Sante Messe in rito antico in Puglia

domenica 22 febbraio 2015

“Institútio solemnitátis hodiérnæ a senióribus nostris Cáthedræ nomen accépit, ídeo quod primus Apostolórum Petrus hódie episcopátus cáthedram suscepísse referátur” (Lect. IV – II Noct.) - IN CATHEDRA S. PETRI Ap. ANTIOCHIÆ



Conformemente a quello che abbiamo osservato il 18 gennaio, oggi, secondo l’antica tradizione romana, mantenuta senza alterazione sino al XVI sec., si celebrava la festa della Cattedra romana di san Pietro, senza che Antiochia avesse nulla a che vedervi. Non si tratta, in effetti, di onorare le diverse e successive residenze dell’Apostolo nelle differenti parti del mondo; solo la Cattedra vaticana si eleva come il simbolo del primato universale che Pietro ed i suoi legittimi successori esercitano da Roma su tutta la Chiesa; onore senza precedenti e che la Città eterna rivendica esclusivamente per sé.
L’origine di questa festa, già menzionata in questo giorno nel Feriale Filocaliano del 336, Natale Petri de Cathedra, è sicuramente romana. La festa del Natale Petri de Cathedra, fissata nel giorno in cui il mondo romano celebrava il riposo familiare della Cara cognatio, possiede una preistoria, ma questa non è di nostra competenza (Cfr. D. Balboni, La Cattedra di san Pietro, Città del Vaticano 1967). Probabilmente fu fissata in questo giorno per sostituire questa ricorrenza pagana.
Anche la Depositio Martyrum del 354 l’annuncia al 22 febbraio.
A metà del V sec., la festa era celebrata a San Pietro con veglia notturna dal papa attorniato da vescovi ex diversis provinciis congregatis, come ne testimonia l’imperatore Valentiniano III, che fu accolto nel 450 dal papa san Leone Magno post venerabilem noctem diei apostoli (V. la lettera di Valentiniano III, pubblicata tra le lettere di san Leone Magno, in PL 54, col. 857. La nota che accompagna l’edizione di questa lettera nella Patrologia latina del Migne mostra bene che non poteva non trattarsi che del 22 febbraio). La presenza di vescovi attorno al papa per la festa del natale episcopale di san Pietro doveva essere messa in parallelo con l’identico assembramento che si aveva attorno allo stesso pontefice per la celebrazione annuale del suo proprio natale. Il papa inviava un invito personale a ciascun vescovo della provincia come ne testimonia il Liber diurnus (H. Foerster (a cura di), Liber Diurnus Romanorum Pontificum, Bern 1958, p. 100).
Alla stessa epoca, la solennità aveva guadagnato verosimilmente l’Africa (il sermone pseudo-agostiniano, in PL 39, col. 2100-2101, che era letto nel Breviario romano il 22 febbraio, era ritenuto generalmente come un testo africano del V sec. ed è la nostra unica testimonianza per l’Africa) ed, a colpo sicuro, la Gallia, in cui è attestata in maniera continua a partire dal VI sec. (il Concilio di Tours del 567 condannò il riposo funerario legato alla festivitas cathedræ domni Petri (can. 23). Cfr. C. de Clercq, Concilia Galliæ (511-695), Turnhoult 1963, p. 191). Essa fu ugualmente ricevuta in Spagna, in cui i nove calendari pubblicati Dom Férotin sono unanimi ad attestarla.
Mentre la festa si mantiene senza eclisse fuori di Roma, non se ne trova alcuna menzione nei libri liturgici romani del VII e dell’VIII sec., venendo omessa dai sacramentari Gelasiano e Gregoriano, senza che noi riusciamo a comprenderne la ragione, a meno che ciò non si debba attribuire al fatto che essa cadeva quasi sempre durante la Quaresima e, quindi, questa scomparsa potrebbe leggersi in relazione all’instaurazione delle stazioni quadragesimali nel VI sec., ma non è che una delle ipotesi (cfr. P. Batiffol, Cathedra Petri, Paris 1938, p. 130).
Il fatto stesso che la sedes ubi prius sedit sanctus Petrus, conservata nel cimitero Maggiore, trovò verso il V sec. una seria concorrenza nella Cattedra di legno del Vaticano, il che contribuì a diminuire l’importanza dell’antica Sedes della via Nomentana. Verso il VII sec., in ragione di cause che ci sfuggono, determinarono inoltre l’autorità ecclesiastica a limitare ed anche impedire il culto che, con l’offerta di lampade ed incenso, il popolo rendeva alla cattedra di tufo esistente nel cimitero Maggiore. Fu probabilmente sotto l’impressione di simili disordini che la Chiesa romana tentò di cancellare dai sacramentari la festa del 22 febbraio.
La tradizione fu tuttavia più forte che ogni editto di proscrizione, poiché nell’Antifonario di San Pietro troviamo la festa della Cattedra celebrata nel Vaticano alla sua data primitiva e tradizionale, il 22 febbraio.
I formulari romani della messa in Cathedra sancti Pétri apparvero per la prima volta nei sacramentari gelasiano-franchi della fine dell’VIII sec. (le tre orazioni del 22 febbraio, contenute in questo sacramentario, provengono dall’antico Gelasiano, dalla messa In natale sancti Pétri propriæ che questo sacramentario inserisce in sovrannumero il 29 giugno, tra la messa della vigilia degli Apostoli e quella della loro festa. La prima orazione, Deus, qui beato apostolo tuo Petro, è data nel sacramentario gregoriano in testa alle orazioni per i Vespri del 29 giugno, ma con la soppressione della parola animas nell’espressione animas ligandi atque solvendi del Gelasiano. La messa in sovrannumero del Gelasiano non sarebbe essere l’antica messa romana della Cathedra sancti Pétri, che i Gelasiani dell’VIII sec. avrebbero restaurato al suo posto d’origine?).
Se la festa è assente dall’Hadrianum, il suo prefazio riappare nel Supplemento di Aniane (Questo prefazio non è evidentemente di origine romana. Esso appartiene all’apporto originale dei Gelasiani dell’VIII sec.) e, a partire dalla metà del IX sec., la Cattedra di san Pietro conobbe una diffusione parallela alla Conversione di san Paolo. Si trovano, infatti, l’una e l’altra negli stessi manoscritti. Fu così che nel X – XI sec., le due feste furono ricevute a Roma.
Ma mentre la Conversione di san Paolo vi era celebrata per la prima volta, la Cattedra di san Pietro ritrovò il suo spazio dopo quattro o cinque secoli di assenza.
Ecco come la festa della Cathedra sancti Pétri era celebrata a San Pietro alla fine del XII sec.: secondo il canonico Benedetto, in cathedra sancti Pétri legitur sicut in die natalis ejus, tamen ad vesperum et ad matutinas laudes canitur. Ecce sacerdos magnus, che corrisponde pressappoco alle indicazioni che sono date dall’Antifonario. Poi aggiunge: Domnus papa débet sedere in kathedra ad missam. Benedetto fa, molto verosimilmente, allusione alla cattedra carolingia, che dové essere considerata ulteriormente come quella dell’Apostolo. Nessuna delle nostre due fonti conteggiano la Cattedra di san Pietro tra le feste in quibus papa debet coronari (così ricorda Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 400).
Al di là di ciò, qui ci preme evidenziare che l’Ufficio riprendeva una parte dei suoi testi dal Comune dei Pontefici e l’altra dalla festa del 29 giugno.
Nel Laterano si attingeva dal Comune di un Pontefice e da quello degli Apostoli (cfr., in generale, ibidem, pp. 225-226).
La messa tradizionale è la stessa del 18 gennaio, ma si omette la memoria di santa Prisca.

