisfacente dei rapporti tra la Chiesa Cattolica
e lo Stato in Italia non possa conseguirsi, se non per via di accordo
bilaterale, e che un accordo di tal fatta presuppone risoluto, d’intesa tra le
due Potestà, il problema della sistemazione giuridica della Santa Sede, come
organo centrale, e pertanto, di sua natura supernazionale, della Chiesa, il
quale, per decreto della Provvidenza divina ha sede in Italia.
Il regime fascista,
superando in questo, come in ogni altro campo, le pregiudiziali del
liberalismo, ha ripudiato così il principio dell’agnosticismo religioso dello
Stato, come quello di una separazione tra Chiesa e Stato, altrettanto assurda
quanto la separazione tra spirito e materia…È logico pertanto che il Governo
Fascista giudichi con piena serenità le attuali manifestazioni della Santa
Sede, e le reputi degne della più attenta considerazione… Giunte le cose al
punto, in cui il tempo e il procedere della storia, e l’evoluzione spirituale e
politica del popolo italiano le hanno condotte, reputo non inutile che tu, coi
mezzi di informazione di cui disponi, prenda riservatamente notizia del punto
di vista odierno della Santa Sede, intorno alle forme che potrebbe assumere una
soddisfacente sistemazione giuridica dei suoi rapporti con lo Stato italiano” [De
Felice, op. cit., pp. 389-390].
Con questa lettera,
che mise immediatamente in moto Alfredo Rocco, si iniziò il processo che quasi
tre anni dopo si sarebbe concluso con i Patti Lateranensi.
Nella fase finale, le trattative, sempre riservate, furono condotte personalmente
da Mussolini.
Com’è noto, i Patti
furono occasione immediata di accese polemiche, anche nell’ambito della
schieramento fascista, nel quale era presente da sempre una robusta componente
anticlericale. Ci furono successivamente incomprensioni e conflitti, anche
seri, con la Santa Sede a proposito delle organizzazioni giovanili cattoliche.
Tra i cattolici, se la maggioranza gioì, ci fu tuttavia chi pensò che la Chiesa
avesse concesso troppo al regime o, addirittura, avesse “capitolato” nei suoi
confronti. Quest’opinione fu espressa da ambienti del cattolicesimo francese,
per i quali la Chiesa, appunto “capitolando” nei confronti del regime, si era
messa sotto “la protezione italiana”, come scrisse Maurras su ‘L’Action Française’
del 14 febbraio 1929 [De Felice, op. cit., p. 423, nota n. 1].
Ma si poteva davvero
ritenere, aggiungo io, che il mettersi sotto “la protezione” temporale dell’Italia
(se si vuole usare quest’immagine) comportasse una diminuzione
dell’universalità della Chiesa cattolica e di Roma, in quanto capitale del
cattolicesimo? Poteva sembrare, superficialmente, che la Chiesa si fosse messa
ora sotto la “protezione” dello Stato italiano. In realtà, da un punto di
vista superiore, era vero il contrario: era lo Stato italiano che ora, riconoscendo
e riparando certi suoi errori e venendo perdonato dalla Chiesa per le offese e
malefatte risorgimentali e postrisorgimentali, ritornava ad esser
spiritualmente “protetto” (se così vogliamo dire) dal caritatevole e
materno benvolere della Chiesa.
A proposito di queste
polemiche, si veda quest’ultima citazione, sempre dall’opera di De Felice.
“Non meno soddisfatto
e conciliante si era mostrato Mussolini quando – il 10 marzo [1929], in
occasione della prima ‘assemblea quinquennale del regime’- aveva per la prima
volta pubblicamente parlato dei patti. Questi, aveva detto , erano “equi
e precisi” e avevano creato tra l’Italia e la Santa Sede una situazione “di
differenziazione e di lealtà”:
“Io penso, disse, e
non sembri assurdo, che solo in regime di concordato si realizza la logica,
normale, benefica separazione tra Chiesa e Stato, la distinzione, cioè, tra i
compiti, le attribuzioni dell’una e dell’altro. Ognuno coi suoi diritti,
coi suoi doveri, con la sua potestà, coi suoi confini. Solo con questa
premessa si può, in taluni campi, praticare una collaborazione da sovranità a
sovranità.
Parlare di vincitori o di vinti è puerile: si parli di assoluta equità dell’accordo che sana reciprocamente de jure un’ormai definitiva, ma sempre pericolosa e comunque penosa situazione di fatto. L’accordo è sempre meglio del dissidio; il buon vicinato è sempre da preferirsi alla guerra”.
