Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 2 febbraio 2020

Maria Santissima e l’offerta della Vittima

In questa domenica di Candelora, o della Purificazione della B.V. Maria o della Presentazione del Signore Gesù al Tempio, che chiude il Tempo di Natale, rilanciamo questo contributo di spiritualità.

Maestro di Castelseprio, Purificazione della Vergine o Prova delle Acque amare, VII-VIII sec., chiesa di Santa Maria foris portas, Castelseprio.

L'affresco, uno dei più antichi che si conosca sul tema della Purificazione della Vergine, attinge da un episodio narrato dal protovangelo di Giacomo ed il cui rituale è narrato nel libro dei Numeri (Nm 5, 11-28):
"Il sacerdote disse: «Restituisci la vergine che hai ricevuto dal tempio del Signore». Giuseppe versò allora calde lacrime. Il sacerdote proseguì: «Vi darò da bere l'acqua della prova del Signore che manifesterà ai vostri occhi i vostri peccati». E presala, il sacerdote la fece bere a Giuseppe e lo mandò verso la collina: e tornò poi sano e salvo. La fece bere anche a Maria e la mandò verso la collina: e tornò sana e salva. E tutto il popolo si stupì che non fosse apparso in loro alcun peccato. Disse allora il sacerdote: «Il Signore non ha manifestato i vostri peccati. Neppure io vi giudico». E li rimandò. Giuseppe riprese Maria e tornò pieno di gioia a casa sua glorificando il Dio di Israele
(Protovangelo di Giacomo 16)
 
Giuseppe Mastroleo, Presentazione di Gesù al Tempio con i SS. Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, XVIII sec., Chiesa di San Domenico, Ruvo di Puglia


Presentazione al Tempio, litografia colorata del XIX sec.

Antica stampa del 1909


Stampa del 1934

S.. Simeone, incisione, XVIII sec.

Maria Santissima e l’offerta della Vittima

del ven. Jean-Jacques Olier

La Presentazione di Nostro Signore al Tempio è la cerimonia della Legge che spiega il santo mistero della morte e risurrezione di Cristo. Vi si scorge anche la purificazione e santificazione della Chiesa. E Maria, che tiene il posto della Chiesa nell’opera della nostra redenzione, vi partecipa più di ogni altro.

