Sante Messe in rito antico in Puglia

lunedì 29 luglio 2013

Defensor Civitatis: il Beato Card. Schuster e Milano

di Daniele Premoli

Al lungo episcopato (1894 – 1921) di Andrea Carlo Ferrari, di notevole importanza per la storia della Chiesa e della società ambrosiana, seguirono i due episcopati “di transizione” di Achille Ratti (poi Papa Pio XI), che resse l’Arcidiocesi per meno di un anno, e di Eugenio Tosi, il mite “cardinale della bontà”, ma dalla
salute malferma e oggetto di gravi mancanze da parte di esponenti del suo clero. (1)
In realtà, già durante l’episcopato del card. Tosi iniziò a distinguersi, all’interno della grande diocesi ambrosiana, l’esile figura dell’abate benedettino Alfredo Ildefonso Schuster, apprezzato studioso, storico e liturgista, collaboratore della Curia Romana e particolarmente apprezzato dai papi Benedetto XV e Pio XI (2) , che mai cessò di occuparsi della sua ‘carissima’ (3) Chiesa di Milano. Fu infatti papa Ratti a nominare Schuster Visitatore Apostolico del Seminario di Milano, compito che l’Abate portò a termine con fermezza, ma sempre rispettando il card. Tosi, il quale non nascondeva un certo comprensibile disagio. (4)
Alla morte del card. Tosi, fu proprio lui ad essere creato cardinale dopo e nominato Arcivescovo di Milano, consacrato personalmente dal papa (fatto insolito per l’epoca) pochi giorni dopo. La sua nomina venne ufficializzata il 26 giugno 1929, anche se da parecchio tempo le voci si rincorrevano incalzanti. «Quando mi tireranno fuori dal mio monastero, io ne uscirò piangendo e tutti vedranno che io amavo la mia vocazione»: per il monaco amante del raccoglimento e del silenzio si apriva una nuova stagione, l’ultima della sua vita, che avrebbe svolto in un periodo certamente non facile. L’8 settembre dello stesso anno, festa di Maria Nascente, il cardinale faceva il suo ingresso in una delle più grandi diocesi del mondo.

«Pax huic domui. Sia pace su questo popolo» (5)

La Diocesi nella quale il cardinale si apprestava ad iniziare il suo episcopato portava ancora indelebile l’impronta dell’azione pastorale di San Carlo Borromeo, che riguardava non solo l’organizzazione istituzionale, ma soprattutto lo spirito di fondo che ne animava le opere. Alla sua figura si ispirò, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo, il cardinal Andrea Carlo Ferrari (6). «Amò il suo popolo, animò la catechesi»: così recita l’iscrizione sulla sua urna, conservata nel Duomo di Milano: ed è una sintesi perfetta del suo ministero. A lui, infatti, si deve un forte impegno nel rilanciare l’istruzione religiosa, mediante l’attenzione alla catechesi, all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e alla formazione dei sacerdoti. Vescovo all’epoca dei grandi problemi sociali di fine Ottocento, affidò al beato Giuseppe Toniolo la cattedra di economia sociale presso il seminario; numerosi furono anche i suoi interventi pubblici in difesa degli operai. Questi due ambiti – sociale e culturale – vennero portati avanti anche dai suoi successori, Achille Ratti ed Eugenio Tosi: basti qui menzionare l’apertura della “Casa del Popolo” (più conosciuta come Opera card. Ferrari) e la nascita dell’Università Cattolica.

Il card. Schuster, dunque, nella Diocesi di Milano troverà un ambiente «mosso e articolato, ricco di iniziative e di fermenti, animato da forme di partecipazione del laicato forse inaspettate, sorretto da una tensione di confronto dialettico col mondo» . (7)
«Chi insomma esclude dalla vita dell’uomo la dimensione trascendente non può sicuramente intendere la figura del card. Schuster. Suo supremo obiettivo fu infatti quello di garantire, anche attraverso la stabilità e l’efficienza delle strutture ecclesiali, la crescita spirituale della comunità cristiana, quello di far sì che in mezzo alle traversie di un tragico presente i fedeli non perdessero di mira ciò che giova per l’acquisizione dei beni eterni. Gli aspetti più significativi quindi della sua opera non sono quelli che toccano la sfera politico-civile ma quelli intesi a confermare la fede del popolo cristiano, a suscitarne anche nelle ore più buie la speranza, a infondervi uno slancio di carità capace di una sempre rinnovata vitalità» . (8)
Nel considerare l’episcopato del card. Schuster non occorre dimenticare che egli fu innanzitutto vescovo, e in tal modo concepiva la sua missione. Giunto a Milano con la fama di essere «insigne per pietà e multiforme dottrina» (9) , grande liturgista, storico e intellettuale, il neo-cardinale dedicò tutto se stesso al ministero che il Papa gli aveva affiato: come san Carlo, si spenderà sino a consumarsi totalmente.

«Che dire della laboriosità di questo monaco pastore? Monaco significa essere un isolato. Oh, il Cardinale Arcivescovo Schuster non lo fu davvero: o lo fu a tal punto, secondo testimonianze verbali e scritte di mia conoscenza, da superare l’attività di San Carlo, l’attività esteriore dello stesso Cardinal Ferrari» (10) : così si esprimeva il Patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, il giorno dei funerali di Schuster. Straordinariamente intensa fu la sua attività pastorale. Al cardinale Ferrari era stato mosso l’appunto di essere troppo spesso fuori sede: la necessità di riorganizzare e dirigere, dopo anni difficili, la grande Diocesi, lo portava a percorrerla in tutta la sua estensione; il cardinale Tosi, al contrario, per la sua debole salute non poté allontanarsi da Milano. Schuster volle così visitare la sua Diocesi: compì in venticinque anni ben cinque Visite Pastorali, consacrò 280 nuove chiese (la prima fu la parrocchiale di Cortenova, la domenica successiva al suo ingresso in diocesi) e oltre 170 altari. Tornato a Milano, poi, riprendeva le udienze e, nei giorni festivi, partecipava all’ufficiatura in Duomo.
Non è ovviamente possibile esporre qui con completezza un episcopato ricco di avvenimenti, ecclesiali e civili, durato ben venticinque anni (anni particolarmente significativi: sono gli anni della dittatura e della guerra, della Liberazione e del dopoguerra, del referendum e delle elezioni del 1948); è tuttavia mia intenzione cercare di delineare almeno le linee di fondo e i rapporti che il cardinale ebbe con la sua città e con i milanesi.

«Ergo nihil Operi Dei praeponatur»

Lungo tutti gli anni del suo episcopato e sino a pochi giorni prima della sua morte, ogni fedele poteva vedere il suo Arcivescovo in Duomo, dove il cardinale partecipava alla Messa Capitolare di ogni domenica e di ogni festa. Era un compito a lui particolarmente caro, cui per nessuna ragione, neppure per malattia o freddo, si sottraeva. Per partecipare alle funzioni, interrompeva qualsiasi lavoro, e persino le Visite Pastorali erano programmate in modo da potervi essere sempre presente. Attraverso la sua presenza, intendeva anche aumentare il numero di coloro che avrebbero partecipato alle celebrazioni: ed ottenne l’effetto sperato: quando si seppe che l’Arcivescovo scendeva in Duomo tutte le domeniche, la folla che assisteva alle Messe andò crescendo.
Amava il decoro delle celebrazioni liturgiche. Quando riteneva che la recita della salmodia fosse troppo affrettata e poco curata, dal suo scranno faceva segno di rallentare. Affermò mons. Pini, da lui nominato maestro di coro:
«Non saprei quante volte mi abbia mandato i maestri delle cerimonie ad avvertirmi di rallentare, di fare attenzione alle pause e di mantenere una tonalità unica! […] Ogni qualvolta una voce ben nota prolungava le ultime sillabe dei versetti delle ore canoniche, sorrideva, sorrideva! Compresi quanto fosse attenta e vigilante la sua partecipazione al coro e il perché dei suoi sorrisi nelle finali di taluni versetti. […] La salmodia era in lui vita vissuta, amata, fatta amare: il gusto trasfondeva e rivelava il raccoglimento interiore del suo spirito» . (11)
La sua figura ed il suo raccoglimento impressionarono anche taluni protestanti.
Quando i bombardamenti del 1943 obbligarono alla chiusura della Cattedrale, l’Ufficiatura domenicale venne spostata alla vicina chiesa di San Bernardino alle Ossa, dove il cardinale si recava con alcuni canonici. All’Arcivescovo si stringeva il cuore quando, entrando in Duomo, lo vedeva deserto e muto «quasi una cosa che ormai non abbia più scopo» (12) , e decise quindi di incaricare le Benedettine di Viboldone di supplire all’interrotta ufficiatura del Capitolo.