Vincenzo Catena, Cristo dà le chiavi a Pietro, 1520 circa, Museo del Prado, Madrid

Jean Auguste Dominique Ingres, Cristo consegna le chiavi a Pietro, 1820, Musee Ingres, Montauban


sabato 21 febbraio 2015

Paolo IV e gli eretici del suo tempo

Alla vigilia della prima domenica di Quaresima, questo pezzo dell’ottimo prof. de Mattei, tradotto in inglese dal consueto blog Rorate Caeli, mi sembra quantomeno adatto, giacché descrive – sia pur dal punto di vista storico – una situazione non molto diversa da quella attuale. Anzi, nel XVI sec., come nelle epoche precedenti ed in quelle successive, non mancavano cardinali, pur autorevoli, più o meno apertamente simpatizzanti per eresie. La differenza con l’epoca che noi oggi viviamo era che, a quel tempo, l’organismo era (ancora) sano ed aveva gli “anticorpi” in grado di neutralizzare quelle “simpatie”. Fosse vissuto nel XVI, certi prelati che affermano – come in questi giorni – che un personaggio come Lutero, a buon diritto, farebbe parte della “Tradizione” cristiana, sarebbero senz’altro stati privati di ogni dignità ecclesiastica e rinchiusi, a vita, in qualche umida cella di Castel Sant’Angelo affinché non potessero più contaminare il popolo di Dio … .
Purtroppo quelli erano altri tempi. La fede oggi non è più guardata come virtù teologica e teologale necessaria per salvarsi quale presupposto delle altre (la carità e la speranza), ma è intesa solo in senso sentimentalistico-soggettivo.

