Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 13 ottobre 2018

Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”

Mons. Nicola Bux rilascia al noto giornalista vaticanista Aldo Maria Valli una bella intervista.
Lo stesso ricorda alcuni profili problematici del “magistero” dell’attuale vescovo di Roma. Se ne potrebbero aggiungere, effettivamente, pure altri. Basti ricordare la famosa lettera al giornalista E. Scalfari (non le interviste, dove, peraltro, vi sono affermazioni assai gravi, ma che non sono entrate nel “magistero” ufficiale del medesimo), che nega l’esistenza di una legge morale naturale oggettiva, al di fuori dell’uomo, cadendo nel soggettivismo, nel relativismo e nella c.d. etica della situazione («… Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. …»). Si tratta della traduzione, in ambito morale, del principio kantiano secondo cui ognuno è legge a se stesso («Il cielo stellato al di sopra di me, la legge dentro di me»: espressione realmente e metafisicamente mostruosa perché Dio, “il cielo stellato”, sarebbe il noumeno, che starebbe oltre l’uomo e quindi non sarebbe realmente conoscibile così come è, ma solo come apparirebbe, mentre la legge morale starebbe dentro l’uomo e quindi sarebbe soggettiva, autonoma e indipendente da Dio, così che l’uomo fosse legge a se stesso). Per approfondimenti sul tema, rinviamo a Dalla Nouvelle Théologie alla Nuova Morale della Situazione, in Sì sì, no no, Anno XXXX, 2014, fasc. 13.
Anche Amoris laetitia, giustamente, osserva Mons. Bux, pone molti problemi. Per di più, proprio in relazione a questo documento ed alla pubblicazione dei Criteri stabiliti dalla regione ecclesiastica di Buenos Aires, plauditi – come noto – dallo stesso Vescovo di Roma, e pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis nell’ottobre scorso (v. il nostro contributo qui) il problema si è aggravato, giacché numerose conferenze episcopali, nazionali e regionali, si sono subito affrettate a sposare in pieno quelle direttive. Pensiamo, ad es., in primis ai vescovi della regione ecclesiastica dell’Emilia Romagna. Ma non solo a loro evidentemente. Parimenti la questione si è aggravata a seguito di una nuova missiva dello stesso vescovo di Roma, questa volta al patriarca di Lisbona, il card. Manuel Clemente, che riprende i criteri degli argentini e che da sempre – è noto – è a favore della comunione ai divorziati c.d. risposati. Anche qui la lettera di Bergoglio del giugno 2018, plaudiva a questo provvedimento, additandolo quasi a mo’ di esempio, riconoscendo nello stesso «lo sforzo di un pastore e di un padre …, consapevole del dovere di accompagnare i suoi fedeli» (cfr. Pope personally thanks Portuguese cardinal for Amoris guidelines, in Catholic Herald, Jul. 13, 2018; trad. it. di S. Paciolla, Papa ringrazia Patriarca Lisbona per Linee Guida su Amoris Laetitia, in Il blog di Sabino Paciolla, 13.7.2018Il cardinal-patriarca di Lisbona dà l’esempio accompagnando le coppie in seconda unione, in Aleteia, 17.7.2018Papa agradece Patriarca de Lisboa por documento sobre aplicação de Amoris Laetitia, in Acidigital, 13 Ju. 2018Per il testo, vPope Francis’ letter of thanks to Patriarch of Lisbon on Amoris Laetitia note, in Actualitade Religiosa, 12 de julho de 2018I criteri del patriarca portoghese, dal titolo Nota para a receção do capítulo VIII da exortação apostólica ‘Amoris Laetitia’, sono qui e sono stati presentati il 13 febbraio scorso, vqui; il testo della missiva del vescovo di Roma è qui). 
E sorvoliamo sul grave vulnus aperto con la nota questione circa la presunta anti-evangelicità della pena capitale, a cui si riferisce Mons. Bux e che noi abbiamo richiamato qui, evidenziando come si tratti di un insegnamento dissonante rispetto al magistero perenne della Chiesa ed alla stessa Rivelazione. Insomma, delle dissonanze su cui la Chiesa, prima o poi, con serena obiettività, dovrà interrogarsi per essere ancora credibile. Auspichiamo che questa intervista possa contribuire ad aprire questo dibattito sereno, che si estenda anche alla valutazione – come indicato dallo stesso Mons. Bux, al quale non sfuggono le problematiche pratiche che un’ipotetica accusa di “eresia” possa porre (sebbene in linea teorica possa sollevarsi nei confronti di un papa) – circa la rinuncia, o pretesa tale, di Benedetto XVI. Anzi, questo sarebbe proprio l’auspicio: che questo profilo sia approfondito nella giusta ottica storico-giuridica valutando la natura giuridica dell’atto e le sue conseguenze.

Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”

La questione degli abusi sessuali nella Chiesa ha un po’ messo in disparte il dibattito su Amoris laetitia e su tutto ciò che ne era seguito a proposito di aderenza del magistero alla retta dottrina. Ma, com’è ovvio, le questioni sono collegate. Appare dunque il caso di riprendere il filo della discussione e lo facciamo con uno specialista, monsignor Nicola Bux, teologo consultore della Congregazione per le cause dei santi, dopo esserlo stato in quella della dottrina della fede, del culto divino e dell’ufficio delle celebrazioni pontificie.
Autore, fra numerosi altri libri, del saggio Pietro ama e unisce. La responsabilità del papa per la Chiesa universale (Edizioni Studio Domenicano), monsignor Bux è appena rientrato in Italia dall’Argentina, dove, a Buenos Aires, è stato invitato al XXI Encuentro de formacion catolica, sul tema La liturgia, fuente y expresion de la fe.

Don Nicola, eresia e scisma, parole che sembravano sparite dal vocabolario dei cattolici, stanno tornando al centro di numerose analisi e osservazioni sulla situazione attuale della Chiesa. Vogliamo fare un po’ il punto sullo status quaestionis dopo Amoris laetitia e il successivo dibattito?
Mi sembra che dopo la pubblicazione, avvenuta il 24 settembre 2017, della Correctio filialis de haeresibus propagatis (Correzione filiale in ragione della propagazione di eresie)e la Dichiarazione promulgata a Roma, dalla conferenza del 7 aprile scorso, dove intervennero i cardinali Brandmüller e Burke, l’idea che il papa stesso, mediante il suo magistero, sia incorso in affermazioni eretiche è ormai al centro di un vasto dibattito, che di giorno in giorno si fa sempre più appassionato. All’origine c’è l’esortazione apostolica Amoris laetitia, nella quale, secondo i quaranta firmatari della Correctio (saliti nel frattempo a duecentocinquanta, senza contare le migliaia di adesioni collegate all’iniziativa) sarebbero rintracciabili ben sette proposizioni eretiche riguardanti il matrimonio, la vita morale e la ricezione dei sacramenti.
È appena il caso di notare che i problemi, almeno per quanto riguarda Amoris laetitia, si sono notevolmente aggravati e complicati. Come noto, sono stati pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis la lettera di papa Bergoglio ai vescovi argentini della regione di Buenos Aires ed i criteri indicati da questi ultimi per l’accesso alla comunione da parte dei divorziati passati a nuove nozze, il tutto accompagnato da un rescritto ex audientia SS.mi del cardinale segretario di Stato, che, su approvazione del papa, considera questi due precedenti documenti come espressione del “magistero autentico” dell’attuale papa e, quindi, come magistero a cui prestare devoto ossequio di intelletto e volontà.
Parallelamente, il cardinale Brandmüller, uno dei quattro porporati dei dubia (gli altri sono Burke, Meisner e Caffarra, gli ultimi due nel frattempo scomparsi) in un articolo ha rilanciato l’idea, che anch’io avevo manifestato, di una professione di fede da parte del papa.

A questo proposito, don Nicola, anche alla luce delle dichiarazioni del cardinale Müller sulla necessità di una pubblica disputatio su Amoris laetitia e delle parole del segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Parolin, secondo il quale “all’interno della Chiesa è importante dialogare”, è realistico immaginare che dal papa possa arrivare una risposta e che si possa giungere a una sua professione di fede per dissipare dubbi e ombre?
L’unità autentica della Chiesa si fa nella verità. La Chiesa è stata posta dal Fondatore – Colui che ha detto: “Io sono la verità” – come “la colonna e il fondamento della verità” (1 Tim 3, 15). Senza la verità non sussiste l’unità, e la carità sarebbe una finzione. L’idea che la Chiesa sia una federazione di comunità ecclesiali, un po’ come le comunità protestanti, renderebbe difficile al papa fare una professione di fede cattolica. Infatti, dopo i due ultimi sinodi, si sono fatte strada una fede e una morale che potremmo definire, almeno, a due velocità: prova ne sia che in taluni luoghi non è possibile dare la comunione ai divorziati risposati e in altri sì. Non pochi vescovi e parroci, pertanto, si trovano in grande imbarazzo, a causa di una situazione pastorale instabile e confusa. Stando così le cose, mi sembra realistico pensare a un “tavolo” all’interno della Chiesa, per capire che cosa sia cattolico e cosa non lo sia: un confronto dottrinale, dal quale soltanto dipende la pastorale. Lo sviluppo dottrinale trae sempre giovamento dal dibattito. L’esempio viene da Joseph Ratzinger, che prima da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, poi da papa ha ricevuto vari teologi dissenzienti, confrontandosi con loro.