Per Schuster, così come per i Milanesi, Milano (inteso come «quel complesso di bontà, di fede, di generosità, di vitalità, di opere cattoliche che caratterizza d’innanzi a tutto il mondo la Chiesa di sant’Ambrogio») (13) è anche sinonimo del Rito Ambrosiano. Fu così che l’autore del monumentale Liber Sacramentorum, divenuto Arcivescovo di Milano si dedicò allo studio e alla promozione di quello che era divenuto non soltanto “il Rito Ambrosiano”, ma “il nostro Rito” . (14)
Al rito della Chiesa di Milano è collegato anche un canto tutto proprio, cui il cardinale iniziò subito ad applicarsi:
«Pochi giorni dopo che aveva fatto il suo ingresso ebbi in mano un foglio scritto di suo pugno su cui era in notazione ambrosiana e moderna per esteso il canto dell’orazione “Deus qui nobis”, che si canta alla benedizione del Santissimo, e che sta a testimoniare come si era preparato anche perché il canto ambrosiano fosse da lui eseguito bene» . (15)
Nel corso delle visite pastorali ebbe modo di accorgersi con dispiacere della scomparsa del canto ambrosiano. Non si limitò a esortare i suoi preti a istruirsi e ad istruire i fedeli, ma decise di «imitare in Milano, all’ombra del Duomo, quanto colla benedizione di Pio X già da tanto tempo fiorisce nell’Urbe e rende lieti frutti per tutto l’Orbe Cattolico. Sì, Noi vagheggiamo una vera e propria Scuola Ecclesiastica Superiore di canto Ambrosiano e di Musica liturgica» . (16)
Il 12 marzo 1931, a pochi mesi dal suo ingresso come Arcivescovo, il card. Schuster istituì così la “Scuola Superiore di canto ambrosiano e di musica sacra”, giuridicamente riconosciuta dalla Santa Sede come “Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra” dieci anni dopo, e tuttora esistente ed attivo. Essa venne affidata alle cure dei monaci di Solesmes, eredi del grande dom Prosper Gueranger, i quali indicarono al cardinale il priore di Montserrat, padre Gregorio Suñol. È a lui che si devono le edizioni scientifiche del Preconio Pasquale (1934), dell’Antifonale (1935) e del Vesperale Ambrosiano (1939).

«Veritatem facere in caritate»

Dopo il servizio di Dio, la vita del cardinal Schuster venne spesa per il popolo lui affidato. Egli non si “limitò” ad incoraggiare e sostenere le associazioni già esistenti o fondate durante il suo episcopato (per citarne solo alcune: le Conferenze di S. Vincenzo, le Dame di Carità, il Piccolo Cottolengo, la Pro Juventute e la Nostra Famiglia), ma si spese in prima persona per cercare di alleviare le sofferenze di quegli anni difficili.
Non risulta facile conoscere le famiglie aiutate direttamente dal cardinal Schuster, anche perché lui stesso non voleva che si conservassero annotazioni sul denaro che privatamente entrava e usciva, né che si dessero notizie in merito all’assistenza, perché – diceva lui stesso - «il povero non deve essere umiliato con la pubblicità». Egli stesso, poi, si recava personalmente per chiedere tessuti e alimenti da distribuire ai poveri che spesso, ricevuti durante le visite pastorali, non riuscivano nemmeno a giungere a Milano: già lungo la strada venivano distribuiti alle parrocchie che sapeva bisognose. Dell’assistenza alla popolazione si fecero carico particolarmente la Charitas Ambrosiana, che iniziò la sua attività nel 1943, e l’Opera del “Pane di San Galdino” la cui gestione, a fronte dell’impossibilità di continuare ad essere condotta dalle Dame di S. Vincenzo, nel 1944 venne assunta dal cardinale. Fu sempre a Schuster che, il 19 ottobre 1944, si rivolse la Santa Sede per il rifornimento di abiti per gli italiani internati in Germania.
È qui impossibile tracciare un bilancio dell’attività svolta dalla diocesi ambrosiana, ovviamente sotto le indicazioni e la protezione del card. Schuster, per ottenere la liberazione dal carcere di detenuti politici, per aiutarli ad evadere o a sfuggire alle rappresaglie nazifasciste, per assistere i deportati e gli ebrei.

A quanti, dopo il 25 aprile, chiedevano cosa avesse fatto la Chiesa Cattolica, il card. Schuster così rispondeva:
«Osserviamo però subito che non riteniamo punto necessario di dare una risposta, che il popolo già conosce. La Chiesa durante questi anni ha continuato a predicare con fervore il Santo Vangelo, soffrendo per questo persecuzioni, violenze e carcerazioni. Ne è prova la lunga lista di sacerdoti e di suore usciti di prigione, di ecclesiastici ammoniti, di giornali cattolici sequestrati, diffidati e sospesi non so quante volte […]
Mentre subivamo tutte queste cose, noi intanto provvedevamo a raccogliere e dispensare ai sinistrati ed ai poveri dei sussidi in danaro, in generi alimentari, in indumenti che, a fare oggi il conto esatto di ciò che dai cattolici è stato distribuito in questo quinquennio, ne verrebbe fuori la bella cifra d’oltre cinquanta milioni se non più!
Popolo di Lombardia! Se i fatti valgono assai più delle parole, ora giudica tu stesso e deciditi: di fronte a migliaia di parole e di vane promesse, ti vedi d’innanzi una cifra colossale di beneficenza presso una sorgente inesauribile di carità. Tale sorgente, sappilo, sgorga dal cuore stesso del Verbo Incarnato e trafitto per noi sulla Croce» . (17)
Da osservare che tali precisazioni venivano solo come risposte ad accuse di assenteismo rivolte alla Chiesa o alla stessa persona dell’Arcivescovo; accuse tuttavia estranee all’opinione pubblica, che anzi ringraziò pubblicamente il cardinal Schuster (esemplari i riconoscimenti del Rettore dell’Università Statale (18) e della Comunità Israelitica ). (19)

L’attività di assistenza continuò anche nell’immediato dopoguerra. Anzitutto nei confronti dei reduci e dei profughi, per i quali il cardinale promosse la raccolta di generi aiuti da inviare al confine. Fu così che l’Arcivescovado si trasformò in ufficio di assistenza per i rimpatriati e gli indigenti di ogni condizione; portici, sale, cortili divennero magazzini di generi alimentari, di medicinali, di vestiario . (20)
Lo stesso cardinal Schuster testimoniava che
«le scale dell'Arcivescovado da mattino a sera sono ingombre di persone cariche di sacchi, balle e casse di generi commestibili, vini prelibati, liquori, vesti, scarpe ecc. da destinarsi ai nostri ex prigionieri in Germania» . (21)
Il segretario del cardinale, don Ecclesio Terraneo, testimoniò che in Arcivescovado arrivò anche un camion pieno di grano, ma sul quale svettava la bandiera rossa dei comunisti. «Noi dell’Arcivescovo ci fidiamo», risposero al cardinale stupito.
L’ufficio prima destinato ai familiari dei prigionieri di guerra, ora assisteva i rimpatriati che fino a sera tarda giungevano per chiedere aiuto, consigli, indirizzi.
Anche le opere assistenziali degli Alleati fecero capo all’Arcivescovo, che certamente esercitava un fascino incredibile sui capi e sulle stesse truppe, in gran parte formate da protestanti. Gli venne così affidata l’organizzazione della distribuzione degli aiuti americani, suscitando meraviglia in molti.

Il maggior problema che nel dopoguerra tormentava i sopravvissuti era la mancanza di una casa: dopo quattro anni, migliaia di famiglie erano ancora costrette a coabitare, o a cercare riparo in abbaini o cantinati. Di fronte a questa situazione, il 1° gennaio 1949, il cardinal Schuster rivolse ai fedeli della diocesi un vigoroso appello, affinché «quanti possono disporre del superfluo, banchieri, industriali, finanzieri milanesi e della Diocesi» finanziassero la costruzione di case «semplici, ma accoglienti e robuste» per quanti ne erano privi. Egli, che anche da Arcivescovo era povero e tale voleva rimanere – tanto che la sua povertà del cardinale divenne proverbiale – destinò a tale progetto, che volle intitolato a S. Ambrogio e sotto la protezione di S. Benedetto, il proprio anello episcopale. Il 21 marzo venne posta la prima pietra di due edifici iniziali; nella periferia di Milano, la “Domus Ambrosiana” realizzò tre quartieri di 13 fabbricati, dove trovarono alloggio, ad affitti simbolici, 239 famiglie. Ovviamente, non bastava dare alla popolazione una casa: fu così che nel 1950, riprendendo un’iniziativa avviata prima della guerra, lanciò un appello per dotare la periferia di Milano delle necessarie chiese parrocchiali con i luoghi (oratori, biblioteche, centri di assistenza…) annessi.
Numerosi furono poi quanti trovarono lavoro grazie all’intermediazione della segreteria del cardinale, che da mattina a sera accoglieva persone di ogni condizione per dare un’indicazione.