Paolo IV e gli eretici del suo tempo

di Roberto de Mattei

Il Conclave che si aprì il 30 novembre 1549, dopo la morte di Paolo III, fu certamente uno dei più drammatici della storia della Chiesa. Il cardinale inglese Reginald Pole (1500-1558), era indicato da tutti come il grande favorito. Erano pronti per lui gli abiti pontificali ed egli aveva già mostrato a qualcuno il discorso di ringraziamento.
Il 5 dicembre, a Pole mancava un solo voto per ottenere la tiara pontificia, quando il cardinale Gian Pietro Carafa si levò in piedi e, di fronte all’assemblea attonita, lo accusò pubblicamente di eresia, rimproverandogli, tra l’altro, di aver sostenuto la doppia giustificazione cripto-luterana respinta dal Concilio di Trento nel 1547. Carafa era conosciuto per la sua integrità dottrinale e per la sua vita di pietà. I suffragi per Pole crollarono e, dopo lunghe controversie, il 7 febbraio 1550 fu eletto il cardinale Giovanni del Monte, che prese il nome di Giulio III (1487-1555).
L’accusa di eresia che per la prima volta era stata lanciata in conclave contro un cardinale rifletteva le divisioni dei cattolici di fronte al protestantesimo (cfr. Paolo Simoncelli, Il caso Reginald Pole. Eresia e santità nelle polemiche religiose del cinquecento, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1977). Tra gli anni Trenta e Cinquanta del Cinquecento le tendenze eretiche si erano diffuse nel mondo ecclesiastico romano ed era nato il partito degli “spirituali”, rappresentato da personaggi ambigui, come i cardinali Reginald Pole, Gasparo Contarini (1483-1542) e Giovanni Morone (1509-1580).
Sebastiano del Piombo, 
Ritratto del card. Reginald Pole
1540 circa, Hermitage, San Pietroburgo.
La madre di questo cardinale morì martire 
sotto Enrico VIII 
ed è venerata come beata, Margaret Pole
Essi coltivavano un cristianesimo irenista e si proponevano di conciliare il luteranesimo con la struttura istituzionale della Chiesa romana. Pole aveva creato un circolo eterodosso a Viterbo; Morone, quando era stato vescovo di Modena, tra il 1543 e il 1546, aveva scelto dei predicatori che successivamente erano stati tutti processati per eresia. Gli atti dei processi inquisitoriali del card. Morone (1557-1559), di Pietro Carnesecchi (1557-1567) e di Vittore Soranzo (1550-1558), tutti appartenenti alla cerchia degli “spirituali”, pubblicati dall’Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea e dall’Archivio Segreto Vaticano, tra il 1981 e il 2004, hanno dimostrato quanto fitta fosse questa rete di complicità, vigorosamente combattuta da due uomini, entrambi destinati a divenire Papi, Gian Pietro Carafa, futuro Paolo IV, e Michele Ghislieri, futuro Pio V. Entrambi erano convinti che gli spirituali fossero in realtà cripto-luterani.
Tiziano, Ritratto del card. Pietro Bembo, 1540
Gian Pietro Carafa aveva fondato, con Gaetano di Thiene, l’ordine dei Teatini ed era stato scelto da Adriano VI a collaborare per la riforma universale della chiesa, interrotta dalla morte prematura del Pontefice di Utrecht. Era soprattutto al card. Carafa che si doveva l’istituzione del Santo Uffizio dell’Inquisizione romana. La bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542, con cui Paolo III, accogliendo il suggerimento di Carafa, aveva istituito questo organismo, era una dichiarazione di guerra all’eresia. Questa guerra c’era chi voleva continuarla fino all’estirpazione di ogni errore e chi voleva concluderla in nome della pace religiosa.
Andrea Pozzo (attrib.),
Il Card. Morone e S. Ignazio di Loyola, XVI sec.,
Pontificio Collegio Germanico e Ungarico, Roma
Alla morte di Giulio III, nel Conclave del 1555, i due partiti si scontrarono nuovamente e il 23 maggio 1555 il cardinale Gian Pietro Carafa fu eletto Papa, superando di un soffio il cardinale Morone. Aveva allora settantanove anni e prese il nome di Paolo IV. Fu un Pontefice senza compromessi, che ebbe per obiettivo primario, la lotta alle eresie e una vera riforma della Chiesa. Combatté la simonia, impose ai vescovi l’obbligo di residenza nelle proprie diocesi, ristabilì la disciplina monastica, impresse un vigoroso impulso al Tribunale dell’Inquisizione, istituì l’Indice dei Libri proibiti.
Girolamo Mazzola,
Ritratto di frate domenicano
(identificato in Michele Ghislieri, futuro S. Pio V)
in veste di S. Tommaso
, XVI sec.
Il suo braccio destro era un umile frate domenicano, Michele Ghislieri, che nominò vescovo di Nepi e Sutri (1556), cardinale (1557) e Grande Inquisitore a vita (1558), aprendogli la strada al pontificato. Il 1 giugno 1557 Paolo IV comunicò ai cardinali di aver ordinato l’incarcerazione del card. Morone per sospetto di eresia. Aveva incaricato l’Inquisizione di svolgere il processo, portandone i risultati dinanzi al Sacro Collegio. Paolo IV rivolgeva la stessa accusa al card. Pole che si trovava in Inghilterra e che fu destituito dalla carica di legato. Il card. Morone fu rinchiuso in Castel Sant’Angelo e venne liberato solo nell’agosto 1559, quando, alla vigilia della condanna, la morte del Papa gli permise di recuperare la libertà e di partecipare al conclave successivo.
Nel marzo 1559, pochi mesi prima di morire, Paolo IV pubblicò la bolla Cum ex apostolato officio in cui affrontò il problema della possibile eresia di un Papa (cfr. Bullarium diplomatum et privilegiorum sanctorum romanorum pontificum, S. e H. Dalmezzo, Augustae Taurinorum, 1860, VI, pp. 551-556). In essa, leggiamo: «che lo stesso Romano Pontefice, il quale agisce in terra quale Vicario di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo ed ha avuto piena potestà su tutti i popoli ed i regni, e tutti giudica senza che da nessuno possa essere giudicato, qualora sia riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito» e «se mai dovesse accadere in qualche tempo che (…) prima della sua promozione a cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore, la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i cardinali».
Onofrio Panvinio, Papa Paolo IV, 1568
Questa bolla ripropone quasi alla lettera il principio canonistico medioevale secondo cui il Papa non può essere redarguito e giudicato da nessuno, «nisi deprehandatur a fide devius», a meno che non devii dalla fede (Ivo di Chartres, Decretales, V, cap. 23, coll. 329-330). Si discute se la Bolla di Paolo IV sia una decisione dogmatica o un atto disciplinare; se sia ancora in vigore o se sia stata implicitamente abrogata dal Codice del 1917; se si applichi al Papa che sia incorso in eresia ante o post electionem, e così via. Non entriamo in queste discussioni. LaCum ex apostolato officio resta un autorevole documento pontificio che conferma la possibilità di un Papa eretico, anche se non dà alcuna indicazione sulle concrete modalità con cui egli perderebbe il pontificato. Dopo Paolo IV, fu eletto, il 25 dicembre 1559 un Papa politico, Pio IV (Giovanni Angelo Medici di Marignano – 1499-1565).
Il 6 gennaio 1560 il nuovo pontefice impose l’annullamento del processo contro Morone, reinsediandolo nella sua carica e si scontrò duramente con il cardinale Ghislieri, che considerava un fanatico dell’Inquisizione. L’Inquisitor maior et perpetuus fu privato dei poteri eccezionali conferitigli da Paolo IV e venne trasferito alla diocesi secondaria di Mondovì. Ma alla morte di Pio IV, Michele Ghislieri, il 7 gennaio 1566, venne inaspettatamente eletto con il nome di Pio V. Il suo pontificato si situò in piena continuità con quello di Paolo IV, riprendendone l’attività inquisitoriale.
Il cardinale Morone, che per incarico di Paolo III aveva aperto, come legato pontificio, il Concilio di Trento e su mandato di Pio IV ne aveva diretto le ultime sessioni, ottenne la sospensione della sua condanna.
La storia della Chiesa, anche nei momenti di più aspro scontro interno è più complessa di quanto molti possono credere. Il Concilio di Trento, che è un monumento della fede cattolica, fu inaugurato e poi chiuso da un personaggio gravemente sospetto di eresia luterana. Quando morì, nel 1580, Giovanni Morone fu sepolto in Santa Maria della Minerva (la sua tomba è oggi irreperibile), la stessa basilica in cui san Pio V volle elevare un mausoleo al suo accusatore, di cui avviò il processo di canonizzazione: il campione dell’ortodossia Gian Pietro Carafa, papa Paolo IV.