E se il confronto non ci sarà?
Temo che si approfondirà l’apostasia e si allargherà lo scisma di fatto. Proprio il confronto razionale e caritatevole all’interno della Chiesa renderebbe necessaria la professione di fede del papa, con abiura, evidentemente, degli eventuali errori ed opinioni erronee dichiarate sino a quel momento, per riaffermare la fede cattolica quale termine di paragone, regola della fede di ogni cattolico. Tra l’altro questa situazione è diventata ancor più urgente a seguito delle ultime novità introdotte dal papa, come quella relativa alla definizione di “antievangelicità” della pena capitale: definizione svolta, in maniera discutibile, mutando un articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica secondo una visione decisamente storicistica, e che pone una serie di problemi. Pure di coscienza. Tanto più che i precedenti catechismi, penso a quello Romano o Tridentino o a quello cosiddetto Maggiore di San Pio X, insegnavano la legittimità della pena capitale e la sua piena conformità alla Divina Rivelazione. Il catechismo tridentino addirittura definiva la norma, che consentiva all’autorità statale di comminare ad un reo, colpevole di gravi delitti, la giusta pena, non esclusa quella capitale, come “legge divina”. Ed i problemi, dicevo, sono notevoli, perché o si ammette che la Chiesa abbia insegnato la legittimità di qualcosa di anti-evangelico praticamente da duemila anni o si deve ammettere che sia stato papa Bergoglio ad errare, ritenendo anti-evangelico ciò che, al contrario, è conforme almeno astrattamente alla Rivelazione. La questione è molto delicata. Ma prima o poi dovrà porsi. E non solo per la pena capitale.

Molti si chiedono: se il papa si sente libero di cambiare un articolo del Catechismo secondo le mutate esigenze del popolo di Dio o la diversa sensibilità dell’uomo d’oggi, potrà farlo anche in altri punti, ancora più rilevanti?
È un interrogativo davvero inquietante e, del pari, una legittima preoccupazione quella di tenere indenne il depositum fidei dalle sensibilità contingenti della società di oggi o di domani.
Tornando alla domanda iniziale, sarebbe necessaria una professione simile a quella che Paolo VI fece nel 1968, al fine di riaffermare ciò che è cattolico, di fronte agli errori e alle eresie che si erano diffuse subito dopo il concilio Vaticano II, in specie a causa della pubblicazione del Catechismo olandese. Nel nostro caso, però, si tratterebbe di riaffermare alcune verità sui sacramenti, sulla morale e sulla dottrina sociale della Chiesa, e parimenti rigettare quanto di dubbio o erroneo possa essersi diffuso, pure involontariamente, su tali temi.

Qualcuno ha osservato che l’iniziativa della Correctio, per quanto clamorosa, non è una novità, perché già ai tempi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, e ancor prima di Paolo VI, vi furono manifesti e petizioni di teologi, chierici e laici, sia a carattere individuale sia organizzati. Si trattò di prese di posizione di studiosi i quali, ritenendo che il Concilio Vaticano II, attraverso l’anti-dogmatismo o lo sviluppo disomogeneo del dogma, avesse introdotto una rottura con la Chiesa precedente, accusavano quei pontefici di centralismo e di non apertura alle istanze della modernità. Lei trova che si tratti davvero di un’analogia con quanto sta avvenendo oggi?
No, perché quello era un attacco non-cattolico al magistero cattolico. In modo speculare, altri teologi e laici, che nutrivano sospetti sul Concilio, manifestavano la contrarietà ad ogni sana innovazione. In entrambi i casi si trattò di proteste e non di correzione. Ora i primi, collocati nei posti chiave dell’establishment ecclesiastico, tacciono o conducono una difesa d’ufficio, senza mai entrare nel merito delle eresie che vengono contestate, in particolare, all’esortazione apostolica Amoris laetitia. Occorre ricordare che San Pio X, nell’enciclica Pascendi, avverte che non confessare mai chiaramente la propria eresia, è il comportamento tipico dei modernisti, perché in tal modo possono occultarsi all’interno della Chiesa.

Ma perché secondo lei sarebbe auspicabile una professione di fede? E se il papa, come tutto lascia pensare, non la farà, che cosa potrebbe succedere?
Nel Decreto di Graziano (pars I, dist. 40, cap.VI) vi è questo canone: “Nessun mortale avrà la presunzione di parlare di colpa del papa, poiché, incaricato di giudicare tutti, egli non dev’essere giudicato da alcuno, a meno che non devii dalla fede”. L’allontanamento e la deviazione dalla fede si chiama eresia, parola che viene dal greco “airesis” e vuol dire scelta e assolutizzazione di una verità, minimizzando o negando le altre che sono nel novero delle verità cattoliche (ricordo a questo proposito che von Balthasar scrisse un saggio intitolato “La verità è sinfonica”). Ovviamente la deviazione deve essere manifesta e pubblica. E in caso di eresia manifesta, secondo san Roberto Bellarmino, il papa può essere giudicato. Ricordo che Bellarmino fu anche prefetto del Sant’Uffizio, figura che ha proprio la funzione di sorvegliare sul rispetto dell’ortodossia della fede da parte di tutti, compreso il papa, il quale peraltro è il primo a dover svolgere tale funzione di controllo. Il papa è chiamato dal Signore a diffondere la fede cattolica, ma per farlo deve dimostrarsi capace di difenderla. Gli ortodossi – i cristiani d’Oriente separati da Roma – si chiamano così proprio perché hanno sottolineato il primato della vera fede quale condizione della vera Chiesa. Altrimenti la Chiesa cessa di essere colonna e fondamento della verità. Di conseguenza, chi non difende la vera fede decade da ogni incarico ecclesiastico, patriarcale, eparchiale eccetera.

Scusi don Nicola, sta dicendo che in caso di eresia, proprio come un cristiano eretico cessa di essere membro della Chiesa, anche il papa cessa di essere papa e capo del corpo ecclesiale, e perde ogni giurisdizione?
Sì, l’eresia intacca la fede e la condizione di membro della Chiesa, che sono la radice e il fondamento della giurisdizione. Questo è il pensiero dei padri della Chiesa, in specie di Cipriano, che ebbe a che fare con Novaziano, antipapa durante il pontificato di papa Cornelio (cfr Lib. 4, ep. 2). Ogni fedele, compreso il papa, con l’eresia si separa dall’unità della Chiesa. È noto che il papa è nello stesso tempo membro e parte della Chiesa, perché la gerarchia è all’interno e non sopra la Chiesa, come affermato in Lumen gentium (n. 18)Di fronte a questa eventualità, così grave per la fede, alcuni cardinali, o anche il clero romano o il sinodo romano, potrebbero ammonire il papa con la correzione fraterna, potrebbero “resistergli in faccia” come fece Paolo con Pietro ad Antiochia; potrebbero confutarlo e, se necessario, interpellarlo al fine di spingerlo a ravvedersi. In caso di pertinacia del papa nell’errore, bisogna prendere le distanze da lui, in conformità con ciò che dice l’Apostolo (cfr. Tito 3,10-11). Inoltre la sua eresia e la sua contumacia andrebbero dichiarate pubblicamente, perché egli non provochi danno agli altri e tutti possano premunirsi. Nel momento in cui l’eresia fosse notoria e resa pubblica, il papa perderebbe ipso facto il pontificato. Per la teologia e il diritto canonico, pertinace è l’eretico che mette in dubbio una verità di fede coscientemente e volontariamente, cioè con la piena coscienza che tale verità sia un dogma e con la piena adesione della volontà.
Ricordo che si può avere ostinazione o pertinacia in un peccato d’eresia commesso anche solo per debolezza. Inoltre, se il papa non volesse mantenere l’unione e la comunione con l’intero corpo della Chiesa, come quando tentasse di scomunicare tutta la Chiesa o di sovvertire i riti liturgici fondati sulla tradizione apostolica, potrebbe essere scismatico. Se il papa non si comporta da papa e capo della Chiesa, né la Chiesa è in lui né lui è nella Chiesa. Disobbedendo alla legge di Cristo, oppure ordinando ciò che è contrario al diritto naturale o divino, ciò che è stato ordinato universalmente dai concili o dalla Sede apostolica, il papa si separa da Cristo, che è il capo principale della Chiesa e in rapporto al quale si costituisce l’unità ecclesiale. Papa Innocenzo III dice che si deve obbedire al papa in tutto, fino a che egli non si rivolti contro l’ordine universale della Chiesa: in tal caso, a meno che non sussista una ragionevole causa, non va seguito, perché, comportandosi così, non è più soggetto a Cristo e quindi si separa dal corpo della Chiesa. Non nascondo, però, che quanto indicato, sebbene sia limpido e liscio nella teoria, nella pratica incontra non poche difficoltà; inconvenienti anche di carattere canonistico».

