Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 19 aprile 2020

L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più che la fede degli altri (S. Gregorio Magno)

Una riflessione sul Vangelo della Domenica in Albis (S. Giovanni XX, 19-31) tratta dalle Omelie sui Vangeli di San Gregorio Magno.


«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità.
Che cosa, fratelli, intravvedete in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto?
No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione.
Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, hai creduto»? Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere.
Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

(S. Gregorio Magno, Om, 26, 7-9; PL 76, 1201-1202. da dontresal.altervista.org)

venerdì 21 dicembre 2018

San Tommaso: maestro e modello del vero credente

Nella festa annuale di S. Tommaso apostolo, rilanciamo questo contributo del prof. Abbruzzi.






San Tommaso: maestro e modello del vero credente

di Vito Abbruzzi

Nel mio articolo pubblicato a Pasqua di quest’anno, in cui sostengo la fondatezza storico-scientifica della resurrezione di Cristo (qui), ho, tra gli altri, tirato in ballo anche San Tommaso, descrivendolo come «l’incredulo per antonomasia; colui che se non vede non crede; colui che non si fida di nulla e di nessuno; colui che, in nome della prudenza, non vuol passare (e far passare gli altri con lui) per credulone, ma per vero credente».
Magistrale e storica la sua affermazione: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò» (Gv 20, 25).
Il problema viene – falsamente e ridicolmente – creato da chi si professa ateo (ben diverso dall’agnostico), tacciando il credente di creduloneria. Ma intanto egli sta ergendo se stesso a Verbo. Gioca magari a fare il Socrate della situazione, fingendo di sapere di non sapere, mentre trasuda saccenza da tutti i pori. E sappiamo quanto nauseabonda sia la saccenza.
Conosco abbastanza bene la categoria dei fasulli socratici, che in realtà sono – magari a loro insaputa – abili sofisti, così invisi allo stesso immortale Socrate.
Uno di questi mi è capitato a tiro – senza volerlo – proprio qualche tempo fa. Non dirò di lui il mestiere, per rispetto della categoria di cui egli fa parte, ma posso dire che è un artigiano abbastanza bravo nel suo lavoro, con una forte inclinazione alla disputazione, in base all’interlocutore del momento. Diciamo che ama disquisire su tutto lo scibile filosofico-teologico, saltando sovente di palo in frasca, pur di portare acqua al proprio mulino e ridurre tutta la Rivelazione ad autorevole insegnamento etico-politico, e non già a quello che in realtà è: Storia della Salvezza.
E, allora, succede che di fronte a lui tu ti senta quasi un meschino, facendoti piccolo al punto da dargli fiducia in toto… soprattutto per quel che riguarda il suo mestiere, evitando di contraddirlo. Ti sembra che far con lui come San Tommaso sia un peccato: una mancanza di fede nella sua parola… giacché egli è il Verbo fatto carne. E così succede che gli commissioni un lavoro che alla fine credi fatto bene, a regola d’arte, e, invece, t’accorgi è fatto male; ed ammettere l’errore è fatica… esattamente come ammettere l’esistenza di Dio!
C’è poi chi si fa grande negando l’esistenza di Dio, ché non si può vedere né toccare, ma al contempo ha la faccia tosta di fare professione di fede negli alieni – anch’essi invisibili e intangibili – per spiegare fatti misteriosi, come, ad esempio, la scomparsa nel nulla di tanti individui umani.
Voglio concludere citando il grande Pascal, che la sapeva lunga sull’argomento. Pascal metteva in guardia da due categorie di pseudo filosofi o saccenti: i pirroniani e i dogmatici: «turbano colui che li cerca» (fr. 365).
Che San Tommaso ci aiuti ad aprire gli occhi contro di essi, smascherandoli ad uno ad uno!

domenica 8 aprile 2018

Educare, non tradurre – Editoriale di aprile 2018 di “Radicati nella fede”

Pubblichiamo in questa Domenica In Albis o della Divina Misericordia l’editoriale di aprile di Radicati nella fede, già pubblicato da Chiesa e postconcilio e Riscossa cristiana.