Fonte: Corrispondenza romana, 18.2.2015

Scandalo in Cile "vescovi" adorano una divinità pagana, partecipando attivamente ad un rito stregonesco-pagano in onore del dio (demonio) inca Tata Inti, "dio" incaico del Sole





























"Colui che offre un sacrificio agli dèi, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio" (Es. 22, 19)

"... i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni" (1 Cor. 10, 20-21)

Questi "vescovi" scandalosamente hanno partecipato alla mensa di Cristo ed alla mensa dei demoni!!!! Che Dio abbia pietà di loro per quest'atto di apostasia!!!!
I martiri cristiani dei primi secoli si son fatti massacrare per molto meno dai pagani, perché non volevano offrire un granellino di incenso agli idoli, e questi "vescovi", invece, offrono foglie di coca ed acqua al "dio" sole.
Da ricerche fatte da nostri amici ed affezionati lettori, è bene che si sappia che la cerimonia pagana è stata svolta nel corso di una "ordinazione episcopale" il 17 gennaio scorso. La cerimonia è stata presieduta dal Cardinale Arcivescovo Ricardo Ezzati e concelebrata dal vescovo Ivo Scapolo, Nunzio Apostolico in Cile, e dall'Arcivescovo di Antofagasta, Monsignor Pablo Lopez Riquelme.
Il nuovo vescovo ordinato era Moisés Atisha Contreras SdM e, prima della Messa, è stato chiamato il "sacerdote del villaggio", cioè un "sacerdote" Yatiri, per PROPIZIARE la sua nomina ... agli dèi inca (v. le foto ed alcuni commenti). Tralasciando i diversi abusi liturgici che sono stati compiuti durante l'ordinazione (ad es., l'imposizione delle mani sopra lo zucchetto!), in questo caso, in buona sostanza, in pieno sincretismo religioso e paganesimo, prima del rito cattolico, i vescovi presenti hanno elevato un rito propiziatorio, insieme al "sacerdote" inca, che invocava il dio sole, il dio Tata Inti, la dea madre, Pachamama ed il pantheon inca. Hanno non solo partecipato attivamente alla benedizione panteista - erano tutti in abiti liturgici! - ma il neo eletto si è inginocchiato per ricevere le "benedizioni" inca del dio Tata inti, il dio del sole .... "Inti" è l'indicativo del dio sole in tutta l'America latina ed è posto sia sulla bandiera argentina sia su quella del Paraguay, e cambiava il nome a seconda delle città e degli imperi, così abbiamo Tata Inti in alcune località del Cile, in altre si chiama Inti Rama, e così via, ma indica sempre lo stesso dio Sole....
Il Messico abbandonò questo culto dopo l'arrivo del Cristianesimo, soprattutto grazie alla tradizionale devozione popolare alla Vergine di Guadalupe, che andò a sostituire la mitologia di questa ed altre divinità legate ai pianeti, alla terra ed alle acque....
Nel caso di specie, siamo dunque dinanzi ad una vera apostasia ed idolatria. Non solo. L'ordinato (e coloro che hanno partecipato al rito pagano), con questo unico atto, ha/hanno commesso almeno quattro gravissimi peccati contro Dio e contro la fede: spergiuro (perché ha/hanno mancato al giuramento fatto durante il rito di ordinazione di conservare integro e puro il deposito della fede), apostasia (il rito può considerarsi formale abbandono della fede cristiana a favore degli dei pagani inca), idolatria e sacrilegio (perché egli, ministro sacro, ordinato vescovo, ha tradito il Signore compiendo un rito pagano e lo stesso hanno fatto coloro che hanno offerto le libagioni al dio inca).