Ammettiamo, comunque, che si possa arrivare a un tal punto. Quali le conseguenze per la fede e per la Chiesa?
Chi vuol essere papa non può rinnegare la verità cattolica, anzi, deve aderirvi in toto se vuole rivendicare l’autorità magisteriale. Vale infatti ciò che Ratzinger scriveva anni fa, sottolineando che il papa non può “imporre una propria opinione”, ma deve “richiamare proprio il fatto che la Chiesa non può fare ciò che vuole e che anch’egli, anzi proprio lui, non ha facoltà di farlo”, perché “in materia di fede e di sacramenti, come circa i problemi fondamentali della morale”, la Chiesa può solo “acconsentire alla volontà di Cristo”. Nel caso di opposizione tra il testo di un documento pontificio e altre testimonianze della Tradizione, è lecito a un fedele istruito, e che abbia accuratamente studiato la questione, sospendere o negare il suo assenso al documento stesso. Nel caso di Amoris laetitia c’è chi ha dimostrato che il documento è farraginoso e contraddittorio in non pochi punti, e le citazioni di san Tommaso sono apposte a proposizioni che sostengono cose contrarie al pensiero dell’Angelico. Si comprende, quindi, quanto ebbe a scrivere Joseph Ratzinger: “Al contrario, sarà possibile e necessaria una critica a pronunciamenti papali, nella misura in cui manca a essi la copertura nella Scrittura e nel Credo, nella fede della Chiesa universale. Dove non esiste né l’unanimità della Chiesa universale né una chiara testimonianza delle fonti, là non è possibile una decisione impegnante e vincolante; se essa avvenisse formalmente, le mancherebbero le condizioni indispensabili e si dovrebbe perciò sollevare il problema circa la sua legittimità” (Joseph Ratzinger, Fede, ragione, verità e amore, Lindau, 2009, p. 400). In breve, se il papa non custodisce la dottrina, non può esigere la disciplina; se poi perdesse la fede cattolica, decadrebbe dalla Sede apostolica. “Il potere delle chiavi di Pietro non si estende fino al punto che il Sommo Pontefice possa dichiarare ‘non peccato’ quello che è peccato, oppure ‘peccato’ quello che non è peccato. Ciò sarebbe, infatti, chiamare male il bene, e bene il male, la qualcosa è, sempre è stata e sarà lontanissima da colui che è il Capo della Chiesa, colonna e fondamento della verità” (cfr. Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, lib. IV cap. VI, p. 214, e anche Lumen gentium, n. 25). Di conseguenza il papa che, quale persona privata, si identificasse con l’eresia, non sarebbe più Sommo Pontefice o Vicario di Cristo sulla terra.

Lei stesso, però, ha detto che ci sono difficoltà pratiche non di poco conto…
Per un papa, in effetti, vige una sorta di immunità da giurisdizione. Per cui, sebbene in teoria si dica che i cardinali possono accertare la sua eresia, certamente nella pratica la cosa diventerebbe difficoltosa, a causa del fondamentale principio Prima sedes a nemine iudicatur, ripreso dal can. 1404 c.i.c. Nessuna chiesa, in quanto figlia, può giudicare la madre, cioè la Sede apostolica. Ancor meno alcuna pecora del gregge può ergersi a giudicare il proprio pastore. Se guardiamo come è stato applicato questo principio nella storia della Chiesa, e del papato in particolare, notiamo che anche in caso di accusa di eresia, o addirittura vera e propria apostasia del papa, tutto si è concluso con un nulla di fatto. Faccio un paio di esempi. Il primo che mi viene in mente è quello del papa Marcellino. Questi, secondo le fonti antiche, in special modo il Liber Pontificalis, dinanzi alla grande persecuzione dioclezianea del IV secolo d.C., avrebbe ceduto ed avrebbe offerto incenso agli idoli, avrebbe cioè apostatato, sebbene ciò non sarebbe del tutto storicamente certo (per esempio, alcuni autori e storici della Chiesa antica, come Eusebio di Cesarea e Teodoreto di Ciro, negano questa circostanza, affermando che questo papa rifulse, invece, durante la Grande persecuzione). A seguito di ciò, sarebbe stato convocato un sinodo a Sinuessa, località tra Roma e Capua, nei pressi dell’attuale Mondragone, nel 303 con lo scopo di accertare e dichiarare l’apostasia del papa. Ora, è vero che gli atti di questo sinodo sono considerati apocrifi e risalenti al VI secolo, tuttavia è indubbio che da essi emerge il chiaro rifiuto dei sinodali di accertare e condannare Marcellino per il suo atto di apostasia. Anzi, i sinodali chiedono allo stesso papa di giudicare il suo gesto ed auto-comminarsi la giusta punizione, riconoscendo nei confronti del papa una sorta di immunità da giurisdizione, proprio per quel principio che ho sopra detto e cioè che la Prima Sede non può essere giudicata da nessuno. Per la cronaca, Marcellino, comunque, pare si pentì del gesto, testimoniò la sua fede e morì martire. Per questo è venerato come papa e martire il 26 aprile.



Il secondo caso è quello di papa san Leone III e del suo famoso giuramento, rappresentato da Raffaello in un celebre affresco della Stanza dell’incendio di Borgo nelle celebri Stanze del Palazzo apostolico. Vi compare il papa Leone III in abiti pontificali, che presta il suo giuramento sui Vangeli, dinanzi a Carlo Magno ed ad una folla di dignitari, laici ed ecclesiastici, ed al popolo di Dio, il 23 dicembre dell’anno 800, nella Basilica di San Pietro. Il papa era accusato – sebbene le fonti antiche non siano molto precise al riguardo – di spergiuro ed adulterio (non si sa con chi) da parte dei nipoti del predecessore, papa Adriano I. Venuto a Roma Carlo Magno per mettere ordine tra coloro che appoggiavano il papa e gli oppositori, il papa, liberamente, “senza essere giudicato e corretto da nessuno, spontaneamente e volontariamente”, si purificò dinanzi a Dio delle colpe, dichiarando e professando la sua innocenza dalle accuse mossegli. Il papa concluse: “Questo dichiaro spontaneamente per eliminare ogni sospetto: non già che ciò sia prescritto dai canoni, neppure che così io voglia creare un precedente ed imporre un tale uso nella santa Chiesa ai miei successori ed ai miei confratelli nell’episcopato”.
Nel dipinto di Raffaello compare una scritta: Dei non hominum est episcopos iudicare, cioè: Tocca a Dio, non agli uomini giudicare i vescovi. Si tratta di un’allusione alla conferma, data nel 1516 dal Concilio Lateranense V, della bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, in cui si sanzionava il principio secondo il quale la responsabilità del pontefice è giudicabile solo da Dio.