Il sacrificio di Nostro Signore, prefigurato da tutti i sacrifici della Legge, doveva, come questi, essere composto di quattro parti. La prima era l’offerta fatta a Dio, o presentazione solenne della vittima; la seconda la sua immolazione cruenta; la terza la consunzione nel fuoco; la quarta la comunione, con la quale da una parte Dio, sotto la figura del fuoco, e dall’altra il popolo, erano considerati far parte dalla stessa vittima in segno di perfetta riconciliazione. Per l’offerta che gliene era stata fatta, Dio s’appropriava talmente della vittima da non lasciargli più nemmeno l’uso di se stessa, in modo tale che essa non viveva più che per Lui. In segno di questa presa di possesso, il sommo sacerdote, quando gli si presentavano certe ostie nel Tempio, poneva le sue due mani su di esse da parte di Dio, rappresentando così il possesso perfetto con cui Dio Padre avrebbe preso un giorno Gesù Cristo, sua vera ostia. Quando suo Figlio venne al mondo, il Padre eterno mise in qualche modo sulla santa umanità le sue due mani, vale a dire il suo Verbo e il suo Spirito: il suo Verbo si appropriò della natura umana, e il suo Spirito ne prese un intero e irrevocabile possesso.
Se, dal momento dell’Incarnazione, il Figlio di Dio s’offrì così e fece voto di essere ostia e di servire suo Padre, ciò fu fatto nel segreto del grembo di Maria. Veniva tuttavia per rendere a Lui tutti i doveri ai quali gli uomini sono obbligati, i doveri esteriori e pubblici come quelli interiori e nascosti, e per rendere così sensibile agli uomini il suo culto verso il Padre. D’altronde il suo sacrificio, essendo fatto per la Chiesa che è visibile, doveva essere esso stesso visibile in tutte le sue parti. Bisognava dunque che ripetesse pubblicamente la sua offerta e in quale luogo doveva farlo, se non nel Tempio di Gerusalemme, il solo asilo della vera religione, nel Tempio dei Giudei, dei quali veniva a perfezionare la religione nella sua persona, per farla giungere sino a noi ed essere Egli stesso la fine della Legge antica e il principio della nuova.
Veniva a compiere, nella sua persona, fino all’ultima iota, tutto ciò che era stato predetto e prefigurato. Ora, era nel Tempio che dovevano essere offerte a Dio tutte le ostie, sue figure; bisognava dunque che fosse portato al Tempio di Gerusalemme e che vi reiterasse solennemente la sua offerta, rendendo così a Dio i suoi voti davanti al suo popolo, con un culto esteriore e pubblico: «Vota mea Domino reddam, in conspectu omnis populi eius» (Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo: Sal 115,5). Per questo Maria, istruita dalle profezie che l’annunciavano e che lo rappresentavano, Lei che, avendo vissuto per circa dodici anni nel Tempio, aveva adorato mille volte in spirito il sangue del vero Figlio di Dio in quello delle vittime che vedeva versare ogni giorno, Maria, lo ha appena ricevuto in suo possesso, che desidera di andare al Tempio per rinunciare a tutti i suoi diritti su di Lui e lasciarlo nelle braccia di Dio Padre per sacrificarlo. Aveva un obbligo ben più stretto che nessun altro di presentare per se stessa questa ostia a Dio, dato che ai meriti di questa doveva tutte le grazie di cui si vedeva colma, e che sorpassavano quelle che la Chiesa intera avrebbe mai ricevuto. Maria, la più innocente delle creature, la sola esente da ogni macchia, la sola degna di accostarsi a Dio con confidenza, essendo la mediatrice della Chiesa, doveva Ella stessa offrire nel tempio a Dio Gesù Cristo, nostra ostia, e sacrificarlo in anticipo alla morte, come un giorno glielo avrebbe offerto sul Calvario. D’altronde, avendo Dio vietato che gli si presentassero vittime sacrificali rubate e volendo che ciascuna ostia gli fosse offerta dalle mani di Colui al quale apparteneva, toccava a Maria di presentargli questa ostia che la natura e la grazia le avevano donato così perfettamente e singolarmente. Infine bisognava che Maria compisse in questa occasione solenne ciò che era stato espressamente segnalato nella Legge, riguardo tanto a Lei che a Gesù Cristo, suo Figlio. Infatti Dio vi aveva prefigurato l’offerta pubblica che doveva fargli del suo Figlio al Tempio ordinando che gli si presentassero in quello stesso luogo tutti i bambini maschi primogeniti, immagini di Gesù Cristo.
«Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio – è scritto nella Legge –, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio» (Lv 12,2; 6; 8). Il doppio sacrificio da offrire, per il bambino e per la madre, l’uno in olocausto e l’altro per il peccato, esprimeva quello che Nostro Signore doveva offrire nella sua persona per operare la salvezza del mondo. Non era sufficiente, in effetti, che Maria ci donasse il Salvatore, ma c’era bisogno inoltre che fosse immolato realmente, tanto che, prima della morte cruenta che avrebbe dovuto soffrire a trentatré anni, né Lui, benché innocente, né la Chiesa, potevano entrare in Cielo: «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26).
Questa proibizione è prefigurata nella Legge, la quale dichiara la madre e il figlio immondi e li esclude dall’ingresso nel Tempio, immagine del Cielo, fino a che il sacrificio, prescritto per l’uno e per l’altro, non fosse stato offerto. «Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni» (Lv 12,2). Il numero di sette, che è misterioso, significa qui tutti i tempi che dovevano precedere l’Incarnazione. «L’ottavo giorno il bambino sarà circonciso e la madre rimarrà ancora trentatré giorni in questo stato immondo, durante i quali non toccherà nulla di santo e non entrerà nel santuario». Ciò significa che Nostro Signore rimarrà trentatré anni nella vergogna della nostra carne e della generazione di Adamo e che durante questo tempo non entrerà affatto nel santuario del Cielo, nel seno del Padre dove era stato generato e che avrebbe dovuto essere, in quanto Figlio, il luogo della sua dimora. Ciò figurava che anche la Chiesa sarebbe stata alla pari esclusa dal Cielo fin tanto che Gesù Cristo non fosse stato messo in croce. Se dunque Maria, benché innocente, rimase esclusa per trentatré giorni dall’ingresso nel Tempio e fu ritenuta immonda, è perché, dovendo presentarvi il sacrificio della Chiesa, era la figura reale della stessa Chiesa, ancora immonda e sporca, fino a che alla fine dei trentatré anni Gesù non fosse stato immolato sul Calvario, e allo stesso modo fosse consumato in Dio suo Padre attraverso la Risurrezione.
La morte e la Risurrezione del Salvatore, questi due sacrifici, o piuttosto queste due parti dello stesso sacrificio, erano prefigurate da quello che doveva offrire la madre di un figlio maschio. «Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una figlia saranno compiuti – aggiunge Dio nella stessa Legge –, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Il sacerdote li offrirà davanti al Signore e farà il rito espiatorio per lei» (Lv 12,6-7). [...]. Così Maria, riconoscendo in questo personaggio il rappresentante di Dio Padre, gli ridona da parte della Chiesa questa divina ostia e, dato che Gesù è la carne della sua carne, le ossa delle sue ossa, il sangue del suo sangue, sembra dire a Dio, in qualità di Madre: “Padre eterno, non l’ho che appena ricevuto che già ve lo porto e vi cedo tutti i diritti di nascita che mi avete donato su di Lui. Se vi presentate a me e mi apparite sotto gli occhi come sacerdote, è per immolarlo a vostra gloria. Lo lascio nelle vostre braccia per essere sacrificato. Non era ancora nato che già si era sacrificato alla morte, non è mai stato in possesso di se stesso. Già si è offerto a voi nel mio seno e ha rimesso in voi tutti i diritti che aveva su se stesso. Ma dato che a me lo avete donato, vuole anche che io ve lo presenti e che rinunci a tutti i diritti su di Lui. Mi privo dunque del mio tesoro nelle vostre mani e vi offro da parte della Chiesa ciò che ho di più caro al mondo, e di più grande in cielo e sulla terra, affinché, con questo voto solenne e con questa offerta pubblica di culto, io sia totalmente vostra”. [...].