EDUCARE, NON TRADURRE


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 4 - Aprile 2018

La Chiesa nei secoli si è preoccupata di spiegare e non di tradurre. E “tradurre” non è spiegare, anzi a volte è sinonimo di “abbandonare”.
Va di moda da troppi anni, dentro la Chiesa Cattolica, un mea culpa incomprensibile, che nel cinquecentenario dell'eresia protestante è diventato addirittura un mea culpa assordante: la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura, Lutero ce ne ha ricordato l'importanza, oggi la Chiesa ha rimesso al centro la Bibbia.
Come si fa a dire che la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura? Come si fa a negare il lavoro di secoli per commentarla e spiegarla; come si fa a censurare tutto il lavoro educativo svolto dal magistero di secoli a partire dai Padri della Chiesa? E dire che i Padri hanno sempre commentato la Sacra Scrittura in abbondanza, anzi quasi esclusivamente.
Ma allora perché questo ripetitivo e miope mea culpa?
Semplicemente perché si è generalmente frainteso lo “spiegare” con il “tradurre”, e questo in casa cattolica!
Tutto questo ha una logica in casa protestante: se ciascuno deve diventare interprete delle Scritture secondo l'ispirazione interiore che dal Cielo discende su di lui, è sufficiente tradurre in lingua comprensibile i testi sacri. Peccato che nemmeno Lutero e gli altri capi protestanti seguirono quello che dicevano di sostenere, visto che violentemente resero pubblica tutta la loro falsa teologia di interpretazione dei testi biblici: Lutero e gli altri sostituirono la loro interpretazione, la loro dottrina, alla dottrina del magistero della Chiesa di 1500 anni. I protestanti seguono così non la Bibbia, ma la dottrina dei loro tristi fondatori.
Ma in casa cattolica questo non viene più detto, anzi viene nascosto sotto una falsante valorizzazione della Bibbia... l'inganno protestante ha colpito, ha colpito i cervelli!
La Chiesa ha il dovere, il compito di spiegare e non di tradurre: deve educare tenendo insieme tutta la Rivelazione, tutta la Bibbia evitando scelte riduttive; deve tenerla insieme tutta mentre ne comunica la chiave interpretativa che è Gesù Cristo. Deve trasmetterla tutta senza i tagli e le censure che ne pratica ogni eresia di ieri e di oggi.
La Chiesa deve educare trasmettendo tutta la dottrina che ha nel Messale romano il vertice della sua sintetica purezza.
Invece in questi tristi anni molti nella Chiesa hanno pensato di rinnovarsi semplicemente traducendo, pensando che facilitando l'approccio immediato sorgesse per i fedeli una più ampia comprensione del Cristianesimo.
Niente di più falso e ingannevole!
Il facilitare con il tradurre è diventato tra noi banalizzazione. Si è rinunciato al compito grave di trasmettere tutto e insieme. Tutto Cristo, in tutta la Rivelazione, in tutta la Scrittura e in tutta la Dottrina.
L'esito è sotto gli occhi di tutti: una ignoranza abissale del cristianesimo da parte dei cattolici romani. Una ignoranza spaventosa su tutti i punti essenziali: la Trinità, la divinità di Gesù Cristo, le due nature in Cristo, la vita di Grazia, la dottrina sui Sacramenti, la resurrezione della carne... cosa resta del Cristianesimo in mezzo ai cattolici? Tutto è spaventosamente ridotto ad una vaga religiosità naturale che abbraccia ogni possibilità immorale.
Eh sì, si è tradotto e si è abbandonati a se stessi i fedeli.
Questo lo capimmo subito con la questione della Messa: tradotta fu banalizzata e ora i cattolici non sanno più cosa sia, compresi troppi preti!
Come al solito su tutto questo regna un silenzio assordante: dove sono tutti i sociologi cattolici, preti e non, pronti a valutare l'impatto delle riforme sulla vita dei fedeli? Perché non rilevano questo cataclisma che sta facendo scomparire il cattolicesimo in casa cattolica?
Stupido o complice che sia, questo silenzio è inaccettabile, occorre gettare la maschera e dire le cose come stanno.
I Protestanti con la scusa di tradurre, liberando dall'insopportabile latino i cristiani, hanno di fatto cambiato la dottrina: erano ancora fortunati loro perché, combattendo la retta fede cattolica ricca di dottrina, erano obbligati a sviluppare una dottrina contraria – dicevano di lasciare alla privata interpretazione la Bibbia, in verità hanno indottrinato protestanticamente.
In casa cattolica invece si è portato oggi ad estreme conseguenze l'inganno protestante: grazie al modernismo che ha svuotato i dogmi e quindi la dottrina, si predica un'adesione a Cristo senza contenuti: una vaga religiosità dove dietro parole ancora cattoliche passa proprio tutto e il contrario di tutto. Ognuno la pensa come vuole e i preti – i pochi ancora rimasti – devono benedire.
Con la scusa del dialogo con i fratelli separati si sono rotti i bastioni di difesa e ciò che il protestantesimo aveva tristemente solo iniziato, da noi il Modernismo ha definitivamente compiuto: lo svuotamento del Cristianesimo, guscio vuoto senza la rivelazione divina.
Per questo diciamo con convinzione: preoccupiamoci di educare, di insegnare, e non di tradurre.
Anzi, proprio la difficoltà di accostamento ai testi, si tratti della Messa o della Bibbia, obbligherà pastori e fedeli a mettersi nella giusta prospettiva, quella di insegnare e comprendere nella sua vera globalità.
Ai sacerdoti il grave compito di introdurre a tutto il Cristianesimo, senza accontentarsi di intrattenere semplicemente i fedeli su qualche aspetto.
Ai fedeli il dovere di lasciarsi educare a tutta la dottrina cristiana, fin nelle sue conseguenze più pratiche.
La mania di tradurre ha inaugurato la stagione della banalizzazione, e questa chiesa che ha scelto di intrattenere è già morta.
Occorre che sussista sempre la Chiesa madre, che educa i suoi figli sperando contro ogni speranza.