Insomma, tante difficoltà pratiche…
Un’ulteriore difficoltà è, poi, nell’individuazione degli esatti contorni di un’eresia. Guardi, a differenza del passato, la teologia non è più affidabile, ma è diventata una sorta di arena nella quale converge tutto ed il suo contrario. Per cui, affermata una verità, vi sarà sempre qualcuno disposto a difendere l’esatto contrario. Come vede, ci sono non poche difficoltà pratiche, teologiche e giuridiche alla questione del giudizio del papa eretico. Forse – e lo dico proprio da un punto di vista pratico – sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di papa Benedetto XVI, se cioè essa sia piena o parziale (“a metà”, come qualcuno ha detto) o dubbia, giacché l’idea di una sorta di papato collegiale mi sembra decisamente contro il dettato evangelico. Gesù non disse, infatti, “tibi dabo claves …” rivolgendosi a Pietro e ad Andrea, ma lo disse solo a Pietro! Ecco perché dico che, forse, uno studio approfondito sulla rinuncia potrebbe essere più utile e proficuo, nonché aiutare a superare problemi che oggi ci sembrano insormontabili. È stato scritto: “Giungerà anche un tempo delle prove più difficili per la Chiesa. Cardinali si opporranno a cardinali e vescovi a vescovi. Satana si metterà in mezzo a loro. Anche a Roma ci saranno grandi cambiamenti” (Saverio Gaeta, Fatima, tutta la verità, 2017, p. 129). E questo grande cambiamento, con papa Francesco, lo possiamo vedere in maniera palpabile, stante la chiara intenzione di segnare una linea di discontinuità o rottura con i precedenti pontificati. Questa discontinuità – una rivoluzione – genera eresie, scismi e controversie di varia natura. Tutte, però, possono ricondursi al peccato. E questo lo constatava già Origene: “Dove c’è il peccato, lì troviamo la molteplicità, lì gli scismi, lì le eresie, lì le controversie. Dove, invece, regna la virtù, lì c’è unità, lì comunione, grazie alle quali tutti i credenti erano un cuor solo e un’anima sola” (In Ezechielem homilia, 9,1, in Sources Chrétiennes 352, p. 296).

Anche la liturgia ha risentito di tutto ciò, e lei lo ha scritto più volte nei suoi libri…
Esatto. Si celebra come se Dio non fosse presente, un’animazione mondana. Ma qui ci confortano le parole che sant’Atanasio di Alessandria rivolgeva ai cristiani che soffrivano sotto gli ariani: “Voi rimanete al di fuori dei luoghi di culto, ma la fede abita in voi. Vediamo: che cosa è più importante, il luogo o la fede? La vera fede, ovviamente. Chi ha perso e chi ha vinto in questa lotta, chi mantiene la sede o chi osserva la fede? È vero, gli edifici sono buoni, quando vi è predicata la fede apostolica; essi sono santi, se tutto vi si svolge in modo santo… Voi siete quelli che sono felici, voi che rimanete dentro la Chiesa per la vostra fede, che la mantenete salda nei fondamenti come sono giunti fino a voi dalla tradizione apostolica, e se qualche esecrabile gelosamente cerca di scuoterla in varie occasioni, non ha successo. Essi sono quelli che si sono staccati da essa nella crisi attuale. Nessuno, mai, prevarrà contro la vostra fede, amati fratelli, e noi crediamo che Dio ci farà restituire un giorno le nostre chiese. Quanto più i violenti cercano di occupare i luoghi di culto, tanto più essi si separano dalla Chiesa. Essi sostengono che rappresentano la Chiesa, ma in realtà sono quelli che sono a loro volta espulsi da essa e vanno fuori strada” (Coll. Selecta SS. Eccl. Patrum. Caillu e Guillou, vol. 32, pp. 411-412). Preghiamo, però, che la Divina Provvidenza intervenga a favore della Chiesa, affinché non accada che possiamo trovarci dinanzi all’eventualità che ho descritto; lo auspicava, a meno di un mese dalla rinuncia di Benedetto XVI, anche l’insigne canonista gesuita padre Gianfranco Ghirlanda, al termine di un importante articolo (La Civiltà Cattolica, 2 marzo 2013).

In conclusione, possiamo dire che l’eresia non consiste solo nel diffondere dottrine false, ma anche nel tacere la verità sulla dottrina e sulla morale?
Certamente sì. Se a qualcuno desse fastidio il termine dottrina, usi il termine insegnamento, perché entrambi sono la traduzione del greco didachè. Dove manca la dottrina, vi sono problemi morali, come stiamo vedendo! Quando il papa e i vescovi fanno questo, utilizzano il loro ufficio per distruggerlo. Dice sant’Agostino: pascono se stessi, cercano i propri interessi, non già gli interessi di Gesù Cristo, proclamano la sua parola ma per diffondere le loro idee. Il nome di Gesù Cristo, diceva il cardinale Biffi, è diventato una scusa per parlare d’altro: migrazioni, ecologia eccetera. Così non siamo più unanimi nel parlare (1 Cor 1,10) e la Chiesa è divisa.
A proposito, si evitino ulteriori modifiche ai testi del messale romano in lingua italiana, in specie al Padre Nostro, perché produrrebbero ulteriori divisioni tra i fedeli.

A cura di Aldo Maria Valli

lunedì 11 luglio 2016

«Quella notte del 1944». Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII

Per il Venerabile Pio XII il tempo è galantuomo: più trascorre e più emerge la grandezza della sua figura. Da ultimo sono emersi dalle carte di Antonio Nogara, figlio dell’ex direttore dei Musei Vaticani, i piani nazisti per sequestrare papa Pacelli durante l’inverno tra il 1943-’44. In quello stesso periodo, peraltro, come si apprende da un libro pubblicato un decennio fa, di David Alvarez e Robert Graham, Spie naziste contro il Vaticano, il regime si servì di ex preti apostati, che nutrivano un forte odio verso la Chiesa, come Albert Hartl, si dedicarono a testi sull’Inquisizione, allo scopo di infangare la Chiesa “intollerante”, oppure si prestarono a scrivere compendi teologici sulla presunta moralità dell’eutanasia, come nel caso dell’ex sacerdote Josef Mayer (così ricorda Spie naziste contro il Vaticano, in Libertà e persona, 10.7.2016).




«Quella notte del 1944». 
Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII.

di Antonio Nogara

Tra le carte di Antonio Nogara (1918-2014)— figlio di Bartolomeo, che fu direttore dei Musei vaticani dal 1920 fino alla morte nel 1954, e di Maria Albani, insegnante e traduttrice — il cugino Bernardino Osio ha ritrovato uno scritto inedito datato 11 marzo 2013. Il testo, che pubblichiamo per intero con lievi ritocchi formali, aggiunge un’importante testimonianza di prima mano sul progettato sequestro di Pio XII da parte dei nazisti durante il terribile inverno dell’occupazione di Roma.