*  *  *
Per partecipare allo spirito e alla grazia del santo mistero della Presentazione di Nostro Signore, dobbiamo rinnovare la consacrazione solenne che fece di noi stessi a Dio. Questa fu figurata dalle due colombe, immagini espressive non solo di Gesù, ma anche di tutti i cristiani che Dio voleva condurre alla perfezione, facendoli passare per i due stati che esse esprimono. Quella che veniva solamente immolata e di cui si spargeva il sangue, riguarda la nostra vita esteriore, che deve essere purificata dallo spirito di penitenza; l’altra, che veniva anche consumata nel fuoco, indica la nostra vita interiore, che deve essere trasformata in Dio con la carità.
Questa consacrazione di tutte le sue membra che Nostro Signore fece allora in generale, la Chiesa l’ha rinnovata per ciascuno di noi in particolare, nel momento in cui ci ha inserito nel numero dei suoi figli con il santo Battesimo. [...].
Lo Spirito Santo, venendo a risiedere in voi col Battesimo, vi ha donato una nuova vita, che è la vita propria dei cristiani. Questa vita ha due parti: la morte al peccato e la vita in Dio. La prima è il fondamento della seconda, come san Paolo non cessa di ripetere: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?» (Rm 6,3). Ovvero col Battesimo siamo stati rivestiti dei sentimenti interiori e delle disposizioni che Gesù aveva morendo, e che offrì per noi a Dio Padre. Ignorate forse che la grazia della sua morte, che ci deve far morire al peccato, ha coperto la nostra anima con il Battesimo così come l’acqua ha coperto il nostro corpo, «perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4)? Cioè questa vita della quale abbiamo ricevuto parimenti la grazia attraverso questo Sacramento: lo Spirito Santo, infatti, se lo facciamo signore del nostro cuore, donandoci inclinazioni simili a quelle di Gesù Cristo risuscitato, fa sì, come conclude san Paolo, che siamo «morti al peccato e viventi in Dio, in Nostro Signore Gesù Cristo» (Rm 6,11).
Questa morte, per la quale bisogna entrare nella vita cristiana, non è altro che la rovina delle inclinazioni malvagie, che sono il rimanente della nostra prima nascita. In effetti, l’inclinazione disordinata dei sensi verso le creature resta sempre in noi dopo il Battesimo, ed è il martirio che ogni vero cristiano deve soffrire in spirito di penitenza: essere inclinato dai sensi verso le creature e non rimanervi mai attaccato. Siccome queste inclinazioni viziose ci portano a desiderare gli onori, le ricchezze e i piaceri, con il Battesimo lo spirito di Gesù Cristo ci attira all’umiltà, alla povertà, alla ricerca della mortificazione. Ed è la pratica di queste virtù ciò in cui consiste precisamente l’immolazione di noi stessi, che deve renderci simili a Gesù Cristo, e fare di noi e di Lui una sola vittima d’espiazione.
Considerate come nel mistero stesso della Purificazione, Gesù e Maria ci donino esempi mirabili di questi tre tipi di annientamento necessari a tutti i veri cristiani. Vi possiamo vedere l’annientamento verso l’onore. Il Figlio così come la Madre non vogliono essere nulla nella stima e nei cuori degli uomini: s’assoggettano alle leggi comuni dei peccatori e, benché contengano e portino nei loro cuori la santificazione del Tempio e quella di tutti gli uomini, sono guardati come criminali. Vi si può poi vedere l’annientamento alle grandezze e alle ricchezze del mondo, poiché Gesù e Maria, i più grandi e potenti della terra, ai quali tutto appartiene, appaiono nel Tempio come se fossero i più poveri, spogliati di tutte le comodità. È con l’offerta di due colombe che Maria riscatta suo Figlio: questa era l’offerta dei miserabili e dei più poveri tra i Giudei. Infine sono annientati in tutto loro stessi, non volendo aver niente ed essere nulla se non per immolarlo a Dio con un sacrificio totale; tale disposizione apparirà soprattutto sul Calvario, quando Gesù e Maria compiranno esteriormente ciò che figurava la colomba il cui sangue era stato sparso.
Ecco le virtù che dovete sforzarvi di praticare nella vostra condizione, se non volete rendere inutile l’offerta che Gesù Cristo ha fatto di voi nella sua Presentazione e rendere così infruttuosa la grazia del vostro Battesimo.