Le Veglie quaresimali al Santo Sepolcro


Le Veglie notturne sono tra i riti quaresimali più affascinanti al Santo Sepolcro, cuore delle liturgie che accompagnano alla Pasqua tutti i cristiani di Gerusalemme

(cliccare sull'immagine per il video)

giovedì 19 febbraio 2015

Audi Benigne Conditor - Inno per i Vespri durante il tempo di Quaresima

Attribuito al Papa San Gregorio Magno (540-604). Nel Breviario Romano quest’inno è utilizzato ai Vespri durante la Quaresima sia per la domenica sia per  l'Ufficio feriale dalla prima Domenica di Quaresima fino al Venerdì prima Domenica di Passione. Nella Liturgia Horarum è utilizzato ai Vespri per l'Ufficio Domenica dalla prima Domenica fino al Sabato prima della Settimana Santa (v. qui. Per una riproduzione in chiave moderna dell'Inno, v. qui).


Altare cattolico durante la Quaresima









mercoledì 18 febbraio 2015

“Floréte, flores, quasi lílium, et date odórem, et frondéte in grátiam, collaudáte cánticum, et benedícite Dóminum in opéribus suis” (Eccli. 39, 19 – Comm.) - SANCTÆ MARIÆ-BERNADÆ SOUBIROUS, VIRGINIS

Oggi la Chiesa celebra la memoria di S. Bernadette Soubirous.
Piccola figlia ignorante di un modesto mugnaio montanaro, Maria Bernadette Soubirous fu scelta dalla santa Vergine per essere testimone delle celebri apparizioni, che, da allora, hanno condotto in pellegrinaggio a Lourdes tante folle di cristiani. Le apparizioni avevano luogo nel 1858, nove anni più tardi, Bernadette entrò dalle Sorelle della Carità di Nevers, in cui ella ricevette il nome religioso di Suor Maria Bernarda. Ella vi si diede ad una vita semplice e di pietà e morì, dopo una lunga malattia, il 16 aprile 1879, all’età di 36 anni. Pio XI la canonizzò nel 1933.
La data del 18 febbraio è stata scelta per la sua festa al fine di farne l’ottava della festa delle Apparizioni di Lourdes dell’11 febbraio. Certe diocesi hanno iscritto la sua festa il giorno della sua nascita al cielo, il 16 aprile, che è anche il giorno in cui è ricordata dalla Chiesa con la riforma del calendario liturgico. Noi però preferiamo farne memoria il 18 febbraio, data tradizionale.
In suo onore, rilancio quest’articolo di Cristina Siccardi.