Nella Roma “città aperta” del 1943 e 1944 il linguaggio corrente annoverava, con molta frequenza, le parole allontanarsi, eclissarsi, imbucarsi, nascondersi, scappare, scomparire, con riferimento alle persone, e celare, mascherare, mimetizzare, occultare, rispetto alle cose; parole tutte in contrapposizione ad arresti, deportazioni, razzie, retate, requisizioni, sequestri, termini rivelatori dell’allora travagliata situazione.
Pur con l’afflusso di profughi in cerca di assistenza e rifugio, la sovrappopolata Urbe appariva quasi deserta. Pressoché totalmente aboliti passeggi, ricevimenti, intrattenimenti in genere; le “sortite”, talvolta ai limiti dell’avventura, erano destinate alla ricerca dello stretto necessario da reperire il più possibile vicino, percorrendo preferibilmente vicoli, stradine, piazzette ove contiguità di negozi, portoni e svincoli offrivano maggiori possibilità di occultarsi o vie di fuga.
A sera tutti a casa, intorno a gracchianti radio, di limitate e disturbate ricezioni, col volume al minimo, in cerca di informazioni, o impegnati, con familiari e condomini, in prolungate partite a briscola, scopa e giochi simili, ma sempre con le orecchie tese ad avvertire il pericolo incombente nel rumore sospetto del passo cadenzato di una ronda, un secco comando militare, il rumore di un veicolo, uno sparo…
Gli assembramenti indispensabili per ragioni vitali, lesti a dissolversi al primo segnale di allarme, si formavano a ridosso delle mense pubbliche, delle parrocchie elargitrici di razioni provviste dal Vicariato e dal Circolo di San Pietro, che grazie alla generosità della Società Generale Immobiliare e ai suoi camion protetti dalle bandiere vaticane — alcuni vennero anche mitragliati con vittime fra gli autisti — venivano reperite nell’Italia centrale (Umbria e Toscana).
Nell’attesa dei turni, l’anonimato e l’occasionalità degli incontri favorivano l’intreccio di banali, guardinghe conversazioni di circostanza nelle quali la comune forzata sopportazione trovava momenti di sfogo con interiezioni nelle quali l’iperbole sarcastica mascherava spesso la protesta. Tra tante riportatemi mi colpì allora quella di un tale che, raccontando di aver assistito a sistematiche retate e sparizioni di parenti e conoscenti, azzardò, in tono sornione, «ci manca solo che qui si portino via anche il Papa!». L’espressione, al limite dell’immaginabile, avrebbe trovato il voluto effetto pure con riferimento al Cupolone o al Colosseo, ma con l’allusione al Pontefice raggiungeva la massima efficacia, come una maledizione tra dolore, umiliazione, sgomento, risvegliando nel subcosciente, credente o non credente, l’angosciosa domanda: ma che ne sarebbe di Roma senza il Papa, centro della cristianità?
L’incalzare degli avvenimenti non mi distolse dal ricordo di quella battuta, scaturita ingenuamente come effusione in un momento di stizza, ma non tanto inverosimile né del tutto infondata. A distanza di poche settimane la sorte me ne avrebbe inaspettatamente data personale prova.
Nel 1921 in considerazione dei molteplici incarichi affidati, oltre alla direzione generale dei Musei, il Pontefice Benedetto xv concesse a mio padre Bartolomeo, privilegio ambito ed eccezionale per un laico sposato con prole, l’abitazione nei Sacri Palazzi apostolici che, con i Musei, la Biblioteca, l’Archivio e una limitata parte degli attuali giardini, completavano territorialmente il Vaticano, prima del concordato e del trattato del Laterano del 1929. Pur con le migliori disposizioni da parte degli uffici competenti, la ristrettezza degli spazi rendeva difficile il reperimento dei locali idonei a uso abitativo familiare e, dopo vari mesi di ricerche, l’assegnazione cadde su un gruppo di sale dismesse dalla Segreteria dei Brevi, affacciate con due ampie vetrate sul centro del braccio centrale della Terza loggia, con un retro di camere e corridoi prospicienti il cortile del Triangolo. L’accesso era a fianco dell’ascensore, allora ad acqua, che serviva anche le altre logge del cortile di San Damaso.
Quando la Segreteria di Stato era chiusa, la deserta Terza loggia diveniva un ideale ambulacro con vista su Roma, da percorrere da un capo all’altro col bello e col brutto tempo. I miei genitori ne approfittavano la sera dopo pranzo; spesso li raggiungevo e più volte li trovavo mentre conversavano con monsignor Giovanni Battista Montini che incontravano mentre usciva, abbondantemente fuori orario, dalla Segreteria di Stato per ritornare alla sua abitazione situata sul retro della Prima loggia, a poca distanza dall’appartamento Borgia.
I contatti per motivi di ufficio di mio padre con monsignor Montini erano pressoché giornalieri e i ripetuti incontri serali, divenuti abituali negli anni, avevano dato un’impronta di familiarità anche ai rapporti con mia madre e con me. A parte l’ora — saranno state le ventitré — non provai quindi particolare sorpresa, quando a sera inoltrata in pieno inverno del 1944, tra fine gennaio e i primi di febbraio, avendo sentito suonare il campanello all’ingresso, mi trovai di fronte monsignor Montini che, entrando velocemente e chiudendo immediatamente la porta alle sue spalle, mi disse di «dover» incontrare urgentemente «il professore».
Imbarazzato di trovarmi già in vestaglia e pantofole, lo pregai di accomodarsi nello studio-biblioteca e corsi da mio padre che già era a letto sotto un paio di coperte pesanti, papalina in testa e piumino sui piedi. Il riscaldamento era stato abolito per mancanza di carbone e per rispetto ai sacrifici imposti dalle circostanze ai romani; la stanza, esposta a nord, era particolarmente fredda.
Con i tempi che correvano, sorpreso ma non contrariato tenuto conto dell’urgenza manifestata da un personaggio di nota discrezione, mio padre si rivestì rapidamente. Non ricordo come intrattenni l’illustre ospite finché, più presto del previsto, comparve mio padre e, dopo un breve conciliabolo riservato fra i due, essi uscirono frettolosamente: mio padre imbacuccato con in mano il pesante mazzo delle chiavi del Museo e della Biblioteca, monsignor Montini con una torcia elettrica che aveva depositato su una cassapanca all’ingresso, torcia del tipo di quelle in dotazione dei pompieri per le ronde notturne.
Preoccupato per la salute di mio padre più che per i motivi dell’escursione che aveva per evidente oggetto i musei, attesi con mia madre il ritorno che avvenne dopo quasi tre ore. Mio padre, che apparve molto provato e infreddolito, laconicamente ci rassicurò e, rinviando il resoconto a ore migliori, si mise decisamente a letto con aria preoccupata.
Solo nel pomeriggio seguente, con raccomandazioni di assoluta segretezza, mio padre ci svelò che l’ambasciatore del Regno Unito sir Francis d’Arcy Osborne e l’incaricato d’Affari degli Stati Uniti Harold Tittmann avevano congiuntamente avvertito monsignor Montini di aver avuto notizia, da parte dei rispettivi servizi militari di informazione, di un avanzato piano dell’Alto Comando tedesco per la cattura e deportazione del Santo Padre col pretesto di porlo in sicurezza «sotto l’alta protezione» del Führer. Nel qual caso, ritenuto imminente, le forze alleate sarebbero immediatamente intervenute per bloccare l’operazione, anche con sbarchi a nord di Roma e lancio di paracadutisti. Occorreva pertanto apprestare subito un rifugio segreto ove rendere irreperibile il Santo Padre per il tempo strettamente necessario, due o tre giorni, all’intervento militare.
Queste in sintesi la sostanza e la portata del passo diplomatico anglo-americano, confidenzialmente esposte da monsignor Montini a mio padre come drammatico movente eccezionale dell’escursione notturna, naturalmente da mantenersi segreta. Con questo scopo, sempre secondo il resoconto di mio padre, iniziò quella notte la ricerca, dalla Galleria lapidaria alla scala del Bramante e, da lì, nei locali della vecchia Direzione dei musei e annessi, intorno al Nicchione, al cortile Ottagono sino al cortile della Pigna, non trascurando ambienti minori adibiti a depositi, ripostigli, spogliatoi, eventualmente da adattare; ma purtroppo la ricerca relativa a questi locali diede esito negativo.
Escludendo a priori per troppa visibilità la Pinacoteca e il fabbricato inerente al nuovo ingresso, parzialmente abitato, ed escludendo i magazzini dei Marmi strutturalmente inabitabili, si imponeva una sosta. La ricerca, sino a quel momento deludente, venne estesa alla Biblioteca che, non presentando soluzioni interne, suggerì tuttavia a mio padre, per avervi lavorato oltre dieci anni quale “scrittore” agli inizi del secolo, l’idea di visitare anche la contigua Torre dei Venti e la visita confermò le aspettative.
Il massiccio ed elegante torrione, in stato di semiabbandono, si rivelò il contenitore di un intrico di vani, corridoi, scale e scalette, un minilabirinto, in ubicazione favorevole per un tragitto coperto e di breve durata da percorrere. Monsignor Montini ne parve convinto per quindi concludere la galoppata straordinaria e tornare a casa.
Non vi è dubbio che di galoppata si fosse trattato per il ritmo di marcia che monsignor Montini aveva impresso nella foga della ricerca, retto bene da mio padre che contava trent’anni di età più di Montini [Bartolomeo Nogara aveva allora quasi 76 anni, Montini 46]. Mio padre ricordava anche come l’illustre compagno di galoppata, pur nell’angoscia della ricerca, manifestasse ogni tanto brevi commenti per le bellezze d’arte suggestive intraviste, a sprazzi di luce, nella rapida ricerca. Quanto alla definitiva scelta del rifugio mio padre aveva la sua personale convinzione sulle improbabilità del caso di ricorrervi, trattandosi di un espediente precario, di sicurezza relativa e di validità temporale molto ridotta. E aveva proposto a monsignor Montini anche un piano alternativo di riserva, e cioè di estendere la ricerca anche alla basilica di San Pietro, con annessi e connessi, sotterranei compresi, come sede forse più sicura nella deprecata ipotesi di sequestro del Santo Padre. Mio padre concluse il resoconto, fissandoci amorevolmente, con la frase «Dio ci aiuti», invocazione che era anche un invito: «non chiedetemi altro».
Seguì un lungo silenzio, mia madre annichilita tra incredulità e sgomento, io stupito dell’improvvisa piega degli avvenimenti che richiedevano l’immediata ricerca di soluzioni certamente a elevato rischio personale, anche per gli amici che avevamo aiutato a nascondersi in Vaticano e che non volevamo abbandonare. Oltre all’umiliante infelice sorte del Santo Padre cui ci legavano affetto e devozione, incombeva l’opprimente pensiero che una visita delle ss non avrebbe giovato a nessuno, rifugiati ebrei e non ebrei, con le possibili ritorsioni sui residenti ecclesiastici e laici. In questa spasmodica quanto vana attesa di confortanti sviluppi del fronte di Anzio trascorsero alcune settimane agitate, anche per un susseguirsi di informazioni contrastanti provenienti da varie fonti, anche autorevoli.
Ricordo quindi come giorno di grande sollievo quello nel quale mio padre, ritornando a casa, dopo una delle pressoché quotidiane visite in Segreteria di Stato, ci confidò che il piano di Hitler era già da tempo a conoscenza del Vaticano, che era stato allertato da riservate indiscrezioni tedesche di persone ostili al piano in questione. La stessa ambasciata di Germania avrebbe evidenziato a Berlino gli inevitabili riflessi negativi nelle popolazioni cattoliche, anche dei vari paesi neutrali. La temuta folle operazione non sarebbe avvenuta grazie alle prese di posizione interne delle autorità diplomatiche tedesche a Roma. È certo comunque che le apprensioni per l’incolumità del Pontefice trovarono fine solo dopo l’abbandono di Roma da parte dell’esercito tedesco.
La pacifica soluzione della vicenda non dissipò alcune perplessità che l’accompagnarono e che, trattandone, non possiamo trascurare. È fuori dubbio che le informazioni portate dai due ambasciatori alleati fossero di gravità tale, anche rispetto a quanto già a conoscenza, da indurre monsignor Montini ad attivarsi immediatamente per affrontare subito un’improvvisa emergenza. È altrettanto impensabile che monsignor Montini non rendesse immediatamente edotto del passo diplomatico il cardinale Luigi Maglione, allora segretario di Stato, senza escludere più estese e alte consultazioni. L’intervallo di circa quattro ore, tra il congedo dei due ambasciatori e la solitaria intrusione-visita all’abitazione di Bartolomeo Nogara, troverebbe spiegazione in queste previe consultazioni interne nella Segreteria di Stato. L’assicurazione dell’immediato intervento che nel giro di pochissimi giorni avrebbe liberato il Pontefice fecero senza dubbio affiorare motivi di incertezza e scetticismi per il brevissimo tempo prospettato per l’intervento militare come sulla possibilità di contrastare gli eventuali incursori tedeschi che, certamente ben addestrati e preparati allo scopo, avrebbero agito a colpo sicuro nel termine di mezz’ora o poco più.
A distanza di qualche tempo, riparlando della escursione notturna con i dubbi che l’accompagnarono, mio padre manifestò il convincimento che nella circostanza monsignor Montini, indipendentemente da personali valutazioni, assolvesse a un atto dovuto, con lo scrupolo e lo zelo a lui connaturati. Nella situazione drammatica di quei mesi la denuncia congiunta degli ambasciatori delle due maggiori potenze alleate non poteva in alcun modo essere disattesa. Fortunatamente l’esecrabile evento fu scongiurato risparmiando alla storia pagine più dolorose di quelle già registrate in quei tempi. Ritengo oggi pressoché condivisa da tutti la convinzione espressa da mio padre che Pio xii, per l’alto senso di dignità, per il carattere forte dimostrato in varie circostanze, per l’alto senso di onore che sempre accompagnò il suo magistero, mai avrebbe ammesso compromessi barattando la propria incolumità con soluzioni incompatibili, pur in minima parte, col decoro e il prestigio del Pontefice e della Chiesa.
La riesumazione di ricordi di quel periodo intensamente vissuto mi risveglia ancora sopite emozioni come quella delle ampie vetrate della Terza loggia che tremavano al rombo cadenzato delle cannonate del fronte, ormai vicino ai Castelli romani, annuncio dei tempi nuovi che avrebbero presto bussato alla porta.