Tratto da: Vita interiore della Vergine Maria

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, 28.1.2018, fasc. n. 4

sabato 2 febbraio 2019

Un tropario greco nella liturgia latina del 2 febbraio

Un’annotazione liturgica sulla festa della Candelora.

Un tropario greco nella liturgia latina del 2 febbraio

Il 2 febbraio, le Chiese d’Oriente e d’Occidente celebrano la Purificazione della Beata Vergine e la Presentazione di Gesù al Tempio, 40 giorni dopo la sua Natività. In Oriente, questa festa riceve anche il nome Hypapante o “incontro al Signore” (l’espressione Occursum Domini, che è l’equivalente latino, è stato anche in uso in Occidente), un termine che ricorda il santo incontro tra Gesù bambino ed il santo vegliardo Simeone.
I menelogi greci usano per questa festa il tropario apolytikion che segue:

Χαῖρε κεχαριτωμένη Θεοτόκε Παρθένε· ἐκ σοῦ γὰρ ἀνέτειλεν ὁ Ἥλιος τῆς δικαιοσύνης, Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν, φωτίζων τοὺς ἐν σκότει. Εὐφραίνου καὶ σὺ Πρεσβύτα δίκαιε, δεξάμενος ἐν ἀγκάλαις τὸν ἐλευθερωτὴν τῶν ψυχῶν ἡμῶν, χαριζόμενος ἡμῖν καὶ τὴν Ἀνάστασιν.

Ecco una traduzione:

Ti saluto, pieno di grazia, Vergine Madre di Dio: da te infatti è salito il sole di giustizia, Cristo nostro Dio, illuminando coloro che sono nelle tenebre; e tu, giusto vegliardo, rallegrati, perché hai ricevuto tra le tue braccia il liberatore delle nostre anime, colui che ci dona la risurrezione.

Questo tropario è stato tradotto nel Medioevo in latino ed è stato anche cantato in Occidente. Se non appare più negli attuali libri romani, si trova, invece, in quasi tutti i manoscritti medievali, ed è stato conservato in molti libri diocesani francesi ed esiste ancor oggi nel rito domenicano.
Ecco il testo e la musica, tratti da Variæ preces de Solesmes, 1901, p. 103:


Nel rito domenicano, questo tropario è la prima antifona cantata alla prima stazione della processione della Candelora. Eccolo, preso dal processionale del 1913:


È interessante notare che, sia in oriente sia in occidente, l’antifona è ancora cantata nel primo tono. L’inciso Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν non è stato reso nel testo latino, forse perché non nell’originario in greco, la sua aggiunta successiva ha senza dubbio voluto chiarire il significato del testo.
Per la cronaca, ecco il testo slavonico del tropario del Santo Incontro:


L’inganno dei tempi morti – Editoriale di febbraio 2019 di “Radicati nella fede”

Nella festa della Purificazione della B.V. Maria o Presentazione di N.S.G.C. al Tempio, detta presso i Greci Υπαπαντή του Κυρίου υμών Ιησού Χριστού, rilanciamo questo contributo da Radicati nella fede.