Molti altri sarebbero gli argomenti da affrontare per delineare la figura del card. Schuster, riguardo al suo indelebile rapporto con quella che fu la sua Sede. Per ragioni di spazio, non è possibile qui delinearli con esaustività.
Come sintesi di questo percorso, non è possibile non ricordare la grande folla che accompagnò la salma del suo Arcivescovo nell’ultimo tragitto, da Venegono (dove il card. Schuster morì, il 30 agosto 1954), a Milano, dove tuttora riposa. Concludo con le parole dello stesso Schuster, da lui dettate per le celebrazioni in occasione del XXV anniversario di ordinazione episcopale: festeggiamenti che non ebbe occasione di vedere in questa terra.
«A Dio Ottimo, Massimo / che in questo venticinquennio di Episcopato / traducendomi incolume attraverso le dittature, / i bombardamenti e gli incendi di Milano, / le occupazioni straniere, la catastrofe nazionale / e poi finalmente le lotte di liberazione e la / restaurazione della repubblica Italiana, / mi ha fatto passare per il fuoco e per la tempesta, / e per quindi ricondurmi sulla riva della sua salvezza, siano grazie di tanti benefici, / primo dei quali la devota fedeltà del gregge, / al tribolato Pastore» (22)






  1.   A. RIMOLDI, La visita apostolica dell’abate Ildefonso Schuster ai seminari milanesi (1926-1928), in AA.VV., Il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. Avvio allo studio, NED, Milano 1979, p. 147.
  2.   «Il nuovo Papa, estraneo all’ambiente di Curia, non tardò anche egli a notare quella dimessa persona che celava tanta forza ed energia. Prese a stimarlo moltissimo e a servirsene, forse ancor più del suo Predecessore, affidandogli incarichi sempre più delicati e gravi che, se finirono col portarlo molto in alto, furono pure per lui alle volte fonte di viva sofferenza». T. LECCISOTTI, Il cardinale Schuster, I, Milano 1969, p. 205.
  3.   AAS 21 (1929), p. 458.
  4.   «Delicata al massimo la sua posizione, nei riguardi del cardinale Tosi, verso cui usò ogni riguardo. Giunse anche a prospettargli che la scelta del S. Padre fatta nella sua persona, era dovuta alla considerazione che un umile monaco, a preferenza di più alti prelati o di vescovi, avrebbe avuto maggiore deferenza per l’Arcivescovo di Milano». Schuster si recava a Milano almeno due o tre volte al mese; sino a quando, messo a conoscenza del disagio provato dal card. Tosi (che in una occasione si sarebbe lasciato sfuggire un: «È ancora qui sto santo uomo!»), ridusse la sua presenza. Indicativo della situazione milanese sembra essere il fatto che Schuster «voleva vedere tutto e non si fidava di quello che gli facevano vedere, ma andava improvvisamente di propria iniziativa a far visita nelle scuole, in cucina etc». T. LECCISOTTI, op.cit., I, p. 213-215.
  5.   A. I. SCHUSTER, Omelia per l’ingresso nella Diocesi di Milano, 8 settembre 1929, citata in T. LECCISOTTI, op.cit., I, p. 254.
  6.   Di lui scriverà Schuster: «Quando il card. Ferrari fu in visita ad Alzate, per devozione verso il suo grande predecessore, volle indossare la veste di San Carlo. Siccome però questa gli strusciava per terra, così la dovette subito deporre, osservando graziosamente: San Carlo era più alto di me! Se io mi fossi trovato presente alla scena, avrei soggiunto: di poco! Infatti il card. Ferrari fu l’Arcivescovo di Milano che più d’ogni altro emulò lo zelo e le fatiche apostoliche di San Carlo». A. I. SCHUSTER, Odoporicon 1939. Note di visita pastorale, I, Milano 1940, p. 118.
  7.   G. RUMI, Vertice e base in terra ambrosiana, in G. RUMI - A. MAJO, Il cardinal Schuster e il suo tempo, NED, Milano 1979, p. 25.
  8.   A. MAJO, Gli anni difficili dell’episcopato del card. A. I. Schuster, NED, Milano1978, p. 10.
  9.   La definizione è di Pio XI. AAS 21 (1929), p. 458
  10.   A. G. RONCALLI, Orazione funebre, in Scritti del Card. A. Ildefonso Schuster, La Scuola Cattolica, Venegono Inferiore, 1959, p. 20.
  11.   Cit. in T. LECCISOTTI, op.cit., I, p. 493.
  12.   A. MAJO – BENEDETTINE DI VIBOLDONE (a cura di), Schuster e le Benedettine del monastero di Viboldone. Lettere 1941-1954, Milano 1994, p. 25.
  13.   A. I. SCHUSTER, Rivista Diocesana Milanese, XXIII (1932), p. 194.
  14.   Il cardinale Ildefonso Schuster: cenni biografici, Abbazia di Viboldone, 1954, p. 63
  15.   Testimonianza di mons. Pini, cit. in T. LECCISOTTI, op.cit., I, p. 486.
  16.   A. I. SCHUSTER, Rivista Diocesana Milanese, XXI (1930), p. 316.
  17.   A. I. SCHUSTER, Rivista Diocesana Milanese, XXXIV (1945), p. 91ss.
  18.   A. I. SCHUSTER, Gli ultimi tempi di un regime, Daverio, Milano 1960, p. 173.
  19.   Ibid., p. 174.
  20.    A. MAJO, L’attività caritativa e assistenziale, in G. RUMI - A. MAJO, Il cardinal Schuster e il suo tempo, cit., p. 91.
  21.   Rivista Diocesana Milanese, XXXIV (1945), p. 100.
  22.   RDM, XLIII (1954), p. 316.

domenica 21 luglio 2013

Considerazioni sulla "forma Chiesa"

Arch. Angelo La Notte


L’occasione è data dagli interventi, su quotidiani e riviste, nelle ultime settimane del Prof. Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, in merito alla produzione di arte e architettura sacra che và dagli inizi degli anni novanta ai nostri giorni, voluto dall’allora Cardinale Vicario Camillo Ruini attraverso la campagna battezzata “50 NUOVE CHIESE NELLE PERIFIERIE ROMANE”.
Raccolte nel volume “CHIESE DELLA PERIFERIA ROMANA” edito da Electa, curato da Monsignor Liberio Andreatta, Direttore dell’Opera Romana per la Preservazione delle Nuove Chiese, e dagli architetti Marco Petreschi, docente della Facoltà di Architettura di Valle Giulia, e Nilda Valentin.

Il Prof. Paolucci si pone due domande:
“Quando un edificio destinato al culto è “giusto”?
Quando cioè lo possiamo definire allo stesso tempo bello, funzionale e simbolicamente efficace?
Da queste domande scaturisce la risposta: “UN EDIFICIO DESTINATO AL CULTO SI PUO’ DIRE
RIUSCITO E DIVENTARE PERCIO’ UN’OPERA D’ARTE QUANDO LA CULTURA DELL’EPOCA CHE LO HA VOLUTO SI IDENTIFICA CON LE FORME ARCHITETTONICHE E ARTISTICHE TIPICHE DI QUEL CULTO, QUANDO NE SOSTANZIA E NE SOSTIENE, SIGNIFICANDOLI E TRASFIGURANDOLI, I SENTIMENTI, LE IDEE E LA DOTTRINA”.
Tornando alle opere contenute nel testo ci troviamo di fronte a edifici che a volte toccano punte di grande pregevolezza come la chiesa di “Dio Padre Misericordioso” dell’architetto Meier, mentre il più delle volte, a mio parere, sono strutture perfettamente anonime, che si “amalgamano” con il contesto, tutte “mancano però della “FORMA CHIESA”.