Parlare di vincitori o di vinti è puerile: si parli di assoluta equità dell’accordo che sana reciprocamente de jure un’ormai definitiva, ma sempre pericolosa e comunque penosa situazione di fatto. L’accordo è sempre meglio del dissidio; il buon vicinato è sempre da preferirsi alla guerra”.
E, pur mettendo in
chiaro che il riconoscimento alla Chiesa cattolica di “un posto preminente
nella vita religiosa del popolo italiano “non significava persecuzione,
soppressione o anche solo vessazione degli altri culti, aveva annunciato che lo
Stato fascista non era tenuto – “come si pretenderebbe dalle vaghe superstiti
cellule demomassoniche”- a conservare tutte le misure di una legislazione “che
fu il prodotto di un determinato periodo storico” e che spesso erano col tempo
diventate delle semplici finzioni” [De Felice, op. cit., pp.
427-428].
Il giorno dopo, 11
marzo, ‘L’Osservatore Romano’ definì le parole del “duce” “obbiettive ed
esaurienti” [De Felice, op. cit., p. 427, nota n. 2].
La valutazione
mussoliniana del significato autentico dei Patti, condivisa dal Vaticano,
mostrava che il loro spirito non era affatto quello di fornire alla Chiesa una
semplice “protezione” nel temporale, quasi la Chiesa fosse un soggetto
inferiore a quello statale e bisognoso pertanto della sua protezione. Anche se,
dal punto di vista materiale e organizzativo, lo Stato italiano veniva a
“proteggere” la Chiesa in quanto piccolissimo Stato enclave al suo interno (la
polizia italiana poteva entrare nella Città del Vaticano ma solo su richiesta
della stessa autorità vaticana, art. 3.2 del Trattato), lo spirito
e la finalità dei Patti era quello di riconoscere nella
Chiesa, in conformità alla sua natura, la più completa autonomia, libertà e
sovranità temporale; cioè la realtà insopprimibile di un’istituzione che, nella
sua assoluta indipendenza di compiuto ordinamento giuridico, non aveva bisogno
di alcuna “protezione” né da parte dello Stato italiano né di altri.
Paolo Pasqualucci,
domenica 11 febbraio 2018
martedì 6 febbraio 2018
sabato 20 gennaio 2018
domenica 7 gennaio 2018
Il metodo di Dio: la Chiesa – Editoriale di gennaio 2018 di “Radicati nella fede”
Nella festa della Santa Famiglia
di Nazaret, nella quale si fa memoria del mistero dello smarrimento e
ritrovamento del fanciullo Gesù nel Tempio di Gerusalemme, rilanciamo questo
contributo di Radicati nella fede, ripreso da Chiesa
e postconcilio e Riscossa
cristiana.
![]() |
| Bernardino Luini, Gesù tra i dottori, 1515-30, National Gallery, Londra |
![]() |
| Jacques Stella, Gesù ritrovato nel Tempio dai suoi genitori, XVII sec., Musée des Beaux-Arts, Lione |
![]() |
| Luca Giordano, Disputa di Gesù tra i dottori, 1656-60, Gallerie Barberini-Corsini, Roma |
![]() |
| Luca Giordano, Gesù tra i dottori, XVII sec., collezione privata |
![]() |
| Ambito francese, Gesù tra i dottori, XIX sec., Verona |
![]() |
| Ferdinando Bassi, Ritrovamento di Gesù nel Tempio, 1848, Trento |
![]() |
| Bottega siciliana, Gesù tra i dottori, 1870, Caltagirone |
![]() |
| Nicolò Barabino, Disputa di Gesù tra i dottori, 1875-90, Genova |
![]() |
| Heinrich Hofmann, Gesù nel Tempio tra i dottori, 1884, Kunsthalle, Amburgo |
IL METODO DI DIO: LA CHIESA
Editoriale
di "Radicati nella fede"
Anno
XI n. 1 - Gennaio 2018
Un Tradizionalismo individualista
è un puro non-senso.
Spieghiamoci subito riguardo al
termine “tradizionalista”: lo usiamo qui per farci capire dai più, ma questo
termine non ci piace. Vorremmo semplicemente dire “un Cattolicesimo”, ma usiamo
volutamente il termine “un tradizionalismo” perché è quello usato contro di noi
per definirci nel nostro attaccamento alla Tradizione della Chiesa. Se allora
questo termine ci individua nella nostra accanita salvaguardia di ciò che la
Chiesa ha fatto, e non solo detto, nel passato, questo ci piace.