Scuola verezelliana, Madonna della Purificazione, XIX sec., Lauropoli







L’INGANNO DEI TEMPI MORTI


Editoriale di “Radicati nella fede
Anno XII n. 2 - Febbraio 2019

C’è una sensazione strana, ci tocca vivere in un clima strano, quasi sospeso, dove sembra che non accada niente.
Il Limbo è stato frettolosamente accantonato dalla teologia cattolica e, ironia della sorte, sembra quasi di vivere in una sorta di limbo della vita della Chiesa, nel quale tutto è fermo.
Le speranze in un ritorno della Chiesa Cattolica alle sue antiche glorie sono ormai da tempo spente, mentre i fautori della primavera del Concilio, sempre più vecchi di età e forse anche nell’animo, stancamente propinano le lodi di una stagione della Chiesa che sarà registrata negli annali come la più grande catastrofe del cristianesimo mai vista.
È un tempo sospeso quello che si avverte, un tempo sospeso dove però, a forza di inerzia, la rivoluzione distruttrice del Cattolicesimo sta compiendosi nelle nostre terre. Gli ottuagenari figli del Concilio impazziscono nel loro vuoto di fede, ed esprimono la loro follia riformando il nulla che è rimasto: cambiare, cambiare, per convincersi di esserci ancora e per credere di contare ancora qualcosa per questo mondo! Stanno arrivando a cambiare ciò che avevano già cambiato, non per tornare sulla strada giusta, che sarebbe quella della Tradizione, ma per radicalizzare ancora di più le innovazioni nella disperata ricerca di qualcosa di interessante. Però, per questi agnostici tristemente annoiati, senza il senso di Dio, non ci potrà più essere nulla di veramente interessante.
Sono arrivati a stancarsi anche del loro messale e a parrocchie ormai vuote imporranno le loro nuove preghiere, forse pensando che il cristianesimo risorgerà perché Dio non induce più in tentazione e dona la pace non agli uomini di buona volontà, ma a quelli che egli ama! Siamo al ridicolo, che è tragico perché è a guida dei pastori.
Questi vecchi smantellatori non hanno più alcun entusiasmo, lo hanno perso occupando i posti di potere ed esercitando questo potere: quando si sono accorti che la primavera del Concilio non sarebbe mai giunta alla stagione della mietitura, come ipnotizzati nel loro sconcerto, si sono ostinati nell’unica opera loro possibile: impedire con ogni mezzo il ritorno dei fedeli e del clero alla Tradizione, cioè semplicemente al Cattolicesimo da cui provenivano.
Quanto più è stata fallimentare la loro riforma della Chiesa, tanto più è stata violenta la repressione della Tradizione: come in ogni dittatura occorre negare il passato, perché la gente non faccia confronti con il presente.
E soprattutto hanno creato un clima moralistico contro la Tradizione, proprio loro che della morale non importava più nulla: e mentre si preparavano a sdoganare tutto, divorzio – aborto – eutanasia – coppie di fatto e perversioni varie, si sono ostinati contro l’unico peccato rimasto, quello di volere la Chiesa come era prima della loro delinquenziale rivoluzione.
Ora sono stanchi, senza entusiasmo, spenti dentro, ma non cambiano in nulla la loro devastatrice prospettiva: sembra proprio un ottenebramento. Diventano, così, ridicoli e patetici nel gestire le ultime folli riforme nascondendo nervosamente la fine della loro chiesa.
Facendo così hanno bloccato il mondo cattolico al loro anno zero, quello del Vaticano II da loro mitizzato e falsificato; hanno bloccato tutto al loro anno zero e hanno così azzerato tutto.
La fregatura sarebbe entrare e vivere nel clima pestifero che hanno costruito, entrare tutti nel loro limbo, nel limbo dei distruttori del limbo. Molto mondo tradizionale rischia di vivere così e avverte l’attanagliante stretta del tempo morto. Troppo mondo tradizionale si fa definire dal clima fallimentare della neo-chiesa e, dopo aver reagito, sta lasciandosi andare a una stanca ripetizione di gesti e parole che non spera più in una rinascita della fede. Questo è proprio il segno del clima mortale della neo-chiesa agnostica.
Disse Gesù ai suoi discepoli: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze...” (Lc 12,35-36).
Così ci vuole il Signore, expectantibus, gente che aspetta in modo vivo e non rassegnato, è il segno della fede.
L’attesa poi, l’aspettare vivo, è sempre ricca di opere, di zelo buono, di una capacità di vivere l’amore a Cristo dentro ogni circostanza e situazione, desiderando sempre e sempre di più che molti si convertano e diventino cristiani, a partire da casa nostra.
Il tempo morto non esiste, è un inganno... il tempo o è con Cristo per l’edificazione, o è contro Cristo per la distruzione... e il nemico fuori e dentro la Chiesa fa vivere il tempo come morto per distruggere quello che resta.
Beati servi illi, beati quei servi che il Signore quando verrà troverà vigilanti... ma la vigilanza si chiama Tradizione! Il Cristianesimo vissuto secondo la Tradizione bimillenaria della Chiesa è lo strumento formale di questa vigilanza, perché, nell’obbedienza che ti chiede, ti impedisce di distruggere, nell’attesa del suo ritorno, il dono di Dio.
Invece il demonio costruisce i tempi morti, nei quali l’uomo, bambino annoiato, distrugge il dono di Dio come fosse un suo giocattolo: così hanno fatto della Grazia e della Chiesa.
Domandiamo una fedeltà operosa alla Tradizione, facendoci umili costruttori dell’opera di Dio, affinché quest’opera possa raggiungere i più.