Situazione che ha radici antiche riportandoci al Discorso agli Artisti, tenutosi nella Cappella Sistina il 7 Maggio 1964, da Papa Paolo VI, che cercando di elaborare e proporre una dottrina estetica, non fa altro che porre le basi per una “interpretazione” dell’arte e dell’architettura sacra che sempre più va secolarizzandosi, quando lo stesso Papa dichiara: “…L’arte sacra si affranca così da ogni vincolo puramente formale al passato che più non la sovrasta, che più non le intima l’irritazione ammirata…Il compito dell’arte sacra è esprimere l’ineffabile, allora il peso della tradizione e delle convinzioni va rimosso come inutile ingombro ed è aperta la strada alle potenzialità espressive del fare artistico contemporaneo…”.
Posizione questa che ha nell’interpretazione degli scritti, quando questi si prestano a letture che ne danno un valore di libero arbitrio, che ritroviamo in quella “ideologia postconciliare” che il Cardinale Giacomo Biffi evidenzia nel suo saggio teologico intitolato “La bella, la bestia e il cavaliere” (1984), l’autore denuncia quella operazione che attraverso un processo di “distillazione fraudolenta”, immediatamente posta in atto all’indomani dell’assise ecumenica, arriva a sostenere che la vera dottrina del Concilio non è quella di fatto canonicamente approvata ma quella che avrebbe dovuto essere approvata se i Padri fossero stati più illuminanti, più coraggiosi, più coerenti.

Posizione razionalista che ha portato a dimenticare, bollandoli come concetti tradizionalisti quei passi, che nella storia secolare, hanno portato alla definizione delle cattedrali in tutta Europa, che rispondono ad una nuova coscienza che l’uomo ha di sé, ad una dimensione della realtà profondamente ancorata alla vita ed alle sue esigenze dove anima e corpo, visibile ed invisibile, materiale ed immateriale, sacro e profano, convivono.
Le cattedrali con la loro presenza nella città hanno rappresentato una precisa intenzionalità di chi ci abita, opere di uomini che vivono con altri uomini.
Necessità degli uomini di identificarsi comunemente e dare una struttura alla liturgia, definendo un luogo dove ospitarla.
Mentre oggi agli edifici sacri viene dato il compito, di riqualificare una periferia il più delle volte pianificata con il solo scopo della cementificazione incondizionata e selvaggia, che si pone il problema della socializzazione dei residenti marginalmente, relegandolo a spazi a volte abbandonati all’incuria, in cui si è cercato di calare strutture architettoniche che se pur pregevoli, perché questo deve essere riconosciuto alla Chiesa che della bellezza ne è custode secolare, mancano ormai di quella essenza che fa dichiarare al Prof. Paolucci “manca la forma della chiesa”.
Ci auguriamo che la “commissione per la tutela estetica delle nuove chiese”, promessa dal Cardinale Vallini, possa giungere a dare se non delle precise regole almeno ad individuare quelli edifici che del sacro non hanno traccia. 


BIBLIOGRAFIA:
- JOSEPH RATZINGER, Introduzione allo spirito della Liturgia, San Paolo 2001
- N.BUX,Come andare a Messa e non perdere la fede,Piemme,Milano 2010.
- R.L.BURKE-N.BUX-R.COPPOLA, La Danza vuota intorno al Vitello d'Oro. Liturgie secolarizzate e diritto, Lindau, Torino 2012.
- D.NIGRO, I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II, Sugarco, Milano  2012. 
- N.BUX,La riforma di Benedetto XVI,Piemme,Milano 2008- II ed.2009.
- W.BRANDMUELLER-A.MARCHETTO.N.BUX, Le “chiavi” di Benedetto XVI per interpretare il Vaticano II, Cantagalli 2012.
- U.M.LANG, "Il latino vincolo di unità tra popoli e culture",Osservatore Romano, 15 novembre 2007.   
- A.DE MEO,Fonti dell'arte sacra occidentale(on line)
- M.DE MEO, Osservazioni alle Norme Cei per l'adeguamento degli edifici di culto(on line)
- N.BUX-E.MAZZA-E.GARZILLO, Liturgia Romana e Arte Sacra tra innovazione e tradizione. Il caso della Cattedrale di Reggio Emilia. Opinioni. 2011. 
- V.SGARBI, L'ombra del divino nell'arte contemporanea, Cantagalli 2012.
- Aa.Vv.,L'Arte,la Bellezza e il Magistero della Chiesa,Atti del Convegno di Cosenza, 14 Novembre 2008, ed.Verbo Incarnato & ed.Settecolori,Segni-LameziaT. 2013.
Articoli di Liturgia,Musica e Arte Sacra, nella Rubrica mensile “Mondo del Sacro” diretta da N.Bux sul Timone.

domenica 7 luglio 2013

2007 - 2012: sei anni del "Summorum Pontificum"

Oggi ricorre il sesto anniversario della promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum. Vogliamo tenere viva l’attenzione sull’importanza epocale di questo documento, riportando per intero l’articolo pubblicato il 16 novembre 2012 sul numero 1287 de Il Venerdì di Repubblica, a pagina 37. E ci fa piacere farlo per i toni di approvazione con cui l’articolista, Filippo Di Giacomo, ne parla… ben conoscendo gli orientamenti ideologici della sua testata giornalistica, alquanto critica verso la Chiesa di Roma.


LA MESSA È IN LATINO: 
L’APERTURA DEL PAPA SPIAZZA I LEFEVRIANI


di Filippo Di Giacomo
(tratto da Il Venerdì di Repubblica del 16 novembre 2012, n. 1287, p. 37)

Tanto tuonò, ma non piovve. Quando Benedetto XVI promulgò il motu proprio Summorum Pontificum, si sperò che il torto potesse essere corretto. Il documento infatti, permetteva ai fedeli desiderosi di celebrare la vita liturgica secondo la forma «extra ordinaria», cioè quella secolare in uso prima delle riforme, di essere sciolti dall’obbligo di un’autorizzazione preventiva da parte dei propri vescovi. Nella Chiesa, si celebrano liturgie eucaristiche variamente acculturate e tradotte in lingue di ogni continente, dunque non si capiva perché solo a coloro che chiedevano di celebrarla in latino, con gli stilemi liturgici dell’Occidente cristiano, dovessero essere inflitte restrizioni non attuate per nessun altro «esperimento liturgico».

Per chi prima di giudicarlo l’ha anche letto, il motu proprio Summorum Pontificum risulta un documento chiaramente ispirato al pluralismo del Concilio Vaticano II, caratteristica non sempre attribuibile a diversi documenti dell’era wojtylana. Il documento papale porta la data del 7 luglio 2007, ma in Francia, nel numero del 5 luglio dello stesso anno, quindi in anticipo sulla pubblicazione del testo pontificio, Témoignoge Chrétien, il più vivace settimanale europeo di informazione religiosa, pubblicava nella lingua di Cicerone (e senza errori, mentre ai latinisti di curia era sfuggito un «conditiones» al posto di «condiciones») un manifesto di «resistenza» contro la decisione di Benedetto XVI.

I motivi? Il rito della tradizione cattolica presupporrebbe uno sguardo negativo verso il mondo non cattolico, basato sul convincimento che la Chiesa sia l’unica detentrice della verità; il biritualismo permesso da papa Ratzinger segnerebbe la vittoria dei tradizionalisti e la sconfitta dei conciliaristi. I primi sarebbero presto in condizione di imporre le nomine episcopali; anzi, e peggio, «episcopos Galliae cras regent», domani governeranno l’episcopato francese. In realtà, ciò che dopo cinque anni appare chiaro è un fatto certo: Benedetto XVI ha tolto di mano ai lefevriani l’esclusiva della messa tridentina presentata volentieri come celebrazione identitaria. L’editorialista di Témoignage Chrétien concludeva il suo scritto dicendo: «Juvet fortuna omnes qui repugnabunt», buona fortuna a chi vorrà resistere. L’iniziativa ha causato ai fedeli che hanno fatto ricorso alle disposizioni papali una quantità di ingiurie e pessime accoglienze in diverse diocesi. Tuttavia il 3 novembre [2012], con una messa celebrata in San Pietro, hanno concluso una tre giorni romana fatta di pellegrinaggi e preghiere.
Qualche giorno prima, il 29 ottobre, dalle fila dei lefevriani è stato espulso il vescovo negazionista Richard Williamson: un calcio che val bene una messa, anche se in latino.




venerdì 5 luglio 2013

Don Bux, il messale latino non sarà ostacolato

fonte: Vatican Insider

Il liturgista in un'intervista afferma che il Papa non andrà contro la celebrazione tradizionalista

La Messa in rito romano antico secondo il Messale del 1962 precedente alla riforma del Concilio Vaticano II continuerà ad essere celebrata senza alcuna limitazione da parte di Papa Francesco. Lo afferma il teologo e liturgista don Nicola Bux in un' intervista al «Roma».

«Il movimento in favore della liturgia tradizionale continuerà sicuramente - afferma il Consultore della Congregazione per il Culto Divino - perché il succedersi dei Pontefici non infrange la continuità della tradizione e chi succede ad un predecessore non `inventa´ di nuovo la Chiesa. Talvolta si crede che il Papa, nel suo ufficio debba fare prevalere la sua sensibilità, ma questo sarebbe molto grave. È evidente che ogni Pontefice ha un proprio temperamento ed una propria storia, però non sono questi a dover prevalere, ma sempre il bene della Chiesa. Il Papa è un ministro, ma non ne è il padrone, come ha ribadito anche l' attuale Pontefice». 