Fonte: L’Osservatore romano, 6.7.2016, p. 4, rilanciato dal sito papa Pio XII, 8.7.2016. In francese, cfr. Zenit, 8 juill. 2016

martedì 16 settembre 2014

L'enigma dei due "papi" ed il "papato emerito"

Regnante ed "emerito". L'enigma dei due papi

È una novità senza precedenti nella storia della Chiesa. Con molte incognite ancora insolute e con seri rischi già in atto. Un'analisi di Roberto de Mattei 

di Sandro Magister



ROMA, 15 settembre 2014 – Che la figura di "papa emerito" sia una novità senza precedenti nella storia della Chiesa, "istituita" dallo stesso Benedetto XVI nell'atto della sua rinuncia, l'ha riconosciuto lo stesso papa Francesco, nella conferenza stampa sull'aereo che lo riportava dalla Corea a Roma, lo scorso 18 agosto.
Ciò non toglie che dal punto di vista sia giuridico che dottrinale non sia affatto assicurato che tale nuova figura comparsa nella gerarchia cattolica abbia un reale fondamento.
"I secoli diranno se è così o no. Vedremo", ha detto prudentemente Francesco, pur personalmente entusiasta dell'innovazione.
Tra i teologi e i canonisti, infatti, i giudizi continuano a essere molto discordi. Già due giorni dopo l'annuncio dell'abdicazione, Manuel Jesus Arroba, docente di diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense, mise in guardia dall'uso dell'appellativo: "Giuridicamente di papa ce n’è soltanto uno. Un 'papa emerito' non può esistere".
Ma è stato soprattutto un luminare del diritto canonico come il gesuita Gianfranco Ghirlanda, già rettore della Pontificia Università Gregoriana, a confutare la fondatezza della figura del "papa emerito" in un lungo e argomentatissimo saggio pubblicato il 2 marzo 2013 su "La Civiltà Cattolica" e quindi – come per tutti gli articoli di questa rivista – stampato con il previo controllo e l'autorizzazione della segreteria di Stato vaticana:

Al termine del suo saggio padre Ghirlanda tirava questa conclusione:

"L’esserci soffermati abbastanza a lungo sulla questione della relazione tra l’accettazione della legittima elezione e la consacrazione episcopale, quindi dell’origine della potestà del romano pontefice, è stato necessario proprio per comprendere più a fondo che colui che cessa dal ministero pontificio non a causa di morte, pur evidentemente rimanendo vescovo, non è più papa, in quanto perde tutta la potestà primaziale, perché essa non gli era venuta dalla consacrazione episcopale, ma direttamente da Cristo tramite l’accettazione della legittima elezione".

E quindi escludeva che il dimissionario potesse continuare a fregiarsi del nome di "papa", sia pure emerito: 
"È evidente che il papa che si è dimesso non è più papa, quindi non ha più alcuna potestà nella Chiesa e non può intromettersi in alcun affare di governo. Ci si può chiedere che titolo conserverà Benedetto XVI. Pensiamo che gli dovrebbe essere attribuito il titolo di vescovo emerito di Roma, come ogni altro vescovo diocesano che cessa".
Poi, però, fu lo stesso Ratzinger ad attribuirsi la qualifica di "papa emerito" e a portarne  in un certo senso le insegne continuando a vestire l'abito bianco.
Anticipò enigmaticamente il senso di questa sua decisione nell'ultima delle sue udienze generali da papa, il 27 febbraio 2013, vigilia della sua effettiva abdicazione: 

"Chi assume il ministero petrino non ha più alcuna dimensione privata. […] La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro".
C'è chi ricorda che Pio XII, quando predispose la lettera di dimissioni da far scattare qualora i tedeschi fossero arrivati da lui per arrestarlo, diceva ai suoi più stretti collaboratori: "Quando i tedeschi varcheranno quella linea, non troveranno più il papa ma il cardinal Pacelli". Ma per Benedetto XVI non era così. Rinunciando, non pensava affatto di poter tornare ad essere "il cardinal Ratzinger". Era ed è sua ferma convinzione che della sua elezione a papa c'è qualcosa che resta "per sempre". Ed è ciò che alcuni studiosi hanno cercato di individuare e di giustificare. Come il professor Valerio Gigliotti, docente di storia del diritto europeo nell'università di Torino, nel volume "La tiara deposta" di cui www.chiesa ha dato conto lo scorso aprile:

O come don Stefano Violi, professore di diritto canonico nella facoltà teologica dell'Emilia Romagna, in un saggio sulla "Rivista teologica di Lugano” dal titolo: "La rinuncia di Benedetto XVI tra diritto, storia e coscienza".
Secondo Violi, abdicando, Benedetto XVI avrebbe sì lasciato l'esercizio attivo del ministero petrino, ma non l'ufficio, il "munus" del papato, irrinunciabile proprio perché affidatogli per sempre con l'elezione a vescovo di Roma e a successore di Pietro.
Chi conosce il Ratzinger teologo sa che egli mai sottoscriverebbe un simile sdoppiamento dell'ufficio papale, che a suo giudizio può essere solo accettato o rifiutato in blocco.
Nulla però egli ha mai detto per chiarire in che cosa allora possa consistere il suo essere "papa emerito" anche dopo l'abdicazione.
L'aggettivo "emerito", preso in prestito dai vescovi dimissionari, non aiuta a capire.
Un vescovo resta vescovo per sempre, in forza del carattere indelebile del sacramento dell'ordine, anche dopo che non governa più alcuna diocesi. E anche un successore di Pietro resta vescovo per sempre, dopo le sue dimissioni. Ma come può restare ancora "papa", dopo che ha rinunciato a tutto, non solo a una parte, di ciò che costituisce lo specifico petrino?
Questo silenzio di Ratzinger lascia libero corso non solo a congetture di dottrina che egli certamente non condivide – come l'invenzione di un carattere indelebile impresso dall'elezione a papa, quasi fosse un atto sacramentale – ma anche al disorientamento di non pochi fedeli, tentati di ritenere che nella Chiesa cattolica possano esserci due papi – magari di diverso grado ma pur sempre più d'uno – e parteggiare per l'uno contro l'altro. La riflessione che segue entra nel vivo della questione e mette in luce la serietà della posta in gioco, sotto il profilo storico, canonico e dottrinale.
Roberto de Mattei, 66 anni, cinque figli, è professore di storia del cristianesimo all'Università Europea di Roma. Dirige la rivista "Radici Cristiane" e l'agenzia di informazione "Corrispondenza Romana". È stato vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche dal 2003 al 2011. È autore del volume "Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta", già tradotto in inglese, francese, tedesco e polacco.