venerdì 2 febbraio 2018

La c.d. “culla di Gesù’”: antiche memorie della Presentazione di Gesù al Tempio

(Cliccare sull'immagine per il video)



Scudo di papa Gregorio XVI, Roma, 1834. Sul verso vi è la Presentazione al tempio di Gesù con la scritta LVMEN AD REVELATIONEM GENTIUM




Raffaele Della Campa, Bambinello, XX sec., parrocchia Maria SS. di Caravaggio, Barra-Napoli.
La statua per consuetudine rimane esposta alla venerazione dei fedeli sino alla Candelora

Cardinale Ruffini, Arcivescovo di Palermo, durante la Candelora

2 febbraio 1594 - Apparizione di Nuestra Señora del Buen Suceso


Cfr. Cristina Siccardi, Le profezie di Nostra Signora del Buon Successo, in Corrispondenza romana, 16.9.2015

Antonio Socci, Quando la Madonna quattro secoli fa, a Quito, preannuncià la tremenda crisi della Chiesa del XX secolo, in Il timone, 6.2.2016

giovedì 2 febbraio 2017

La reazione e la recriminazione – Editoriale di febbraio 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa della Purificazione della B.V.M. ovvero di quella che viene detta Ypapante del Signore, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede, ripreso da Riscossa cristiana.


Mateo Gilarte, Presentazione di Gesù al Tempio, 1651, museo del Prado, Madrid

Guercino, Purificazione della Vergine, 1654-55, chiesa di Santa Maria della Pietà dei Teatini, Ferrara

Francisco Rizi, Presentazione di Gesù al Tempio, 1663, Museo del Prado, Madrid

Enrico Albrici, Presentazione di Gesù al Tempio, 1754, Bergamo

Ambito astigiano, Presentazione di Gesù al tempio, XVIII sec., Asti

Ambito astigiano, Presentazione di Gesù al Tempio, 1720 circa, Asti

Ambito francese, Presentazione di Gesù al Tempio e II Dolore della B.V.M. (profezia di Simeone), XIX sec., Bergamo

Raffaele Postiglione, Presentazione di Gesù al Tempio, XIX sec., Napoli

Paolina e Lisabetta Pagnoncelli, Presentazione al Tempio di Gesù, 1836, chiesa parrocchiale, Bottanuco

Pietro Paoletti, Presentazione di Gesù al tempio, XIX sec., Venezia

Ambito italiano, Presentazione di Gesù al tempio, 1890-1910, Trento

LA REAZIONE E LA RECRIMINAZIONE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 2 - Febbraio 2017