Quanto all'atteggiamento verso il Motu Proprio «Summorum Pontificum» dell'attuale Papa quando era Vescovo di Buenos Aires, per don Bux il cardinale Bergoglio «non ha ostacolato l' applicazione del Motu Proprio»

L' interesse per la liturgia tradizionale - secondo don Bux - si lega alla nuova evangelizzazione. «Nel momento attuale di grave crisi della fede una liturgia mistica dignitosamente celebrata può aiutare molto le persone in ricerca a trovare Dio. Nella storia grandi convertiti sono stati colpiti dalla Grazia assistendo a riti solenni e ascoltando canti straordinario».

martedì 2 luglio 2013

29 giugno: la Messa di don Bux a Napoli

29 giugno 2013
Solennità dei Santi
Pietro e Paolo
Chiesa di San Ferdinando
- Napoli -




Sabato 29 giugno si è tenuta a Napoli la riunione dei Coetus Fidelium dell'Italia Meridionale. A conclusione dell'incontro, i convenuti si sono ritrovati presso la chiesa di San Ferdinando dove don Nicola Bux ha celebrato la Santa Messa.

lunedì 17 giugno 2013

"Vatican inisider" intervista il nostro Giuseppe Capoccia

Parla il portavoce del “Summorum Pontificum”: “Lo stile è diverso da Benedetto, ma ci piace il suo insistere su Messa, Diavolo, confessione e devozioni popolari”

Alessandro Speciale
città del Vaticano

fonte: Vatican insider - La Stampa.it

Quando è stato eletto al soglio pontificio papa Bergoglio, alcuni ambienti tradizionalisti, legati all'antico rito della messa in latino, non hanno nascosto la loro preoccupazione e il loro disappunto, mentre i lefebvriani della la Fraternità San Pio X, con cui Benedetto XVI aveva ostinatamente cercato una riconciliazione,
ufficialmente mantengono un atteggiamento cauto ma parlano apertamente di “grandi paure” per il pontificato di Francesco. 
Ma questo atteggiamento non è condiviso dall'intera galassia tradizionalista. Il “popolo del Summorum Pontificum” – che prende il nome del Motu Proprio di papa Ratzinger che ha liberalizzato la celebrazione della messa in latino nel 2007 – si prepara infatti a organizzare, sotto Francesco, un secondo pellegrinaggio a Roma dopo il primo esperimento dell'anno scorso. 
E lo fa convinto che, pur con uno stile molto diverso da quello del suo predecessore, l'attenzione del papa argentino per le devozioni popolari, il suo insistere sul Diavolo e la confessione, il suo celebrare ogni giorno la messa sono elementi che i cattolici che si considerano tradizionalisti sentono come propri. Per il loro portavoce, Guillaume Ferluc, la messa in latino, lungi dall'essere qualcosa di snob e intellettualistico, è molto più vicino ai “poveri” che stanno a cuore a papa Francesco. 

Il pellegrinaggio si terrà dal 24 al 27 ottobre e prevederà una messa in San Pietro e una via crucis per le strade di Roma. Vatican Insider ha intervistato il presidente del comitato organizzatore, Giuseppe Capoccia

Come vede il popolo del Summorum Pontificum l'elezione di Papa Francesco e i suoi primi mesi? 

“Come tanti cattolici, abbiamo vissuto con sconcerto la rinuncia del nostro amatissimo Papa Benedetto. Ed anche per noi è stata una sorpresa l'elezione di papa Francesco che pochissimi sino a quel momento conoscevano. Siamo stati, dunque, molto attenti ai suoi gesti ed alle sue parole. E le sue parole ci hanno subito rassicurati e confortati: ha parlato del diavolo che opera contro di noi ma che non può nulla contro la misericordia di Dio, ci ha invitati a non perdere la fiducia nell'amore di Dio, ci ha chiamati a 'uscire' dalla nostra routine per andare incontro alle periferie dell'umanità; a non diventare una sorta di collezionisti di antichità, o di novità'”. 

Cosa pensate del suo stile liturgico? Il suo pontificato andrà in direzione opposta a quello di Benedetto XVI? 

“Sarebbe ipocrita nascondere che se per un verso le parole di papa Francesco ci danno coraggio, alcuni suoi gesti ci lasciano spiazzati e comprendiamo anche coloro che esprimono disagio. Tuttavia, da persone sensibili alla tradizione, dunque al tempo lungo, non ci facciamo ingannare dal tempo breve: Papa Francesco viene da una cultura liturgica e pastorale diversa da quella romana, ed occorre del tempo perché possa introdursi nel clima della tradizione liturgica pontificale. D’altra parte, non bisogna pensare che la liturgia si possa ridurre ad una questione di stili celebrativi, oltre i quali debbono sempre prevalere la solidità e la consistenza teologica del rito”. 

Quindi per ora sospendete il giudizio... 

“Ogni Pontificato esprime proprie specificità; e se Papa Benedetto considerava il crollo della liturgia come causa e segno del crollo della Fede, non ci sembra che Papa Francesco si muova in direzioni differenti: basti considerare che l’ampio risalto dato, col permesso del Papa stesso, alla sua Messa quotidiana in Santa Marta risulta efficace monito per tutti i cattolici, presbiteri e laici, a prendere piena coscienza che solo l’Eucaristia è fonte dell’evangelizzazione”. 

Altre espressioni del mondo tradizionalista sono state molto critiche con Papa Francesco, a cominciare dai lefebvriani. Cosa rispondete? 

“Abbiamo letto e ascoltato incomprensioni e inquietudini provenienti da alcuni settori del mondo tradizionale. Spesso, dobbiamo dirlo, si è trattato di reazioni fondate su false informazioni. Quanto ai lefebvriani, le dichiarazioni ufficiali ci sono sembrate piuttosto riservate e prudenti. Non ci stupisce poi che qualcuno si sia lasciato andare a commenti più duri, ma forse occorre ricercarne le motivazioni nelle dinamiche interne alla Fraternità, piuttosto che in una reale diffidenza nei confronti del Santo Padre. 

Quante persone vi aspettate al pellegrinaggio di quest'anno? 

“Speriamo di accogliere 3000 persone per il sabato, giorno della processione e della Messa in San Pietro e di far giungere oltre 500 pellegrini da fuori Italia per i tre giorni del pellegrinaggio. Avremo un'idea più precisa a fine giugno quando presenteremo il programma ufficiale”. 

Cosa volete comunicare al mondo cattolico in generale con la vostra iniziativa? 

“Per anni, i fedeli e i sacerdoti legati alla tradizione liturgica della Chiesa sono stati ghettizzati e trattati con disprezzo se non con astio: sono stati confinati nelle periferie della Chiesa dalle quali occorreva tenersi alla larga. Desideriamo contribuire alla guarigione definitiva delle ferite provocate durante questi anni di persecuzione e di ingiustizia e ci sembra opportuno farlo senza rivendicazioni, ma inserendoci nella dinamica nuova alla quale ci chiama la Chiesa. Intendiamo essere testimoni, nella gioia e in spirito di servizio, dell’unità della Chiesa”.

Sarà possibile continuare il vostro percorso con papa Francesco?

“Nel contesto particolare del nuovo Pontificato, desideriamo pure illustrare quanto la forma straordinaria del rito romano sia uno strumento adattissimo alla riscoperta della povertà alla quale ci richiama Papa Francesco: inginocchiarsi, supplicare, tacere, confessare sono quattro attitudini caratteristiche sia della Messa tradizionale sia della povertà di spirito. Non solo: la riscoperta di ciò che san Francesco diceva della liturgia – non dimentichiamo che fu proprio lui a portare il Messale romano fuori dalla corte pontificia – potrebbe far comprendere ancor meglio la povertà cristiana, l’essere poveri in spirito, quasi mendicanti di Cristo che ci viene incontro nella liturgia e non ci priva del Suo splendore, aprendoci le porte del Cielo, dov’è la vera ricchezza: non è un caso se l’ultimo Santo a celebrare la Messa tradizionale per tutta la sua vita è stato proprio Padre Pio, specchio fedele di san Francesco”.

mercoledì 12 giugno 2013

Conferenza e Santa Messa a L'Aquila

Sabato 15 Giugno - ore 16,00 
Hotel 99 Cannelle - Via Borgo Rivera, 21-23
- L’Aquila -



Conferenza  : 


LA SACRA LITURGIA 
A CINQUANT’ANNI DAL VATICANO II



- Rev. Prof. Nicola Bux - Facoltà Teologica di Bari
- Dott. Daniele Nigro - Ecclesia Mater delle Puglie