Ma dicevamo, un tradizionalismo
individualista è un puro non senso, perché il metodo di Dio si chiama Chiesa.
Qual è il pericolo più grande che
corre oggi una parte dei fedeli legati al mondo della Tradizione? Quello di
rinchiudersi in una osservanza individualista della vita cristiana.
La causa di questa tendenza è ben
chiara: dovendosi “difendere” da una chiesa ufficiale che sembra disprezzare il
proprio passato, che non concede veri spazi di vita alla Tradizione, che anzi
osteggia duramente la presenza di comunità tradizionali, il fedele tradizionale
perde quella fiducia nella chiesa stessa e tende a rinchiudersi nei propri
bastioni. È quello che succede a un figlio sempre trattato duramente, in modo
ingiustificato, dal padre, che finisce col trovarsi solo ad affrontare la sua
dura esistenza.
Umanamente si può capire questa
reazione, ma resta inaccettabile e va prontamente corretta. Anzi, va colta
quale essa è: la più grande tentazione che il demonio possa mettere sulla
nostra strada. Ad ogni situazione della vita personale e ad ogni stagione della
storia della Chiesa, corrisponde una tentazione; e quella che dobbiamo vincere
oggi con le armi di Dio, è quella di far meno della Chiesa stessa.
La chiesa “ufficiale” ti
“bastona”? ebbene tu continui ad amare la Chiesa che è tua madre, da cui hai
ricevuto tutto. Ti bastona di più, e tu la ami di più.
Ma anche questo resta una
posizione puramente personale, che rischia di fermarsi ad un individualismo
devoto, se non diventa metodo. Ma non può diventare metodo, se non riconosci
che la Chiesa è il metodo di Dio. Non è la Chiesa che ha bisogno del tuo amore,
ma sei tu che hai assolutamente necessità della Chiesa e hai bisogno di amarla.
La Chiesa è istituita da Gesù
Cristo, che mette insieme i suoi discepoli in una comunità visibile, e ne fa la
sua presenza nel mondo, il prolungamento della sua presenza nella storia. Come
dice P. Calmel, “La Chiesa è inseparabilmente sia mediatrice di salvezza per
la sua predicazione, i suoi insegnamenti, la sua gerarchia, sia dimora sacra
ove Dio abita grazie alla carità che brucia sempre nel cuore della Chiesa e
grazie alla presenza eucaristica del Signore Gesù che nutre questa carità”.
Come non si può diventare
cristiani senza la Chiesa, così non si resta cristiani senza la Chiesa. E la Chiesa
è una società visibile che ha i doni della grazia di Dio.
Questo che è vero sempre, perché
Dio ha scelto questo modo, questo metodo, per raggiungerci e afferrarci nel
tempo, diventa drammaticamente urgente nei tempi di necessità quale il
nostro.
Quando la confusione si fa tanta,
quando molte anime vengono ingannate e si perdono, occorre seguire ancora di
più il metodo di Dio: la Chiesa. Occorre cioè vivere la comunità della Chiesa,
dentro una trama di rapporti con i fratelli nella fede; occorre che questa
comunità sia guidata dall'autorità, che garantisce il legame con la Tradizione,
cioè con la verità del Vangelo. Occorre non fare da sé.
Occorre non fare da sé, ma
“seguire”. Nell'esperienza concreta cosa vorrebbe dire amare la Chiesa, se non
ci fosse questo “seguire”? Cosa vorrebbe dire salvare la Tradizione, se non ci
fosse questo seguire?
E su questo non bisogna
complicare troppo: riconosci dove il Signore ti ha colpito con la sua grazia, e
lì inizia a seguire. Questo seguire eviterà in te inutili amarezze che
distruggono la carità; questo seguire ti darà quella pace sostanziale che non
ti farà mettere in questione il dono della grazia.
All'inizio di un nuovo anno
l'invito più urgente è quello di seguire.
Ma chi devo seguire? Devo seguire
chi non “gioca” con la tradizione, quasi fosse un passatempo spirituale; devo
seguire chi dà la vita dentro una stabilità che opera, devo seguire chi il
cristianesimo lo fa, e non solo ne parla.
Preghiamo che nessuno si perda
dentro una personale superbia che si crogiola amaramente nella propria
solitudine, perché il metodo è la Chiesa.
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