Gli anni passano, e passano veloci e chi vive di recriminazioni resta senza nulla in mano.
Questo è vero per ogni cosa della nostra vita umana, ma è vero e forse ancora di più per la vita di fede, per la vita soprannaturale, la vita di grazia.
Non è vero per un motivo moralistico, perché recriminare non è bene, non è bello; ma è vero per un motivo strutturale, cioè morale: la vita di grazia non può stare con la recriminazione, con il continuo lamento.
Con questo non vogliamo dire che non si debba reagire al male e alla crisi: questo foglio di collegamento è nato come reazione anche; per essere uomini di Dio occorre essere anche uomini di reazione, occorre reagire; ma la reazione, quella vera, è di natura diversa dalla recriminazione.
La reazione parte dal positivo di una vita che si pone; la reazione difende un positivo che c’è già.
La recriminazione, che non è reazione, parte dalla rabbia di chi aspetta da altri la soluzione dei propri problemi. La recriminazione parte da un vuoto terribile.
Anche tra noi, nel mondo della Tradizione per intenderci, passa questa linea di demarcazione tra reazione e recriminazione.
Chi, in questi anni, ha fatto la Tradizione, vive in pace e continua a fare un gran bene alla propria anima e alla Chiesa tutta.
Chi, invece, in questo lavoro non è mai partito, per timidità, per prudenza umana o peggio per calcolo meschinamente umano, oggi vive di rabbia, colpevolizzando il sistema per i propri passi non fatti.
Invece occorre avere una posizione morale veramente equilibrata, cioè cattolica.
Ed è equilibrata, cioè vera, la posizione morale che non dimentica nessuno dei fattori in gioco nell’azione umana. Se dimentichi un fattore, diventi di fatto eretico, perché l’eresia è di per sé uno squilibrio, una sottolineatura indebita.
La vita cristiana è vita soprannaturale, è vita di grazia, ma la grazia non annulla la tua libertà, anzi chiede che la tua libertà si metta in gioco: tu devi corrispondere alla grazia di Dio dentro un’azione reale, e non solo cerebrale. In una parola semplice, la grazia di Dio ti dà la capacità di operare il bene, tu poi devi operare il bene che Dio ti dà la possibilità di riconoscere e operare.
Negare uno dei due fattori sarebbe squilibrare il disegno di Dio, sarebbe uscire dalla realtà.
Non siamo Protestanti, sottolineando la grazia di Dio e basta: fanno così quei tradizionali che guardano al valore della Tradizione, e questo è giusto, ma che poi, fermandosi alla pura contemplazione, non agiscono di conseguenza. Non operano scelte concrete, che sono costose, perché la Tradizione diventi una vita reale per loro.
Eh sì! perché se è vero che nella vita personale non si può sottolineare unicamente la Grazia di Dio che salva, dimenticando che da parte nostra deve corrispondere alla Grazia un’azione positiva reale – non ci si salva senza le opere, come ci ricorda san Giacomo nella sua lettera e come ribadisce tutta la Rivelazione e la Tradizione della Chiesa contro la pretesa protestante del sola gratia - se è vero questo per la vita personale, lo è altrettanto per la vita della Chiesa tutta, nel suo aspetto pubblico e sociale; e questo è vero anche per il ritorno della Chiesa alla sua salvifica Tradizione: che senso avrebbe essere giustamente anti-protestanti e poi attendere che la riforma anti-modernista della Chiesa piova dal cielo senza che tu abbia fatto nulla? E il fare non consiste in un recriminare o in un parlare della Tradizione, ma consiste nel porre opere concrete perché la Tradizione viva: prima tra tutte nel celebrare nel vetus ordo e nell’assistere alla Messa di sempre.
Non siamo nemmeno Liberali, pensando che la grazia possa agire in noi senza limitare le nostre libertà personali (nei liberali le libertà personali prevalgono sempre sulle scelte definitive): che senso avrebbe, anche qui, volere la Tradizione nella Chiesa e non decidersi nell’operare concretamente a favore di essa al fine di restare liberi nei movimenti personali? Quanti “tradizionalisti” rischiano di fare così!
Siamo cattolici: ci salviamo se corrispondiamo alla grazia, concretamente, se facciamo il bene, non se lo guardiamo da lontano.
Così siamo Tradizionali, cioè Cattolici secondo l’assioma di Pio X, se facciamo la Tradizione concretamente, fino in fondo, espletando tutte le possibilità concrete che ci sono date, fino al sacrificio di noi stessi; non lo siamo, invece, se ci limitiamo a commentare da lontano la situazione disastrosa della Chiesa, anche se lo facciamo secondo idee tradizionali.
La fede senza le opere è morta, sempre, anche nella Tradizione... sia questo il richiamo che segni il nostro passo.

Fonte: Radicati nella fede, 31.1.2017