Santa Bernadette, imitatrice dell’Immacolata

di Cristina Siccardi

Per tutta la vita santa Bernadette Soubirous cercò di assomigliare il più possibile alla Vergine Immacolata, che lei vide, ascoltò, amò. Fin dall’inizio delle apparizioni ella si trova implicata in una situazione del tutto paradossale: lei, che non sa né leggere, né scrivere e comprende soltanto ilpatois, si fa portavoce di un avvenimento soprannaturale, che fa eco in tutto il mondo. Bernadette che, dall’11 febbraio al 16 luglio 1858, aveva assistito a 18 apparizioni dell’Immacolata Concezione nella grotta di Massabielle, riesce a sbaragliare tutti: subisce numerosi interrogatori ufficiali perché è sospettata di impostura.
Vogliono farla crollare, affinché cessi quell’incontrollato flusso di persone alla grotta delle guarigioni… Ma sono tutti sconcertati dalla sua limpidezza. Le sue risposte alla santa Giovanna d’Arco schivano tutte le trappole: non si confonde mai e non si contraddice. Scriverà di lei Monsignor Bertrand-Sévère Laurence, Vescovo di Tarbes, nella Lettera pastorale del 18 gennaio 1862: «Chi non ammira, avvicinandola, la semplicità, il candore, la modestia (…)? Mentre tutti parlano delle meraviglie che le sono state rivelate, solo lei mantiene il silenzio; parla soltanto quando viene interrogata (…) alle numerose domande che le vengono poste, dà, senza esitare, risposte nette, precise, pertinenti e piene di convinzione. (…) Sempre coerente, nei vari interrogatori a cui è stata sottoposta, ha mantenuto tutte le volte la stessa versione, senza togliere o aggiungere nulla».
È semplice e mite, ma risoluta nella sua posizione e non è disposta a patteggiare con nessuno, così come non rinuncia al suo Rosario da quattro soldi: rifiuta a Monsignor Thibault, Vescovo di Montpellier, di scambiarlo con uno in oro e benedetto dal Papa. Di fronte agli scettici irriducibili si limita a dire: «Non sono stata incaricata di farvi credere. Sono stata incaricata di riferire». Fin dai tempi delle apparizioni esprime la volontà di farsi suora, senza che questo riguardi i tre segreti che la Vergine le aveva confidato e che lei non ha mai rivelato.
Dove avrebbe potuto, meglio che nella vita religiosa, mettere in pratica quelle consegne di «preghiera» e di «penitenza per la conversione dei peccatori» che aveva ricevuto? Diventa suora della Carità e dell’Istruzione cristiana di Nevers. Fin dai tempi del noviziato Bernadette è stata una presenza costante in infermeria, malata al punto da essere ammessa a fare la professione in Articulo mortis, il 25 ottobre 1866.
Nonostante le sue sofferenze, il rumore assordante, intorno a lei, non cessa, anzi. Con frequenza incessante è chiamata in parlatorio per incontri e domande. A suo avviso i circa cinquanta vescovi che sono andati a trovarla avrebbero fatto meglio a «restare nelle loro diocesi». Impara a leggere e a scrivere. Ha una buona mano per cucire e ricamare e poi è bravissima ad animare i giochi dei bambini. Vivace, disapprova ogni ipocrisia, ogni menzogna, ogni ingiustizia. Ha il carattere fiero, serio, onesto della sua gente, per cui ogni promessa è sacra. Si è fatta religiosa per nascondersi in Dio e invece, per obbedienza, deve essere in prima linea perché è sulla bocca di tutti. Questo problema viene da lei risolto nell’ottobre del 1873 ed è una specie di patto che si rifà alle parole dell’Immacolata: «Mi recherò con gioia in parlatorio (…). Dirò a Dio: sì, ci vado, a condizione che un’anima esca dal purgatorio o che convertiate un peccatore».
La Madonna a Lourdes lasciò il dono dell’acqua miracolosa. Non parlò, però, dei malati fisici, bensì dei malati nell’anima e per essi Bernadette diede la sua giovane vita. Il peccato è il principale nemico dell’uomo, quello che corrompe e allontana da Dio sia spiritualmente che fisicamente. La salma incorrotta della bellissima santa Bernadette Soubirous è ancora lì, nella cappella del convento di Saint-Gildard, a testimoniare che la guarigione dell’anima è più importante della guarigione del corpo.

Mercoledi delle Ceneri a Gerusalemme (in un video del 2011)

Come si celebra la Quaresima al Santo Sepolcro (in un video del 2011)

“Meménto, homo, quia pulvis es, et in púlverem revertéris” (Gen. 3, 19) - FERIA QUARTA CINERUM

Dai tempi di san Gregorio Magno, questo giorno - in cui, sebbene non festa di precetto, è vivamente consigliata la partecipazione dei fedeli - inaugura a Roma la santa quarantena ed è anche chiamato in capite ieiunii; nel IV sec., esso segnava l’inizio della penitenza canonica che i penitenti pubblici dovevano compiere, al fine di essere assolti il giovedì santo. Secondo i rituali del VII sec., il mattino di questo giorno i penitenti si presentavano ai sacerdoti deputati a questo ministero nei differenti Titoli e nelle basiliche patriarcali; essi confessavano i loro peccati e se questi erano stati gravi e pubblici, ricevevano dalle mani del penitenziere un vestito di cilicio ruvido ricoperto di cenere, con l’ordine di ritirarsi in un monastero – un centinaio circa si ergevano all’epoca nell’Urbe – al fine di compiere la penitenza di questa quarantena che gli era stata imposta. Ecco l’origine delle quarantene che si ritrovano nelle antiche formule di concessione delle indulgenze.
Per il rito della benedizione delle ceneri, il messale attuale conserva ancora un’ultima traccia della cerimonia dell’imposizione della penitenza canonica ai penitenti pubblici. In origine, il concetto della santità trascendente dello status sacerdotale era così elevato e così vivo, che i ministri sacri non erano ammessi in questa umiliante categoria. Fu verso l’XI sec. che, nella cerimonia di questo giorno, la disciplina della penitenza pubblica essendo cessata, ai penitenti di una volta si sostituirono indistintamente il Papa, i membri del clero ed il popolo romano, che cominciavano da allora a camminare a piedi scalzi e la testa coperta di cenere sino alla basilica di Santa Sabina.
Nel IX sec., l’imposizione delle ceneri era ancora un rito penitenziale a se stante, senza alcuna relazione con la stazione eucaristica. Verso la settima ora – vale a dire quando il Romano si apprestava a terminare la sua giornata civile di lavoro, per andare a prendere il suo bagno alle terme e disporsi dopo alla coena, che costituiva il principale pasto di tutto il giorno – il popolo, avendo alla sua testa il Papa ed il clero, si raccoglieva dapprima nel titolo di Anastasia, nella stretta valle compresa tra il Palatino e l’Aventino e, da là, al canto lamentoso delle litanie, si dirigeva processionalmente verso la basilica di Sabina. Quando vi era arrivato, l’Introito essendo omesso poiché era già stato eseguito nel tempio della «colletta», si celebrava il sacrificio eucaristico; dopo l’ultima preghiera di benedizione, all’invito del diacono: ite missa est, i fedeli rientravano nelle loro case e rompevano il digiuno.
Nel XII sec., questo rito apparve molto più sviluppato nell’Ordo Romanus del canonico Benedetto. Il Pontefice imponeva dapprima le ceneri nel titolo di Anastasia, dopo, in abito penitenziale ed a piedi nudi, il corteo percorreva le dolci pendenze dell’Aventino, fino alla basilica di Sabina, dove si celebrava la messa. Prima della comunione, il Suddiacono Regionario avvertiva il popolo: «Crastina die veniente, statio erit in ecclesia Sancti Georgii Martyris ad velum aureum» («Domani la stazione sarà nella chiesa di San Giorgio al Velabro (al vello d’oro)»), e tutti rispondevano: Deo gratias.
Se il Papa era trattenuto da occupazioni urgenti nell’episcopium del Laterano, un accolito, dopo la messa, immergeva un po’ di cotone nell’olio profumato delle lampade che ardevano davanti l’altare della chiesa stazionale e si recava al patriarchium, dove si faceva introdurre alla presenza del Pontefice: Iube, domne, benedicere, gli diceva rispettosamente il chierico. Avendo ottenuto la benedizione, presentava il cotone aggiungendo: «hodie fuit statio ad Sanctam Sabinam, quæ salutat te» («Oggi, la stazione si è svolta a Santa Sabina che Ti saluta»).
Il Papa baciava allora con riverenza questo fiocco di cotone e lo rimetteva al cubicolario, perché, dopo la sua morte, lo mettesse nel suo cuscino funebre. Così era costume di fare tutte le volte che il Pontefice non interveniva alla stazione.