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UNO E UNO SOLO È IL PAPA



di Roberto de Mattei


Tra le molteplici e poliedriche dichiarazioni di papa Francesco degli ultimi tempi ve n’è una che merita di essere valutata in tutta la sua portata.
Nella conferenza stampa tenuta il 18 agosto 2014 a bordo dell’aereo che lo riportava in Italia dopo il suo viaggio in Corea, il papa ha tra l’altro affermato:

"Penso che il papa emerito non sia un’eccezione, ma dopo tanti secoli, questo è il primo emerito. […] Settant'anni fa anche i vescovi emeriti erano un’eccezione, non esistevano. Oggi i vescovi emeriti sono una istituzione. Io penso che 'papa emerito' sia già un’istituzione. Perché? Perché la nostra vita si allunga e a una certa età non c’è la capacità di governare bene, perché il corpo si stanca, la salute forse è buona ma non c’è la capacità di portare avanti tutti i problemi di un governo come quello della Chiesa. E io credo che papa Benedetto XVI abbia fatto questo gesto che di fatto istituisce i papi emeriti. Ripeto: forse qualche teologo mi dirà che questo non è giusto, ma io la penso così. I secoli diranno se è così o no, vedremo. Lei potrà dirmi: 'E se lei non se la sentirà, un giorno, di andare avanti?'. Farei lo stesso, farei lo stesso! Pregherò molto, ma farei lo stesso. Ha aperto una porta che è istituzionale, non eccezionale".
L’istituzionalizzazione della figura del papa emerito sembrerebbe dunque un fatto acquisito.
Alcuni scrittori cattolici come Antonio Socci, Vittorio Messori e don Ariel Levi di Gualdo, hanno rilevato il problema posto da questa inedita situazione, che sembra accreditare l’esistenza di una “diarchia” pontificia. Un taglio rivoluzionario con la tradizione teologica e giuridica della Chiesa operato, paradossalmente, proprio dal papa della “ermeneutica della riforma nella continuità”.
Non a caso la "scuola di Bologna", che si è sempre distinta per la sua opposizione a Benedetto XVI, ha salutato con soddisfazione la sua rinuncia al pontificato, non solo per l’uscita di scena di un pontefice avverso, ma proprio per quella “riforma del papato” che egli avrebbe inaugurato con la scelta di assumere il titolo di papa emerito.
L’ermeneutica “continuista” di Benedetto XVI si è capovolta così in un gesto di forte discontinuità, storica e teologica.