Domenica 16 Giugno ore 12,15 

- Basilica di S. Maria di Collemaggio S. Messa in Rito Romano Extraordinario

Cura Coetus Fidelis Sancti Iohannes de Capistrano


lunedì 3 giugno 2013

Vescovi pugliesi e Messa "tradizionale", la parola del Papa

di Sandro Magister


Tra i vescovi italiani recatisi da Francesco in visita “ad limina”, quelli della Puglia sono stati i più loquaci nel riferire cose dette loro dal papa.
Non c’è stata solo la “rivelazione” – poi in parte contraddetta da padre Federico Lombardi – del vescovo di Molfetta Luigi Martella su due encicliche in viaggio: la prima, sulla fede, firmata dall’attuale papa ma scritta dal predecessore, che la starebbe tutt’ora ultimando nel suo romitorio; e la seconda, sulla povertà, tutta ad opera del papa regnante.
Ci sono state anche delle indiscrezioni riguardanti la liturgia.
Ha cominciato l’arcivescovo di Bari, Francesco Cacucci, che alla Radio Vaticana ha dichiarato che papa Francesco avrebbe esortato i vescovi a “vivere il rapporto con la liturgia con semplicità e senza sovrastrutture”.
Poi è stata la volta del vescovo di Conversano e Monopoli, Domenico Padovano, il quale ha raccontato al proprio clero che i vescovi pugliesi si erano lamentati col papa per l’opera di divisione creata dentro la Chiesa dai paladini della messa in rito antico.
E che cosa avrebbe loro risposto il papa?
Stando a quanto riferito da monsignor Padovano, Francesco li avrebbe esortati a vigilare sugli estremismi di certi gruppi tradizionalisti, ma anche a fare tesoro della tradizione e a farla convivere nella Chiesa con l’innovazione.

Per spiegare meglio quest’ultimo punto, il papa avrebbe portato il proprio esempio:
“Vedete? Dicono che il mio maestro delle cerimonie papali [Guido Marini] sia di stampo tradizionalista; ed in molti, dopo la mia elezione, mi hanno invitato a sollevarlo dall’incarico e sostituirlo. Ho risposto di no, proprio perché io stesso possa fare tesoro della sua preparazione tradizionale e contemporaneamente egli possa avvantaggiarsi, allo stesso modo, della mia formazione più emancipata”.
Se autentiche, sono parole istruttive circa lo spirito liturgico e lo stile di celebrazione dell’attuale papa.
Ma non è sicuro in che senso i vescovi pugliesi le abbiano interpretate.

Un altro di loro, quello di Cerignola e Ascoli Satriano, Felice Di Molfetta, già presidente della commissione della CEI per la liturgia, in un messaggio alla sua diocesi ha scritto tra l’altro:
“Non ho mancato di rallegrarmi col papa per lo stile celebrativo che ha assunto; uno stile ispirato alla ‘nobile semplicità’ sancita dal Concilio, manifestando particolare attenzione all’argomento e sul quale non sono mancate da parte sua considerazioni di alto profilo teologico-pastorale, condivise da tutti i confratelli presenti.
“Ho goduto tanto per il dialogo intessuto, essendomi occupato da una vita nell’insegnamento della teologia liturgica e sacramentaria, nel cogliere l’interesse del Santo Padre su questo vitale aspetto del ministero petrino, da lui esercitato sia nelle celebrazioni feriali a Santa Marta sia in quelle solenni nella Basilica Vaticana come per la canonizzazione degli 800 martiri di Otranto: una celebrazione contenuta nel tempo e nell’insieme del suo svolgimento rituale.
“Papa Francesco, alla luce di certi fenomeni del recente passato in cui sono state registrate sul piano liturgico non poche derive, ha esortato noi vescovi, riferendoci anche alcuni esempi concreti, a vivere il rapporto con l’azione liturgica, in quanto opera di Dio, da veri credenti al di là di ogni tronfio cerimonialismo, pienamente consapevole che la ‘nobile semplicità’ di cui parla il Concilio, non è sciatteria ma Bellezza, bellezza con la ‘B’ maiuscola”.
Ma arruolare papa Francesco tra le file dei progressisti anche in campo liturgico è per lo meno azzardato. Non risulta affatto, in particolare, che egli sia ostile alla liberalizzazione della messa in rito antico, decisa da Benedetto XVI col motu proprio “Summorum pontificum” del 2007.
Mentre è certo che proprio monsignor Di Molfetta fu quell’anno uno dei più combattivi critici di quel motu proprio, prima e dopo la sua pubblicazione.
Giudicava la messa in rito antico “incompatibile” con quella postconciliare e si diede da fare, senza successo, perché la CEI producesse una nota interpretativa – in senso restrittivo – della “Summorum pontificum”.
(...)

martedì 28 maggio 2013

La materia del pane eucaristico: una lacuna legislativa


di Vito Abbruzzi

Nella seconda lettura dell’Ufficio delle letture del sabato fra l’ottava di Pasqua (tratta dalle “Catechesi” di Gerusalemme, n. 22) si esorta il catecumeno in questi termini: «Bene istruito […] e animato da saldissima fede, credi che quanto sembra pane, pane non è, anche se al gusto è tale, ma corpo di Cristo».

Orbene, se, come la Liturgia divinamente insegna, Cristo è “il vero agnello che ha tolto i peccati del mondo” (Prefazio di Pasqua), ci viene da chiedere: ma quale dev’essere, preferibilmente, il tipo di pane che, più degli altri, rappresenta il suo Corpo, col quale Egli, offrendosi sulla croce, “divenne altare, vittima e sacerdote”? Su questo punto il Codice di Diritto Canonico è piuttosto generico, limitandosi a prescrivere che “il pane [eucaristico] dev’essere solo di frumento e confezionato di recente” (can. 924, §2), senza specificare la qualità della farina: se di grano tenero (nella fattispecie quella “00”, da sempre utilizzata) o di grano duro (quella di semola rimacinata, utilizzata in tempi recenti). 

Qualcosa di più sembra dircela l’Ordinamento Generale del Messale Romano, che, al n. 320, così stabilisce: «Il pane per la celebrazione dell’Eucaristia deve essere esclusivamente di frumento, confezionato di recente e azzimo, secondo l’antica tradizione della Chiesa latina». Ma nulla sulla qualità della farina, che, come dianzi dicevo, può variare per tipologia e grado di purezza. Sicché possiamo trovare in commercio ostie da messa di ogni tipo, comprese quelle integrali: diverse o concorrenti con quelle di farina “00”, così confezionate “secondo l’antica tradizione della Chiesa latina”.

Ci si rende subito ben conto di essere di fronte ad una sorta di lacuna legislativa, che nemmeno la Redemptionis Sacramentum – “Istruzione su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia” – tenta di colmare. Infatti, al n. 48 di essa viene ripetuto il principio che “il pane utilizzato nella celebrazione del santo Sacrificio eucaristico deve essere azzimo, esclusivamente di frumento e preparato di recente”. Ricordiamo che stiamo parlando di un documento pubblicato nel 2004, “per disposizione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti d’intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede” (n. 186); documento che, per la sua valenza sanzionatoria, richiede la inderogabile “osservanza da parte di tutti coloro a cui spetta” (ivi). 

Qui non si vuole affatto spaccare il capello in quattro o cercare ad ogni costo il pelo nell’uovo – anche perché non l’uomo è stato fatto per la legge, bensì il contrario (cfr. Mc 2,27) –, ma non possiamo trascurare quanto richiamato dalla suddetta Istruzione al n. 12, secondo cui è “diritto della comunità cattolica che per essa si compia la celebrazione della Santissima Eucaristia in modo tale che appaia come vero sacramento di unità, escludendo completamente ogni genere di difetti e gesti che possano generare divisioni e fazioni nella Chiesa”. E i fedeli, che dovrebbero godere “del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa Messa che sia così come la Chiesa ha [da sempre] voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme” (ivi), si ritrovano sovente a notare delle incongruenze proprio sulla materia del pane eucaristico, che da chiesa a chiesa diverge a motivo della sua composizione. Sicché capita che un parroco prediliga le ostie di farina “00” – quelle così tradizionalmente confezionate – ed un altro quelle di semola rimacinata, come si vuole da quando, interpretando alla lettera la frase del Canone “Prendete e mangiatene: questo è il mio Corpo” (cf. Mt 26,29), ci si comunica sulla mano. Le ostie preparate con farina di grano duro, infatti, risultano essere più spesse e, perciò, più croccanti: più adatte ad essere prese con le dita e, soprattutto, ad essere masticate. Ma i problemi che ne vengono fuori non sono affatto trascurabili, a motivo del colore e del gusto prodotti da questo tipo di farina. Si sa che il pane di semola è alquanto giallognolo e il suo sapore ben diverso da quello del pane bianco, più gradevole. Nel fedele, perciò, che vede e assapora un’ostia ricavata da grano duro può sorgere il sospetto che essa sia vecchia, ravvisandovi un “pericolo di alterazione”; pericolo dal quale mette in guardia il succitato can. 924, §2 del Codice di Diritto Canonico. Una mia alunna, poco tempo fa, ha riferito in classe, durante la mia ora, di essere rimasta alquanto disgustata ricevendo la comunione con questo tipo di ostia, che, non più fragrante, le sapeva di cartone. Idem la sorellina di un altro mio alunno, alla vigilia della sua Prima Comunione, durante le prove generali in chiesa.