Colletta o assemblea a Santa Anastasia

Questo è precisamente il significato di questa collecta, che, negli antichi Ordines Romani, è indicata regolarmente per ciascun giorno della Quaresima.
Secondo una tradizione medievale, le ceneri provenivano dai rami di ulivo benedetti l’anno precedente. Il Sacerdote, dopo aver recitato su di esse queste preghiere, le aspergeva di acqua benedetta e le incensava. Dopo le imponeva sul capo dei fedeli, dicendo: «Ricordati, o mortale, che tu sei polvere ed in polvere ritornerai». Durante l’imposizione delle ceneri, la schola dei cantori eseguiva le antifone ed il responsorio tratti dall’ufficio notturno della Quaresima.
Quando l’imposizione delle ceneri terminava, il Sacerdote recitava la preghiera di conclusione.
Negli Ordines Romani del basso Medioevo, è prescritto che, dopo l’imposizione generale delle ceneri sulla testa del clero e dei fedeli, si sale in processione ed a piedi nudi la collina dell’Aventino sino alla basilica di Santa Sabina, sotto il portico della quale era allora un piccolo cimitero. Queste tombe, in un tale luogo, svegliavano subito il pensiero della morte ed è per questo che la schola cantava il responsorio funebre: Immutemur habitu ... ne subito preoccupati die mortis ... conservato ancora oggi nel messale. Il corteo faceva allora una breve sosta per permettere al Papa di recitare una colletta di assoluzione su questi sepolcri; dopo faceva il suo ingresso nella vasta basilica dell’Aventino, al canto del responsorio: Petre, amas me?, con il versetto: Simon Joannis ..., in onore del Principe degli Apostoli. Questa memoria di san Pietro, in questo momento della cerimonia, è un elemento estraneo, a meno che questo non sia un usanza papale proveniente dalla basilica Vaticana e ripetuta ogni volta che, attraversando il portico in cui erano i sepolcri, vi si entrava processionalmente; forse era suggerito dal fatto che, nel XIII sec., la residenza pontificia era a Santa Sabina e, per questa ragione, tale basilica era considerata come la sede abituale del successore di Pietro.