La discontinuità storica scaturisce dalla rarità dell’abdicazione di un papa, in duemila anni di storia della Chiesa. Ma la discontinuità teologica consiste proprio nell’intenzione di istituzionalizzare la figura del papa emerito.
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Sono soprattutto autori di linea progressista i primi che si sono affrettati a fornire una giustificazione teorica della novità. Come don Stefano Violi, docente di diritto canonico presso la facoltà teologica dell’Emilia Romagna, con il saggio "La rinuncia di Benedetto XVI tra storia, diritto e coscienza" (“Rivista teologica di Lugano”, XVIII, 2, 2013, pp. 155-166). E come Valerio Gigliotti, docente di diritto europeo all’Università di Torino, con il capitolo che conclude il suo volume "La tiara deposta. La rinuncia al papato nella storia del diritto e della Chiesa" (Leo S. Olschki, Firenze, 2013, pp. 387-432).
Secondo Violi, nella "Declaratio" con cui l'11 febbraio 2013 annunciò la sua abdicazione, Benedetto XVI distingue il ministero petrino, "munus", la cui essenza sarebbe eminentemente spirituale, dalla sua amministrazione od esercizio.
“Le forze – scrive Violi – gli appaiono inidonee all’amministrazione del 'munus', non al 'munus' stesso”. La prova dell’essenza spirituale del "munus" sarebbe espressa dalle seguenti parole della "Declaratio" di Benedetto XVI:
“Sono ben consapevole che questo ministero (munus) per la sua essenza spirituale deve essere compiuto (exequendum) non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando”.
In questo passo, secondo Violi, Benedetto XVI distingue non solo tra "munus" ed "executio muneris", ma anche tra una "executio" amministrativo-ministeriale, che si compie con l’azione e la parola ("agendo et loquendo") e una "executio" che si esprime con la preghiera e il patire ("orando et patiendo"). Benedetto XVI dichiarerebbe di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, ma non all’ufficio, al "munus" del papato: “Oggetto della rinuncia irrevocabile infatti è la 'executio muneris' mediante l’azione e la parola ('agendo et loquendo'), non il 'munus' affidatogli una volta per sempre”.
Anche Gigliotti ritiene che Benedetto XVI, cessando di essere sommo pontefice, abbia assunto un nuovo status giuridico e personale.
La scissione tra l’attributo tradizionale della "potestas" e quello nuovo del "servitium", tra la dimensione giuridica e quella spirituale del papato, avrebbe aperto la via “a una nuova dimensione mistica del servizio al popolo di Dio nella comunione e nella carità”. Dalla "plenitudo potestatis" si passerebbe a una "plenitudo caritatis" del papa emerito: uno status “che è terzo rispetto sia alla condizione precedente l’elevazione al soglio di Pietro sia a quello di suprema direzione della Chiesa: è il ‘terzo corpo del papa’, quello della continuità operativa nel servizio della Chiesa tramite la via contemplativa”.
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A mio giudizio, gli ammiratori di Benedetto XVI devono respingere la tentazione di accreditare queste tesi per volgerle a loro vantaggio.
Tra i cattolici di orientamento conservatore, infatti, alcuni già cominciano a mormorare che, in caso di aggravamento della crisi religiosa in corso, l’esistenza di due papi permetterebbe di contrapporre il papa emerito Benedetto XVI al papa in esercizio Francesco.
Si tratta di una posizione diversa da quella sedevacantista, ma caratterizzata dalla stessa debolezza teologica.
Nei tempi di crisi non bisogna guardare agli uomini, che sono creature fragili e passeggere, ma alle istituzioni e ai princìpi incrollabili della Chiesa. Il papato, in cui per molti versi si concentra la Chiesa cattolica, si fonda su una teologia di cui occorre recuperare i capisaldi. C’è soprattutto un punto da cui non si può prescindere. La dottrina comune della Chiesa ha sempre distinto tra potere di ordine e potere di giurisdizione. Il primo è ricevuto attraverso i sacramenti, il secondo per missione divina, nel caso del papa, o per missione canonica nel caso dei vescovi e dei sacerdoti. Il potere di giurisdizione deriva direttamente da Pietro, che lo ha ricevuto a sua volta immediatamente da Gesù Cristo; tutti gli altri nella Chiesa lo ricevono da Cristo attraverso il suo vicario, "ut sit unitas in corpore apostolico" (S. Tommaso d’Aquino, "Ad Gentes" IV c. 7). 
Il papa non è dunque un supervescovo, né il punto di arrivo di una linea sacramentale che dal semplice prete, passando per il vescovo, ascende al sommo pontefice. L’episcopato costituisce la pienezza sacramentale dell’ordine e dunque al di sopra del vescovo non esiste alcun carattere superiore che possa venire impresso. Come vescovo il papa è uguale a tutti gli altri vescovi.
Ciò per cui il papa sovrasta ogni altro vescovo è la missione divina che da Pietro si trasmette ad ogni suo successore, non per via ereditaria, ma attraverso l’elezione legittimamente svolta e liberamente accettata. Infatti, colui che sale al soglio pontificio potrebbe anche essere un semplice sacerdote, o addirittura un laico, che dopo l’elezione sarà consacrato vescovo ma che è papa non dal momento della consacrazione episcopale, ma dall’atto con cui accetta il pontificato.
Il primato del papa non è sacramentale ma giuridico. Esso consiste nel potere pieno di pascere, reggere e governare tutta la Chiesa, ossia nella giurisdizione suprema, ordinaria, immediata, universale e indipendente da ogni altra autorità terrena (art. 3 della costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I "Pastor Aeternus").
Il papa, in una parola, è colui che ha il supremo potere di giurisdizione, la "plenitudo potestatis", perché governa la Chiesa. È per questo che il successore di Pietro è prima papa e poi vescovo di Roma. È vescovo di Roma in quanto papa e non papa in quanto vescovo di Roma.
Il papa cessa ordinariamente dal suo incarico con la morte, ma il suo potere di giurisdizione non è indelebile e irrinunciabile. Nel supremo governo della Chiesa esistono infatti i cosiddetti casi di eccezione, che i teologi hanno studiato, come l’eresia, l’infermità fisica e morale, la rinuncia (cfr. il mio saggio "Vicario di Cristo. Il primato di Pietro tra normalità ed eccezione", Fede e Cultura, Verona, 2013, pp. 106-138).
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Il caso della rinuncia fu trattato soprattutto dopo l’abdicazione dal pontificato di Celestino V, papa dal 29 agosto al 13 dicembre del 1294. In quell’occasione si aprì un dibattito teologico tra chi riteneva invalida quella rinuncia e chi ne sosteneva il fondamento giuridico e teologico.
Tra le numerose voci che si levarono per ribadire la dottrina comune della Chiesa vanno ricordate quelle di Egidio da Viterbo detto Romano (1243-1316), autore di un puntuale trattato "De renunciatione papae", e del suo discepolo Agostino Trionfo d’Ancona (1275-1328), che ci ha lasciato una imponente "Summa de potestate ecclesiastica", in cui viene diffusamente affrontato il problema della rinuncia (q. IV) e della deposizione del papa (q. V). Agostiniani entrambi, ma allievi di san Tommaso d’Aquino, sono ricordati come autori pienamente ortodossi, tra i sostenitori più ferventi del primato di giurisdizione del pontefice contro le pretese del re di Francia e dell’imperatore di Germania dell'epoca.
Sulla scia del Dottore Angelico (Summa Theologica, 2-2ae, q. 39, a. 3) essi illustrano la distinzione tra "potestas ordinis" e "potestas iurisdictionis". La prima, che deriva dal sacramento dell’ordine, presenta un carattere indelebile e non è soggetta a rinuncia. La seconda ha natura giuridica e, non recando impresso il carattere indelebile proprio dell’ordine sacro, è soggetta a venir meno in caso di eresia, rinuncia o deposizione. Egidio ribadisce la differenza che sussiste tra "cessio" e "depositio", alla seconda delle quali il sommo pontefice non può essere sottoposto se non per grave e persistente eresia. La prova decisiva del fatto che la "potestas papalis" non imprime un carattere indelebile è il fatto che, “se così fosse, non vi potrebbe essere successione apostolica fino a che un papa eretico rimanesse in vita” (Gigliotti, p. 250).
Questa dottrina, che è stata anche prassi comune della Chiesa per venti secoli, può essere considerata di diritto divino, e come tale immodificabile.
Il Concilio Vaticano II non ha rifiutato esplicitamente il concetto di "potestas", ma lo ha accantonato, sostituendolo con un nuovo equivoco concetto, quello di "munus". L’art. 21 della "Lumen Gentium", poi, sembra insegnare che la consacrazione episcopale conferisce non solamente la pienezza dell’ordine, ma anche l’ufficio di insegnare e governare, laddove in tutta la storia della Chiesa l’atto della consacrazione episcopale è stato distinto da quello della nomina, ovvero del conferimento della missione canonica.
Questo equivoco è coerente con l’ecclesiologia dei teologi del Concilio e del postoncilio (Congar, Ratzinger, de Lubac, von Balthasar, Rahner, Schillebeeckx…) che hanno preteso ridurre la missione della Chiesa a una funzione sacramentale, ridimensionandone l’aspetto giuridico.
Il teologo Joseph Ratzinger, ad esempio, pur non condividendo la concezione di Hans Küng di una Chiesa carismatica e de-istituzionalizzata, si è allontanato dalla tradizione quando ha visto nel primato di Pietro la pienezza del ministero apostolico, legando il carattere ministeriale a quello sacramentale (J.Auer-J. Ratzinger, "La Chiesa universale sacramento di salvezza", Cittadella, Assisi, 1988).
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Questa concezione sacramentale e non giuridica della Chiesa affiora oggi nella figura del papa emerito.
Se il papa che rinuncia al pontificato mantiene il titolo di emerito, vuol dire che in qualche misura resta papa. È chiaro infatti che nella definizione il sostantivo prevale sull’aggettivo. Ma perché è ancora papa dopo l’abdicazione? L’unica spiegazione possibile è che l’elezione pontificia gli abbia impresso un carattere indelebile, che non si perde con la rinuncia. L’abdicazione presupporrebbe in questo caso la cessione dell’esercizio del potere, ma non la scomparsa del carattere pontificale. Questo carattere indelebile attribuito al papato può essere spiegato a sua volta solo da una visione ecclesiologica che subordini la dimensione giuridica del pontificato a quella sacramentale. 
È possibile che Benedetto XVI condivida questa posizione, esposta da Violi e Gigliotti nei loro saggi, ma l'eventualità che egli abbia fatta propria la tesi della sacramentalità del papato non significa che essa sia vera. Non esiste se non nella fantasia di qualche teologo un papato spirituale distinto dal papato giuridico. Se il papa è, per definizione, colui che governa la Chiesa, rinunciando al governo egli rinuncia al papato. Il papato non è una condizione spirituale, o sacramentale, ma un “ufficio”, ovvero un’istituzione.
La tradizione e la prassi della Chiesa affermano con chiarezza che uno e solo uno è il papa, e inscindibile nella sua unità è il suo potere. Mettere in dubbio il principio monarchico che regge la Chiesa significherebbe sottoporre il Corpo Mistico a una intollerabile lacerazione. Ciò che distingue la Chiesa cattolica da ogni altra chiesa o religione è proprio l’esistenza di un principio unitario incarnato in una persona e istituito direttamente da Dio.
La distinzione tra il governo e l’esercizio del governo, inapplicabile all’ufficio pontificio, potrebbe semmai valere per comprendere la differenza tra Gesù Cristo che governa invisibilmente la Chiesa e il suo vicario che esercita, per delega divina, il governo visibile.
La Chiesa ha un solo capo e fondatore, Gesù Cristo. Il papa è il vicario di Gesù Cristo, Uomo-Dio, ma a differenza del fondatore della Chiesa, perfetto nelle sue due nature umana e divina, il romano pontefice è persona solamente umana, privo delle caratteristiche della divinità.
Oggi noi tendiamo a divinizzare, ad assolutizzare, ciò che nella Chiesa è umano, le persone ecclesiastiche, e invece ad umanizzare, a relativizzare, ciò che nella Chiesa è divino: la sua fede, i suoi sacramenti, la sua tradizione. Da questo errore scaturiscono gravi conseguenze anche sul piano psicologico e spirituale.
Il papa è una creatura umana, sia pure rivestita di una missione divina. L’impeccabilità non gli è stata attribuita e l’infallibilità è un carisma che può esercitare solo a precise condizioni. Egli può errare dal punto di vista politico, dal punto di vista pastorale e anche dal punto di vista dottrinale, quando non si esprime "ex cathedra" e quando non ripropone il magistero perenne e immutabile della Chiesa.
Ciò non toglie che al papa debbano essere resi i massimi onori che possono essere tributati a un uomo e che verso la sua persona si debba nutrire un’autentica devozione, come sempre fecero i santi.
Si può discutere sulle intenzioni di Benedetto XVI e sulla sua ecclesiologia, ma è certo che si può avere un solo papa alla volta e che questo papa, fino a prova contraria, è Francesco, legittimamente eletto il 13 marzo 2013.
Papa Francesco può essere criticato, anche severamente, con il dovuto rispetto, ma deve essere considerato sommo pontefice fino alla sua morte o a una sua eventuale perdita del pontificato.
Benedetto XVI ha rinunciato non a una parte del papato, ma a tutto il papato e Francesco non è papa part-time, ma è interamente papa.
Come egli eserciti il suo potere è, naturalmente, un altro discorso. Ma anche in questo caso la teologia e il "sensus fidei" ci offrono gli strumenti per risolvere tutti i problemi teologici e canonici che in futuro dovessero sorgere.