I miei alunni dell’Istituto Alberghiero di Castellana Grotte (BA), non hanno dubbi in proposito, dimostrando di essere più preparati e diligenti di tanti soloni cha amano definirsi “liturgisti”. Alla mia domanda: «Se il sacerdote durante la Messa prega con le parole “hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam” – e “hostia” vuol dire “vittima”, intendendo Cristo, “agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1,19) – qual è la farina più idonea al confezionamento del pane eucaristico?», essi, senza esitazione alcuna, rispondono: «Quella “00”, a motivo del suo candore e, soprattutto, del suo elevato grado di purezza». Infatti, parliamo di una farina ricavata dal fiore del chicco di grano tenero: la parte amilacea, chiamata, appunto, “fioretto”.

Questa è la fede dei semplici, che, guidati dal buon senso e dal buon gusto, se la ridono di tutte quelle innovazioni liturgiche, al limite dell’essere veri e propri “abusi”; abusi che “non di rado si radicano in un falso concetto di libertà” (Redemptionis Sacramentum, n. 7) e che “trovano […] molto spesso fondamento nell’ignoranza, giacché per lo più si rigetta ciò di cui non si coglie il senso più profondo, né si conosce l’antichità” (ivi, n. 9).

venerdì 17 maggio 2013

Liturgia, la sovrastruttura è bellezza


di don Nicola Bux

Cosa vuol dire vivere il rapporto con la liturgia e con la fede con semplicità e senza sovrastrutture? 
Cominciamo con la struttura: la fede ha una struttura come la liturgia, in quanto c'è un rapporto tra le due (lex orandi-lex credendi). Per esempio, nella Messa ci sono le litanie (preghiere di invocazione), dal greco liti, processione; preghiere che si fanno procedendo da un luogo di culto ad un altro o all'interno del medesimo; si pensi alle stationes descritte da Egeria a Gerusalemme. Oppure al movimento dei neofiti dal battistero, all'esterno della Chiesa, dopo il battesimo, verso l'interno della Chiesa, per partecipare all'Eucaristia. Questo movimento processionale esprimeva l'idea del pellegrinaggio del popolo cristiano verso l'eternità. 

Dunque, le litanie (chiamate ectenie, dal greco: supplica) sono sequenze di invocazioni a Dio per varie necessità di carattere universale (per i vivi e i defunti, la Chiesa e il mondo...). Esaminando l'unità liturgica della litania possiamo risalire alla sua origine storica. Quando, per esempio, il diacono dice:... "preghiamo", poi  "inginocchiamoci" e tutti pregano in silenzio, poi "tutti in piedi"... e il sacerdote raccoglie le intenzioni in una colletta, dopo che tutti hanno pregato individualmente... abbiamo la forma primitiva della litania; ancora oggi noi abbiamo le preghiere-collette all'inizio della Messa. Col tempo, questa forma si è sviluppata in un novero di intenzioni, di invocazioni, alle quali si aggiungono le risposte del popolo. Nella Messa di rito bizantino se ne contano almeno quattro, mentre nella Messa latina è costituita essenzialmente dalla oratio fidelium o preghiera universale. Oggi è presente nella forma ordinaria del rito romano, ma era rimasta nella forma più solenne il Venerdì Santo, attestando così ulteriormente la sua antichità. 

La litania o preghiera universale, che accompagnava il movimento processionale, non ha condiviso la sorte del resto del rito a cui apparteneva con la messa, ma ha seguito un suo percorso e questo fenomeno, gli studiosi lo chiamano "fenomeno strutturale". Cioè, la struttura della liturgia non è rigida, non lasciando spazio alle singole unità di modularsi o adattarsi alle situazioni storiche. Per esempio, la recita del Credo non avviene sempre: come mai? Ci sono senz'altro ragioni storiche, ma anche il Credo è una 'unità liturgica' che si è ricavata uno spazio e si comporta in maniera relativamente autonoma dal resto. La struttura in definitiva è il rito e la sovrastruttura il suo splendore.

Il discorso sulla struttura porta a comprendere che l'uomo ha bisogno di riti (nascita, sposalizio, funerali, apoteosi...), che servono ad eternare l'oggi. Ma con Cristo, l'eterno è disceso nel tempo, il sacro nel profano, consacrando quanti l'hanno accolto e aiutandoli ad ascendere con lui in alto - di discesa e ascesa è fatta la liturgia - ponendo il criterio di distinzione tra sacro e profano: nel Nuovo Testamento (1 Cor 11) la distinzione è stata sancita da Paolo quando ha separato dalla celebrazione eucaristica il pasto o agape da fare a casa.

Venendo alla sovra-struttura della liturgia dobbiamo parlare della Bellezza: il Catechismo della Chiesa Cattolica (no.1157) indica tre criteri: la bellezza espressiva della preghiera, l'unanime partecipazione dell'assemblea nei momenti previsti, il carattere solenne della celebrazione, al fine di rendere gloria a Dio e favorire la santificazione dei fedeli. Benedetto XVI ha insegnato che la liturgia è strettamente legata alla bellezza, come sperimentata da Pietro, Giacomo e Giovanni alla Trasfigurazione del Signore: "com'è bello stare qui...". La sovra-struttura non è stata abolita, perché la Costituzione Sacrosanctum Concilium al no. 34 parla di 'nobile semplicità': sembra un ossimoro, la nobiltà non è un di più della semplicità, una sovrastruttura da abolire appunto perché rifulga la semplicità? Ecco come la interpreta l'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis al no. 41: è necessario che "in tutto ciò che riguarda l'Eucaristia vi sia gusto per la bellezza. Rispetto e cura dei paramenti, arredi, vasi sacri, affinché collegati in modo organico e ordinato fra loro, alimentino lo stupore per il mistero di Dio, manifestino l'unità della fede e rafforzino la devozione"; potremmo commentarlo con un passaggio della sequenza Lauda Sion: Quantum potes tantum aude: quia maior omni laude, nec laudare sufficit.

A questo punto si può affermare che il sacro si fa presente in una bellezza 'normativa' (rito = ordo) a cui bisogna prestare servizio; cioè i ministri possono solo amministrarla, servirla, non fare da padroni, a tutto vantaggio della cattolicità del culto; qui l'ordo del rito diventa ethos. Giustamente la liturgia è basata sul dogma e non su opinioni teologiche: cosa garantita dall'ordo. 

Questa sovra-struttura, per dir così, la 'nobile semplicità' della liturgia, si può eliminare in nome dell'adattamento? O piuttosto vivere il rapporto con la liturgia e con la fede con semplicità e senza sovrastrutture, significa eliminare nel rito, nella musica e nell'arte, il profano e il desacralizzante, perché favoriscono il disordine, lo spontaneismo, la creatività e persino l'immoralità? 

Proprio san Francesco raccomanda il massimo rispetto del Sacramento e che i calici, i corporali, gli ornamenti dell'altare e tutto ciò che serve al sacrificio, debbano averli di materia preziosa (cfr Fonti Francescane, Prima lettera ai custodi, 241,3); prescrive che il Santissimo Sacramento sia posto e custodito in luogo prezioso (4) e quelli che non lo faranno dovranno rendere ragione davanti al Signore nel giorno del giudizio (Lettera a tutti i chierici, 14).

Se, come ha affermato Benedetto XVI, nella liturgia assistiamo a deformazioni al limite del sopportabile, bisogna ammettere che ciò è divenuto possibile perché, dopo il Concilio Vaticano II, siamo passati da una liturgia di ferro ad una liturgia di caucciù (cfr. Civiltà Cattolica, Editoriale 20.12.2003).

mercoledì 15 maggio 2013

19 maggio: Tutti alla Madonna del Poggetto di Ferrara!