Stazione a Santa Sabina all'Aventino

Fu fondata o ricostruita sotto Celestino I da un certo Pietro, sacerdote illirico, ma una donna chiamata Sabina dové contribuirvi anch’ella, in modo che la basilica ricevette il suo nome, prima che nella stessa vi si trasportasse, dall’area Vindiciani, i resti della martire omonima, Sabina.
Gregorio Magno vi intimò la sua famosa litania Septiformis di penitenza, e, nel Medioevo, l’abitazione che vi è annessa servì più volte da dimora del Pontefice. Il papa Silvero vi abitò quando fu esiliato da Roma da Belisario; Onorio III Savelli la munì di muraglie e di torri che sussistono in parte ancora oggi; ed alla morte di Onorio IV, i cardinali vi si riunirono per il conclave che durò circa un anno.
Dopo questo tempo, il prestigio della residenza pontificia sull’Aventino decrebbe poco alla volta e l’antico palazzo foirtificato divenne finalmente l’asilo pacifico dei Padri Predicatori di san Domenico, che ancora oggi, mostrano con grande venerazione ai visitatori le celle già santificate dalla residenza di san Domenico e di san Pio V.
Sotto l’altare maggiore, con le ossa di santa Sabina e di santa Serapia, si conservano i corpi dei martiri di Ficulea sulla via Nomentana: Alessandro, Evenzio e Teodulo.
Per regola generale, le messe quotidiane non avevano il Tratto: quello che è oggi assegnato dal Messale tradizionale e che sarà ripetuto in Quaresima tre volte a settimana è di struttura più recente ed irregolare, poiché consiste in frammenti d’emistichi di differenti salmi. Sembra essere stato introdotto nella liturgia dal papa Adriano I, che ordinò di recitarlo su domanda di Carlo Magno (Cfr. Ord. Rom. I, in PL 78 col. 949).
Nel Messale prima del 1962, si aggiungevano le collette per domandare l’intercessione dei santi e quella per i vivi e per i defunti.
Quest’ultima preghiera, che penetrò nel messale romano nel Medioevo dalle liturgie franche, conserva un ricordo prezioso dell’oratio post nomina, vale a dire della preghiera sacerdotale che terminava, nelle Gallie ed in certe regioni d’Italia, la lettura dei dittici prima che ne cominciasse il canone. Si sa, in effetti, d’altronde, che i nomi degli offerenti, dei vescovi, dei personaggi insigni con i quali ciascuna Chiesa intratteneva una pia unione di preghiere, erano iscritti sui dittici, che il diacono recitava ad alta voce dopo l’offertorio, in modo che il canone eucaristico non soffrisse alcuna interruzione.
L’uso romano attuale, sebbene rappresenti un’innovazione, risale tuttavia all’epoca di Innocenzo I, che, scrivendo a questo riguardo al vescovo Decenzio (Decentius) di Gubbio, ne sottolineava la legittimità in un senso rigorosamente esclusivista. Pertanto, sebbene il Pontefice protesti contro l’innovazione liturgica supposta dalla Chiesa di Gubbio, egli permette di sospettare che fu Roma, al contrario, che ha cambiato i suoi dittici del luogo.
La serie di antifone ad Communionem durante le messe feriali della Quaresima, sono tratte dal Salterio nell’ordine stesso dei Salmi e costituisce un ciclo pseciale. Le eccezioni sono molto rare e rappresentano delle addizioni posteriori. Dom Cagin, dopo aver studiato accuratamente la questione, ha concluso che le due messe della IV e VI feria (cioè mercoledì e venerdì) di quinquagesima, con le antifone ad Communionem, tratte rispettivamente dai Salmi 1 e 2, appartengono davvero al ciclo gregoriano primitivo delle messe quaresimali.
Era un rito molto antico, appartenente a tutte le liturgie, anche orientali, quello di recitare, prima di sciogliere l’assemblea, delle formule speciali di benedizione sui catecumeni, sui penitenti, sui fedeli, sulle vergini, ecc., alla fine di ogni sinassi.
Sovente, a Gerusalemme per esempio, a queste invocazioni era aggiunta l’imposizione delle mani dal vescovo, così che, a dire di sant’Agostino, i tre termini di benedizione, oratio super hominem ed imposizione delle mani da parte del Sacerdote, divennero sinonimi. Nei sacramentari romani, questa colletta finale ha per titolo: Ad complendum, e l’invito precedente del diacono: Humiliate capita vestra Deo ricorda ancora il suo primo significato eucologico.
Nella liturgia romana, queste formule di congedo ad complendum si sono conservate soltanto nelle ferie di Quaresima, a causa del loro carattere solenne ed episcopale. Quando vi erano le sinassi private e tutte le volte che non vi era una stazione, un’unica formula poteva bastare: il sacerdote la sapeva a memoria e la recitava ogni giorno; i copisti la conservarono volentieri. È precisamente la stessa ragione che ci ha fatto perdere, al Mattutino ed all’Offertorio, le differenti missæ o preghiere, per le quali si congedava una volta i penitenti, i catecumeni, gli invasati, ecc.
Sappiamo quanto il popolo tenesse a queste benedizioni: il papa Vigilio, venendo strappato dall’altare di Santa Cecilia mentre celebrava il dies natalis della martire nella sua basilica transteverina, il popolo si sollevò, esigendo che la barca che doveva condurlo prigioniero ad Ostia per poi portarlo in seguito in esilio a Costantinopoli, non partisse prima che Vigilio avesse recitato la colletta ad complendum, lasciando così la sua benedizione ai Romani.
Il rito della benedizione che ora si dona al popolo dopo la formula di rinvio, rappresenta una stratificazione posteriore. Essa deriva dal fatto che, quando il Papa ritornava dall’altare al secretarium, i vescovi, il clero, i monaci, ecc., si prosternavano davanti a lui al suo passaggio, domandandogli tutti la benedizione e lui, tracciando il segno della croce, rispondeva loro: Dominus nos benedicat.



Julian Fałat, Le Sacre Ceneri (Popielec), 1881


Alexandre Bida, La preghiera in segreto, 1874




Carl Spitzweg, Il mercoledì delle Ceneri ovvero la fine del Carnevale, 1855-60, Staatsgalerie, Stoccarda