"La pietà popolare è una strada che porta all’essenziale se è vissuta nella Chiesa in profonda comunione con i vostri Pastori. [...] Quando voi andate ai santuari, quando portate la famiglia, i vostri figli, voi state facendo proprio un’azione di evangelizzazione. Bisogna andare avanti così! Siate anche voi veri evangelizzatori! Le vostre iniziative siano dei 'ponti', delle vie per portare a Cristo, per camminare con Lui."
(Papa Francesco, 5 maggio 2013)

Come non pensare a queste belle parole del Santo Padre, in occasione della recente Giornata delle confraternite e della pietà popolare, considerando l'iniziativa promossa per la domenica di Pentecoste dai fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano dell'Emilia-Romagna che organizzano un pellegrinaggio al santuario della Madonna del Poggetto di Ferrara?! In questo mese di Maria, non possiamo che dare spazio a questa belle iniziativa che testimonia il vigore del popolo Summorum Pontificum italiano.


RINGRAZIARE MARIA SANTISSIMA E PARTECIPARE ALLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Intervista a Marco Sgroi, coordinatore regionale per l'Emilia-Romagna del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum

Madonna del Poggetto
1) Questa domenica di Pentecoste, 19 maggio, si svolgerà il primo pellegrinaggio mariano dei gruppi Summorum Pontificum dell'Emilia-Romagna: com'è nata una tale iniziativa?
Marco Sgroi: Come ogni pellegrinaggio, anche il nostro nasce in primo luogo da un'esigenza spirituale: ringraziare Maria Santissima per tutte le grazie che ci ha concesso in questi cinque anni di applicazione del Summorum Pontificum in Emilia Romagna, e supplicarla di continuare ad assisterci perché il nostro percorso spirituale e liturgico possa progredire sempre più. Tutto questo mentre si prepara il nuovo pellegrinaggio internazionale del popolo Summorum Pontificum (anche il nostro pellegrinaggio si chiama così), e mentre i Coetus Fidelium della nostra regione che aderiscono al Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum si sforzano di incrementare la loro collaborazione per risolvere i problemi che ancora ci affliggono, e per intensificare l'opera di apostolato liturgico che ci siamo proposti di compiere nelle nostre comunità diocesane e parrocchiali. Si può ben capire, dunque, perchè avvertiamo la necessità così viva dell'aiuto della Beata Vergine!
La nostra, poi, non dovrebbe essere un'iniziativa isolata, perché, se la Provvidenza vorrà, nelle prossime settimane anche in altre regioni gli aderenti al Coordinamento Nazionale proporranno analoghi pellegrinaggi regionali.

2) Il pellegrinaggio si svolgerà presso il santuario della BVM del Poggetto di Ferrara, perchè una tale scelta?
Marco Sgroi: Vi sono molte ragioni. Innanzi tutto, ragioni di ordine spirituale: il santuario del Poggetto è molto caro ai cattolici ferraresi, e ci è parso giusto unirci al Coetus di Ferrara in questa devozione mariana così sentita. Questo particolare legame con Maria Santissima degli amici Ferraresi, d'altra parte, ci consente anche di rendere loro il merito che si sono guadagnati con il dinamismo e la molteplicità delle iniziative che hanno realizzato negli ultimi anni, dando particolare concretezza a quell'opera di apostolato liturgico di cui parlavo prima. Infine, abbiamo voluto unirci agli amici ferraresi anche nel filiale affetto per il loro nuovo Arcivescovo, mons. Luigi Negri, il cui limpido magistero è così importante anche per la cultura liturgica, che nelle nostre chiese non trova sempre l'attenzione che merita, e per la pacificazione liturgica delle nostre comunità - tema che in Italia non è così sentito come altrove (non devo certo ricordarlo a Paix Liturgique), ma che, invece, dovrebbe essere approfondito anche da noi.
Mons. Negri, poi, ci ha fatto un regalo veramente eccezionale: pur con tutti gli impegni di un Arcivescovo nel giorno di Pentecoste, è riuscito a trovare il tempo per venire anche al Santuario del Poggetto. La Sua presenza ci onora in modo particolare. Infine, non voglio dimenticare don Luca Martini, il giovane parroco che è anche rettore del Santuario e che celebrerà la Santa Messa: è un esempio dei tanti sacerdoti dell'ultima generazione che trovano nella liturgia antica alimento per la loro missione, dimostrando con i fatti la perenne giovinezza della millenaria tradizione liturgica della Chiesa.

3) Qual è il programma preciso della giornata?
Marco Sgroi: Il programma è molto semplice. Ci troveremo alle 10,30 al santuario, e alle 11,00 terremo una breve processione, accompagnata dai canti della tradizione, alla quale farà seguito la Santa Messa solenne in terzo, cantata da don Martini. Il canto sarà sostenuto dal Coro San Gregorio Magno di Ferrara, guidato dal Maestro Antonio Rolfini: ma si tratta di un pellegrinaggio del popolo Summorum Pontificum, per cui la Schola sarà costituita da tutti i pellegrini! Infine, accoglieremo Mons. Negri (non so con precisione in che momento potrà raggiungerci, poiché, come ho detto, la Sua giornata è carica di impegni: ma non ha voluto mancare), che ci impartirà la Sua benedizione e ci dirà attese parole, che, sono certo, ci saranno di forte incoraggiamento. Poi, chi vorrà potrà consumare un pasto festoso secondo gli usi della campagna ferrarese, presso le strutture del Santuario.

4) Qual è la situazione dei gruppi Summorum Pontificum della vostra regione? C'è ancora una domanda per la liturgia tradizionale o il desiderio dei fedeli è ormai soddisfatto?
Marco Sgroi: La domanda richiede una risposta un po' articolata. Intanto, devo premettere che il nostro coordinamento non riunisce tutti i Coetus Fidelium della regione, ma solo quelli (sono la maggior parte) che hanno aderito al Coordinamento Nazionale condividendo il programma di collaborazione e consultazione reciproche che esso si è dato. Conosciamo però abbastanza bene la situazione di tutta la regione, e devo dire che essa è analoga a quella di molte altre realtà, con luci (tante, grazie al Cielo) e ombre (meno, ma ci sono). Così, nella mia diocesi, Piacenza-Bobbio, abbiamo due Messe, una settimanale, l'altra mensile, e i due Coetus sono perfettamente inseriti sia nella comunità diocesana, sia in quella parrocchiale di riferimento; ma il Coetus di Parma, pur essendo molto attivo, trova una forte difficoltà a mantenere la celebrazione settimanale, poiché l'anziano sacerdote che vi era stato addetto si è ritirato e non è stato ancora sostituito.
A Modena - il cui gruppo non fa parte del Coordinamento - la S. Messa è celebrata settimanalmente presso la Parrocchia dello Spirito Santo dal parroco; ma a Reggio Emilia la Messa è solo mensile, ed a Correggio addirittura occasionale. A Bologna vi sono diverse celebrazioni, a Rimini è attivo da anni il Cenacolo della Santissima Trinità, che non fa parte del Coordinamento, ed è un'associazione religiosa riconosciuta dalla Diocesi, e così via.
Quanto a Ferrara, dove terremo il pellegrinaggio, è quasi superfluo dire che la Santa Messa vi è ben radicata: la celebrazione è settimanale, ed è stata introdotta su iniziativa dell'Arcivescovo, Mons. Rabitti.
Al di là delle situazioni particolari e delle criticità specifiche, poi, tutti i gruppi conoscono i problemi tipici dei Coetus Fidelium (il Coordinamento è nato proprio per unire le forze e favorirne la soluzione): mancanza di sacerdoti disponibili, necessità di formazione liturgica, difficoltà pratiche di ogni genere (pensiamo, per esempio, alla formazione dei ministranti)... Per cui è davvero difficile dire se la domanda dei fedeli per la liturgia tradizionale sia completamente soddisfatta. Dirò di più: a mio parere, c'è addirittura una domanda ancora inespressa, c'e una sensibilità tradizionale (se vogliamo chiamarla così) che deve ancora manifestarsi. Ci sono ancora molti fedeli per il cui nutrimento spirituale la liturgia tradizionale - che è una ricchezza per tutta la Chiesa - sarebbe particolarmente adatta, ma che, semplicemente, non la conoscono e non hanno occasione di conoscerla. Al fondo di tutto ciò, temo, si colloca un'incultura religiosa sempre più diffusa, che, purtroppo, va oltre la sola questione liturgica (il discorso richiederebbe molto tempo, e una competenza ben maggiore della mia!). Per questo, iniziative come un pellegrinaggio, come la celebrazione della S. Messa tradizionale in un santuario mariano, sono importanti non solo per noi, e non solo per la questione liturgica, ma per tutti, specie in questi tempi di nuova evangelizzazione: alla quale, come diciamo sin dal pellegrinaggio "Una cum Papa nostro" dello scorso novembre, il popolo del Summorum Pontificum cerca di concorrere con la perenne freschezza della liturgia tradizionale